Saliamo sulla vetta del Toraggio

Per arrivare in cima al Monte Toraggio, 1972 mt, si può partire da diverse zone.

Esso infatti si trova tra due Stati, Italia e Francia, e tra le valli Nervia e Roja pur essendo simbolo amico degli abitanti della Valle Argentina che possono ben vederlo, ogni giorno, stagliato contro il cielo dell’Alta Valle e vivendoci attorno.

Io sono partita da Colle Melosa, dove un Camoscio mi ha subito salutata di buon mattino (non l’unico quel giorno), ho attraversato le pendici del Monte Pietravecchia, ho raggiunto il Passo di Fonte della Dragurina e sono arrivata al Toraggio. Proprio in cima.

Su quella punta chiamata “naso” perché, il Toraggio, visto dalla mia Valle, appare come il volto di profilo di un uomo addormentato. Il Gigante che dorme.

Alcuni o chiamano il “Napoleone che dorme” o il “Garibaldi che dorme” (vedendoci anche la barba lungo le falesie orientali del monte protagonista e questo perché, assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, forma il corpo (fino alla cinta) di una figura maschile, con tanto di mano appoggiata sul petto.

Quando si è lassù ci si sente più in alto del mondo e, di quel mondo, se ne vedono tantissimi pezzi che sembrano infiniti.

Della Liguria, terra nella quale siamo, si vedono i paesi dell’entroterra di Ponente, fino ad arrivare con lo sguardo al mare. E poi altri monti e creste e falesie.

Sono partita da un ambiente verdeggiante e c’era persino la nebbia, quel mattino, ad accompagnarmi.

Una nebbia che, prima di andar via, si è trasformata in acquazzone e sono stata costretta a ripararmi sotto ad una roccia che formava una piccola grotta intima e affascinante.

La natura, qui, mostra tutti i suoi caratteri da quello più morbido e dolce a quello più aspro e selvaggio che incontrerò avvicinandomi all’arrivo.

Ma anche attraverso il clima palesa tutte le sue qualità.

Sto percorrendo un sentiero fresco che mi permette di vedere l’ampiezza della vallata, molta flora, pascoli e persino qualche regalino lasciato da chi è passato prima di me.

Queste pietre disegnate si trovano spesso nella mia Valle come una specie di riferimento.

I Gracchi Alpini e qualche uccellino solitario mi tengono compagnia con il loro verso e il solo svolazzare. A volte spiccano il volo alla ricerca di cibo, altre volte giocano con il vento che, adesso, sta portando via tutte le nuvole.

Sul Toraggio, invece, sono minuscole e rare le zone d’ombra date unicamente da qualche solitario Ontano o un arbusto di Rosa Canina.

Il sole ora è cocente e risplende sulle rocce bianche e solide che vanno a comporre la sua punta frastagliata.

Il paesaggio è più duro e asciutto rispetto ai primi km percorsi in questo tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri (complesso tracciato di oltre 80 km) dove il bosco rendeva tutto più umido e verde.

Fonte della Dragurina permette un po’ di frescura. In questo periodo di acqua ne produce poca e non è conveniente berla ma risulta utile per chi vuole darsi una rinfrescata bagnandosi le braccia o i capelli.

Vi consiglio vivamente di portarvi parecchia acqua da bere se volete intraprendere questa escursione.

Arrivati a questa sorgente si capisce che manca poco per giungere in cima alla meta ambita. Dopo poco infatti, dove alcuni sentieri si incrociano in uno spazio aperto di prato ecco la scritta che indica l’arrivo.

Si guarda in su e si può vedere la vetta attenderci. Quelle rocce così alte sembrano messe una sopra l’altra e la loro austerità è limata da un paesaggio che ricorda il cartone animato di Heidy. Fiori, farfalle, erba, spighe…

L’ultimo pezzo di salita, anche se breve, è da fare a quattro zampe arrampicandosi tra quei massi che lasciano poco spazio alla sosta. Alcuni punti possono intimorire. Non ci sono protezioni e i punti in cui si appoggiano le zampe sono così sottili da non permettere al corpo di incurvarsi o rilassarsi.

Chi non se la sente, per paura del vuoto o dell’altezza, può fermarsi più in basso godendo comunque di un panorama mozzafiato. Chi invece riesce a salire sul punto più alto rimane davvero strabiliato dal creato che si mostra ai suoi occhi a 360°.

Qui, una Madonnina bianca e azzurra sotto ad una croce, simboli della vetta, aspetta gli escursionisti più impavidi ed è già pronta a rimanere immortalata su tante foto che contraddistinguono la frase – Ce l’ho fatta! -.

È facile essere stanchi dopo aver percorso circa 8 km su pietre, salite e discese toccando anche il Sentiero degli Alpini per diversi tratti, per cui, occorre non esagerare e non sforzare troppo il proprio fisico soprattutto se siete topi che semplicemente si fanno una camminata la domenica. Vi consiglio quindi di riposarvi un po’ prima della discesa perché vi serviranno di nuovo tenacia, stabilità ed equilibrio.

È infatti un sentiero definito EEF (Escursionista Esperto Facile). Significa facile per un escursionista esperto ma più arduo per chi esperto non lo è. Sconsigliato ai piccoli topini.

