Pigmy, il Naan, il Padre Nostro e Maga Gemma

Buongiorno Topi, devo assolutamente raccontarvi la mia giornata di ieri perché è stata contrassegnata da diverse emozioni dal mattino alla sera. Non ci crederete, ma ho avuto a pranzo un’ospite veramente di riguardo, di quelli che ben poche volte s’incontrano sotto questi Castagni. Tenetevi forte!

E’ venuta a trovarmi al Mulino nientepopodimenoche… Gemma, la più grande e potente Maga dei boschi che io abbia mai conosciuto. Solo il suo nome la dice lunga su quanto siano preziosi la sua essenza e il suo sapere. Maga Gemma, infatti, mi ha sempre insegnato molto nonostante mi metta un po’ di soggezione con quel suo modo di fare austero e severo, ma so che è molto buona e che la sua essenza è pura e devota a Madre Terra, proprio come la mia.

Insomma, per un’ospite così importante, dovevo cucinare qualcosa che fosse all’altezza e ho deciso di accompagnare le Noci tostate e una macedonia di Mirtilli selvatici a un’ottima marmellata di Sambuco e… al Naan.

Oh, sento già che vi state chiedendo che cosa caspiterina sia questo Naan, per cui ve lo spiego subito. La ricetta mi è stata tramandata da un lontano topo-parente che ho in India, il quale è considerato, nella città di Deshnoke, la reincarnazione di un Sadhu, un Santo della religione Indù. Certo! Mica come qui che, a noi topi, ci cacciano via dalle città! Comunque, grazie a Giuliva, la mia amica Oca, che ha volato per un mucchio di chilometri, ho ricevuto in dono questa preziosa ricetta che condivido con voi dopo averla rivisitata e personalizzata.

Innanzi tutto devo dirvi che il Naan è un cibo nutriente, salutare, ma anche molto semplice da preparare e davvero goloso. Io mi diverto a farlo aggiungendo diversi sapori come lo Scalogno, la Verbena, l’Aglio, i Semi di Girasole e… con un po’ di fantasia, qualsiasi ingrediente andrà più che bene.

Quello che vi presento oggi è all’Origano (Origanum vulgare) e davvero ottimo.

Il Naan, conosciuto come un pane lievitato (in tanti usano il lievito di birra), è invece preparato da me completamente senza lievito, ma rimane ugualmente morbido e friabile e anche sufficientemente spesso da poter aprire a mo’ di panino e farcire come meglio si preferisce.

Con il termine Naan si intende, in tutta l’Asia Centrale e nel Medio Oriente, qualsiasi tipo di pane azzimo, ossia un pane al quale non occorra lievitazione. E’ molto diverso da quello che preparo di solito.

Con le dosi che vi scrivo in questo articolo, riuscirete a creare 8 panetti, più o meno del diametro di 12 cm circa, ma potrete farli anche più piccoli e più sottili e ottenerne 2 in più.

Gli ingredienti e la quantità sono i seguenti:

  • 300 gr di farina integrale
  • 250 gr di yogurt bianco magro
  • ½ cucchiaino da tè di bicarbonato
  • 1 filo d’olio extra vergine d’oliva
  • 3 pizzichi di sale
  • 1 manciata dell’ingrediente che avete scelto (in questo caso l’Origano).

L’Origano, dall’inconfondibile profumo fresco e aromatico, è un vero toccasana naturale, con proprietà antiinfiammatorie, antisettiche e antispasmodiche e ricco di vitamine, sali minerali, calcio e potassio.

Mescolate e impastate bene il tutto.

Se l’impasto dovesse risultare un po’ troppo asciutto, anche se vedrete che non sarà comunque molto morbido né appiccicoso, potrete aggiungere un goccio di latte a temperatura ambiente o tiepido. All’inverso, se troppo bagnato, aggiungete farina.

Una volta ottenuta una palla, dividetela in quattro parti e poi ognuna di queste parti ancora a metà, fino a ottenere, come vi dicevo prima, 8 pezzetti di pasta che trasformerete in palline.

Le palline verranno poi schiacciate con le zampe e le dita per assottigliarle e appiattirle, c’è anche chi usa il mattarello, ottenendo cerchi perfetti, ma io preferisco un risultato più rustico e meno preciso. E poco sottile, anche. Pure l’occhio vuole la sua parte, come in tutte le cose, e al mio piacciono le imperfezioni.

Mettiamo a scaldare sul fuoco una padella che dev’essere molto, molto, e ancora molto antiaderente, così, senza l’utilizzo di olio o altro, potrete cuocere i vostri Naan evitando che si attacchino. Il fuoco dovrà essere vivace e la padella, prima di essere utilizzata, dovrà essere bella calda.

