Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

Sul sentiero Parvaglione attraversando ruscelli

Il bellissimo sentiero che percorriamo oggi, lo facciamo a scendere, partendo dalla Casermetta Lokar, situata a 1700 mt s.l.m., in cima al Monte Gerbonte per arrivare al Pin, appena sopra Borniga.

Chiamato “Sentiero Parvaglione o dei Paravaglioni” ma più conosciuto come “Sentiero degli Alberi Monumentali” deve il suo nome ad una caratteristica etimologia che riguarda le Farfalle. Parvaiui, infatti, in dialetto, significa Farfalloni e ci sono momenti in cui, alcune zone di questo luogo incantato, si riempiono di meravigliose Farfalle di tutti i colori. E’ tipica la frase che da noi si dice quando nevica – I càa parpiiui de neve – (scendono farfalle di neve/grandi fiocchi).

Ma questo nome nasconde ben altro, di ancora più affascinante, preso anche dal termine francese Papillon (Farfalla) in una terra dove un tempo le lingue del francese e dell’italiano si mescolavano spesso, formando sovente ulteriori dialetti o lingue a sé come ad esempio l’Occitano. E qui siamo proprio sul confine, non per niente si possono ammirare, ad Ovest del Monte Saccarello e delle Alpi Liguri dove siamo, la Catena del Tanarello e Punta Missun che appartengono, oggi, alla Francia.

Come vi dicevo, il fascino di questo termine è dato soprattutto dalla Dea Parvati o “Figlia della Montagna” (una meraviglia), simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione di energia e potere creativo. Vi ho sempre detto che la Farfalla è simbolo di Rinascita e qui ne abbiamo un’ulteriore prova.

Qui dove Madre Terra partorisce una natura selvaggia che occorre assolutamente rispettare.

Osserviamo però anche l’altra dicitura: Sentiero degli Alberi Monumentali. E lo credo bene. I Larici, gli Abeti e i Faggi che costituiscono un ambiente unico nel suo genere, sono davvero splendidi e maestosi. Un tempo venivano tagliati per avere la legna ed è spettacolare notare, dove adesso è rimasta la vecchia cappaia, una nuova vita crescere. Piccoli alberelli teneri teneri, fioriscono dall’anziano tronco e con una punta di albagia spiccano verso l’alto, senza temere gli enormi fratelli. Tra molto tempo saranno proprio come loro.

Forte era la richiesta di legname durante i due periodi bellici più importanti della storia e, questa foresta, venne ripopolata velocemente, dopo studi dettagliati, di nuove piante. Fortunatamente, alcuni fusti, a causa della loro irregolarità o della loro consistenza considerata non idonea, vennero lasciati e oggi sono testimonianza di un mondo vetusto, che perdura da secoli e che può raccontare molto di un ambiente ancora poco conosciuto.

Gli alberi che consideriamo giovani, sono anch’essi altissimi e rigorosi. In un Faggio che offre riparo, qualcuno dall’animo artistico, ha posizionato una piccola pietra con due occhietti. Sembra un allocco in tana.

I piccoli alberelli di cui vi accennavo poc’anzi, sono morbidi e flessibili. Rispetto ai grandi, il loro verde è più acceso, più vivace, sono meno seriosi ovviamente, data la loro giovane età. I Larici invece, ancora arsi dal freddo invernale, appaiono cupi e spenti ma comunque bellissimi. I Faggi devono ancora mostrare il meglio di sé, mentre gli Abeti, donano un tocco di colore cupo che suggestiona. Si distinguono l’Abete Rosso e quello Bianco. Qualche Sorbo colora quella solennità.

E’ facilissimo, in questo ambiente di alberi secolari, di morbido sottobosco e di neve ancora presente, immaginare gli occhi d’ambra di Lupo spuntare all’improvviso da dietro un tronco. Proprio così, siamo nella terra dei Lupi e non serve saperlo, lo si percepisce. Lo si visualizza senza alcuna difficoltà. Quello è il suo regno.

