Sul sentiero Parvaglione attraversando ruscelli

Il bellissimo sentiero che percorriamo oggi, lo facciamo a scendere, partendo dalla Casermetta Lokar, situata a 1700 mt s.l.m., in cima al Monte Gerbonte per arrivare al Pin, appena sopra Borniga.

Chiamato “Sentiero Parvaglione o dei Paravaglioni” ma più conosciuto come “Sentiero degli Alberi Monumentali” deve il suo nome ad una caratteristica etimologia che riguarda le Farfalle. Parvaiui, infatti, in dialetto, significa Farfalloni e ci sono momenti in cui, alcune zone di questo luogo incantato, si riempiono di meravigliose Farfalle di tutti i colori. E’ tipica la frase che da noi si dice quando nevica – I càa parpiiui de neve – (scendono farfalle di neve/grandi fiocchi).

Ma questo nome nasconde ben altro, di ancora più affascinante, preso anche dal termine francese Papillon (Farfalla) in una terra dove un tempo le lingue del francese e dell’italiano si mescolavano spesso, formando sovente ulteriori dialetti o lingue a sé come ad esempio l’Occitano. E qui siamo proprio sul confine, non per niente si possono ammirare, ad Ovest del Monte Saccarello e delle Alpi Liguri dove siamo, la Catena del Tanarello e Punta Missun che appartengono, oggi, alla Francia.

Come vi dicevo, il fascino di questo termine è dato soprattutto dalla Dea Parvati o “Figlia della Montagna” (una meraviglia), simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione di energia e potere creativo. Vi ho sempre detto che la Farfalla è simbolo di Rinascita e qui ne abbiamo un’ulteriore prova.

Qui dove Madre Terra partorisce una natura selvaggia che occorre assolutamente rispettare.

Osserviamo però anche l’altra dicitura: Sentiero degli Alberi Monumentali. E lo credo bene. I Larici, gli Abeti e i Faggi che costituiscono un ambiente unico nel suo genere, sono davvero splendidi e maestosi. Un tempo venivano tagliati per avere la legna ed è spettacolare notare, dove adesso è rimasta la vecchia cappaia, una nuova vita crescere. Piccoli alberelli teneri teneri, fioriscono dall’anziano tronco e con una punta di albagia spiccano verso l’alto, senza temere gli enormi fratelli. Tra molto tempo saranno proprio come loro.

Forte era la richiesta di legname durante i due periodi bellici più importanti della storia e, questa foresta, venne ripopolata velocemente, dopo studi dettagliati, di nuove piante. Fortunatamente, alcuni fusti, a causa della loro irregolarità o della loro consistenza considerata non idonea, vennero lasciati e oggi sono testimonianza di un mondo vetusto, che perdura da secoli e che può raccontare molto di un ambiente ancora poco conosciuto.

Gli alberi che consideriamo giovani, sono anch’essi altissimi e rigorosi. In un Faggio che offre riparo, qualcuno dall’animo artistico, ha posizionato una piccola pietra con due occhietti. Sembra un allocco in tana.

I piccoli alberelli di cui vi accennavo poc’anzi, sono morbidi e flessibili. Rispetto ai grandi, il loro verde è più acceso, più vivace, sono meno seriosi ovviamente, data la loro giovane età. I Larici invece, ancora arsi dal freddo invernale, appaiono cupi e spenti ma comunque bellissimi. I Faggi devono ancora mostrare il meglio di sé, mentre gli Abeti, donano un tocco di colore cupo che suggestiona. Si distinguono l’Abete Rosso e quello Bianco. Qualche Sorbo colora quella solennità.

E’ facilissimo, in questo ambiente di alberi secolari, di morbido sottobosco e di neve ancora presente, immaginare gli occhi d’ambra di Lupo spuntare all’improvviso da dietro un tronco. Proprio così, siamo nella terra dei Lupi e non serve saperlo, lo si percepisce. Lo si visualizza senza alcuna difficoltà. Quello è il suo regno.

Aspettando il suo arrivo ammiro quei tronchi. Alcuni sono sagome strane, forme bizzarre e attraenti. Un muschio di velluto li ricopre. Il verde è vivo, deciso, appariscente. Pettinato sul via vai delle rughe di legno. Mi chiedo se dobbiamo essere noi a paragonare queste bellezze a quelle celtiche, o se un irlandese le notasse probabilmente inizierebbe a dire nella sua terra natia << Proprio come quelle dell’Alta Valle Argentina >>. E poi… fate e folletti e gnomi, tra primule e anemoni.

Bombi e formiche vivono quei luoghi per nulla disturbati dal nostro camminare.

Si scende. Alcune zone sono leggermente impegnative. L’attraversamento di diversi ruscelli richiede attenzione, anche se basta un solo passo per giungere dall’altra parte. Che bello essere una topina femmina! I maschietti ti dan la zampa… et voilà! Ti ritrovi sul lato opposto del rio.

Siamo quasi a maggio. In questo periodo la neve è ancora parecchia ma inizia a sciogliersi, quindi risulta morbida e scivolosa. Un bel paio di scarponi adatti sono quello che ci vuole. Anche impermeabili ovviamente.

Il primo rio che si attraversa è chiamato Rio Cassin. Siamo sotto a Cima Marta e tra poco raggiungeremo un punto panoramico che lascia senza fiato, permettendo di vedere la punta del Gerbonte, dove siamo appena stati, e poi tutta la parte alta della mia Valle contornata dal Monte Frontè, dal Passo della Mezzaluna e dal Passo del Garezzo. Più in basso, cullati dalle Alpi, Borniga, il Pin e Abenin.

