Dal Pin a Creppo seguendo Rio Infernetto

Rio Infernetto è un ruscello che rotola giù per il Monte Gerbonte andandosi poi ad unire con il Torrente Argentina nei pressi di Drondo, antico e minuscolo abitato di un tempo, nei dintorni di Creppo.

Oggi percorriamo più o meno la sua strada, incontrandolo di tanto in tanto sul nostro cammino, ma costantemente accompagnati dalla sua voce vivace.
Decidiamo infatti di vivere il Gerbonte e i suoi magnifici boschi andando in discesa, verso valle, partendo dal Pin, località dell’Alta Valle Argentina situata sopra Borniga, per arrivare fino al paese di Creppo vicino al ponte di Loreto.
Ci serviranno circa due ore di cammino o anche di più se si è appassionati, come me, di fotografia e di osservazione.
Si inizia questo meraviglioso percorso da un sentiero scavato tra le rocce nude dove la vegetazione, accanto alle nostre zampe, scarseggia.
Un sentiero che vi avevo fatto conoscere qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/15/alla-conquista-del-monte-gerbonte/ e che, come ripeto, è adatto a chi è esperto vista la mancata protezione a valle, il profondo dirupo sul quale sorge e il suo essere molto stretto in alcuni punti.
Un sentiero un po’ ostico ma preludio di un bosco fatato che diventa, a metà percorso, una via comoda, pianeggiante, larga e morbida. È la via che ci condurrà a destinazione.
Si esce, pertanto, dai bastioni rocciosi – porte imponenti di questo castello incantato – che prima abbiamo visto dall’alto e adesso invece attraversiamo, e ci si inoltra in un bosco vissuto soprattutto da faggi incredibilmente grandi e contorti, bizzarri, fiabeschi.
I loro tronchi assumono varie forme e ci si chiede come abbiano potuto addirittura dividersi per poi riunirsi in quello che è più di un abbraccio eterno. Attraverso loro si possono facilmente immaginare figure, cose, mondi… mondi impenetrabili ma che ci concedono il passaggio come se fossimo dei prescelti. Non sto esagerando, ci si sente davvero fortunati e tutta quella maestosità, nella quiete di quel creato, permette di sentirsi particolarmente appagati e felici.
Guardandosi indietro si vede il territorio più brullo che abbiamo oltrepassato e, da qui, sembra più florido potendo vedere di lui anche la parte retrostante sopra Borniga, l’incantevole villaggio.
Rimanendo su questa comoda strada si scorgono anche prati all’ombra di faggi più giovani e di noccioli.
Risulta ovvio immaginare Caprioli brucare quel verde vivo nascosti tra i rami e l’erba alta. All’imbrunire, in quelle radure così magiche, sono certa che qualche strega arriva a danzare attorno a quegli alberi connettendosi a Madre Natura.
Caprioli però non ne ho visti, in compenso, non mi sono mancati i simpatici Camosci che, con il loro sguardo languido e il muso un po’ inclinato, osservano incuriositi mantenendo la distanza.
Anche più varietà di fiori iniziano a fare capolino e, tra questi, la pigra Lavanda che ancora non ne vuol sapere di sbocciare la si nota con il suo verde spento e argenteo. Il Timo, invece, tronfio e pomposo, si presenta vittorioso e lilla sulle pietre aride.
Solo il muschio si presenta ovunque, nemmeno fosse prezzemolo. Le sue mille sfumature ricoprono come arazzi di velluto la strada, le rocce e il legno degli alberi.
Continuando a scendere, ogni curva riserva una sorpresa. Ogni tornate si apre su un palcoscenico diverso da quello precedente: la pietraia, la brughiera, la gola di ginestre, la distesa d’erba, la macchia più fitta.
Tra queste pietre, d’estate, non manca certo la presenza di alcuni rettili. Da una di queste aperture si vedono bene Creppo e il ponte di Loreto. Così piccini da quassù! Abbiamo ancora tanto da camminare.
Più in giù, quando si giunge al ponte di Drondo e alla fine di Rio Infernetto, che qui forma un piccolo lago stupendo, un tempo vidi persino una biscia d’acqua spaparanzata sopra ad uno scoglio.
Oggi invece sono i gerridi a mostrarsi allegri, piccoli ragni d’acqua molto presenti lungo tutto il Torrente Argentina.
Prima di arrivare all’acqua, però, si passa attraverso i ruderi di Case Costa, una borgata che assieme a Case Drondo e Case Bruzzi formava piccolissime frazioni attorno al paese nostra meta.
Come ho detto, ora sono solo ruderi e muri a secco ma trasformano il paesaggio ulteriormente.
Il ponte che ci permette di attraversare quello che è diventato il Torrente Argentina, nel quale Rio Infernetto si unisce, è piccolo e in pietra. Bellissimo. Intimo.
Circondato da un verde che più verde non si può. Accanto a lui una piccola edicola contenente la statua di una Madonnina e, da qui, inizia un altro ombroso sentiero, classificato “sentiero n°9”, più breve di quello che abbiamo appena percorso, questa volta in salita, ed è spettacolare.
Spettacolare perché si passa sotto a Castagni secolari enormi. Magnifici. Si sente il desiderio di inchinarsi al loro cospetto. Sembrano dei Re immobili che, silenziosi, osservano il procedere di quella vita naturale.
La loro grandezza ti fa sentire piccino ma sanno di buono e di saggezza.
Dopo aver preso un po’ di sole, scendendo, ora ci stiamo rinfrescando sotto la loro larga chioma. L’ambiente appare più cupo e umido.
Solo qualche sprazzo di giallo lo colora e ancora si sente il cantare dell’acqua che fin qui ci ha accompagnato.
Adesso va via, verso fine Valle, mentre noi saliamo ancora raggiungendo l’asfalto, Creppo e la topomobile. Soddisfatti e pieni di energia.
Ho appena vissuto un’altra avventura splendida.
Un bacio secolare a voi!

Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

La Preghiera del Marinaio

Ad Arma di Taggia esiste un luogo dove non si dimentica. Un luogo che permette di ammirare, oltre che tornare indietro con la mente. E’ il posto dell’infinito, dove uomini determinati partivano per compiere lunghi viaggi.

Il luogo che non ha fine ai nostri occhi è il mare, gli uomini determinati e coraggiosi i Marinai, i nostri Marinai, liguri e di tutta Italia. Oggi vi porto in un angolo che li ricorda simboleggiato da quella che sembra una Madonnina ma è in realtà Santa Barbara, all’interno di una teca di vetro, posizionata su una colonna nella nuova Piazza – Caporale Tiziano Chierotti -, esattamente di fronte alla piccola chiesetta di San Giuseppe e di fronte all’ampia distesa blu.WP_20150226_004“AI CADUTI IN MARE” si legge chiaramente su una lastra di marmo del 1988. A tutti quegli uomini che, per scoperte ma soprattutto per la guerra, hanno lasciato la loro vita in balia di quelle onde che non le hanno più permesso di tornare a riva. La loro esistenza è rimasta là ma anche nei nostri ricordi.WP_20150226_003Marinai, e ancor prima naviganti. A battersi sull’acqua per proteggere la terra e ciò che essa custodiva.

Il mare splendente, in tutta la sua bellezza, è ciò che in sé trattiene: i corpi dei nostri cari. Uomini giovani, valorosi, che partivano per non fare più ritorno. Grazie a loro abbiamo immagini di tempi non conosciuti. Grazie a loro abbiamo individuato nuovi regni. Grazie a loro possediamo oggi ciò che ci circonda.

Qui, dove sorge questo monumento, uno spicchio di spiaggia è utilizzato come parcheggio per piccole imbarcazioni a vela. Minuscole barchette e catamarani assopiti ad aspettare l’arrivo della bella stagione, ad aspettare anch’essi, di potersi tuffare in quell’acqua cristallina.

