Un Natale incantato a Villa Boselli

Cari topi, topine, ratti e castagnole di tutta la Valle… io sono davvero fiera e molto contenta di far parte di una comunità così affiatata e volenterosa come quella che sto per descrivervi in questo mio nuovo articolo.

Magari non tutti lo sapranno (io, però, mi auguro di sì!), ma nei giorni scorsi si è svolto un evento davvero meraviglioso ad Arma, un evento di cui voglio proprio parlarvi perché è degno di nota e sta entrando ufficialmente a far parte delle nostre tradizioni.

Sto parlando di “Natale a Villa Boselli”, un’occasione d’oro tra le più grandi e belle della Valle Argentina, non esagero.

Dico che sta entrando a far parte delle manifestazioni caratteristiche di questo nostro bel territorio perché proprio quest’anno è giunto alla sua sesta edizione e, se è riuscito a tagliare questo bel traguardo, è grazie alle mamme e ai papà che hanno ideato tutto questo ormai sei anni fa.

Noi liguri siamo diventati famosi altrove perché siamo bravi a mugugnare. E mugugniamo che in Valle non ci sia niente. E mugugniamo che manchino opportunità. E mugugniamo perché ci si annoia…

Ma oggi io vi riporto una storia diversa, la storia di gente volenterosa che, con lo spirito laborioso tipico di questa terra, si è rimboccata le maniche per creare qualcosa di unico e diverso e per un fine davvero bello, a mio avviso: divertire e divertirsi in atmosfere familiari e giocose, proprio come una volta!

E così, per offrire ai propri figli uno svago e un’occasione di ritrovo, di gioco e di crescita durante le feste, è nato un comitato genitoriale che ha dato vita, sei anni fa, al primo evento a Villa Boselli a ridosso del Natale. Col tempo, la manifestazione è cresciuta e ha richiesto sempre più energie, e così mamme e papà si sono uniti mettendo ognuno a disposizione il proprio talento e le proprie capacità: chi costruiva giochi di legno, chi si occupava di contattare i professionisti (truccabimbi, animatori, ecc.), chi si premurava di procurare tutta la documentazione necessaria (assicurazioni, permessi e scartoffie d’ogni sorta)… insomma, tutti a darsi un gran daffare per far contenti i topini più piccoli e veder brillare i loro occhietti per la meraviglia… ma nessuno si aspettava, forse, che anche gli occhi dei più grandi si sarebbero accesi!

Io ho avuto l’opportunità di sbirciare dietro le quinte di questo evento meraviglioso, e ho visto tanta buona volontà, ho letto l’entusiasmo nelle parole di chi lo organizza con dedizione, credendo fermamente in ciò che fa.

E ora che questa sesta edizione è passata, resta il ricordo di due giornate trascorse all’insegna dell’allegria più pura. Quanti i palloncini gonfiati a colorare le atmosfere… quante le risate che hanno arricchito l’aria! E che bella festa!

Villa Boselli si è trasformata per due giorni in un villaggio natalizio e tutto è iniziato venerdì scorso, con la presenza ufficiale di tutte le autorità locali e i rappresentanti delle associazioni territoriali e la tradizionale accensione dell’albero. Potete immaginare l’emozione e la bellezza nel vedere le luci che si accendono sui rami, all’improvviso?

Le caldarroste e i dolciumi hanno riscosso il loro solito successo, dovreste sapere meglio di me come funziona… si passeggia spensierati e poi, all’improvviso… ZAC! Le narici vengono raggiunte da quel profumino invitante e… via… è fatta: ci ritroviamo col sacchettino colmo di leccornie senza neppure sapere bene come. La cioccolata calda è stata versata a fiumi, anche quella una tradizione irrinunciabile.

Per i bimbi è stato un gran piacere saltare su e giù dai gonfiabili, e che divertimento ascoltare la banda e i cori natalizi!

Un grande successo sono stati, come sempre, anche i laboratori creativi organizzati dalle mamme e poi gli spettacoli di magia, teatrali e quelli delle bolle. Ce n’era proprio per tutti i gusti!

Ma niente, e dico, niente, ha potuto superare in meraviglia l’arrivo di Babbo Natale e lo scambio dei doni. Una bellezza senza eguali, topi!

Per non parlare, poi, degli elfi aiutanti, che hanno raccolto con amore tutte le letterine dei topini indirizzate al Polo Nord. Io sono davvero incantata da tanta bellezza e da tutto l’entusiasmo scaturito da questo evento.