Indicherei questo sentiero come – adatto a tutti – soprattutto in assenza di neve.

E’ solo lunghetto. Andando di buona lena bisogna calcolare circa 2 ore e mezza per arrivare al Pin, considerando sempre che stiamo scendendo. Se siete come me, che mi fermo a fotografare ogni cosa, aumentate pure il tempo.

Ma come si fa a non immortalare tanto splendore? Questa natura offre vari spettacoli. Primi fra tutti: Rapaci, Picchi, Camosci, Lupi e Caprioli. Io sono riuscita a fotografare uno Yearling, da come potete vedere, cioè un giovane Camoscio. Ce n’erano due, ma l’altro era troppo distante, beatamente sdraiato sulle rocce, e il mio obiettivo non mi permette tanto.

All’interno della foresta l’atmosfera è umida e ombrosa. Il verso del Cuculo accompagna per tutto il tragitto così come lo scrosciare dell’acqua che, a tratti, forma cascatelle fresche e pimpanti.

Flutti allegri si tuffano tra le rocce e scendono veloci unendosi ad altra acqua. L’ambiente si rinfresca ancora di più e si prova a guardare oltre a quella trasparenza.

Attorno a loro tante impronte. Il Tasso, ho scoperto, ha gironzolato ovunque!

L’aria è frizzantina. In alcuni punti si percepisce odore di selvatico. Da noi si dice bestin e trattasi soprattutto di animali come Capre e Cinghiali che emanano il loro forte odore. Naturalmente, visto dove siamo, si tratta prevalentemente di Camosci e Caprioli.

Il bagnato provoca freschezza nelle narici e il lieve venticello può raffreddare le zampe anteriori altre al muso.

C’è tanta acqua da bere. Piccolissimi laghetti permettono di dissetarsi e, infatti, vicino a loro, le orme permettono di leggere movimenti che incuriosiscono. Storie alle quali non pensiamo dalla nostra tana, ma cosa accade i questi luoghi magici, mentre noi ancora dobbiamo alzarci dal letto? La neve, tende a soffocarli ma il loro vigore è più forte e, alla fine, risultano contornati da nuvole bianche.

Dopo aver camminato su un sottobosco morbido, contornato da Rododendri che devono ancora fiorire e primule che spiccato nel pallore dell’erba paglierina, si arriva all’asfalto che ci fa proseguire per qualche tornante fino alle auto.

E’ in questo momento che ci si sente appagati e si ha voglia di tornarci di nuovo. La natura chiama e lascia addosso un pizzico di malinconia.

Con lo sguardo si ripercorre la strada fatta. Si rivedono quei Larici severi, alti e dritti verso il cielo. Quelle guglie aspre e ardenti che quasi intimoriscono. E si promette. Sicuri di non essere riusciti ad ammirare tutto quello che c’era da vedere. Si promette di tornare e così sarà.

Ora vado riposare le zampette però, mi auguro di avervi fatto fare un bel tour anche questa volta.

Io vi mando un bacio pacato come pacata è la natura che ho incontrato oggi.

Alla prossima topi!

Il Sentiero della Castagna e il Passo dei Fascisti

Prendendo la strada che, dopo Molini di Triora, sale a Colle Melosa si arriva ad un certo punto dove un piccolo prato ti obbliga a fermarti.

Da qui si gode infatti di una bellissima vista che regala i profili dei nostri monti da una parte e fasce pianeggianti dall’altra.

O meglio, unisce la Valle Nervia alla Valle Argentina in un solo sguardo.

Le montagne a Est si riconoscono bene: i Balconi di Cima Marta, il Monte Saccarello, Rocca Barbone più in basso, il Colle del Garezzo con il suo tunnel… i sentieri, conosciuti come “i Sentieri degli Alpini”, si srotolano davanti ai nostri occhi mostrando una bellezza mozzafiato e il cielo esalta, nel contrasto, le vette di queste montagne sulle quali si è sviluppata la storia del nostro passato.

Al di là del prato, invece, il territorio appare come più morbido offrendo, prima dei lontani monti francesi, terrazze erbose e curve dolci.

Da qui, inoltre, passa il sentiero che arriva a Cetta, il protagonista di questo post, un tempo molto usato da chi, a piedi, raccoglieva legna o frutti selvatici da portare a vendere e il nome, “Sentiero della Castagna”, che lo contraddistingue, indica proprio la raccolta di questi doni, dei quali la Valle Argentina è ricca, che hanno sfamato per molti anni le generazioni che furono.

Si tratta di un sentiero che, proprio attraverso la frazione di Cetta, unisce le due Valli da Castelvittorio (Val Nervia) a Molini di Triora (Valle Argentina). Un cammino usato già dal 1200. Come vi ho detto, siamo un punto toccato da questo percorso ma, proprio da qui, volendo, si possono iniziare passeggiate più brevi e meravigliose in mezzo alla natura arrivando appunto a Cetta o a Palazzo del Maggiore.

Il fatto è che, durante la guerra, e mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale, non si poteva passare da questo punto strategico liberi e inosservati.

Il prato, nel quale oggi sorge un’edicola dedicata alla Madonna, era zona di controllo presidiata dai fascisti, per questo, ancora oggi, lo si conosce come il “Passo dei Fascisti”.