Passatelo qualche minuto da una parte e qualche minuto dall’altra a fuoco sempre bello vivo, ma non al massimo, o rischiate di bruciare il vostro capolavoro. I miei si gonfiano un poco, ad alcune persone diventano proprio come dei palloncini che poi si sgonfiano una volta tolti dalla padella. La cottura dovrete controllarla da voi, perché dipende da vari fattori, soprattutto dallo spessore del Naan e dalla potenza del fuoco. Io, il primo, l’ho praticamente distrutto per guardarlo dentro, assaggiarlo e capire quando era pronto. All’incirca, comunque, occorreranno 4-5 minuti per ogni piadina. Ovviamente potete farli cuocere anche più dei miei, se vi piacciono più croccanti e  abbrustoliti, io, però, li gradisco morbidi e teneri.

Potrete farne quanti ne vorrete, conservarli è facilissimo. Basta metterli nel congelatore e, all’occorrenza, farli scongelare e riscaldare o nel microonde o sulla piastra elettrica. Anche in padella andrà benissimo. Rimarranno un po’ più croccanti fuori e soffici dentro. Se, invece, li lasciate diventare secchi nella credenza, potrete sempre consumarli nel latte, nel tè o nel caffè, o persino nella minestra, come dei crostini, sarà come intingere del pane e a me piace molto. Non si spreca nulla.

Il vero Naan, che non prevede l’aggiunta di un ulteriore sapore, è meno gustoso, seppur buonissimo, mentre con l’aggiunta dell’aroma che più preferite diventa davvero goloso da mangiare come una focaccia o un trancio di pizza e da dare anche ai topini per la merenda della scuola. Comodo e genuino, insomma.

Vi sto descrivendo la ricetta per fare quello che viene chiamato “Naan salato”, ma potete realizzarlo anche dolce mettendo lo zucchero (vi consiglio quello di canna) al posto del sale e cospargendo poi la vostra creazione di ulteriore zucchero, magari a velo, farcendolo poi con del cioccolato o della marmellata, del miele o del malto. Una squisitezza!

E lo ha dichiarato anche Maga Gemma, che mi ha raccontato una storia davvero molto curiosa proprio sul Pane.

Questo alimento è considerato da sempre il cibo più povero e più genuino di tutti. E’ anche quello più indispensabile, che accompagna i nostri piatti dai tempi più antichi e piace davvero a chiunque. Di tipi di pane ce ne sono migliaia ed è senza ombra di dubbio l’alimento più umile che si conosca.

«Pigmy, conosci quella che può essere considerata la preghiera più famosa per gli umani appartenenti alla religione cattolica?» mi ha chiesto Maga Gemma, sorseggiando un goccio di Mentolino di mia produzione una volta ultimato il pranzo.

Speravo non mi cogliesse impreparata: «Ehm…» ho risposto titubante «il Padre Nostro

«Esattamente! Dacci oggi il nostro pane quotidiano» fece lei.

«Si!» replicai con entusiasmo per essere riuscita bene nell’interrogazione.

«Parlando di Pane mi hai fatto venire in mente questa riflessione. Tu sai cosa significhi, in realtà, parlare di pane quotidiano in questa preghiera?»

Cavoli, ora le domande stavano prendendo una linea un po’ ostica e titubai. Cosa significa? Indicava, forse, la sussistenza che ci viene sempre offerta? O, forse, che grazie a lui possiamo sfamarci ogni giorno?

La Maga, che è proprio una Maga, si accorse della mia esitazione e, con dolcezza, si appropinquò a fornirmi le dovute spiegazioni.

«Vedi, Pigmy, in realtà, anche molti esseri umani credono che, parlando di Pane, s’intenda il cibo vero e proprio. Tuttavia, in realtà, nella preghiera si sta sottolineando una metafora molto importante. Innanzi tutto occorre sapere che, secondo alcune fonti, questa supplica venne insegnata da Gesù ai propri discepoli con l’intento di usarla come strumento per avvicinare gli uomini a Dio, al Padre, quindi all’Assoluto. Si tratta di un dono che spetta a ciascuno di noi, anche agli animaletti come te, e alle piante e a tutto il Creato. E’ un dono che possediamo dentro: il poter vivere in un continuo stato di entusiasmo, in connessione con il Divino. Si tratta di vivere nell’amore e nella gioia, ma, mentre per noi abitanti del bosco questo compito appare più facile e naturale, per la maggior parte degli esseri umani, alterati dalla frenetica società in cui vivono, tanto semplice non è.»