E ora, finito questo, si pensa già al prossimo, con l’augurio che sia più bello e scintillante che mai.

Queste sì che sono storie di topi che mi piace condividere. In alto i calici e… hip hip hurrà per il Comitato Natale di Villa Boselli!

E adesso vi saluto, vado a festeggiare scrivendo altri articoli per voi.

A presto!

Il profumo di un Natale antico

Topi, ma voi lo sapete com’era vissuto il Natale di un tempo in Valle Argentina? No?! Allora bisogna rimediare. Insomma, per un motivo o per l’altro mi fate sempre lavorare, Santa Ratta! Ah… ma è proprio per questo che vi voglio così bene, in fondo.

Dai, venite con me e non fate i musoni, che oggi vi faccio conoscere le feste così com’erano ai tempi dei nostri topononni. Andiamo indietro negli anni, ad annusare il profumo di un Natale del quale oggi sono rimasti i malinconici e nostalgici racconti dei più anziani.

I giorni di festa di allora non erano come quelli odierni: erano vissuti e attraversati nella  povertà, non c’erano sfarzi né abbondanza e tutto era più pacato, semplice e frugale… ma c’era una ricchezza diversa, quella calorosa che si esprimeva dal cuore e che era in grado di arricchire ogni cosa. Là dove oggi abbiamo la frenesia di regali, addobbi e acquisti sfrenati, anni fa c’era raccoglimento e pace nell’animo, uniti alla convivialità che in questi freddi giorni di fine anno diventava particolarmente generosa.

Per rispecchiare l’idea di quel Natale e quei festeggiamenti che furono, anche le immagini con le quali ho corredato l’articolo sono semplici, dai colori tenui e mai troppo appariscenti, con soggetti tutt’altro che sfarzosi. Perché, in fondo, anche se lo abbiamo dimenticato, un tempo il Natale era così (per lo meno nelle zone montane e nei paesi costieri): povero, essenziale e modesto.

I nostri topononni non accendevano festoni luminosi nelle loro tane, né per le strade dei loro topo-borghi esistevano le luminarie che oggi abbelliscono viali, corsi e edifici.

Ma non fraintendetemi: le luci c’erano, eccome! C’erano le candele, tante anche, a rendere calda e dorata l’atmosfera, un ambiente unico e magico, che poteva essere respirato e percepito solo in questo periodo dell’anno. Ad arricchire i borghi erano gli auguri che gente si scambiava tra sorrisi e aiuti reciproci.

Oggi abbiamo meno candore intorno, le temperature si sono alzate rispetto a quelle degli inverni vissuti dai nostri anziani. E così ecco che la neve viene a trovarci più di rado, ma un tempo non era così: a Natale le nostre Alpi Liguri erano innevate e il Saccarello, insieme alle altre cime che tiene per mano in un girotondo di roccia, pareva proprio lo sfondo perfetto per un Presepe.

La coltre nevosa rendeva tutto ovattato e quieto e così anche i ritmi di vita, inevitabilmente, rallentavano. Le lunghe ore di buio si trascorrevano tra le mura domestiche, raccontando storie antiche davanti alla stufa o al camino, mentre si mettevano a essiccare le bucce degli agrumi che spandevano così il loro profumo festoso per tutta la stanza.

Nel silenzio che subentrava al calar della notte, si udivano riecheggiare dolci filastrocche e mentre gli adulti non smettevano di preparare buon cibo, i topini chiedevano storie riguardanti il Natale.

E in quelle sere gelide si apprezzava assai lo stare in compagnia, la famiglia riunita nel cuore pulsante della tana. Chi filava, chi ricamava, chi intagliava, chi si riposava dalle fatiche del giorno e chi si metteva in ascolto dei racconti degli adulti con gli occhi adoranti e le orecchie attente. Stare insieme era la ricchezza più importante e apprezzata, in quei tempi in cui si possedeva poco, anche se le necessità erano tante, e si ringraziava di avere i membri della propria famiglia accanto, ricordando quelli che, invece, non c’erano più e avevano lasciato grandi assenze.

In questo contesto, topi miei, persino i piatti che si cucinavano avevano sapori semplici, non si faceva gli schizzinosi né si andava tanto per le lunghe per decidere quali piatti avrebbero reso più gustoso il giorno della nascita del Bambin Gesù. Le pietanze corroboravano e ritempravano già solo con i loro profumi, arricchiti da una terra aspra dall’aria salubre e salmastra.