La testimonianza che ne è rimasta è una costruzione, semi distrutta, all’interno della quale i nazisti controllavano cosa si trasportava e facevano pagare un dazio. Una specie di cabina di Dogana, costruita in cemento e a forma di cubo con tanto di feritoia per sparare o osservare senza essere visti.

Siamo su un punto della Valle che ha visto il passaggio di molti partigiani e molti tedeschi. L’apertura permetteva gran visibilità ma il bosco adiacente, di castagni in basso e conifere in alto, dava la possibilità a tutti di nascondersi. Alla sua destra e alla sua sinistra, le due conche furono teatri di molti atti sanguinari, di fughe, di nascondigli ed era una cosa normale, seppur spaventosa, sentir riecheggiare nei due valloni parecchi spari ogni giorno.

Il cielo, oggi terso e sfondo di una natura splendida e di catene alpine assai suggestive, era a quel tempo disturbato e trafficato da aerei che sganciavano bombe senza pietà.

Chi passava di qui, quindi, come vi stavo raccontando, doveva pagare e se non aveva soldi poteva lasciare la merce recuperata nel sottobosco.

Il vero nome di questo Passo non lo conosco ma, come vi ho detto, è sempre stato chiamato così per ciò che è servito.

La piccola cappelletta è alla base di un breve sentiero in salita, che porta sulla cima di una montagnetta dalla quale la vista si apre ulteriormente e lo sguardo si spalanca sull’infinito.

Avete visto topi come, ogni giorno, se ne scopre una su questa splendida Valle sia dal punto di vista della natura che da quello storico? Oggi vi ho portato qui, in questo luogo che metteva timore, pericoloso anche per i fuggiaschi. Un luogo che, per un lungo periodo, non fu nostro.

Un bacio a voi e ai vostri ricordi.

Storie di carbone e carbonai

Poco tempo fa vi ho postato un articolo sui forni e i fornai della mia Valle ( https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/01/09/storie-di-forni-e-carbonai-della-valle-argentina/ ) accennando al carbone e soprattutto all’attività dei carbonai. Anche questo era un mestiere diffuso, fino a non molto tempo fa. Si parla di circa sessanta anni fa, per l’esattezza.

Questi topi, in pratica, erano in grado di trasformare la legna in carbone vegetale e… udite udite… persino il mio topononno è stato uno di loro!

Dovete sapere che dalle mie parti non esisteva carbone fossile, il combustibile si produceva direttamente dalla legna dei boschi. A Ciabaudo e in tutta la Valle Oxentina c’erano diversi carbonai, ma in generale in ogni paese della mia zona che possedesse una grande quantità di alberi si produceva il carbone, come accadeva su, ai Beuzi, e intorno al pozzo della Neviera dell’Albareo si possono vedere ancora oggi sei carbonaie.

Montalto era uno dei paesi che commercializzava maggiormente il carbone nostrano.

L’arte del mestiere consisteva nel tagliare legna, di cui la Valle Argentina non è certo sprovvista, e trasportarla in uno o più spiazzi pianeggianti e aperti. Qui veniva accatastata in carbonaie e si innescava il processo di combustione lenta, il quale portava alla carbonizzazione, dunque alla trasformazione di un composto organico come la legna in carbone. Bisognava sorvegliare giorno e notte la carbonaia per 5 o 6 giorni per ottenere, a partire dai 30-40 quintali di legna iniziali, fino a 8 quintali di carbone. Un processo lento, dunque.

Era un lavoro che si svolgeva in gran parte dalla primavera all’autunno.

carbone legna2

Pensate un po’ che bravi, questi miei convallesi!

Ma cos’è una carbonaia? Ve lo spiego subito. La parola “carbonaia” intende significare due termini. La “carbonaia” intesa come tecnica di creazione del carbone (come vi ho spiegato poc’anzi) e la “carbonaia” come struttura che trasforma la legna in carbone. Si tratta, cioè, di una cupola o un cono, solitamente parecchio grande e alta, nella quale  la legna bruciava molto lentamente, semi soffocata e muta.

Questa operazione tradizionale consisteva un tempo in quello che era uno dei fabbisogni e delle risorse appartenenti al settore primario della Valle, pertanto tutto il meccanismo era coadiuvato da scrupolose regolamentazioni, gabelle e multe in caso di disguidi.

Il carbone ottenuto veniva messo in sacchi e trasportato poi dai carrettieri nei vari paesi per essere venduto.

Si dice che un buon carbone dovesse cantare, cioè fare tanto rumore, in pratica  scoppiettare. Ovviamente era il tipo di legna a produrre un carbone migliore, ma anche il carbonaio doveva essere bravo nel suo lavoro, controllando il cumulo di terra e legna al fine di far passare la minor quantità di ossigeno, durante i giorni della bruciatura e del consumo, dove un fumo grigio segnalava troppa umidità, e un fumo meno denso e più chiaro indicava invece un ottimo lavoro.

I nostri carbonai convallesi erano comunque avvantaggiati (lo dico sorridendo) da un legno fantastico del quale la Valle Argentina ne era, e ne è, generosa: Ulivo, Frassino e Quercia sembrano essere i migliori. Vi risulta?

Penso di avervi detto tutto quello che conosco su questo antico mestiere, ma ditemi: voi avevate dei topononni carbonai?

Un bacione fumoso, dalla vostra Topina carbonaia.

 

Attrezzi della vita di ieri

È stato mentre girovagavo dentro e fuori il mio mulino che mi è venuto in mente di farvi vedere un po’ di strumenti un tempo molto usati, soprattutto dai contadini, ma non solo.