Wow! Ero già tutt’orecchi e la Maga, sorridendomi, continuò: «Il Pane della preghiera simboleggia le necessità che si percepiscono durante la vita, e, soprattutto, durante il presente, cioè nell’Adesso, in questo preciso momento. Ecco perché si parla di  quotidiano. Ciò significa ricevere la possibilità di soddisfacimento per tali bisogni e imparare a vivere anche senza di essi. Il Dio che risiede fondamentalmente in ognuno di noi non ha dei bisogni, non dovrebbe averne: egli vive e basta, godendosi la magia di questa grandissima e complessa avventura che è la vita. Ciò significa anche che, proprio nella quotidianità, non occorre pensare ai bisogni del passato, a ciò che poteva servire ieri o un anno fa. Sono tempi che non esistono più, per cui serve focalizzarsi solo sul presente, sul “Qui e Ora”, e solo in quel momento si può vivere la meravigliosa sensazione e comprensione che, in quel preciso istante, non si ha esigenza di niente. Tutto è perfetto, in connessione con l’Energia Universale. Tutto esiste e vive.»

Ero completamente rapita da quelle parole. Non avrei mai immaginato che, preparando una ricetta tanto semplice, avrei potuto ottenere in cambio tanta saggezza.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano… quindi, se ho capito bene, significa rivolgersi all’Energia Universale chiedendole di regalarci la capacità di entrare, essere e rimanere in presenza, nel nostro Sé Superiore. Significa possedere tutto, insomma, in quella dimensione nella quale possiamo vivere per quello che siamo realmente e non soltanto come dei corpi con una ragione. Giusto?»

«Proprio così Pigmy, brava!»

«Significa anche dover recitare tale preghiera con la consapevolezza che hai offerto tu, al fine di poter ottenere davvero ciò che si chiede?»

«Naturalmente. Le preghiere non sono recite inutili, inventate a casaccio, tanto per dare fiato alle trombe. Hanno da sempre un loro scopo ben preciso e che l’Universo ascolta. Non importa a quale religione apparteiamo, o se si crede o meno in un Dio. Quello che è basilare è l’intento della richiesta, perché l’Energia del Cosmo ascolta e risponde, riflettendo esattamente quello che noi emaniamo. Ma questo è un discorso molto lungo e importante, Topina, che dovremmo affrontare in un secondo momento. Per ora accontentati di quello che ti ho spiegato oggi e, se ti capita di incontrare qualche umano, riferisci ciò che hai imparato. E’ importante.»

Ero felice di aver soddisfatto la Maga, tengo molto al suo giudizio. Qui nel bosco è considerata un essere di grande saggezza ed è amica delle Fate e dei corpi sottili che ci svolazzano attorno ogni dì e che presto vi farò conoscere. Io sono davvero felice, non vedo l’ora di preparare qualche altro piatto goloso per invitare di nuovo Maga Gemma da me e affrontare con lei altre illuminanti questioni.

Nel frattempo, non mi rimane altro che augurarvi buon appetito, Topi, e vi do appuntamento alla prossima squisita e salutare ricetta! Squit!

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Panax Ginseng

Si, questo è il vero nome del Ginseng, ovvero la panacea, il rimedio a tutti i mali.

“Jen-Sen” uguale a “Pianta-Uomo”.

Solo questo nome ci fa capire come questa pianta, perenne, dei paesi orientali, sia anche per noi indispensabile. Però… perchè ne parlo se non è una pianta che nasce spontanea nella Valle Argentina? Semplice, ve lo dico subito: è il gioco preferito di Miele! Lo vedete? Ve lo ricordate il gattino abbandonato e raccolto come un fiore dalla mia amica? Anche questa cosa dovrebbe farvi capire che questa pianta piace davvero a tutti! Nessuno escluso!

E’ infatti un ottimo tonico, stimolante ed eutrofico, nonché, per le amiche topine, anche rassodante.

Se vogliamo soffermarci un attimo sull’estetica, posso confidarvi che è molto utile per le pelli senescenti, distrofiche, arrossate e tendenti alla fragilità vasale. I suoi fitoestrogeni, inoltre, dotati di grande capacità nello stimolare i fibroblasti ed incrementare la produzione di collagene, rimodellano il tessuto combattendone il rilassamento e, il Ginseng, previene la cellulite per la sua azione antiessudativa.

