Da Verdeggia al Passo della Guardia

Topini, oggi vi porto in un posto della mia Valle tanto bello da togliere il fiato!

Andiamo in Alta Valle Argentina, dove il tempo sembra essersi fermato e dove i ritmi rallentano tanto da farci dimenticare di guardare l’orologio. Siete pronti? Bene, partiamo allora.

E’ ottobre. Ci mettiamo in macchina e saliamo su, sempre più su, superando Triora e il ponte di Loreto. Già da qui possiamo godere di una vista bellissima, la Valle si stringe, e il torrente Argentina scorre in basso. Con l’auto passiamo sotto costoni di roccia che incutono quasi timore da quanto sono grandi, incombono su di noi. Proseguendo sulla strada, arriviamo finalmente a Verdeggia. Scendiamo dall’auto e iniziamo a coprirci: sebbene l’autunno quest’anno sia mite, l’aria è frizzante e fredda, non dimentichiamoci che siamo a un passo dal Piemonte e dalla vicinissima Francia!

Il sentiero parte da qui, dall’inizio dell’abitato di Verdeggia (1092 m), ed è subito segnalato da un cartello. Ci condurrà al Passo della Guardia, a 1461 metri di altitudine.

Zaino in spalla, iniziamo a salire, e subito ci inoltriamo nel bosco.

Verdeggia

Sotto di noi ci sono tappeti di foglie, è uno spettacolo guardarle, perché non sono ancora tutte secche e non hanno perso i loro bellissimi colori. Ecco, allora, che ci ritroviamo a camminare su un mosaico variopinto, dove il verde fa coppia con il giallo, il rosso con il marrone e… e poi c’è il lilla, quello dei crochi che tappezzano il sottobosco per gran parte del tragitto.

zafferanoForse voi non lo sapete, ma da questo piccolo e meraviglioso fiore, molto delicato tra l’altro, si ricava una spezia assai amata dalla nostra cucina: lo zafferano! Ci chiniamo ad annusare la sommità del famoso pistillo e anche così possiamo sentirne il caratteristico profumo.

La mia valle, insieme ai numerosi prodotti caseari, alla lavanda con i suoi derivati e ai golosissimi funghi, è rinomata anche per la produzione di zafferano: la vendita al pubblico avviene nella vicina Triora, ma arriva anche – pensate un po’ – a Sanremo, sulla costa! Infatti, potete trovarlo da Sfusa, la spesa senza imballo.

Oltre all’uso culinario, che tutti noi conosciamo, gli stigmi dello zafferano vengono usati nella medicina popolare. Infatti, rinforza l’organismo, regola il flusso mestruale, rinvigorisce e attiva il sistema nervoso e vascolare e favorisce la digestione. Un vero toccasana, insomma!

Tra le altre piante che ci accolgono, mentre continuiamo la salita, possiamo distinguere querce, noccioli e castagni, dei cui frutti si nutrono scoiattoli e altri piccoli animali. I gusci restano vuoti sul terreno, ma siamo fortunati: riusciamo a trovare una nocciola ancora intatta. L’assaggiamo e la sua freschezza e il suo sapore non hanno niente a che spartire con quelle che troviamo nei supermercati! Squit! Una vera squisitezza!

Quando le chiome degli alberi consentono una vista più aperta verso quello che ci circonda al di fuori del bosco, riusciamo a scorgere il Monte Saccarello, vediamo persino la statua del Redentore che domina la Valle.

fronté

Il nostro percorso è accompagnato dai versi gracchianti e allarmati delle ghiandaie che, insieme a corvi e cornacchie, sono i guardiani della foresta. Non c’è passo che non venga segnalato da loro e per i cacciatori rappresentano una vera scocciatura, dato che mettono in fuga gli animali avvisandoli della presenza dell’uomo. Quando la ghiandaia tace, intorno a noi è tutto un cinguettare di cince: non si curano di noi, sono laboriose sugli alberi, impegnate nelle loro faccende. Questo bosco, dove possiamo osservare anche il bellissimo pino silvestre, è popolato anche da caprioli, cinghiali, volpi e persino lupi, ne scorgiamo le tracce in più punti.

Avanzando sempre in salita, il sentiero si interrompe più volte da rivoli d’acqua pura che crea polle e cascatelle. La superficie dei torrenti è coperta di foglie, sembra quasi di potervi camminare sopra.

Verdeggia

Con un’ultima salita nel bosco, ci ritroviamo a svoltare sull’altro versante: da questa parte è soleggiato, fa molto caldo e ci fermiamo per toglierci il maglione e godere del panorama.

Valle Argentina

La vegetazione è cambiata bruscamente: ci troviamo immersi nella macchia mediterranea, bassa e arbustiva. Sulla nuda roccia mettono radici piante di timo, ancora profumatissimo, e poi la lavanda e la ginestra ormai sfiorite. Più avanti troviamo cespugli di ginepro, è il suo periodo balsamico, ma oggi non siamo interessati a raccoglierlo.

Ci sono i ruderi di una vecchia abitazione e un cartello indica “Case di Quin”. Di fronte a essa, un’edicola votiva recita: Capeleta dï Cuin anfaita ‘n l’an 2006 (Cappelletta di Cuin, costruita l’anno 2006).

Il sentiero, adesso, è più pianeggiante, a tratti in lieve discesa, e ci permette di far riposare le gambe godendo della vista sulla valle sottostante e sulla corona di monti che ci circonda. Riusciamo a individuare il Gerbonte e, poco sotto, scorgiamo la borgata di Borniga.