Aspettando il suo arrivo ammiro quei tronchi. Alcuni sono sagome strane, forme bizzarre e attraenti. Un muschio di velluto li ricopre. Il verde è vivo, deciso, appariscente. Pettinato sul via vai delle rughe di legno. Mi chiedo se dobbiamo essere noi a paragonare queste bellezze a quelle celtiche, o se un irlandese le notasse probabilmente inizierebbe a dire nella sua terra natia << Proprio come quelle dell’Alta Valle Argentina >>. E poi… fate e folletti e gnomi, tra primule e anemoni.

Bombi e formiche vivono quei luoghi per nulla disturbati dal nostro camminare.

Si scende. Alcune zone sono leggermente impegnative. L’attraversamento di diversi ruscelli richiede attenzione, anche se basta un solo passo per giungere dall’altra parte. Che bello essere una topina femmina! I maschietti ti dan la zampa… et voilà! Ti ritrovi sul lato opposto del rio.

Siamo quasi a maggio. In questo periodo la neve è ancora parecchia ma inizia a sciogliersi, quindi risulta morbida e scivolosa. Un bel paio di scarponi adatti sono quello che ci vuole. Anche impermeabili ovviamente.

Il primo rio che si attraversa è chiamato Rio Cassin. Siamo sotto a Cima Marta e tra poco raggiungeremo un punto panoramico che lascia senza fiato, permettendo di vedere la punta del Gerbonte, dove siamo appena stati, e poi tutta la parte alta della mia Valle contornata dal Monte Frontè, dal Passo della Mezzaluna e dal Passo del Garezzo. Più in basso, cullati dalle Alpi, Borniga, il Pin e Abenin.

Indicherei questo sentiero come – adatto a tutti – soprattutto in assenza di neve.

E’ solo lunghetto. Andando di buona lena bisogna calcolare circa 2 ore e mezza per arrivare al Pin, considerando sempre che stiamo scendendo. Se siete come me, che mi fermo a fotografare ogni cosa, aumentate pure il tempo.

Ma come si fa a non immortalare tanto splendore? Questa natura offre vari spettacoli. Primi fra tutti: Rapaci, Picchi, Camosci, Lupi e Caprioli. Io sono riuscita a fotografare uno Yearling, da come potete vedere, cioè un giovane Camoscio. Ce n’erano due, ma l’altro era troppo distante, beatamente sdraiato sulle rocce, e il mio obiettivo non mi permette tanto.

All’interno della foresta l’atmosfera è umida e ombrosa. Il verso del Cuculo accompagna per tutto il tragitto così come lo scrosciare dell’acqua che, a tratti, forma cascatelle fresche e pimpanti.

Flutti allegri si tuffano tra le rocce e scendono veloci unendosi ad altra acqua. L’ambiente si rinfresca ancora di più e si prova a guardare oltre a quella trasparenza.

Attorno a loro tante impronte. Il Tasso, ho scoperto, ha gironzolato ovunque!

L’aria è frizzantina. In alcuni punti si percepisce odore di selvatico. Da noi si dice bestin e trattasi soprattutto di animali come Capre e Cinghiali che emanano il loro forte odore. Naturalmente, visto dove siamo, si tratta prevalentemente di Camosci e Caprioli.

Il bagnato provoca freschezza nelle narici e il lieve venticello può raffreddare le zampe anteriori altre al muso.

C’è tanta acqua da bere. Piccolissimi laghetti permettono di dissetarsi e, infatti, vicino a loro, le orme permettono di leggere movimenti che incuriosiscono. Storie alle quali non pensiamo dalla nostra tana, ma cosa accade i questi luoghi magici, mentre noi ancora dobbiamo alzarci dal letto? La neve, tende a soffocarli ma il loro vigore è più forte e, alla fine, risultano contornati da nuvole bianche.

Dopo aver camminato su un sottobosco morbido, contornato da Rododendri che devono ancora fiorire e primule che spiccato nel pallore dell’erba paglierina, si arriva all’asfalto che ci fa proseguire per qualche tornante fino alle auto.

E’ in questo momento che ci si sente appagati e si ha voglia di tornarci di nuovo. La natura chiama e lascia addosso un pizzico di malinconia.

Con lo sguardo si ripercorre la strada fatta. Si rivedono quei Larici severi, alti e dritti verso il cielo. Quelle guglie aspre e ardenti che quasi intimoriscono. E si promette. Sicuri di non essere riusciti ad ammirare tutto quello che c’era da vedere. Si promette di tornare e così sarà.

