A Colle d’Oggia tra pascoli, boschi e caselle

Topi, lo so che vi lamenterete per il freddo, ma se vi coprite bene vi porto con me su un sentiero molto bello. Pronti? Possiamo andare, allora? Bene.

Oggi andiamo oltre Carpasio. Non siamo esattamente in Valle Argentina, ma nella sua succursale, la piccola e suggestiva Valle Carpasina.  Proseguiamo oltre l’abitato di Carpasio fino a raggiungere Prati Piani prima e Colle d’Oggia poi. E’ considerato già territorio imperiese, e la Valle Arroscia è davvero a due passi.

Questo luogo fu teatro di violenti scontri durante il secondo conflitto mondiale, anche dei cartelli ce lo ricordano, riportando la memoria agli anni della Resistenza. Qui, come in altri angoli della mia Valle, i nazisti trucidarono barbaramente giovanissimi partigiani. Eppure a vedere oggi questi luoghi viene istintivamente da pensare alla pace che qui si respira. Siamo a 1167 metri sul livello del mare, e si sente! Solitamente in questa stagione non è raro che ci sia la neve da queste parti, ma quest’anno il terreno è ancora asciutto, l’erba ormai secca e color paglia ricopre ogni cosa come fosse un tappeto. E’ una zona di solito molto ventosa, ma oggi veniamo risparmiati dalle lame affilate del vento che qui sa soffiare in modo prepotente.

colle d'oggia pascoli

Lasciamo la topo-mobile in uno spiazzo e iniziamo a camminare sul sentiero che si dirige verso il Faudo. Siamo letteralmente circondati dalle mucche, belle, pasciute, con quei loro occhioni dolci e scuri che suscitano subito un grande affetto. Brucano l’erba, ce n’è in abbondanza, e si curano di noi quel tanto che basta ad assicurarsi che non siamo nemici.

mucca

Oh, topi! Ce n’è veramente tantissime! Un’intera mandria scampanellante sparpagliata nel bosco di pini e nei pascoli dai colori ormai spenti.

mucche carpasio

E che panorami, da quassù! Il bosco è rado, intervallato da macchie arbustive, per questo permette ampi scorci sulle valli limitrofe, su quei rilievi montuosi che spesso divengono protagonisti dei miei racconti, e lo sguardo giunge fino al mare, sconfinato all’orizzonte. Anche la volta celeste è ampia, si cattura con gli occhi un angolo di eternità.

colle d'oggia valle carpasina

Si cammina per lo più in cresta e non è difficile imbattersi nelle caselle, alcune ancora ben conservate. A volte si ha quasi l’impressione di essere in Sardegna o in un paesaggio ben più nordico, talmente paiono fuori dal nostro solito contesto. Eppure le caselle rappresentano un’architettura assai diffusa, qui in Liguria, come vi ho già detto in passato.

casella ligure

Il sentiero è di facile percorrenza, ma… ehm… oggi è occupato da ingombranti presenze.

mucche colle d'oggia

Guardatele, guardatele e ditemi che non vi fanno sorridere, con quel loro sguardo sazio e rilassato. Se ne stanno in fila indiana lì, sul sentiero, riposando con gusto dopo aver fatto una grande scorpacciata di erbe di montagna. Talmente rilassate da non curarsi dei viandanti che stanno sul sentiero, ci guardano, mantengono gli occhi puntati su di noi senza mai perderci di vista, ma non si spostano.

mucca colle d'oggia

Le ho fotografate da tutte le angolazioni, perché le adoro con quella loro aria paciosa che trasmette serenità. Purtroppo ho dovuto fare lo zoom ed ero con il topo-smartphone, per cui perdonate la bassa qualità degli scatti.

mucche colle d'oggia2

E a furia di far foto a loro, ho fatto tardi sul sentiero e non sono riuscita a concluderlo: ormai il sole sta calando e scende qualche leggero fiocco di neve, converrà che ritorniamo in tana, topi. Ma non c’è nessun male, in tutto ciò: significa che avrò altro materiale per un nuovo articolo, un nuovo racconto zampettante! Siete contenti? Io sì!

Un squittio, anzi no: un muggito felice per voi!

 

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Pizzo d’Evigno – in mezzo alla pace e al verde antico

Deglio Faraldi è un piccolo borgo sopra San Bartolomeo al Mare (Im) e sarà proprio da qui che partiremo per questa particolare passeggiata, nella quale vi racconterò anche di atmosfere e piante spontanee di questa zona.

Partiremo da qui per raggiungere Pizzo d’Evigno, conosciuto anche con il nome di Monte Torre, 988 mt s.l.m. e avrete capito quindi che, oggi, non siamo in Valle Argentina, ma poco lontano.

Si cammina sui crinali, talvolta aspri, talvolta verdi, sui quali cavalli selvatici pascolano in tutta tranquillità.

Strada facendo si possono incontrare anche antiche costruzioni tipiche della Liguria, chiamate Caselle, e che già vi avevo presentato. Si tratta di piccoli e resistenti ripari che permettono un salto nel passato. Nelle Caselle si trovava protezione dagli eventuali temporali che non davano possibilità di ritorno al paese e si potevano custodire in loro le riserve per tutto l’anno. Sono strutture simili ai Nuraghi sardi, o ai Trulli pugliesi, o ancora alle Casite dell’Istria. Il blocco principale, in tempi ancora più antichi, era denominato Tholos e la più celebre costruzione in questa architettura particolare si dica sia la tomba di Agamennone edificata nel XIII secolo a.C. presso Micene, in Grecia. Il loro diametro può variare e se ne possono trovare modelli con stanze seminterrate. Rare sono invece quelle a due piani. Se la Casella doveva accogliere e proteggere gli animali, era opportuno costruirla con larghe aperture, le stesse che però, impedivano il riscaldamento. Per questo motivo, quando si poteva, la si costruiva con un’unica apertura d’entrata e nient’altro.

