La sposa fantasma di Agaggio

Giorni fa mi trovavo vicino alla radura nella quale abita Nonna Desia. Non tutti la conoscete, ma è una nonnina speciale, una lastra di nera ardesia conficcata nel bel mezzo di uno spiazzo contornato da alberi chissà da quanto e chissà da chi. E, come ogni nonna, ha sempre molte storie da raccontare, alcune antichissime.

Nel vedermi arrivare, le rughe della sua superficie si distesero:

«Oh, ratin! La mia Pruni! Sei proprio tu? Da cantu tempu ca nu te veggu! Ti te sei faita ciù grande, eh! (Da quant’è che non ti vedo! Sei cresciuta, eh?»

Che volete farci? Nonna Desia è fatta così, come ogni dolce anziano dimentica che sono cresciuta già da un po’, ma non glielo do a vedere: «Sì, sono io, nonna! Ho gironzolato tanto in questi mesi e la tua radura era sempre piena zeppa di neve. Finalmente posso venirti a trovare senza congelarmi le zampe e i baffi. Hai sentito qualche storia interessante, di recente?» le domandai, sedendomi di fronte a lei sbucciando delle fave e gustandole con piacere.

«Oh, sì! Una storia davvero spaventosa. Ma non sono sicura che sia stato di recente… è un racconto un po’ datato… cumma sun mì (come me)»

«Allora avanti, nonna. Ti ascolto!» la esortai.

Si schiarì la voce antica e iniziò a raccontare.

Agaggio Valle Argentina

«A ghea ina vota (C’era una volta) una signora di nome Anna. Suo padre era agaggìn (di Agaggio), sua madre di Triora. Anna crebbe nell’antica casa appartenuta alla sua famiglia, ai Casoni, e, proprio come me, raccontava sempre delle storie ai suoi nipoti che andavano a stare da lei per le vacanze. Non c’era la televisione, ad Agaggio, e così i topini ascoltavano rapiti i suoi racconti spaventosi.»

«Ah, quindi non parliamo di tempi lontanissimi! Sono fatti recenti, quelli che mi stai raccontando» la interruppi.

«Cu ti vœi ca ne sacce, belu ratin, nu so cose ditte. E aù? Dund’a l’è ca l’eu restà? Ti mai faitu scurdà tütu… (Che vuoi che ne sappia, topina, non ti so dire. E ora? Dov’ero rimasta? Mi hai fatto scordare…)»

La aiutai a ritrovare il bandolo del discorso e Nonna Desia riprese: «A Cuumbea (la Colombera), la casa di Agaggio di Anna, si trova a mezza costa, sotto la Rocca della Croce. E’ un luogo isolato, dietro un castagneto, e la circondano fasce coltivate e ulivi. Sotto la Cuumbea c’è ancora oggi una fontana che somiglia molto a una grotta. Ratin, oggi non funziona più… Cuscì i man diitu, mi a sun chì, a nu possu bugiamme, ti u sai (così mi hanno detto, perché io son qui, non posso muovermi, lo sai). Quella fontana è stata riempita di pietre e Anna sapeva perché…»

orto Agaggio

Nonna Desia fece una pausa lunga, spingendomi a chiederle: «Be’? Perché era stata riempita di pietre?».

«In mumentu, ratin! Mi a nu me regordu! (Un attimo, topina! Non mi ricordo!)»

Santa Ratta! Volevo sapere come finiva la storia… Proprio quando iniziavo a disperare, Nonna Desia sussultò: «Sì, ecco! Anna aveva un antenato. U l’ea (era) di Marsiglia, ma la città era ancora italiana, e si trasferì ad Agaggio con la sua famiglia. Aù a nu me regordu cumme u se ciamasse, ma u g’ajeva ina fia zuena (non mi ricordo come si chiamava, ma aveva una figlia giovane), promessa a un ragazzo di Marsiglia. Era molto innamorata del suo futuro sposo, tanto da respirare solo in funzione del matrimonio che si sarebbe svolto a breve. Soffriva della lontananza, bela garsunetta, và… (bella figlioletta, va’) ma il suo promesso gli assicurò che non appena si fosse trasferito ad Agaggio, si sarebbero svolte le nozze. Passò tanto, tanto tempo, ma del giovane non vi era traccia. Dopo anni, giunse infine una lettera dal futuro sposo, ma ahimé le novità che portava non furono rosee. Infatti, scriveva di essersi innamorato di un’altra donna, con la quale nel frattempo era convolato a nozze. Il giuramento fatto alla zuena agaggìn, dunque, fu spezzato e con esso il cuore della fanciulla.»

bouquet

«Oh, che storia triste mi racconti, nonna!»

«Stà brava prima ca me scordu a parte ciù impurtante! A nu l’è miga finia chì! (Fai silenzio, prima che mi scordi la parte più importante, non è finita qui)» mi rimproverò bonaria, poi continuò. «La ragazza cadde in depressione, come c’era da aspettarsi, ma non si limitò a chiudersi nella sua disperazione. Una notte di plenilunio abbandonò la casa paterna e si lasciò cadere nel pozzo, dove annegò con il suo dolore. Pora garsunna! E poru pae! Me pà ancua de sentinne i cianti! (Povera figlia! E povero padre! Mi pare di sentirne i pianti) In famiglia impazzirono a cercare la poverina e, quando la trovarono annegata, videro che aveva indosso il caro abito da sposa che si era cucita lei stessa con amore e cura infiniti. Tutto il paese fu turbato da quella tragica vicenda e il padre fece prosciugare il pozzo e lo riempì di pietre: non ci sarebbe stata acqua, e quindi vita, in un luogo che era stato cornice di morte.»

