Il valore della Valle

Topi miei, sabato 9 giugno, come chi mi segue su Facebook saprà, si è tenuto a Molini di Triora un evento davvero molto bello organizzato da Legambiente, la pro-loco e il Comune di Molini. Il titolo della manifestazione era già tutto un programma: Il valore della Valle, che giungeva alla sua seconda tappa dell’iniziativa Carovana delle Alpi.

Un impegno notevole, quello degli organizzatori, che ha dato i suoi frutti nel riscontro positivo delle partecipazioni.

Il valore della Valle è stato toccato con mano da tutti coloro, me compresa, che hanno potuto percorrere l’itinerario proposto alla scoperta dei sapori, delle tradizioni e della storia di un paese che ha tanto da offrire, di una comunità che sa mettersi in gioco con impegno, per mostrare il lato più bello di sé.

Si è trattato, almeno per la prima parte della giornata, di un percorso itinerante che per me è iniziato lungo il torrente  Capriolo, là dove fino a pochi anni fa si trovava il Laghetto dei Noci, spazzato via dalle alluvioni che colpiscono la mia terra in modo sempre più frequente. Ci si sta attivando per ripristinare questo bene prezioso di tutta la comunità molinese e, nel frattempo, il primo passo verso la rinascita di questo simbolo del paese è rappresentato da un luogo raccolto ed emblematico: Il Mulino Racconta.

il mulino racconta molini di triora

Dico emblematico perché si respira la volontà di riportare le bellezze del passato ai giorni nostri, di ritrovare quella connessione con le origini che col tempo è andata perduta. Si racconta che, ai suoi tempi d’oro, Molini possedesse ben 23 mulini, le cui ruote giravano grazie alla forza dell’acqua, elemento base e fondamentale per tutta la Valle. E poi vi si macinava il grano, presente in abbondanza sulle fasce di tutto il territorio, ma in particolare di quello triorese, che fu addirittura granaio della Repubblica di Genova.

Il mio percorso, topi, è iniziato proprio lì, in quel Mulino in cui mi sentivo come a casa mia. Insieme ad altri compagni d’avventura, sono stata accolta da Claudia Aluvisetta, psicologa, che ci ha introdotti nel Viaggio dell’Eroe alla scoperta della propria identità. I viaggi, si sa, trasformano, e noi siamo stai invitati ad aprirci al cambiamento che quel tour avrebbe suscitato in noi. Le pareti del Mulino, con le sue scale dai gradini ripidi e le sue salette interne, erano costellate di fotografie provenienti da ogni dove che avevano come comune denominatore il tema dell’acqua.

 

Acqua che scorre, acqua stagnante, acqua che lava, che scava, che leviga… Ma anche acqua che nutre, che ritempra, che dona vigore agli occhi di chi la osserva e la tocca. Che elemento meraviglioso! Senza di essa, non esisterebbe la Vita, neppure la nostra esistenza sarebbe possibile.

E l’acqua è uno dei principali ingredienti di un cibo importante, che ci ha condotti alla seconda tappa del tour: il pane. Entrati nel forno di Molini, siamo stati accolti da Roberto Capponi e dal profumo inconfondibile di questa prelibatezza che è il Pane di Oz. Lui e Simona ci hanno spiegato la composizione del forno, il procedimento di lievitazione e di cottura di un pane antico e rinomato, ma questo, topi miei, richiederà un articolo a parte. Posso solo dirvi che, tra i prodotti presentati  sabato, ho avuto l’occasione di assaggiare un pane realizzato esclusivamente per quel giorno speciale, nel cui impasto erano presenti lavanda e miele. Era tanto buono da togliermi gli squittii di bocca, tutta intenta com’ero a passarmi quel bocconcino da una guancia all’altra per assaporarlo il meglio possibile.

forno Pane di Oz Molini di Triora

Lasciato il forno, ci siamo diretti nel cuore di Molini, là dove si trova una delle numerose perle nascoste del paese: Casa Balestra. Quanta storia, tra quelle mura! Si respira, è tangibile e permea ogni cosa. E’ un’antica dimora adibita a museo risalente all’Ottocento, e percorrendo le sue sale mi guardavo intorno come fossi ancora una piccola topina, con gli occhi luccicanti per l’emozione. Tutto parla, dentro quella casa. Ogni oggetto, ogni cimelio di famiglia avrebbe qualcosa da raccontare, ma il tempo stringeva, tornerò un’altra volta con la dovuta calma, per fermarmi a raccogliere e a fare tesoro di tutte le ricchezze che si trovano al suo interno. La stalla dell’asino e della pecora sa di tempi antichi, così come le sale e le camere da letto, che pullulano di ricordi legati alla guerra, ma che testimoniano anche una cura nei dettagli e l’amore per l’arte in tutte le sue forme.

 

E qui, dislocate tra il primo piano, il secondo e la terrazza, abbiamo incontrato nuove guide di questo viaggio eroico alla scoperta dei segreti di Molini. Mario Marino ci ha introdotto all’aromaterapia e alla sua importanza nella guarigione di patologie talvolta anche importanti. Parlando di aromaterapia, è sorto spontaneo il collegamento con un’azienda storica della mia Valle, l’Antica Distilleria Cugge, che da generazioni coltiva la Lavanda angustifolia dividendosi tra Agaggio e Drego, a 1200 metri di altitudine.

idrolato antica distilleria cugge valle argentina agaggio

E l’ho incontrata, una delle due sorelle Cugge, ho avuto finalmente il piacere di sentire la sua voce mentre enumerava le virtù di questa pianta, ampiamente utilizzata anche in tempi antichi in tutta la Valle Argentina. L’olio essenziale che estraggono dai fiori ha un profumo intenso e fresco, inalarlo dona un senso di pace e tranquillità. Tuttavia c’è un altro fiore la cui coltivazione è stata recuperata di recente, in diverse zone della Valle: lo Zafferano.

zafferano Clorìs Glori

Quant’è buono, amici topi! Luca Papalia, volenteroso giovane di Glori, lo coltiva con passione e dedizione infinite. Avete idea della pazienza che ci voglia nel raccogliere, rigorosamente a mano, tutti i fiori di Zafferano? E, ancor di più ce ne va per estrarre i pistilli, tre per ogni pianta; un lavoro che si fa la sera, tra le mura di casa, ai ritmi di un tempo. Perché, in fondo, è bello ritrovare la genuinità dei gesti degli anziani, che lavoravano quando ancora nessuna macchina si era affacciata sulla vita contadina. C’è un altro prodotto che Luca sta recuperando nella sua neonata azienda agricola Clorìs e sul quale sta scommettendo: i fagioli antichi di Glori, le muneghette. Son belli, di un bianco simile a quello delle perle.