Ora vado riposare le zampette però, mi auguro di avervi fatto fare un bel tour anche questa volta.

Io vi mando un bacio pacato come pacata è la natura che ho incontrato oggi.

Alla prossima topi!

Ad Abenin, nel tempo dei lupi

Ah, topi… che terra, la mia! Una terra di artisti, di anime sensibili che hanno prodotto capolavori più o meno conosciuti. La Valle Argentina che da tempo mi impegno a farvi conoscere è stata prediletta come sfondo perfetto per varie ambientazioni, sono diversi gli scrittori che l’hanno immortalata nelle pagine uscite dalla loro penna. Calvino, Biamonti, Montale… ormai li conoscete. Ma ce n’è uno ben più vicino, nostro contemporaneo, che ha saputo descrivere certe zone della Valle e certe vicende in un modo così particolare e vivido da farmi venire un fremito dal cuore alla punta della coda!

Sto parlando di Giacomo Revelli, autore taggese del libro “Nel tempo dei lupi. Una storia al confine”. Be’, credetemi se vi dico che vale la pena di leggerlo.

Nel tempo dei lupi - Giacomo Revelli

Ambientato nei dintorni di Realdo, a fare da sfondo alle vicende che vedono Guido Valperga come protagonista c’è lei, la natura in tutta la sua potente bellezza, la stessa che elogio sempre nei miei articoli. Ma oggi non voglio essere io a parlare, vorrei che vedeste Borniga, Abenìn, il Gerbonte con gli occhi di Giacomo Revelli, che ha saputo intrappolare tanta bellezza in un libro.

Ma non si è limitato a questo, nossignori! Ha anche trattato tematiche molto belle, attuali e importanti che invitano a riflettere, soprattutto gli esseri umani che – lo so benissimo – frequentano il mio blog. E allora eccomi qui a darvi qualche assaggio delle sue parole. Sono andata sui luoghi del romanzo per voi a scattare qualche foto e mostrarvi la bellezza selvaggia dei luoghi descritti dall’autore.

Valle Argetina - Realdo - Abenin

Il romanzo inizia con Guido Valperga, il protagonista, che viene incaricato di piazzare un’antenna per il wifi in alta Valle Argentina e più precisamente nei pressi di Abenin, dopo l’agglomerato abitativo di Borniga. Il capo dell’azienda per cui lavora gli ha ordinato di piazzare l’antenna a Barëghë d’r bola, una zona impervia e pericolosa, lontana da occhi indiscreti e segnata da crepacci e strapiombi.

E’ un posto brutto – ripeté il vecchio – c’è una scarpata, uno strapiombo. Già una volta, anni fa, sono andati a prendere uno che era caduto giù. C’è un sentiero, ci portavamo le bestie malate. Ma è pericoloso, da solo con ci può andare. E nessuno la può accompagnare”.

“Beh, pài… cheicün ër li sëria…” (Be’… qualcuno ci sarebbe)

“E chi?”

“Cul… ën l’Abenìn.” (Quello… ad Abenìn)

“Chi? ‘R ni i a ciù nësciüni lasciù!” (Chi? Non c’è più nessuno lassù!)

“Ma sì! Cur mesagée… com ‘r së ciama…” (Ma sì, quello zoticone… come si chiama…)

“Chi? Chi ti diju? Giusé Burasca? (Chi? Chi dici? Giusé Burasca?)

“Certu! Ee” (Certo!)

“Ma va! Sëra mort!” (Ma va, sarà morto!)

“Ma nu! Miliu, ‘r figl’ de Lanteri, ër l’à vist a faa de fascine ën lë bosch damùnt de cave.” (Ma no! Emilio, il figlio di Lanteri, l’ha visto fare delle fascine nel bosco sopra la ceva)

Guido, torinese abituato alla vita e ai ritmi cittadini e dipendente dalla tecnologia, si ritrova così ad affrontare un viaggio alla ricerca di qualcuno che possa guidarlo tra i monti e i sentieri della Valle Argentina. I suoi passi lo condurranno ad Abenìn, dove dovrà affidarsi ad altri per portare a compimento il proprio lavoro, senza poter utilizzare apparecchi elettronici, i quali nelle zone impervie dell’alta Valle non captano i segnali della rete.

