Ad Abenin, nel tempo dei lupi

Ah, topi… che terra, la mia! Una terra di artisti, di anime sensibili che hanno prodotto capolavori più o meno conosciuti. La Valle Argentina che da tempo mi impegno a farvi conoscere è stata prediletta come sfondo perfetto per varie ambientazioni, sono diversi gli scrittori che l’hanno immortalata nelle pagine uscite dalla loro penna. Calvino, Biamonti, Montale… ormai li conoscete. Ma ce n’è uno ben più vicino, nostro contemporaneo, che ha saputo descrivere certe zone della Valle e certe vicende in un modo così particolare e vivido da farmi venire un fremito dal cuore alla punta della coda!

Sto parlando di Giacomo Revelli, autore taggese del libro “Nel tempo dei lupi. Una storia al confine”. Be’, credetemi se vi dico che vale la pena di leggerlo.

Nel tempo dei lupi - Giacomo Revelli

Ambientato nei dintorni di Realdo, a fare da sfondo alle vicende che vedono Guido Valperga come protagonista c’è lei, la natura in tutta la sua potente bellezza, la stessa che elogio sempre nei miei articoli. Ma oggi non voglio essere io a parlare, vorrei che vedeste Borniga, Abenìn, il Gerbonte con gli occhi di Giacomo Revelli, che ha saputo intrappolare tanta bellezza in un libro.

Ma non si è limitato a questo, nossignori! Ha anche trattato tematiche molto belle, attuali e importanti che invitano a riflettere, soprattutto gli esseri umani che – lo so benissimo – frequentano il mio blog. E allora eccomi qui a darvi qualche assaggio delle sue parole. Sono andata sui luoghi del romanzo per voi a scattare qualche foto e mostrarvi la bellezza selvaggia dei luoghi descritti dall’autore.

Valle Argetina - Realdo - Abenin

Il romanzo inizia con Guido Valperga, il protagonista, che viene incaricato di piazzare un’antenna per il wifi in alta Valle Argentina e più precisamente nei pressi di Abenin, dopo l’agglomerato abitativo di Borniga. Il capo dell’azienda per cui lavora gli ha ordinato di piazzare l’antenna a Barëghë d’r bola, una zona impervia e pericolosa, lontana da occhi indiscreti e segnata da crepacci e strapiombi.

E’ un posto brutto – ripeté il vecchio – c’è una scarpata, uno strapiombo. Già una volta, anni fa, sono andati a prendere uno che era caduto giù. C’è un sentiero, ci portavamo le bestie malate. Ma è pericoloso, da solo con ci può andare. E nessuno la può accompagnare”.

“Beh, pài… cheicün ër li sëria…” (Be’… qualcuno ci sarebbe)

“E chi?”

“Cul… ën l’Abenìn.” (Quello… ad Abenìn)

“Chi? ‘R ni i a ciù nësciüni lasciù!” (Chi? Non c’è più nessuno lassù!)

“Ma sì! Cur mesagée… com ‘r së ciama…” (Ma sì, quello zoticone… come si chiama…)

“Chi? Chi ti diju? Giusé Burasca? (Chi? Chi dici? Giusé Burasca?)

“Certu! Ee” (Certo!)

“Ma va! Sëra mort!” (Ma va, sarà morto!)

“Ma nu! Miliu, ‘r figl’ de Lanteri, ër l’à vist a faa de fascine ën lë bosch damùnt de cave.” (Ma no! Emilio, il figlio di Lanteri, l’ha visto fare delle fascine nel bosco sopra la ceva)

Guido, torinese abituato alla vita e ai ritmi cittadini e dipendente dalla tecnologia, si ritrova così ad affrontare un viaggio alla ricerca di qualcuno che possa guidarlo tra i monti e i sentieri della Valle Argentina. I suoi passi lo condurranno ad Abenìn, dove dovrà affidarsi ad altri per portare a compimento il proprio lavoro, senza poter utilizzare apparecchi elettronici, i quali nelle zone impervie dell’alta Valle non captano i segnali della rete.

Abenin

“Ad Abenìn non c’era nessuno, nemmeno il vento. La conca era immersa nel silenzio profondo, di quelli in cui, camminando, si sentono le pietre parlare coi sassi. Le poiane volteggiavano nell’aria immobile. Una cornacchia tagliò radente le cime e scomparve. C’era qualcosa di fragile. Trovare l’unica casa abitata di Abenìn non fu difficile. Ce n’erano un gruppetto, fatte di sassi grigi messi uno sopra l’altro, incastrati e impastati di terra, invasi dai muschi. Erano basse e anguste, con poche o nessuna finestra, un buio così pesto all’interno da impedire il respiro. Gli usci, bassi e stretti, avrebbero costretto all’umiltà qualsiasi visitatore che non fosse stato un bambino.”

Abenin

Ed è qui che avviene l’incontro tra Guido e Giusé soprannominato da tutti Burasca per via del suo carattere tempestoso. Guido deve restare ad Abenìn per poco tempo, ma… be’, non sta a me rivelarvi la trama del romanzo e i suoi colpi di scena, topi, ma chissà se alla fine riuscirà a montare la sua antenna e se Giusé Burasca lo aiuterà nell’impresa!

Guido finirà per trovare amici (e nemici) inaspettati e metterà in discussione ciò che ha sempre creduto di se stesso. “Nel tempo dei lupi” è un romanzo che ha una grande profondità, nonostante l’apparente semplicità della trama. Ma continuiamo a camminare sulle parole dell’autore…

edicola Abenin - Realdo

“Ad Abenin, in cima alla collina, c’è un’edicoletta con una croce e vicino un abete. Lì la strada spiana dopo la brusca rampa che sale dal Pin. Dentro c’è una Madonna e una bottiglia di coca con dei fiori appassiti. E’ un buon posto se si ha da pregare. Quando Guido ci arrivò, era un monumento di ghiaccio e di silenzio.”