I gabbiani e il vociar della gente contornano quel punto di silenzio.

E che bella la statua della Santa, pare in bronzo, e la sua espressione è dolce. Le sue braccia aperte.WP_20150226_009 Una lucetta la illumina anche di notte. E’ su, in alto. E dall’alto guarda tutti i passanti benedicendoli come ha benedetto i nostri Marinai prima dei loro lunghi viaggi. Una preghiera in loro onore è stata posizionata ai suoi piedi, una preghiera toccante, dedicata alla protezione di Dio sui Marinai e su tutti gli Ufficiali della Marina Militare Italiana. WP_20150226_006Incastonata invece tra mattoncini color vermiglio, risalta nel suo blu cobalto, la scritta riportante la testimonianza della Medaglia d’Oro al Valore Militare. Un glorioso sacrificio, a quanto si legge, di queste vittime di sistemi più grandi di noi. WP_20150226_005Le quattro stellette agli angoli e la cornice intorno sono dorate.

Ma in basso, contro questa colonna, non ci sono solo scritte. Un simpatico timone e una pesantissima ancora, verniciati di nero, sono la rappresentazione tipica della navigazione. Se ne stanno appoggiati lì, dietro ad una catena che li protegge. A farsi guardare. Ad aspettare chissà cosa. WP_20150226_007Sotto al sole e sotto la pioggia di fronte alla piccola e antica chiesetta di San Giuseppe anch’essa affacciata sul mare. WP_20150226_008Persino le persone amano starsene sedute sulle panchine in questo luogo pacifico. Rilassandosi, mentre i bambini giocano e i piccioni sono costantemente alla ricerca di qualche bricioletta di pane.

Non sanno mica, spensierati, cosa è successo in quel mondo azzurro che hanno davanti. Ma chi può saperlo? Solo i naviganti potrebbero raccontare ma, quelli ai quali tutto ciò è dedicato, non ci sono più.

Non fa niente, non importa, rimaniamo ugualmente qui a non dimenticare. Rimaniamo a rivolgere uno sguardo e un sorriso a questo luogo dedicato a loro, costruito nel nostro paese.

Un saluto topi, alla prossima!

M.

Il Ruio dell’Acqua

Io sinceramente non lo so come si chiama questo luogo, non so nemmeno se un nome preciso ce l’ha. So soltanto che da qui si può godere di un panorama fantastico. Si vede tutta Triora, si vede tutta Andagna e la chiesetta di San Bernardo. Tutta la vallata e la strada degli alti monti. So soltanto che c’è una fontana dalla quale sgorga perennemente dell’acqua limpida, fredda, cristallina. So soltanto che c’è la cappelletta di una Madonnina e un cavallo color mogano che ti saluta quando passi. Che sembra sorridere. So soltanto che è un posto magnifico e noi, alla fine, abbiamo preso a chiamarlo così: “Il ruio dell’acqua”.

– Andiamo lassù… là… da quel ruio d’acqua! -. Ruio, sta proprio a significare “acqua che scorre” nel nostro dialetto. Siamo appena sopra Triora, sotto a Goina, più precisamente sopra il Camposanto di Triora, per la strada che va a Sansone.

Siamo dopo il campo sportivo, dopo la vecchia Caserma della Seconda Guerra Mondiale (che stà decadendo) e che si affaccia sulla strada che un tempo era governata dalla Repubblica di Genova, la quale la considerava uno dei suoi migliori punti strategici.

Da qui, guardando verso Nord, si vede un grande faraglione, meta preferita dai centauri, e le rovine di una chiesa. Una chiesa molto grande.

Un’altra grande chiesa era quella della Maddalena ma, da come potete leggere sulla lastra d’ardesia, di essa, non si hanno più tracce dal 1942.

