E’ americana ma cresce spontanea anche nella mia valle

Oggi vi parlo di una pianta che sicuramente avrete visto milioni di volte.

La Phytolacca Americana, infatti, cresce in quasi tutte le regioni d’Italia. Cresce spontanea, anche ai margini del bosco, e può raggiungere l’altezza di 2 metri.

E’ bellissima e la sua bellezza è dovuta soprattutto ai colori che possiede, vivi, forti e che si distinguono tra gli altri. Un bel verde intenso per le foglie, un bel fucsia vivace per i ramoscelli e un nero violaceo per le bacche. Il suo nome, che comunemente è Fitolacca (ma anche Uva Turca), deriva dal greco e significa “lacca vegetale“. SONY DSCQuesto è dovuto proprio ai suoi acini scuri che, se schiacciati, rilasciano un liquido nerastro che macchia intensamente. Quando ero piccola usavamo le parti di questa pianta non solo per creare le ciliegine sulle torte fatte con la sabbia ma, con il suo inchiostro, disegnavamo sui fogli bianchi che ci davano i nonni. Con lei e con il Gelso creavamo delle vere opere d’arte. Povere nonne poi però a lavare le magliette che non venivano più pulite! SONY DSCMa noi si era artisti e nessuno poteva soffocare il nostro estro!

Rischiando, oltretutto, dal momento che queste bacche sono lievemente velenose, ma da bambini si sa, non si patisce niente.

Che poi gli esperti, comunque, la utilizzano in omeopatia nonostante la sua tossicità. E’ considerata infatti una pianta dotata di azione emetica, purgativa e depurativa e, alcune sue parti, se essiccate, diventano antiinfiammatorie. Attenzione però, perchè di Fitolacca, appartenente alla famiglia delle Phytolaccaceae, ce ne sono anche più di 20 specie! La Dioica, ad esempio, è un simbolo per l’Uruguay e l’Argentina e la sua chioma è molto utile, grazie alla larghezza delle foglie, perche’ offre protezione e riparo dal sole e dalla pioggia.

Tornando però al discorso della tinta che lascia è doveroso dire che, in passato, c’è stato chi si è servito del suo colore per pitturare in modo vegetale i tessuti. No, io e i miei amici non siamo stati i primi a inventare questa pratica. La Clorofilla e la Fitolacca erano tra la flora più utilizzata per questo scopo e, nel 1700, importata fino alle nostre coste e coltivata in Sardegna, veniva adoperata anche per il colorante rosso scuro usato in particolar modo per tingere le ostie chiudi-lettera.SONY DSC La Fitolacca, con quei suoi grappoli pendenti e quella leggerezza grazie alla quale si muove ad ogni venticello, è una pianta bellissima soprattutto durante la sua fioritura che avviene solitamente da luglio a ottobre ma, ovviamente, tutto dipende dal clima. E’ un meraviglioso arbusto ornamentale e, spesso, la si può trovare nei giardini delle case della mia vallata.

Simile per certi versi alla Belladonna, la Fitolacca veniva anche usata dalle dame di corte come oggetto di bellezza. Un accessorio vero e proprio che solitamente veniva posizionato sulle tese dei grandi cappelli, accanto alla cupola, o lavorato nelle acconciature principesche.

Così bella; bella da morire. C’è addirittura chi afferma sia proprio la Fitolacca la causa della morte del giovane Ampelo. Ampelo, giovane mito, era amato da Dionisio (Dio della linfa e del vino in quanto liberatore di sensi ed emozioni) e lo corrispondeva.SONY DSC Morì, accidentalmente, cadendo dal dorso di un toro imbizzarrito sul quale era salito per cogliere un grappolo d’uva, frutto adorato da Dionisio. Quell’uva era la più bella che lui avesse mai visto, però, non era uva. Nella prima variante, invece, riportata da Nonno di Panopoli, poeta bizantino del V secolo, si legge che Ampelo fu in realtà trasformato in vite, recando agli uomini il dono dionisiaco del vino. Insomma, poverino!

Si ritorna sempre a un grappolo e, questo grappolo, era particolare. In realtà la Fitolacca non ha nulla a che vedere con questa bevanda tanto amata ma così fu. E’ vero che la forma dei suoi fiori è a grappolo e che il suo colore può indurre a sbagliare, il suo nome comune poi, è proprio quello dell’uva ma, in verità, è una pianta completamente diversa.

Voi topi, datemi retta, accontentatevi dello splendore che i suoi colori potranno portare nei dintorni di casa vostra. Vi lascio le sue immagini e vi auguro una buona giornata, al prossimo post!

M.

Nord e Sud

Vi ho parlato tempo fa delle mucillagini e del muschio che si forma sui tronchi degli alberi nel bosco.

Ebbene, quando ero una topina cucciola, topopapà mi portava sempre nei boschi con lui. I sabati e le domeniche, erano dedicati a questa sua passione che mi ha trasmesso con facilità. E’ lui che mi ha insegnato tanto di questi magnifici luoghi pieni di misteri e splendide creature. Ricordo, come se fosse ieri, che spesso m’insegnava a non perdermi. Si sa, il senso dell’orientamento in noi donne spesso, ammettiamolo, lascia un po’ a desiderare, o per lo meno è quello di cui sono convinti i maschietti e, mio padre, ha cercato di ricorrere subito ai ripari. A cinque anni, già mi sentivo chiedere “Bene, da qui Pigmy, come facciamo ad andare a casa?”. Quando mi poneva questa domanda eravamo nel bel mezzo di una foresta di Faggi tutti uguali, e io, che avevo percorso l’andata giocando con le farfalline e inseguendo le lucertoline, ne sapevo assai ora di come si poteva far ritorno alla dimora perduta. Lo guardavo allora con gli occhi sbarrati. Non capivo, le prime volte, se stava scherzando o se si era perso davvero e mò… Ciao!… E chi ci trovava lì?