E c’erano, poi, i cibi che erano portati in dono da Babbo Natale in persona! Eh sì, cari amici, i regali d’un tempo erano questi. Anche perché niente aveva più valore del cibo per le genti povere delle valli e delle montagne, quando la fame si pativa e sfiancava il fisico e il cuore. E allora quel signore dalla barba bianca vestito di pelliccia portava in dono castagne secche e mandarini a tutti i topini, forse non riuscite a immaginare la loro contentezza e i sorrisi che gli allargavano le boccucce, ma vi assicuro che c’erano!

In pochi sapranno il perché di questi doni, che si scambiavano – e si scambiano ancora – in questo periodo dell’anno. Le radici di tale usanza si perdono nel tempo, ma regalare ai più piccoli della famiglia cibarie e leccornie era un gesto simbolico assai significativo: protagonisti erano spesso semi e frutti, che simboleggiavano la nuova vita che sarebbe rinata a Primavera. I topini rappresentano da sempre la speranza nel futuro, le piantine nuove della famiglia che un giorno fruttificheranno… e allora donar loro un seme, la parte più nutriente di una pianta, significava riporre fiducia nella rinascita, ma anche offrire forza e nutrimento a coloro che più ne avevano bisogno per diventare grandi e portare avanti la discendenza.

I giorni che si avvicinavano al Natale erano anche giorni di intense preghiere, qui in Valle Argentina come altrove. Molto sentita è sempre stata la festa dell’Immacolata Concezione dell’8 dicembre, in cui si onorava in grande stile la Madonna con l’accensione di fuochi purificatori. Si sgranavano rosari, si partecipava alle funzioni religiose e si ricordava la Vergine Maria in ogni parola e in ogni gesto.

Che il culto mariano sia molto sentito  dalle mie parti ve l’ho già detto altre volte, e lo dimostrano gli omaggi dedicati a Maria nelle statue, nelle edicole e in tutte le rappresentazioni sparse qua e là per tutta la vallata.

La si correlava molto anche all’acqua come se fossero state due Madri benedette.

Quando poi giungeva la sera della Vigilia, si giocava e si chiacchierava sgranocchiando noci, fichi secchi e uva passa.

E poi? E poi, topi cari, si andava a dormire col cuore colmo di gioia che già assaporava i doni e le sorprese del giorno a venire… la stessa gioia che mi auguro proviate anche voi nell’attendere un altro mio nuovo articolo.

Un bacio di pan di zenzero a tutti voi!

Sere magiche d’inverno di ieri e di oggi

E alla fine, anche quest’anno è arrivato quel periodo fatto di sere magiche e speciali, in cui si sta con il fiato sospeso.

C’è chi attende i regali sotto l’albero, chi se ne sta con il naso incollato alla finestra, nell’attesa di vedere una magica slitta solcare il cielo. C’è chi corre tra le vie della città per fare gli ultimi acquisti frenetici, prima di rintanarsi a casa, chi aspetta la neve con ansia…

E poi ci siamo noi creature del bosco, che questo periodo dell’anno lo viviamo in modo diverso dagli esseri umani.

A prescindere da quello che siamo, però, c’è qualcosa di cui vorrei raccontarvi. Sì, perché sono davvero notti particolari, quelle che ci apprestiamo a vivere, notti che hanno sempre avuto un significato speciale fin dall’alba dei tempi.

E così, a riprova di quello che vi sto dicendo, una sera è venuta a farmi visita Maga Gemma, portando con sé squisiti dolcetti speziati e uno dei suoi mille interessanti racconti.

biscotti

«Gemma, tu lo sai perché in questo periodo dell’anno gli esseri umani si scambiano doni? Per noi animaletti è un momento un po’ gramo, ma so che per gli umani non è così, o almeno non più…»

«Mia cara Pruna, è una tradizione molto antica, anche se è cambiata col tempo. Una volta il regalo principale erano le candele, riesci a immaginare perché?»

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Riflettei: «Be’, il Sole rinasce proprio il 25 dicembre e una candela porta la luce nel buio dell’inverno. Si riaccendeva così la speranza nella bella stagione che sarebbe ritornata, con la sua abbondanza.»

candela centrotavola

«Brava, proprio così. E questa usanza continua a ripetersi ancora oggi, ma le luci non si regalano più… si accendono! Per le strade, sui terrazzi, sopra gli alberi addobbati… tutto è un brillare di luci che sfavillano. E a guardarle pare quasi che si illumini anche il cuore.»