In questo punto dominante della mia Valle, gli abeti hanno un verde acceso, soprattutto nella stagione estiva e il praticello davanti alla sorgente permette ai topini di giocare in uno spazio che non è enorme ma pulito.

A rendere questo luogo particolare sono anche gli enormi cubi di ardesia sui quali si può mangiare un panino all’aperto, usandoli come fossero tavoli. E’ meraviglioso.

Poca gente sale fin qui, si è sempre molto tranquilli.

I due tornanti che portano in questo luogo passano nel mezzo di prati e orti e una lunga distesa d’erba, permette al cavallo color mogano, alto e muscoloso, di correre in libertà.

Dalla sorgente, un sentiero che s’inerpica tra le rocce della montagna, ci permette di giungere in cima al monte e non è difficile, nel giusto periodo, trovare qualche fungo. Ma ciò di cui non si può rimanere senza, venendo qui, sono le piante aromatiche come il Timo e l’Origano, dei quali il profumo, è così intenso che lo si sente già percorrendo i primi passi in salita.

E bellissimo è notare i falchetti. I piccoli falchi che girano in tondo, in alto, sulle nostre teste, per poi tuffarsi in picchiata, fino a sparire nel verde della Valle, una volta adocchiata la preda.

Anche le lucertoline ci tengono compagnia crogiolandosi al sole sulle taglienti pietre.

Il Ruio dell’Acqua, è un angolino davvero grazioso, completamente aperto su tutti i lati.

Siamo in cima ad un promontorio e ci si sente parte della natura. Non se ne può fare a meno.

Via dal rumore, dalla città. Venendo qui si gode di tutta la pace che si desidera. Una piacevole sosta.

Se poi si vuole, si può proseguire, alla scoperta dei magnifici itinerari che offre la mia Valle. Questa, è una delle tante porte d’accesso, ricordatevelo, subito sopra a Triora. Un bacione a tutti!

M.

Incompresa Edera

Oggi topini vi porto a conoscere meglio una mia amica. La mia amica è una pianta e si chiama Edera.

So che tanti di voi in questo momento staranno dicendo – Bleah! L’Edera… che banalità, e che pianta fastidiosa! Infestante! -. Oh! Topi cari, e si sbagliaste a pensare così? Lasciatemi spiegare.

Innanzi tutto, lo sapete che di Edera, come anche di altre piante, c’è il maschio e la femmina? Ebbene, per chi ancora non lo sapesse posso dire che la foglia maschio è quella dalla forma più triangolare, mentre la femmina ha la classica foglia a forma di cuore. Ecco! E già vi vedo a pensare qual’è la marrana o il marrano che si stà arrampicando sul muretto di casa vostra senza lasciarvi tregua. Ma cari, siete voi (no, non voi topini, ma voi esseri umani) che l’avete voluta! Scusate eh? Per “abbellire” le dimore, ma dovete prendervi il bello e il brutto di lei. Quella cresce, non sente ragioni!

Mi sto ovviamente rivolgendo a chi ne parla male senza ragionare che l’Edera non è certo una pianta da città. E si, è l’uomo che la sfruttata per decorare il proprio territorio, ma questa fantastica pianta in realtà, secondo me, ha un compito ben preciso che non è quello di rispondere all’estetica di chi non sa nemmeno poi come mantenerla. Credetemi, ho sentito davvero tante lamentele su di lei e un pò mi spiace.

Ma torniamo al suo “mestiere”. Ebbene, non ci crederete ma stiamo parlando di una delle piante più importanti in natura! E’ la pianta per eccellenza della vita! Dell’amore trascendentale. E’ una pianta terapeuta, è anche il Pronto Soccorso del bosco! No, non mi sono ammattita. Statemi a sentire e rispondete.

