E “messe in mustra” de Baäucu

Sono tante, tantissime topi e vi avviso subito che non le ho nemmeno fotografate tutte. Sono numerosissime e poi comunque non posso farvele vedere tutte io, dovete andarvele a godere dal vivo perché meritano tantissimo!

Ce n’è di tutti i tipi possibili e immaginabili e… Oh! Ma che sbadata! Non vi ho detto di cosa sto parlando! Scusate, mi sono fatta prendere da tanto fascino, tanta bellezza e soprattutto tanta bravura.

Ebbene, sto parlando delle stupende opere d’arte che si trovano in bella mostra per le vie e i carruggi di Baäucu (Badalucco). E sono una più bella dell’altra.

Dopo avervi presentato Piazza Etra, un intimo luogo di questo paese dove l’arte pura trionfa (se ve lo siete perso, potete cliccare qui) non posso non farvi osservare altre carinerie artistiche. Venite insieme a me, che ne vediamo qualcuna.

Badalucco è uno degli abitati più grandi della Valle Argentina e ha un centro storico ampio e ricco. Oggi, o meglio, da qualche anno, ricco anche di queste bellezze che si possono trovare appese, in quanto creazioni di argilla, o vetro, o porcellana, oppure dipinte direttamente sui muri.

Vogliono essere soltanto ammirate, ma a volte svolgono anche un ruolo importante, come quello di indicare la Bottega Artigiana che le realizza. E da qui si capisce bene come, in questo borgo, si possano anche visitare laboratori o centri nei quali si lavorano i materiali come una volta.

Tutte insieme, rendono questo dedalo di vie intricate davvero suggestivo e incantevole. E variopinto, anche! Dove neanche il sole osa entrare e i carruggi appaiono bui e sinistri, ci pensano loro a mettere allegria con i loro colori e le loro forme.

Guardate, guardate: non sono splendide? In vari stili e per tutti i gusti. Dall’astrattismo al realismo. Certe sono firmate riportando il nome dell’autore.

Alcune costruzioni sono completamente dipinte, o lo è una gran parte di esse, e su diverse pareti si possono leggere anche scritte che sanno di bello, di pace e di speranza.

Gli occhi si spalancano dietro ogni angolo e, dopo un po’ che si cammina, viene spontaneo aspettarsi la sorpresa… che non manca. Non ci sono zone prive di queste bellezze – messe in mustra – (messe in mostra).

Insomma, girovagando di qua e di là per questo bel borgo, non ci si annoia di certo, che siate patiti di arte o meno. Pure i piccoli topini, noto, rimangono estasiati e sorpresi e giocano a chi trova la prossima per primo.

Il centro storico, così antico e scuro, appare più allegro e certamente curato in modo migliore. Dove la luce, come ho già detto, non scalda e non illumina, ci pensano i colori e la dedizione che traspare da queste realizzazioni ad abbracciare affettuosamente il passante.

Splendidi trampolini per lanciarsi e tuffarsi appieno nella fantasia. Sì, perché da una soltanto di queste opere si può iniziare a viaggiare con l’immaginazione verso mondi sconosciuti che sanno di arcobaleno.

Ecco come rendere una semplice passeggiata tra carruggi in una camminata indimenticabile per le vie di un borgo. E già li sento i fuestei (turisti) una volta tornati a casa – Come si chiamava quel paese che abbiamo visitato pieno di opere d’arte per le vie?

Si chiamava Badalucco. Si chiama Badalucco!

Un bacio artistico a voi, topi!

Forni e fornai dell’antica Valle Argentina

Con il freddo dell’Inverno ormai sopraggiunto ho pensato di raccontarvi qualcosa di caldo.

Siamo ormai abituati ad avere il forno nelle nostre tane, ma non è sempre stato così, ovviamente. Nei borghi della mia Valle esistevano uno o più forni e lì ci si recava per cuocere il pane e tutte le altre squisitezze. Il forno rappresentava uno dei fulcri della vita di un borgo, perché fungeva da collante tra gli abitanti, che qui vivevano momenti di condivisione.

forno in pietra

Eh sì, topi, si cucinava in compagnia in questo spazio comune, in alcuni borghi è utilizzato ancora oggi il forno di paese in occasioni particolari, come accade a Realdo.

Perché il forno, in fondo, nelle giornate fredde invernali pareva una madre accogliente, con l’abbraccio delle sue mura calde.

antico forno .jpg

Le donne erano solite recarsi al forno nella tarda mattinata e portavano con loro i  caratteristici pani rotondi, che venivano contrassegnati da una lettera, da una sigla oppure da un timbro.

I pani venivano stesi sulla pan-oia, una tavola di legno, e venivano poi infornati servendosi dell’infornavuia, una pala sempre di legno. Ma non credete che il fornaio facesse questo lavoro gratuitamente, nossignori! Com’è giusto che fosse,  egli tratteneva per sé un pane come compenso.

forno fornaio

I panettieri e le panettiere, ossia i fornai e le fornaie, avevano il compito di cuocere bene le astrochee, ossia le torte e le focacce che venivano portate ai loro forni. Dovevano contare prima i pani portati dalle singole persone e poi dovevano restituirli ben cotti e seguendo il numero consegnato. Se ciò non avveniva, il fornaio doveva pagare ben trenta soldi di ammenda!

E dopo i pani, si cucinavano le torte di verdure, chiamate paste, e quelle dolci, fino ad arrivare a cuocere persino le verdure ripiene. Riuscite a immaginarvi i profumi che si spandevano nell’aria, topi? A me sale già l’acquolina!

