La Cucina Bianca della mia Valle

Parlo spesso della Valle, dei suoi panorami mozzafiato, della sua rigogliosa vegetazione e degli animali che la abitano, ma mi soffermo troppo poco sull’aspetto culinario, sull’importanza di questa arte antica e apprezzata ancora oggi.

Quella delle Alpi Liguri e Marittime è definita “Cucina Bianca”. Infatti, a prevalere sono i colori chiari, ma la povertà delle tinte non si rispecchia nel gusto, che invece è ricco e reso unico dai prodotti che la terra offre.

Porri, aglio, cipolle, patate, cavoli, funghi, lumache, fagioli, formaggi, uova, castagne, farina… c’è tutto in abbondanza e le ricette sono antiche, testimoniano lo scandire del tempo di uno stile di vita ormai quasi perduto del tutto. È una cucina talmente preziosa che a essa è stato dedicato un percorso di 70 chilometri quadrati che coinvolge le valli Argentina e Arroscia, sconfinando persino in Francia e Piemonte.

strada della cucina bianca - alpi marittime

La Strada della Cucina Bianca – Civiltà delle Malghe, così è stata soprannominato il percorso, collega i comuni di Cosio di Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pornassio, Triora, La Brigue (in territorio francese) e Briga Alta (Cuneo).

Come dicevo, i prodotti di questo tipo di cucina sono antichi, ma si possono gustare ancora oggi. Ricette della tradizione popolare sono sopravvissute allo scorrere del tempo grazie a pastori e contadini che hanno a cuore le loro radici, non le dimenticano, e resistono con tenacia alla modernità. Un tempo ci si doveva arrangiare: si trascorrevano molte ore sui pascoli alti, il lavoro era duro e c’era bisogno di piatti semplici e nutrienti da poter preparare velocemente.

Il formaggio della mia Valle ha i sapori e i profumi della montagna, grazie all’erba brucata dalle capre, dalle pecore e dalle mucche.

toma di mucca - formaggio ligure - cucina bianca - triora

E, a proposito di questo, nella zona si allevano ancora gli ovini di razza brigasca. È nato persino un presidio Slow Food per il sostentamento della produzione di tome a latte crudo di questa pecora. Insomma, non è una cucina da poco!

pecora brigasca presidio slow food

Continuando a parlare di formaggi, in Valle è da sempre molto usato il brüssu – o bruzzo – ottenuto dalla fermentazione della ricotta. È cremoso, spalmabile e ha un gusto molto forte, per questo non piace a tutti.

Si accompagna con fette fragranti di pane di Triora, prodotto ancora oggi con la ricetta di un tempo. Parlando di questo pane meraviglioso, mi vengono in mente tanti ricordi della mia infanzia, quando ero una topina e vivevo a casa dei miei topononni. Facevo colazione con latte e biscotti, poi mi preparavo per andare a scuola e topononno, non soddisfatto dal mio primo pasto mattutino, mi metteva in una zampina una fetta di “Pane del Nonno”, come lo chiamavo allora, e nell’altra un tocco di formaggio. E così affrontavamo insieme la strada verso la scuola, mentre io davo un morso ora all’uno, ora all’altro.

pane di triora

Il pane di Triora arriva fin sulla costa, dove è venduto anche nei supermercati. È richiesto, rinomato e apprezzato da tutti perché ha un sapore unico, antico e inconfondibile. Acquistato ancora caldo al panificio Asplanato di Triora, però, ha tutto un altro sapore! Camminando per le vie del borgo si può sentire il suo profumo invitante spandersi nell’aria e allora è doveroso entrare nel forno e acquistare una forma per assaporarla ancora fumante, facendo attenzione a non ustionarsi le zampe e la bocca. I segreti di questo pane sono molti e non possiamo conoscerli tutti, ma sappiamo che è realizzato con farina di tipo 1, meno raffinata e più integrale rispetto alla 00. L’impasto viene fatto riposare su un letto di crusca per non farlo attaccare, ma anche per dargli un sapore più rustico. La crosta è sottile, scura come la pelle di chi inizia ad abbronzarsi in estate, trascorrendo tante ore sulla montagna. È un pane nutriente, adatto a offrire la sua genuina energia a chi ne aveva tanto bisogno per il duro lavoro.

Il brüssu, però, non si accompagna solo al pane. Infatti, è protagonista di un altro piatto tipico delle mie montagne: i Sugeli.

Sono gnocchetti realizzati solo con acqua e farina ai quali, tramite le dita, viene data una forma simile a quella dell’orecchietta pugliese. Si “suggella” in questo modo la forma dello gnocco, forse è anche per questo che si chiamano così. Il loro nome, tuttavia, pare avere origine dall’omonima parola ligure “sügélu“, che indica uno strumento che serve per fischiare. Anticamente, infatti, i nonni forgiavano questi strumenti dalle canne o dal bambù e il pezzo che si introduceva in bocca per emettere il suono desiderato aveva proprio la forma che si dà allo gnocco, esattamente come quello della terza foto qui sopra.

I Sugeli, ad ogni modo, vengono conditi con la crema di brüssu e sono un piatto semplice da preparare.

Scendendo un po’ più verso valle troviamo altre squisitezze, come la Frandura (di cui vi ho parlato qui), una squisita torta di patate tradizionale di Montalto Ligure. Roba da leccarsi i baffi, cari topi!

Frandura

Proprio sotto Montalto esiste un’altra esclusiva della mia bella Valle: i Rundin di Badalucco, fagioli bianchi antichi e tipici baiocchi.

In tutto questo mordi e fuggi di antichi piatti e sapori, non vi ho parlato di un ingrediente essenziale della cucina montana: le erbe aromatiche. Sono onnipresenti e, senza di loro, i piatti sarebbero meno profumati. Timo, Maggiorana, Santoreggia, Lavanda, Ginepro, Rosmarino… ci si può davvero sbizzarrire, perché sui monti crescono spontanee e profumatissime, grazie all’aria pura e fresca.

A proposito di fresco, bisogna ricordare che un tempo non esistevano strumenti per la lotta a parassiti e insetti. L’unico modo che permetteva ai cibi di non deteriorarsi era proprio il freddo pungente delle montagne.

Avete notato che non ho parlato di carne? C’è un motivo, e ve lo spiego subito. Un tempo – e si parla soprattutto della popolazione povera di pastori e agricoltori – non era così frequente cibarsi di animali. Il bestiame serviva per la lana, il latte e i formaggi, mentre le galline venivano tenute per le uova. La macellazione di un animale avveniva raramente e in occasioni speciali e di esso si usava tutto, ma proprio tutto. Nulla andava sprecato. L’uomo delle malghe si cibava per lo più di farinacei, legumi, ortaggi e latticini, qualche volta mangiava il coniglio, ma molto raramente sacrificava un capo del proprio bestiame.