Il sentiero attraversa antiche e ripide fasce e, alla nostra sinistra, è fiancheggiato dai cosiddetti maixéi, i muretti a secco per i quali la mia terra è tanto famosa. Si tratta – ne abbiamo già parlato in passato – di piccoli capolavori di ingegneria: le pietre vengono accatastate le une sulle altre, incastrate con grande cura, e sono appoggiate in lieve pendenza al terreno retrostante. È una vera e propria arte messa in pratica fin dai tempi più remoti, sono rimasti in pochi, oggi, a conoscerne i segreti.

Procedendo, ci troviamo nuovamente di fronte ai ruderi di una vecchia abitazione. L’ortica infesta le rovine, riconosciamo anche qualche pianta di artemisia. Ci fermiamo ad ammirare la maestria con la quale è stato costruito questo casone: non ci sono mattoni né calce, solo pietre poste l’una sull’altra seguendo regole precise e antichissime.

Anche qui è presente un’edicola votiva, la Capëleta dë Barbun. Quella che abbiamo rimirato, infatti, è la Casa di Barbone, ce lo indica un cartello. Siamo a 1309 metri sopra il livello del mare.

case barbone valle argentina

Proseguiamo, manca ormai poco alla meta. Davanti a noi si staglia, con tutta la sua imponenza, Rocca Barbone. Le foto non le rendono giustizia, ma è una parete di roccia spettacolare, con il suo colore chiaro fa contrasto con il blu intenso del cielo, guardate che meraviglia!

rocca barbone valle argentina

Entriamo nuovamente nel bosco, umido e ombroso, e siamo invitati da un cartello a fare una piccola deviazione. Cogliamo l’invito e… Topini, che bellezza! L’acqua sgorga dalla roccia, siamo testimoni di questo spettacolo: la sorgente del torrente Barbone. Acqua fresca, limpida, sacra.

Torniamo sul sentiero maestro, a tratti soleggiato e a tratti all’ombra delle chiome degli alberi, e ogni nostro passo è osservato da lei, Rocca Barbone, sempre più vicina.

rocca barbone valle argentina2

Tronchi caduti e spezzati offrono scenari insoliti: formano piccole caverne, tane per animali di dimensioni ridotte. Alcuni alberi sono sradicati, ne possiamo osservare le radici ancora aggrappate a zolle di terra. È un microcosmo che non si vede certo tutti i giorni!

Con poche, ultime salite, giungiamo alla meta: il Passo della Guardia. E qui, topini, la vista è mozzafiato, sembra di essere in paradiso! Riconosciamo la galleria del Garezzo, il Monte Monega, l’inconfondibile Passo della Mezzaluna, il Monte Faudo, poi gli abitati di Triora, Corte e Andagna.

passo della guardia valle argentina

Il sentiero si congiunge in questo tratto con la vecchia strada militare, oggi percorsa da motociclisti, escursionisti a piedi o a cavallo, e dalle macchine di cacciatori e di appassionati della montagna. Da qui possiamo proseguire per il Passo Garlenda, il Colle del Garezzo oppure per arrivare sulla cima del Monte Saccarello, ma possiamo ancora scendere a Triora. Non oggi, però: riserveremo tutto questo per un’altra gita, vogliamo fermarci a mangiare un boccone e a godere del caldo sole autunnale!

A presto, topini!