Tanto non dovete preoccuparvi. A stare fermi lì non ci si annoia di certo. Già vi vedo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata ad ammirare quello splendore.

Durante la salita non serve correre. Godetevi quei momenti e quella meraviglia. La natura è incantevole. Gigli, Cicuta, Ginestra, Vedovine, Fiordalisi alpini, Campanule e molti altri fiori si mischiano al verde chiaro e brillante dell’erba sottile che spicca a ciuffi.

In alcuni tratti di prato le Ortiche, le Roselline e i Cardi selvatici possono pungere le gambe ma nulla di drammatico.

In mezzo a tutti quei colori si innalzano molti profumi che penetrano le narici in modo deciso e anche tanti insetti vivaci e curiosi come le Cicale e le Farfalle, un’infinità di farfalle, che non hanno paura a venir vicino e stare un po’ assieme. Certi insetti invece sono davvero singolari. Mostrano colori o disegni geometrici sul loro esoscheletro che io non ho mai visto.

La pace è indiscussa soprattutto se ci si allontana leggermente dalla Madonnina (spesso circondata da parecchie persone) e si sceglie un anfratto tra gli scogli chiari per riposare o mangiare.

Siamo in alto e può capitare che la nebbia o le nuvole vengono a far visita come ho detto prima. Non temete potrebbero sparire nel giro di mezz’ora, a quelle altezze capita, e lasciare il posto nuovamente al sole, così caldo da obbligarvi all’uso del cappello e della crema solare.

L’appagamento è totale soprattutto se è un monte al quale siete affezionati come me.

Averlo sempre visto da fondo Valle e ora esserci sopra e poter guardare cosa osserva lui ogni giorno è indescrivibile. Fa uno strano ma piacevole effetto e, sicuramente, da oggi, ogni volta che lo vedrò stagliarsi nel panorama dei miei monti, in tutta la sua austera bellezza, lo guarderò con occhi diversi.

Il Toraggio è come un Re e appartiene alla Catena del Saccarello un importante insieme delle Alpi Liguri. La sua imponenza regna nei nostri cuori.

Quando si è lassù si può lasciare il proprio ricordo su un quaderno messo a disposizione che si trova all’interno di un contenitore tubolare plastificato. Si tratta di un quaderno pieno di scritte, nomi e pensieri. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo e avere altre pagine bianche per permettere ai futuri viandanti di lasciare la loro impronta. Quello che c’è oggi non ha più spazio ed è una cosa molto carina a mio parere. Ovviamente anch’io ho lasciato il mio messaggio e che si sappia che la Topina della Valle Argentina è giunta fin quassù.

Per ora ho finito e prima di scendere da qui rosicchio qualcosa. Mi raccomando, aspettatemi per la discesa, devo raccontarvi anche come si scende da qui e spiegarvi il percorso di ritorno, quindi, continuate a seguirmi.

Vi mando un bacio purissimo da una vetta altissima, alla prossima!

L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

La forza dell’acqua

Un giorno di questi, me ne stavo tranquillamente con le zampe a mollo sulle rive del torrente. Mi succede spesso nella stagione estiva, perché mi piace vedere l’acqua che scorre e fa scivolare via con sé tutti i pensieri.

bosco torrente Molini di Triora

Anche se sono una bestiolina, qualche volta capita anche a me di intristirmi un po’ o di avere qualche preoccupazione per la testa e quel giorno il mio stato d’animo non mi faceva sorridere con la stessa enfasi di sempre. Allora sono andata lì, sull’Argentina, che sempre mi accoglie con il suo fresco e sinuoso abbraccio.

Mi sono seduta su un masso e ho lasciato le zampe a penzolare giù, nell’acqua.

torrente Argentina Badalucco1

In quel momento mi è venuto da pensare che niente aveva più importanza davanti alla bellezza della Natura che mi circondava. Tutto era perfetto intorno a me, non poteva essere altrimenti.

Il vento tra le foglie degli ontani, le fronde dei noci, le tenere nocciole non ancora mature sugli alberi, una timida rana nascosta nell’ombra… tutto parlava, tutto aveva una voce…

«La Vita scorre in ogni cosa, topina.» ha detto una voce che si trovava al contempo dentro e fuori di me. La riconoscerei tra mille.

«Spirito della Valle, sono contenta di averti qui con me, oggi.»

«Io sono sempre con te, dovresti saperlo, ormai. Come mai non percepisco i tuoi occhi brillare? Cos’hai, piccola creatura?»

«Non ti sfugge niente, eh? Nulla, a dire il vero. Solo qualche pensiero.»

«Lascialo andare, allora. Non trattenerlo. E ascolta il battito che ti circonda, sentilo dentro di te e intorno al tuo corpicino. Pervade tutto: puoi percepirlo?»

torrente acqua

Non ho risposto subito alla sua domanda. Seduta lì, sulle rive del torrente freddo come il ghiaccio, mi sono messa in ascolto. Lo scroscio dell’acqua era un balsamo per l’anima, e il verde… oh, già solo quello bastava a ritrovare la serenità che si era incrinata in me. Non c’erano più le preoccupazioni, il muso mi si è disteso in un sorriso autentico, vero. Respiravo a pieni polmoni e riuscivo a sentire scorrere intorno a me la Vita, come già mi era successo altre volte. Gli occhi e il cuore si sono riempiti di tanta bellezza, avrei voluto affogarvi.