E qui possiamo parlare anche di un altro piatto della cucina ponentina ormai diffuso in tutto il territorio nazionale, il coniglio alla ligure. È arricchito dalle olive taggiasche e dall’olio che esse producono, unico e inconfondibile, oltre che dalle preziose erbe aromatiche e dal vino rosso.

Insomma, come vedete ce n’è per tutti i gusti, altro che cucina povera!

In Valle Argentina e nelle zone limitrofe che fanno parte della Strada della Cucina Bianca sono numerosi gli eventi legati alla gastronomia in cui si possono assaggiare i prodotti tipici, di seguito ve ne segnalo alcuni della mia Valle, ma ce ne sono un’infinità:

  • Sagra dei Sugeli – Verdeggia (inizio agosto)
  • Sagra della Frandura – Montalto Ligure (seconda metà di agosto)
  • La Sagra della Lumaca – Molini di Triora (inizio settembre)
  • Fungo nel Borgo –  Triora (fine settembre)
  • La Festa della Castagna – Andagna (seconda domenica di ottobre)

Non vi resta, dunque, che segnarvi tutto sull’agenda e venire a gustare da noi queste prelibatezze!

Ora vi saluto, con le zampe sporche di farina ho imbrattato tutto il computer, vado a finire il mio capolavoro culinario.

Un abbraccio farinoso,

la vostra Pigmy.

(Un enorme grazie a Gianna Rebaudo per il suo prezioso aiuto fotografico. Squit!)

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La carbonara alternativa di Topino

Topi, che volete farci? Gli anni passano e anche Topino è cresciuto.

Quest’anno si affaccerà all’età adulta, ormai è grande. Talmente grande che qualche volta cucina per me. E cucina bene, sapete?

Un giorno, per esempio, ha deciso di preparare lui il pranzo per me e una mia cara amica. Dalla sua padella è saltata fuori una carbonara alternativa, vegetariana e davvero squisita, posso assicurarvelo. Per questo pensavo di proporla anche a voi, roba da leccarsi i baffi, slurp!

Vi dico subito come si fa. Prendete un cipollotto e tritatelo finemente al coltello, poi mettetelo in padella insieme a un filo d’olio. Mentre quello soffrigge, tagliate del radicchio rosso tondo, lui ne ha usato uno piccolo intero per due persone. Fatelo a striscioline, poi tagliatelo a pezzetti ancora più piccoli e aggiungete tutto in padella, insieme al sale, al pepe, al prezzemolo e, se non gradite l’amaro del radicchio, mettete uno o due pizzichi di zucchero.

carbonara radicchio

Vedrete che appassirà in fretta. Potete anche aggiungere un goccio d’acqua per non far attaccare il tutto.

Intanto, mettete a cuocere la pasta in acqua bollente salata, lui ha usato gli spaghetti, che si prestano davvero bene a questa ricetta. Sbattete un uovo (per ogni due persone) in una ciotola insieme a parmigiano, sale e pepe. Quando la pasta sarà cotta, scolatela e versatela dentro la padella con il condimento, aggiungete l’uovo sbattuto, un filo d’olio e fate saltare. Se la gradite, potete aggiungere della panna da cucina o un goccio di latte per amalgamare bene tutto e dare un tocco in più a questa originale pietanza.

carbonara vegetariana

A questo punto la carbonara alternativa è pronta e non vi resterà che gustarla.

Grazie, Topino! Buon appetito, topi, io corro a mangiare. Che profumino!

 

Tutti a raccogliere le castagne!

E’ arrivato finalmente il periodo tanto atteso. ‘Ste castagne sono una manna dal cielo per i topini. Se le mangerebbero anche crude! Bollite, caldarroste, nel latte… ogni modo è valido per fare delle grandi scorpacciate. Ma non è solo divertente mangiarle, anche raccoglierle non è affatto male. E così siamo andati per castagne. Nella mia Valle, di castagni, ce ne sono tantissimi e in alcuni punti anche a bordo strada.SONY DSC Strade sperdute nelle quali passa una macchina all’anno ovviamente.

Da qualche tempo sono purtroppo stati colpiti da una malattia i nostri castagneti. La Regione Liguria infatti sta cercando nuovi metodi per combattere la Vespa Cinese e il Cinipide, l’insetto e il parassita che stanno compromettendo la salute di molti castagni dei nostri luoghi. Questo non comporta tanto il gusto della castagna ma prevalentemente la sua grandezza e il suo essere intatta. Da tempo infatti le nostre castagne sono buone ma molto piccole, poche e parecchio rovinate. Sigh! Un sacchettino per noi, però, siamo riusciti a riempirlo e tanto è bastato per vedere sorridere i topini. Golosi.SONY DSC E che risate e urla tra loro ogni volta che uno dei due si pungeva. Erano entusiasti. “Guarda mamma, guarda quante ne ho prese!”, “E allora guarda io invece!”.

Sotto a quelle piante alte, che disegnavano arabeschi verso il cielo, un manto di foglie e ricci nascondevano il frutto tanto amato. Carboidrato puro. La castagna è quel frutto che ha permesso di crescere ai nostri antenati poveri e senza nulla. Grazie ad esse si sono potuti alimentare. E c’era chi partiva a piedi, per andare nel paese sottostante, a raccoglierle non solo per mangiare ma anche per guadagnare qualcosa. Quanta fatica facevano, per fortuna c’erano i muli a dar loro una mano. Oggi invece è un gioco raccoglierle e comprarle una pazzia. Possono costare molto!SONY DSCHanno dei prezzi incredibili a volte. Con le castagne, i miei nonni mangiavano per un anno intero. Gli alberi erano molto più generosi di adesso e, facendole essiccare, si avevano scorte per parecchio tempo. Con esse, poi, si poteva fare anche la farina che serviva per preparare squisiti dolci e varie ricette. A me non piace nulla di fatto con le castagne ma adoro invece mangiare il frutto in se’. Ci son cresciuta, sono buonissime. Da piccola ne mangiavo così tante da farmi venire mal di pancia. Ma i miei nonni non son certo stati i primi.