Il tetto in terra, in argilla o in ciappe, tipiche lastre di ardesia della mia zona, era realizzato in modo che l’acqua piovana potesse scorrere via e nominato così a semicupola, ma se all’interno della Casella si riteneva opportuno accendere fuochi, bisognava creare una finestrella anche nel soffitto per farne fuoriuscire i fumi. Finestrelle alle quali i Celti, anch’essi abitatori di queste dimore, appendevano i teschi dei nemici uccisi, un po’ per avvertimento, un po’ per scaramanzia: un messaggio per gli ospiti, un’abitudine apotropaica, un simbolo di potere. La Casella è quindi oggi considerata parte integrante del valore architettonico del “paesaggio a fascia” e caratterizzante la geografia anche umana del Ponente Ligure.

Talvolta semi nascosta dalla selva appartenente al luogo, la Casella spunta solitamente tra Brughi resistenti e Pruni selvatici che, in questa stagione, con le loro tonde bacche blu, colorano un paesaggio ruvido costituito da roccia e da una vegetazione brusca di rovi e piante aromatiche.

Il Brugo, saggio e impavido, limita le zone silvestri, avvisando il bosco di non spingersi oltre – potrebbe essere pericoloso -. Il Pruno invece, simbolo di speranza e resistenza alle difficoltà della vita, non si fa problemi, e cresce quasi spocchioso senza darsi un freno.

Salendo attraverso un sentiero abbastanza erto a gradini, si lascia infatti il verde argenteo degli Ulivi che popolano le terrazze e s’incontra quello più spento, quasi grigio, del Timo e della Lavanda che profumano in modo persistente l’aria circostante. Un ottimo disinfettante e un grande digestivo. Queste le caratteristiche principali di tali piante, ma posseggono anche molte altre virtù.

Gli occhi però saranno appagati ugualmente dal verde intenso del Prato dei Coppetti e la macchia che lo circonda. Un verde che, a salire, si staglierà contro l’azzurro intenso del mare e del cielo.

Da qui infatti si possono vedere, in un magnifico panorama di 180°, il golfo di Imperia e quello di Savona con, al centro, la splendida Isola Gallinara che si propone mostrando un lato diverso rispetto a quello che si può notare percorrendo abitualmente la via Aurelia, la principale Strada Statale della Liguria a picco sul mare.

Abituandosi al pungente profumo delle spezie nominate prima, ci si accorge abbastanza difficilmente della presenza della Mentuccia selvatica, dalle foglioline molto più piccole rispetto a quella coltivata o che nasce più vicino alla costa ma, una volta giunti quasi in cima al crinale, un naso ben allenato non potrà non rendersi conto di questo aroma ricco di proprietà benefiche. Sto parlando di una pianta dalle grandi caratteristiche terapeutiche oltre che le sue intonazioni perfette in cucina.

Rinfresca, disinfiamma, rilassa i tessuti degli organi interni, purifica, tonifica la pelle, restringe i pori in caso di seborrea oleosa e aiuta in molti altri modi. Ora, è proprio il suo profumo a riempire le narici di fresco e ci fa dimenticare quello del Finocchietto selvatico incontrato più in basso che cresce voluminoso su tutto il bordo strada adatto ai neonati, in caso di coliche, e alle donne in caso di amenorrea.

More, Fichi e Asparagi selvatici sono altri gustosi prodotti offerti da questa particolare natura che occorre saper apprezzare. Una volta giunti sul crinale e potendo così godere di una vista mozzafiato, ci si ritrova circondati da erbetta fresca e massi bianchi. I monti sembrano pettinati e il sentiero si fa ancora più ripido ma dobbiamo raggiungere la vetta, quindi, con passo deciso e la meraviglia negli occhi, si prosegue.

Ai piedi avremo ovviamente scarponi adatti, altrimenti sarà davvero impossibile partecipare ad un trekking come questo, degno di veri topi avventurosi, senza la giusta attrezzatura. Si consiglia infatti di essere un po’ preparati e abituati a camminare prima di avventurarsi in questo cammino.

Dall’altra parte dei monti si prospettano vallate immense, ricche di piccoli borghi che le colorano.

Se ne vedono tantissimi ma lo sguardo viene presto distolto dalla presenza dei cavalli selvatici, esemplari stupendi, i quali, in tutta la loro bellezza, brucano e si riposano all’ombra dei pochi arbusti presenti.

Da qui si inizia a vedere l’arrivo. La meta finale. Pizzo d’Evigno che, essendo alto come ho detto 988 mt., è stato segnalato con la costruzione di una croce di 12 mt di altezza per raggiungere così i 1000 mt.

Un po’ di fatica ma tanta soddisfazione. A regnare è la pace assoluta. Lo sguardo si perde lontano. La brezza a volte è fredda e colpisce con impeto. Gli insetti, in prevalenza grilli, accompagnano senza disturbare e qui si possono incontrare molti altri topi che hanno deciso di passeggiare come noi o di scalare la cima in mountain bike o con moto da trial. Il divertimento è comunque assicurato e dentro rimane una ricchezza decisamente rasserenante che riempie l’animo.