«Sì, Spirito della Valle. Lo percepisco!» e, detto questo, mi sono bagnata anche le zampe anteriori, rinfrescandole con l’acqua limpida e cristallina del fiume. Si sono intorpidite all’istante, come quando si tocca la neve in inverno.

«Ah, l’acqua! Che elemento potente e meraviglioso… Racconta storie interessanti, sai?»

acqua torrente

In quello stesso istante, è accaduto qualcosa di incredibile. Vedevo scorrere immagini in trasparenza sul pelo dell’acqua, veloci e sfuggenti. Potevo vedere l’intero ciclo di quelle gocce, finite in mare, poi evaporate nel cielo e infine precipitate sulla terra sottoforma di pioggia. Scorgevo anche i luoghi che quell’acqua aveva attraversato, traendone in sé le caratteristiche fisiche, chimiche ed energetiche. Ma c’era di più. Vedevo riflesse nel torrente immagini dei topi di un tempo che amavano recarsi alle sorgenti, considerate luoghi sacri poiché in essi sgorgava acqua limpida e pura, fonte primaria di vita. Sono rimasta sbalordita da ciò che stavo osservando.

«Spirito della Valle… le cose che vedo sono accadute davvero?»

«Sì, molto tempo fa. Lascia scorrere insieme all’acqua tutto quello che non ti appartiene: lei sa sempre guarire le ferite dell’anima. Dona forza, vigore…»

«E’ potente, sì, lo sento! Porta con sé gioia di vivere. Per questo vengo spesso qui.»

«E fai bene, topina. Fai bene. Non ti serve nient’altro: qui hai tutto quello di cui hai bisogno. Chiedi agli alberi, ai fili d’erba, all’acqua e alle montagne ciò che vuoi, loro ti ascolteranno e ti guideranno.»

torrente nel bosco

Detto questo, una folata di vento si è portata via la voce dello Spirito della Valle, lasciandomi sola.

Le foglie sui rami degli alberi che avevo intorno cadevano al suolo a formare un manto morbido e fertile. Alcune precipitavano in acqua, trasportate dalla corrente. Il terreno era nero, succulento, preparato da quelle stesse foglie che fino a poco tempo prima erano sui rami più alti e che ora erano mangiate da insetti, trasformate da microrganismi e avrebbero portato nuova vita. Su quegli stessi alberi, che affondavano le radici non nella terra, ma nell’acqua, esistevano città brulicanti di insetti operosi. E poi, più su, il cielo sfiorato da dita nodose colore del legno che sembravano voler afferrare scampoli di azzurro e fiocchi di nuvole per portarli un po’ qui, sulla Terra.

Ancora una volta lo Spirito della Valle si dimostrava essere in ogni cosa. Potevo sentirlo nei cicli dell’acqua e della vita degli alberi intorno a me. Non ne udivo la voce, ma lo percepivo nel profondo, permeava ogni mia cellula. E averlo in me, in nessun luogo, eppure dappertutto, mi rendeva gioiosa e profondamente grata.

acqua torrente2

Topi, la gioia, quando la trovate, indossatela come un vestito sempre nuovo. Tiratela fuori dal cassetto nella quale l’avete relegata, riempitevi gli occhi dei suoi colori e mettetevela addosso, ricordandovela, cucendovela sulla pelle per non toglierla mai più. Credetemi, ne vale la pena!

Squit!

Brilla, brilla la Rugiada

Oggi è brina. Bianchi cristalli sulle singole foglie. Il pianto della notte adagiato sui colori che brillano. IMAG3838La rugiada, che bagna, che rinfresca, che rimane fino alle ore più calde del mattino. Che disseta i piccoli insetti, ne tocca le antenne.

Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
e l’erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

(T.Tasso)

La IMAG3840rugiada, che si ghiaccia, che disegna ragnatele, umori, sensazioni. Vapore acqueo di atmosfera. La rugiada che fa bene alle piante, che dona loro il giusto senso di umidità.

La rugiada si posa su tutta la mia Valle, sugli ulivi madreperlati, i denti di leone, appesantisce i soffioni, rinfresca, e quando s’innalza, bagna le ciglia.

Brilla la IMAG3843rugiada come un prezioso diamante e le foglie, sembrano arricchite di pietre trasparenti e barlumi di luci colorate. Gocce che riflettono sul mondo le tinte pastello dell’arcobaleno. Che vibrano, tremano, lievemente mosse dall’aria. Gocce fredde che si asciugano con l’innalzarsi del sole.

Rugiada che racconta del suo viaggio notturno, il suo arrivo all’aurora e la stasi dolce su petali e rami. Rugiada frutto di nebbia IMAG3845raccolta nella conca di un fiore o che equilibrista rimane su steli sottili mossi dal tempo. E’ la rugiada che annuncia la vita col suo bisbigliare. Sembra tartagliare, sembra ridere e tremare.

Il suo chiaro luccichio, come una coperta di morbidi batuffoli ricopre il palpitio della vita sottostante. E ricopre ogni cosa.