Lasciata Casa Balestra e le sue straordinarie bellezze, abbiamo avuto tempo per fermarci a mangiare qualcosa. Era ormai ora di pranzo, la fame si faceva sentire. E allora è stato d’obbligo fare una sosta al Santo Spirito.

Hotel Santo Spirito Molini di Triora

Per l’occasione è stato preparato un buffet a degustazione, mi son sentita come a casa mia in mezzo ai piatti tipici della tradizione, che conosco così bene: torta di verdure, legumi, pane spalmato col brüssu, torta di porri e patate, pomodori freschi, panissa, fave, olive… Che bontà, che accoglienza!

Riempita la pancia, è arrivato il momento di continuare il tour al Santuario della Madonna della Montà, che ha aperto i battenti per noi. Siamo passati vicino alle lapidi, tra ricordi lasciati sui resti dei propri cari, candide sculture di angeli che fanno da guardiani a quel luogo di silenzio e riposo. Lì si staglia l’edificio religioso, pieno di bellezza. E’ stato Gianluca Ozenda a svelare i segreti del Santuario, lo ha fatto con occhi vispi, guizzanti di passione per quell’orgoglio tutto molinese. C’è un affresco risalente al 1425, scoperto in tempi relativamente recenti, ma non vi dirò come ci si è accorti della sua presenza, rimasta celata per molto tempo: ve lo racconterò un’altra volta. Anche qui sono tante le cose che meritano di essere dette, trasmesse, ma ci sarà modo di farlo più avanti.

 

A concludere questo viaggio sensoriale ed esperienziale c’è l’intervento di Floriana Palmieri, insieme a quello di Daniela Lantrua e delle autorità e degli esponenti di Legambiente e della pro-loco, oltre che di tutti i professionisti che hanno partecipato attivamente all’iniziativa. E’ stato offerto un rinfresco conclusivo, ricco dei piatti della tradizione, in cui ognuno ha messo del suo per dare vita a un momento di condivisione e raccoglimento per festeggiare la Valle a il borgo di Molini di Triora.

Nella conferenza finale si è parlato di turismo, di un nuovo modo di dare valore alla Valle. Si è parlato delle problematiche di un territorio come quello ligure, ma anche di progetti, sogni e innovazioni. Ne è emerso un quadro di positività e intraprendenza, di volontà di mettersi in gioco, perché in fondo migliorare è possibile e il territorio di Molini, così come quello degli altri borghi che si tengono per mano seguendo il corso del torrente Argentina, ha molto da offrire e tanto da raccontare al viaggiatore-eroe intenzionato a trovare il Sacro Graal della sua esperienza tra le montagne e i borghi: il contatto umano, la tradizione che si rinnova senza perdere genuinità, la novità che si mescola a ciò che è stato. E queste cose la mia Valle sa e può donarle, su questo non ho alcun dubbio!

Un saluto dalla vostra Pigmy.

 

 

Storia di E. che difese suo padre dai Tedeschi

La storia che vi racconto oggi è successa davvero, anche se questo attempato signore che mi parla con i grandi occhi chiari fissi nel vuoto preferisce mantenere l’anonimato. E’ una storia che fa riflettere, ma rimandiamo a dopo i pensieri importanti.

Vi parlo di E. che, nei primi anni ’40 del secolo scorso, aveva all’incirca tredici/quattordici anni.

Ci troviamo vicino alla mia Valle, nella zona della Riviera dei Fiori e del Parco Naturale di San Romolo e Monte Bignone.

I due fratelli maggiori di E. erano partiti da Partigiani, mentre la sorellina minore viveva con il padre e la madre in un casone nascosto nel bosco di Pian della Castagna. Il padre di E. non poteva farsi vedere, i tedeschi lo avrebbero ucciso o portato via. E., invece, era troppo giovane per i nemici: i tedeschi non potevano servirsi di lui. C’era solo una rara possibilità che potessero fargli del male, che si sarebbe potuta presentare in occasione di una delle razzie messe in atto dai tedeschi, durante le quali non guardavano in faccia nessuno, nemmeno le donne, gli anziani e i bambini.

E allora fu proprio E. a farsi carico di andare a vendere la legna giù in paese per poter acquistare riso, pasta e farina. Il suo era un carico sia fisico che psicologico: partiva con il carretto da Pian della Castagna e, percorrendo ogni giorno circa 8 km all’andata e 8 km al ritorno, arrivava fino alla Chiesa della Madonna della Costa, in territorio sanremese, per vendere la legna che tagliava lui stesso. Il carretto reggeva 7 quintali di ciocchi di legno e la strada si presentava in discesa all’andata, ma al ritorno era tutta in salita, anche se il carretto era ormai vuoto.

Scendendo, il carretto che era molto pesante e prendeva velocità; E. faticava molto a reggerlo. Dunque, mano a mano che camminava, rubava qualche pietra dai muri a secco in cui si imbatteva lungo il cammino e lanciava i massi davanti a sé affinché frenassero le ruote del carro. Dai oggi e dai domani, portò via parecchie pietre, anche se durante il ritorno alcune le ricollocava al loro posto per paura di provocare qualche frana. Un giorno il proprietario delle terre trafugate delle pietre di contenimento lo colse sul fatto e, avvicinandosi a lui, lo redarguì: «Fiu, se ti cuntinui cuscì, mì prie de chi in po’ a nu ghe no ciü!» (Figliolo, se continui così, di pietre tra un po’ non ne avrò più!). E. si scusò e continuò il suo cammino.

Un giorno dovette scendere nel centro di Sanremo per vendere la sua legna. Quel giorno i tedeschi avevano deciso di mettere in fila tutti i ragazzi e gli uomini che erano nei pressi di Piazza Eroi Sanremesi per fucilarli. Dalla piazzetta di fronte, dove oggi sorge un parcheggio, molte donne piangevano disperate.

C’era anche E. tra i presi di mira, era l’ultimo della fila dal lato monte e una sentinella gli marciava davanti, osservando che le vittime fossero tutte ben posizionate. Sarà stata l’incoscienza o il brivido istintivo della sopravvivenza, ma E., appena il soldato si voltò e non lo ebbe più sotto gli occhi, scappò di corsa verso San Romolo, in direzione delle sue montagne. Le conosceva bene e, nella fuga, aveva lasciato in piazza la legna con tutto il carretto. Gli spararono, ma lui stava già sgattaiolando tra le case vicine e i carruggi intorno al piazzale. Per 7 km non arrestò la sua fuga disperata. Quei 7 km, che macinava a fatica e lentamente ogni giorno, ora scivolavano sotto i suoi piedi, il fiato corto di sottofondo ai passi affrettati. Il battito del cuore gli rimbombava nelle orecchie, così come gli spari di poco prima. Quando giunse al casolare nel bosco cadde a terra svenuto.