Lo sapete che un ritrovamento di fossile ha fatto capire che i primi castagni esistevano già 10 milioni di anni fa? Vi rendete conto? Incredibile. Oggi come ieri, ad amarle in modo particolare, sono gli animali del bosco. Quando i tondi frutti cadono dai rami, sono in numero minore i cinghiali che vengono a distruggere orto e campagne in cerca di cibo. Castagne, ghiande, nocciole, fanno parte della loro dieta ma sfamano tante, tante altre bestioline. Ecco perchè loro sono sempre in forma.SONY DSC La castagna, come dicevo prima, ha un alto contenuto calorico ed è inoltre adatta a due funzioni diverse pur essendo sempre lei. La buccia, chiamata anche pericarpo, infatti è astringente e il decotto fatto con essa veniva molto usato in passato. L’acqua invece bevuta, nella quale hanno cotto ma senza la buccia, è un potente lassativo. Stranezze della natura.

La Liguria, grazie anche al suo sbocco sul mare ma non solo, fu in passato una grande esportatrice di castagne. Le castagne servivano per sfamare quei popoli in guerra dove regnavano le carestie. Questo smercio ha fatto sì che si venisse a conoscenza delle tante varietà di castagne (come i Marroni quelle più grosse) tra le quali, seppur non commestibili, possiamo aggiungere quelle dell’Ippocastano ossia quelle chiamate – castagne d’India – o – castagne matte -. Non si possono mangiare ma se ve ne tenete due in tasca non avrete il raffreddore. Così dicevano i miei vecchi.

E ora invece eccovi una ricetta semplicissima, ma molto gustosa, con la quale son cresciuta:SONY DSC

CASTAGNE AL LATTE

Prendete delle castagne secche, potete trovarle già pronte anche nei Supermercati. Le sciacquate e le mettete in una terrina piena d’acqua e le lasciate lì dentro per 24 ore. Poi le prendete e le mettete per 2/3 ore (a seconda della grandezza) a bollire in una pentola grande, completamente ricoperte d’acqua e con un pizzico di sale. Se l’acqua viene a mancare, aggiungetela, e dopo la prima bollitura potete abbassare il fuoco che prima deve essere bello vivo. Una volta cotte, le buttate nello scolapasta e le lasciate lì. In un’altra pentola fate bollire del latte e quando giunge alla bollitura ci mettete dentro le castagne. Una quantità sufficiente a lasciare parecchio latte. Per capirci, non dovete mangiare castagne bagnate di latte ma latte con qualche castagna dentro. Le castagne raffreddate faranno abbassare la temperatura del latte che tornerà a bollire solo dopo qualche minuto. Sarà in quel momento che dovrete abbassare il fuoco e far sobbollire leggermente per 10-15 minuti. Una volta fatto questo, lasciate intiepidire e buon appetito! In Piemonte, nel latte, ci mettono il sale. Da noi in Liguria non c’è quest’usanza ma alcune persone mettono invece lo zucchero in fase finale. O nulla. Vedete voi, è a vostro gradimento.

Buona scorpacciata topini!

M.

In mezzo alle Pecore

SONY DSCIn questo tempo con voi ho parlato di tanti animali ma, mi è venuto in mente, che non vi ho mai nominato loro: le Pecore.

Eppure anche loro appartengono alla mia Valle! Oh si! Ce ne sono tantissime e di diverse razze. Famosissima è quella – brigasca -, per dire.

Oggi, ve le voglio presentare. Sono così mansuete, così simpatiche e paurose. Uh! Quanto sono paurose. Basta avvicinarsi e inizia un fuggi-fuggi generale, ma é bello vedere che vanno tutte nella stessa direzione anche durante la fuga. E sì, perchè stanno sempre tutte insieme. E’ difficile che una Pecora si allontani dal suo gregge. L’unione fa la forza. A me piacciono molto e trovarmi in mezzo a loro non mi fa paura. Certo, in quel mentre, comandano loro e, se decidono di non farti passare, non passi. SONY DSCCon la loro flemma, che alternano a balzi veloci e incredibili, stanno lì a brucare fino a che il pastore non arriva per mandarle via. E a volte, credetemi, possono passare delle intere mezz’ore. Mangiano un po’ di tutto, di vegetale ovviamente, non sono certo schizzinose. Foglie, germogli, fiori, tutto fa brodo.SONY DSC In Italia, è la Sardegna la regione con più alto numero di Pecore ma, come vi dicevo prima, nella parte alta della mia Valle, se ne possono incontrare molti esemplari. Pecora, che è scientificamente chiamata Ovis Aries, prende il nome da Pecus che in latino significa “animale da pascolo di piccola taglia”. In realtà però, questo nome, indica soltanto la femmina perchè il maschio può essere chiamato Ariete o Montone mentre il cucciolo Agnello.SONY DSC Il loro mantello, che produce la lana con la quale si possono creare capi di abbigliamento, può essere più o meno pregiato, a seconda della razza e le razze sono davvero molte. E’ morbido, un piacere da toccare, anche se a certe persone può dare fastidio l’odore forte che questo animale emana.

Sono costantemente sorvegliate da cani, detti – cani da pastore -, che le guidano, sgridandole se occorre, verso la giusta via e alla sera le fanno rincasare all’ovile. E’ bellissimo e affascinante vederli al lavoro, sempre attenti e responsabili come dei gendarmi e, alcuni, si arrabbiano sul serio.SONY DSC La Pecora però non fornisce solo lana. Al di là della sua carne, con la quale si possono cucinare diversi piatti (il più famoso sono le rostelle, gli arrosticini abbruzzesi) essa ci da il suo buon latte dal quale si ricava un formaggio delizioso. Il latte è chiamato “latte pecorino” e, pur essendo molto simile come gusto a quello della mucca, è però molto più grasso e più proteico.SONY DSC La Pecora si tiene su grazie a quattro zampe, lunghe ed esili, formate da ossa che portano lo stesso nome di quelle degli esseri umani ma, i loro balzi, gli umani non sono certo capaci a farli! I giovani Agnelli sono dei veri maestri in questa attività.