L’atmosfera, poi, era davvero gioiosa. Ci si scambiavano racconti e battute spiritose mentre i bambini schiamazzavano lì attorno.

La ricetta del pane rotondo è sconosciuta, pare che si sia provato a riprodurlo anche in altri luoghi, ma senza ottimi risultati.

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A Triora c’erano quattro forni pubblici e tre sono stati chiusi circa un secolo e mezzo fa. C’era quello chiamato “di Davide”, nel quartiere della Sambughea, un altro dove ora sorge la grotta di Lourdes e il terzo nell’omonima strada, tra la Cava e la Carrèia, oggi intitolata via Roma. Infine, quello che più resistette e chiuse per ultimo fu quello di via Dietro la Colla, funzionante dal 1930, in epoca recente sostituito dal moderno panificio.

forno antico

A procurare la legna per il forno era l’affogavue, incaricato di accatastare  le scuve, fascine di ginestra dei carbonai, e legna di diverse dimensioni. Per questo lavoro riceveva un pane ogni quindici cotti, oppure quattro soldi.

E con questo, spero che il mio articolo vi abbia scaldato le zampe e i cuori, io vado a infornare un po’ di pane e a sfornare nuovi articoli per voi.

A presto!

Prunocciola

Domenico Giordano – le Pipe di Badalucco

Buongiorno Topi!

Oggi sono entusiasta perché vi porto a conoscere una persona davvero speciale che svolge una professione speciale anch’essa. E’ antica, molto, ma soprattutto è originale e ormai quasi introvabile in Italia. Mi piace raccontare di cose belle e quando queste  prendono vita nei miei luoghi, nella mia Valle, mi fa ancora più piacere parlarne. E’ proprio qui, infatti, nella splendida Valle Argentina e precisamente ai margini del paese di Badalucco, che possiamo incontrare Domenico Giordano, un artigiano d’eccezione che ha fatto della sua più grande passione il proprio mestiere.

Un uomo ospitale, affabile e disponibile che ama parlare del suo lavoro e al quale s’illuminano gli occhi mentre mostra le sue splendide creazioni.

Il signor Domenico, dalla gentilezza disarmante, mi ha accolta nel suo laboratorio dove crea con la radica delle pipe meravigliose.

Lo definiscono l’ultimo maestro dell’arte della creazione della pipa; realizza pezzi unici, completamente fatti a mano e di incredibile bellezza. In tutta Italia sono rimasti in pochi a eseguire quest’arte, pare si possano contare sulle dita di una mano.

Nel suo laboratorio, illuminato da una luce al neon e adiacente a un grande magazzino, l’odore di legno persiste e penetra nelle narici, soprattutto dove un grande mucchio di pezzi di radica viene bollito per eliminare i tannini e rimane bagnato fino al momento della lavorazione.

La radica è la parte basale del fusto di alcune piante e comprende le radici stesse. Grazie alla sua nodosità, alla sua resistenza e alle sue sfumature risulta perfetta per diversi oggetti e, per le pipe in particolare, quella di Erica arborea è l’ideale.

Si tratta, infatti, di un legno duro e pregiato. L’Erica è una pianta, a mio avviso stupenda, considerata in tempi antichi ricca di magiche virtù e dimora delle fate. Con i suoi rami si creavano scope (il suo nome deriva proprio dal termine greco Kalluno che significa “spazzare”) capaci di spazzare via non solo la sporcizia, ma anche tutte le negatività delle case, come vi ho già raccontato altre volte. Una pianta purificatrice che, arsa, allontanava gli spiriti maligni.

Le sue venature creano affascinanti fantasie su ogni pezzo e Domenico ne esalta il disegno e il colore soprattutto attraverso la levigatura, sicuramente la parte più lunga, ma anche quella più spettacolare del suo lavoro, dove non solo l’oggetto si liscia e prende forma, ma mostra tinte naturali che seducono soprattutto gli appassionati e i grandi intenditori.

In realtà, sono pezzi talmente belli che ammaliano anche chi se ne capisce poco come me. Ci sono pipe molto grosse, tozze, pesanti.

Altre, invece, sono più fini, delicate, dalla forma longilinea. Ce ne soo di più scure, di un mogano intenso, mentre le più chiare sono quasi color della sabbia. Tutto dipende dal tipo di lavorazione. Diverse hanno anche forme buffe e particolari rappresentando animali o altri oggetti.

Alcune hanno la zona di combustione molto larga, altre invece piccola e stretta, potrebbe starci un Toscano; ci sono individui che amano fumare il sigaro lì dentro, soprattutto per non sprecarne l’ultimo tratto.

Ci sono pipe curve e dritte, pesanti e leggere, dalla testa tonda o cubica, per tutti i gusti e tutti gli stili, da quello più elegante a quello più rustico.

Domenico mi ha fatto vedere come usa i suoi attrezzi, che sono tanti, ognuno per uno scopo ben preciso e tutti fermi ad attendere la sua abile mano pronta a realizzare qualsiasi cosa.

A me ha fatto questa magnifica seggiolina in soli due minuti. Ma grazie! Da un semplice pezzo di radice, ecco uscire fuori un carinissimo complemento d’arredo. E’ comodissima, nella mia tana mancava proprio! Un piccolo trono degno di una Regina come me.

Con una grande lama circolare ha tagliato e intagliato il tocco di legno rigirandolo da varie parti… et voilà, un mobile tutto mio, per me che non fumo la pipa, ma potrei sempre imparare… me ne farò fare una fashion.

Conosciuto non solo in tutto lo Stivale ma anche in diverse zone del mondo, il signor Giordano ha realizzato pipe davvero per chiunque, persino per noti personaggi che da lui hanno acquistato pezzi di grande valore.