 

«In effetti, il cielo di questo periodo dell’anno sembra più buio, più cupo…»

«Sì, ecco perché sono nate storie di ogni sorta per esorcizzarlo. E, ti dirò di più: spesso queste storie avevano come protagoniste figure femminili.»

«Questa è una cosa curiosa, davvero!»

«Tornando al discorso dei doni, però… vedi, Pruna, oggi è tutto diverso, più consumistico, ma un tempo i doni che si facevano erano altri. Ai bambini si regalavano dolcetti fatti in casa, semi e granaglie. Non c’erano giocattoli e il compito degli adulti era quello di far festa, cucinare e preparare provviste. I bimbi erano la speranza della vita, il ritratto della purezza, e i doni che venivano fatti loro simboleggiavano il nutrimento dei nuovi progetti, i germogli che sarebbero spuntati a primavera, dando inizio a un nuovo ciclo. Era importante che a custodirli fossero le mani dei bambini, magici per natura e semplici nel loro modo di rapportarsi al mondo.»

mani bimbo

«E i bimbi erano quelli che potevano e dovevano mangiare un po’ di più, dico bene? Ecco perché gli si regalavano alimenti nutrienti come quelli che hai elencato.»

semi

«Proprio così, Pruna: giusta osservazione. Se i più piccoli sopravvivevano all’inverno, la Vita lo avrebbe fatto con loro. E ora c’è un’altra cosa su cui vorrei che tu ponessi attenzione… In un momento così freddo, cosa c’era – e c’è – di meglio che starsene al caldo, intorno al focolare a raccontarsi storie?»

 

«Oh, lo so bene! Mi si gelano sempre i baffi e la coda in questo periodo…»

«Bene, mia piccola amica dal cuore grande. Era in questi ultimi giorni dell’anno che si narravano storie in cui giovani eroi prendevano il posto di eroi anziani. C’erano racconti di nuove nascite prodigiose, di belle fanciulle impegnate in eroiche gesta, storie di filatrici, di veggenti e povere vecchine vestite di stracci. Ti dicono niente, tutte queste cose?»

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Ancora una volta mi portai una zampina al mento e corrugai la fronte, poi dissi: «Il vecchio e il nuovo, come l’anno che sta per finire e quello che arriverà. E poi erano le donne a scandire i ritmi della giornata, impastando, filando, rassettando, curando la casa e la famiglia…»

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«Esattamente. Ma vorrei farti notare un’altra analogia con un altro elemento femminile, un elemento di cui tutti facciamo parte: esseri umani, animali, piante…»

«Madre Natura, ma certo!» come avevo fatto a non pensarci prima?

«Tutto riconduceva a lei, Pruna. Lei che, grazie al ciclo del Sole, si rinnovava dopo essere simbolicamente invecchiata. Lei che a Primavera sarebbe stata una giovane pronta a dare frutti e che in Estate, invece, sarebbe stata gravida di doni per il mondo. Siamo figli suoi, figli di quella Terra che oggi appare spenta, dormiente, spoglia, ma che domani ci darà ancora la vita. Ma adesso mettiamo da parte questi discorsi e prendi quella latta di dolcetti: li ho portati a te, che sei l’esserino più vicino a un bimbo che io conosca. Mangiamoli, Pruna, te li dono con l’augurio che anche grazie a te nascano presto nuovi progetti.»

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Che altro aggiungere, topi? Io son rimasta a bocca aperta!

Un dolce bacio a tutti voi.

Metti una sera di mezza estate ad Arma

Nel periodo estivo Arma si trasforma, e lo fa soprattutto nelle sere di questi mesi caldi. A colorarla, ora, sono le tinte del crepuscolo: le regalano tinte tenui, paiono di velluto quando si adagiano sull’orizzonte, sul mare, e accarezzano con sfumature  morbide i profili della città.

Contrastano le sue case, le sue piante, i suoi numerosi panorami che si stagliano contro il cielo che in questa stagione è di un blu intenso.

Arma offre allo sguardo diverse vedute: il mare, le colline, i monti, l’infinito…

Oltre i colori tipici della Liguria sulle case costiere, il verde e l’azzurro sono i colori predominanti e, alla sera, diventano ancora più nitidi.