«Terribile, davvero! Ma… e Anna?» domandai con un filo di voce.

storie fantasmi

«Anna ha detto di aver visto una volta il fantasma della sposa infelice. Appare nelle notti di luna piena e se ne sta lì, in piedi davanti al pozzo, col volto coperto dal velo candido. Anche suo padre e suo nonno hanno visto lo spettro.»

«Brrr! Questa storia mi ha messo i brividi, Nonna.»

«Quale storia?»

Strabuzzai gli occhi: «Quella che mi hai appena raccontato!»

«Io? Ma se hai parlato solo tu finora! Ah, ratin, ti te deverti a famme i schersi? (Ah, topina, ti diverti a farmi gli scherzi?)»

E così, topi miei, Nonna Desia ha presto scordato la storia di Anna e dei suoi antenati, ma io no e la racconto a voi come testimonianza spettrale della mia Valle. E’ stata Vale a raccontarla a Nonna Desia e, grazie a lei, ora la conoscete anche voi.

Un bacio da brivido a tutti.

 

Nuvole, nuvole, nuvole!

Io e Niky, oggi abbiamo deciso di farvi un regalo; un regalo un pò particolare. Abbiamo deciso di regalarvi le nostre nuvole e, insieme, le abbiamo fotografate per voi.

Cos’è una nuvola lo sapete tutti. Un’insieme di piccolissime particelle d’acqua e/o di ghiaccio, sospese nell’aria. A volte è più intensa a volte è più rada e, a seconda della sua formazione, assume nomi differenti: Cirri e Cirrocumuli quando è “a pecorelle” (come diciamo noi) cioè a batuffolini e ad alta quota. Nembostrati, quando sono basse, pesanti e dalla forma allungata. Cumulo e….. qualcosa… quando sono le classiche nuvolette che possiamo trovare in un fumetto.

Basta, altri nomi, so che esistono, ma non li conosco, ma tanto non sono qui oggi per insegnarvi lo studio sulla nube, anche perchè non sono la nipote di Giuliacci.

Sono qui oggi per regalarvi le mie sensazioni. Quel che le nuvole possono darmi. Emozioni diverse. E, con la mia socia, ne abbiamo immortalate alcune. Ognuna mi dona, e scommetto anche a voi, diverse sensazioni.

Anche per voi è così, vero?

Alcune nuvole, mi opprimono un po’, quasi mi rattristano, altre invece mi divertono e passo ore a guardarle. Si muovono, formano dei disegni in cielo, si rincorrono, volteggiano.

Il grande Fabrizio De Andrè, poeta anche della natura, ha saputo, utilizzando splendide parole, descriverle e vorrei riportarvi qui questo suo testo:

LE NUVOLE

Vanno

vengono

ogni tanto si fermano

e quando si fermano

sono nere come il corvo

sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche

e corrono

e prendono la forma dell’airone

o della pecora

o di qualche altra bestia

ma questo lo vedono meglio i bambini

che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore

prima di arrivare

e la terra si trema

e gli animali si stanno zitti

certe volte ti avvisano con rumore

Vanno

vengono

ritornano

e magari si fermano tanti giorni

che non vedi più il sole e le stelle

e ti sembra di non conoscere più

il posto dove stai

Vanno

vengono

per una vera

mille sono finte

e si mettono li tra noi e il cielo

per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

A questo punto non ci sarebbe nemmeno bisogno ch’io vada avanti con il post. Ha già detto tutto lui e, meglio, non poteva fare. Ma per qualsiasi sensazione ch’esse vi possano regalare, io e Niky ve le offriamo in queste immagini.

Sono le nuvole della mia valle ma anche le vostre perchè passano, ci guardano e continuano nel loro viaggiare chissà fin dove!

E attraversano monti, mari, strade, cieli, terre intere. Trasformandosi, ma son sempre loro. Quindi, quando guardate una nuvola, pensate che forse è passata anche da noi e vi porta il nostro saluto.

Le nuvole sono spesso protagoniste di poesie, canzoni e filastrocche, per non parlare di studi e ricerche ma troppe poche volte le ammiriamo intensamente eppure sanno creare spettacoli incredibili.

Possono essere candide e immacolate o lasciarsi colorare dal sole di tinte calde e tenui che le rendono la manifestazione più romantica che ci sia. Possono portare pioggia o semplicemente farci ombra. Toccarci o rimanere sulle nostre teste. Possono far filtrare i raggi tra di loro, in uno scenario quasi divino, o diventare lugubri e misteriose in una notte buia davanti alla luna piena. Possono essere dense, impenetrabili o leggere, impercettibili. Possono avvolgere la cima di un monte o un arcobaleno. Per poi, a volte, sparire del tutto e lasciarci a bocca aperta sotto un manto completamente turchese.

E oggi le scavalchiamo con aerei e macchine volanti, ci sentiamo più potenti, ma son sempre loro, alla fine, a decidere se dobbiamo uscire di casa con l’ombrello oppure no.

Questo è il nostro regalo per voi, fotografato man mano che i giorni passavano. Spero tanto vi sia piaciuto.

M.