Abenin - Realdo

“La neve si posava sulle fasce d’erba e lentamente le coricava, come un mantello. I dirupi, i burroni, le cicatrici della montagna apparivano ora più serie e profonde. File di muretti ordinavano i gradoni della conca e delimitavano la strada e le case. Alcuni erano gonfi, ingravidati dal tempo. Altri avevano già ceduto e vomitato nel terreno il loro magma di sassi. Altri resistevano fieri, chiusi, perfetti… ma per quanto ancora?”

Abenin - Realdo2

Che poesia, che parole! Non sono la sola a elogiare questa valle antica e fiera.

E nel romanzo è l’anziano Giusé Burasca, allevatore dai modi burberi e schietti, a insegnare indirettamente a Guido un modo di comunicare nuovo per lui, un linguaggio semplice e più diretto rispetto a quello portato dalla modernità e dalle antenne nell’era degli smartphone. E alla fine anche Guido, forse, riuscirà a far parte di quella natura che dapprima gli era apparsa ostile e distante…

lichene

“Riconosceva i larici, li distingueva uno dall’altro dalla forma del tronco o dai muschi che ne ricoprivano la corteccia. La montagna cominciava a parlargli. La piramide del Gerbonte, le colline di Abenìn non erano più il muto scenario in cui misurare un campo elettromagnetico; capiva finalmente la loro indole. Un lato dolce, con i fianchi della montagna che abbracciano le quattro case, il pontetto per il paese, come in un piccolo presepe, e poi poggi stretti, ma comodi, scalati dai muretti ordinati di sassi. Un lato severo, selvatico, con il dirupo e la valletta spezzata nel baratro: un ciuffo d’erba e poi più nulla, la valle giù, aperta, con qualche pino che si aggrappava alle rocce.”

abenin gerbonte

Ma c’è un altro personaggio in questo libro di cui non vi ho ancora parlato: una lupa, muta spettatrice degli eventi. Silenziosa, selvaggia e misteriosa, con la sua presenza sconvolgerà ogni certezza di Guido e Giusé. (Per la foto seguente ringrazio il fotografo Paolo Rossi, al quale avevo dedicato il seguente articolo qui sul blog: “Paolo Rossi racconta il lupo e i suoi segreti“).

lupo

“La lupa non sembrava avere problemi: proseguiva decisa qualche metro avanti a lui. Guido non vedeva altro che la bestia davanti a sé che ogni tanto si voltava a guardarlo. Ma cosa voleva dirgli? Dove voleva portarlo? La seguì fino ad abbandonare la radura dei larici. Si trovò così immerso completamente nel bianco. Non era cieco, ma la vista gli era assolutamente inutile in tutto quel bianco. La lupa era un’ombra grigia davanti a lui. […] Era qualcosa di profondamente diverso rispetto all’uomo. Tra lui e lei, là fuori, non c’erano solo alberi, erba e colline, ma anche tutto ciò che fa tuonare le nuvole, il vento che le muove, il buio, la notte, il gelo. Cose che oggi, quotidianamente ignoriamo, persi nel rumore di fondo. Quella lupa era arrivata come dal passato, percorreva sentieri che altri lupi prima di lei avevano percorso e si trovava davanti i nemici di sempre, come se anche il tempo ad Abenìn fosse tornato indietro. Ma ora, dove si trovava? Nel tempo dei lupi o in quello degli uomini?”

Il lupo, quello straordinario mammifero ormai sulla bocca di tutti, è tornato a popolare le zone selvagge della mia Valle, ormai lo sapete. E’ un essere schivo, che si fa beffe dell’uomo, e nel libro Revelli usa un motto semplice e schietto per definire questo animale libero fiero: l’è ‘r louv l’animàa ciù furb! (E’ il lupo l’animale più furbo).

Abenin - Realdo - Gerbonte

Il sottotitolo di questo libro è “Una storia al confine”. Revelli parla molto di confini nella sua opera: il confine tra l’Italia e la Francia, dove le vicende sono ambientate; il confine tra antichità e modernità, tra umanità e bestialità, tra civiltà e zone selvagge e incontaminate. Si sente il confronto tra i confini, quelli reali e immaginari che l’uomo ha creato, quelli ai quali la natura non obbedisce perché le leggi umane non hanno validità assoluta su tutto e sfuggono al suo controllo, a differenza di quanto egli stesso tenda a pensare.

Valle Argentina Realdo

Siamo in terra brigasca, dove in passato si consumarono battaglie sanguinose e di cui ho già avuto modo di raccontarvi molte volte, qui sul blog. Sono luoghi che hanno visto scontrarsi italiani e francesi in numerose occasioni, proprio perché questa sembra ancora oggi terra di nessuno, dove ogni cosa è possibile e dove le leggi umane faticano ad arrivare.

E ancora oggi qui, sulle montagne che vi mostro in queste mie immagini e tramite le parole di Giacomo Revelli, gli sms, il web e i social network non arrivano. Qui tutto è autentico, non ci sono schermi a fare da tramite. E quello che l’autore vuole farci vedere è che le sofisticate tecnologie odierne arrivano ovunque, ma l’unico ripetitore che non riescono a toccare è il più importante: quello del cuore.

Sentiero Colle Sanson Valle Argentina

Una terra, questa, che sta pian piano riconquistando il suo lato selvatico e selvaggio, là dove la presenza antropica si limita ormai a sporadiche e occasionali occupazioni, limitate al periodo estivo. Ci si sente ospiti, qui, non di certo padroni, e Revelli lo ha descritto molto bene.

Abenin - Realdo - Valle Argentina

Con delicatezza e semplicità, riporta in vita gli antichi conflitti tra uomini e lupi, riapre vecchie ferite non ancora rimarginate e fa riflettere su due mondi distanti e vicini al contempo – quello umano da una parte e quello animale dall’altra – che viaggiano paralleli senza (quasi) mai incontrarsi. Una storia che invita al rispetto, a sentirsi padroni soltanto di se stessi e ad aprire gli occhi per incrociare lo sguardo con quello del lupo.