Questa vicenda possiamo definirla quasi “una delle tante” (descrizione che  personalmente trovo quasi offensiva, in quanto ogni memoria è unica e riporta drammi ed emozioni che al giorno d’oggi non riusciamo neanche a immaginare), ma il punto sul quale vorrei focalizzare l’attenzione, anche se può sembrarvi assurdo, riguarda la reazione del proprietario dei muretti a secco.

Molti la troveranno ovvia, visti i tempi che correvano: la guerra, la carestia, mentalità diverse, modi di fare d’un tempo… ma se paragonassimo quell’atteggiamento ai giorni nostri noteremmo che la gente reagirebbe in modo differente. Una volta, se si estraevano le pietre da un muro, non lo si faceva per puro divertimento o per far del male a qualcuno. Era per bisogno. Era una necessitaà spesso vitale. Per questo si incontrava compassione. Oggi non si avrebbe più la necessità di scendere con 7 quintali su un carro e dunque non c’è alcun motivo per rovinare i muri che altri hanno costruito con tanta fatica.

Anche E. faticava parecchio a condurre quella vita che svolse per due anni ogni giorno, due anni che videro suo padre nascosto nella macchia, senza poter uscire. Due anni in cui l’amico bosco, con le sue folte chiome, lo difese e lo riparò dal nemico.

Sono storie che oggi ci sembrano incredibili o banali, ma che i nostri padri o i nostri nonni hanno realmente vissuto… proprio poco tempo fa.

Un bacione topi, alla prossima storia.

C’è Pippo e Pippo

Era il 1944 nella mia terra. La gente lo chiamava “Pippo” e non era un simpatico personaggio dei fumetti. Era un piccolo aereo che ogni giorno sorvolava il mio paese e semplicemente… lasciava cadere piccole bombe qua e la’. Piccole bombe devastanti. Ancora oggi, i nonni che ne parlano, non sanno dire da che parte arrivasse, ne di che nazionalità fosse.

Mi è capitato di chiedere – Era tedesco? – non lo sanno, sanno solo che, oltre agli aerei che bombardavano distruggendo letteralmente il paese, c’era lui, che instancabilmente, come un solerte contadino, seminava paura.

Quando passava Pippo bastava trovare un qualsiasi riparo e si poteva stare quasi tranquilli, ma bisognava correre, e il suo rombo, che si sentiva arrivare da lontano, faceva un effetto fuggi fuggi, come una gara a nascondino dopo l'”uno, due, tre, pronti…via!“. Le strade, di colpo, deserte. E non erano scherzi, no.

Fortunatamente, qui nella mia terra, oggi Pippo è solo un cartone animato. E mi rincuora pensare che tutti i bambini del mondo possano conoscere Pippo solo per quello che è, con Topolino e Minnie.

Il Pippo di un tempo, quel Pippo che terrorizzava chiunque, non esiste più e non deve più esistere. Il vero Pippo deve accompagnare i piccoli bimbi con risate e filastrocche. Una vecchina mi recita un canto che i giovani soldati urlavano in marcia inascoltati. Quel canto, così diverso dalle nostre nenie, lei e gli altri anziani del paese, lo ricordano così:

” Benito Mussolini ha perso l’intelletto,

fà partire il ’25 che piscia ancor nel letto,

Il Duce che comanda, il Re che obbedisce,

il Popolo patisce, Dio mio quando finisce? “

E la stessa vecchina, come un fiume in piena, con gli occhi colmi di ricordi e le mani che stringono la gonna inconsciamente, mi recita ora anche la preghiera tanto sentita che, più volte al giorno, la sua mamma le chiedeva di dire in quegli anni fatidici quando lei, era solo una giovane ragazza. Quando Pippo, ancora sorvolava lento:

” Ave Maria Grazia plena

fà che non suoni la sirena

fà che non vengan gli aeroplani

e che io possa dormir fino a domani

se qualche bomba vuol cader giù

Madre pietosa soccorrimi Tu

Gesù Giuseppe e Maria

fate si che il nemico perda la via”.

Inutile dire che queste parole mi hanno toccata profondamente. Inutile pensare a quanto siamo fortunati oggi. Troppo. E non è retorica. Questi scorci del nostro passato non devono essere dimenticati così come la dolce vecchina, ancora non ha dimenticato quelle parole. Un bacione a tutti.

L’immagine qui sopra è stata presa da questo bellissimo sito reportage www.immaginidistoria.it.

Per questo post ci tengo a ringraziare mia mamma. Mamma Topa.

M.

Storia della giovane Elisabetta

Poche parole, pochi dettagli ma un vivo ricordo.

Cari amici, oggi vi voglio portare alla conoscenza di una storia triste, ma significativa, avvenuta tanti anni fa qui, vicino alla mia terra, in una terra brigasca, terra che tante volte vi ho nominato.

Oggi vi voglio parlare di Elisabetta. Della giovane Elisabetta e, se posso farlo, è merito del mio caro amico Bruno che dovrò prima o poi nominare mio personale aiutante in fatto di materiale da blog. Sorrido.

In realtà, questa storia, non mi rende felice purtroppo. Siamo a Carnino, nel Comune di Briga Alta, sul sentiero che da Carnino sale al – Passo delle Saline -, a circa due terzi della salita prima della Gola. Qui, si incontra la testimonianza in ricordo della morte di Pastorelli Elisabetta, avvenuta il 3 dicembre 1883, come dimostra l’immagine che vi ho postato. Una croce semplice e un cartello. Niente di più. Purtroppo, ne io ne Bruno siamo riusciti a trovare su internet o su libri altre informazioni, per cui, presumiamo, dai pochi indizi trovati, che la ragazza fosse di Carnino e che, come dice anche la targa sotto alla sua croce, sia morta assiderata nella tormenta.

Sì, una gelida tormenta se l’è portata via, quel lontano dicembre di tanti anni fa. “Mi immagino” mi racconta Bruno, “che avesse fatto un trasporto, portato un carico, tra Carnino e la Valle Pesio e fosse sulla via del ritorno. Era già inverno avanzato e forse si è avventurata lassù, a 2.174 metri del passo, spinta dalla necessità di guadagnare qualcosa quando i lavori in campagna erano finiti terminata la stagione“.

A quei tempi, il lavoro di trasporto dei carichi, e stiamo parlando principalmente di sale o formaggi o olio, era affidato anche alle donne, ovviamente più economiche e affidabili dei muli e, una giovane ragazza, non poteva stare a casa senza “rendere”, sino a quando non si fosse sposata e avesse iniziato a badare ai figli.