Pigmy

Nel magico giardino di Dina

Oggi vorrei portarvi in un luogo magico della mia valle, un luogo felice che appaga gli occhi e rilassa.WP_20150403_002 E’ lo splendido giardino della mia amica Dina. Siamo in un luogo in cui i profumi e i colori non danno tregua alle emozioni. Siamo in un luogo di pace in cui piante e fiori ci salutano da ogni angolo. A tenerci compagnia anche il sole e lo splendido mare.WP_20150403_003 Una distesa azzurra che incornicia la flora particolare che cresce in questo Eden senza troppe costrizioni e senza troppi inutili orpelli. Dina infatti, pur curandole amorevolmente, permette alle sue piante di crescere come natura vuole e, tra tutte, a spiccare sono proprio quelle tipiche della nostra terra come la Lavanda, il Rosmarino, il Mirto. Per non parlare di quelle che nascono e si rinnovano spontaneamente, in quello che per loro è un vero paradiso. WP_20150403_004Magnifico. Magnifiche le terrazze divise alcune per colore. La parte dei fiori bianchi e quella delle piante a foglia rossa, nella quale persino un particolare Nocciolo, si fa ammirare in tutto il suo splendore. E si. In questo giardino ci sono anche alberi da frutta e i più simpatici sono una coppia di arzilli Pistacchi e, attenzione, c’è il Pistacchio femmina carico di frutti e il Pistacchio maschio pieno di germogli.WP_20150403_008 Una longeva coppia che si tiene compagnia. Nel giardino di Dina, orgoglio della mia valle, le piante sono ordinatamente sistemate. Per ognuna, anche quella più piccola, c’è una fantasiosa posizione, arricchita da statuette, o da cestini, carriole e tutto quello che nasce da una certa creatività. WP_20150403_005Molte piante sono adagiate su mattonelle color vermiglio, altre invece, appese elegantemente. Designano un percorso oppure ostacolano il passaggio, semplicemente perchè hanno deciso di nascere lì. E in questo luogo magico, nascono davvero ovunque!WP_20150403_006 Anche nei posti più impensati! A stupire la loro stessa amica che ogni giorno le cura con affetto. E quando è il cielo a illuminarle regalano tinte davvero mozzafiato. Il rosso dei Tulipani, il verde e il rosa degli Hellebori, il bianco della Ginestra, il viola della Dimorfoteca. Sono mille e anche di più le specie coltivate. Ci sono piante succulente, annuali, perenni, aromatiche, orchidee, acquatiche…. Si, persino nei bellissimi laghetti che arricchiscono il giardino nascono i fiori che tengono compagnia ai pesciolini: Ninfee, Iris d’Acqua, Papiri e molti altri. Per Dina questo non è solo un passatempo è la sua vita! La sua passione! WP_20150403_013Una passione che riesce a trasmettere a chiunque! Non per niente, la mia amica, riesce anche a creare splendide composizioni con oggetti che ormai non vengono più utilizzati. Guardate questo antico lampadario ad esempio. E’ stato subito trasformato in un caratteristico oggetto di design, abbellito da Tillandsie di varie specie. Divertente e originale e, chi si siede qua vicino, sulla panchina sotto di lui, non può che ammirare delle piante davvero strane e un fantastico panorama. Proprio così. WP_20150403_007Piante originali le Tillandsie! Vivono appese in aria, senza terra e senza radici! E fanno bellissimi fiori. Sono proprio contenta di avervi portato in questo bellissimo posticino. Sapeste io quanto mi sono divertita! Ho fatto più volte lo stesso giro e ogni volta, scoprivo una pianta nuova eppure, c’era anche prima di sicuro! WP_20150403_010Praticamente era come un gioco, una caccia al tesoro. Qui, sulle prime alture di una Liguria di Ponente dall’atmosfera surreale. Qui, dove le piante stanno bene e si adattano volentieri a un luogo che sembra essere il loro habitat naturale e, per alcune, lo è davvero.WP_20150403_011 E quindi? Che ne dite? Vi è piaciuto questo tour? Vi è piaciuto scorrazzare per questi sentieri, salire e scendere da questi rustici e simpatici gradini e scovare nuovi percorsi? Fare attenzione a dove mettere i piedi? WP_20150403_013Ammirare le talee che Dina prepara con devozione e vedere piante rare come la Strelitzia Bianca? Una vera chicca giusto? Incredibilmente grande. Imponente. WP_20150403_020Per guardarla tutta bisogna proprio stare con il naso all’insù. Meravigliosa. E meraviglioso è anche l’orto, utile e ben curato nel quale frutta e ortaggi, se ancora non sono nati, si stanno preparando a far capolino. La prossima volta che andrò vi posterò altre sorprese. Promesso. Ce ne saranno sicuramente. In ogni periodo dell’anno, in questo giardino, fiorisce o cambia qualcosa che dona  sempre un palcoscenico diverso.WP_20150403_014 E Dina è buona, ospitale, di cuore e di compagnia. Si sta bene assieme a lei e si possono imparare tantissime cose su questo mondo speciale che lei, con pazienza, spiega e rispiega finchè non lo si capisce. Non si stanca mai. Per cui non preoccupatevi, non dovrete attendere molto per fare un altro giretto qui insieme a me. WP_20150403_019Vi auguro una buona giornata e vi aspetto per la prossima passeggiata. Un abbraccio a tutti e uno in particolare a Dina che mi ha permesso di conoscere il suo mondo!

Ho conosciuto Libereso, il giardiniere di Calvino

Finalmente sono riuscita, insieme a Topoamico,  a conoscere Libereso… Ricordate questo mio post, amici? Da non SONY DSCcrederci! Lo inseguivo da anni, ma sono sicura che molti di voi non sanno di chi io stia parlando. Ebbene si tratta di uno dei più grandi esperti di piante ed erbe officinali attualmente presenti in Italia. L’ho conosciuto circa due mesi fa,SONY DSC ma a causa delle cose che mi sono accadute e volendo dedicargli un articolo di tutto rispetto, ho dovuto aspettare oggi per farlo conoscere anche a voi. Libereso è famoso come il “giardiniere di Calvino”… Italo Calvino? Quasi. Libereso è stato allievo del grande Mario Calvino, padre di Italo e responsabile della Stazione Botanica Sperimentale di Sanremo, scienziato illustre attivo nei primi 40 anni del Ventesimo Secolo. In “Un pomeriggio, Adamo”, racconto tratto da “Ultimo viene il Corvo”, Italo Calvino lo ha immortalato raccontando proprio il suo “esordio” a casa Calvino…

– Ciao, – disse il ragazzo-giardiniere. Aveva la pelle marrone, sulla faccia, sul collo, sul petto: forse perché stava sempre così, mezzo nudo.
– Come ti chiami? – disse Maria-nunziata.
– Libereso, – disse il ragazzo-giardiniere.
Maria-nunziata rideva e ripeté: – Libereso… Libereso… che nome, Libereso.
– É un nome in esperanto, – disse lui. – Vuol dire libertà, in esperanto.
– Esperanto, – disse Maria-nunziata. – Sei esperanto, tu?
– L’esperanto è una lingua, – spiegò Libereso. Mio padre parla esperanto.
– Io sono calabrese, – disse Maria-nunziata.
– Come ti chiami?
– Maria-nunziata, – e rideva.
– Perché ridi sempre?
– Ma perché ti chiami Esperanto?
– Non esperanto: Libereso.
– Perché?
– E perché tu ti chiami Maria-nunziata?
– É il nome della Madonna. Io mi chiamo come la Madonna e mio fratello come San Giuseppe.
– Sangiuseppe?
Maria-nunziata scoppiava dal ridere: – Sangiuseppe! Giuseppe, non Sangiuseppe! Libereso!
– Mio fratello, – disse Libereso, – si chiama Germinal e mia sorella Omnia.
– Quella cosa, – disse Maria-nunziata, – fammi vedere quella cosa.
– Vieni, – disse Libereso. Posò l’innaffiatoio e la prese per mano.