Rugiada che respiri a tempo, con il ritmo delle stagioni, con il ritmo della vita che in un soffio di fiato ti porta via. E sei tu che bagni campagne e boschi, solo al destarsi tu passi e ti offuschi, svanisci ed evapori, dentro nel cielo.

Gocce di luce, nessuna è uguale all’altra; goccia che provi a tenerti con forza per poi lasciarti andare ridendo, in uno scivolare senza fine. Quanto mondo c’è dentro una sola IMAG3850goccia di rugiada?

Ringrazio per le belle foto Niky, che tutte le mattine si sveglia e tutto sberluccicare attorno a lei. Tutto è fresco e bagnato. Vi prego di non guardare la mia punteggiatura; non era mia intenzione imitare il poeta Tasso, solo accennare i suoi splendidi versi a inizio post, dopodichè, far lavorar la fantasia!

Un abbraccio a tutti voi topini, vi aspetto per il prossimo articolo.

M.

Come creare un habitat per i Pipistrelli

Questo esperimento è da rimandare a quando farà più caldo, ovviamente, ma voglio riportarvelo lo stesso. Siete pronti, topi, a ospitare i vostri cugini alati? Ovviamente no, lo sapevo. E’ per questo che vi preparo fin da ora; almeno l’estate prossima, quando verranno i parenti a trovarvi, sarete preparati a ospitarli.

Per aiutarvi a realizzare “Il giardino dei Chirotteri” mi farò aiutare dal bravissimo ricercatore e fotografo naturalistico Sergio Abram.

Se desideriamo attirare i nostri amici Pipistrelli, sarà necessario allestire il nostro ambiente esterno in modo molto equilibrato per ricreare grandi diversità biologiche e di microambienti. I Pipistrelli amano la presenza dell’acqua, nei cui pressi danno la caccia a molte specie d’insetti anche acquatici e, dalla cui superficie, prelevano in volo, abbassando il capo, alcune gocce con cui si dissetano. Quindi, se desideriamo attirare i Chirotteri offrendo loro un ambiente confortevole, allestiamo un giardino ben strutturato con:

  • Uno o più stagni di dimensione diverse (anche molto contenute), che attirino una molteciplità d’insetti e che permettano ai piccoli mammiferi volanti di dissetarsi. Tra l’altro, se siete inguaribili amanti degli animali, potreste addottare delle splendide Carpe Koi, i pesciolini sacri in Oriente, da tenere nel vostro giardino. Non daranno fastidio ai nostri amici Pippi.
  • Uno o più muri a secco, che accolgano piante e animali di ogni tipo e con qualche buco, tra una pietra e l’altra, a fungere da nascondiglio a tutti quanti.
  • Siepi costituite da essenze arbustive e arboreee, che favoriscano un’elevata biodiversità vegetale e animale.
  • Aiuole con una grande varietà di piante fiorifere.
  • Una porzione riservata al prato con decine di specie di fiori. Attenzione: i fiori devono essere polliniferi e rimanere aperti anche durante la notte.
  • Un angolo in cui si attui il compostaggio dei rifiuti organici, nei cui pressi, gli animali invertebrati, graditi a Pipistrelli e uccelli, si aggirano anche con avverse condizioni meteorologiche. Non serve avere una discarica, sia chiaro!
  • Appositi nidi artificiali (molti!) di tipi diversi.

La dieta dei Pipistrelli è costituita da decine di specie d’insetti, tra cui farfalline notturne come le falene, i cui bruchi vivono nutrendosi delle foglie delle piante, per cui una ricca varietà vegetale favorisce l’esistenza di molti insetti, la cui presenza attira un gran numero di Chinotteri, nonchè uccelli e altri animali. Indispensabili al fine di permettere ai Chinotteri di134-4-lrg[1] soggiornare nel vostro giardino, ma anche di riprodursi e di svernare, sono appositi nidi di forme diverse, in modo da offrire ad ogni specie il sito più idoneo. Cassette-nido, che potrete costruire anche voi con legno o compensato, argilla e cemento o prenderla addirittura  già pronta dalla ditta Schwegler che, per le loro caratteristiche e la molteciplità di tipologie, sono sempre le più accettate e abitate in ogni ambiente. Per la sera, adottate lampade dalla calda luce gialla, che attirano le piccole farfalline, alimento prelibato dei piccoli Pipistrelli.

Penso proprio di avervi detto tutto. Ovviamente per la lista delle piante più utili potete domandare a me, ma se usate gli alberi da frutto potete stare sicuri di non sbagliare. Vanno bene anche Ontano, Rosa, Viburno, Salice, Gelsomino, Melissa, Menta, Origano, Salvia, Violaciocca… insomma, piante molto comuni, no?

Non dimenticate mai una buona dose di fantasia per l’allestimento, un ambiente poco inquinato e tanti sorrisi. Agli animaletti e alla natura in generale piace l’energia positiva di un ambiente “sano”. Un bacione a tutti!

foto presa da www.naturalgarden.it

M.

Cucciolo di Geco

Questo, topi, è un post alla Piero Angela e lo dico senza modestia alcuna. Secondo me la troupe di Super Quark può invidiarci tranquillamente e, questa volta, il merito va alla mia amica Nikon che ha immortalato qualcosa di veramente unico: un Geco appena uscito dal suo ovetto. Che piccolo! Penso che una cosa così possa far tenerezza a chiunque. Ma andiamo con ordine.