Ricordo quando la mia topo-nonna mi raccontava che andava a piedi, per la Via del Sale, in Francia, a vendere i carciofi. Era un viaggio straziante, lungo e faticoso. Questo oggi può sembrare assurdo ma, a quei tempi, era un bisogno e un ragionamento accettato da tutti e, necessariamente, anche dalle donne.

Continuando a parlare, il mio amico ricorda come ad esempio “…durante la Prima Guerra Mondiale, schiere di ragazze friulane venivano assoldate per portare i rifornimenti in montagna alle prime linee mentre, i pochi muli disponibili, erano in consegna ai soli militari per il trasporto delle munizioni ed esplosivi. Venivano pagate ogni volta che compivano un viaggio e ricevevano la paga al rientro se portavano a casa la pelle in quanto non sempre erano nascoste al fuoco austriaco“.

Era un lavoro pericoloso topi, ma considerato redditizio perché almeno pagato, tenendo conto che, nelle case, erano rimasti solo i vecchi e i bambini oltre le donne anziane che dovevano mandare avanti il focolare e la famiglia rimasta. 01 Verso p.so Saline

 

 

 

 

 

 

 

 

E alcune, come Elisabetta, salivano sulle vette con dei carichi che spesso superavano i 25 chili e là, trovavano gli uomini pronti ad accoglierle. Alcune, nel male, ben più fortunate della protagonista di questa storia, così facendo, hanno conosciuto colui che è poi diventato il loro marito e si racconta che siano sbocciate relazioni sentimentali degne di un romanzo nonostante la minaccia della morte sempre incombente. Morte che, a volte, era annunciata dal rumore dei minatori del genio austriaco che scavavano delle gallerie nella roccia, sotto le cime, per imbottirle di esplosivo e poi far saltare tutto, così come facevano i nostri genieri sotto le postazioni avversarie.

E’ la guerra amici. E quando c’è lei non ci può essere null’altro, nemmeno lì, tra quelle magiche terre. Urla, boati e scoppi tra le falesie. La terra tremava tra quelle Saline. Tra quelle stesse Saline in cui, in quel lontano dicembre di tanti anni prima, Elisabetta moriva. E ogni volta che passiamo da qui, rivolgendo un pensiero a lei, è come se lo rivolgessimo a tutte quelle persone che ci hanno preceduto, i nostri vecchi compresi, che hanno faticato tanto e, spesso, hanno dovuto sopportare tremendi dolori per essere liberi o per averci dato quello che abbiamo oggi. Con il loro sacrificio.

Un bacione topi dalla vostra Pigmy.

M.

Ninne Nanne tra una guerra e l’altra

Cari topi, avete mai potuto fare una differenza tra Ninne Nanne? Io ho potuto farla tra la ninna nanna che cantavano a me, e vi parlo della fine degli anni ’70, inizio anni ’80, e quella dei miei nonni ossia degli anni 1919-1920.

A parte il fatto che, con me spesso mamma, nonne e zie, le filastrocche della “buonanotte” se le inventavano, una o due erano però sicuramente le più gettonate. La ninna nanna di Brhams, ad esempio, chi non la conosce?

Ninna nanna mio bel, riposa sereno

dormi dormi così, fino al sorger del dì.

Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin

se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin.

Ninna nanna mio bel, riposa sereno

un angiol del ciel ti vegli fedel.

Una santa vision faccia il sole irradiar

Una dolce canzon possa i sogni cullar.

Buona notte piccin riposa carino

Riposa tranquil bambino gentil.

Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin

se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin“.

E poi la classica – Stella Stellina – che, ancora oggi, tutti ricordiamo e canticchiamo:

Stella stellina
la notte s’avvicina
la fiamma traballa
la mucca è nella stalla
la mucca e il vitello
la pecora e l’agnello
la chioccia coi pulcini
la gatta coi gattini
la capra ha il suo capretto
la mamma ha il suo bimbetto.
Ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna“.

Ninna Nanna, Ninna oh, questa bimba a chi la dò…” invece, non me la cantavano perchè quando arrivava il pezzo del “l’uomo nero che mi teneva un mese intero” iniziavo a piangere.

Da come potete vedere però, queste nenie sono comunque molto dolci, con belle parole, che portano al sorriso e fanno pensare al lieto evento del riposo. Un dolce dormir tra le braccia più avvolgenti che ci siano. La voce era lieve e il tono cordiale, gli occhi socchiusi e sorridenti.

Ma le ninne nanne del dopo guerra, e sto parlando della Prima Guerra Mondiale, erano forse diverse? Poteva forse la guerra essere uno spettacolo così forte da combinare anche parole che una mamma, in intimità, poteva dire a suo figlio prima del riposo? Sembra assurdo. Sembra un momento inviolabile quello. Eppure sì. La guerra è riuscita a penetrare ovunque, anche lì. E allora topi, oggi vorrei farvi leggere quello che la mia bisnonna cantava ai suoi sette figli (topo nonno compreso) per farli addormentare. Ovviamente la traduzione è quella che è. Non aspettatevi in italiano un piacevole scorrere delle parole come in dialetto ma ho cercato di fare del mio meglio per farvela leggere in modo lineare. E potete crederci se vi dico che viene ancora ricordata a memoria. Incredibile. Che impressione. E che ascoltarla, nel silenzio, da una voce quasi affaticata ma che non stenta a ricordar le strofe è davvero emozionante.

Quella nenia è ancora nel suo cuore come se fossero passati solo pochi giorni. E’ ancora nella sua testa, nella sua memoria e anche nel suo sguardo. Sempre, mentre la recita. Sono passati più di novant’anni.

Questa ninna nanna s’intitola “Piccenin” e nonno inizia così:

Piccenin gh’è morta a mama, nu g’à ciu de che campà

reista sulu cu ina fiamma, d’in desertu foculà

mette u so ciu belu vestiu e p’andasene in sità.

Se presenta ad in furnà:-Bon furnà in tu vostru furnu, e piaime ascì garzun-

 ma u furnà cun so mujè rije e rije trasugnà

-Piccenin ti voi impastà? Piccinin in verità a te serve ina balia ti nu sei chelu cu ghe và!-.

E caminna tutu u giurnu, và da u Re in tu so palassu

se presenta ardiu e fe -Mi a sun piccenin e randaggiu Sire, feime guerrieru!-.

Ma u Re rie e ancua rie

-Umin! Ti voi avè a lansa e a maja? In guerrieru in verità? A te serve ina balia ti nu sei chelu cu ghe và!-.

Ariva a guerra e dopu in pocu, tuti i campi insaguinai

piccenin coerre au foegu tra e file di surdai

e e bale i u survolan, par che velle e n’an pietà

sulu ina, ina de velle au ciapa in mezu au visu

sciorte l’anima da u foru, vola vola in paadisu.