La discesa, come la salita, risulta leggermente faticosa in alcuni tratti ma ci si annoia di meno cercando di mettere le zampe nei punti giusti aiutandosi con il bastone o i bastoncini da trekking, molto utili per un percorso così.

Stanchi e soddisfatti si ritorna in tana. Abbiamo fatto circa 17 km e, un po’ di riposo adesso, è più che meritato.

Pant! Pant! E un bacio a voi!

La Dott.ssa Valle Argentina – l’Acqua e la Vergine Maria

Come vi ho raccontato spesso, nella mia Valle il culto mariano è molto sentito e si manifesta nelle numerose edicole, nei santuari, nelle cappelle e nelle insegne in onore della Madonna. Questo accade un po’ in tutto l’entroterra ligure, ma occorre osservare come tali simboli abbiano a che fare con l’acqua in uno stretto e intimo rapporto che ci racconta, in modo intrigante, anche una grossa parte dell’antica e preziosa “Medicina Ligure”. Nel nostro caso parliamo proprio della medicina della Valle Argentina.

Non c’è intruglio, incantesimo o rimedio che non contenga anche l’acqua, questo per la maggior parte dei popoli antichi.

Parlando di un elemento naturale così importante come l’acqua, non posso non andare a interpellare per voi Maga Gemma che, sono certa, saprà raccontarmi anche qualcosa di storico inerente queste costruzioni religiose edificate sovente proprio vicino all’acqua.

«Chiese, cappelle e edifici religiosi vennero costruiti ovunque, al di là della presenza o meno dell’acqua, ma in tempi antichi, se il pregiato liquido non era presente là dove doveva essere eretto il luogo di culto mariano, si realizzavano opere che conducevano l’acqua dove non arrivava spontaneamente, proprio per far sì che le due cose combaciassero» mi spiegò prontamente Gemma sospirando come a non sapere da dove iniziare, viste le tante cose da dire su questo argomento.

«Addirittura? Come mai quest’accoppiata voluta così esageratamente?» le domandai.

«Beh… piccola, per gli esseri umani che credono nella religione cattolica, Maria è la madre delle madri e l’acqua, a suo modo, è madre di tutta la natura. Avrai sentito dire diverse volte dagli uomini che su altri pianeti, senza la presenza dell’acqua, non ci sono fonti di vita…»

«È vero!» risposi.

«Ma l’acqua non è solo fonte di vita: è viva di per sé. Tutto ha inizio all’interno del grembo materno, dove gli esseri viventi vengono nutriti, protetti e accuditi dal liquido prenatale. In quel momento si stanno formando, ma sono perfetti. Il coronamento di Madre Natura si sta realizzando al massimo della sua meraviglia. Là, nel grembo, quella piccola vita è priva di qualsiasi malessere, malattia o malformazione. Per questo si crede, e così è in effetti, che l’acqua sia in grado di guarire, di riportare tutto com’era prima della venuta al mondo, cioè perfetto e traboccante di salute. Questa capacità curativa va sfruttata lavando via ogni bruttura, purificando, pulendo e rigenerando grazie alle caratteristiche di pulizia dell’acqua di cui tutti usufruiamo quotidianamente. E’ la stessa cura che, con il suo particolare affetto, solo una madre è in grado di dare.»

Eero sempre più affascinata e lei non si fermava: «Dal seno di una madre esce il latte, liquido che nutre e che è formato principalmente da acqua. Acqua che, in questo frangente, possiamo definire benedetta così come stabilì, sempre per chi segue il Cristianesimo, anche Gesù, battezzandosi nell’acqua.»

«Ma quindi… è per questa correlazione che in Valle, ad esempio, il santuario di Montalto si chiama Santuario della Madonna dell’Acquasanta

«Sì, Pruna, e non è l’unico a richiamare insieme questo elemento prodigioso e la Vergine. Un esempio palese è quello di Lourdes, imitato, anche se in miniatura, in diversi luoghi a noi vicini e in Valle Argentina. A Glori, verso Evria… Immagina che la vicinanza della Madonna rendeva quell’acqua ancora più sacra, o santa, come si usa dire se si parla delle acquasantiere che trovi all’entrata di ogni chiesa. L’acqua, a quel punto, diventava addirittura miracolosa per il credente.»

«Be’… l’uomo a volte sarà anche esagerato, ma prende sempre spunto da cose vere e appartenenti alla natura.»

Maga Gemma annuì: «Certamente. È lei, da sempre, a insegnargli. Pensa che alcuni uomini di scienza hanno trovato acque che hanno poi considerato positivamente anomale, viste e studiate biologicamente, e questo ha fatto crescere acora di più alcune credenze antiche, sopravvissute fino a oggi. Quindi è tutto vero, solo amplificato e a volte mal spigato, anche quando si parla di potere soprannaturale.»

«In onore di chi sa guarire!»

«Già. L’acqua permette l’avvicinamento del razionale allo spirituale, del concreto all’astratto. Ma ha anche altre qualità, prima fra tutte quella di esprimersi in modo diverso a seconda della forma che assume, donando così le stesse caratteristiche che mostra:

Un Torrente, per esempio, ci parla di esuberanza, determinazione, brio, subbuglio. Se davanti abbiamo un fiume, invece, esso ci trasmetterà forza, cambiamento, potere. La Sorgente indica rinnovo, creazione, rinascita, idealismo, mentre il Lago dona quiete, stabilità, contemplazione, riflessione…»

Maga Gemma non si fermò, e io continuaii ad ascoltarla rapita: «Visto che stiamo parlando prevalentemente dell’entroterra, non mi soffermo sul mare, anche se ci sarebbe molto da dire. Si dice: Sii come l’acqua, libera e informe, capace di mutare forma, di accogliere e accettare in modo totale per adattarsi a qualsiasi circostanza pur rimanendo sempre se stessa.»