Non si possono non citare le nuances dei fiori: il Plumbago, l’Oleandro, la Bouganvillea, il Carpobrotus…

Tutto sembra una festa dai toni leggeri.

Ci sono orari in cui Arma si fa più silenziosa, abbracciata dall’afa di agosto che pare rendere tutto ovattato.

Solo dalle finestre aperte si ode il vociare delle televisioni accese o il ticchettio metallico delle posate che scontrano i piatti durante la cena. In queste particolari ore di quiete nemmeno i gabbiani osano garrire. Le spiagge sono deserte, dopo avere finito da poco di accontentare tutti con la loro sabbia dorata e le loro onde a infrangersi sulla battigia.

Sono ore che trascorrono veloci, lasciando il posto alla prima parte della notte. In questo momento prendono vita luci, suoni e abbagli.

Durante il tramonto, nonostante il sole prenda congedo con lentezza, Arma rimane splendente.

Continua, nel suo insolito chiarore notturno, a esistere tranquilla e pacifica, e in quel mentre sono tanti i ricordi che riemergono con nostalgia. È il momento del giorno in cui i suoi abitanti la osservano quasi in silenzio, ormai fermi e rilassati dopo le calde e frenetiche giornate. Poltrendo sui balconi, sfiniti per il gran caldo, osservano per ore panorami che ogni giorno hanno davanti, ma raramente contemplano. Lo dico in senso buono, pensando a chi mi dice divertito: “Ma sai che non mi ero mai accorto che lì c’era… “.

Le sere di Arma si riempiono persino di lustrini e paillettes; vengono sfoggiati sulla sua passeggiata in un andirivieni continuo, acceso e pacato al tempo stesso, uno sgambettio di godimento della brezza che ogni tanto, come un balsamo, passa ad accarezzare la pelle. Arma non è un paese spumeggiante, è per lo più tranquillo, quasi scostante, per questo certi eventi fanno furore, curati a puntino e fulgidi come bagliori.

Per apprezzare Arma occorre entrare nella sua anima, nell’anima di chi la nutre, di chi a essa tiene particolarmente e ne fa sbocciare tutte le bellezze. Se si riesce a notare questo, non si può non amarla. E’ così ostica a volte, così indisposta… ma tutto fa parte della sua natura ligure. Essere ligure, in alcune zone di questa striscia di terra che forma un sorriso all’incontrario, significa essere coriacei, saper affrontare le difficoltà, non lasciarsi sorprendere dalle bazzecole. Per stupire un ligure ci vuole molto, non si accontenta di poco, perché quel poco lo porta già nell’animo da tempo ed è il suo Tutto. I suoi occhi han già visto, la sua bocca ha già parlato, le sue orecchie hanno già udito. “Ora, o porti qui la meraviglia equivalente al tuo cuore, o di entusiasmo ho già il mio… grazie.”

Arma dice questo. E se vi può sembrare snob, sappiate che è l’esatto opposto: è saper trasformare il nulla in Bellezza pura. È saper creare dove nessuno regala niente. È saper andar avanti. Sempre.

Arma è una curva da attraversare. Offre ciò che ha a chi vuol vedere e, soprattutto in estate, viene messa alla prova. Alla fine della stagione appare quasi stanca o, forse, torna solo alla sua quiete. In alcune occasioni si riempie delle grida dei bambini, in altre del passo stanco degli anziani che respirano salsedine.

Arma alla sera asciuga i teli per l’indomani, per tornare in spiaggia a giocare, a nuotare, a correre… perché, forse, fino all’anno dopo non si potrà più.

I suoi punti di riferimento sono gli stessi, che sia giorno o notte non importa: la Fortezza, la chiesetta di San Giuseppe, la fontana, la Darsena, Piazza Chierotti…

I punti in cui ci si ritrova, sgattaiolando veloci dopo cena, con i capelli ancora umidi e la pelle che sa di bagnoschiuma.

E, infatti, ci sono odori nuovi, in queste sere. Profumi di pelli, aromi di cucine che lavorano di più, il sale del mare, la freschezza del crepuscolo… Mi piace Arma, alla sera, d’estate. Mi piace viverla in questi momenti, prima di tornare nel mio bosco.

Un affettuoso bacio a voi.

