Sir Realdo

Oggi topi si va a Realdo. Preparatevi a entrare in un altro mondo. Un mondo con una sua particolare etnia, una terra a sè.

Realdo si trova nell’alta Valle Argentina.Guardate dov’è stato costruito. Lo vedete? Piccolino lassù, su quella roccia. È impressionante, a strapiombo sulla vallata. Visto da qui, pare possa cadere da un momento all’altro, in realtà domina anche le nuvole da quella posizione.

Per arrivarci, percorriamo una strada in mezzo alla natura, ricca di colori e suoni. È una strada tutta curve, di montagna, ben tenuta e perfettamente asfaltata. A un bivio capiamo che andando a destra raggiungeremmo Verdeggia mentre, proseguendo verso sinistra, si arriva al nostro paesino. Attraversiamo un ponte, chiamato “Ponte della Pace”, breve e dritto, non è altissimo e, sotto di lui, il torrente Argentina percuote muschio e arbusti. Una grossa pietra ci indica “Il Mulino”, centro d’arte e cultura appena prima di entrare in Realdo e alla nostra sinistra attraversiamo le cave di ardesia. Tutto, nella mia valle, è costruito con questa pietra, è importantissima per noi. L’ardesia è una pietra adatta a scolpire e a costruire ed è caratteristica proprio della Liguria e della provincia d’Imperia.

Continuiamo a salire. Realdo si trova a 1010 metri d’altitudine. Il venticello è fresco e nell’aria regna l’odore delle caldarroste. La prima cosa che vediamo di questo bellissimo paesino è una fontana con il tetto in ciappe d’ardesia che regala un’acqua cristallina, e un orologio antico che segna, ora, tempo e vento. Siamo in terra Brigasca e quest’insegna in legno e la scritta sulla mappa ce lo fa capire a chiare lettere, dandoci il benvenuto. Dovete sapere, infatti, che Realdo, che confina con la Valle Roia francese, apparteneva un tempo al Piemonte, alla provincia di Cuneo e, prima ancora, alla Repubblica Francese; è un’isola linguistica brigasca nella quale è ancora oggi in uso l’occitano. Réaud è infatti il nome dialettale.

Scendendo verso il suo cuore possiamo accorgerci quanto sia piccolo e caratteristico. Mi ripeterò ma, anch’esso sembra proprio un presepe come tanti borghi di questi luoghi. Rari sono le tegole rosse, l’intonaco, il cemento armato, per non parlare di plastica o ferro. Tutto è costruito con materiali naturali, prediligendo la pietra e il legno. È grazie alla tipologia delle viuzze e delle abitazioni che Realdo ci regala scorci da fiaba e un’ambientazione da set cinematografico. Appena arrivati e guardandoci intorno, infatti, abbiamo avuto la sensazione di essere come in un paesaggio celtico.

A Realdo, pensate, abitano appena 25 persone. Sono come una comunità, tutti amici e benevoli, molto affabili. Due ragazzi gentilissimi, mai visti prima, ci comunicano subito che nella piazzetta regalano castagne. Non possiamo perdere l’occasione! Ecco perchè tanto profumo nell’aria. Ci dirigiamo nel luogo indicatoci, scendendo  gradini di sassi, ed eccoci arrivati in una piccola aia, dove un gruppetto di persone parlotta in dialetto del più e del meno. Donne con donne a chiaccherare e uomini con uomini a versare buon vino e accogliere i nuovi arrivati. I bambini giocano con dei bastoni intorno al fuoco e si danno un gran da fare a mantenere uniti i tizzoni ardenti. Quella brace è la culla (perchè è così che vanno fatte) delle castagne e di tanto in tanto, i signori più anziani, con pezzi di legno, tirano fuori le castagne profumate. I frutti cotti a puntino, a volte morbidi, a volte croccanti, vengono poi messi in un pezzo di carta lavorata a cono e data agli ospiti. Buone e belle calde! In questo momento in Piazza della Fontana c’è tutta la vita del paese. Il nome di questo angolo è dato da una bellissima fontanella scavata nella pietra e pitturata di azzurro a simulare il cielo, abbellita da stelle dorate. Proprio mentre stiamo ammirando questa sorgente, un uomo, confidenzialmente ci dice: «Ehi, ragazzi! Ma lo avete visto, il nostro forno?». Ebbene dovete sapere che i realdesi sono molto orgogliosi del loro paese, ma soprattutto vantano il fatto di avere il forno comunale ancora funzionante da non so quanti anni. Anch’esso è stato costruito, come tutto il resto, dalle mani di questi abitanti, che si dice discendano da un gruppo di pastori scappato da una pestilenza durante i primi anni del ‘500, e hanno iniziato a fondare questo paese chiamato all’epoca, data la sua particolarissima posizione, Ca’ da Roca – Casa della Rocca (non si sa, però, se è la vera versione).