«Per mille prugne secche, è proprio vero!» esclamai.

«E, tornado all’analogia “madre”, l’acqua sa avvolgere accarezzando, ma è anche in grado di penetrare in profondità con la sua conoscenza, di assorbire tutto, persino i problemi… del proprio figlio. I cattolici si considerano i “figli” di Maria.»

Stavo capendo che Gemma non avrebbe smesso di parlare. Era come estasiata.

Mi faceva piacere comprendere il motivo dietro questa coppia così presente nella mia Valle.

Massimo Centini, nel suo meraviglioso libro “Medicina e Magia popolare in Liguria”, Edizioni Servizi Editoriali, racconta molte delle cose che oggi vi ho riportato, ma nulla è paragonabile a vivere davvero quest’acqua in modo concreto.

L’effige di una Madonna rende sacro tutto il luogo nel quale è presente, pertanto considero la Valle Argentina sacra in tutta la sua totalità e i religiosi potranno sostenere questo ancora di più, immagino. Si può credere come no alla Madonna, ma una cosa è certa: l’acqua è magia pura e, dove vivo io, fortunatamente, non manca.

Un bacio…. benedetto.

Manteniamo vivi i proverbi e il nostro dialetto

Come vi ho scritto altre volte, amo mantenere vivo il dialetto che si parla nella mia Valle e, ancora una volta, lo voglio fare citandovi dei proverbi, uno per ogni lettera dell’alfabeto, al fine di farvi conoscere anche una parte delle nostre tradizioni che, vedrete, possono essere persino molto divertenti. Siete pronti? E allora partiamo!

1- A chi u vö fà u passu ciü longu da-a gamba i ghe se strapa e braghe in tu cü.

1- A chi vuol fare il passo più lungo della gamba gli si strappano i pantaloni nel sedere.

2- Bö veju, sorcu driitu

2- Bue vecchio, solco dritto

3- Chi se mete fra maiu e mujé u se sciaca e die

3- Chi si mette tra marito e moglie si schiaccia le dita

4- De setembre se deve mangià chellu cu pende

4- Di settembre si deve mangiare quello che pende

5- E buscaje e se sumeia au zeppu

5- I trucioli assomigliano al ceppo

6- Fiöi e cai i van dunde i vegne acaezai

6- Bambini e cani vanno dove vengono accarezzati

7- Gundui e funzi i nasce senza semenali

7– Sciocchi e i funghi nascono senza seminarli

8- I gati veji i ciapan i ratti da curgai

8- I gatti vecchi acchiappano i topi da sdraiati

9- L’amù u fa pasà u tempu e u tempu u fa pasà l’amù

9- L’amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l’amore

10- Meju vegnì russi d’imbarassu che negri da-a famme

10- Meglio venire rossi dalla vergogna che neri dalla fame

11- Nivure faite a pan, su nu ciöve ancöi u ciöve duman

11- Nuvole fatte a pane, se non piove oggi piove domani

12- Ögni muntà a là a so carà

12- Ogni salita ha la sua discesa

13- Pe ninte mancu u can u locia a cua

13- Per niente neanche il cane muove la coda

14- Russu de matin aigua in sciu u camin

14- Rosso al mattino acqua sul cammino

15- Se a tüte e prie a ghe descimu in causu a nu ariveemmu ciü a cà

15- Se a tutte le pietre dessimo un calcio non arriveremmo più a casa

16- Tra fà e disfà u l’è sempre in travajà

16- Tra fare e disfare è sempre un lavorare

17- U nu cunven fasse brüxa i öji da e zevule dei autri

17- Non conviene farsi bruciare gli occhi dalle cipolle degli altri

18- Va ciu ün cu sa che sentu chi sercan

18- Va più uno che sa che cento che cercano

19- Zueni chi cunuscen e legi da natüa i fan travajà i veji da-a pelle düa

19- I giovani che conoscono le leggi della natura fanno lavorare i vecchi che hanno la pelle dura

Adesso ditemi, li avevate già sentiti? Ne fate spesso uso? Questa è saggezza popolare antica e trovo carino tenerla viva.

Io vi abbraccio e vi aspetto per il prossimo articolo.

Un formaggio da K2!

Topi! Sono venuta a conoscenza di una cosa che mi ha fatto vibrare i baffi di orgoglio!

La mia Valle non smette mai di stupire, è proprio vero.

Nel mio girovagare ho scoperto, infatti, che il formaggio d’alpeggio delle mucche del Saccarello nel 2004 è stato selezionato come alimento fondamentale per ben due spedizioni italiane di alpinisti sul K2. Ma ci pensate?  Il latte munto sulle mie montagne è arrivato fino in Nepal. Roba da non credere!

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Il K2, tra l’altro, è la seconda vetta più alta del mondo dopo l’Everest, ma è considerata la più difficile da scalare. All’evento era stato dedicato persino un articolo su La Stampa, in cui si sottolineava che, quello di portare nello zaino il tipico formaggio triorese, non fosse un capriccio o una questione di gola, visto che per chi si appresta ad affrontare percorsi così estremi l’alimentazione è studiata, programmata, calcolata da esperti.