Incontrarlo è stato come stringere la mano a un pezzetto della letteratura italiana contemporanea. Ma non solo: Libereso Guglielmi è oggi un arzillo vecchietto di 84 anni che prosegue nella sua instancabile attività di divulgatore sul tema delle erbe. Convinto vegetariano, così come la sua famiglia (da almeno 3 generazioni), vanta una conoscienza enciclopedica e profonda della floraSONY DSC locale che qui, nella mia valle, può esibire la bellezza di più di 200 specie di piante. Egli è infatti “uno dei nostri” e a Sanremo, dove vive con la moglie, è sempre disponibile a incontrare persone interessate alla sua attività nel suo splendido giardino, polmone verde dell’intera cittadina. Giardino che è anche “da mangiare”, parafrasando il titolo di una delle sue opere “Cucinare il giardino – le ricette di Libereso”, in cui racconta dell’introduzione, dei fiori e delle erbe nella nostra dieta. Tra le altre opere di LiberesSONY DSCo vi sono approfondimenti sulla flora in cui egli ci svela una soluzione per ogni malessere: la Natura è nostra amica, sembra dirci, e dobbiamo farne un uso sapiente e consapevoleSONY DSC. Ci insegna anche come poterla scovare… anche quando si nasconde. Ed è proprio grazie a una pianta particolare che l’abbiamo conosciuto: la Lavanda, che nasce spontanea in questa zona della Liguria e in tutta la Provenza, pianta dalle mille virtù a cui Libereso, che vi è parecchio affezionato, ha dedicato una sentita introduzione al famoso libro del Prof. Dott. Guido Rovesti “La Lavanda”, un piccolo e generoso fiore amico dei Liguri da tempi remoti, ma di cui oggi, purtroppo, non sappiamo più sfruttare tutte le potenzialità. Libro ri-presentato insieme al fido Claudio Porchia in occasione della riapertura estiva del Museo della Lavanda di Carpasio che vi avevo presentato qui.  Libereso, dopo il meeting e l’inaugurazione, si è dimostrato anche molto simpatico e ironico quando io e Topoamico ci siamo decisi a rivolgergli i nostri saluti e i SONY DSCcomplimenti sorseggiando insieme una buona tisana alla Lavanda (ottimo digestivo): è stato lì che abbiamo trascorso con lui dei momenti lieti e confidenziali che nonSONY DSC dimenticheremo mai e che speriamo possano ripetersi al più presto. Da quest’uomo, dalla sua grande saggezza e dalla sua profonda umiltà, c’è da imparare moltissimo. Nel frattempo, ci teniamo caro il libro che ci ha autografato con un sorriso come vi mostro in questa immagine “Alla Topina della Valle Argentina un augurio rosicchiato. Libereso“. Grazie Libereso.

Allora, siete contenti per me? Io moltissimo. Vi abbraccio forte.

Libereso, un nome in esperanto. Un nome che vuol dire libertà.

M.

La via dei commercianti e dell’essenza di Lavanda

Ancora un altro giro topini. Un tour più serio di quello dell’ultimo post ma senza perdere la magia della fiaba.

Un lungo percorso nella mia Valle. Un sentiero nel quale possiamo ammirare tantissime cose e avere parecchi incontri.

Sempre dal libro “U Camin” di Giampiero Laiolo, scopriamo un’altra meraviglia. Un sentiero a volte tortuoso, a volte più lineare, dove un tempo, i nostri vecchi parenti, commerciavano cereali, carni e fiori.

Mettetevi un paio di scarpe comode e venite con me. Attraverso questo scritto potrete percorrere perfettamente e rivivere la vita quotidiana di un tempo.

DA BADALUCCO A PIETRABRUNA

La mulattiera svolgeva una funzione politico-amministrativa e commerciale quale prolungamento della via trasversale tra Baiardo e la media Valle Argentina con Pietrabruna, Civezza e Porto Maurizio nonchè un utilizzo agropastorale collegando Badalucco con il Devin, Lona ed i pascoli dei monti Sette Fontane, Follia e Faudo. Questa direttrice fece la fortuna economica di Badalucco quando attorno al dodicesimo secolo il borgo si sviluppò ai piedi della rocca. Tramite questa via si negoziavano animali da carne e da lavoro, formaggi, uova, pollame, vino, lenticchie, grano, olio e da due secoli anche i noti fagioli. Ancora alcuni decenni or sono gli interessati uomini di Civezza protestarono a causa della nuova carrozzabile tra Pietrabruna e San Lorenzo che comportava l’esclusione di questo paese dall’itinerario verso Porto Maurizio con notevole danno economico. Sulla displuviale orientale del crinale, nei primi decenni di questo secolo, gli uomini di Pietrabruna e Boscomare piantarono nei gerbidi e nei prati la lavanda. Da circa un secolo comunque si produceva già essenza ricavandola dalla lavanda spontanea; la richiesta ed il relativo guadagno spinse a coltivarla selezionando varietà  sempre più produttive sino ad ottenere una varietà di lavandino che triplica la resa della lavanda vera anche se non può porsi qualitativamente in paragone con l’essenza estratta dalla pianta spontanea. Da alcuni decenni la profumeria di sintesi, le fitopatie, l’abbandono, il fuoco ed una pessima politica economica causarono una riduzione delle aree coltivate a lavanda con il risultato che oggi assistiamo al dissolversi di quest’attività (1).