E San Pè alantù ghe dije:- Cu ti fai chi piccenin? Ti nu sei angelu, mancu santu, ti sei ancua piccenin, ti nu sei chelu cu ghe và!-.

Ma da u tronu Gesù Cristu ca u sente u cara intantu

e sensa proferì parola u su pia suttu au mantu

-Piccenin elu è mendiigu

sensa teitu e sensa amigu

elu u l’è chelu cu me và-.

Traduzione:

 PICCOLINO

Piccolino gli è morta la mamma, non ha più di che campare

resta solo con la fiamma, di un deserto focolare

mette l’abito più bello per andarsene in città.

Si presenta ad un fornaio: -Buon fornaio nel vostro forno accoglietemi garzone-.

Ma il fornaio con la moglie, ride, ride trasognato

-Piccolino vuoi impastare? Piccolino in verità, tu hai bisogno di una balia, non sei quello che ci và!-.

E cammina tutto il giorno, và dal Re nel suo palazzo

si presenta ardito e fiero: -Sono un piccolo randagio Sire, fatemi guerriero!-.

Ma il Re sorride e ancor sorride

-Omino! Vuoi portare lancia e maglia? Un guerriero in verità? Tu hai bisogno della balia, non sei quello che ci và!-.

Vien la guerra dopo un poco, tutti i campi insanguinati

piccolino corre al fuoco, tra le schiere dei soldati

e le palle lo sorvolan, par che n’abbiano pietà

solo una, una di loro, lo trafora in mezzo al viso

esce l’anima dal foro, vola, vola in paradiso.

E San Pietro allor gli disse: -Cosa fai qui piccolino? Non sei angelo nè arcangelo tu sei ancora piccolino, non sei quello che ci và-.

Ma dal trono Gesù Cristo che lo sente scende intanto

senza dire una parola lui lo accoglie sotto il manto

-Piccolino egli è mendicante,

senza tetto e senza amico

egli è quello che mi và-.

Avete letto?

Un bacio topi, alla prossima!

M.

 

Le lacrime di Topononno

La storia che stò per raccontarvi topi è una storia di guerra. E’ la guerra vissuta da mio nonno. Una vicenda durata tre anni che gli ha regalato un nastrino con quattro stellette d’argento e una croce di merito. E’ la storia di un uomo che, ancora oggi, a distanza di 66 anni, lo fa piangere come un bambino. Spesso non ricorda esattamente, o confonde, i nomi, i numeri, i gradi ma, i rumori, gli odori, i luoghi, le sensazioni, ancora lo terrorizzano. Ancora sente il dolore nello sterno della carriola trasportata. Il fischio delle pallottole nelle orecchie. Il gusto del sangue dolciastro in bocca. Il bruciore e il battito dei colpi in testa.

nonno: – Cale ti voi savé? – (quale vuoi sapere?)

io: – Quella dell’Africa nonno –

Sì, nonno è stato prigioniero in Africa 3 anni.

Sospira, si siede e incrocia le dita sul tavolo. La sua espressione cambia. Forse gli sto facendo del male, forse invece del bene. Il suo sbuffetto dietro la mia testa mi dice che comunque non potevo farlo andar via, il più tardi possibile spero, senza sapere cos’ha vissuto lui che è il padre di mio padre.

93 anni, le palpebre rugose e morbide, cadenti, rimpiccioliscono ancora di più i suoi occhi verdi. Il pollice e l’indice della mano sinistra vanno sovente a stuzzicare il lobo dell’orecchio, come se gli pizzicasse.

Nonno era nell’Areonautica. Aviere al reparto servizi.

Era il 10 giugno del 1943. Ero a Pantelleria. Gli inglesi ci hanno preso e imbarcato su zatteroni dai quali hanno scaricato i carri armati. Ci fu un violentissimo bombardamento e quando finì ci portarono a Susa. Lì siamo stati 15 giorni senza coperte e senza mangiare. Potevamo solo bere da delle borracce di latta. Poi ci trasportarono in Tunisia nel campo di concentramento chiamato Mager El Bab. Lì, dopo un mese circa, incontrai Fausto Coppi che, con la fanteria della Divisione Ravenna, era stato mandato in Africa ed era stato fatto anch’esso prigioniero dagli inglesi. Io ero nella 5° tenda, lui nella 6°. Era un tipo timido e taciturno ma tenace, molto tenace. Dopo qualche mese, egli venne mandato sotto i francesi e non lo rividi più. Lo portarono al sedicesimo campo di Gasban, Gabàs, Ga e qualcosa… (non ricorda bene il nome). Era già un campione. Anche noi, in Africa, lo chiamavamo “campione”. Durante i primi giorni di questa prigionia ci divisero in gruppi di tre persone e ci fecero stare in un deserto senza tende e senza capanne. Ci davano da mangiare un cucchiaio d’olio, un cucchiaio grande ma dovevamo dividerlo in tre e 4-5 ceci a testa che facevamo cuocere nelle latte delle conserve di pomodoro. Queste latte le trovavamo nella loro spazzatura e ci servivano come pentole. A volte ci davano una pagnotta, sempre da dividere. Mangiavamo qualsiasi cosa trovavamo intorno dalla fame che avevamo, anche se non era commestibile, e ci venne la dissenteria. Trovandomi a rapporto dal Comandante fui mandato in infermeria, non stavo bene per niente e, a salvarmi, fu un Capitano genovese, anch’esso prigioniero, che mi sentì imprecare in dialetto ligure. Mi diede 9 gocce di non so cosa da far cadere sulla lingua e mi disse – Se te ne dessi 11, di queste gocce, moriresti -. Dopo qualche mese da questa avventura venni mandato presso la famiglia di qualche Capitano a lavorare nei campi come prigioniero e, il potermi definire poi furbamente “un giardiniere”, mi salvò dai lavori più umili e più faticosi. Due mesi prima del rientro nel campo di concentramento, di Tunisi, questa volta, accadde un fatto che mi fece imbestialire. Le guardie ci facevano salire ogni mattina su quattro camion mettendoci in 25 per camion. Dovevamo stare con le gambe incrociate come un indiano e le mani dovevamo tenerle dietro la testa. Un mio compagno aveva la sinovite alle ginocchia e non poteva piegare le gambe. Aveva due ginocchia gonfie come due meloni. Questo Sergente senegalese, grande e grosso, ha iniziato a battergli con la baionetta sulle ginocchia e questo mio compagno piangeva dal male come un bambino. Il viso di quel Sergente me lo ricordo ancora adesso, se lo vedessi, lo riconoscerei. Ci portavano a tappare, di terra e pietre, i buchi creati dalle bombe. Si trattava di trasportare massi enormi e quintali di terra per molti metri. Era straziante. A mezzogiorno, ci mettevano tutti e 100 in riga sotto ad una tettoia ricoperta di lame di zinco. Quel giorno faceva un caldo devastante, non ce la facevo più e da bere non ce ne davano. Avevo una sete tremenda e così mi avvicinai ad un cancello per vedere se davano acqua. Vedevo grigio e annebbiato dalla sete che avevo. All’improvviso si avvicina a me il Sergente senegalese. Era veramente cattivo quell’uomo. Mi diede uno spintone urlando qualcosa nella sua lingua. Io, non seppi trattenermi. Al mattino aveva fatto male al mio commilitone e, ora, stava per picchiare me. Mi girai e gli diedi un pugno in faccia. Nel centro della faccia. Lui mi tirò immediatamente un colpo con il moschetto ma non mi prese. Poi si mise a gridare forte e in un attimo fui circondato da altre guardie. Mi fecero un processo. Una specie di processo. Un processo in mezzo al deserto, sotto a una tenda grigia. Non ho mai capito niente di quello che dissero quel giorno ma un Sergente Maggiore dei senegalesi, che era di religione cattolica e aveva una scala tatuata sulla guancia sinistra, mise a quietare quegli uomini che contro di me erano violentissimi. Questo Sergente Maggiore mi rimandò a lavorare consegnandomi nelle mani di altre guardie che me la fecero pagare comunque. Tutte le pietre che potevano starmi addosso me le hanno caricate e le portai per 100-150 metri. Poi mi dissero di spingere una bruetta (termine dialettale preso dal francese “broiette” che sarebbe una specie di carriola). Due prigionieri dovevano caricarmela piena di terra che più piena non si poteva e due guardie, se rallentavo il passo, mi tiravano colpi sulla schiena e sulla testa. Sotto ai miei piedi il terreno era tutto fangoso, scivolavo e non riuscivo a proseguire e allora mi mettevo in ginocchio e spingevo con tutta la forza che avevo nello stomaco con lo sterno, con le costole e dai, e dai, e puntavo lo stomaco sempre di più e spingevo e poi, ho sentito il mio cuore scoppiare, una fitta, la gola piena, una pesantezza che voleva uscire dalla cassa toracica e faceva male e…