Il formaggio di mucca d’alpeggio è lavorato a crudo, è stagionato e avvolto in teli di lino e viene affinato in cantine su assi di legno. Dopo due mesi di stagionatura, assume un sapore caratteristico, con retrogusto mandorlato e ha un inconfondibile profumo di funghi porcini e fieno. Questo suo sapore delicato unito alla particolare fragranza è dato dall’alimentazione delle mucche, costituita da foraggi freschi arricchiti dalle erbe aromatiche montane. Io mi lecco già i baffi. Ha proprietà organolettiche per le quali è unico in tutta la Liguria.

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Ci sareste dovuti essere, il giorno in cui mi è giunta notizia di questo primato culinario che non sapevo la mia Valle avesse.

Ero con topoamica, stava sorseggiando una tisana al lampone nella mia tana, quando mi è tornata in mente la sensazionale scoperta di quel giorno.

«Per tutti i topi, devo dirti una cosa! Ho una notiziona!»

«Avanti, dimmi. Hai fatto la scoperta del secolo, finalmente?» mi ha chiesto lei.

Non appena, però, le ho detto del formaggio, degli alpinisti, del K2 e di tutto il resto, topoamica ha posato la tazza e mi ha guardata come fossi ammattita.

«Che c’è?», le ho domandato confusa.

«Belin, Pruna! Dal tono che avevi, credevo tu avessi trovato il Sacro Graal della Valle Argentina. E invece te ne stai qui, a parlarmi di tome!»

«Ma… guarda che il K2 è una cima importante!»

«Sì, sì. Già ti ci vedo, sul tetto del mondo con la toma nostrana tra le zampe!»

E’ finita tra le risa di entrambe e, dopo un allegro battibecco, ho anche promesso che il Sacro Graal lo troverò, almeno topoamica smetterà di prendermi per una mangia-tome.

E voi? Sapevate di questo primato della Valle Argentina?

Io vi saluto, topi. Vado a scalare… il Monte Trono, così il formaggio me lo compro direttamente a Triora, che mi è venuta l’acquolina in bocca. E poi, ormai, voglio proprio conoscere il gusto di questa prelibatezza!

A presto.

Prunocciola

Gli “Scuralame”

Cari topi, quest’oggi voglio parlarvi di un termine. Un termine tutto nostro e che fa sorridere. Oggi, infatti, vi illuminerò su una parola dialettale che è anche simpatica. La parola in questione è Scuralame.

Vedo già i vostri musi perplessi, ma sono qui proprio per raccontarvi il suo significato.

Avete presente le persone un po’ tirchie? Quelle che difficilmente tirano fuori soldi per pagare un “giro di bevute” agli amici? Direi che ci sono un po’ dappertutto, mica solo nella mia Valle. Ebbene, queste persone, in ligure, vengono chiamate proprio Scuralame.

Questo nomignolo nacque molto tempo fa, fu coniato dai pescatori che lavoravano notte e giorno nel mio mare. La mia, infatti, è una terra baciata dal Mar Ligure e la pesca era –  e è – una delle sue principali attività.

Quando il pescatore buttava giù l’amo con il vermetto appeso, non sempre tirava su il pesce che si aspettava di poter condividere con tutta la famiglia. Accadeva, infatti, che spesso, quando tirava su la lenza, l’amo usciva fuori dall’acqua bello pulito e il pescatore rimaneva con solo due mosche in mano. I pesci sono molto furbi, si sa, e può capitare che un pesce riesca a cibarsi dell’esca senza farsi acciuffare, ma sovente capitava che un piccolo branco di pestiferi mascalzoni, grazie alla loro bocca piccina, rosicchiava ben bene il verme e puliva l’amo alla perfezione. Nessuno rimaneva agganciato, e meno male per loro, direi, anche se il pescatore era un po’ meno contento.

E chi erano questi pescetti così arditi e approfittatori? Erano gli avannotti, cioè i cuccioli di pesce (scusatemi se questa volta non posso postare foto mie, ma non sono un sub). Sono così piccoli e hanno la bocca tanto minuscola da riuscire a far arrabbiare chi attendeva per ore e ore di portarsi a casa la cena.

Gli avannotti di Spigola, o di Sarago, o di molte altre specie di ittiofauna di tutto il Mediterraneo, quando sono piccoli, sono anche scuri e sottili, ma possono riflettere bagliori grazie al loro colore grigio metallico. Da qui il nome Scura-lame, come a voler intendere che ci siano “lame scure” nell’acqua.

Mangiavano a sbafo, proprio come mangia o beve chi, ancora oggi, si ritrova a fare nelle osterie quando sono gli altri a pagare. E’ un termine molto usato dagli anziani che frequentano il loro bar preferito, ogni giorno, prima di rincasare.

Lo conoscevate già? E’ simpatico vero?

Ora vi saluto, vi aspetto al prossimo termine ligure! Squit!

Photo edenaquarium.blogspot.com

Il Malocchio al bestiame e il rito della scacciabazue

Uno dei malocchi più conosciuti e potenti assumeva nella mia Valle, e in tutta la Liguria di un tempo, il nome di perleguja o sperleguja.