 

L’Epifania da Civezza

Cari topi,SONY DSC oggi vi porto nella valle adiacente alla mia, quella di San Lorenzo e, precisamente, nel piccolo ma caratteristico borgo di Civezza, un paese che domina, in mezzo a secolari SONY DSCpiante d’Ulivo, gran parte di questo aperto vallone baciato dal sole. Andiamo qui perchè, tra poco, cioè domani, il 6 gennaio, sarà il giorno in cui anche questo paese festeggerà l’Epifania, ossia la manifestazione di atti miracolosi e, per così dire quasi incredibili, compiuti da Gesù. Primo fra tutti, l’adorazione dei tre Re Magi: Baldassarre, Gasparre e Melchiorre portatori di preziosi doni.

Ebbene si, avete capito quindi che, questa giornata, non è soltanto dedicata alla vecchina “…che vien di notte con le scarpe tutte rotte…“, chiamata Befana, maSONY DSC è una vera e propria festa della religione Cristiana, celebrata, così come tutto il Natale, con l’esposizione dei presepi nei borghi dei nostri territori. Presepi artificiali o fatti a mano ma tutti meravigliosi.

Tanti quelli viventi, quelli in movimento, quelli di legno, di carta, stilizzati, realistici, insomma, ce n’è per tutti i gusti ma io, quest’anno, vi voglio far conoscere questo. E voi vi chiederete perchè io sia SONY DSCvenuta proprio qui.

Anche nella Valle Argentina ci sono i presepi e fantastici, credetemi, ma ho voluto cogliere l’occasione simpatica e festosa di farvi conoscere questo paese perchè ha, e ha avuto a che fare, anche con la mia Valle perciò ecSONY DSCcomi qua.

Siamo in piazza San Marco, entriamo nella piccola Chiesa bianca e rosa, che già ci accoglie con le porte aperte, una bella insegna davanti e, subito, uno scrosciare d’acqua e tante luci attirano la nostra attenzione. Ehi, guardate! Le statuine si muovono davvero!

Guardate, guardate, la panettiera ha appena sfornato una michetta dal forno a legna e SONY DSCquel fabbro stà battendo su di un’incudine rovente! E che buffo il pastorello che cammina fischiettando! E ci sono le pecore e le galline, le stelle, le case e i paesi interi. Persino una pianta di cachi per abbellirlo… la stagione, in fSONY DSCondo, è quella giusta!

E cosa potrebbe esserci di meglio del Muschio verde e i ramoscelli di Ginepro? Nulla. Sembrano dei veri alberelli. Se si pensa che tra qualche giorno tutto questo verrà smantellato… e sì, lo sapete anche voi: “arriva l’Epifania e tutte le feste se le porta via!“. Dispiace davvero tanto.

Quanto impegno, quanto lavoro. I monti di carta, i palazzi dei nobili creati coSONY DSCn il cartone, i sassolini colorati e il polistirolo. Le casupole più povere e una pompa che permette ad un’acqua limpida di scrosciare giù per una discesa azzurra per poi andare a formare un laghetto dove stazionano dellSONY DSCe piccole barchette a vela. Le vele sono fatte con della stoffa e dei legnetti.

E, a proposito di legnetti, ci sono davvero i piccoli cocci di legna da ardere! Tutti ordinatamente accatastati sotto qualche balcone.

Mi hanno colpita i panni stesi, o quelli piegati con cura, di un venditore ambulante e i musicanti che soffiavano forte nelle loro cornamuse, come in un mantice.

Il presepe, non è l’unico emblema di questa festa. Anche laSONY DSC famosa calza che si riempie di doni lo è. Anche il carbone dolce per i topini monelli lo è. Anche l’accensione dei fuochi augurali lo è. Ma nulla, come la stella cometa che guida i tre Re, dovreSONY DSCbbe essere più simbolico. Cioè la sua manifestazione appunto. Il rendersi visibile.

Pensate, l’Epifania è considerata festa di precetto. Con l’Epifania, si celebra la prima manifestazione della divinità del Cristo all’intera umanità. Con la nobile visita che riceve, l’offerta di doni altamente significativi e l’adorazione di un intero popolo e i suoi autorevoli esponenti, questo unisce il mondSONY DSCo ebraico ad altri popoli occidentali.

Questo è stato riconosciuto come un avvenimento di fondamentale importSONY DSCanza per la tradizione Cristiana che ha trovato riscontro in numerosissime pitture, scritti e sculture. Lo stesso presepe è spesso protagonista di opere d’arte, oppure è lui stesso, un’opera d’arte. Potete forse dire l’inverso? Con le tegoline adagiate una per una sui tetti? Con i ciottoli che formano un sentiero? I ponti, le staccionate, la verdura e le scalette? E la sua grandezza. Dalla congeniale forma ad elle, era sicuramente lungo 5 metri e largo 1,5. Per nulla piccolo.