In un habitat perfetto come è il bosco, o la foresta, voi tutti sapete che l’Edera è ovunque giusto? Sbagliato. Osservate bene. E’ davvero ovunque? No. Se riuscite a guardare e osservare attentamente quanto è fantastica la natura, noterete che le piante sane, robuste, giovani e piene di vigore non hanno l’Edera attaccata a sé. Controllate, quando vedete un albero che pare soffocare dall’Edera che ha aggrappata a sé, che tipo di albero è. Cercate di ricordare se, per qualsiasi ragione, quell’albero ha potuto soffrire, ad esempio per un freddo troppo intenso, controllate anche il suolo nel quale è piantato. Vi accorgerete che, quella pianta, sta in realtà soffrendo, per un motivo o per l’altro. Sta soffrendo perchè è secca, è malata, è malnutrita, oppure le sue radici hanno subito un trauma dovuto ad uno smottamento del terreno. Ecco in questo caso giungere l’Edera e circondare sempre di più quell’albero sofferente, sempre di più. Perchè? Perchè vuole salvarla. Vuole sostenerla. Le sta dicendo, “Non ti preoccupare ci sono io a tenerti su!“. Non vi sembra?

Ora lasciamo perdere quella coltivata. Io parlo di funzione naturale. Di come si muove la natura senza la presenza o il volere dell’uomo.

E lo sapete cosa fa l’Edera una volta finito il suo compito? Si lascia morire. Il suo lavoro è terminato. Così come è arrivata, con altrettanto silenzio, se ne va.

Si topi, è così che funziona. Non è meraviglioso? State ancora detestando questa pianta come prima ora che sapete per che cosa vive? Ora che conoscete meglio la sua missione? Il suo unico scopo?

Vi dirò di più. A circondare l’albero che sta poco bene è solitamente l’Edera maschio. Pensate, così come accade anche nella stragrande maggioranza degli esseri viventi, colui che fa, che agisce è il maschio. La femmina è quella che pensa, che ragiona, che studia. Il braccio e la mente insomma. L’unione perfetta per salvaguardare un ambiente perfetto come il bosco. Molto più semplici degli umani, meno complicati, compiono solo il loro dovere.

E poi c’è un’altra cosa che devo dirvi. Avete presente quelle colonnine che si trovano solitamente nei sentieri montani con dentro le statuette della Madonna? Nella mia Valle, come sapete, ce ne sono tantissime. Ebbene non si sa ne’ il come, ne’ il perchè ma l’Edera che si arrampica su queste cappellette non ricopre la statua della Vergine. A volte, guardandole, mi è venuto da chiedermi “ma chi è che si prende il disturbo di venir fin qua a tagliare l’Edera che va davanti alla Madonnina lasciando quella intorno all’edicola?“. E invece no. Non la taglia nessuno, è la stessa pianta che non va sulla figura. A ciò, pare non esserci nessuna spiegazione scientifica. Mistero della natura, dell’Universo. Semplicemente uno dei tanti. Ma fateci caso, è proprio così.

L’Edera, che avvolge ogni cosa, persino le rocce che stanno per franare, non si permette di andare dove non deve. Trattiene le pietre ma non manca di rispetto a nulla. Non mi è mai capitato di vedere la Vergine Maria soffocata e aggrovigliata da un ciuffo di questo rampicante.

Detto questo, direi che dobbiamo davvero fare un inchino di ringraziamento all’Edera. Lei che se ne sta lì, nell’ombra e nell’umidità, pronta a salvare chi ne ha bisogno.

Lei che, come dice la leggenda, ha protetto Dioniso: Zeus, con una saetta, diede fuoco al corpo della madre di Dioniso e, l’Edera, sopraggiunse ad avvolgere quella donna in fiamme per difendere dal rogo il suo piccolo. Un piccolo bambino che divenne il Dio dell’innocenza, della spensieratezza, dell’amore ed è rappresentato sempre da un ramoscello di Edera. Prima di divenire Dio dell’estasi e del vino era infatti considerato “la linfa che scorre nelle piante”.

In India, l’Edera, è considerata il simbolo della concupiscenza, in Oriente dell’immortalità, in Europa della passione… lo diceva anche Nilla Pizzi e grazie al suo essere sempreverde è, perchè no, anche una pianta davvero simpatica.