In campagna è molto facile trovare uova che non si sa a chi possano appartenere. Purtroppo, a volte vengono abbandonate e, raffreddandosi troppo, non ne nasce più nulla. Altre invece, sono quasi in procinto di rompersi, o meglio, di essere rotte. Da chi? In questo caso dal nostro amico Geco che, grazie a un dentino che ha sopra la punta del naso, come Lucertole e Tartarughe, può spaccare il guscio. Quello stesso dente,  dopo pochissimi giorni dalla nascita, sparirà e, al suo posto, ci sarà il naso tondo classico che questi piccoli sauri posseggono.

Cugini della Lucertola, sono ancora più utili. In cosa? Ma è semplice: nell’acchiappare insetti fastidiosi, primi fra tutti le zanzare. Inoltre, grazie alle particolari ventose di cui è formata la parte inferiore del suo corpo, può arrampicarsi su ogni superficie e inclinazione rimanendo anche a testa in giù. Le sue zampe  sono studiate da anni per questa loro grande capacità.

Il Gekkonidae è innocuo nei confronti degli umani, ma spesso viene rincorso con scope e ramazze, in quanto considerato un rettile schifoso e pericoloso. Sapete, invece, qual è il suo significato? Il Geco è un animale dalla forte carica simbolica. In tutto il mondo rappresenta la rigenerazione, la forza davanti alle avversità e l’amicizia duratura. Ecco perchè è spesso usato come simbolo di tatuaggi o gadgets e in tante tribù se lo dipingono sul corpo. In diversi luoghi del mondo, poi, i Gechi sono considerati animali portafortuna o addirittura delle divinità. In Italia, invece, non è così dappertutto. In alcuni luoghi e regioni, questi piccoli animaletti sono visti come portatori di malattie e sventure. In particolare nelle zone meridionali, dove sono più diffusi, si crede che se un Geco cammina sulla pancia di una donna incinta ne causi l’aborto o una malformazione nel bambino. Si dice anche che, se un geco cammina su una parte del corpo scoperta, ne provochi la perdita per necrosi immediata. Posso giurarvi che da piccola giocavo a tenere in mano i Gechi tutto il giorno e le mie due zampe anteriori non hanno nessun problema. In alcune regioni  queste piccole creature sono considerate velenose e vengono addirittura chiamate tarantole. In effetti, ci sono dei Gechi velenosi, ma non vivono nelle zone temperate e non hanno questi colori spenti dei nostri Gechi europei. Solitamente vivono in Africa o nell’America del Sud, in zone con una grande escursione termica e hanno colori sgargianti, quasi fosforescenti. Fortunatamente, in molte zone dell’Italia, come l’Abruzzo,  i Gechi vengono considerati portafortuna, tanto che quando una persona è molto fortunata si dice “hai un geco in tasca” e quindi non vengono cacciati di casa o, peggio ancora, uccisi.

E poi guardatelo, così piccolo, ancora sporco del liquido dell’uovo. Come si fa a non emozionarsi? E Niky vi fa vedere come è grande mettendoci vicino la sua unghia del dito indice! Allora, che ne pensate, siete ancora un po’ incerti se apprezzare questi esserini oppure no? Be’, io vi abbraccio ugualmente e vi aspetto per il prossimo post. Un bacio a tutti!

M.

Prepariamo la legna per l’inverno

In questo periodo, nella mia Valle, si iniziano a preparare le scorte per l’inverno, legna compresa.

Ha piovuto qualche giorno, ma prima, con il caldo che ha fatto, era bella secca e pronta per essere tagliata e sistemata ordinatamente in cataste. I ceppi accatastati  assumono solitamente la forma di parallelepipedo triangolare. Si incastrano bene l’uno con l’altro, in questo modo, e si mettono ad ardere nella stufa durante le fredde giornate invernali. In alcuni paesi della Valle Argentina i termosifoni non bastano a scaldare e la stufa a legna è utile anche per cucinare, a fuoco lento, ottimi pranzetti.

Con la motosega vengono tagliati pezzi molto grossi direttamente dall’albero e con l’accetta, in seguito, battendoli su un ceppo bello grosso, vengono creati questi elementi che devono ovviamente essere idonei alla dimensione della stufa. Di solito hanno una forma adatta a qualsiasi contenitore, ma, se ne avete una molto capiente, potrete permettervi ciocchi più grossi. Sono i pezzi da usare quando il fuoco è bello vivo, quando “ha preso”, come si dice in gergo locale.

Prima si utilizzano i ramoscelli secchi e piccolini, le foglie secche e le pigne… quel che si trova nel bosco, insomma. Man mano che il fuoco prende piede, i tocchi di legna possono essere messi più grandi. E’ proprio grazie alla loro forma che la catasta può assumere diversi disegni. Non solo, la forma stessa dell’intera catasta può essere differente: piramidale, a ciocchi paralleli o incrociati, lineare (la più tradizionale, come quella di queste immagini).

Per fare una buona catasta, bisogna osservare diverse norme. Si devono avere dei sostegni laterali, un tettuccio di copertura e un cellophane che la ricoprano durante la pioggia, ma è essenziale lasciare passare l’aria. Inoltre, non bisogna sistemare la legna direttamente sul terreno, altrimenti si inumidisce e, se è possibile, dovreste rivolgerla al sole e in un luogo ben ventilato.