Il Percorso

Ci accompagnano lungo la direttrice che da Badalucco conduce al Passo di San Salvatore i Badalucchesi Carassale Giacomo, Raibaudo Filippo, detto “Du Passo” e Boeri Filippo, dagli amici più semplicemente chiamato Nino U Biscau. La mulattiera lascia Badalucco al Ponte di Santa Lucia, la tradizione vuole che qui i viandanti invochino la santa affinchè  preservi loro la vista e l’udito. Dopo il ponte voltiamo a destra, attraversiamo il Vallone dei Rossi (detto anche Ruglietto) e salendo dolcemente lungo le campagne degli Ortai lasciamo il cimitero e l’Oratorio di San Bartolomeo. Dopo il Rio “Fascia Ciana” (Fascia Piana) incontriamo a sinistra una prima biforcazione della mulattiera; la via di sinistra ci porterebbe lungo la “Pineta dei Meelli” ( fragola- patronimico di un segmento della famiglia Panizzi) oltrepassa poi le Case del Passo, il “Crinale dell’Alberone”, il Casone di Dionisio, il Devin giungendo quindi al Passo della “Sotta da Folia”. Presso la citata biforcazione noi voltiamo a destra superando poco dopo la “Cappella de Spellaratti” (patronimico di un segmento della parentela Bianchi di Badalucco) entriamo nell’oliveto “da Pernixe”: queste edicole sacre conservano ancora pregevoli dipinti bisognosi d’immediato restauro. La valle tende a stringersi e farsi rocciosa e scoscesa. Dopo poche centinaia di metri i lecci sostituiscono gli olivi; la displuviale rocciosa che discende ripidamente dalla “Cresta dell’Alberone” ci sovrasta: il toponimo “Bosco de Caranche” (caranca- luogo scosceso) è di per sè esplicito. La linea di sprone che discende dall’Alberone, chiamata “i Termi”, è la terminazione storica sia del territorio comunale di Badalucco come della Podesteria di Taggia con quella di Triora: questo confine è tracciato da rocce naturali e da strutture litiche infisse (2). Giacomo mi ricorda che sulle pendici del Monte Faudo, sovrastanti il paese, le vipere sono stranamente molto rare mentre alcune testimonianze concorderebbero sulla presenza nella stessa zona di un rettile con “gambette e orecchie”. Oltrepassati i lecci ed un malandato pilone votivo giungiamo nelle Campagne dei Bregonzi e alle omonime case (Bregonzo è una deformazione di Bergonzo) dove Giacomo Carassale possiede un casone e relativa campagna. Superiamo in lenta salita le campagne dei “Campetti” e la “Cappelletta di Monte Isidoro” quindi attraversiamo il “Vallone del Passo” grazie ad un secolare piccolo ponte oggi in disuso essendo sostituito da un “passaggio carrabile”. Da questo punto una nuova rotabile ricalca per un tratto la vecchia mulattiera. La nuova via a fondo naturale prosegue in salita per alcune centinaia di metri sino alle due “Sorgenti dei Bastei” e all’omonima cappelletta (i Bastei sono un segmento della Famiglia Boeri). La mulattiera, qui detta “U Camin de l’Urmu” (Olmo- Case e Bosco dell’Olmo), si biforca conducendo rispettivamente verso Lona Alta e Lona Bassa. Noi proseguiamo superiormente sempre sulla nuova strada che ricalca la mulattiera lasciando i pochi casoni ancora esistenti. Ponendo attenzione all’aspro ed interessante paesaggio agrario risaliamo la “Muntà de l’Urmu” (Salita dell’Olmo) al cui vertice si distacca, a sinistra, un sentiero verso il Devin. Ancora un breve tratto e si giunge alle “Case Ciazze” dove troviamo un’altra “cappelletta”. Questa località che termina superiormente con il bosco ha un’unica generica denominazione: Lona. Questo soleggiato areale fu il territorio agricolo privilegiato di Badalucco, particolarmente vocato all’olivicoltura, alla viticoltura ed alla produzione d’ortaglie, compresi i famosi fagioli. Lasciamo quindi Lona per salire verso “l’Ubago del Castellaro” (ubago = luogo poco soleggiato), ampio bosco comunale di lecci e roveri, all’inizio del quale, a sinistra, troviamo una sorgente ed un “troglio” (vasca/abbeveratoio) detto “dei Soldati”. Proseguiamo attorniati da una fitta e bassa vegetazione; poco prima del limite superiore del bosco vi è un’altra sorgente detta la “Vena du Figu”. Quando giungiamo nella fascia prativa, presso il “Passo dei Porchi” dalla mulattiera si distacca, a destra, un sentiero che porta a Castellaro. Proseguendo nei prati ci viene incontro la “Ca’ du Dragu” ovvero la “Casa degli Agnesi”, bella struttura di casa colonica degradata dall’abbandono che ricorda ancora fortune migliori. Da qui poche centinaia di metri di salita ci separano dal passo e dall’omonimo Oratorio di San Salvatore. Dal Passo di San Salvatore ci accompagna Renato Castelli (della famiglia dei Cian” di Pietrabruna), floricoitore, cacciatore ed appassionato raccoglitore di funghi; conosce molto bene questi boschi perchè li vive ed ancor oggi non è raro che vi pernotti. L’oratorio campestre di San Salvatore recentemente restaurato dalla comunità di Pietrabruna coincide, non a caso, con il luogo d’intersezione tra la via di crinale e la trasversale di valle quale località di sosta, di preghiera e di riparo. Discendiamo lungo la via rotabile che ricalca per alcuni tratti la precedente mulattiera attraversando i gerbidi ed il rado bosco di querce di Gagliardo per giungere nel Vallone “du Bossa” (fitonimo, da bosso) dove v’e’ l’omonima casa e trogIio (vasca). Quest’area, quasi totalmente gerbida, era sino a pochi decenni or sono coltivata a grano, vite e lavanda. Continuiamo la nostra via lungo i campi di Carpe (fitonimo derivante da Carpino) sino all’omonima casa dove intersechiamo la vecchia mulattiera proveniente da Pietrabruna che proseguiva verso il Passo di San Salvatore parallela e di poco superiore all’attuale strada rotabile a fondo naturale. Presso la citata “Casa du Carpe” lasciamo la nuova via discendendo verso la Fontana dei “Campi Comen”; anche in questo tratto vi è una nuova strada interpoderale che in caso di difficoltà può sostituire la mulattiera sino alle campagne della “Ciana’” (luogo largo e pianeggiante). La vecchia direttrice discende dai Campi Comin oltrepassando un pilone votivo e l’Oratorio di San Rocco immerso negli olivi per giungere infine nel paese. Osservando la muratura di alcuni casolari periferici non ancora intonacati si evidenzia nella superficiale colorazione bruna dell’ossido di ferro la motivazione del toponimo “Pietrabruna” mentre la distribuzione urbana lungo la mulattiera ci indica l’importanza che questa aveva un tempo.

