Contro il nemico da Fontana Soprana

Punto strategico per sconfiggere il nemico.

Siamo a Triora, in centro paese, tra cunicoli oscuri e un dedalo di vie. Siamo da una fontana, la più importante del borgo. Sicuramente anche la più antica.

Attorno a questa fontana delle feritoie. Dietro di loro, un tempo, nascosti nel buio più oscuro, i “nostri” ad abbattere chi cercava di conquistare e saccheggiare l’abitato triorese.

Siamo davanti a Fontana Soprana, ancora oggi luogo significativo di Triora dal quale si diramano diverse strade che conducono ai luoghi più importanti da visitare. Un incrocio che ha visto la morte di tanti nemici e, per questo, non può passare inosservato. Un insieme di pietre che, ancora oggi, profuma di tempi lontani.

Fontana Soprana, punto dal quale sgorga un’acqua fredda come la neve, si trova sotto ad un grande arco di pietra ed è formata da lastre di ardesia e due conche che raccolgono l’acqua.

Il suo piccolo rubinetto in ottone, più recente di tutto il resto, spicca nel grigio della parete umida.

Davanti a lei, il carrugio Via Castello, che inizia con una volta anch’essa in pietra, davvero antica, porta a quello che un tempo era il Castello di Triora, mentre uscendo dalle mura che la circondano, ci si può trovare davanti a Strada Dietro la Colla dove si può decidere se proseguire a destra verso la Cabotina e i vecchi casun delle streghe, o a sinistra, verso le rovine della Chiesa di Santa Caterina.

Una cosa è certa, sicuramente ci si ferma ad ammirare il paesaggio magnifico che quella vista offre. Un panorama incredibile sui miei monti che ha la capacità di mozzare il fiato da tanto che è bello.

C’è solo pietra accanto a me. C’è solo gusto antico e una leggera brezza frescolina.

Le volte ad arco fanno apparire quei vicoli ancora più angusti ma, nonostante tutto, la sensazione che mi pervade è quella della bellezza.

Sopra a questa fontana vedo una costruzione, edificata dopo la realizzazione della protagonista di questo post, e leggendo la scheda che la presenta capisco essere la “Casa del Boia”, colui che era addetto alle pene capitali.

La lavorazione, in ferro battuto, di alcuni lampioni posizionati attorno ad essa, mi permette di andare indietro con la fantasia. Corro in un tempo di carrozze e cavalli, di carri e muli, di uomini vestiti in modo strano e soldati che osservano e proteggono il territorio. Vedo donne vestite di stracci, catturate dall’Inquisitore, vedo bambini correre e anziani raggomitolati in un angolo sottomessi alla peste. Sento urla e risa, guardo maschere e colori e il mio naso sensibile percepisce strani profumi di elisir antichi.

In ogni suo più piccolo anfratto, Triora, riporta alla storia e alla magia. Alla battaglia e alla superstizione.

Questa fontana particolare, molto utilizzata da sempre, riceve l’acqua dalla sorgente di Gorda la quale passa nei pressi del Castello.

E’ come essere dentro a un cuore pulsante. Il cuore di quella che in passato era chiamata città. Un motore propulsore di meraviglia e vita.

E’ normale passare di qui quando si viene a Triora e se ne vive il borgo più intimo e storico. D’ora in poi, giungendo in questa zona, potrete alzare lo sguardo verso un rettangolo di cielo, guardare quelle pareti attorno a voi e pensare che tutto quello che vedete è stato vissuto, molti anni prima, da personaggi singolari che di Triora, ognuno a modo suo, ne hanno fatto ciò che ancora oggi è.

Io vi mando un bacione storico e corro a scrivere ancora per voi!

L’Ardesia perfetta e il Tavolo da Biliardo

Come ho detto altre volte , l’Ardesia è sicuramente uno dei simboli principali della mia Valle. E’ una pietra ricorrente, con la quale si possono realizzare molte cose: le ciappe, che sono delle lastre da mettere sui tetti al posto delle tegole, per rendere le tane più caratteristiche, i portali, i pavimenti, i gradini e anche le sculture, ovviamente. Su di essa vengono intagliati scritte e disegni che possono essere utilizzati o come segnali indicativi nelle vie dei paesi, o come bellissimi quadri da appendere in casa. Ve li avevo anche mostrati tempo fa.

Per creare determinate rappresentazioni, nelle quali lo scalpello deve incidere maggiormente il suo taglio, occorre tuttavia la pietra perfetta. L’Ardesia, pur essendo bellissima e prestandosi molto bene a diverse lavorazioni, non è del tutto perfetta. E’, infatti, molto morbida e fragile e, al suo interno, può nascondere incrinature pericolose non adatte ad accogliere gli strumenti dello scultore. A lavorarla si rischia di spezzare letteralmente in due – o, peggio ancora, in mille pezzi – la lastra, mandando in frantumi anche l’impegno e il tempo dell’artista. Per evitare incidenti spiacevoli, bisognerebbe sottoporre le lastre scelte ai raggi X, i quali sono in grado di intercettare gli eventuali inestetismi della pietra, in modo da scartare le pietre imperfette o utilizzarle per scopi diversi dall’artigianato. Questo studio comporta un costo anche piuttosto elevato e non tutti gli appassionati della lavorazione su Ardesia possono permetterselo. Tuttavia, a volte capitano dei colpi inaspettati di fortuna… e ci si ritrova tra le mani tre lastre perfette che diventeranno presto tre lavori meravigliosi.