Prima di iniziare, quindi, sistemate sul luogo che avete scelto delle assi di legno o dei mattoni o dei bancali.

Fare una catasta è un arte, sapete? Sembra facile, ma non lo è. E’ come creare una scultura. Ci vuole un attimo per farla crollare o per renderla poco stabile, mentre invece se è ben incastrata, sarà solida come un muro e manterrà questa sua solidità anche man mano che toglierete i pezzi di legna per riscaldarvi. Potete, tra l’altro, renderle più carine o personalizzarle, lasciando ad esempio degli spazi semivuoti, adeguatamente sostenuti, da riempire con fiori o, come usano dalle mie parti, con statue della Madonnina.

Fare una catasta vuol dire anche fare tanti incontri! Alcuni sono piacevoli, finchè si tratta di semplici insetti, altri un po’ meno… So che tanti provano fastidio nell’incontrare miei simili o animaletti striscianti. Lo so, avete ragione, ma credetemi: non c’è niente di più bello di un cumulo di legna. Piace a tutti!

Quando ancora non è accatastata, ma solo tagliata in pezzi e lasciata lì a formare un mucchio disordinato, provate ad andare a dormire: la mattina dopo vedrete quanti amici troverete, mentre vorrete riordinare la vostra legna! Movimenti da ogni dove, sarete circondati. E alcuni di loro hanno anche delle preferenze. Sì, sì. Eh, loro lo sanno che la legna non è tutta uguale. Ha un odore e un sapore diverso da genere a genere, in questo noi topi siamo molto sensibili, ma anche la sua consistenza cambia. Il castagno, per esempio, così come il ciliegio, l’abete, il pioppo, il larice, l’ontano e il pino, hanno un tipo di legno definito dolce e per seccare bene impiega all’incirca un anno, mentre la legna dura è quella di quercia, rovere, olmo, faggio… ed è più difficile da spaccare. Per essicarsi al meglio e diventare anche più leggera impiega a volte addirittura due anni! Poi c’è l’ulivo, un legno molto particolare. Se ne mettiamo un bel blocco nella nostra stufa, possiamo tranquillamente dimenticarcene. Dura tantissimo! E che bello vedere i boscaioli all’opera! Be’… non è che nella mia Valle si incontrino i taglialegna con tanto di camicia a quadri e jeans strappati, alti e muscolosi come quelli film, ma è comunque divertente vederli al lavoro. Con la scure in mano e un solo colpo secco, spaccano, esattamente nel punto in cui volevano, un’intero pezzo di legno. Che maestria con quell’arnese! In un’ora hanno già procurato la legna utile per una settimana di freddo.

Io non ci riesco affatto! Quando mi va bene, e riesco a intaccare il ramo da spezzare, i miei “toc” sul ceppo diventano infiniti, perché il taglio non sprofonda di un solo centimetro. Se non arrivassero in mio aiuto topopapà o topononno, potrei anche morire congelata. Per quest’anno, però, me la cavo ancora.

Pronti per l’inverno, quindi, topi di campagna? Noi qui lo siamo già. So che anche i topi di città trovano questi cumuli di legna molto affascinanti, vero? Così come accade con il fumo che esce dai camini. Che bello è vederlo sollevarsi lieve nell’aria, magari tra tetti ricoperti di neve, e sentire quel buon profumo di bosco nelle nostre narici! Personalmente, non amo molto l’inverno, ma questi scenari colpiscono sempre il cuore.

Buone calde serate allora, state al calduccio, a presto!

M.

Una mia amica che porta fortuna

E’ un’amica preziosa, topini!

Quante volte vi è capitato d’incontrare una di queste bestioline? Questo bellissimo insetto rosso con dei puntini neri disegnati sopra si chiama Coccinella, come ben sapete, e fa parte della famiglia dei coleotteri. Quando ero piccola ne vedevo molte di più. Oggi, in certi luoghi, sono diventate una rarità.

La Coccinella è un insetto utile e formidabile. Essa, infatti, si nutre dei funghi e dei miceti che colpiscono e possono provocare la morte della pianta. Al mondo esistono più di 5.000 varietà di questi esserini colorati.

La varietà presente nelle immagini di questo post è di un rosso vermiglio più chiaro del solito. Si trova nella campagna della mia nuova socia, che è molto fortunata, e la ringrazio per le foto.

Le Coccinelle hanno dato il nome, che io trovo molto carino, anche a una categoria di famosissimi Boy Scouts. Chi non conosce i lupetti, i maschietti, e le coccinelle le femminucce?