Note:

(1) –   Rovesti G. – La lavanda e le piante aromatiche e medicinali nella Provincia di Porto Maurizio

(2)- Dalla “Visita dei luoghi di Badalucco e Montalto fatta dai delegati Giobatta Veneroso e Cristoforo Spinola nell’anno 1652”:  <… giunti lontano da Badalucco circa un miglio di là dal fiume si sono visti due pilastri ossia rocche alquanto eminenti vicine l’una all’altra, quasi pilastri, ossia rocche, sono li termini che termina il territorio di Badalucco e Montalto …> Arch. Stato Genova – Busta Paesi 17/357; Riferimento tratto dalla Tesi di Laurea di Franco Bianchi  “Ricerca di Geografia Storica nel Territorio di Badalucco” Genova 1970

Avete visto? Quanta strada! Chissà che animaletto è quello con le orecchie e le zampette. Mi piacerebbe incontrarlo. Ora vi lascio riposare, dovete riprendervi per la prossima passeggiata che faremo. A presto!

M.

La Ginestra, pianta amata

“Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero…”

L’avete riconosciuta tutti vero? Sono solo le prime righe. “La Ginestra” del poeta Leopardi.

Una lunghissima poesia nella qualeSONY DSC siamo allietati, oltre che dal tema della vita e della morte, anche da immagini colorate e profumate della natura. E io non faccio alcuna fatica a immaginar ciò che il poeta poteva provare un tempo.

In alcuni punti della Valle Argentina, la Ginestra, regna sovrana. Luminosità, splendore, pulizia, ricchezza d’animo, questo il suo significato.

Il suo colore così simile all’oro non SONY DSCpuò far pensare ad altro che a questo e, oggi, giorno nel quale il sole è più debole, io voglio riproporvelo così. Tramite lei.

Che in lei ci fosse oro, non solo come colore, lo si credeva veramente nell’antichità. I mercanti fenici la commerciavano convinti che il suo nettare, che tra l’altro dona un miele dolcissimo, conteneva davvero il minerale tanto pregiato. Era infatti coltivata in abbondanza.

In realtà essa cresce ovunque anche se gradisce un terreno roccioso e tanto sole. Infatti fiorisce sì già in primavera ma soprattutto in estate.

Color dell’oro e color del sole, da cui si fa baciare. Immaginatevi i miei occhi quando vengono riempiti dai miei prati dove, attorno alla GinestraSONY DSC protagonista, ritrovo una cornice di Lavanda e qualche tocco di Papavero. Un vero spettacolo.

Molto profumata, attira parecchi insetti ed è squisita per loro, inoltre, l’olio essenziale da lei ricavato ha un odore molto forte.

Il suo vero nome è Spartium Junceum e fa parte della famiglia delle Fabaceae ma c’è chi la classifica nella famiglia delle Leguminosae con il nome, forse più semplice: Genista.

E’ tipica delle terre mediterranee e di quelle orientali ma viene importata molto dal Nord Europa.

Non sono disponibili dati certi circa l’efficacia e la sicurezza della Ginestra in ambito terapeutico, ne’ tanto meno in ambito officinale e/o alimentare. Si trovano tracce di ricette di tisane per alzare la pressione ma nulla è chiaro e sicuro e, infatti, si trovano parecchi scritti in cui invece si sottolinea quanto la Ginestra, così meravigliosa, sia anche tossica. In diversi Erbolari addirittura è scritto che dopo l’assunzione di SONY DSCGinestra, e quindi di presenza di amine ad attività adrenergica nel sangue, si possono avere effetti da vasocostrizione periferica con crisi ipertensive. Evitare assolutamente l’uso di questa pianta, per la massima sicurezza vostra, in caso di ipertensione arteriosa, malattie renali ed ipersensibilità accertata verso uno o più componenti di essa come: amine (tiramina), flavonoidi, alcaloidi e sparteina sedativo per le palpitazioni cardiache.