La perleguja spaventava molto, poteva colpire i bambini o qualsiasi altra persona. Si credeva venisse mandato da una strega conosciuta come bazua o stria e la vittima iniziava così a sentirsi male. Poteva soffrire di sonnolenza o apatia, poteva dar di matto, essere troppo euforica e, nel caso dei bimbi, potevano rigurgitare il latte di continuo, avere la febbre o essere particolarmente noiosi. Ma questo maleficio riusciva a colpire anche gli animali e quindi il bestiame che spesso, nel mondo di un tempo, era l’unica fonte di sostentamento di una famiglia. Quando ciò accadeva, le bestie iniziavano a comportarsi in modo strano… Erano irrequiete o spaventate, non producevano più latte, i cuccioli morivano, stavano male o fuggivano recando seri danni all’allevatore o al pastore.

Dopo aver capito che sicuramente il tutto era causa di un malocciu (malocchio) veniva chiamata una scacciabazue (donna in grado di allontanare le streghe o i loro malefici) la quale, prendendo a cuore la situazione, con sicurezza e professionalità iniziava il suo particolare rito per liberare quelle creature dalla fattura che le aveva colpite, risanando anche i guadagni del proprietario.

Il rito consisteva nel far bere loro dell’acqua nella quale venivano prima messe delle foglie di Acacia, albero che si credeva essere portentoso nel combattere le energie maligne. Infatti l’Acacia è simbolo della vita, della connessione a Dio e offre la possibilità di passare da uno stato di “ignoranza” alla conoscenza divina. L’ideale per combattere il demonio che si era impossessato di quei corpi innocenti.

Ma quest’acqua non doveva essere un’acqua qualunque. Doveva essere raccolta a mezzanotte sotto la ruota di un mulino. Perbacco! Ho capito che vivo in una struttura molto importante, quindi!

Prima di porgere la tinozza alla mucca, o alla pecora, o a qualsiasi altro animale da esorcizzare, la scacciabazua recitava sottovoce delle parole completamente incomprensibili come a formare strane filastrocche e, dopo aver fatto bere l’animale, se ne andava sicura di se stessa e del suo lavoro portato a buon fine.

Dopo aver bevuto questo liquido addolcito dall’Acacia stessa, le bestie iniziavano a stare meglio e a tranquillizzarsi e la scacciabazue veniva ripagata o barattando qualcosa o in denaro.

Forse è per questo che per me non hanno mai dovuto chiamare l’esorcista. Io bevo sempre nelle fonti dove galleggia qualche foglia di Acacia la quale assume quel meraviglioso color madreperla. È una pianta molto presente nella mia Valle.

Un bacio benefico a tutti!

Bussana e le cialde del gelato

Bene, topi, oggi sono pronta a stupirvi con effetti speciali, per cui mettetevi comodi.

Come se già non bastassero tutti gli innumerevoli vanti della mia zona, ce n’è uno davvero poco conosciuto che so già farà leccare i baffi a molti di voi.

Eccomi dunque a raccontarvi una storia gustosa, una di quelle che vi piacciono tanto.

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Pare che nel 1887, in seguito al terremoto che rase al suolo la cittadina di Bussana, un certo Giovanni Torre, soprannominato Merlo, sia andato a cercare fortuna a Bruxelles. Qui commerciava il gelato, la cui ricetta era stata tramandata alla sua famiglia una decina di anni prima da un cameriere di origine belga che si trovava in quel periodo a Marsiglia. Questo è quanto tramanda lo studioso Nilo Calvini. In seguito, almeno così sembra, commerciò tale squisitezza anche a Genova, seguito a ruota dai due fratelli Pasquale e Santino. A furia di vendere e produrre gelati, a Giovanni venne in mente una ricetta per renderli più densi e cremosi, ma non si limitò a questo: riuscì a sperimentare e a creare il primo cono gelato. La cialda inventata dal Merlo incanta i nostri palati nelle giornate estive permettendoci di concludere con gusto le dolci merende che ci concediamo per rinfrescare il nostro corpo. E quella stessa cialda sembra essere stata inventata e prodotta alle porte della Valle Argentina, topi! Ci pensate?

cono gelato invenzione

Dopo aver attuato questa meravigliosa invenzione, Giovanni Merlo decise di aprire un forno nella sua cittadina di origine in cui produrre cialde e wafers, pare sia stato il primo in tutto il mondo. Roba da non credere, vero? Eh, ma ve lo dico sempre che qui, nella Liguria di Ponente, succedono cose speciali!

Nel 1910 i coni per il gelato raggiunsero una mostra espositiva di Torino, poi ricevettero premi e plausi nelle capitali inglese, francese e italiana, per sbarcare anche nel Nuovo Continente.

cono gelato invenzione2

Fino a poco tempo fa, a testimoniare le mie parole c’era un piccolo museo a Bussana, interamente dedicato alla storia del gelato e alla sua produzione. Era uno scrigno di ricordi situato all’interno della gelateria Gildo, ma oggi ha chiuso i battenti. Tutto resta impresso nella memoria e negli occhi degli anziani di Bussana.

Eppure c’è chi sostiene che l’invenzione del cono sia da attribuire in realtà a un certo Italo Marchioni, che lo brevettò nel 1903. Chi sostiene questa versione, attribuisce a Giovanni Merlo l’idea delle ostie di wafer che divennero famose nei caffé di Milano, dove venivano usate per le cosiddette parigine, nelle quali il gelato era racchiuso tra le due cialde ideate dal Merlo.

cono gelato

Insomma, topi, io la verità non la conosco, ma so che, in ogni caso, qualsiasi cosa sia fatta da un ligure… potete esser certi che sia fatta col cuore!

Un topo-saluto croccante a tutti voi.