Il loro corpo è buffo, tutto tondo e mette allegria solo a guardarlo. Per non parlare, poi, delle antenne, sempre pronte a rintracciare ogni cosa! E’ il simbolo indiscusso della buona fortuna, lo sapete anche voi, dai! Se si appoggia su una delle vostre mani la buona sorte è con voi. Incontrare una Coccinella permette di esprimere un desiderio e pensare che siamo stati baciati dalla Dea bendata. Una leggenda medievale racconta che, per contrastare gli insetti responsabili della distruzione dei raccolti e in particolar modo delle rose, i contadini invocarono l’ aiuto della Vergine Maria; ben presto comparvero le Coccinelle, che si nutrirono dei parassiti e salvarono le piante. Apparvero nel mese di maggio, il mese mariano, e salvarono i fiori della Madonna. In alcune regioni italiane, per questo motivo sono chiamate “Mariole” o “Marioline”. In altre regioni d’Italia, invece, vengono definite gli uccelli o le colombe di Dio. Il color rosso è quello del sangue di Gesù, mentre i punti neri sono le sofferenze che il Signore ha dovuto superare per salvare l’umanità. Per i Nativi Americani è un simbolo di gioia e fiducia, e tanti sono gli stati che considerano la Coccinella il loro emblema,  come il Tennessee e il Massachusetts. In Asia, soprattutto quella meridionale, si pensava e si credeancora che, se una persona avesse fatto volare in cielo una Coccinella, questa sarebbe volata dal suo vero amore e avrebbe sussurrato al suo orecchio il nome dell’amato per far nascere una sincera e duratura storia d’amore.

Le leggende che la riguardano non finiscono qui: la Coccinella porta via le malattie e promette il lieto evento della nascita di un bimbo. Porta gioia per tanti anni quanti sono i cerchietti neri sul suo dorso e d è araldo di ricchezza, se si appoggia su una spalla. Eh già, dicono proprio così! Potete crederci?

Nella mia Valle, invece, quando si vedono le Coccinelle, si sta tranquilli, perché sono indice della salubrità dell’aria.

Non potrei proprio fare a meno di queste amiche. E’ così famosa che le sono state dedicate rime e filastrocche. Leggete, ad esempio, quanto è bella questa di Mallanta-La gallina canta:

“Filastrocca della coccinella
che sembra finta da tanto è bella,
che a primavera, dovunque va,
indossa solo vestiti a pois,
che se sul braccio ne trovi una
puoi stare sicuro che avrai fortuna”.

Visto? Tutti conoscono la prodezza della Coccinella nel portar lieti eventi e buone nuove. E allora, che porti tanta, tanta fortuna anche a voi, topamici!

La vostra Pigmy.

P.S.= Questo post e il suo significato sono dedicati a Dear Miss Fletcher ( http://dearmissfletcher.wordpress.com/ ) che merita da parte mia un enorme grazie.

M.

Antizanzare naturali nella Valle Argentina

Cari topi, lo so, sono arrivate e danno fastidio anche a me.

Dobbiamo amare tutti gli esseri viventi, ma, a mio avviso, ‘ste zanzare ci amano davvero poco. A proposito di loro, oggi vi propongo un doppio rimedio.

Signor Basilico e signor Geranio, o Geraneo, chiamatelo come volete, sono entrambi due antizanzare per eccellenza in mancanza della citronella che, nella mia Valle, cresce spontanea solo ad Arzene, vicino Carpasio e in nessun altro luogo.

Circondarsi di queste due piante ci rende più protetti e sicuri nei confronti di questi fastidiosi insetti, che ci tormentano ormai fino a ottobre. Dobbiamo pur trovare un modo per conviverci, non trovate?

Andiamo a conoscere un rimedio per volta.

Che dire del buonissimo e profumato Basilico? Lo conosciamo tutti! L’Ocimum Basilicum è una pianta sempreverde appartenente alla famiglia delle Lamiaceae e non è solo originario dell’India, ma conosciuto in tutta l’Asia sudorientale. E’ la regina di tutte le piante. Il suo nome deriva proprio da Basileum che, in greco, vuol dire Re. Esistono tantissime varietà di Basilico, ricordo ancora quando mi facevano pestare per ore, nel mortaio, le sue  foglie verdi e odorose per preparare il famoso pesto che noi cucinavamo con le farfalle fatte in casa.

Usato molto anche come mucolitico e come “sturatore di nasi” (dico sempre io), data la sua intensa profumazione, il Basilico veniva impiegato dagli antichi popoli per mantenere profumate a lungo le salme dei defunti, soprattutto per l’imbalsamatura. Forse per questo al Basilico è stato erroneamente attribuito il significato di odio e malasorte. In realtà è una pianta regale, al di sopra delle altre. Oggi, la nostra abitudine nel vederlo su ogni balcone ce ne fa sminuire il valore.

Utile per molte cose, guaritore di mille mali merita che io citi per voi una piccola poesia in romanesco che aveva inventato Aldo Fabrizi, dalla quale capirete che non solo noi liguri siamo dei grandi estimatori di questa pianta:

A parte che er basilico c’incanta
perchè profuma mejo de le rose,
cià certe doti medicamentose
che in tanti mali so’ ‘na mano santa.

Abbasta ‘na tisana de ‘sta pianta
che mar de testa, coliche ventose,
gastriti, digestioni faticose
e malattie de petto le strapianta.

Pe’ via de ‘sti miracoli che ho detto,
io ciò ‘na farmacia sur terrazzoni,
aperta giorno e notte in un vasetto.

Dentro c’è ‘no speziale sempre all’opera,
che nun pretenne modulo e bollino
e nun c’è mai pericolo che sciopera.

Ora, invece, parliamo del nostro caro Geranio.