Il forno è al centro del paese. Scendendo ancora, arriviamo in Piazza Eroi e Vittime dove sorge, bellissima, la chiesa di Nostra Signora del Rosario. Di fronte al suo pesante portone si trova la lapide dedicata a Luigi Peitavino di cui ho parlato qualche post fa. All’interno è davvero molto intima, vista da fuori sembra grandissima,  ma in realtà è raccolta e tenuta come una bomboniera. La parte più ampia è l’altare e la Madonna ricorre in ogni angolo. Piccole ciotole in gesso bianco contengono all’entrata l’acqua benedetta e piccole panche permettono al fedele di pregare davanti alla statua di Cristo. L’odore che ci circonda è quello dell’incenso. La cosa che più colpisce, però, è la ricostruzione, subito fuori dalla chiesa, della scena dell’apparizione di Maria alla piccola Bernadette e, in questa grotta, accanto alla statua bianca e azzurra della Madonna, i realdesi hanno posizionato tutte le foto dei loro eroi morti in tempo di guerra per la patria. Sopra questa cavità ricca di piante e fiori, una lastra di marmo porta le seguenti parole: “Tramonta la vita, non la gloria di un sacrificio 7-9-1952“.

Infatti, stiamo parlando di un popolo che non si è mai tirato indietro davanti a nulla, né per difendersi, né per combattere. Un popolo che è stato fulcro del mercato della lana ed estremo confine della Repubblica di Genova, che lo usava per avvistamenti e commercio.

Continuiamo il nostro giro turistico, andiamo fino in fondo al paese continuando ad ammirarne le costruzioni e le abitazioni che hanno tutte quante un nome proprio, scritto sopra la porta d’entrata. Notiamo che le nostre zampette appoggiano sulla stessa pavimentazione di tantissimi anni fa. Le strade, qui a Realdo, sono ancora così e, a mio parere, sono molto caratteristiche. In quest’altra passeggiata scorgiamo altre dimore, alcune abbellite da piante rampicanti dai colori molto accesi, altre con un fazzolettino d’orto davanti all’ingresso. Dire che qui, tra la frutta, la verdura, la natura selvatica, i colori sono vivaci è riduttivo. Davanti a noi si apre tutta la vallata e in alcuni punti è possibile sentire l’eco o i rumori che arrivano da lontano. Giunti fin qui possiamo notare, da un’altezza di circa 300 metri (la falesia sulla quale è arroccato Realdo), una parte della strada che abbiamo percorso nel salire e ci accorgiamo che siamo davvero alti. Questa è la strada che un tempo veniva percorsa a piedi dalle giovani contadinelle. Gli anziani di Molini di Triora ricordano che le fantine, le ragazze, scendevano da Realdo a piedi per andare a Molini ad aiutare nella raccolta delle castagne e facevano da baby-sitter a loro che un tempo erano piccoli. Per tenerli buoni, raccontavano loro filastrocche e canzoncine in un parlare misto di italiano e occitano. Quello che usciva fuori, ad esempio, da Tanta Giuana (zia Giovanna) era questo:

Padre nostro peccenin dalla sera alla matin, la matin la buonanotte ama Dio sulla croce, sulla croce la corona ama Dio e la Madona, la Madona munta in cielo, ama Dio e San Michelo, San Michè con le bilance che le pesa tutte quante, tanto belle come brutte, San Michè le pesa tutte. Canta, canta rose e fiori, che l’è nato nostro Signori, non avea né pan né mantello per coprire Gesù bello, Gesù bello con Maria e tutti gli angeli in compagnia. Credetemi che è impressionante vedere una persona di circa 85-90 anni ricordarsi ancora tutte le parole di queste nenie che cantava da piccola, con le lacrime agli occhi ricordando genitori, giochi, focolare ed emozioni.

Risaliamo verso la piazza, inizia a fare buio, ma di Realdo, nonostante il suo essere minuscolo, abbiamo visto solo una metà. Ogni angolo vale la pena di essere osservato con attenzione. I meli ci circondano. È bello vedere frutti ancora rossi nelle giornate grigie che in questo periodo ci avvolgono. Una piccola scalinata, prima di uscire da questo ospitale paese, porta al piccolo cimitero. Nella foto che vedete c’è tutto quanto. È davvero piccolo, ma grazioso, circondato da un muro che lo protegge e da abeti. Fa sorridere il fatto che sulle lapidi ci sia quasi sempre lo stesso cognome.

Lasciamo questo antico borgo promettendogli di tornare e ripercorrendo l’unica e sola strada fatta prima, troviamo come ultima cosa a salutarci un grosso masso bello alto, posizionato su un praticello con una targa tenuta da chiodi in ottone, recante la seguente scritta. Proverò a tradurla, è in brigasco, e non riconosco il nome di un paese citato, il senso però è davvero carino: “Realdo e Verdeggia uniti da tradizioni, modi di fare e di parlare a: Briga, Murignoo (che potrebbe essere Molini o Monesi che è attaccato a Piaggia), Piaggia, Upega, Carnino, Viozene, li ricordo in un segno di pace dell’antica origine occitana“. Salutiamo Realdo. Ci ha davvero colpito, spero sia stato così anche per voi. Se volete, avete altre mie foto sempre sul mio album.

Un bacio a tutti,

Pigmy.

M.