Metti una sera di mezza estate ad Arma

Nel periodo estivo Arma si trasforma, e lo fa soprattutto nelle sere di questi mesi caldi. A colorarla, ora, sono le tinte del crepuscolo: le regalano tinte tenui, paiono di velluto quando si adagiano sull’orizzonte, sul mare, e accarezzano con sfumature  morbide i profili della città.

Contrastano le sue case, le sue piante, i suoi numerosi panorami che si stagliano contro il cielo che in questa stagione è di un blu intenso.

Arma offre allo sguardo diverse vedute: il mare, le colline, i monti, l’infinito…

Oltre i colori tipici della Liguria sulle case costiere, il verde e l’azzurro sono i colori predominanti e, alla sera, diventano ancora più nitidi.

Non si possono non citare le nuances dei fiori: il Plumbago, l’Oleandro, la Bouganvillea, il Carpobrotus…

Tutto sembra una festa dai toni leggeri.

Ci sono orari in cui Arma si fa più silenziosa, abbracciata dall’afa di agosto che pare rendere tutto ovattato.

Solo dalle finestre aperte si ode il vociare delle televisioni accese o il ticchettio metallico delle posate che scontrano i piatti durante la cena. In queste particolari ore di quiete nemmeno i gabbiani osano garrire. Le spiagge sono deserte, dopo avere finito da poco di accontentare tutti con la loro sabbia dorata e le loro onde a infrangersi sulla battigia.

Sono ore che trascorrono veloci, lasciando il posto alla prima parte della notte. In questo momento prendono vita luci, suoni e abbagli.

Durante il tramonto, nonostante il sole prenda congedo con lentezza, Arma rimane splendente.

Continua, nel suo insolito chiarore notturno, a esistere tranquilla e pacifica, e in quel mentre sono tanti i ricordi che riemergono con nostalgia. È il momento del giorno in cui i suoi abitanti la osservano quasi in silenzio, ormai fermi e rilassati dopo le calde e frenetiche giornate. Poltrendo sui balconi, sfiniti per il gran caldo, osservano per ore panorami che ogni giorno hanno davanti, ma raramente contemplano. Lo dico in senso buono, pensando a chi mi dice divertito: “Ma sai che non mi ero mai accorto che lì c’era… “.

Le sere di Arma si riempiono persino di lustrini e paillettes; vengono sfoggiati sulla sua passeggiata in un andirivieni continuo, acceso e pacato al tempo stesso, uno sgambettio di godimento della brezza che ogni tanto, come un balsamo, passa ad accarezzare la pelle. Arma non è un paese spumeggiante, è per lo più tranquillo, quasi scostante, per questo certi eventi fanno furore, curati a puntino e fulgidi come bagliori.

Per apprezzare Arma occorre entrare nella sua anima, nell’anima di chi la nutre, di chi a essa tiene particolarmente e ne fa sbocciare tutte le bellezze. Se si riesce a notare questo, non si può non amarla. E’ così ostica a volte, così indisposta… ma tutto fa parte della sua natura ligure. Essere ligure, in alcune zone di questa striscia di terra che forma un sorriso all’incontrario, significa essere coriacei, saper affrontare le difficoltà, non lasciarsi sorprendere dalle bazzecole. Per stupire un ligure ci vuole molto, non si accontenta di poco, perché quel poco lo porta già nell’animo da tempo ed è il suo Tutto. I suoi occhi han già visto, la sua bocca ha già parlato, le sue orecchie hanno già udito. “Ora, o porti qui la meraviglia equivalente al tuo cuore, o di entusiasmo ho già il mio… grazie.”

Arma dice questo. E se vi può sembrare snob, sappiate che è l’esatto opposto: è saper trasformare il nulla in Bellezza pura. È saper creare dove nessuno regala niente. È saper andar avanti. Sempre.

Arma è una curva da attraversare. Offre ciò che ha a chi vuol vedere e, soprattutto in estate, viene messa alla prova. Alla fine della stagione appare quasi stanca o, forse, torna solo alla sua quiete. In alcune occasioni si riempie delle grida dei bambini, in altre del passo stanco degli anziani che respirano salsedine.

Arma alla sera asciuga i teli per l’indomani, per tornare in spiaggia a giocare, a nuotare, a correre… perché, forse, fino all’anno dopo non si potrà più.

I suoi punti di riferimento sono gli stessi, che sia giorno o notte non importa: la Fortezza, la chiesetta di San Giuseppe, la fontana, la Darsena, Piazza Chierotti…

I punti in cui ci si ritrova, sgattaiolando veloci dopo cena, con i capelli ancora umidi e la pelle che sa di bagnoschiuma.

E, infatti, ci sono odori nuovi, in queste sere. Profumi di pelli, aromi di cucine che lavorano di più, il sale del mare, la freschezza del crepuscolo… Mi piace Arma, alla sera, d’estate. Mi piace viverla in questi momenti, prima di tornare nel mio bosco.

Un affettuoso bacio a voi.

 

Gli occhi, il cuore e le mani della Valle

C’è chi vi osserva, mentre passeggiate tra i carruggi, e se non vi conosce il suo sguardo vi segue per un po’. Sono occhi attenti, quelli dei topi della mia Valle.

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Occhi che parlano da soli, traboccanti di ricordi e storie da raccontare. E che belle quelle rughe disegnate intorno allo sguardo, sulle mani segnate dal tempo, sulle guance arrotondate oppure smunte! Sono belle, sì. Paiono pagine antiche, sulle quali sono scritte storie in un linguaggio indecifrabile e arcano.