I prezzi di alcuni elementi sembrano stratosferici, ma se si pensa alla lunga lavorazione che c’è dietro a ogni singola pipa, nessuna cifra può equiparare l’attenzione, la fatica e la fantasia che vivono dietro queste realizzazioni. Ovviamente, nel suo studio si possono trovare pipe per qualsiasi tasca e si possono naturalmente ordinare come più si preferiscono, anche se sono comunque già molte quelle in esposizione e tutte belle e caratteristiche.

Sempre col sorriso sulle labbra, Domenico, dalle origini meridionali ma ormai abitante della Valle Argentina da quando era bambino, si presta a raccontare anche diversi aneddoti. Racconta anche di come negli anni, attraverso le varie richieste, il suo lavoro si sia modificato. Ci rivela cosa si richiedeva un tempo e cosa, invece, si preferisca adesso.

Per lui non ci sono né problemi né differenze: da quando era solo un ragazzo gli basta creare ed esegue opere d’arte. Sulle pipe conosce davvero tutto, è piacevole starlo ad ascoltare. E’ buono e generoso, per niente avaro, soprattutto in fatto di consigli.

Riuscire a trasformare quella che può essere una grande passione, o un hobby, in una lunga avventura che dura una vita è il sogno di molti e l’augurio per tutti. Occorre accendere e mantenere attiva quella luce che ognuno di noi ha dentro, ma che sovente si soffoca per timori o ritenendo impossibile realizzarla. L’energia è alla base delle scelte, più della mente e, nel caso particolare di Domenico, anche se può essere sembrata la testa la padrona con il potere decisionale in mano, accompagnata da tanta voglia, a dire l’ultima parola è stato, ed è tuttora, il cuore.

Buon lavoro Domenico e grazie ancora! E un bacione a voi Topini!

La Loggia degli Sposi

Torniamo un po’ nel cuore della mia Valle. E’ da tanto che non vi ci porto ma oggi ho in serbo per voi una vera sorpresa.

Vi ho fatto conoscere, tempo fa, il meraviglioso borgo di Montalto Ligure, potete vederlo qualche post più in là, e oggi ci riandiamo perchè ho voglia di mostrarvi una cosina davvero particolare. Ebbene non potevo certo non parlarvi di questo posticino fantastico, grazioso ma soprattutto romantico, come lo è l’intero paese. Siamo infatti nel borgo definito “romantico” per eccellenza e quindi non poteva mancare una vera e propria loggia dove potersi sposare. SONY DSCE quante coppie ha visto unirsi in matrimonio questo luogo di pietra!

Nella mia Valle lo conoscono tutti e, ogni volta che ci si mette zampa, si cammina sopra il riso bianco degli sposini che sono appena stati qui.

Cari topi, ecco a voi, la – Loggia degli Sposi -. Sono diverse le vie che ci portano a lei.SONY DSC Partendo da sotto, bisogna inerpicarsi per una scalinata abbastanza ripida dai gradini consumati e il colore delle luci giallognole implica un’atmosfera suggestiva e quasi misteriosa. Alcune porte che incontriamo sono in legno massiccio e molto vecchie appartenute un tempo, forse, a delle stalle. E’ un luogo affascinante nel bel mezzo di questo villaggio arroccato sui monti del mio mondo.SONY DSC Un piccolo spazio dalla pavimentazione di ciappe, due panchine, un lampione e un’apertura che offre un panorama degno di qualsiasi matrimonio. SONY DSCMantiene in tanti punti la sua antichità.

E’ stato, per certi punti di vista, reso solamente un po’ più comodo, come l’aggiunta dello scorrimano per agevolare probabilmente la salita alle spose munite di vertiginosi tacchi a spillo ma, per il resto, tutto è com’era un tempo. SONY DSCVi sarete accorti, immagino, già da queste prime foto che a regnare infatti è la pietra. Ci circonda, ci siamo sopra, ci siamo sotto, è ovunque, e questo fa si che il posticino rimanga bello fresco anche in piena estate.

Il sole passa solo da due finestre aperte e semitonde, sembrano le aperture di un castello e la luce è spettacolare.SONY DSC Il tetto offre una bellissima lavorazione di travi in legno e, sotto di lui, nel centro della parete più ampia, c’è una piccola fontanella in ferro dalla quale sgorga acqua fresca. Il suo rubinetto porta la stessa lavorazione di tante altre fontane della mia Valle e il suo rubinetto è in ottone.SONY DSC Per il resto, a parte due panchine per gli invitati più anziani, non c’è nulla; si presta però ad essere addobbata come meglio si crede con felci, piante e composizioni di qualsiasi tipo adatte al fatidico giorno. Che emozione. E’ l’ideale per meravigliose foto in posa. Lo sfondo è magnifico. SONY DSCLa Loggia degli Sposi è un luogo così antico da presentare ancora gli archi e le lastre di ardesia di un tempo. Al centro del pavimento inoltre è stato composto su di esse, lo stemma del comune di Montalto Ligure. Se non erro, questo è stato fatto da un artista del luogo. SONY DSCA celebrare il loro matrimonio civile, in questa fantastica cornice, vengono anche turisti e stranieri. E’ un posticino famoso. E, se si vuole, si possono anche continuare i festeggiamenti nella piazza della chiesa poco sotto. Guardate ad esempio questa foto che ho preso dal sito rivieradivina.it, non è meraviglioso?loggia3In fatto di matrimoni campestri, questo è l’ideale. E allora topi, non dimenticatevi di venire a vedere la Loggia degli Sposi se vi capita di passare da queste parti. Non potete perdervela. Merita. SONY DSCVi sembrerà di fare un salto nel passato. Vi sentirete castellani o menestrelli in un giorno di festa. Una perla della Valle Argentina. Vi è piaciuta?SONY DSC Bene topini, adesso allora posso lasciarvi ma tenetevi pronti, vi porterò presto in un altro posticino sensazionale. Un bacione grande, alla prossima. M.SONY DSC

Antiche insegne, vecchi ricordi

Guardatele topini, ve le ricordate? A me fanno venire un po’ di malinconia.