Abenin

“Ad Abenìn non c’era nessuno, nemmeno il vento. La conca era immersa nel silenzio profondo, di quelli in cui, camminando, si sentono le pietre parlare coi sassi. Le poiane volteggiavano nell’aria immobile. Una cornacchia tagliò radente le cime e scomparve. C’era qualcosa di fragile. Trovare l’unica casa abitata di Abenìn non fu difficile. Ce n’erano un gruppetto, fatte di sassi grigi messi uno sopra l’altro, incastrati e impastati di terra, invasi dai muschi. Erano basse e anguste, con poche o nessuna finestra, un buio così pesto all’interno da impedire il respiro. Gli usci, bassi e stretti, avrebbero costretto all’umiltà qualsiasi visitatore che non fosse stato un bambino.”

Abenin

Ed è qui che avviene l’incontro tra Guido e Giusé soprannominato da tutti Burasca per via del suo carattere tempestoso. Guido deve restare ad Abenìn per poco tempo, ma… be’, non sta a me rivelarvi la trama del romanzo e i suoi colpi di scena, topi, ma chissà se alla fine riuscirà a montare la sua antenna e se Giusé Burasca lo aiuterà nell’impresa!

Guido finirà per trovare amici (e nemici) inaspettati e metterà in discussione ciò che ha sempre creduto di se stesso. “Nel tempo dei lupi” è un romanzo che ha una grande profondità, nonostante l’apparente semplicità della trama. Ma continuiamo a camminare sulle parole dell’autore…

edicola Abenin - Realdo

“Ad Abenin, in cima alla collina, c’è un’edicoletta con una croce e vicino un abete. Lì la strada spiana dopo la brusca rampa che sale dal Pin. Dentro c’è una Madonna e una bottiglia di coca con dei fiori appassiti. E’ un buon posto se si ha da pregare. Quando Guido ci arrivò, era un monumento di ghiaccio e di silenzio.”

Abenin - Realdo

“La neve si posava sulle fasce d’erba e lentamente le coricava, come un mantello. I dirupi, i burroni, le cicatrici della montagna apparivano ora più serie e profonde. File di muretti ordinavano i gradoni della conca e delimitavano la strada e le case. Alcuni erano gonfi, ingravidati dal tempo. Altri avevano già ceduto e vomitato nel terreno il loro magma di sassi. Altri resistevano fieri, chiusi, perfetti… ma per quanto ancora?”

Abenin - Realdo2

Che poesia, che parole! Non sono la sola a elogiare questa valle antica e fiera.

E nel romanzo è l’anziano Giusé Burasca, allevatore dai modi burberi e schietti, a insegnare indirettamente a Guido un modo di comunicare nuovo per lui, un linguaggio semplice e più diretto rispetto a quello portato dalla modernità e dalle antenne nell’era degli smartphone. E alla fine anche Guido, forse, riuscirà a far parte di quella natura che dapprima gli era apparsa ostile e distante…

lichene

“Riconosceva i larici, li distingueva uno dall’altro dalla forma del tronco o dai muschi che ne ricoprivano la corteccia. La montagna cominciava a parlargli. La piramide del Gerbonte, le colline di Abenìn non erano più il muto scenario in cui misurare un campo elettromagnetico; capiva finalmente la loro indole. Un lato dolce, con i fianchi della montagna che abbracciano le quattro case, il pontetto per il paese, come in un piccolo presepe, e poi poggi stretti, ma comodi, scalati dai muretti ordinati di sassi. Un lato severo, selvatico, con il dirupo e la valletta spezzata nel baratro: un ciuffo d’erba e poi più nulla, la valle giù, aperta, con qualche pino che si aggrappava alle rocce.”

abenin gerbonte

Ma c’è un altro personaggio in questo libro di cui non vi ho ancora parlato: una lupa, muta spettatrice degli eventi. Silenziosa, selvaggia e misteriosa, con la sua presenza sconvolgerà ogni certezza di Guido e Giusé. (Per la foto seguente ringrazio il fotografo Paolo Rossi, al quale avevo dedicato il seguente articolo qui sul blog: “Paolo Rossi racconta il lupo e i suoi segreti“).