Erano quelli i momenti in cui mio papà m’insegnava alcuni trucchetti. Osservare bene all’andata ad esempio. Cosa che può sembrare banale ma è la principale di tutte. Un tronco abbattuto, un fiore particolare, una tana, una pietra dalla strana forma. Oppure, creare noi stessi dei segnali. Intrecciare dei rami e lasciarli ben visibili. Legare ad un albero un elastico per capelli o un pezzo di stoffa. Poi c’è anche chi intaglia i fusti o, come Pollicino, fa cadere delle briciole per terra (che immediatamente verranno ingurgitate da qualche animaletto!).

Una delle cose principali per mio padre era insegnarmi a riconoscere anche il Nord e il Sud. Per prima cosa si poteva guardare il sole. Nel caso in cui ovviamente non abbiate con voi la bussola (e io e papà, di bussole, non ne avevamo di certo). Il metodo che permette di orientarsi con il sole è che, nel nostro emisfero, che è il Boreale, il sole proietta un’ombra che, alle ore dodici è esattamente in direzione Nord. Questa cosa è ovviamente da sapere. Se piantate un palo in terra, all’alba, verso le sei del mattino, l’ombra sarà in direzione Ovest perché il sole sorge a Levante cioè a Est. Al tramonto invece, verso le diciotto-diciannove, l’ombra indicherà l’Est poiché il sole tramonta a Ponente, cioè a Ovest, e così via. Ma come si fa a guardare il sole nella macchia più scura di un bosco dove nemmeno un misero raggio caldo riesce a penetrare? Non si può. E quindi? E’ molto semplice. Ci aiuteranno gli stessi alberi.

E si. Il Nord preannuncia umidità. Ombra. Il Sud è più secco invece. E potrà sembrarvi incredibile ma una sola pianta, anche dalla piccola circonferenza di 50 centimetri, sente questa differenza. Sarà per questo che da un lato sarà ricoperta di muschio e, toccandola con la mano, la sentiremo fredda e quasi bagnata, mentre, dalla parte opposta il suo tronco è pulito, asciutto e la corteccia pressochè secca, molto più inaridita.

Se ci guardiamo intorno vedremo che tutti gli altri alberi sono così.

Il lato rivestito di mucillagini è il Nord, il lato pulito è il Sud.

La stessa cosa vale per le rocce del sottobosco ma essendo meno rialzate e completamente all’oscuro, spesso vengono ricoperte dal muschio interamente.

E’ per questo che finora sono sempre riuscita a far ritorno alla tana e potervi scrivere i post. Se un giorno non mi vedrete più, non sarà solo perchè sono finita nel cestino della vostra spazzatura, potrebbe anche essere che il muschio se n’è andato in pensione e… io mi sono persa nel bosco!

Un bacione!

M.

L’antico orologio

Eh sì, topini: ognuno aveva il suo metodo. C’era chi guardava il sole, chi sentiva il rintocco delle campane, chi toccava gli alberi, chi aveva le meridiane… Tutti dovevano comunque conoscere l’ora, in un modo o nell’altro. Non c’era certo l’orologio al polso!

Per esempio: come facevano gli abitanti di San Faustino, piccolo borgo della mia Valle, a contare il trascorrere delle ore, dei minuti e dei secondi? Mi sono proprio chiesta come facesse il nonno di Marco, il mio amico toporeporter, a sapere che era giunto mezzogiorno e bisognava lasciare i campi per andare a mangiare.

Ebbene, ve lo spiego subito.

A nonno Giovanni, detto Giuan de Cristò, bastava guardare la Colla du Frae, ossia, la Colla del Frate che vedete nella foto e, più precisamente, quella parete di nuda roccia situata nel bel mezzo di questa collina. Come potete vedere, nel centro della roccia, si distingue una macchia nera. Sembra quasi un grosso graffio fatto da tre giganteschi artigli sporchi di pece. Vedete?

Ebbene, quando il sole arriva a scoprire e illuminare questa macchia scura, è esattamente mezzogiorno! Ovviamente c’è un leggero cambiamento dall’estate all’inverno, ma, più o meno, l’orario è quello.

E non è una bugia! Io ho fatto queste foto a mezzogiorno meno cinque e, da come potete vedere, il sole stava quasi per toccarla.

Nel pomeriggio, invece, tutta la montagna è baciata dal sole. Questo è un fantastico metodo usato dai contadini di questo paese che si trova in alto, sopra Aigovo, a dominare gran parte della Valle. E, pensate, solo da tale altezza si può ammirare questo fenomeno.

Quanto mi diverte! Chissà chi è stato il primo a scoprirlo! Che genietti, i miei convallesi!

Be’, non mi resta altro che ringraziare il mio amico Marco per avermi svelato questa curiosità e mandare un abbraccio a tutti voi!

M.