La Ginestra, modesta e sensibile, fiore del deserto. Aiuta anche gli uomini e l’ambiente. Quest’ultimo, arricchendolo di azoto mentre, i primi, grazie alle forti e resistenti radici di lei, trovano una grande alleata in fatto di ricostituzione e rinforzamento del terreno. E resistenti sono anche i suoi steli.

Ricordo ancora oggi come topo-nonno riusciva a legare mazzi di cereali con un gambo di Ginestra; come se fosse stato un forte spago. E sempre dai suoi steli si ottiene, tramite una lunga lavorazione, anche una fibra tessile simile alla canapa che serve proprio a formare corde e materiali simili. Ottima è anche la cellulosa che si ricava da lei. Sì, perchè è come se fosse formataSONY DSC da un leggero legno. Infatti, quando brucia, sfrigola e scoppietta come i piccoli ramoscelli secchi. A proposito di ciò, esiste addirittura una leggenda religiosa che ha trovato casa nell’antica Sicilia: secondo un racconto meridionale infatti, la Ginestra è una pianta maledetta dal Cristo perchè fece rumore mentre lui stava pregando nel giardino di Getsemani attirando così i soldati che lo arrestarono. Il Signore la castigò dicendole: “Tu farai sempre rumore quando brucerai! E quel rumore, sarà il tuo lamento!“. Essa, nel linguaggio popolare viene anche chiamata “Frusta di Cristo” forse proprio per questo motivo.

E ditemi, lo sapevate che esiste anche una meravigliosa specie di Ginestra, di colore bianco? Si chiama Retama ed è così bella da esser spesso utilizzata nei bouquets delle giovani spose. Anch’essa è resistente e non ha bisogno di molte cure però, come la cugina, non ama l’umidità e il gelo per lungo tempo.

E’ un arbusto che arriva a circa un metro d’altezza quando è bello, rigoglioso e fa tantissimi fiori.

E’ uno dei 38 fiori di Bach: da esso infatti si ricava l’essenza della floriterapia chiamata Gorse e che cura la rassegnazione. Ma io, che non sono rassegnata per nulla, corro immediatamente a creare per voi un altro post interessante. Spero che questo vi sia piaciuto. L’inverno è una bella stagione ma, un tocco d’estate, ormai mi conoscete, per me non guasta mai. Vi abbraccio amici topini, io inizio ad andare a sgranocchiare un pò di noci…

M.

Signor Timo, ben arrivato!

Serpillo, Volgare, Erba peverella, Piperella, Timuriddu, Sarapodda… insomma, qualunque sia il nome attribuitogli, il Timo è conosciuto ovunque e, dal Nord al Sud, è conosciuto in mille modi diversi.

I crociati ne portavano un rametto con loro come simbolo di forza e coraggio. Il Petrarca lo immaginava ai piedi della donna amata, ricca di virtù. Per Plinio e Cesare era favoloso contro le puntture d’insetto e il mal di testa, mentre i Romani ne bruciavano le foglie odorose per profumare gli ambienti e tenere lontane bestiole come ragni e scorpioni.

Timo, con Miss Lavanda, Miss Salvia e Mister Rosmarino, formava l’aceto della panacea contro tutti i mali e, in antichità, contro le pestilenze soprattutto. Di lui si possono usare foglie e fiori e a lui non basta insaporire i nostri piatti, arrosti e soffritti.

Topi, il Timo è il disinfettante per eccellenza. Infezioni? Infiammazioni?  Timo! E’ dermopurificante, deodorante, stimolante, rinfrescante, rubefacente e revulsivo. Pensate quante doti! Ma non sono finite! Il suo oleolito, il timolo, è anche cicatrizzante ed espettorante, fluidificante e tonico. Da non credere! Ricco di vitamina B e C, acido rosmarinico e tannini, stimola il nostro sistema immunitario e rinvigorisce nei casi di stress e stanchezza fisica o psichica. Non ha controindicazioni, se non sotto forma di olio essenziale, (quello vero – che a causa di una molecola molto piccola, penetra troppo in profondità, irritando anche le mucose, e può creare problemi a chi soffre di malattie cardiovascolari o è in stato di gravidanza).

E’ una pianta prevalentemente mediterranea e sempreverde appartenente alla famiglia delle Labiatae, che nasce anche nei luoghi più impervi formando un piccolo arbusto. E’ simpaticissimo con quella sua forma a spruzzo che riveste massi interi di verde sbiadito. Ricordo con amore il terrazzo di topozia o il porticato di topononno, pieni di mazzi di timo appesi a essicare assieme a pannocchie di mais. (Che delizia le pannocchie!). I ciuffi raccolti, venivano utilizzati tutto l’anno per un’infinità di cose.

A me mette allegria. Mi allieta le giornate. Probabilmente tutte le cose che vi ho detto le conoscete già e allora, cercherò di stupirvi un po’. Ad esempio, lo sapevate che il giorno in cui il Timo profuma di più ed è più adatto alla raccolta è il mercoledì? Misteri della natura! E che purifica? Respirare il suo profumo fa bene, pensate che addirittura aiuta contro il mobbing, quando ci sentiamo accerchiati, in trappola, come soffocati da qualcosa, o meglio, da qualcuno. Ha la stessa funzione del Pino Silvestre all’interno del bosco, solo che il Pino Silvestre è al centro della vegetazione e molto alto, sovrasta su tutto, lui invece, sta tutt’intorno ed è bassissimo. Sta lì, in guardia, come a dire “Qui entra solo aria pulita!”.