lupo

“La lupa non sembrava avere problemi: proseguiva decisa qualche metro avanti a lui. Guido non vedeva altro che la bestia davanti a sé che ogni tanto si voltava a guardarlo. Ma cosa voleva dirgli? Dove voleva portarlo? La seguì fino ad abbandonare la radura dei larici. Si trovò così immerso completamente nel bianco. Non era cieco, ma la vista gli era assolutamente inutile in tutto quel bianco. La lupa era un’ombra grigia davanti a lui. […] Era qualcosa di profondamente diverso rispetto all’uomo. Tra lui e lei, là fuori, non c’erano solo alberi, erba e colline, ma anche tutto ciò che fa tuonare le nuvole, il vento che le muove, il buio, la notte, il gelo. Cose che oggi, quotidianamente ignoriamo, persi nel rumore di fondo. Quella lupa era arrivata come dal passato, percorreva sentieri che altri lupi prima di lei avevano percorso e si trovava davanti i nemici di sempre, come se anche il tempo ad Abenìn fosse tornato indietro. Ma ora, dove si trovava? Nel tempo dei lupi o in quello degli uomini?”

Il lupo, quello straordinario mammifero ormai sulla bocca di tutti, è tornato a popolare le zone selvagge della mia Valle, ormai lo sapete. E’ un essere schivo, che si fa beffe dell’uomo, e nel libro Revelli usa un motto semplice e schietto per definire questo animale libero fiero: l’è ‘r louv l’animàa ciù furb! (E’ il lupo l’animale più furbo).

Abenin - Realdo - Gerbonte

Il sottotitolo di questo libro è “Una storia al confine”. Revelli parla molto di confini nella sua opera: il confine tra l’Italia e la Francia, dove le vicende sono ambientate; il confine tra antichità e modernità, tra umanità e bestialità, tra civiltà e zone selvagge e incontaminate. Si sente il confronto tra i confini, quelli reali e immaginari che l’uomo ha creato, quelli ai quali la natura non obbedisce perché le leggi umane non hanno validità assoluta su tutto e sfuggono al suo controllo, a differenza di quanto egli stesso tenda a pensare.

Valle Argentina Realdo

Siamo in terra brigasca, dove in passato si consumarono battaglie sanguinose e di cui ho già avuto modo di raccontarvi molte volte, qui sul blog. Sono luoghi che hanno visto scontrarsi italiani e francesi in numerose occasioni, proprio perché questa sembra ancora oggi terra di nessuno, dove ogni cosa è possibile e dove le leggi umane faticano ad arrivare.

E ancora oggi qui, sulle montagne che vi mostro in queste mie immagini e tramite le parole di Giacomo Revelli, gli sms, il web e i social network non arrivano. Qui tutto è autentico, non ci sono schermi a fare da tramite. E quello che l’autore vuole farci vedere è che le sofisticate tecnologie odierne arrivano ovunque, ma l’unico ripetitore che non riescono a toccare è il più importante: quello del cuore.

Sentiero Colle Sanson Valle Argentina

Una terra, questa, che sta pian piano riconquistando il suo lato selvatico e selvaggio, là dove la presenza antropica si limita ormai a sporadiche e occasionali occupazioni, limitate al periodo estivo. Ci si sente ospiti, qui, non di certo padroni, e Revelli lo ha descritto molto bene.

Abenin - Realdo - Valle Argentina

Con delicatezza e semplicità, riporta in vita gli antichi conflitti tra uomini e lupi, riapre vecchie ferite non ancora rimarginate e fa riflettere su due mondi distanti e vicini al contempo – quello umano da una parte e quello animale dall’altra – che viaggiano paralleli senza (quasi) mai incontrarsi. Una storia che invita al rispetto, a sentirsi padroni soltanto di se stessi e ad aprire gli occhi per incrociare lo sguardo con quello del lupo.

Adesso vi saluto, topi. Torno a zampettare in zone selvagge per voi. Un ululato a tutti!

 

La Foresta di Gerbonte

Oggi vi porto a visitare un posto che non vi ho mai mostrato come protagonista, topi miei. Siamo in alta Valle Argentina, nel territorio del Comune di Triora. Qui, solo a una ventina di chilometri di distanza dal mare, si trova una foresta imponente e importante, quella del Gerbonte, che per la sua vicinanza alla costa presenta caratteristiche difficili da trovare altrove in Italia. Pensate che privilegio!

foresta di gerbonte

La Foresta di Gerbonte è frutto della collaborazione tra uomo e natura e, una volta tanto, questo merito va riconosciuto all’essere umano. E’, infatti,  di origine antropica e fu piantata per avere sempre a disposizione legna per le provviste senza dover necessariamente sottrarre spazio ai pascoli, che pure servivano alla sopravvivenza e al sostentamento.