Adesso vi saluto, topi. Torno a zampettare in zone selvagge per voi. Un ululato a tutti!

 

La Foresta di Gerbonte

Oggi vi porto a visitare un posto che non vi ho mai mostrato come protagonista, topi miei. Siamo in alta Valle Argentina, nel territorio del Comune di Triora. Qui, solo a una ventina di chilometri di distanza dal mare, si trova una foresta imponente e importante, quella del Gerbonte, che per la sua vicinanza alla costa presenta caratteristiche difficili da trovare altrove in Italia. Pensate che privilegio!

foresta di gerbonte

La Foresta di Gerbonte è frutto della collaborazione tra uomo e natura e, una volta tanto, questo merito va riconosciuto all’essere umano. E’, infatti,  di origine antropica e fu piantata per avere sempre a disposizione legna per le provviste senza dover necessariamente sottrarre spazio ai pascoli, che pure servivano alla sopravvivenza e al sostentamento.

Questa particolare Foresta ha un’estensione superiore ai 600 ettari, un gigante verde, insomma! E’ possibile raggiungerla in diversi modi: seguendo l’Alta Via dei Monti Liguri, per esempio, oppure partendo da Creppo o ancora da Colle Melosa, il Monte Grai e Cima  Marta. Insomma, scegliete l’itinerario che più vi aggrada, preparate lo zaino e percorrete il sentiero perché non rimarrete delusi. Io ho seguito quello proposto qui, dal sito Munta e Chinna, che spiega in modo chiaro come arrivare.

Monte Gerbonte2

Trae il proprio nome dall’omonimo monte (1727 metri sul livello del mare) ed è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS).

Fu teatro di una moltitudine di vicende di interesse storico, come il contrabbando di sale, le dispute tra francesi, liguri e piemontesi per definire i confini alla fine del Settecento, nonché per gli scontri della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi la parte occidentale della foresta definisce il confine italo-francese. Il Monte Gerbonte, inoltre, era un crocevia fondamentale che serviva a collegare le comunità di pastori con i centri abitati del fondovalle.

Foresta di Gerbonte

C’è un sentiero che si snoda tra le sue pendici che passa tra le radici di Abeti plurisecolari e monumentali, io ci sono stata, e posso dirvi che è stata un’esperienza emozionante. Nella Foresta del Gerbonte gli Abeti Bianchi e Rossi resistono da secoli, nonostante quello delle Alpi Marittime non sia l’habitat a loro più congeniale. Eppure qui sembrano trovarsi bene. Sono alti, così tanto che si fatica a concepirne la fine del tronco alzando il muso all’insù. Creano un bosco ombroso, a tratti cupo, ma molto suggestivo. Tra le radici di quegli alberi anziani brulica la vita in tutta la sua piccola, grande immensità. Quante formiche, su quel terreno! Corrono come impazzite, affaccendate nel loro lavoro di rifornire il formicaio.

Una delle caratteristiche che rendono suggestivo questo luogo sono i Larici, che dipingono la Foresta di colori indescrivibili nella stagione autunnale. Nella tarda primavera, invece, le loro foglie sono di un verde brillante, tenere e leggere, e sui rami  sbocciano i fiori di un fucsia intenso.

gemma di larice

Tra le altre specie presenti nel sottobosco, troviamo cespugli rigogliosi di Rododendro, Mirtillo, Ginepro, Lampone, ma anche Primule, Viole e Genziane. Sul Gerbonte non si trovano solo conifere, ma anche latifoglie, tra le quali il Maggiociondolo, il Sorbo degli uccellatori e il Faggio, quest’ultimo dalle dimensioni monumentali così come accade anche nel Bosco di Rezzo.

ecomuseo biodiversità bosco di larice Foresta Gerbonte

In questa Foresta meravigliosa sono numerose le tracce del Lupo, è impossibile non notarle, ben visibili sul sentiero. Sembra quasi di vedere i suoi occhi d’ambra sbucare dagli alberi. Qui abitano anche Camosci e Caprioli, non è difficile fare il loro incontro e sorprenderli mentre sono intenti a cibarsi delle tenere leccornie del sottobosco. Tra questi alberi abitano anche la Martora e la Lepre Alpina, la quale però fa spesso la preziosa, è molto difficile scorgerla.

Il verso del Cuculo è quasi onnipresente, ma non è l’unico abitante alato di queste zone. Il Fagiano di monte è osservabile in primavera, quando si esibisce nelle sue danze nuziali. Poi ci sono il Gallo Forcello, la Cincia dal Ciuffo, il Picchio Nero, diverse specie di Falco, l’Aquila Reale e persino il Gufo Reale. Quanta biodiversità, topi!

E’ un luogo selvaggio e, il fatto che in Inverno non sia transitabile per via della neve che scende copiosa, ha favorito la conservazione e il ritorno di alcune specie che, altrimenti, non potremmo vantarci di avere in queste zone della Valle.

La Foresta del Gerbonte è un vero patrimonio, raramente si trovano luoghi in grado di eguagliarla sul territorio nazionale, considerando proprio la sua vicinanza al Mar Ligure.

E’ un altro gioiello della mia Valle, topi! Voi ci siete stati?

Un boscoso abbraccio a tutti voi.

Streghe liguri, Fate sarde, Streghe-Fate…. Ditelo anche voi!

Cari topi, questo post nasce da una simpatica discussione che ho avuto con una mia  amica blogger qualche sera fa.