 Soltanto guardandoli si può sognare, andando indietro nel tempo, tra la vita nei campi e quella accanto al focolare.

Vite che oggi ci appartengono meno ma, come sapete, io sono qui apposta anche a riportare quello che abbiamo passato e forse dimenticato.

Questa volta lo faccio usufruendo di attrezzi bellissimi e affascinanti, ognuno con la sua storia da raccontare e con la sua personalità proprio come i personaggi di una fiaba; una fiaba che un tempo, nella mia Valle, era – vita vera -.

Una fiaba che si realizzava ogni giorno, nel quieto tran tran quotidiano, anche attraverso questi attrezzi assolutamente indispensabili per lavorare e sopravvivere in grado di mostrare palesemente l’arte dell’arrangiarsi e dell’ingegno dell’uomo.

Utili per lavorare in casa e nella terra, questi strumenti sono davvero molti e capaci di consentire più agevolezza possibile ai contadini e alle massaie.

Ci sono infatti quelli prettamente maschili con i quali si sollevavano zolle, si appianava il terreno, si creavano scavi, si spaccavano pietre, come il piccone, la vanga, la zappa, il rastrello, il badile e il magaglio.

Ci sono quelli invece più adatti a tagliare l’erba che soffocava i frutti, a cogliere il raccolto, a trasportare chili di risultati come la carriola, la forca, la falce, le cesoie, la roncola.

Quelli di contorno come il fustafoco, vari tipi di corde o pali e paletti per sorreggere piante o coperture.

Ma chi aveva a che fare con la coltivazione, un tempo, non poteva certo sottrarsi ad un rapporto giornaliero anche con il bosco che donava: frutti, passaggi, legna per scaldarsi ed erbe selvatiche con le quali si cucinava e si preparavano deliziose ricette. È per questo che l’uomo dovette inventare anche strumenti per lavorare in un luogo più selvaggio come la macchia. Nacquero così la scure, il machete, vari tipi di seghe, l’ascia e i morsetti e molti molti altri.

Nel mentre invece, la donna, più casalinga e padrona del focolare domestico, doveva occuparsi dei mestieri e del camino ma non dimentichiamoci che anche lei offriva un prezioso aiuto all’agricoltura.

Affascina vedere così il crivello, l’antica gerla, il pesante ferro da stiro o le lanterne. E per mantenere il fuoco sempre acceso, a riscaldare o per cucinare, si aveva bisogno di attizzatoi, alari, pinze, paletta e scopino.

Insomma, un tempo erano davvero ben organizzati e per ogni necessità si aveva l’arnese giusto.

Le persone maneggiavano questi utensili con praticità fin da bambini. Erano assai necessari, alcuni persino indispensabili ma potevano essere utilizzati solo grazie al connubio mente-mano dell’uomo.

Al contrario della tecnologia di oggi, molto vantaggiosa sotto certi aspetti, la quale però può lavorare da sola senza l’accompagnamento di braccia umane.

Per questo, tali strumenti, quasi seducono… raccontano di un lungo rapporto che c’è stato e che oggi non esiste più o molto poco. Si tratta del matrimonio tra l’essere umano e l’ambiente che lo circondava.

Un rapporto fisico dove entrambi davano e prendevano.

Ora vi mando un bacio dal passato e mi proietto di nuovo ai giorni nostri.

Ho molto altro da farvi conoscere! A presto!

Forni e fornai dell’antica Valle Argentina

Con il freddo dell’Inverno ormai sopraggiunto ho pensato di raccontarvi qualcosa di caldo.

Siamo ormai abituati ad avere il forno nelle nostre tane, ma non è sempre stato così, ovviamente. Nei borghi della mia Valle esistevano uno o più forni e lì ci si recava per cuocere il pane e tutte le altre squisitezze. Il forno rappresentava uno dei fulcri della vita di un borgo, perché fungeva da collante tra gli abitanti, che qui vivevano momenti di condivisione.

forno in pietra

Eh sì, topi, si cucinava in compagnia in questo spazio comune, in alcuni borghi è utilizzato ancora oggi il forno di paese in occasioni particolari, come accade a Realdo.

Perché il forno, in fondo, nelle giornate fredde invernali pareva una madre accogliente, con l’abbraccio delle sue mura calde.

antico forno .jpg

Le donne erano solite recarsi al forno nella tarda mattinata e portavano con loro i  caratteristici pani rotondi, che venivano contrassegnati da una lettera, da una sigla oppure da un timbro.

I pani venivano stesi sulla pan-oia, una tavola di legno, e venivano poi infornati servendosi dell’infornavuia, una pala sempre di legno. Ma non credete che il fornaio facesse questo lavoro gratuitamente, nossignori! Com’è giusto che fosse,  egli tratteneva per sé un pane come compenso.

forno fornaio

I panettieri e le panettiere, ossia i fornai e le fornaie, avevano il compito di cuocere bene le astrochee, ossia le torte e le focacce che venivano portate ai loro forni. Dovevano contare prima i pani portati dalle singole persone e poi dovevano restituirli ben cotti e seguendo il numero consegnato. Se ciò non avveniva, il fornaio doveva pagare ben trenta soldi di ammenda!

E dopo i pani, si cucinavano le torte di verdure, chiamate paste, e quelle dolci, fino ad arrivare a cuocere persino le verdure ripiene. Riuscite a immaginarvi i profumi che si spandevano nell’aria, topi? A me sale già l’acquolina!

L’atmosfera, poi, era davvero gioiosa. Ci si scambiavano racconti e battute spiritose mentre i bambini schiamazzavano lì attorno.