Sono occhi sempre semichiusi come a scrutare. Come ad avere costantemente i raggi del sole sul viso. Abitudine nata dal lungo lavoro nella terra. Sono occhi attenti, talvolta stanchi, talvolta curiosi e vogliosi di racconti che si serrano ancora di più quando sotto di loro appare un sorriso a strizzare le ruvide guance.

sguardo

La pelle dei miei convallesi, di quelli vecchio stampo per lo meno, è una carta spessa, forte, che non si strappa facilmente. E così è anche la tempra della mia gente.

Se vi dicono che il ligure è tirchio, non credeteci, topi! Bisogna sempre capire le origini di questi detti, lo so che non è semplice, ma non fermatevi alla prima impressione. Nella mia Valle siamo tutti molto generosi, ma lo siamo con chi è meritevole, con chi ricambia i nostri sguardi e non si ferma all’apparenza.

E se possiamo apparire avari è perché, credetemi, discendiamo da persone che hanno davvero dovuto faticare tanto per racimolare due spiccioli. Vi ricordate quando vi parlai della costruzione dei muri in pietra per poter coltivare a più di 1.000 mt s.l.m. a causa del territorio tanto aspro in cui viviamo? E senza nessun mezzo meccanico.

Il cuore della Valle sono loro, i topi che hanno fatto e vissuto la storia dei luoghi che vi descrivo sempre con tutto il mio amore. Sono uomini e donne che, come il timo selvatico, hanno messo radici sull’arida roccia, là dove nessun altro popolo avrebbe osato crescere. E il ligure, da bravo testun qual è, è in grado di vivere ovunque. Non importa se la terra è poca, se ci sono più sassi che altro o se i prati pianeggianti sono una rarità e un lusso per pochi: lui sa come fare, sa come ricavarsi uno spazio per sé, per la propria famiglia e il suo sostentamento.

lavoro campi

In tempi antichi si è combattuto così tanto per ricavare un lembo di orto, che ogni centimetro dello stesso valeva come oro, nel cuore di chi lo coltivava. E quell’oro veniva trattato e considerato come tale. Ecco perché si dice che noi liguri abbiamo il braccio corto! Ma credetemi: abbiamo vissuto con grande fatica, resistendo tenacemente a un territorio aspro e all’apparenza inospitale come quello che si trova nella mia Valle. Eppure, per quanto sia stato difficile terrazzare le montagne, costruire i muretti, estrarre pietre dal terreno per renderlo adatto alle coltivazioni… noi non riusciamo a detestare la nostra terra, topi, proprio no! Al contrario, la amiamo di un affetto immenso, smisurato, perché sappiamo che è lei a darci la vita, che è il suo ventre che rende possibile tutto. Ogni goccia delle sue acque è sacra per noi, così come ogni zolla di terra: è il corpo di una madre severa e amorevole al tempo stesso, che sa donare molto, ma non senza sacrificio.

amore per la natura

E’ vero, siamo diffidenti. Ma riuscite a immaginarne il perché? Ve lo spiego subito. Tutto quello che c’è in Valle è prezioso, ha un valore inestimabile per noi. Ci preoccupiamo di mantenere vivi i nostri ricordi, temiamo un po’ che altri possano cancellarli, per cui preferiamo rimanere sulle nostre e non sbilanciarci troppo. Abbiamo sempre dovuto difenderci. La nostra terra fu ambita da molti potenti fin dai tempi più remoti! Non mostriamo facilmente i tesori che abbiamo dentro, né quelli racchiusi nei borghi, sulle montagne, in riva ai torrenti… ma quando decidiamo di farlo, allora apriamo tutto il nostro cuore e in grande stile!

mani

A quel punto potreste vederci aprire le porte di casa e invitarvi a bere un bicchiere di vino con noi. Potreste sentirci chiacchierare per ore di una chiesetta abbandonata, dei negozi che c’erano un tempo e che ora non ci sono più e di tutti gli acquisti che vi abbiamo fatto. Potreste sentirci raccontare le storie della nostra famiglia con gli occhi che brillano per l’emozione, partendo dagli avi leggendari per finire con i nostri figli e nipoti. Potreste anche ricevere un dono: che sia una piuma o una nuova amicizia non ha importanza, state pur certi che quel dono sarà stato fatto col cuore.

Siamo un po’ tradizionalisti e anche malinconici, pur non dandolo a vedere. Ci dispiace che molti giovani di oggi non apprezzino e non sappiano dei tesori che li hanno circondati e che tutt’ora vivono attorno a noi.

Proviamo a farglieli conoscere attraverso i solchi delle nostre mani, che hanno innalzato muri, case, edifici, chiese, fortezze con la sola forza delle braccia. Sono mani oggi ricurve e zigrinate, dalla pelle coriacea sempre pronta a mettersi all’opera. Mani mai ferme, raramente delicate che condiscono ancora discorsi che escono dal petto.

Siamo così, che volete farci? Nostalgici, un po’ misteriosi e buone forchette, sempre pronti a fare baldoria e mostrare la nostra autentica originalità. Il mugugno (il lamento) ci contraddistingue spesso, non possiamo farne a meno, è nel nostro DNA, ma sappiamo ancora restare in silenzio davanti a un fiore, bagnare la terra col nostro sudore, fermarci ad accarezzare un gatto e… amare, amare davvero.

Io vi saluto, topi! A presto

La vostra Pigmy.