Ma topini maschi, il Ginseng, può essere usato anche da voi. Se assunto sottoforma di capsula ad esempio, o di tisana, che è buonissimo, vi darà un’energia incredibile! Una vitalità come mai avete avuto prima! Attenzione infatti ad assumerlo nel tardo pomeriggio o faticherete a dormire!

Zuccheri, saponine e mucillagini sono i suoi componenti principali.

E’ capace d’interagire con i processi fisiologici del nostro corpo e risulta infatti rivitalizzante per tutto l’organismo, pelle compresa. Antiossidante, contro i radicali liberi, migliora anche il microcircolo sottoepidermico.

Grande calmante contro le congestioni. Il Ginseng lo si può trovare anche come bonsai e si dice che coltivare bonsai voglia dire – fare arte -, in quanto queste piante in miniatura sono definite vere sculture.

Gli orientali vedono, nel bonsai del Ginseng, diverse forme a seconda della sua nascita, della sua crescita e della sua ramificazione. La forma di un uomo, di un animale, di una nuvola e così via. Lo stimano moltissimo.

Pensate che invece in India, si crede addirittura che, chi ha la fortuna di avere questa pianta spontanea vicina a casa, sia protetto dagli Dei. In oriente è una pianta sacra. Un regalo di gran pregio che l’Universo ha voluto fare all’essere umano.

Con la sua radice, in medicina e in erboristeria, si producono tantissimi rimedi per differenti malesseri e se ne tirano fuori anche ottimi liquori, freschi e adatti anche come ingredienti per dolci particolari.

Questa pianta, che fa parte della famiglia delle araliacee, compare persino nel primo e più antico trattato di medicina cinese. Bellissimo, scritto in suo onore, è il libro di Michail Prisvin intitolato “Ginseng”, dove un giovane chimico abbandona la Russia e si lascia guidare da un vecchio rugoso cinese alla conquista della Montagna di Nebbia, per trovare il “proprio Ginseng”. La radice della vita. Una metafora che vi porterà in un’entusiasmante avventura.

– L’essenza che se ne trae -, questo vuole farvi capire il significato del suo nome. Pianta meravigliosa dai curvi rami chiari tondeggianti e il fiore giallo splendente. E il suo profumo, così inebriante. Ne fanno anche tanti incensi.

Ecco, non è una pianta che nasce spontanea nella mia Valle, ma queste cose, utili a tutti, magari vi sono piaciute. E sono sicura che Miele, me ne è riconoscente, ora sa, da dove gli arriva tutta quella energia!

Un abbraccio a tutti!

M.

Incompresa Edera

Oggi topini vi porto a conoscere meglio una mia amica. La mia amica è una pianta e si chiama Edera.

So che tanti di voi in questo momento staranno dicendo – Bleah! L’Edera… che banalità, e che pianta fastidiosa! Infestante! -. Oh! Topi cari, e si sbagliaste a pensare così? Lasciatemi spiegare.

Innanzi tutto, lo sapete che di Edera, come anche di altre piante, c’è il maschio e la femmina? Ebbene, per chi ancora non lo sapesse posso dire che la foglia maschio è quella dalla forma più triangolare, mentre la femmina ha la classica foglia a forma di cuore. Ecco! E già vi vedo a pensare qual’è la marrana o il marrano che si stà arrampicando sul muretto di casa vostra senza lasciarvi tregua. Ma cari, siete voi (no, non voi topini, ma voi esseri umani) che l’avete voluta! Scusate eh? Per “abbellire” le dimore, ma dovete prendervi il bello e il brutto di lei. Quella cresce, non sente ragioni!

Mi sto ovviamente rivolgendo a chi ne parla male senza ragionare che l’Edera non è certo una pianta da città. E si, è l’uomo che la sfruttata per decorare il proprio territorio, ma questa fantastica pianta in realtà, secondo me, ha un compito ben preciso che non è quello di rispondere all’estetica di chi non sa nemmeno poi come mantenerla. Credetemi, ho sentito davvero tante lamentele su di lei e un pò mi spiace.

Ma torniamo al suo “mestiere”. Ebbene, non ci crederete ma stiamo parlando di una delle piante più importanti in natura! E’ la pianta per eccellenza della vita! Dell’amore trascendentale. E’ una pianta terapeuta, è anche il Pronto Soccorso del bosco! No, non mi sono ammattita. Statemi a sentire e rispondete.