Anche per la Pecora, mi piace descrivere il significato che ha acquisito nei tempi e, al di là dei termini e paragoni che sono oggi considerati offensivi, in realtà, questa bestiola è il simbolo della vita tranquilla e serena. Forse è proprio per questo che l’usanza dice di contare le Pecore per addormentarsi.SONY DSC Per gli Indiani d’America, e per tanti altri popoli fin dall’antichità (pensate che sono più di 6.000 anni che l’uomo vive in compagnia delle Pecore) essa era addirittura considerata un dono degli Dei in quanto, grazie a tutti i regali che poteva offrire, la gente non avrebbe mai patito ne’ il freddo, ne’ la fame.SONY DSC Da lì, sono nate anche tante parabole riportate fino ai giorni nostri che hanno usato la Pecora come significato di tante morali. Il Cristianesimo ha davvero preso la Pecora come simbolo per tantissimi termini e racconti. Sono molti i modi di dire, le citazioni e le frasi che vedono come protagonista questo animale. Una di queste frasi, mi piace particolarmente e volevo segnalarvela prima di salutarvi:SONY DSC

“Chi non ha mai visto gli agnellini giocare, non avrà mai un’immagine chiara della gioia che può pervadere la vita. Si inseguono in gruppi, sterzano, cambiano direzione, saltellano sulle zampe anteriori e posteriori, se c’è un punto più alto nel pascolo, una roccia, un tronco abbattuto, un fontanile, fanno a gara a saltarvi sopra e questo per loro è il massimo divertimento, e poi di nuovo riprendono a rincorrersi, ogni tanto si affrontano e si caricano a testate, simulando l’età adulta. Poi le madri li richiamano, e allora è tutto un correre, un raggiungere con misteriosa abilità, tra la folla del gregge, la propria genitrice, uno spingere con testa, un vibrare di codine soddisfatte. Sul pascolo scende allora il tenero silenzio della poppata”.

(Susanna Tamaro)

Bella vero? A presto allora con la prossima creatura!

M.

Lumachina, Lumachina dove vai?

Lumache che girano la mattina, acqua assai vicina.

Un proverbio che si sente dire molto spesso nella mia Valle.

Cari topi, oggi vi voglio parlare di un piccolo esserino che mi è davvero simpatico.DSC_1076 La Lumaca. E’ così buffa. Prende la vita con tutta calma e poi, ogni centimetro che fa, annusa e gusta con quei suoi cornini altezzosi che si ritirano offesi al minimo sfioramento. Mi piace tantissimo guardarle. A molti fanno senso perchè sono bavose, emettono infatti un liquido colloso e trasparente che serve all’animale come lubrificante, per evitare di ferirsi durante gli spostamenti o durante il rientro in tana, spesso veloce.DSC_1079 La sua tana è un guscio calcareo che lei si porta sul dorso costantemente e la forma a spirale, di questo carapace, conferisce a questa bestiolina anche il suo vero nome che è Chiocciola. Appartiene alla famiglia dei molluschi ed è anche commestibile.IMAG7940 Sua cugina, la Limaccia, quella senza guscio, chiamata da noi “bauscia” (bava-bavosa), se ingoiata viva, ha la capacità di guarire dall’ulcera allo stomaco grazie proprio agli enzimi della sua bava. Così hanno sempre detto i nostri nonni.IMAG7942 E questo veniva fatto spesso, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando non c’erano altri mezzi.

A Molini di Triora, un ottimo liquore assume il nome di “Latte di Lumaca” proprio perchè questo paese è famoso per la sua Sagra delle Lumache. IMAG7945Si dice fosse un ottimo elisir che usavano le nostre streghe.

Non ci crederete ma le nostre amiche Lumache sono anche utili per la cheratinizzazione della nostra pelle e per cicatrizzare eventuali ferite se fatte strisciare sulla cute. Una connettivina naturale in poche parole.

La Chiocciola è un animale dal carattere assai cauto e molto timido. IMAG7950Ricordo che, quand’ero bambina, le prendevo, le mettevo in una scatola da scarpe e, ogni tanto, davo loro delle foglie di lattuga da mangiare. Amano l’Insalata, la Piantaggine, la Bardana, il Tarassaco e, con i miei amici, gli facevamo fare le corse per vedere quale arrivava prima stuzzicando il codino (che poi sarebbe il piede) con una foglia.IMAG7955 Povere Lumache se ci ripenso! Con quella loro casetta a conchiglia che andava di qua e di là.

Il suo significato è molto semplice da immaginare. Quel suo andare tranquillo indica pacatezza e riflessione soprattutto nelle scelte importanti della vita. Equilibrio e sessualità serena e felice. Legato a questo non dobbiamo scordarci che, la Lumaca, rappresenta anche la fecondità. E’ infatti un animale molto prolifico che partorisce lentamente delle uova grandi come piselli standoci anche tutto il giorno a donare questa vita. A volte, tra l’uscita di un uovo e l’altro, può passare anche un’ora.IMAG7967 Non amano il freddo; in inverno infatti si rifugiano nel loro guscio per starci tutta la stagione e, per proteggersi ulteriormente, creano una membrana all’entrata del loro carapace. Questo velo le protegge dal clima rigido e dai piccoli insetti predatori. E’ difficile infatti che una Lumaca diventi adulta. Nonostante sia completamente trasparente in giovane età, essa è un bocconcino prelibato per uccelli e altri animali… compreso l’uomo, che le mangia quando iniziano a crescere. IMAG7972Quelli che noi chiamiamo “Ciuin”, ossia quelle Chiocciole dal guscio più chiaro, sono le più buone, perchè rimangono piccole e quindi tenere. E sono molto molto proteiche. Come vi dicevo, non amano l’inverno ma amano invece la pioggia, o meglio, l’umidità.IMAG7976 Dopo che ha piovuto, infatti, si possono vedere scorrazzare sulle foglie bagnate e nei prati a bere, rinfrescarsi e mangiare. E che fastidiose sono a volte per fiori e verdura! Non hanno pietà. Divorano tutto. La loro voracità rimane impressa e distinta sulle foglie di parecchi ortaggi. Ma, nonostante tutto, non si può non volergli bene e non sorridere quando se ne vede una.

E, nella mia Valle, è un animale molto conosciuto e molto apprezzato che prendiamo anche molto in considerazione in detti e proverbi. La sapete quella di quando uno è tradito dalla moglie? Ossia cornuto? Noi usiamo dire: “è come un cesto di lumache“.

Io vi mando un bacio e me ne vado, pian pianin, a fare un giro insieme a loro… devo sempre aspettarle, uffi!

Ringrazio Niky per queste belle immagini.

M.

E lei è tutta mia!