Lei si chiama Marta, è sarda, offre a tutti la bellezza di questo suo blog http://tramedipensieri.wordpress.com/ ed è amante di tante cose: la musica, la poesia, tutto ciò che è arte e la sua Sardegna. La sua Sardegna fatta sì, di luoghi incantevoli, di acqua cristallina, di storie, di costruzioni, ma anche di tradizioni e folklore. A segnare indelebilmente, nei ricordi e nel linguaggio di tutti, queste ultime due cose che affascinano moltissimo Marta, ci sono le protagoniste di questo post, le Streghe o Fate. Ebbene sì perchè, anche Marta, ha le “sue” Streghe. Streghe diverse dalle “mie”. Streghe/Fate che hanno un nome arcaico, poetico: esse si chiamano Janas. E sono Fate molto diverse dalle mie Streghe che hanno invece il nome di: Bazue.

Da non confondere la vera Strega con la vera Fata, questo lo so, ma quel che ci faceva ridere e discutere, a me e Marta, era comunque un dialogo basato su queste figure femminili misteriose, delle quali abbiamo sempre sentito parlare, e con le quali siamo cresciute. E c’è chi le chiama in un modo, chi in un altro. Sono pochi i paesi in cui le distinguono. Sono i paesi ricchi di questi personaggi, nei quali esistono anche gli Elfi e gli Gnomi. Esistono o sono esistiti, chi lo sa.

Fatto sta che, le figure della mia amica, si comportavano in un certo modo e vivevano in un certo modo e avevano un loro obbiettivo, completamente diverso dalle mie che, come le ho fatto notare, erano molto più indaffarate delle sue 😀 Beh… sì, lo sapete ormai, le mie magiche figure erano vere e proprie maghe, ideavano filtri e pozioni adatte ad ogni necessità, addestravano gatti neri sempre pronti a servirle, conoscevano tutte le piante officinali esistenti, utilizzavano enormi pentoloni, volavano con la scopa, facevano il malocchio, rapivano i bambini e poi… sono esistite davvero, lasciatemelo dire e… a buon intenditor poche parole. Erano donne, ma questa è una storia lunga.

Le Janas invece? Cosa facevano le Janas? Come vivevano? Nonostante le tante similitudini che legano storicamente, geograficamente e culturalmente la Liguria alla Sardegna, queste creature magiche sono totalmente diverse e questo è ciò che mi ha incuriosito. Lascio a Marta la parola, leggete infatti cosa racconta lei stessa, in uno dei suoi articoli, che mi ha davvero affascinato molto, qualche giorno fa:

Si narra che un tempo lontano, in terra di Sardegna vivevano le Janas.

Erano fate leggendarie, spesso buone, talvolta cattive.

Belle, schive e misteriose, erano preda dei pastori, dai quali si proteggevano rintanandosi tra le rocce.

A loro apparteneva un’arte: ricamavano arazzi stupefacenti che acquisivano poteri occulti, se esposti alla luna.

Perciò per azionare l’incantesimo, le fate erano costrette ad uscire e stendere sulla pietra le loro creazioni, concedendole alle tenebre.
Ma bastava rubare un solo filo dell’abito indossato dalle Janas, per possederle in eterno.

E i pastori questo lo sapevano…

JanasE questa che vedete è una rappresentazione, un’immagine che le ritrae. Oh sì, devo ammettere che sono sicuramente più carine di quelle liguri, ma una foto delle mie ve la metto lo stesso, tanto siamo sotto il periodo di Halloween, non dovreste aver paura. SONY DSCDai, cosa sono ‘ste smorfie? Hanno tutte e due i capelli neri e il vestito nero, non sono poi così diverse! (Non me ne voglia la  ragazza della prima foto, che trovo bellissima!). Avete letto comunque le diverse credenze? Ecco cosa mi è venuto in mente. Quali altri magici personaggi ci saranno stati nel resto d’Italia? Quindi, le vostre? Campani, lombardi, pugliesi, veneti, etc… che mi scrivete, ditemi, come sono le vostre Streghe? O le vostre Fate. Quali requisiti avevano? Sono ovviamente ammessi anche i liguri nonostante ci sia già io. Sarei proprio curiosa di conoscere nuove cose che non so riguardo le mie Bazue. Dai, raccontantemi! Sono sicura che le vostre risposte interesseranno molto anche la mia amica Marta. Un bacione magico a tutti.

M.

Dialetti per tutti

Ogni volta topini che scrivo un articolo, o una parola, o una frase riguardante il mio dialetto, il Ligure o il Genovese, mi accorgo di essere entrata nella curiosità di gran parte di voi. C’è divertimento e, a volte, voglia di tornare alle vecchie tradizioni. E allora, mi è venuta un’idea; un’idea della quale me ne assumo la completa responsabilità (perdonatemiiii!). Tolte due o tre strofe, tutte le altre frasi che trovate qui sotto elencate, appartengono alla mia memoria e, la scrittura, è quasi sempre di mia immaginazione. Ebbene topi di tutta Italia, oggi voglio espatriare dalla mia Valle e farmi un bel giro da tutti voi e, per ognuno di voi, ho trovato le strofe di una vostra canzone popolare, nella speranza di farvi un lieto regalo. Tra l’altro, sapreste riconoscere i vari dialetti a quale regione appartengono? Vabbè, vi aiuto, li ho divisi per colore e, inoltre, posso dirvi che il primo, è dedicato alla mia terra, la Liguria. E poi? Divertitevi, alcuni son davvero simpatici. E’ stata un’idea impegnativa, ma il risultato mi sembra abbastanza buffo per potervi augurare una buona giornata in allegria, canticchiando, questa specie di “minestrone”! Buon dialetto a tutti!

Ma sa ghe pensu alua mi vegu u ma,

vegu i mei munti e a ciassa d’Anunsià

rivegu Righi e u me se strenze u coe

vegu a Lanterna, a cava, lazzu u moe.

Sei trascinato per via ‘Halzaioli
e pensi ‘he ieri dicevi ai figlioli
“Sarà, ma domani, Maremma Toscana,
ll’è pioggia, c’ho un callo che segna buriana!”