La ricetta del pane rotondo è sconosciuta, pare che si sia provato a riprodurlo anche in altri luoghi, ma senza ottimi risultati.

forno di pietra.jpg

A Triora c’erano quattro forni pubblici e tre sono stati chiusi circa un secolo e mezzo fa. C’era quello chiamato “di Davide”, nel quartiere della Sambughea, un altro dove ora sorge la grotta di Lourdes e il terzo nell’omonima strada, tra la Cava e la Carrèia, oggi intitolata via Roma. Infine, quello che più resistette e chiuse per ultimo fu quello di via Dietro la Colla, funzionante dal 1930, in epoca recente sostituito dal moderno panificio.

forno antico

A procurare la legna per il forno era l’affogavue, incaricato di accatastare  le scuve, fascine di ginestra dei carbonai, e legna di diverse dimensioni. Per questo lavoro riceveva un pane ogni quindici cotti, oppure quattro soldi.

E con questo, spero che il mio articolo vi abbia scaldato le zampe e i cuori, io vado a infornare un po’ di pane e a sfornare nuovi articoli per voi.

A presto!

Prunocciola

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

La Foresta di Gerbonte

Oggi vi porto a visitare un posto che non vi ho mai mostrato come protagonista, topi miei. Siamo in alta Valle Argentina, nel territorio del Comune di Triora. Qui, solo a una ventina di chilometri di distanza dal mare, si trova una foresta imponente e importante, quella del Gerbonte, che per la sua vicinanza alla costa presenta caratteristiche difficili da trovare altrove in Italia. Pensate che privilegio!

foresta di gerbonte

La Foresta di Gerbonte è frutto della collaborazione tra uomo e natura e, una volta tanto, questo merito va riconosciuto all’essere umano. E’, infatti,  di origine antropica e fu piantata per avere sempre a disposizione legna per le provviste senza dover necessariamente sottrarre spazio ai pascoli, che pure servivano alla sopravvivenza e al sostentamento.

Questa particolare Foresta ha un’estensione superiore ai 600 ettari, un gigante verde, insomma! E’ possibile raggiungerla in diversi modi: seguendo l’Alta Via dei Monti Liguri, per esempio, oppure partendo da Creppo o ancora da Colle Melosa, il Monte Grai e Cima  Marta. Insomma, scegliete l’itinerario che più vi aggrada, preparate lo zaino e percorrete il sentiero perché non rimarrete delusi. Io ho seguito quello proposto qui, dal sito Munta e Chinna, che spiega in modo chiaro come arrivare.

Monte Gerbonte2

Trae il proprio nome dall’omonimo monte (1727 metri sul livello del mare) ed è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS).

Fu teatro di una moltitudine di vicende di interesse storico, come il contrabbando di sale, le dispute tra francesi, liguri e piemontesi per definire i confini alla fine del Settecento, nonché per gli scontri della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi la parte occidentale della foresta definisce il confine italo-francese. Il Monte Gerbonte, inoltre, era un crocevia fondamentale che serviva a collegare le comunità di pastori con i centri abitati del fondovalle.

Foresta di Gerbonte

C’è un sentiero che si snoda tra le sue pendici che passa tra le radici di Abeti plurisecolari e monumentali, io ci sono stata, e posso dirvi che è stata un’esperienza emozionante. Nella Foresta del Gerbonte gli Abeti Bianchi e Rossi resistono da secoli, nonostante quello delle Alpi Marittime non sia l’habitat a loro più congeniale. Eppure qui sembrano trovarsi bene. Sono alti, così tanto che si fatica a concepirne la fine del tronco alzando il muso all’insù. Creano un bosco ombroso, a tratti cupo, ma molto suggestivo. Tra le radici di quegli alberi anziani brulica la vita in tutta la sua piccola, grande immensità. Quante formiche, su quel terreno! Corrono come impazzite, affaccendate nel loro lavoro di rifornire il formicaio.

Una delle caratteristiche che rendono suggestivo questo luogo sono i Larici, che dipingono la Foresta di colori indescrivibili nella stagione autunnale. Nella tarda primavera, invece, le loro foglie sono di un verde brillante, tenere e leggere, e sui rami  sbocciano i fiori di un fucsia intenso.

gemma di larice

Tra le altre specie presenti nel sottobosco, troviamo cespugli rigogliosi di Rododendro, Mirtillo, Ginepro, Lampone, ma anche Primule, Viole e Genziane. Sul Gerbonte non si trovano solo conifere, ma anche latifoglie, tra le quali il Maggiociondolo, il Sorbo degli uccellatori e il Faggio, quest’ultimo dalle dimensioni monumentali così come accade anche nel Bosco di Rezzo.

ecomuseo biodiversità bosco di larice Foresta Gerbonte

In questa Foresta meravigliosa sono numerose le tracce del Lupo, è impossibile non notarle, ben visibili sul sentiero. Sembra quasi di vedere i suoi occhi d’ambra sbucare dagli alberi. Qui abitano anche Camosci e Caprioli, non è difficile fare il loro incontro e sorprenderli mentre sono intenti a cibarsi delle tenere leccornie del sottobosco. Tra questi alberi abitano anche la Martora e la Lepre Alpina, la quale però fa spesso la preziosa, è molto difficile scorgerla.

Il verso del Cuculo è quasi onnipresente, ma non è l’unico abitante alato di queste zone. Il Fagiano di monte è osservabile in primavera, quando si esibisce nelle sue danze nuziali. Poi ci sono il Gallo Forcello, la Cincia dal Ciuffo, il Picchio Nero, diverse specie di Falco, l’Aquila Reale e persino il Gufo Reale. Quanta biodiversità, topi!