Se volete imparare a raccogliere bene i fiori, senza rovinarli e senza rovinare il rimanente al suolo, allenatevi con il Timo. Vi spiego: tagliate qualche rametto di Timo e mettetelo dentro un cesto in mezzo a un prato. Se le api andranno anche nel vostro Timo raccolto, allora vuol dire che avrete permesso alla pianta di mantenere il suo DNA, il suo odore, la sua energia, la sua vita. Se le api lo ignoreranno allora avrete sbagliato qualcosa, avrete come “ucciso” ciò che avete preso. Questo vale per tutte le piante, ma il Timo è molto profumato, gli insetti lo adorano e saranno di grande aiuto per voi. A proposito di questo, leggete cosa scriveva già ai suoi tempi Virgilio, proprio a proposito delle api e del Timo (il loro rapporto è famoso):

Così all’inizio dell’estate il lavoro
per i campi fioriti affatica le api al sole,
quando guidano fuori i figli adulti della specie
o stipano il liquido miele e ricolmano di dolce nettare
le celle o ricevono il peso dalle venienti, o fatta una schiera
scacciano dalle arnie i fuchi, neghittoso sciame,
ferve l’opera, olezza il fragrante miele di timo
.

Il Timo, istancabile, simbolo della forza e dell’amore duraturo.

Allora, che dite, vi è piaciuto quello che vi ho raccontato?

Un abbraccio e usate tanto questa spezia, vi farà un gran bene!

M.

Sempre bella

Si topi. E’ vero, la neve non è ancora scesa, non ci sono i fiori primaverili, non ci sono i colori dell’autunno, ne’ gli insetti estivi che svolazzano di qua e di là. C’è un gennaio spoglio. Soleggiato e freddo allo stesso tempo. La terra si mostra nuda e la si potrebbe considerare scialba, ma non qui, non nella mia Valle, dove nonostante il suo essere quasi indifesa, ci propone un panorama mozzafiato.

Guardate il sole. Come spinge e si fa largo tra i rami che non riescono ne’ a fermarlo ne’ a coprirlo, e la luna, che in un inverno così limpido, la si può vedere fin dalle prime ore del pomeriggio, alta nel cielo.

E i miei monti, che si stagliano contro l’infinito azzurro.

Non occorre avere obbligatoriamente quel qualcosa che raffiguri la determinata stagione.

Quel che vedono i miei occhi, ciò che per alcuni può significare il niente, è quello che in nessun altro momento dell’anno, si può rimirare, se non ora.

Il tappeto di ricci e foglie secche per terra. Cadute già da qualche mese. Aspettavano di poter ghiacciare e andare a nutrire il sottosuolo ma dovranno attendere. Per ora, possiamo ancora camminarci sopra, per chilometri e chilometri, per i boschi, giù per le colline, e sentire il loro scricchiolio sotto alle nostre zampe.

Tutto sembra spento a riposare ma, anche in questo grigiore c’è vita, e l’unico tocco di colore, oltre al cielo, lo dà l’Edera che si avvinghia ai tronchi e il muschio che avvolge i muriciattoli di pietra.

Il sole cala presto, lasciando una penombra pesante nella quale vieni bagnato da microscopiche goccioline di fredda umidità. E’ il calar della sera e percepisci di essere in un mondo a sè. Particolare. Un mondo che per rivedere dovrai aspettare che passino di nuovo tutti e dodici i mesi.

I rami spogli disegnano un intreccio che sembra non lasciarti scampo, ne’ via d’uscita ma la terra non ti è nemica e ti sta insegnando ad assaporare ciò che hai intorno, così com’è. Sempre. Ti sta insegnando a non voler di più e ad amarla comunque, in ogni sua trasformazione. Tanta pulizia stona. Non ci si abitua mai a vederla così. Lei, la mia vallata, sempre fiorente e lussureggiante, così colorata e così accogliente. In questo periodo mi ha fatto entrare da un’altra porta e l’ammiro ancora di più.

E se stai in silenzio e sai ascoltare, è ancora oggi, nonostante tutto, ricca di vita. Una vita che non osa far rumore, che quasi, con estrema educazione, per non infastidire, passa le giornate nascosta nel cuore dei boschi.

Il lieve scrosciare dell’acqua, l’incerto grufolare del cinghiale, il breve batter d’ali di un uccellino. Poi di nuovo la quiete totale.

Sempre caro mi fu…” recitava il Leopardi. E queste parole de – L’infinito – le voglio dedicare alla mia Valle. Imponente, che ti fa sospirare. Che ti fa assaporare l’attesa della Primavera e andrà a vestirsi di Lavanda, di Ginestra e Mimosa.

Dove io non mi mimetizzerò più con il sottobosco ma sgattaiolerò tra petali bianchi e rosa di Peschi e Ciliegi scesi dai rami.

E allora continuo il mio giretto. Voglio ancora godermi quest’aria e questa pace. Voglio ancora leggerla questa natura e capirla. Il suo essere più selvaggia.

Vi lascio però altre foto, oltre a queste del post, sul mio album.

Buon proseguimento quindi, chiudete gli occhi e annusate in su, io intanto, organizzo la prossima passeggiata.

Un abbraccio, vostra Pigmy.

M.