Ma che ccie frega, ma che ccie ‘mporta

se l’oste al vino ccia messo ll’acqua

e noi je dimo e noi je famo

Cciai messo l’acqua e nun te pagamo! “

Staje luntana da ‘sto core

a te volo cu’o penziere

niente vojio e niente spero

ca tenette sempe a fianc’ a mme

Calabrisella mia, calabrisella mia

calabrisella mia facimm’ammuri

tirulallero, lallero, lallà

‘stà calabrisella muriri mi fa!

Vitti ‘na crozza supra nu cannuni

i cu ‘sta crozza mi misi a parlari

idda ma rispunniu cun gran duluri

Sun murtu senza u tuccu di campani”

In sos muntonarzos, sos disamparados
chirchende ricattu, chirchende
in mesu a sa zente, in mesu
a s’istrada dimandende. Sa vida s’ischidat pranghende.

T’amavo nun t’amo cchiu’ t’agge lasciato,

e ringrazio Dio ca ne so asciuto.

Io ero muto, cecare, era ‘nsensato,

cammenavo disperso, ero perduto.

Quannu te llai la facce la matina
L’acqua ninella mia nu l’hai menare
Nu l’hai menare l’acqua na
L’acqua ninella mia nu l’hai menare nu l’hai menare .

Arevié marite mé arevié lu lette
ca te so’ messe li fresca lenzola.
Vattene moglia mé ca nen ce pozzo venire
ca so’ lassate la pecura sola.

E vola, vola, vola

e vola lu cardille

nu vase a pizzichille

‘mo facemme a pruvà.

Affaccete alla finestra o te rompo ‘n vetro,
ardamme la mi’ robba che t’ho deto,
e ardamme la mi’ robba che t’ho deto
e anche qu’ll’anellino che c’hai tu al deto.

Chicchirichì che c’hai per cena
chicchirichì c’ho l’inzalada
chicchirichì chi l’ha combrata
chicchirichì la combrerò.

Ciavarin l’à vendù i bò….
L’à vendù i bò e la cà in montagna ohè,
per comprare ’na mula,d’andare a Soragna.
L’à vendù i bò e la cè in montagna ohè.

Bevè, bevè compare

se no ve mazzeghè.

Piuttost che me mazzeghè,

mi tut ‘l beverò!

Ai preat la biele stele,
duch li Sants del Paradis:
che il Signor fermi la uére,
che il mio’ ben torni al pais.

O Angiolina, bela Angiolina.
innamorato io son di te
innamorato da l’altra sera
quando venni ballar con te.

O mia bela Madunina, che te brillet de lontan
tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan
sota a ti se viv la vita,

se sta mai coi man in man.

Ô fier Mont Blanc, roi des sommets, salut à ta puissance!
Ô fier Mont Blanc, roi des sommets, salut à ta puissance!
Ta flèche au-dessus des guèrets, des pavillons de nos forêts,
et des glaciers aux bleus reflets, dans le grand ciel s’èlance.

O bundì, bundì, bundì ,‘ncura na volta, ‘ncura na volta.
O bundì, bundì, bundì ,‘ncura na volta e peui papì,
‘ncura na volta sota la porta ,‘ncura na vira sota la riva.
O bundì, bundì, bundì ,‘ncura la volta e peui papì.

Allora, vi è piaciuto questo giro d’Italia? Pant pant! Sono stanchissima. Corichiamoci un po’ ora e riposiamo… domani è un altro giorno! Squit!

M.

Filastrocca per tutto l’anno

Buon inizio settimana, topini e BUON ANNO! TANTA GIOIA E CHE TUTTE LE SETTIMANE DI QUESTO NUOVO ANNOGiorni della settimana con il formato colorato lettera magneti Archivio Fotografico - 4151990 SIANO COME QUELLA DELL’AUGURIO CHE STO PER PRESENTARVI! Ho tirato fuori dai miei mille ricordi questa filastrocca che mi piaceva tantissimo quando ero una cucciola. E’ la filastrocca si della settimana, ma anche la canzoncina dedicata al sorriso, alla felicità. E’ con tanto affetto che ve la dedico, nella speranza che possiate trascorrere giornate ricche di serenità e amore:

Tanto sole il lunedì,

bianca neve il martedì,

mercoledì si scende in piazza

per sentir la storia pazza.

Qui si ride il giovedì,

non si piange il venerdì

e di sabato, vi avviso,

c’è la festa del sorriso.

La domenica è baldoria,

perchè inizia un’altra storia.

Qui nella mia Valle è usanza da tantissimo tempo canticchiare nenie e filastrocche ai bambini e chissà se quelle che cantiamo qui sono le stesse che vengono pronunciate nelle altre zone d’Italia. Questa, ad esempio, la conoscevate?

Un grande baciotto e tanti, tantissimi auguri dalla vostra topina.

M.

Lucertola, anche lei tra un po’ andrà in letargo

Miss Lizard topini! Ecco a voi la Lucertola.

Ohi, ohi… già vedo le vostre smorfie… Ma cosa vi ha fatto di male? Striscia ed è veloce, è questo che v’infastidisce vero? Eh sì, lo capisco, e in effetti devo ammettere che quei suoi scatti rapidissimi destabilizzerebbero chiunque. Ma, in realtà, la Lucertola è un animaletto molto buono che non farebbe male nemmeno a una mos… Beh, a una mosca forse sì.

Si nutre infatti di vari tipi di insetti, aracnidi, vermetti, lumachine microscopiche e piccoli frutti. Per una legge della natura e della sopravvivenza io la trovo utilissima quindi!

Questo esserino fa parte della famiglia dei Lacertidi e, in questi giorni, nei quali le temperature stanno iniziando ad abbassarsi, comincia a cercarsi una tana per l’inverno.

Cibo, non ne troverebbe e, con il freddo, i suoi movimenti diventerebbero lentissimi e sarebbe una preda troppo facile per i predatori, senza contare che, alle temperature vicino allo zero, incontrerebbe morte certa.