PensavateSONY DSC ad una convivenza impossibile tra topo e gatto? Vi sbagliavate, io e lei, conviviamo da 9 anni amandoci, litigando e rispettandoci a vicenda. Sarò retorica ma è il mioSONY DSC tesoro. Le voglio un bene dell’anima. E’ gatta a tutti gli effetti. Una fetecchia, befana di prima categoria, ma anche un dolcissimo batuffolo che non si dimentica mai di noi. Topini e topine, ecco a voi la mia bellissima Giuggiola. E’ o non è uno schianto?! Di lei mi fa impazzire il fatto che ci riconosce. Voglio dire, lo so che sembrerà banale ma quando sono in casa e i topini escono, passano tante persone sotto la nostra strada. Quando però torna uno di loro, posso anche essere io, e non dico con la macchina, a piedi, lei inizia a miagolare e ci viene incontro. SONY DSCAnche se la chiamo arriva. Strano per un gatto. Giuggy convive anche con altri animali di questa pazza tana ma è lei la regina e le fa piacere che gli altri lo capiscano e ne tengano sempre da conto, con le buone o con le cattive, altrimenti, si sente in obbligo a dover sfoggiare le sue piccole, minute unghie, (lunghe solo mezzo metro minimo) e tirare arpate ovunque. 8 kg di gatta, vi sembrano pochi?

Lei può bere e può mangiare nella ciotola del cane ma il cane non può permettersi di avvicinarsi alla sua. Quando ne ha voglia lei, le coccole le da’ e le prende a chiunque e da chiunque, ma quando non è il momento, non lo è e basta. Non ci sono mezze misure.

Può arpionarti in un secondo, ma con noi non usa gli artigli, o può dormirti tuttaSONY DSC la notte con il suo dolce peso sulla pancia, e ora che fa caldo è proprio un privilegio!

Fuori invece, ahimè, con le sue vittime non ha pietà. I miei piccoli simili, che noi chiamiamo comunemente “castagnole”, le lucertoline, i passerotti. Con lei non trovano lunga vita. Gli spettacoli cruenti mi si presentano davanti molto spesso e provo a spiegarleSONY DSC che questi regali non m’interessano, visto che lei me li fa e miagola guardandomi come a chiedere di essere ringraziata. A volte invece, si diletta nel tiro al volo e, con grande rischio anche, afferra gabbiani o tortore in planata. Piume ovunque. E sì perchè, nonostante il suo peso, è agilissima. La mia splendida gatta nera. Conoscendomi, un giorno di aprile di 9 anni fa, un signore mi chiama e mi dice -Prunocciola ho una micetta che la mamma non accetta. E’ nata il 26 marzo, ha 18 giorni e secondo me non sta molto bene-. Alla faccia del “non star molto bene”. Quando la vidi, i muscoli mimici del mio volto si attorciglSONY DSCiarono; non perchè mi facesse

ribrezzo ma per com’era denutrita, spelacchiata, cisposa, inerme. Era più di là che di qua, altrochè! La presi tra le mani, non pesava niente, e con un po’ di disprezzo dissi a quel signore che l’avrei tenuta io e che poteva anche andare. Ce l’avevo con lui, non doveva arrivare a quei livelli, “piuttosto portala in un canile, o dagli qualcosaSONY DSC tu da mangiare”, giudicavo. Lo so, non si dovrebbe, ma l’ho fatto, l’ho giudicato e anche male. Andai a comprare omogeneizzati di carne per bambini, latte in polvere, uova e olio di fegato di merluzzo. Imboccandola con le siringhe che avevo in casa, iniziai la mia lunga trafila nel cercare di far star bene quella piccola micia. Iniziò presto a mangiare in modo vorace. SONY DSCSi faceva venire il singhiozzo, come i bambini, e dovevo fare attenzione. Tutto in piccole dosi. Ne voleva ancora, ma dovevo cercare di dividere i micropasti in più volte durante il giorno, piuttosto che farle venire un coccolone tutto di colpo. Persino il vermifugo lo divorava come se fosse pappa. Non defecava peròSONY DSC, e rischiava così il blocco intestinale. “Come avrebbe fatto la sua mamma?”, ma certo, con la lingua, leccandola per stimolarla e pulirla. Presi così un foglio di scottex e con quello le accarezzai il sottocoda. Mi lavò subito con due gocce di pipì e fu una soddisfazioneSONY DSC perchè era anche molto disidratata. Il latte, non sapeva nemmeno cosa fosse. Quel signore aveva provato con i croccantini ma lei non li mangiava…. “e ci credo!”, “li succhiava al massimo!” mi dicevo sempre più arrabbiata. Poi finalmente, dopo tre giorni di cibo, ecco la tanto attesa cacchina. Il tutto bagnandole lSONY DSC e strofinandole delicatamente gli occhi con garze e camomilla per togliere il muco. Ciò non bastò però e dovetti arrivare a usare anche il collirio. Nelle orecchie invece, penso abbia avuto una discarica intera. Le zampette erano 4 stuzzicadenti. SONY DSCVi dico solo che per poter camminare, si aggrappava con le zampe anteriori alle fughe delle piastrelle e si trascinava, non aveva l’uso delle zampe posteriori quasi per niente. Non miagolava, rantolava solo. Era proprio unSONY DSC carciofo. Dopo 10 giorni, le cose iniziarono ad andare meglio. Lei si nutriva ma quelle piccole piaghe che aveva sul corpo non guarivano. Sì, c’erano anche quelle. Con il veterinario cambiammo medicamento ma per farlo meglio, mi consigliò di raderla. Avete letto bene. Sembrava un maori. SONY DSCAnzi no, una della tribù dei piedi-neri. La testa mezza pelata e mezza no e il corpo a chiazze. Uno sfacelo di gatta. Mio padre quando la vedeva era orripilato. Mi diceva sempre che una cosa così brutta non l’aveva mai vistaSONY DSC. Poverina… Purtroppo non ho foto di quel periodo ma potete credermi era veramente una ciofeca. Guardatela adesso invece. La Germania è piena di sue foto. Ogni tedesco che passa sotto casa nostra le fa una foto da tanto che è bella.

E’ attiva, guerrigliera, curiosa, forte, ruffiana.SONY DSC E’ la mia micia e oggi, mio padre quando la vede la chiama così: – Amore mio, sei arrivata? Bella di papà, lo sai che sei la gatta più bella di tutte?-, e con la sua grande mano le prende tutta la testa e gliela strizza affettuosamente. E così, alla fine l’avete conosciuta.

Lei, la regina della mia tana. Una gatta tutta da scoprire e che ogni giorno è una sorpresa.

Lei, che fa tanto la dura e poi scappa quando sente un tuono. Lei che tronfia cammina per casa e ogni cosa è sua. Che spesso mi fa urlare e poi arriva, accoccolandosi vicina sul divano o saltandomi sulla tastiera del computer.

SONY DSC

E sul suo muso è appariscente l’espressione che indica questo pensiero: “speriamo si sia dimenticata di quello che ho combinato prima!”.