E’ un luogo selvaggio e, il fatto che in Inverno non sia transitabile per via della neve che scende copiosa, ha favorito la conservazione e il ritorno di alcune specie che, altrimenti, non potremmo vantarci di avere in queste zone della Valle.

La Foresta del Gerbonte è un vero patrimonio, raramente si trovano luoghi in grado di eguagliarla sul territorio nazionale, considerando proprio la sua vicinanza al Mar Ligure.

E’ un altro gioiello della mia Valle, topi! Voi ci siete stati?

Un boscoso abbraccio a tutti voi.

Storia di E. che difese suo padre dai Tedeschi

La storia che vi racconto oggi è successa davvero, anche se questo attempato signore che mi parla con i grandi occhi chiari fissi nel vuoto preferisce mantenere l’anonimato. E’ una storia che fa riflettere, ma rimandiamo a dopo i pensieri importanti.

Vi parlo di E. che, nei primi anni ’40 del secolo scorso, aveva all’incirca tredici/quattordici anni.

Ci troviamo vicino alla mia Valle, nella zona della Riviera dei Fiori e del Parco Naturale di San Romolo e Monte Bignone.

I due fratelli maggiori di E. erano partiti da Partigiani, mentre la sorellina minore viveva con il padre e la madre in un casone nascosto nel bosco di Pian della Castagna. Il padre di E. non poteva farsi vedere, i nazisti (dai nostri vecchi chiamati “i tedeschi” con una s scialba) lo avrebbero ucciso o portato via. E., invece, era troppo giovane per i nemici: quei militari non potevano servirsi di lui. C’era solo una rara possibilità che potessero fargli del male, che si sarebbe potuta presentare in occasione di una delle razzie messe in atto da loro durante le quali non guardavano in faccia nessuno, nemmeno le donne, gli anziani e i bambini.

E allora fu proprio E. a farsi carico di andare a vendere la legna giù in paese per poter acquistare riso, pasta e farina. Il suo era un carico sia fisico che psicologico: partiva con il carretto da Pian della Castagna e, percorrendo ogni giorno circa 8 km all’andata e 8 km al ritorno, arrivava fino alla Chiesa della Madonna della Costa, in territorio sanremese, per vendere la legna che tagliava lui stesso. Il carretto reggeva 7 quintali di ciocchi di legno e la strada si presentava in discesa all’andata, ma al ritorno era tutta in salita, anche se il carretto era ormai vuoto.

Scendendo, il carretto che era molto pesante e prendeva velocità; E. faticava molto a reggerlo. Dunque, mano a mano che camminava, rubava qualche pietra dai muri a secco in cui si imbatteva lungo il cammino e lanciava i massi davanti a sé affinché frenassero le ruote del carro. Dai oggi e dai domani, portò via parecchie pietre, anche se durante il ritorno alcune le ricollocava al loro posto per paura di provocare qualche frana. Un giorno il proprietario delle terre trafugate delle pietre di contenimento lo colse sul fatto e, avvicinandosi a lui, lo redarguì: «Fiu, se ti cuntinui cuscì, mì prie de chi in po’ a nu ghe no ciü!» (Figliolo, se continui così, di pietre tra un po’ non ne avrò più!). E. si scusò e continuò il suo cammino.

Un giorno dovette scendere nel centro di Sanremo per vendere la sua legna. Quel giorno i tedeschi avevano deciso di mettere in fila tutti i ragazzi e gli uomini che erano nei pressi di Piazza Eroi Sanremesi per fucilarli. Dalla piazzetta di fronte, dove oggi sorge un parcheggio, molte donne piangevano disperate.

C’era anche E. tra i presi di mira, era l’ultimo della fila dal lato monte e una sentinella gli marciava davanti, osservando che le vittime fossero tutte ben posizionate. Sarà stata l’incoscienza o il brivido istintivo della sopravvivenza, ma E., appena il soldato si voltò e non lo ebbe più sotto gli occhi, scappò di corsa verso San Romolo, in direzione delle sue montagne. Le conosceva bene e, nella fuga, aveva lasciato in piazza la legna con tutto il carretto. Gli spararono, ma lui stava già sgattaiolando tra le case vicine e i carruggi intorno al piazzale. Per 7 km non arrestò la sua fuga disperata. Quei 7 km, che macinava a fatica e lentamente ogni giorno, ora scivolavano sotto i suoi piedi, il fiato corto di sottofondo ai passi affrettati. Il battito del cuore gli rimbombava nelle orecchie, così come gli spari di poco prima. Quando giunse al casolare nel bosco cadde a terra svenuto.

Questa vicenda possiamo definirla quasi “una delle tante” (descrizione che  personalmente trovo quasi offensiva, in quanto ogni memoria è unica e riporta drammi ed emozioni che al giorno d’oggi non riusciamo neanche a immaginare), ma il punto sul quale vorrei focalizzare l’attenzione, anche se può sembrarvi assurdo, riguarda la reazione del proprietario dei muretti a secco.

Molti la troveranno ovvia, visti i tempi che correvano: la guerra, la carestia, mentalità diverse, modi di fare d’un tempo… ma se paragonassimo quell’atteggiamento ai giorni nostri noteremmo che la gente reagirebbe in modo differente. Una volta, se si estraevano le pietre da un muro, non lo si faceva per puro divertimento o per far del male a qualcuno. Era per bisogno. Era una necessità spesso vitale. Per questo si incontrava compassione. Oggi non si avrebbe più la necessità di scendere con 7 quintali su un carro e dunque non c’è alcun motivo per rovinare i muri che altri hanno costruito con tanta fatica.