E noi possiamo aiutare le Lucertole sapete? In un modo semplicissimo. Basterà organizzare nel nostro giardino un insieme di piccoli muretti a secco e rami accatastati o mucchi di pietre. Lo allestiremo con qualche siepe di diverso genere ed ecco, bello e pronto, uno splendido habitat per questi piccoli rettili.

Nella mia Valle ce ne sono di tantissime razze senza contare quelle che possiamo incontrare in tutta Italia!

Ma lo sapete che esiste addirittura una razza di Lucertola Campestre, molto comune, chiamata proprio Lucertola Ocellata della Liguria? Ebbene sì. E poi ancora: quella di Horwarth, quella Alpina, quella Muraiola, quella Tirrenica, quella Bedriaga e infine, quella Vivipara. No, non sono pazza; quest’ultima particolare specie di Lucertola, partorisce i suoi cuccioli già sviluppati e completamente autonomi mentre, solitamente, la Lucertola depone, scavando una buca nella terra con le zampette anteriori, dalle 2 alle 12 uova all’anno durante il periodo estivo. Queste uova si sviluppano e vengono poi rotte dal piccolo grazie al “dente della vita”. Un particolare corno di cheratina che si trova sulla punta del muso e che poi cadrà senza lasciare segni. Come accade alle tartarughe. Queste uova rimarranno sotto terra fino alla loro schiusura.

I colori della Lucertola Campestre, quella più visibile da maggio a ottobre che riposa ai tiepidi raggi del sole e che tutti conosciamo, sono stati splendidamente descritti da Sergio Abram, scrittore e ricercatore faunistico-ambientale che così ne descrive la livrea: superiormente è bruna-grigiastra, o grigia-rossastra, o bruna-verdastra, o verde con macchie o con reticolature scure. Inferiormente è rossastra, aranciata o giallastra, macchiettata di scuro e, talvolta, con bordi scuri o blu.

E’ vero. La Lucertola può essere così variopinta, a seconda della razza e delle sfumature che mostra che, sotto il sole, oltre a brillare, sfodera tutte queste tinte luccicanti. E’ un animale dal sangue freddo, eterotermo e, ormai, farà capolino dal suo nascondiglio il prossimo aprile.

A lei dedicati sono diversi i detti e i proverbi creati dall’uomo alla ricerca di metafore verso questo animale simbolo del Dio Ermes: “Essere agile come una Lucertola” – “Sembra vivere di Lucertole” – “Stare al sole come una Lucertola”, e chi più ne ha più ne metta. Perchè è un animale che ha sempre convissuto con noi.

Questo sauro, dalla testa piuttosto piatta e triangolare, è conosciuto fin dall’antichità, dalle credenze mitologiche, dai tempi dei Greci e dei Romani che addirittura credevano, du­rante l’inverno, che la Lucertola andasse in letargo per risvegliarsi poi in primavera e, per questo, assumeva un significato simbolico anche in ambito funerario, rap­presentando la morte e la rinascita, e spesso, era ri­prodotta in questo contesto sulle lastre tombali.

La rinascita. Come a rinascere può pensarci la sua coda se viene mozzata. La Lucertola, dotata della capacità cosiddetta della “morte apparente” permette a questo suo quinto arto di staccarsi tramite tagli interni vertebrali e rimanere quindi nelle fauci del predatore che, quando riesce ad accorgersi della presa in giro, ha ormai già lasciato troppo tempo di fuga alla Signora Lucertola. Eh sì. A quel codino, finchè rimane ossigeno nei vasi sanguigni, continuerà a muoversi come un esserino acchiappato che tenta di liberarsi. Lucertola se ne andrà contraendo i muscoli che eviteranno l’emorragia e starà così fino alla ricrescita della nuova coda a punta. Affascinante non trovate?

Sono tanti i cugini di Lucertola che vivono qui da me: c’è la Salamandra, il Ramarro, il Geko… il Camaleonte… Scherzo, il Camaleonte non vive qui in Valle Argentina ma è parente di questo simpatico animaletto e, piano piano, vi farò conoscere tutta la famiglia.

Per ora vi saluto, alla prossima!

M.

C’è ancora qualche tocco di stile Liberty in Valle Argentina

Sicuramente conoscete tutti questo tipo di pavimenti. I vostri nonni, o voi stessi, potreste averli in casa. 

Nella mia Valle, ancora molte abitazioni ce l’hanno. Sono un pezzo di storia. Uno specchio del passato, della vita che è stata e di quella che è.

Quante persone hanno camminato su queste piastrelle. Quanti tacchi ci hanno picchiettato sopra. Quanti uomini hanno lavorato per la realizzazione di questo pavimento. Quanti anni hanno visto passare su di loro.

Questo stile si chiama Liberty, la “nuova” Art Nouveau, ed è una tipologia di pavimentazione usata già nell’800.

Semplice, adatta a qualsiasi tasca fin da subito ebbe però il suo grande boom nei primissimi anni del’900.

Le mattonelle esagonali o pentagonali lo compongono i pavimenti delle immagini sono in realtà scarti di altre mattonelle e, dopo averle lavorate, si potevano ottenere, per quei tempi, disegni meravigliosi.

Questi che vi pubblico sono i pavimenti e gli scalini di topozia, che è vecchia quanto il suo pavimento, e sono, per così dire “a fiore”, ma ne esistono di varie fantasie.

Anche il colore può cambiare ma i più usati erano proprio questi: il vermiglio color del cotto, il nero color dell’ardesia, il grigio color del ferro e il crema dell’avorio.

Alcune piastrelle si possono trovare infatti in Lavagna ma, la maggior parte delle volte, si tratta di una lavorazione di polveri, cementine e graniglie. Un misto che permetteva la realizzazione di un materiale solido e grezzo adatto a tutte le situazioni, per le case più nobili e quelle meno pretenziose.

E’ proprio per l’Ardesia che posto questo articolo, grande risorsa della mia Valle.