Anche lui vanta molte specie: iIl parigino, lo screziano, il pelargonium… insomma, ogni terrazzo può essere abbellito dal suo mix di colori vivaci e intensi.

Ma questa pianta non serve solo per l’estetica. Il suo profumo, infatti, forse meno sublime di quello del Basilico, è comunque molto fastidioso per le zanzare. Oggi ne hanno fatto addirittura repellenti in spray ma i miei topononni già lo utilizzavano. Basta averne parecchi vasi intorno nelle zone in cui si vuole trascorrere del tempo all’aperto nella bella stagione.

Utile anche per cicatrizzare, disinfettare ed eliminare le micosi, il Geranio, oltre a essere molto bello, si rivela altrettanto utile.

Dal significato che pone sicurezza e fiducia, il Geranio è anche simbolico da regalare. Significa conforto, e, a seconda del suo colore, anche amicizia, amore, fratellanza… Rappresenta la vicinanza a chi si è legati per affetto.

Come il Basilico, inoltre, può finire nel mortaio anche il Geranio! Pestando i suoi petali colorati, si possono ottenere meravigliose tinte da utilizzare con un pennello a mo’ di acquerelli! Meravigliosi.

E allora, topi cari, ricordatevi: cintate il vostro terrazzo o giardino con una pianta di Geranio e una di Basilico, una di Geranio e una di Basilico e così via…

Nessuna zanzare verrà più a disturbarvi, nemmeno le “tigri”, le zanzare moderne e terribili. Noi, in Valle, ci difendiamo così!

Un abbraccio zzzzzzzzzzzzz!!!!!

M.

Il mio torrente

É lui che ha dato il nome alla valle in cui vivo, dicono alcuni.

Nasce nei pressi del Monte Saccarello ed è lungo circa 40 km. Le sue sfumature sono argentate, i suoi bagliori improvvisi e luccicanti. Dà vita a tutta la vallata. In lui si specchiano il sole e i colori del mondo che mi circondano. É il torrente Argentina. Da qui discendono le veloci trote che lo popolano e i girini, le rane, i ragni d’acqua.

Anche d’estate è sempre freddissimo e limpido, trasparente come il vetro. Si trasforma, si mostra dapprima come  cascatella, poi come piccolo ruscello per formare addirittura allegri laghetti nei quali lanciamo i sassolini piatti e ne contiamo i rimbalzi. Scende talvolta arrabbiato e impetuoso, spazzando via tutto con il suo boato assordante, ma è sempre lui che, in minuscoli rigagnoli, dona pace e serenità dalle sue rive.

In alcuni punti è ampio quasi come un fiume, in altri si fa sottile, tanto che basta un solo balzo per attraversarne le  sponde.

Passa in mezzo ai monti, procedendo imperterrito e cocciuto verso il mare. Bagna gli ulivi e ne trasporta le foglioline madreperlate contro i suoi scogli. E forma la schiuma schiantandosi contro i massi ruvidi, taglienti, lisci, porosi, bianchi, grigi ed è come se si strofinasse sui letti di muschio.

In certe anse si ferma e resta ghiacciato per mesi. A sud è cos’ mansueto da rappresentare un’ottima dimora per un gran numero di fauna. A nord, invece, è austero:  vuole restare solo, senza nulla intorno.

Poi si tuffa, salta, scivola, corre, si ferma e borbotta per qualche secondo. Il suo verso perpetuo ti accompagna ovunque, perchè si ramifica, pur di riuscire a essere sempre presente. I suoi principali affluenti sono l’Oxentina e il Carpasina.

Non potremmo vivere senza lui, con le sue forme sinuose e i suoi allegri mulinelli, grandi come un piatto.

A luglio ci consente di trovare sollievo dalla calura estiva e di bagnarci nelle sue acque gelide, che offrono pozze d’acqua profonde, come nel Lago Verde o nel Laghetto dei Noci di Molini.

A voltesembra rincorrere il vento per superarlo, pretendendo di essere più veloce. Visita i nostri paesi, le nostre campagne. È vicino a lui che, una volta liberatosi del nemico proveniente dal mare, l’uomo decise di costruire le sue case, là dove Sir Torrente lo permetteva. Finalmente si poteva scendere a valle, senza dover per forza stare su picchi irraggiungibili. Si costruirono allora i mulini, i frantoi dalle enormi macine… Si pescavano il pesce e i piccoli gamberi rossi, oggi protetti. Il torrente offriva anche una vasta scelta di giunchi e tantissime altre piante che oggi, purtroppo, scarseggiano.

Ed è guardandolo che si capisce la potenza della natura, la sua sfrontatezza e l’infinita bellezza. Questo è il mio torrente, il protagonista delle mie passeggiate, colui che mi accompagna ogni volta che vi posto qualche foto. Sta al mio fianco, anche se spesso non lo mostro. Lui c’è, è un protagonista silenzioso e, quando sembra essere assente, basta scovarlo tra le fronde di qualche arbusto. Lo sanno bene i camosci, i cinghiali, le volpi, perché è grazie a lui che si dissetano. Lo sanno gli uccelli e gli insetti presso il quale si annidano. E lo so soprattutto io che, insieme alle altre topine, mi ci bagno le zampette.

Una spruzzatina d’acqua fresca a tutti!

M.