Anche E. faticava parecchio a condurre quella vita che svolse per due anni ogni giorno, due anni che videro suo padre nascosto nella macchia, senza poter uscire. Due anni in cui l’amico bosco, con le sue folte chiome, lo difese e lo riparò dal nemico.

Sono storie che oggi ci sembrano incredibili o banali, ma che i nostri padri o i nostri nonni hanno realmente vissuto… proprio poco tempo fa.

Un bacione topi, alla prossima storia.

Storia del Gatto Contadino

Potete chiamarlo come vi pare: Minù, Fifì, Lulù, Micio, Ciccio, tanto lui arriva sempre. Passa le sue giornate in campagna a controllare che tutto funzioni per il meglio. E’ giunto nella campagna di Topononno già qualche tempo fa. Non gli piace stare in casa, lui è un gatto selvaggio, un gatto che – ‘a da puzzà – come si dice, pieno di entusiasmo e voglia di fare. SONY DSCControlla la disposizione delle verdure, osserva se i frutti maturano e si da sempre un gran da fare nei dintorni dell’orto. E’ sempre molto fiero del suo operato e passa senza sosta le ore a lavorare come un matto. SONY DSCTaglia la legna, riempie la carriola, annaffia, appende le pannocchie di mais per farle essiccare e darle poi alle amiche galline, si preoccupa di…. SONY DSCvabbè, si, ogni tanto di distrae un pò, però….. SONY DSCEhi! Allora! Sto dicendo a tutti che lavori sodo dal mattino alla sera! Che ci volete fare…. abbiate pazienza! Zueni d’ancoi!! (Giovani d’oggi!). Ogni tanto bisogna tirare un pò le redini. E come vi dicevo, con le galline va molto d’accordo, soprattutto quando si tratta di giocare con loro a nascondino tra i ciuffi di erba alta. Ecco si, preciso, lui va d’accordo con loro, non ho detto che loro vanno d’accordo con lui… Voglio dire, mica si accontenta di lucertole e topolini. – La campagna è mia e qui comando io! -, sembra dire imperativo. In realtà è molto buono, diffidente con chi non conosce ma il suo carattere è amorevole.SONY DSCSempre mezzo scorticato e con un occhio più chiuso dell’altro pare un brigante. Cosa non fa lo sa solo lui. Ma vi assicuro che fa anche tenerezza quando va a pisolare sotto al Nocciolo o all’ombra della Barbabietola. E quando ti guarda con quegli occhioni pigri che fanno immaginare la stanchezza provata. Eh si! La terra è bassa! Il lavoro in campagna è duro, si sa, ma lui sembra non essersi ancora pentito di aver fatto questa scelta e oggi, è pieno di amici e frutti della terra. SONY DSCAnche il cane Yuky è diventato suo grande compagno e insieme fanno persino la guardia. E questo è un micio che a me piace molto. Al di là del suo manto dai colori chiari e solari a seconda di come la luce lo accarezza, è uno di quei mici che non patisce niente. L’essere schizzinoso non sa certo cosa voglia dire. E dalla campagna può scendere giù fino al torrente. E vicino al torrente si sa, zanzare, girini, gerridi, ogni stagione è buona per divertirsi! SONY DSCCredete forse che patisca il contatto dell’acqua? Ma lui è un Cat-Marine! Probabilmente ha anche delle doti anfibie. Non patisce proprio nulla! Se ve lo dico! Vedete? Ha pure il campo di allenamento militare: il percorso di zucche che abilmente deve schivare e magari può usare come liane…. ovviamente. E nelle immagini di prima, in cui si rotolava a terra contento, mi dice che in realtà si stava allenando per la trincea! Mai pensar male di gatto contadino! SONY DSCOgni sua azione è stata ben ponderata prima! La campagna è sempre piena di nemici, bisogna stare all’erta e non calare mai la guardia. Dormiamo tutti sogni tranquilli da quando c’è lui, vigile, nel nostro territorio. Poteva forse mancare la sua presenza anche in questa mia tana virtuale? SONY DSCCertamente no. Felice di avervelo fatto conoscere cari topi. Non abbiate paura. E’ un buon gatto. E fa parte anche lui di questa larga, bella e buffa famiglia!SONY DSC Un bacione, alla prossima!

A Grattino, sempre più su

Oggi topi, SONY DSCsi và in un’altra fiaba. Una fiaba che ha un nome e si svolge in un luogo. Anzi… è il luogo!

Si tratta di un borgo, un piccolissimo borgo che forse, non si può nemmeno definire tale tanto è minuscolo.

Si chiama Grattino, un nome buffo per indicare un angolo di pSONY DSCaradiso. E il paradiso qui lo si vive davvero.

I prati, le cataste di legna, le strade silenziose e fredde. Spoglie di fiori in questa stagione ma ricche ugualmente di vita e gioia. Vita tra i campi, tra grandi coltivazioni, dove nascono i Castagni e lì rimangono, per anni, per secoli. Castagni dal tronco così grande che, tre uomini insieme, non riescono ad abbracciare.

Grattino, a 700 metri sopra il livello del mare.