Questo particolare pavimento ha la capacità di durare nel tempo e lo ha ampiamente dimostrato devo dire. Inoltre è molto veloce da posare. A quei tempi, si viveva il periodo in cui si costruivano case su case; c’era l’immigrazione, i figli si sposavano ed erano sempre numerosi e bisognava essere veloci a realizzare nuove dimore. Questa pavimentazione rispondeva perfettamente alle necessità.

Quello che ha di positivo, tra l’altro, è che la sua manutenzione non è difficilissima. Ci vuole solo un po’ di accortezza perchè non resiste a tutti i detersivi, soprattutto se acidi, e col tempo, rischia di rovinarsi. L’ideale sarebbe di tenerlo pulito con degli oli appositi. C’è anche chi ci fa solidificare sopra una particolare cera e lo rende lucido ma, originale e più ruvido come questo, è più autentico a parer mio. Ora, tra l’altro, è tornato di moda e chi si ritrova un pavimento così in casa fa di tutto per riuscire a salvarlo durante i restauri. Persino architetti e geometri lo consigliano ritenendolo di gran pregio. Danno un tocco di fascino in più all’intera abitazione.

E non esistono solo in Italia e no, non solo nella Valle Argentina. Questo stile è stato famoso in tanti paesi d’Europa e, in ognuno di questi, si chiamava in modo diverso.

Un’arte all’avanguardia capace di accontentare ogni tipo di ceto sociale e di gusto. Qui da noi era davvero l’ideale considerando un’architettura abbastanza lenta e pare anche che i primi, in Italia, a inventare questo tipo di pavimento, furono i Siciliani.

Dalle immagini potete vedere come questo pavimento sia “nudo”. Semplice. Originale. Ma più si andò avanti con gli anni e più iniziarono a nascere bordure e cornici intorno a queste mattonelle. Vennero infine realizzati disegni interi. Delle opere d’arte simili ad un vero mosaico e che spesso rivestivano tutti i piani dei palazzi. Cavalieri a cavallo, o semplici virgole. Dragoni con le fauci aperte, o fiori stilizzati. E, con l’alternanza dei colori, queste immagini risaltavano ancora di più.

Non avevano lo zoccolino piastrellato come abbiamo oggi. Esso era sempre direttamente dipinto sul muro e, solitamente, nero e molto alto per incorniciare al meglio il capolavoro appoggiato per terra. Pavimenti associati a scale di ardesia; scalini massicci, alti, anch’essi pronti a perdurare nel tempo e che donano alla casa sempre un aspetto austero, a volte un po’ ombroso ma importante. Con ringhiere lavorate o semplici scorrimani in legno apparivano ancora più eleganti.

Storia nelle case, vita di un tempo. Un altro pezzo di arte nella mia Valle. Un altro pezzo di tempo che considero storico.

A presto!

M.

Le verdi distese di Cima Marta

…le verdi e meravigliose distese di Cima Marta.

Non so voi ma solo guardandole, queste foto, mi aprono il cuore.

Vi avevo tempo fa postato delle immagini di questo luogo in inverno, quando le distese diventano completamente bianche e nella passeggiata che avevamo fatto insieme, da Triora al Monte Grai, vi avevo fotografato questo posto dalla strada sterrata.

Questa volta, invece, a scattare queste splendide immagini ed ad andarci proprio nel bel mezzo di tali distese, ci ha pensato Niky.

E’ un tour che quest’estate io non ho ancora fatto ma non mancherò, come ogni anno del resto. Ho zampettato più in basso ma, su questi luoghi, che conosco come la punta dei miei baffi, posso raccontarvi ogni cosa.

Da che sono topina, ogni tot mesi devo salire fin quassù. Neve permettendo ovviamente.

Siamo in un tratto importante della mia Valle sapete? Innanzi tutto siamo nell’Alta Valle Argentina e questa meta è sempre presa di mira da persone che vogliono sognare, in pace con loro stesse, ammirando un panorama mozzafiato.

Cima Marta 2.138 mt… da far invidia ad Alice e il suo paese delle meraviglie. E’ uno dei luoghi più elevati della mia Valle. Siamo sulle Alpi Marittime, sul Marguareis, sul confine tra l’Italia e la Francia. Siamo sopra Colle Melosa e questa zona è famosa per il “Sentiero degli Alpini” e la presenza di fortificazioni risalenti alla Seconda Guerra Mondiale situate sui Balconi di Marta, ossia, i pendii di queste montagne. Un intero complesso fortificato con alcune opere addirittura precedenti al conflitto mondiale e risalenti alla metà dell’800.  La strada stessa è una strada militare.

Tra le più importanti costruzioni c’è anche il bunker. 1.350 mt di cunicoli e scale soterranee. Un giorno vi ci porterò.

Tanti sono anche i fortini e le batterie; riempiono questo luogo sorprendente che è conosciuto anche con il nome di Monte Vacchè. Un casone, dove risiedevano 100 soldati. Le mura di trincea. I magazzini delle munizioni di scorta. Alcuni, ancora in piedi, altri solo ruderi.

A contornare il paesaggio, tre dei principali monti che chiudono la mia Valle in bellezza: il Pietravecchia, il Toraggio e il Grai, con i loro rifugi e i loro sentieri. Rare bellezze. Pascoli senza una fine. Una natura mista. Aspra e selvaggia, dolce e sinuosa. Il posto ideale per una giornata con gli amici, il pallone e il proprio cane, tutti insieme su di un plaid.

I costoni rocciosi non riescono ad interrompere i prati infiniti. L’aria è frizzantina, sempre, ma in estate, non c’è la fitta nebbiolina che disturba nelle altre stagioni.

E’ facile notare, tra questi ripidi pendii, che cingono il vallo ligure, tanti agili animali come camosci, poiane, tassi, marmotte. E ovviamente, anche qualche topino.