La mia Giuggiola, che non ama farsi fotografare, che è tutta nera con una macchietta bianca sul collo e una sulla pancia, che ha gli occhi color smeraldo, che dorme stravaccata e ti annusa il naso, che strofina il suo muso alle mie gambe, che mi dice in anticipo se pioverà o se ci sarà il sole, che mi vuole un bene dell’anima, pienamente corrisposto.

Ecco, ho voluto farvela conoscere. Ora posso salutarvi e mandarvi un bacino.

M.

Il simpatico Vlady

Pum! si sentì contro l’anta dell’armadietto. La luce della stanza lo aveva attirato un po’ troppo a sè.

Purtroppo, così inaspettatamente, si era senza macchina fotografica e il cellulare ha fatto del suo meglio. Accontentatevi.

Un po’ stordito e affaticato se ne stava lì. Le alette ungulate piantate a terra. Il muso immobile, anche quel suo naso arricciato era immobile. Solo l’occhio seguiva preoccupato i movimenti intorno a sè. Un topo con le ali. Un mio parente. In famiglia lo chiamiamo Icaro.

Topini e topine ecco a voi il Conte Vladimir. Un piccolo Dracula.

Povero! Che botta ha preso! Va bene, va bene, lo ammetto, non è il Brad Pitt del regno animale però, aspettate, non siate precipitosi, toglietevi dalla testa tutte le credenze popolari che si hanno su di lui e ascoltatemi. Lo sapete che stiamo parlando di un animale eccezionale? Ebbene sì.

Il Pipistrello, conosciuto come essere repellente, mordace e sanguinario, non è altro che una creatura spettacolare e performante in ogni parte del suo corpo.

Allora, innanzi tutto:

1) Non si attacca ai vostri capelli, nè dovrete tagliare la vostra chioma. Il loro infallibile radar naturale, che li guida, permette loro di evitare qualsiasi ostacolo, anche l’uomo.

2) Non vi verranno ad acciecare, non essendo gli uccelli delle streghe; non è loro interesse, nè tanto meno vi orineranno sulla testa lasciandovi calvi. La loro pipì, tra l’altro, non è acido muriatico, anche se puzzetta parecchio.

3) Non sono demoni volanti come hanno voluto farci credere con il romanzo di Bram T. Stoker “Dracula”, nè hanno il potere di scacciare gli spiriti maligni come tanti contadini hanno sempre creduto catturando, uccidendo, essiccando e appendendo alle porte i poveri Pipistrelli imbalsamati.

E chi più ne ha più ne metta. Insomma, all’incontrario, invece è proprio l’uomo, ad essere il nemico più temibile di questi Chirotteri e non viceversa. Un uomo che, a causa di superstizioni, credenze e scarsa conoscenza, li minaccia ed elimina. Inoltre, con l’uso smoderato di pesticidi, non solo lascia il nostro amico senza cibo, ma lo avvelena proprio. Oh già topi! Forse non lo sapevate ma con un Pipistrello che svolazza in giardino, nessun insetto potrà più disturbarvi. E’ un fantastico mangione.

Ma nonostante il suo cibarsi e il suo essere un mix tra topo e uccello, il Pipistrello appartiene alla famiglia dei Mammiferi. Sì! I suoi cuccioli, appena nati, appesi alla mamma, si nutrono di latte. Uno per volta ovviamente, nel senso che, non fanno più di un cucciolo a parto (di solito).

A causa delle ali chiare, nella zona interna, questo esserino non mi è sembrato una comune Nottola, il più tipico dei Pipistrelli della nostra zona, direi invece un Albolimbato ma, di specie, ce ne sono molte è solo che non le conosco tutte.

Il mio interesse comunque era più mirato a farvi conoscere meglio questo simpatico compagno estivo e notturno. In inverno va decisamente in letargo. Perbacco, non facciamoci abbindolare dalle favole! Avrei molta più paura di un Gufo arrabbiato che è sempre proposto nei racconti fantastici come un animale saggio e tranquillo, anzichè di un Pipistrello che, con una mano, eventualmente, posso scacciare.

E… udite, udite, tra non molto v’insegnerò anche a creare un habitat adatto a loro nel vostro giardino o nella vostra campagna accanto a casa! (Ma anche no! Direte voi…) Ma si! Vedrete che una volta che avrete simpatizzato andrete d’accordo, ne sono sicura.

Pensate che alcuni Pipistrelli possono arrivare a vivere anche quasi 40 anni! Passerete una vita insieme pensate! Ok, vi prendo un po’ in giro però, seriamente parlando, lo sapete qual’è il significato del Pipistrello? No, non in Europa dove è discriminato. Per esempio in Oriente, i Pipistrelli assumono un significato del tutto diverso da quanto espresso da altre culture. Fortuna, ricchezza, prosperità sono infatti termini che si collegano direttamente a loro anche sotto l’aspetto di immagini e dipinti.

Ma una cosa carina ce la racconta l'”Associazione della Tutela dei Pipistrelli”: la credenza secondo cui ai Pipistrelli è dato il dono dell’immortalità, ad esempio, è da collegarsi al fatto che questi animali vivono nelle grotte; le stesse grotte dei “Santi Eremiti”, gli 8 Immortali, i quali, secondo la Storia antica della Cina, vivevano sulle montagne, in caverne isolate cibandosi del “latte delle grotte” che altro non era che l’acqua che gocciolava dalle bianche stalattiti e che avrebbe avuto la prerogativa di concedere longevità. Analogamente, il Pipistrello che coabitava con loro, avrebbe posseduto la dote di allontanare la morte. I Cinesi consigliano ancora oggi che, se si vuole diventare “immortali”, occorre cibarsi di uno di questi animali…! Non solo, ma spesso, nei matrimoni, venivano regalati agli sposi oggetti con raffigurati due pipistrelli, come augurio di una doppia felicità che doveva durare tutta la vita.

Che ne pensate? Storcete ancora il naso al solo vedere queste creature? Ma su dai, in fondo, siete topini anche voi!

Ah, ci tengo a dire che il piccolo nella foto, si è poi ripreso e, fuori, ha ricominciato a volare.

Vabbè, vi dò un bacio…. sul collo (ih!ih!ih!) a tutti!

M.

La Mucca che fa “Mu”

Mi capita molto spesso di incontrarle. Dove vivo ce ne sono tante.