Mi ricordano le botteghe che oggi non esistono più, le cose piccole, i grandi valori. Mi ricordano le prime commissioni da fare alla mamma, che in realtà erano vere e proprie missioni, di quando si partiva con la borsa tra le mani e le 10.000£ così strette nelle dita che Aldo, il macellaio, doveva disfare un origami per darmi il resto.

SONY DSC

La mamma aveva detto – Non perderle Pigmy, mi raccomando! -. Dovevo ricordarmi tutto ma, in realtà, ella aveva già telefonato e fatto la sua prenotazione.

Mi ricordano anche le telefonate che facevo io. I pianti dalla colonia, alla sera, perchè volevo tornarmene al mio mulinoSONY DSC e i soldini non bastavano mai per mandare tutti i bacini che avrei voluto spedire dentro a quella cornetta… dovevo far più tenerezza che potevo… dovevo straziargli il cuore a mamma e papà! E i mega numeri, quelli lunghissimi di quando capimmo come fare a fare gli scherzi laggiù, fino in America. Sarà stata l’America poi? Boh? E chi aveva il tempo di scoprirlo?

Mi ricordo della farmacia e della farmacista. Più antica della sua stessa insegna e dei barattoli di erbe che teneva come reliquie. Amica di famiglia, sapeva tutto prima e sopra gli altri e, ai tempi, l’ascoltavo come incantata.

Mi ricordo il vanto di essere affacciata proprio alla finestra dell’insegna, dalla quale in realtà non si vedeva nulla, quando andavo a trovare la zia. Era la più scomoda finestra di tutta la palazzina, ma mi cuocevo i gomiti appoggiata al davanzale d’ardesia che scottava sotto il sole. Chi leggeva mi guardava. Che sfacciata! Ma da piccoli, tuttoSONY DSC è perdonabile. Tutto è comprensibile.

Mi ricordo, e i pensieri sono vivi dentro me, come freschi del giorno prima. Mi ricordo di quando andavo dalla Lina e le vendevo le uova delle mie galline. Lei aveva un modo di trattare quelle uova come se fossero state pietre. Io sembravo un’impedita e, per il terrore di romperle, andavo a SONY DSCrallentatore. La Lina rideva, rideva così forte e divertita che mi accorgevo dei denti che le mancavano in bocca.

Mi ricordo dell’odore di quello che le insegne stesse pubblicizzavano. Quell’odore di chiuso, di scuro, di umido o di buono, come quello del prosciutto cotto, e stavo lì, ad annusarlo per ore, al di là del bancone, finchè la campanella della tenda annunciava che mi avevano sentito entrare e stavano arrivando dal cucinino per servirmi.

Mi ricordo quelle più in voga della Coca-Cola, o della Plasmon, o quelle che annunciavano le mercerie e le vecchie osterie. A volte anche pendenti, a volte anche di legno. A volte cigolavano. A volte erano disegnate direttamente sulla parete o attaccate da tasselli e, con la pioggia, perdevano la tinta o la ruggine che coloravaSONY DSC il muro di marrone arancionato e sbavature irregolari.

Mi ricordo che non s’illuminavano e, alla sera, finivano di esistere, ma tanto sapevamo benissimo dov’era quel luogo che ci serviva.

E anche oggi, hanno smesso di esistere. Ora che si staccano, o l’intonaco sul quale erano disegnate, si sta sgretolando via. Ora che le guardi SONY DSCe ti dicono chiaramente quanto tempo è passato, senza indugi, senza batter ciglia. Ora che vorresti, rivederle vivere. Ora che dormono, che nessuno più le considera. Si sentono inutili e stanno lì, a lasciarsi andare. Mi mancate. E a voi? Che effetto fanno? Riportano anche a voi e alla vostra memoria, alcuni ricordi? Raccontatemeli…

Un saluto, vi aspetto per il prossimo tour.

M.

La prima foto è stata presa da tube.7s. it

Osteria Cavallo Bianco

Taggia, Piazza Cavour, sbito prima dei portici. Si nota il dehor pieno di tavolini ben SONY DSCposizionati, la tenda bicolore e la lavagna che ci permette di leggere prezzi e il menù e ci invita aSONY DSC entrare. E’ un luogo davvero accessibile e molto goloso. L’inaugurazione è appena avvenuta e si percepisce la voglia di dare il massimo, di uscire un po’ dagli schemi e risultare particolari. Le possibilità non mancano, ci sono tutte. Questo locale promette bene.

Entriamo. E’ intimo, SONY DSCaccogliente. Ci sono due bellissime sale, una è per mangiare, l’altra ospita il bar. Tutte e due sono pulite, ordinate, dai colori caldi, tenui, tutte tinte che avvolSONY DSCgono e ben s’intonano con il rame, elemento protagonista di questo nuovo posto. Ad accompagnarlo c’è il legno; un legno classico, non troppo chiaro, nè eccessivamente scuro. A progettare tutto è stato il proprietario, che ha voluto creare per sé il perfetto posto di lavoro.