In un habitat perfetto come è il bosco, o la foresta, voi tutti sapete che l’Edera è ovunque giusto? Sbagliato. Osservate bene. E’ davvero ovunque? No. Se riuscite a guardare e osservare attentamente quanto è fantastica la natura, noterete che le piante sane, robuste, giovani e piene di vigore non hanno l’Edera attaccata a sé. Controllate, quando vedete un albero che pare soffocare dall’Edera che ha aggrappata a sé, che tipo di albero è. Cercate di ricordare se, per qualsiasi ragione, quell’albero ha potuto soffrire, ad esempio per un freddo troppo intenso, controllate anche il suolo nel quale è piantato. Vi accorgerete che, quella pianta, sta in realtà soffrendo, per un motivo o per l’altro. Sta soffrendo perchè è secca, è malata, è malnutrita, oppure le sue radici hanno subito un trauma dovuto ad uno smottamento del terreno. Ecco in questo caso giungere l’Edera e circondare sempre di più quell’albero sofferente, sempre di più. Perchè? Perchè vuole salvarla. Vuole sostenerla. Le sta dicendo, “Non ti preoccupare ci sono io a tenerti su!“. Non vi sembra?

Ora lasciamo perdere quella coltivata. Io parlo di funzione naturale. Di come si muove la natura senza la presenza o il volere dell’uomo.

E lo sapete cosa fa l’Edera una volta finito il suo compito? Si lascia morire. Il suo lavoro è terminato. Così come è arrivata, con altrettanto silenzio, se ne va.

Si topi, è così che funziona. Non è meraviglioso? State ancora detestando questa pianta come prima ora che sapete per che cosa vive? Ora che conoscete meglio la sua missione? Il suo unico scopo?

Vi dirò di più. A circondare l’albero che sta poco bene è solitamente l’Edera maschio. Pensate, così come accade anche nella stragrande maggioranza degli esseri viventi, colui che fa, che agisce è il maschio. La femmina è quella che pensa, che ragiona, che studia. Il braccio e la mente insomma. L’unione perfetta per salvaguardare un ambiente perfetto come il bosco. Molto più semplici degli umani, meno complicati, compiono solo il loro dovere.

E poi c’è un’altra cosa che devo dirvi. Avete presente quelle colonnine che si trovano solitamente nei sentieri montani con dentro le statuette della Madonna? Nella mia Valle, come sapete, ce ne sono tantissime. Ebbene non si sa ne’ il come, ne’ il perchè ma l’Edera che si arrampica su queste cappellette non ricopre la statua della Vergine. A volte, guardandole, mi è venuto da chiedermi “ma chi è che si prende il disturbo di venir fin qua a tagliare l’Edera che va davanti alla Madonnina lasciando quella intorno all’edicola?“. E invece no. Non la taglia nessuno, è la stessa pianta che non va sulla figura. A ciò, pare non esserci nessuna spiegazione scientifica. Mistero della natura, dell’Universo. Semplicemente uno dei tanti. Ma fateci caso, è proprio così.

L’Edera, che avvolge ogni cosa, persino le rocce che stanno per franare, non si permette di andare dove non deve. Trattiene le pietre ma non manca di rispetto a nulla. Non mi è mai capitato di vedere la Vergine Maria soffocata e aggrovigliata da un ciuffo di questo rampicante.

Detto questo, direi che dobbiamo davvero fare un inchino di ringraziamento all’Edera. Lei che se ne sta lì, nell’ombra e nell’umidità, pronta a salvare chi ne ha bisogno.

Lei che, come dice la leggenda, ha protetto Dioniso: Zeus, con una saetta, diede fuoco al corpo della madre di Dioniso e, l’Edera, sopraggiunse ad avvolgere quella donna in fiamme per difendere dal rogo il suo piccolo. Un piccolo bambino che divenne il Dio dell’innocenza, della spensieratezza, dell’amore ed è rappresentato sempre da un ramoscello di Edera. Prima di divenire Dio dell’estasi e del vino era infatti considerato “la linfa che scorre nelle piante”.

In India, l’Edera, è considerata il simbolo della concupiscenza, in Oriente dell’immortalità, in Europa della passione… lo diceva anche Nilla Pizzi e grazie al suo essere sempreverde è, perchè no, anche una pianta davvero simpatica.

Allora topini, cosa ne dite? Vi piace un pò di più questa pianta? Siete riusciti ad andare oltre a quello che solitamente rappresenta, per i più cittadini, ciò che siamo abituati a vedere di lei? Spero di si e ci sarebbero altre mille e mille cose da dire a suo proposito, perchè credetemi, ogni essere vivente, come anche una semplice pianta, è un mondo a sé. Ha un’intelligenza, uno spirito di adattamento, uno scopo ma soprattutto ha una vita.

Vi avvinghio calorosamente, la vostra Pigmy.

M.