Le trovo bellissime, eppure sono in tanti ad avere paura di loro. Io, al contrario, le trovo dolci, intimorite. Mi è capitato di assistere alla scena di una mucca spaventata che ha iniziato a corerre all’impazzata con il mio cane che la rincorreva per giocare e non è stato il massimo del divertimento, ma, poverina, dire che era terrorizzata in quel momento è dire poco. Ha sicuramente scambiato il cane per qualche essere appartenente a un altro sistema solare.

Le mucche della mia Valle sono quasi sempre tutte bianche. Forse meno belle di quelle della Camargue, rossicce e con tanto di frangetta sul muso, ma pur sempre affascinanti. E che fisico hanno, ragazzi! Per ogni movimento che fanno, mettono in mostra un muscolo ben distinto che si muove come un attore protagonista.

Mangiano bene, sapete? E in questo periodo si possono godere gli ultimi pascoli estivi, dopodichè, vivendo a quote abbastanza elevate che la neve ricoprirà fino a giugno, dovranno accontentarsi del mangime del pastore.

Avete mai munto una mucca? Non è semplicissimo. Personalmente, riesco meglio con le capre. La mucca è grossa, star lì sotto provoca un certo senso di inadeguatezza. Se schiacci poco non esce niente, se schiacci troppo, la coda inizia a volteggiare di qua e di là e gli zoccoli posteriori a sbattacchiare sul terreno, innervositi. E come dargli torto, mi direte! Per fortuna sono nata topo…

Al di là di questo, quegli occhioni scuri mi fanno sciogliere ogni volta che li vedo. Grandi, profondi, è come se avessero una vita intera da raccontare. Sembrano pieni di ricordi, e chi può dire l’inverso? Magari lo sono davvero. E quel nasone… è grosso e morbido. Le orecchie son belle tondeggianti. Questi tratti fanno sì che la mucca abbia un muso davvero simpatico e buono, a mio avviso. Non mi piace quel coso che gli attaccano all’orecchio come un piercing, e neppure il campanaccio che gli sbatte ogni ora nelle orecchie. Tutte quelle mosche che banchettano tra le loro palpebre, poi, mi infastidiscono ancora di più, e per questo, forse, mi fanno ancor più tenerezza.

E tenere lo sono davvero con i loro vitelli. Non si direbbe, sembrerebbe che nemmeno li considerino, invece sanno sempre dov’è il loro pargolo. In realtà non lo perdono mai di vista. Ci sono vitelli attaccatissimi alla loro mamma e spesso molto invadenti. Vorrebbero bere latte per ore di seguito, ecco perché vengono scacciati dalle stesse genitrici, ma, quando è l’ora del riposo, non c’è mamma-mucca che non abbia una strofinatina di mento da dedicare al suo cucciolo. E che bello sentirle rispondere al muggito del vitellino!

E’ meraviglioso, poi, vederle spostarsi tutte insieme. Alcune camminano stanche, altre, probabilmente più giovani, saltellano allegre sollevando un polverone, altre ancora non riescono a staccare la bocca dall’erba. Ruminano in continuazione. Sono animali molto robusti e usati anche per tanti lavori. Devono mangiare, se vogliono tenersi in forma, e devono cibarsi con ottimi alimenti per produrre un buon latte e un altrettanto squisito formaggio. Anche l’acqua che bevono deve essere buona e vederle andare ad abbeverarsi al torrente è uno spettacolo. Se il luogo lo permette, inoltre, si fanno anche il bagno per rinfrescarsi un po’.

Lo sapevate che la mucca non ha i denti incisivi superiori? Se li consumerebbe dopo solo un mese, con tutta l’erba e il fieno che trita costantemente tutto il giorno! Al posto di questi, una specie di cartilagine ricoperta da una mucosa protettiva fa il suo lavoro. Quindi non abbiate paura, non mordono, le mie amiche mucche!

Mi ha fatto piacere farvele conoscere, volevo farlo da tempo. Meritavano proprio di far parte anche loro di questa tana. Forse sono un po’ indiana? In India sono venerate in modo esagerato e, pensate, protette da Krishna, la divinità principale di questo popolo. Sono simbolo della reincarnazione e uccidere una mucca è come uccidere un essere umano. Da noi le cose non stanno proprio così. Non sono contraria al mangiare carne, ma si vedono troppo spesso torture indicibili  inferte a questi animali che vanno ben al di là del cibarsi. Non ci voglio nemmeno pensare.

La mucca, inoltre, è anche molto sensibile e molto intelligente, nonostante sia credenza comune che sia un animale stupido. Conosco di persona una mucca che sa aprirsi la porta della stalla da sola. Non solo: nonostante sia capace di ottenere la libertà come e quando vuole, non occorre prendere provvedimenti, non ha nessuna intenzione di scappare. Sa che lì può mangiare, bere e soprattutto ripararsi dalla pioggia che le è proprio antipatica. Esce, sì, ma non si allontana mai e rincasa, anzi, rinstalla, al momento opportuno.

Ciao mucche! E un ciao a tutti voi.

M.

Il Museo Etnografico di Triora

All’inizio del paese di Triora, il primo edificio che incontriamo, sulla nostra destra, è un caseggiato color crema davvero molto importante.

Siamo in Corso Italia n°1 e qui è stato creato e allestito uno dei Musei più significativi della mia Valle.

E’ il Museo Etnografico e della Stregoneria. Se vi va, potete iniziare a farvene una vista andando sul suo sito http://www.museotriora.it e qui potrete anche vedere gli orari e i periodi d’apertura.

Tre piani della vita della Valle Argentina. La vita di un tempo.

Il Museo di Triora non vuole essere soltanto una mera esposizione di oggetti ma soprattutto un invito, uno stimolo a visitare l’antico paese, le sue caratteristiche ed incantevoli borgate e frazioni dove, in qualche caso, si potrà riscontrare l’uso degli attrezzi che si possono notare in queste sale. Si potrà, a contatto con una natura pressochè incontaminata, ritrovare il gusto e il vero piacere della vita.

In questi tre piani infatti, uno a terra, uno interrato e uno addirittura nei sotteranei, sono stati ricreati diversi ambienti che ci permettono di capire come si viveva e come è nata la Valle.

Tutto è al chiuso tranne un piccolo giardinetto all’aperto che invece, è ricco di opere intagliate nel legno.

Stiamo parlando di un Museo così importante da essere riconosciuto come regionale.

Appena si entra e si ha a che fare con la simpatica signora che da’ i biglietti e spiega come proseguire, ci si tuffa subito nel mondo dell’arte, dell’artigianato e del ricamo. Un letto addobbato come un tempo, con un copriletto fatto a mano e degli abitini, anche per i neonati, che veramente si usavano tanti anni fa. Tutto è originale, ci tengo a dirlo.