Questa particolare Foresta ha un’estensione superiore ai 600 ettari, un gigante verde, insomma! E’ possibile raggiungerla in diversi modi: seguendo l’Alta Via dei Monti Liguri, per esempio, oppure partendo da Creppo o ancora da Colle Melosa, il Monte Grai e Cima  Marta. Insomma, scegliete l’itinerario che più vi aggrada, preparate lo zaino e percorrete il sentiero perché non rimarrete delusi. Io ho seguito quello proposto qui, dal sito Munta e Chinna, che spiega in modo chiaro come arrivare.

Monte Gerbonte2

Trae il proprio nome dall’omonimo monte (1727 metri sul livello del mare) ed è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS).

Fu teatro di una moltitudine di vicende di interesse storico, come il contrabbando di sale, le dispute tra francesi, liguri e piemontesi per definire i confini alla fine del Settecento, nonché per gli scontri della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi la parte occidentale della foresta definisce il confine italo-francese. Il Monte Gerbonte, inoltre, era un crocevia fondamentale che serviva a collegare le comunità di pastori con i centri abitati del fondovalle.

Foresta di Gerbonte

C’è un sentiero che si snoda tra le sue pendici che passa tra le radici di Abeti plurisecolari e monumentali, io ci sono stata, e posso dirvi che è stata un’esperienza emozionante. Nella Foresta del Gerbonte gli Abeti Bianchi e Rossi resistono da secoli, nonostante quello delle Alpi Marittime non sia l’habitat a loro più congeniale. Eppure qui sembrano trovarsi bene. Sono alti, così tanto che si fatica a concepirne la fine del tronco alzando il muso all’insù. Creano un bosco ombroso, a tratti cupo, ma molto suggestivo. Tra le radici di quegli alberi anziani brulica la vita in tutta la sua piccola, grande immensità. Quante formiche, su quel terreno! Corrono come impazzite, affaccendate nel loro lavoro di rifornire il formicaio.

Una delle caratteristiche che rendono suggestivo questo luogo sono i Larici, che dipingono la Foresta di colori indescrivibili nella stagione autunnale. Nella tarda primavera, invece, le loro foglie sono di un verde brillante, tenere e leggere, e sui rami  sbocciano i fiori di un fucsia intenso.

gemma di larice

Tra le altre specie presenti nel sottobosco, troviamo cespugli rigogliosi di Rododendro, Mirtillo, Ginepro, Lampone, ma anche Primule, Viole e Genziane. Sul Gerbonte non si trovano solo conifere, ma anche latifoglie, tra le quali il Maggiociondolo, il Sorbo degli uccellatori e il Faggio, quest’ultimo dalle dimensioni monumentali così come accade anche nel Bosco di Rezzo.

ecomuseo biodiversità bosco di larice Foresta Gerbonte

In questa Foresta meravigliosa sono numerose le tracce del Lupo, è impossibile non notarle, ben visibili sul sentiero. Sembra quasi di vedere i suoi occhi d’ambra sbucare dagli alberi. Qui abitano anche Camosci e Caprioli, non è difficile fare il loro incontro e sorprenderli mentre sono intenti a cibarsi delle tenere leccornie del sottobosco. Tra questi alberi abitano anche la Martora e la Lepre Alpina, la quale però fa spesso la preziosa, è molto difficile scorgerla.

Il verso del Cuculo è quasi onnipresente, ma non è l’unico abitante alato di queste zone. Il Fagiano di monte è osservabile in primavera, quando si esibisce nelle sue danze nuziali. Poi ci sono il Gallo Forcello, la Cincia dal Ciuffo, il Picchio Nero, diverse specie di Falco, l’Aquila Reale e persino il Gufo Reale. Quanta biodiversità, topi!