Magia per bambini e per adulti. Siamo nel paese delle feste e del divertimento, dove addirittura viene invitato il circo che conSONY DSC questo sito vi presento http://www.circopaese.it a vivere il borgo; poteva forse mancare uno splendido presepe? E allora topi, con queste immagini, che spero vi siano piaciute, io vi lascio ad ammirare ancora un po’ ciò che è stato creato per simboleggiare sì la Natività, ma anche una festa giocosa e ilare come quella dell’Epifania.

Epifania, che giunge una sola volta. InsomSONY DSCma, spero che Signora Befana, che in questo post è stata dirottata con la sua scopa verso altri lidi e totalmente detronizzata dalla magia del presepe non ce l’abbia con me! In fondo, è già protagonista indiscussa per tutti i bimbi e in tutti i camini che tengono appese calze colorate! Pensate a come sono messa male io che ho i Topini con 4 zampette a testa! Topini fanno solitamente le statuine per il presepe ogni anno nuove. Con l’argilla, il pongo, la plastilina o il didò. Artisti. Stà diventando meno usuale mi pare.

Mi riferisco alle illuminazioni di notte, sulle colline, a formare Maria e San Giuseppe, non ci sono più. Mi riferisco alle vetrine dei negozi un tempo innevate dal cotone che rendeva bianco il popolo di statuine, non ci sono più.

Io per la prima, ho ridotto di molto l’ambientazione ma, al Bambin GesùSONY DSC, i pargoli, non vogliono rinunciare. E’ per questo che, quando ho visto il bel presepe di Civezza, ho pensato di dedicargli un articolo. A lui e all’Epifania.

E con quella musichetta come sottofondo, sembrava quasi di essere in un’altra dimensione. E voi, lo faSONY DSCte il presepe? Vi limitate ad addobbare l’albero o non avete fatto nulla quest’anno?

Qualsiasi cosa abbiate creato, godetevi quest’ultimo giorno di relax prima di ricominciare il vostro tran tran quotidiano.

Un bacio a tutti. Vi auguro una buona festa e vi auguro di ricevere tanti, tanti dolcetti. Il che vorrSONY DSCà dire che siete stati buoni! La vostra Pigmy.

M.

La Ruota Panoramica

E ditemi… ci siete mai saliti sopra? Io si, quand’ero ancora una topina. Oggi mi tremerebbero i baffi così tanto da non riuscire nemmeno ad aprire gli occhi. E, sicuramente, lei si fermerebbe proprio mentre io sono nel guscio più in alto, lassù in cima.

Vedere il mondo da lassù è però fantastico. Lo ricordo. Forse ancora meglio che essere su un aereo. Si possono vedere distintamente tutti gli angoli della città nella quale si è: Roma, Parigi, Londra, ovunque.

Ricordo l’aria fresca che tagliava il viso, ancora più fredda di quella che sfiora i musi mentre si cammina con i piedi per terra. O forse è solo emozione.

E ricordo le luci. Ancora più luci, più che da qualsiasi altra parte. E le città sembravano immense. Quei puntini luminosi non finivano mai, si allontanavano sempre di più, diventando ancora più piccoli, come a segnare l’infinito.

E ricordo la sensazione di quando il giostraio ci faceva accomodare, e piano piano si saliva, sempre di più, ed era come non arrivare mai.

La testa la sentivo più leggera, il cuore iniziava a scalpitare sempre più veloce e avrei voluto guardare proprio sotto di me ma niente. Anche se ero una cucciola e non avrei dovuto aver così tanto timore, data l’incoscienza che spesso arricchisce i più piccoli, riuscivo a malapena ad osservare l’orizzonte nero a pois dorati.

Sì, le volte che sono salita sull’enorme ruota era sempre sera.

Guarda Pigmy, guarda la gente giù con tutti i nasi in aria! – mi dicevano, ma io ero quasi bloccata. La miriade di narici, al di sotto di me, non era di mio interesse.

E mi tenevo forte alle ghiacciate sbarre intorno.