Da qui si passa alla sala delle macchine da cucire, dalla più vecchia a quella più moderna diciamo, vicino alle quali si possono notare gli strumenti musicali e il vestiario dell’epoca, non solo quello da notte ma tutto quello che serviva per i vari momenti della giornata.

Bellissimo è il reparto dedicato all’archeologia. Tanti sono stati i ritrovamenti preistorici nella mia Valle, tanti e importanti, inerenti anche all’Età del Ferro. Denti, collane, lance e anche qualche graffito ritrovato in qualche grotta sicuramente sotto Verdeggia o Realdo.

A mettere un pò si soggezione invece, ci pensano sicuramente gli animali imbalsamati nelle loro posizioni comuni o nei loro momenti di caccia. Tutta la fauna della mia Valle.

Al piano di sotto la carrellata dei vari mestieri compresa la vita nei campi e tutti i lavori ad essa accompagnati. La lavorazione del latte, quella delle scarpe, quella del vino, delle castagne e poi ancora, dove venivano messi i bambini mentre le loro mamme dovevano lavorare la terra? Tutto è rigorosamente ripreso come ad essere vero. E’ particolare notare come siano riusciti anche ad arredare una casa come lo era al tempo dei nostri nonni. Il focolare, la madia, il grammofono, il macinino e la grattugia per il formaggio. Non so numerarvi tutti gli attrezzi che ci sono. Davvero in abbondanza.

Infine, scendendo ancora più sotto, si entra nell’atmosfera macabra delle streghe, ma non vi posto foto, vi lascio la sorpresa. Sappiate solo che inizierete a sentire delle grida e delle diapositive, riflesse sul muro, vi spiegheranno le usanze di queste particolari donne. Sarete dentro a delle lugubri prigioni e potrete vedere le sale delle torture, leggere i processi fatti e osservare disegni rappresentativi! L’ambientazione è bellissima, da cinema.

Le cose che vi ho detto sono solo una minima parte di questo grande tesoriere. Non posso mica elencarvi tutto! Vi farò solo qualche sorpresa ogni tanto… Dovete assolutamente venirlo a vedere.

Mentre ero dentro ho sentito più di una signora esclamare la frase “Oh mamma mia! Mi vien la pelle d’oca! Guarda che bello!” e Topogiò, la topina che era insieme a me, era entusiasta. Probabilmente erano tutte amanti dell’antiquariato ma credetemi che anch’io ho provato una grande emozione.

Una voce guida vi accompagnerà per tutta la visita. In ogni stanza infatti una voce incisa su un disco parte più volte per poter accontentare tutti i visitatori e svelare i segreti di Triora.

Sarà utile capire anche quel dato oggetto, spesso davvero incomprensibile, a cosa era servito! Il prezzo per entrare è davvero minimo a mio parere. Pensate… solo 2 euro e ne vale davvero la pena.

Ora topi, godetevi queste immagini ma, datemi retta, venite a vedere tutto il resto che c’è, a Triora, in Corso Italia n°1.

La vostra Pigmy.

M.

Caselle Fenaira – il fienile della valle

Quello in cui vi porto oggi è un luogo incantato. Siamo sul confine tra la Valle Argentina, appena sorpassata, e la Valle Arroscia. Abbiamo lasciato il vecchio insediamento rurale di Drego e stiamo per entrare nella foresta incantata di Rezzo, che conta 5.000 anni. Qui, a metà percorso, ci fermiamo ad ammirare gli alberi, che creano un’atmosfera davvero particolare.

Siamo a Caselle di Fenaira, a 1351 metri sopra il livello del mare. Un torrente forma  spettacolari cascate e il sentiero che si snoda nel bosco, le piante e il cinguettio degli uccelli danno vita a un ambiente suggestivo, da vivere intensamente.

La strada asfaltata passa nel bel mezzo di tanta meraviglia, un’architettura naturale delle più alte terre della Liguria. Se proseguissimo, scenderemmo giù fino alla città di Imperia, ma non ne ho la minima intenzione oggi. Il baccano cittadino non fa per me.

Me ne resto qui ad ascoltare la natura che mi parla e mi racconta la sua storia. Un tempo, la frequentazione di queste zone era legata soprattutto alla presenza di pascoli ricchi e abbondanti molto graditi per attività quali l’allevamento di mucche, capre e pecore. Se zampettassi un po’ più su, oltrepassando questi alberi dalle alte chiome, giungerei su prati ampi, distese erbose tanto belle da togliere il fiato. Le zone prative costituivano uno dei punti essenziali dell’organizzazione territoriale ed economica della valle ed esistono ancora le tracce degli insediamenti estivi delle tribù liguri protostoriche, come il Castellaro della Rocca di Drego, che vi avevo fatto conoscere in un articolo precedente (si intitolava “Drego: il villaggio fantasma”, se volete leggerlo). Il Castellaro è prossimo ai pascoli più ricchi proprio come accade alle borgate costruite ad alta quota in età più moderna.

All’inizio dell’estate, dai prati si ricavava il fieno per l’inverno, poi vi pascolava il bestiame. La zona di Caselle Fenaira era tra le migliori per la raccolta del fieno, tanto che si giungeva a proibirvi il pascolo per tutta la stagione. Questa zona consentiva, infatti, notevoli guadagni dalla concessione ai forestieri (i fuestei, in dialetto) del diritto di taglio del fieno per le greggi. Durante il giorno, il bestiame era condotto a brucare e rientrava nei recinti la sera, dopo l’abbeverata da sorgenti o fonti d’acqua. Alla sera, nelle marghe, avveniva la mungitura e il latte veniva raccolto e conservato separatamente a seconda che si trattasse di vacche, capre o pecore in attesa di essere lavorato nel modo più opportuno. La lavorazione permetteva di ottenere burro e formaggio in particolar modo il “bruzzo” (u brussu) una sorta di ricotta fermentata dal sapore deciso, famosissima nella mia Valle. Può essere più dolce oppure più stagionato, dal gusto molto forte, ed è buonissimo spalmato sul pane.

In questo luogo giungono numerosi anche gli sportivi. Sono tante le passeggiate a piedi, a cavallo o in bicicletta che si possono fare, e l’aria che si respira apre i polmoni. I Noccioli sono quasi i padroni qui, e il bordo strada ricco di fogliame ormai secco che produce ad ogni passo uno scricchiolio.

Che pace!  E’ un angolino che non dovete perdervi, se passate da qui!

Un bacio scricchiolante dalla vostra Pigmy.

M