E’ l’Osteria “Cavallo Bianco”, dove si vuole lasciar spazio al buon vino, a una birra artigianale e, perchè no, a una ben allestita grapperia. La degustazione sarà la principale attività, insieme al buon cibo e alla buona musica. A suggerirlo è una chitarra color crema appesa a una parete.

Il gestore mi fa da Cicerone. Lassù, appeso al muro di fronte a me, sui mattoni SONY DSCrossi delle vecchie volte, c’è un bellissimo orologio composto da ferri di cavallo tagliati e messi in modo da comporre il nome del locale. Un’opera d’arte. Vogliamo parlare dei tavolini? Sono antiche botti, una meraviglia.

Come vi dicevo, il SONY DSCvino regna sovrano, ne hanno una lista infinita, ma voglio rendere il giusto merito anche a una birra nazionale, la “Baladin”, che ho potuto assaggiare ed è una delizia. Tra l’altro questa ditta SONY DSCproduce davvero tantissimi tipi di birra. Ce n’è per tutti i gusti e qui la si può trovare sia nella panciuta bottiglia, sia alla spina.

Ditemi: secondo voi, in un posto così, possono forse mancare Sardenaira, FugassaTurta Virde? (Sardenara, Focaccia e Torta Verde) Ovviamente no! E come sono buone! Somigliano a quelle che faceva la nostra nonna, così squisite da farne una scorpacciata seduti comodamente al tavoliSONY DSCno oppure al bancone, SONY DSCsul quale, ancora una volta, risalta il nome del locale.

Che cosa resta da aggiungere? Non posso fare altro che consigliarvi una tappa qui, perché l’accoglienza che riceverete vi piacerà. E’ anche molto comodo arrivarci, grazie ai parcheggi nei dintorni. Non perdeteSONY DSC l’occasione e dite che vi mando io, la Topina della Valle Argentina! Un abbraccio, la vostra Pigmy.

P.S.: ricordatevi (lo sapete che vi faccio sempre la stessa raccomandazione) di non esagerate mai con il bere.

M.

Il Leccio, lunga vita e dignità

Il Leccio. Il Quercus Ilex. A far capire subito che di Quercia si tratta.

E infatti, il Leccio, come la Roverella, è una specie di Quercia ben presente nella mia Valle.

Robusto, sempreverde. Circonda e arricchisce tutta questa bella terra mediterranea. E il significato di questa pianta è presto detto. Lunga vita, perseveranza, dignità, maestosità, e forza. Tanta forza.

Vedete, uno stemma della Repubblica Italiana ha proprio come simbolo un ramoscello di Ulivo per identificare la pace e un ramoscello di Leccio per simboleggiare la forza. Una forza buona. Una forza che lavora per la pace.

La Quercia è il re degli alberi e, il Leccio, ossia la “Quercia Verde”, non è da meno.

Sacro, persino a Zeus, potete capire da soli la sua importanza.

Ma purtroppo, a causa della sua forma sinistra e austera, presto venne considerato adatto solo a riti funesti e religiosi. Associato ai “cattivi” potenti, venne presto anch’esso ritenuto negativo e fatale. Le stesse Parche, figlie della notte, dalle quali dipendeva la vita degli uomini, si cingevano la testa di rami e foglie di Leccio. Sempre il Leccio, venne accusato di tradimento nei confronti di Gesù, in una leggenda, in quanto accettò di offrire il suo legno per la costruzione della dannata croce quando tutte le altre piante del regno si erano invece rifiutate. Ma San Francesco non ci mise molto ad innalzare di nuovo la beltà e la bontà di questa pianta e il suo vero significato. E, come il Santo, anche altre importanti istituzioni del tempo. Il Leccio offrì il suo legno semplicemente perchè capì che doveva sacrificarsi per la redenzione così come lo stesso Cristo. Ridivenne presto così importante che, alcune città italiane, iniziarono a litigarsene il nome ma ce l’ebbe poi vinta Lecce che cambiò il suo nome da Lupie (lupa) a Lecce appunto. Lo stemma di questa città infatti è una lupa che avanza sotto ad un Leccio o stà in agguato.

Di grande importanza anche per Greci e Romani, il Leccio, era considerato sacro da questi popoli che lo inserivano in un elenco di piante “…che recano buoni auspici” e, seppur in terre diverse, spesso i loro allenamenti bellici avvenivano proprio dentro a boschetti di Lecci e, sempre con un ramo di Leccio bagnato in un particolare olio, ungevano i loro guerrieri prima dell’incontro.

Ma erano soprattutto i Celti i grandi estimatori di quest’albero. Essi, utilizzavano la corteccia e le sue ghiande a fini terapeutici. Una loro credenza popolare, pervenuta sino ai nostri giorni, racconta che dentro ai tronchi cavi del Leccio cresca una particolare erba magica che, dopo essere stata attivata con particolari riti altrettanto magici, cotta e mangiata, aveva la capacità di rendere gli individui invisibili. Inoltre, i Celti, non eseguivano nessun sacrificio se non in presenza di un Leccio, albero che, dai druidi, veniva piantato in ogni loro paese.

Ci sono alberi di fronte ai quali, le nomenclature della botanica cedono il passo alle suggestioni della favola: alberi mitologici, carichi di simboli, che appartengono alla leggenda prima che alla realtà. E il Leccio è un po’ questo.

Potrei stare qui ore a descrivervi la sua morfologia, le sue foglie semplici e dentate dalla forma lanceolata, le sue ghiande color verde pisello raggruppate in cima ai rami, la sua altezza che può superare i 20 metri e che ci fa sentire piccoli, il suo colore cupo, severo, profondo… ma tanto non sono questi i significati che ci fanno riconoscere il Leccio come pianta sacra, ricordata e benvoluta. Ne’ il suo legno, duraturo, ben lavorabile. Ne’ la sua corteccia ricca di sali minerali e utile per i nostri intestini.