E’ un luogo selvaggio e, il fatto che in Inverno non sia transitabile per via della neve che scende copiosa, ha favorito la conservazione e il ritorno di alcune specie che, altrimenti, non potremmo vantarci di avere in queste zone della Valle.

La Foresta del Gerbonte è un vero patrimonio, raramente si trovano luoghi in grado di eguagliarla sul territorio nazionale, considerando proprio la sua vicinanza al Mar Ligure.

E’ un altro gioiello della mia Valle, topi! Voi ci siete stati?

Un boscoso abbraccio a tutti voi.

Dai 1600 ai 1300… metri. E poi di nuovo su.

Tante atmosfere, tanta natura in un solo luogo. Pini, Larici, Abeti, Faggi, Noccioli. WP_20150703_001E le radure dove cantano i grilli a squarciagola e i boschetti dove tutto tace. L’erba dorata riarsa al sole che giace morbida sui campi. WP_20150703_024Terreni estivi che ormai hanno già dato e ora riposano attendendo l’autunno per spogliarsi. Zone più umide, più ombrose, più verdi dove l’oro lascia il posto alla speranza. WP_20150703_016Dove le sfumature di verde nascondono i funghi, i lamponi e le fragoline selvatiche. Qui, al sole, è concesso di entrare poco per volta e la rugiada continua la sua esistenza mattutina. WP_20150703_026Prati fioriti di giallo, intercalato al rosa, regalano tuffi alla fantasia e agli occhi.WP_20150703_012 Tante le farfalle che si rincorrono, che vengono ad annusarti le zampe, che srotolano la loro lingua sopra a un fiore. WP_20150703_009E noi srotoliamo felicità. Monte Ceppo. Il mio Monte Ceppo. A Ovest, nella Valle Argentina. Meta ambita di chi vuole passare ore liete lontano da tutto. Dove la bellezza della natura regala tonfi al cuore. Monte Ceppo dai panorami vasti e meravigliosi. WP_20150703_002Un sentiero che porta all’incirca sopra il paese di Ciabaudo sarà il nostro itinerario. Vi ci avevo già portato ma come si fa a non tornare. E’ un territorio talmente vasto e sorprendente che affascina in modo diverso, da mese a mese, da stagione a stagione. Il frinire, il ronzare, il cinguettare e poi… qualche verso strano, sconosciuto, che pare allarmato o forse è solo incuriosito. E si vola. Quando i monti di fronte si aprono, lo sguardo sorvola un mondo nuovo. WP_20150703_003La foschia del mattino si dirada nelle ore più tarde e mette in mostra i paesi sulla costa. Sembrano lì, a un passo da noi. Sembra di poterli toccare con un dito come si toccano i fiori. WP_20150703_010Malvoni, Iperico, Sparviere dei Boschi, Bardana, i tanti colori profumati ci fanno strada, ci disegnano il sentiero ancora poco battuto in questo periodo. WP_20150703_015Gli amanti della mountain bike non sono ancora passati di qua, aspetteranno le ferie di agosto, per cui i ciuffi d’erba tendono trappole piacevoli, sono lunghi e  sottili. Bisogna avanzare con calma per non inciampare.WP_20150703_005 Trattengono le caviglie, sembrano non voler mollare – Guardaci! Guarda quanto siamo belle! – dicono le spighe in coro. Di qui sono passate pecore e volpi, lo si capisce da ciò che hanno lasciato nutrendosi dei frutti del bosco. Ora la natura è viva, è tutto un via vai di fremiti e attenzioni. WP_20150703_004Per qualche metro, le piccole pigne cadute, formano uno spesso tappeto. Gli scoiattoli han già fatto man bassa, ligi, preparandosi al periodo più freddo che oggi, pare impossibile arrivare. WP_20150703_014Sulle piccole praterie, non protette dai folti alberi, il sole batte caldo e la calura rende più difficile passeggiare ma fa assaporar ancor di più la vittoria. La vittoria della conquista della meta. Qui, dove tutto ha un senso, persino gli scarabei che, per nulla impauriti, continuano nella loro attività molto indaffarati. WP_20150703_027Un paesaggio meraviglioso. Come diceva Toro Seduto – Per voi il Paradiso è il cielo, per noi il Paradiso è la Terra -. La Madre Terra. Sì, questo è il mio Paradiso. Uno dei tanti della mia Valle.

M.