Grattino che come guardiano ha un cocker nero, al quale non gliene frega niente di nulla e di nessuno. Ti guarda con quel fare annoiato e nemmeno si preoccupa dei gatti che gli corrono intorno.SONY DSC Quei mici, guardinghi, per nulla ingenui. Rincorrono i topini e si nasconSONY DSCdono tra i ceppi e i capanni degli attrezzi. Nessuno qui li disturba, vivono in un paesino stupendo che offre loro una vista mozzafiato.

Tutta la mia Valle e le cime innevate dei monti sono godibili da qui.

Il – paese presepe -, dove le casupole sono fatte rigorosamente in pietra e i tetti in ciappe d’Ardesia.

Dai camini esce un fumo azzurrognolo e il profumo di legna è inconfondibile mentre si sprigiona nell’aria frizzantina.

Il Viburno è fiorito ma tutto intorno è ancora secco, pronto a sbocciare in primavera. IlSONY DSC sole è pallido, il caloreSONY DSC qui, è dato dall’atmosfera. Dalla vecchina che sgrana i fagioli con il fazzoletto sulla testa e, curiosa, controlla se dei forestieri, passeggiano tra le sue dimore. E’ sospettosa, chissà cosa si crede?! Mi fa sorridere, mi chiedo come faccia a non avere freddo stando così ferma, seduta.

E che meraviglia le piante di Cachi, zeppe solo dei frutti color vermiglio. Guardate, non vi sembrano le puffbacche dei Puffi? Sopra di loro una pianta “pelosa” che gradisce sicuramente più l’estate dell’inverno. Rivestita completamente da una coperta sofficeSONY DSC e calda.

I rami degli alberi e dei rovi sembrano le ciglia di un grande occhio che si affaccia sul mondo e si stagliano contro il cielo grigio. Fantastico davvero.

E rami rotti o tagliati, ordinatamente accatastati o abbandonati, ma tutti pronti per essere bruciati nelle stufe di ghisa. Queste cataste hanno qualcosa di magicoSONY DSC, sono bellissime, rendono questo posto affascinante come l’ambientazione di una storia per bambini.

Ho visto Grattino anche in primavera e posso assicurarvi che è una meraviglia. SONY DSCIl verde di questi prati è ancora più acceso e i fiori dei Mandorli, dei Peschi e dei Ciliegi rapiscono con la loro bellezza.

E ditemi, non riuscite ad immaginare qualche gnomo gironzolare tra questi tronchi e queste piantine? Non è difficile vero? E’ un villaggio così suggestivo che gli gnomi, oltre ad immaginarli, si possono anche sentir fischiettare.SONY DSC

Saranno le casette con le persiane verdi, saranno le erbette al ciglio della strada, le nuvole intorno agli alberi, i piumini nei giardini… i panni stesi in mezzo a un prato… ormai duri, rigidi dal freddo, bisogna fare molta attenzione nel ritirarli per non spaccarli.

Il palcoscenico perfetto per Andersen.

Osservate, non siamo andati molto lontano nel credere a gnomi e folletti. A tener d’occhio la situazione, ecco un esercitoSONY DSC di baldi nanetti pronti a difendere il loro territorio. Uno più bello e più simpatico dell’altro. Penso che siano gli aiutanti del cockerSONY DSC nero che, da solo, non riuscirebbe a controllare tutto. Troppa fatica! I nemici potrebbero arrivare da qualsiasi strada e in qualsiasi momento.

Si scherza, ma un fondo di verità c’è. E si topi. Da qui partono anche i sentieri diretti per Carpasio e Agaggio, per nulla brevi devo dire, ma grazie ad una grande sorgente, posizionata tra la fine dell’asfalto e l’inizio dello sterrato, c’è la possibilità di fare rifornimento d’acqua fresca.

IlSONY DSC paesaggio è da vedere, per forza, è una meraviglia e gli amanti del trekking lo sanno bene. Una meta da non perdere.

Siamo nel centro della Valle Argentina, dal bivio per andare alle ex Caserme di Gavano. Tutto l’anno, si possono effettuare escursioni che offrono spettacoli indescrivibili.

Ogni tanto, la cappelletta di qualche santo o dedicata alla Madonna, spunta tra gli alberi e tra qualche SONY DSCcasa. Non mancano mai a proteggere e ad accompagnare il viandante che viene invitato a pregare in queiSONY DSC luoghi rimasti intatti nonostante una crudele guerra abbia portato via tanti ricordi e tante tradizioni.

Grattino, questa piccola frazione di Molini di Triora che, da poco, è diventata ancora più “famosa” per esser la sede di un’importante vasca anti-incendio, un danno che a volte, purtroppo, colpSONY DSCisce la mia Valle per opera di qualche manigoldo.

Grattino si divide in Inferiore e Superiore. Alla fine del paese, cioè la parte Inferiore quindi, dove la strada finisce,SONY DSC troviamo i lavatoi, ancora intatti, ancora pieni di acqua.

A regnare è il silenzio, nemmeno gli uccellini osano disturbare questa quiete. Questa quiete che tanto andiamo ricercando.

Qui non esiste davvero il veloce tran tran cittadino, il clacson che suona, l’urlo, il SONY DSCcampanello insolente. Qui esiste la pace, la pace preziosa e ormai rara.

E io, cari topi, con questo post spero di averne regalato unSONY DSC poco anche a voi.

Ora vi saluto perchè vado a preparare un’altra bella avventura, voi statevene comodi ad osservare Grattino, uno dei pochi luoghi magici rimasti, in cui si va su, sempre più su, per ammirare tutta la mia bellissima Valle.

Un bacione a tutti voi.

M.