Il Leccio è una pianta amica, che non ci abbandona. E’ sempre lì, ogni volta che la cerchiamo. Così imponente, così possente. Spesso di forma cespugliosa, come un grande arbusto, sembra proprio voler avvolgerci ancora di più e, sotto a quei suoi bassi rami, ci sentiamo tutti circondati e protetti.

Dedico questo post al giovane Alpino, Caporale Tiziano Chierotti che, nei ricordi di tutti i suoi compaesani, non smetterà mai di vivere.

Vi aspetto per andare a conoscere la prossima pianta.

M.

Porte e Fontane di Corte

Devo dirvi la verità, topi: le porte e le fontane di Corte mi hanno assai colpito. In questo paese ce ne sono di tante e meravigliose. Forse potete trovarle banali, ma vi assicuro che non è così. Le porte sono di un legno massiccio, stupendo a vedersi, e le fontane rendono giustizia a chi le ha costruite, sono bellissime e spesso anche decorate a mano.

Godetevi questa carellata di foto, dunque!

Iniziamo dalle porte: alcune sono incorniciate dall’ardesia e. già da sole, possono essere considerate opere d’arte. Gli archi che le sovrastano sono elementi importantissimi che, oltre a sostenere, regalano alla porta un carattere particolare. Capitelli scolpiti a mano ne impreziosiscono gli angoli, capita spesso di vederli nelle dimore religiose di un tempo. Si parla, quindi, di porte antiche, alcune restaurate, altre lasciate invecchiare col tempo. Quante mani hanno toccato quelle maniglie! Per realizzare le porte è spesso usato il legno di olmo, un materiale che risponde bene alla lavorazione e si mantiene resistente nel tempo. Anche il frassino e l’abete sono ottimi.

Trovo che la porta sia una cosa importante, poiché identifica lo stile della persona che l’ha scelta o dell’abitazione. Sono essenziali per rimarcare il design dell’ambiente circostante. La porta è quell’apertura che ci permette di passare da un luogo all’altro e chissà dietro queste porte quale vita si nasconde.

A Corte, di porte se ne possono vedere di ogni materiale e degli stili più disparati. Che belli, poi, i particolari! I battacchi, i campanelli, i rosoni, le porticine per le lettere… In ferro, in ottone, in bronzo.Tutto è fonte di meraviglia.

E le fontane? Sono forse meno apprezzabili? Direi di no.

Piccole, grandi, in pietra, in cemento, in gesso… ce n’è per tutti i gusti, sempre pronte a dissetare con quell’acqua limpida che sgorga dai loro rubinetti. A Corte, come nel resto della mia Valle, la maggior parte delle fontanelle è realizzata in pietra. Talvolta quest’ultima viene poi intonacata, ma alla base c’è la nostra sacra pietra con la quale costruiamo davvero di tutto. La fontana in pietra assume una duplice funzione: è artistica e funzionale. I decori e le pitture che la adornano sono eseguiti da artisti creativi e fantasiosi. Tante volte, anch’esse possono definirsi opere d’arte, come tutto ciò che è creato da mani e menti ingegnose.

Le fontane in pietra sono realizzate con questo materiale perché è naturale e nella mia Valle ce n’è tantissimo, e quindi in perfetta sintonia con la natura, non richiede nessuna manutenzione affinché la fontana mantenga il suo originario aspetto, ed è tanto solido da resistere alle intemperie.

Sotto la neve, ghiacciano le tubazioni, mentre sotto il sole cocente diventano quasi roventi, ma le fontane non si rovinano, sono sempre lì come ad aspettare. A seconda del tipo di pietra usata, la fontana ha un colore differente. Spesso è ricavata direttamente dalla roccia, lavorandola e scavando fino a ottenere la forma immaginata.

Quanta storia testimoniano! Nella mia Valle ce ne sono addirittura di origine romana.

Sulla fontana possono essere scolpiti bassorilievi o disegnate immagini rappresentanti fiori, frutti, volti, simboli o, come nel nostro caso, visto il culto Mariano così sentito, icone della Madonna. Alcune di queste fontanelle possono anche essere a muro, quando non c’è roccia che ne permetta la costruzione, e allora si attaccano alle pareti delle case in qualche via o in una piazza.

Sembra difficile da credere, ma ci sono paesi privi di fontanelle o, a dire tanto, ne hanno una sola. Altri invece, sono dotati di queste carinissime invenzioni ogni venti metri. Fortunatamente, nella mia Valle non mancano e soprattutto qui, a Corte, ce n’è quante ne vogliamo!

Tutte bellissime. Buona giornata topi!

M.

Giornata a Costa

Costa. Dalla strada principale della Valle Argentina, dopo Badalucco, giriamo a destra verso Carpasio ma, a metà strada, un’altra via nei boschi, che ha un qualcosa di magico, sempre alla nostra destra, ci porterà a Costa.

Esso è un piccolo paesino di 18 anime, circondato solamente da pace, rumori della natura e, ogni casa, è rigorosamente costruita in pietra naturale tagliata in conci di diverse dimensioni. Guardate che spettacolo. Non vi sembra un paesaggio incantato e abitato da gnomi e folletti? Sembra finto e in miniatura, invece, è tutto vero, ve lo assicuro!

La strada che ci porta in questo piccolo borgo è, in questa stagione, completamente ricoperta da foglie cadute lievemente al suolo che la tingono di colori caldi e opachi come il beige e il marrone. Sono principalmente foglie di Castagni ma sono presenti anche molti ricci.