E qui nonno piange. Piange tanto. Si alza, va a bere un bicchiere di gazzosa e, con il fazzoletto di stoffa bianco e marrone si asciuga occhi, naso, fronte, testa. Respira profondamente e, inconsciamente, si appoggia il palmo della mano in mezzo al seno come a consolare il suo petto con un impercettibile massaggio. Poi riprende. Ora so che nonno, nonostante tutto, ha voglia di parlare. Ha voglia di gridare a tutti cosa è capitato laggiù, in Africa. E lui, nonostante tutto, riconosce di essere stato un fortunato. Ha visto compagni morire nei modi più assurdi. Riprende più forte di prima.

Detto dai miei compagni, questa tortura è durata un’ora e mezza. Quando sentii che stavo per morire, lanciai via la carriola. Morire per morire, non volevo morire con una carriola sulla testa. (Sorride amaramente). Una guardia mi diede dei pugni e mi spaccò il naso e le labbra. Un’altra penso mi picchiasse ovunque. Ero una maschera di sangue e non riuscivo a reagire. Da questo momento ho i ricordi offuscati. So solo che un Caporal Maggiore del mio esercito mi prese a lavorare con lui. Intervenne la Croce Rossa Internazionale di Ginevra, per me e per tutti gli altri che avevano subito le stesse angherie. Questo Caporal Maggiore mi fece poi rientrare nel mio campo dei prigionieri ma stetti tantissimi giorni in infermeria prima. Nel ’46, nel mese di febbraio, venni imbarcato a Biserta sulla nave Toscana e sbarcai a Napoli dove presi il treno per fare ritorno a casa con il foglio del congedo in mano. Mi diedero anche dei soldi verdi (tipo assegni). Quando arrivai, la prima persona che vidi, fu il mio caro amico Elio“.

Ah! Dimenticavo! Mi diedero anche un nastrino con quattro stellette d’argento e una croce di merito!“.

Quelle stellette…. unico orgoglio rimastogli dopo la vita. Oggi, mi chiede dov’è la Tunisia. Gliela faccio vedere sulla cartina e il suo sguardo è incredulo “Me pajeva davè navigau pe tantu, tantu tempo…” (praticamente si stupisce che sia così vicina all’Italia. Povero nonno. Poveri tutti.

Questa di mio nonno non è ne la più violenta storia, ne la meno, di una guerra che, come tutte le guerre, ha sparpagliato migliaia di vittime. Ma non sono qui per fare una gara a chi ha sofferto di più. Solo regalare una preziosa testimonianza. Mio nonno ce l’ha fatta e ne sono estremamente felice. A dare la vita per quattro stellette d’argento.

Bravo nonno. Sei il mio grande nonno.

M.

Il massacro al Santuario dell’Acquasanta

Quella che vi racconto oggi è una storia triste, l’ennesima. A Montalto la si ricorda ancora, e l’emozione che suscita è forte come un tempo. E’ una ferita tra le più sentite, qui, in questo borgo arroccato, un eccidio accaduto per puro divertimento e violenza da figli della guerra.

I tedeschi nazisti scesero dalle regioni Binelle ed Evria, sopra Montalto Ligure, uno dei più bei paesini della mia Valle che presto vi farò conoscere. Incontrarono un anziano, un uomo di 70 anni, Gio Batta Ammirati, che stava portando fascine di legna in casa. Cammina curvo, con il carico gravoso sulla schiena. Lo uccisero senza motivo né pietà,  sparandogli con il fucile.

Era il 17 agosto del 1944. Subito dopo, spararono a un suo omonimo, altro Gio Batta Ammirati (nei paesini, un tempo era facile avere lo stesso nome e cognome), e a Giorgio Brea di 54 anni, mentre stava mangiando sulla porta di casa sua. Un unico colpo in testa. Angelo Galleano fu freddato allo stesso modo, ma venne colto dalla pallottola nel tentativo di una fuga disperata.

Non soddisfatti dalla serie di omicidi già compiuti, massacrarono, bastonarono e seviziarono proprio davanti al Santuario un sacerdote, Don Barthus Stanislao, e il chierico Mario Bellini – i quali avevano in cura un gruppo di orfani – accusandoli di connivenza con i partigiani. Dopo aver traforato i loro corpi con decine di proiettili, si accanirono sui due cadaveri prendendoli a calci fino a farli rotolare giù dalla strada.

Il monumento che ho fotografato rappresenta un civile e un sacerdote, e lì, ai piedi delle statue, c’è ancora la carta d’identità del parroco, completamente intrisa di sangue (questa foto l’ho invece presa dal sito ventimiglia.biz, qualitativamente migliore di quella scattata da me). La lapide marmorea racconta in breve ciò che è accaduto e nomina gli assassinati.