Non c’è abitante della mia Valle che ogni tanto non salga su per questi sentieri. Bisogna venirci, se ne sente il bisogno. E’ come fare rifornimento di energia. Di amore.

Ci si può avventurare a piedi, oltrepassando foreste e lastroni di roccia, in bici, a cavallo o in auto naturalmente, bisogna solo fare molta attenzione. Questa strada non ha protezioni ed è molto stretta e, inoltre, vi sconsiglio vivamente di venirci con una macchina troppo bassa.

Quanta vita c’è stata su queste montagne e quanta morte. Quanti ricordi tengono racchiusi in sè questi pascoli baciati dal sole. Quante impronte ricopre quell’erba che da verde diventa dorata. E nei pressi di tanta magnificenza si può notare uno splendido panorama che scende giù, fino in fondo, e permette di scorgere la Diga di Tenarda, i casoni dei pastori, i boschi più in basso, di un verde più cupo. Nemmeno il più bravo dei pittori potrebbe riuscire a fare tanto.

E allora topi, è arrivata l’estate, datemi retta, una giornata dedicatela a questo paesaggio. Tornerete a casa contenti.

M.

Benedetto Revelli e l’origine dei furgari

Topi carissimi, provenendo dalla Valle Argentina, non posso fare a meno di spiegarvi e raccontarvi un’altra bella favola. Una favola vera, che tanti, tanti anni fa è accaduta realmente.

Vi sarete accorti che ultimamente vi parlo spesso del paese di Taggia e c’è un perché. Siamo nel mese di febbraio, tra poco giunto al termine, ed è ovvio che io vi racconti di questo luogo. Ma perchè? Ve lo spiego subito. Tutto gira intorno a un personaggio, chiamato Benedetto Revelli, divenuto poi Santo, che ha salvato la città di Taggia e, ancora oggi, per tutto il mese di febbraio è ricordato tramite feste, manifestazioni, canti, balli, furgari, fuochi d’artificio… insomma, tutto gira intorno a lui. I suoi compaesani, come a credere di non fare abbastanza, rendono omaggio al loro salvatore ogni anno e da tantissimo tempo. Con grande impegno e orgoglio, organizzano numerose attività e manifestazioni. Sarà per questo, cari amici miei, che per qualche giorno vi racconterò del loro talento e la loro devozione.

Prima, però, devo raccontarvi qualcosa che possa farvi comprendere tutto ancora meglio. Ciò che sto per scrivervi è stato stampato da Roberto Bracco e sono le origini di questa lunga manifestazione divisa in tanti altri festeggiamenti settimanali:

“Tra storia e leggenda, risalgono a circa 400 anni fa, quando, il 26 aprile del 1625, il consiglio degli Anziani e il Parlamento di Taggia espresse il voto di costruire un Oratorio in onore del suo Santo Patrono, Benedetto Revelli, tra le altre cose Vescovo di Albenga, facendo solenne promessa di festeggiare in perpetuo, il 12 febbraio di ogni anno, visitando in processione detto Oratorio. È quindi dal 1626 che l’intera città festeggia San Benedetto, abbinando alla cerimonia sacra la Festa dei Fuochi, con accensione di falò in tutte le piazze. La storia indica l’origine di tali festeggiamenti durante la famosa Guerra dei Trent’anni, tra la Repubblica di Genova ed il Ducato di Savoia, quando per la conquista dei territori strategici di Bajardo, in mano ai Genovesi, e di Carpasio, controllato dai Savoia, la Valle Argentina, tra l’aprile e il maggio del 1625, fu teatro di cruenti scontri. All’epoca non si facevano prigionieri, e la conquista dei territori portava a pesanti saccheggi, nonchè a violenti oltraggi verso donne e bambini. Fu così che, nonostante una strenua difesa delle milizie locali, di fronte alle forze preponderanti dei Franco-Piemontesi, il 16 maggio del 1625, Taggia si arrese ai Sabaudi, confidando nel voto fatto precedentemente al patrono San Benedetto affinchè fosse salvata da saccheggi e soprusi. In effetti i Sabaudi si mostrarono clementi, accontentandosi di un donativo e richiedendo l’ospitalità delle proprie truppe e l’omaggio al Duca di Savoia. La leggenda, invece, prendendo spunto dal tipo di festeggiamenti che si protraggono dal 1626 e cioè dalla Festa dei Fuochi, fa risalire le origini allo scampato pericolo di incursioni saracene che, a quei tempi, erano abbastanza frequenti nel Mar Ligure. L’intervento del Santo, che Santo all’epoca ancora non era, che suggerì di accendere dei grossi fuochi in ogni piazza del paese, fu decisivo a convincere i Saraceni, in avvicinamento alle nostre coste, che la città di Taggia era già stata oggetto di saccheggi e quindi a proseguire per altri lidi. Comunque, a prescindere da cosa abbia dato origine ai festeggiamenti in onore di San Benedetto, quello che conta è la passione e l’entusiasmo che la cittadinanza intera mette nell’impegnarsi alla perfetta riuscita della manifestazione che, nel corso degli ultimi anni si è arricchita molto, migliorando sino al punto di meritare l’iscrizione alla F.I.G.S. (Federazione Italiana Giochi Storici) che patrocina solo le migliori manifestazioni in costume d’Italia. E, inoltre, nel 2009 la Duea Film dei fratelli Avati-Roma è venuta a riprendere la nostra manifestazione considerata tra le venti migliori in Italia per trasmetterla sul canale satellitare TV2000 visibile anche in Europa”.

Che dirvi ancora? Non mi resta altro che mostrarvi, ora che tutti questi festeggiamenti sono giunti alla fine almeno per quest’anno, ulteriori post per farvi sognare un mondo a noi sconosciuto. In questi giorni chi entra a Taggia viene catapultato davvero in un’altra epoca! Tutto è studiato e preparato con massima cura e ogni via, ogni persona. ogni casa del paese si trasforma.

Preparatevi!

Un abbraccio.

Pigmy

 

M.