Il sole fa zig zag tra i rami spogli e, in alcuni punti, al di sotto della montagna, alcuni ruscelli, passano veloci per tuffarsi poi nel torrente Argentina. Solo in quei punti si nota umidità e bisogna porre maggior attenzione quando scende la neve e ghiaccia. Sono curve che rimangono all’ombra tutto l’anno. Per il resto, in tutto il suo percorso, la strada è luminosa e, lo stesso paese di Costa è baciato dal sole ad ogni ora del giorno.

Il sole, sembra di riuscire a sfiorarlo, siamo in alto e all’aperto.

Davanti alle case non si ci arriva in macchina, bisogna lasciare l’automezzo in una piccola piazzetta dove le nonnine passano le giornate  a raccontarsela sedute su una panchina all’ombra di un maestoso albero.

Questa zona della Valle Argentina è chiamata Val Carpasina e la sua particolarità è la netta divisione tra gli Ulivi, coltivati nelle tipiche terrazze liguri più a valle e i Castagni che padroneggiano la parte più alta dei monti. Gli Ulivi che si abbronzano e si lasciano scaldare dal sole e i Castagni che prediligono invece il fresco ma, senza la calda luce, non potrebbero vivere. Sono entrambi alberi particolari e molto significativi nella mia Valle ma, Costa, è circondato prevalentemente dai secondi e sarà di questi che vi parlerò.

Pensate che, i primi Castagni, come ci racconta saggiamente la tavola che si trova all’inizio del paese, sono stati piantati già in epoca medievale e, velocemente, hanno ricoperto tutte le miniere di carbone presenti e numerose negli anni lontani. Grazie a questi alberi, la popolazione poteva sfamarsi sostituendo i più cari cereali e sono divenuti la più importante fonte di sostentamento.

Oggi, il sottobosco è incolto e ha ricoperto gli essicatoi e le zone in cui un tempo le castagne venivano lavorate a seconda del bisogno.

Incamminandoci a piedi, verso le case, passiamo davanti ad una splendida cappelletta e simpaticissima è la frase scritta sopra ad una lamiera su di essa: “Oh Passante che passi per la via, leva il cappello e saluta Maria“. Anche qui, non si stona, il ricordo della Madonna è perennemente presente.

La prima casa che incontriamo è una struttura davvero particolare. Pensate, siamo davanti al Museo della Resistenza della Valle Argentina. Purtroppo non possiamo entrare in questo periodo, è chiuso, ma non importa, avrà presto un post dedicato interamente a lui.

Oggi, vero il protagonista, deve essere questo splendido paesino ma due notizie sul Museo ve le darò ugualmente.

Innanzi tutto, il nucleo che lo racchiude, è originario degli anni della guerra e propone un’intero capitolo di storia di questi posti come la distruzione nazifascista e la tremenda lotta partigiana.

All’interno si possono ammirare cimeli, documenti personali, oggetti della vita quotidiana e non solo di soldati ed esercito ma anche di civili, di persone che, con tutta la forza che avevano, hanno aiutato “i nostri” ad avviarsi verso la liberazione, anche solo proteggendoli o nascondendoli dal nemico.

Davanti al Museo, due cose m’incantano e rapiscono la mia attenzione: la prima è la sgualcita bandiera italiana, il nostro tricolore, del quale è rimasto solo il verde a sventolare seguendo la direzione della brezza ma mantenendo una certa dignità.

Mentre, la seconda, è una stupenda, piccola campana in ferro battuto, ossidata dal tempo e posizionata su un muretto di pietra e suonata da chiunque passi di lì.

Continuiamo a salire, in questo gruppetto di case la strada è in salita, sembra di essere in un bosco pulito e arranchiamo tra erbetta e sassi.

Guardate come sono le stradine che serpeggiano in Costa. Incredibili. Percorrendole si arriva a tutte le case e si visita ogni angolo. Li visiteremo volentieri ma c’è ancora qualcosa da ammirare.

Il cielo è terso e il verde dell’erba, nonostante i mesi autunnali, si staglia contro l’azzurro intenso.

Ad accompagnarci, alcune lucertoline che fuggono veloci qua e là e qualche insetto. I più temerari non si staccano da noi. Forse ci annusano. Sembra però non siano gli unici esemplari di fauna qui.

Guardandoci intorno, scorgiamo infatti una piccola tana di scoiattolo su un albero, bellissima, sembra disegnata. Non flashamo il piccolo roditore con la macchina fotografica, è già in letargo, e io so quanto può essere fastidioso sentirsi disturbati durante il riposino invernale. In fondo, non è l’unica tana della zona.

Possiamo adocchiarne un’altra ma, questa volta, fortunatamente, il rifugio nell’albero è vuoto. Trattasi infatti della modesta casetta di un cinghiale. La vedete? Giù, in basso, contro l’erba, verso le radici, e dovreste vedere com’è scavata dentro, ma non mi fidavo molto a irrompere in casa di qualcun altro.

Ho scoperto anche una chicca grazie alle notizie sul Museo; pensate che nel tronco cavo di questo castagno, durante la guerra, trovavano riparo ben 7 persone! Quanti anni ha quest’albero? E’ davvero grande.

Continuiamo la nostra passeggiata, per ora, ancora in salita.

Costa si trova a 675 m d’altitudine ma qui, se continuiamo a salire, non so a che altezza arriviamo! Beh, è tutto così bello che non sentiamo la minima fatica.