“….per non dimenticare”. E si chiede pace. La barbaria non finì quel giorno. I nazisti scesero in paese e continuarono la strage uccidendo 27 persone, tra le quali il sacrestano accorso, Giovan Battista Montebello. Fracassarono porte e mandarono in pezzi ciò che trovarono. Entrarono nelle case e le distrussero ogni cosa, malmenando chiunque gli si trovasse a tiro.

Un tenente medico, facente parte del primo gruppo di tedeschi sceso poi fino a Taggia, si vantò di essere riuscito, da solo, a uccidere 9 innocenti. Le testimonianze riportano ciò che uscì dalla sua bocca, quella sera, nell’osteria del paese: “Quest’oggi essere stata buona giornata!”. Frase detta in un metallico italiano. 

Ringrazio le persone che hanno raccontato questa storia, è per merito loro se ho conosciuto i nomi delle vittime e le terribili circostanze della loro morte. Ringrazio anche coloro che hanno ricordato i terribili fatti di quegli anni a voce alta per raccontarmeli, mentre io ascoltavo con la pelle d’oca.

Un’altra storia toccante, quella di oggi, un altro episodio che non smetterà mai di vivere nei ricordi.

M.

4 luglio 1944

Molini di Triora. Un giorno di guerra. Un altro terribile giorno di guerra.

Antonio Allaria Olivieri ricorda quel giorno con i brividi.

Di fronte all’entrata di quello che oggi è l’Hotel Giovanna, uno dei più rinomati ristoranti e alberghi del paese, c’era un fienile. Il proprietario di questo hotel, Francesco, all’epoca aveva 8 anni, ma ricorda tutto come se fosse avvenuto ieri, anche lui come Antonio.

Quel giorno, il 4 luglio del 1944, dodici italiani sono stati obbligati dalle truppe naziste a entrare in quel fienile e, una volta chiusi dentro, hanno appiccato il fuoco. Ora, al posto della baracca andata in fiamme, c’è un monumento che li ricorda. E’ una lapide su un grosso masso che riporta la seguente scritta:

“Nella luce di Cristo, nel cuore dei cittadini, un ricordo e un ammonimento presenti gli spiriti di tutti i caduti nel nome della libertà e della patria”.

Prima di questa frase è stato inserito l’elenco di tutti i nomi.

Francesco guardava dall’altra parte del fiume divampare quelle fiamme sempre di più. Antonio ne ha ancora vivo il ricordo.

Questo non è l’unic scempio compiuto dalla guerra, ma vedere oggi questi due uomini che, con il loro sorriso, conducono le loro attività di ristoratore e agricoltore è toccante allo stesso modo di guardare in faccia ogni giorno i nostri nonni.

In quel fienile non c’erano degli sconosciuti. C’erano amici, parenti, conoscenti. E’ straziante veder pensare Antonio e Francesco alle grida dei poverini, vedere i loro occhi che per un attimo si perdono nel vuoto del ricordo per tornare poi a sorridere, ancora una volta. Quell’attimo di tristezza, non glielo può cancellare nessuno dalla profondità degli sguardi.

Ogni paese ha vissuto i propri incubi. Per l’abitato di Molini questo è uno dei più tristi ricordi, un omicidio senza giustificazione, ma solo, pare, per il divertimento di farlo.

Per molti abitanti di Molini, quello che vi ho mostrato oggi è uno scorcio sacro. E non potrebbe essere altrimenti.

M.

Le (ex) Caserme di Gavano

E oggi topini, andiamo in un luogo misterioso…

Andiamo di nuovo in Val Gavano e, precisamente, nelle caserme della vecchia Polveriera, testimonianza anch’essa della guerra.

Che atmosfera affascinante… i colori scialbi, il freddo, la quiete.

Il posto appare lugubre e spettrale ma, posso assicurarvi che, per chi come me è abituato a visitare anche questi luoghi della mia Valle, si percepisce più pace che silenzio spaventoso e più storia piuttosto che mistero.

I vecchi cancelli, ormai arrugginiti, sono completamente aperti e io vado. Voglio entrare; d’altronde, anche il mio topobisnonno ha partecipato alla costruzione di questi edifici sapete? Mi sento coinvolta.

All’entrata, la guardiola, la postazione della sentinella, mostra ancora oggi scritte di soldati che passavano lì intere ore, molteplice è la parola “vita” e, subito dopo, ci inoltriamo in questa zona militare dall’atmosfera arcana e fantascientifica.

Inutile dirvi le storie che sono state inventate riguardo questo posto. Tra fantasmi, spiriti e creature mostruose, le leggende sono state descritte senza pietà.

Questa zona militare è stata costruita per la Prima Guerra Mondiale ma venne utilizzata moltissimo, soprattutto per il riarmo, anche durante la Seconda Guerra.

Vicino alle ormai fatiscenti casette, dalle quali alcuni barbari hanno portato via ogni cosa (come ad esempio i sanitari… che fantasia!) un muraglione, con obelischi intorno, dà l’accesso ad una piazzetta di pietre e mattoncini con, al suo interno, delle fontanelle scolpite bellissime, attaccate al muro ornato da mattonelle.

Un tempo si dice fosse un luogo stupendo e che, per essere una zona militare, era addirittura signorile.

Oh! Ma questo è ancora niente, seguitemi…

A proposito di fontane, nel bel mezzo delle casupole, ormai quasi ruderi purtroppo, guardate che strana, seppur semplice, sorgente d’acqua. Sembra un parallelepipedo, una piramide mozzata.

Me li vedo i soldati arrivare, accucciarsi e abbeverarsi qui, per poi entrare, ognuno, nella sua camera o nel refettorio.

Guardate però cosa rimane delle cucine. Che scempio. Che peccato.

Il luogo nel quale mi trovo è grandissimo. Per vederle tutte, queste caserme, bisogna muoversi in macchina. Sono presenti in tutto il crinale della montagna.

Un tempo erano davvero un grande punto di riferimento per coloro che combattevano e, tutto, così come le siepi intorno alla cappella che ora vi mostrerò, era curato nei minimi particolari e tenuto come una gemma preziosa.

Guardate invece, nella zona dove i soldati cuochi preparavano da mangiare. Oggi hanno cercato di portare via anche le piastrelle e presumo che, tutto questo, la notte, sia rifugio oltre che per le bestie, anche per chi tana non ne ha. Tutto è spaccato e un tanfo di urina mi invade le narici. Il dispiacere mi pervade.