La cosa che più mi spaventava era il dondolio delle cabine colorate. Bellissime, parevano i giocattoli di una fiaba, le casette dei Puffi o le tane di qualche Bianconiglio ma, quel loro volteggiare leggero, di qua e di là…. Santa Topa che paura! Brrrr.

Però, se cammino sotto di lei, non posso fare a meno di ammirarla. Di perdermi nella sua maestosità fino a sentire male al collo. Mi piacerebbe cavalcarla, tornare ad avere un contatto con lei. Sedermici dentro e lasciarmi cullare sempre più in alto, fino a toccare il cielo. Chissà… un giorno forse.

Per ora ci passo sotto e basta e vorrei non curarmi di lei ma, il mio sguardo, anche se mi allontano, finisce sempre lì, perchè quando c’è, domina su tutto.

Ah! Quanti ricordi. Vabbè, ogni cosa a suo tempo, non fa niente, per ora mi accontento di girare nella ruota di mio cugino il criceto.

Un bacio vertiginoso, vostra Pigmy.

M.

Il mio Albero di Natale

No, no, no topi, non sto gareggiando contro la mia amica Miss (non mi permetterei mai visto il risultato) è solo che lei domanda e io eseguo….. scherzo!

Mettendo da parte le burle… sì, mi da ottimi spunti devo dire ma, per ammettere tutta la verità, volevo condividere con voi quello che è uno dei momenti più belli dell’anno.

Eh, lo so, sono una topina, impavida toporeporter, scopritrice di luoghi affascinanti, battagliera nei confronti dell’ingiustizia, protagonista di mille avventure, per la maggior parte comiche, e disavventure ma… sono anche una mamma e una zia. Ormai lo sapete. E ora ditemi, cosa vuol dire pronunciare ai topini, la magica frase – Oggi, facciamo l’albero di Natale! -?

Ebbene, tutto questo significa prendere la scala e arrampicarsi fino al soppalco tra le loro grida di gioia e i loro salti a zampe unite.

Significa tirare giù gli scatoloni e le borse di palline, srotolare i fili luccicanti e soffiare via i brillantini dalle ghirlande e loro, zitti, con gli occhi sbarrati, ti guardano aspettando che esca dal cestino la prima pallina. E stanno lì buoni buoni, con gli oggetti che sberluccicano per tutto il tempo in cui tu discuti con altri topi dicendo che bisogna prima mettere le stelle filanti mentre un altro insiste che devono essere messe prima le luci, che poi, con le stelle filanti davanti non le vedi più.

I piccoli topini danno il permesso a mettere il puntale ma le palline…. no! Quelle spettano solo a loro. Le cercano, fanno a gara a chi tira fuori la più bella, le mettono dove vogliono e si alzano in punta di piedi per addobbare i rami più alti.

Poi, sotto l’abete colmo di decori, posizionano la capanna del presepe e mettono in ordine le statuine. E’ a quel punto che il loro vociare si fa più insistente.

Il più grande spiega all’Arcangelo Gabriele, che continua a picchiare sul pavimento, di stare fermo sul tetto della stalla, ma metterlo tra la paglia e la stella cometa è davvero un’impresa.

La più piccola invece, inizia la solita nenia di tutti gli anni, appena finito di sistemare la Sacra Famiglia – Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? – e puoi spiegarglielo in mille modi che stò povero Gesù Bambino ancora deve nascere che tanto… non ci sono ragioni.

Per non impazzire bisogna chiedere gentilmente a Maria di partorire prematuramente il suo piccolo e mettere così a tacere la mia. E tutti gli anni, la Vergine Santa ci allevia gentilmente di tanta sofferenza.

Dopodichè eccoli tutti e due con il naso all’insù ad ammirare la loro opera d’arte e sorridere al gioco di luci che s’intravede, vagamente, tra le fronde della conifera.

Guarda che bella quella palla lì! L’ho messa io! -, – E io ho messo il regalo gommoso! -, – E quella? Guarda come brilla! -. Sono entusiasti.

Ogni anno componiamo l’albero con oggetti diversi: i cartoncini pitturati, le fette d’arancia essiccate nel forno, la frutta secca, i tappi di bottiglia colorati ma, le palline, quelle non devono mancare mai e, anche quest’anno, sono state le incontrastate protagoniste.

E’ guardando tutto questo che, per me, vale la pena definirlo un capolavoro quindi, vi saluto, felice di avervi reso partecipi di una giornata pre-natalizia nel mio Mulino.

Buona serata a tutti.

M.