Tre?! Perché tre? Ve lo spiego subito parlando del tavolo da biliardo. Oh! Sembra che questo non c’entri nulla nel mio discorso, invece c’entra eccome!

Dovete sapere che in ogni tavolo da biliardo sono presenti tre lastre belle spesse di Ardesia. Questo rende il piano più resistente e consente alle palle del biliardo di scorrere  più fluidamente. La cosa interessante, tuttavia, è che questi tre lastroni sono stati sottoposti all’invincibile occhio dei raggi X! Per essere messe all’interno del tavolo da gioco devono assolutamente essere perfette, dentro e fuori, e quindi la garanzia è assicurata.

Capita ogni tanto che, uno di questi tavoli, venga distrutto perché vecchio e malridotto, ma le lastre al suo interno naturalmente no: sono ancora fantastiche e speciali.

Quindi, lo scultore che riesce ad accedere a questo materiale può ritenersi ultra fortunato, soprattutto se è un caro amico di chi ha distrutto il tavolo.

A quel punto sa che, con lo scalpello, potrà permettersi di andare a fondo quanto vorrà, perché quell’Ardesia resisterà a tutto. Potrà creare dei bassorilievi stupendi e osare, mentre con altre lastre dovrebbe trattenersi, reprimere una parte della sua vena creativa. Si tratta di un grandissimo regalo, per lui, poiché può davvero dare sfogo a tutta la sua fantasia e valorizzare ancora di più la pietra simbolo della Valle Argentina!

Ma quante ne so?! Basta, scappo a scoprire altre curiosità. Un bacione topi!

La piccola chiesa di Gavano

Se entrando in Val Gavano, giriamo a sinistra, trovandoci davanti al primo bivio della strada principale, riusciamo a vedere la chiesa.

Essa se ne sta lì, proprio nel bel mezzo di un tornante, e può ammirare tutto il giorno i monti soleggiati di fronte a lei.

Essendo posizionata al centro della conca, tra due montagne, non gode purtroppo della luce diretta del sole ma la zona è aperta e ampia e, davanti a lei, una piccola piazzetta, permette in estate, funzioni religiose all’aperto.

Sul suo muro laterale, sopra ad una lapide in marmo, dopo l’elenco dei caduti in guerra, una breve preghiera invita a pregare per loro chiunque passi di lì: “Pellegrino o viandante fermati: rivolgi un tuo pensiero ed una prece ai nostri caduti e dispersi”.

Su quasi tutte le chiese della mia Valle ci sono delle scritte o gentili richieste come questa, soprattutto quando si tratta di ringraziare la Madonna o per non passare davanti ad un luogo sacro con indifferenza.

Sotto al tetto, sulla facciata principale, è stata messa in bella mostra la cosiddetta Stella di David che, nella religione cristiana, troviamo molto raramente, dagli inizi del novecento (penso sia l’unica chiesa qui, ad avere questo simbolo) e, se non erro, questa chiesa è stata costruita nel 1904, salvo poi le varie ristrutturazioni.

E’ in pietra. La nostra classica pietra. Ma, la facciata principale, con le recenti ricostruzioni, hanno preferito intonacarla per proteggerla e renderla più solida. Purtroppo non è sempre facile mantenere l’Arenaria o l’Ardesia in bella vista e in perfetta “forma”.

Non posso entrare. Come tutti i santuari semi-sperduti, è chiusa a chiave. Viene aperta solo ogni tanto, la domenica, per la messa, e durante la festa del Patrono che si è celebrata proprio in questi giorni. San Vincenzo.

Attraverso un vetro però riesco a fotografare e guardare l’interno.

Parecchi oggetti sono fasciati e protetti da lenzuola e, alcune cose, addirittura, sono messe dentro agli scatoloni.

Sulle sedie c’è tantissima polvere e giù in fondo, vicino all’altare, una scopa e un bastone per lavare i pavimenti aspettano di essere utilizzati.

Il suo soffitto bianco è altissimo. E’ tutta bianca e piena di luce.

Il prete, dal pulpito, può tranquillamente vedere chiunque.

E, posizionato in primo piano, un quadro del Sacro Cuore di Gesù.

Il suo campanile è piccolo quanto lei ma, attaccato a lei, pare ancora più minuto. Due piccole campanelle ossidate, penzolano affacciandosi dai piccoli davanzali di quell’altezza. E’ sotto di lui che trovo un’altra scritta, questa volta una dedica rivolta ad un certo Gianni Zappia. Non so chi sia ma, sicuramente, doveva essere una persona buona e socievole perchè la lastra recita queste parole – A Gianni Zappia / Gavano. Buono, onesto, sempre disponibile con tutti. In memoria la famiglia e gli amici – e poi, ovviamente, le date di nascita e morte. Nei piccoli paesi si usa così.

Come avrete notato vi ho nuovamente portato in Val Gavano. E’ un posto ricco di storia e cultura inerente alla mia Valle e ho quindi voluto farvela conoscere in tutto il suo splendore.

Oltre questa chiesa, il sentiero si perde nel bosco, su per i monti e inizia a calar la sera. E’ ancora periodo di cinghiali in circolazione, meglio tornare nella mia tana. Un abbraccio. Vostra Pigmy.

M.