La cappella però… eccola. La sua visione mi fa di nuovo sorridere. Non è meravigliosa? E’ stupenda. Una piccolissima chiesetta che radunava in preghiera quei giovani che un tempo non desideravano altro che sopravvivere. Lei è ancora intatta. E’ come se di lei abbiano avuto rispetto. Con quei suoi colori grigio e crema, in alcuni punti, ricoperti dal muschio. Il paesino di Gavano è disegnato al suo interno come un affresco e, ogni pietra, con la quale è stata costruita è ancora lì. Guardate, vedete quegli arbusti accanto a lei? Ebbene, immaginateli lussureggianti e grandi e fioriti e sono ancora lì. Qualcuno, piccolo, ha resistito. Succhiando un pò di umidità boschiva è riuscito ad essere tutt’ora testimone di una vita a noi giovani fortunatamente sconosciuta.

E girarmi, guardarmi intorno, e vedere queste costruzioni, e pensare che qualche mattone e un pò di cemento sono stati messi dal padre di mio padre mi mette i brividi.

Non posso intrufolarmi all’interno. Tutto è pericolante e in possesso dei roveti. Tutto questo mi fa male. Perchè, dico io, non poterle sistemare? Non lasciare che questi anni, inerenti al nostro passato, vadano via, spariscano. Pare essere in un bosco stregato. L’uccello che sta ora emettendo quello strano suono, non poteva giungere più puntuale di così. Non lo si vede, nonostante la nudità degli alberi, ma è come se si percepisse il suo padroneggiare. “Questo posto è mio!” sembra dire.

E ditemi, avete mai visto tanta architettura in una sperduta caserma che mai scoprireste se non foste pratici del posto? Ancora obelischi. Ancora muretti e quadri in mattoni. Ancora significato. E i piccoli edifici, costruiti a L con tanto di terrazzino. Come a volersi trattare bene.

Il cielo bianco è una bellissima cornice ma i tetti distrutti, le grondaie penzolanti, le finestre spaccate, rubano il mio sguardo.

Mi giro e mi rigiro su me stessa, dietro le piante vuote altre case ricoperte come da una foschia. Sembrava non esserci nulla prima lì e ora, eccole spuntare una dopo l’altra. Ma quante sono? Tantissime. Perchè così numerose? In quanti erano quegli uomini? E dico, siamo qui, nella mia Valle, in un posticino poco trattato persino da internet. Perchè avevano bisogno di tutto questo spazio e tutti questi rifugi?

L’abbandono assoluto del luogo. Ci sono solo io e qualche essere piumato eppure, un tempo, questa era quasi una città.

Provo ad andare oltre ma, anche questa volta, devo fermarmi. Un altro tronco mi blocca il cammino. Scatto ancora due foto per lasciarvele nell’album, potrete vederle qui a destra, come sempre.

Me ne vado felice ma anche un pò dispiaciuta. Avrei preferito vedere più cura e più mantenimento a tanta importanza.

Vi aspetto per la prossima promenade però! Un saluto vostra Pigmy.

M.

Nenia d’altri tempi

Si topi. E’ stranissimo se ci pensiamo. Oggi, i nostri topini, quando giocano tra di loro o quando ci chiedono di cantar loro una canzoncina, vengono intonate sempre filastrocche che possano far loro vedere il mondo rosa o ricco di avventure.

Le nenie dei nostri nonni, invece, erano basate su quello che si viveva in quel momento ed è incredibile come la guerra poteva entrare così tanto nelle loro vite da diventare trama anche di giochi o ninne nanne.

Leggete questa che vi propongo, siamo a metà degli anni ’40 e i piccoli si divertivano così:

San Martin sauta a cavallu, giia a corda u gh’è u gallu

e lu gallu fa giancu l’oevu, giia a corda u gh’è u mundu noevu

mundu noevu chi batte e chi serra, giia a corda ca gh’è a tamberra

a tamberra d’in pessu de baccu, giia a corda u gh’è lu gattu

e lu gattu u grafigna tutti, giia a corda ghe sun i mutti

e li mutti nu san parlà, giia a corda u gh’è lu mà

e lu mà u fa giancu u pesciu, giia a corda u gh’è u tedescu

u tedescu ga l’arma in man, giia a corda u gh’è lu can

e lu can rusgia e osse, giia a corda a gh’è a picosse

e e picosse i sciappa e legne, giia a corda ghe sun e penne

e le penne i serve pe’ scrivve, giia a corda ghe sun e furmigue

e furmigue i fan a tana, giia a corda a gh’è a campana

a campana a sonna forte, giia a corda a gh’è la morte

e la morte se pia e gente, giia a corda nu gh’è ciu niente.

Questa filastrocca, della quale ora vi scriverò la traduzione, la raccontava la Nonna Chiarina dopo aver vinto uno dei premi, ai tempi, più ambiti.

Nel 1934, Mussolini istituisce un concorso: chi aveva il terreno d’ulivi più bello, avrebbe vinto una pergamena, un certificato che dichiarava, come un diploma, che quello era l’uliveto migliore di tutta la zona. E, con il suo terreno, di 4.500 mq Nonna Chiarina, vinse.

Proprio in quel terreno, per tenere buoni i bambini, canticchiava loro questa nenia mentre loro, in cerchio, si alzavano e si abbassavano sulle loro gambe tenendosi per mano. Quel campo, era il loro parco giochi. Tenuto come un giardino e privo quindi di roveti, era il luogo ideale.

San Martino salta a cavallo, gira la corda c’è il gallo

e il gallo fa bianco l’uovo, gira la corda c’è il mondo nuovo

mondo nuovo chi batte chi chiude, gira la corda che c’è la lippa

la lippa di un pezzo di bastone, gira la corda c’è il gatto

e il gatto li graffia tutti, gira la corda ci sono i muti

e i muti non sanno parlare, gira la corda c’è il mare

e il mare fa bianco il pesce, gira la corda c’è il tedesco

e il tedesco ha l’arma in mano, gira la corda c’è il cane

e il cane rosicchia le ossa, gira la corda ci son le picozze

e le picozze spaccano la legna, gira la corda ci sono le penne

e le penne servono per scrivere, gira la corda ci sono le formiche

le formiche fanno la tana, gira la corda c’è la campana

la campana suona forte, gira la corda c’è la morte

e la morte si prende la gente, gira la corda non c’è più niente.

Una storiella basata, come potete leggere, sui tedeschi, la morte, la campana e il nulla che rimane.

Il niente come il niente che lasciavano le bombe.

E queste persone, oggi anziane, dopo che ti ripetono per filo e per segno le parole di queste canzoni, ti guardano e ti dicono – Eh, ma i l’ea beli tempi, na cumme aù – ossia – Eh, ma erano bei tempi, non come adesso -.

Pensate un pò! Vi regalerò una rima anch’io: una strittolatina dalla vostra Pigmyna!

M.