Ci stiamo dirigendo verso un posto davvero particolare, per gli abitanti del luogo, direi addirittura simbolico. Il forno. Questo forno è usato da tutti. E’ poco distante dalle case e accessibile a tutti gli abitanti. Intorno è colorato da un bel praticello.

Le casette sparpagliate di Costa, sono realizzate in pietra locale anche internamente e soprattutto nelle pavimentazioni mentre il sottotetto è costruito con il legno. E’ davanti a questo splendido forno comunale e all’aperto che vediamo le indicazioni di Costa che sono originalissime scritte su tavolette di legno scolpite per intonarsi alla natura circostante.

Questo paese, forma infatti un triangolo con i paesi di Arzene e Carpasio, tutti quanti situati sopra al più conosciuto Montalto. Questi “segnali stradali”, spiegano anche quanto sono alti questi paesi sopra il livello del mare che, ognuno su un cucuzzolo diverso, si guardano l’un con l’altro. Ognuno offre le sue bellezze e ognuno ha una storia da raccontare. La sua storia. Indicano le strade più comode da percorrere in auto e quelle tra i boschi, le mulattiere, da percorrere volendo, a piedi, regalandosi una panciata di pura montagna. Quello che si può vedere in questi borghi, raramente lo si può scorgere dove la vita corre più frenetica. Qui la gente ha più tempo e forse più passione di mantenere i suoi luoghi più curati, abbellendoli anche con oggetti lavorati con le loro stesse mani.

La fontanella in ferro che vi mostro, ad esempio, è uno di questi. Realizzata da un signore del posto, dopo ore e ore di lungo lavoro.

Qui, il sabato e la domenica soprattutto, quando non si sa cosa fare e sono considerati questi, giorni di festa, la gente si mette al lavoro per allargarsi un pò la casa, per crearsi i gazebi o i porticati che hanno sempre sognato, per riparare gli infissi in legno prima del freddo inverno, per creare una zona ai figli cittadini che ogni tanto vengono a trovarli, e allora ripristinano le grondaie, piantano fiori in grossi vasi davanti a casa e si occupano, nonostante la festività, anche del terreno, che nonostante l’autunno, non può mai essere abbandonato. Hanno un vero culto per questo tipo di lavoro.

E’ infatti in questi luoghi che si può costantemente vedere gente al lavoro, per l’amore che provano nei confronti della propria terra. E si lavora ancora usando gli stessi mezzi di un tempo, primi fra tutti, le proprie braccia.

Questa è la vita a Costa e nella maggior parte della mia valle.

Vi mando a tutti un grande abbraccio Pigmy.

M.

La mia grolla

L’ho chiamata “la mia Grolla” perchè è la Grolla che prepara topomamma, nelle sere invernali, quando siamo tutti insieme per festeggiare occasioni particolari.

Mi spiega che di ricette ce ne sono diverse per realizzarla, io conosco solo la sua, ma vi posso assicurare che è deliziosa e ve lo dice una che non ama molto l’alcool. Si, perchè la Grolla dell’Amicizia, questo è il suo nome, è una bevanda calda, leggermente alcolica.

La ricetta è davvero semplice ma vi farà fare un figurone. Tra poco arriverà il freddo e questo consiglio vi permetterà di creare qualcosa di davvero originale che scalda cuori e morale.

Bisogna ovviamente procurarsi la cosa fondamentale: il contenitore. Fate un saltino in Valle d’Aosta e acquistate questa spettacolare specie di tazzona di legno lavorata a mano. Potete anche trovarla nei mercatini dell’usato, ma sono quelle cose ch’io preferisco acquistare nuove. Quella che abbiamo noi risale a tanti anni fa, quando mia madre aveva fatto una vacanza proprio vicino ad Aosta. Questa tazza può avere 4 o 6 o più beccucci, dai quali, seduti in cerchio, ci si dà una sorsata ognuno e si passa all’amico di fianco.

Pian piano, i più astemi, si auto-elimineranno e dovranno via via, fare una penitenza. Nel mentre, il giro continua, e vince chi rimane da solo a scolarsi ciò che rimane.

La ricetta che sto per scrivervi è adatta a sei persone.

Allora, dovete mettere dentro alla Grolla, un pò di buccia di limone tagliata fine, cercando di evitare la parte bianca sottostante perchè è molto amara, la buccia di arancia, tagliata allo stesso modo, 6 chodi di garofano (meglio se legati con un filo), un pezzetto di cannella (se vi piace), una noce di burro, 12 cucchiaini di zucchero e 6 bicchierini di grappa fatta in casa, in quanto deve (dovrebbe), raggiungere i 90 gradi (praticamente, non solo vi fa guarire le carie, vi fa proprio cadere i denti… stò scherzando!). Deve essere di alta gradazione alcolica perchè deve prendere fuoco, non preoccupatevi, tra poco vi spiego.

Versate ora, dentro alla Grolla, il caffè bollente, appena salito da una caffettiera per sei persone, mi raccomando che sia bello caldo. Ora sporcate di zucchero il bordo della Grolla e bagnatelo con la grappa. Mettete ancora un cucchiaio pieno di questa grappa appoggiato sull’apertura della Grolla e con un accendino date fuoco alla grappa.

Delicatamente, senza far spegnere il fuoco azzurro, immergete il cucchiaio nell’intruglio e mescolte, mescolate e rimescolate piano piano fino a che, il fuoco, non si spegnerà da solo e tutto l’alcool sarà evaporato (ci vuole qualche minuto).

Infine, chiudete con il coperchio di legno che s’incollerà vista la presenza dello zucchero e vi permetterà di bere senza fare danni. Noi, nel mulino, ne andiamo matti! Non mi rimane altro che augurarvi buona bevuta. Pigmy.

M.