Allora topini, cosa ne dite? Vi piace un pò di più questa pianta? Siete riusciti ad andare oltre a quello che solitamente rappresenta, per i più cittadini, ciò che siamo abituati a vedere di lei? Spero di si e ci sarebbero altre mille e mille cose da dire a suo proposito, perchè credetemi, ogni essere vivente, come anche una semplice pianta, è un mondo a sé. Ha un’intelligenza, uno spirito di adattamento, uno scopo ma soprattutto ha una vita.

Vi avvinghio calorosamente, la vostra Pigmy.

M.

Un viale di Eucalipto e un Ponte Romano

Topi cari, come vi avevo promesso, oggi vi porto a visitare un’altra parte del paese di Taggia. La parte in cui finisce il paese e si entra nel cuore della mia Valle. Il confine in pratica. La fine del paese e si va su verso i monti. Siamo in una  delle parti più conosciute del centro urbano.

Alla fine dei giardini e del viale di Eucalipto che costeggiano il torrente si può giungere ad una delle architetture più antiche della città.

Un ponte, chiamato appunto Ponte Antico.

Il viale è particolare. Da una parte ci fa ombra una fila degli alberi profumati che vi ho nominato, dall’altra invece, verso la strada, ad abbellire questa specie di parco, ci sono i Pini Marittimi. Già da qui, lo possiamo vedere. Il protagonista di questa nostra escursione.

Il ponte di cui vi parlavo e, subito sopra, il ponte dell’Autostrada dei Fiori. Sembrano formare uno strano disegno.

Ci avviciniamo ed essendo che, da qui inizia la Valle Argentina, una lastra d’ardesia, con una ormai familiare frase incisa sopra, non poteva mancare: ” Umana dignità unì in lotta per la libertà i comuni della Valle Argentina. Viandante che risali questa valle rammentane l’impegno civile, i caduti, il sacrificio. 1943-1945“.

Eccoci giunti al ponte. Guardate la pavimentazione com’è particolare. Che pazienza questo intersecarsi di pietre!

Siamo su un ponte lungo 260 metri, a 15 arcate, alcune delle quali, ancora di Epoca Romana.

Questo eccezionale ponte ha seguito l’alveo del fiume.

Le strutture più antiche, le prime da Levante, sono databili entro la prima metà del XIII secolo, successivamente, sono state aggiunte tutte le altre, con uno sforzo continuo della Comunità, particolarmente attiva fra il XVII e il XVIII secolo.

Due arcate sono state invece ricostruite dopo un crollo a causa del terremoto del 1831.

Sotto di noi possiamo vedere il torrente Argentina. E’ impressionante notare il ghiaccio attorno agli scogli bianchi che fanno da ostacolo all’acqua. Un ghiaccio che brilla al sole. Poveri pesciolini e povere paperelle! Nido ideale di parecchi volatili come: Piccioni, Gabbiani e Germani.

Giunti a metà possiamo vedere, laggiù in fondo, Villa Curlo e l’altra parte di ponte che ancora dobbiamo percorrere.

Il paesaggio è bellissimo e pittoresco. Ad incorniciare questa costruzione, oltre alle campagne intorno, dei Cipressi e la montagna sotto Castellaro.

Arrivati qui possiamo voltarci indietro e ammirare il centro storico di Taggia in un solo sguardo. E’ meraviglioso. Sembra un grappolo ma non di uva, di case.

I suoi colori, le sue scuole, il suo verde e le sue Fortezze.

A spiccare però sopra il tutto, il Castello con la bandiera dei colori del paese. Una grande struttura militare che pare dominare ancora oggi. 

Da questa struttura sulla quale siamo, le vedute sono tutte spettacolari e da qui possiamo vedere dall’esterno, il viale che fa da accesso a questa via e sembra il merletto di un meraviglioso vestito.

Non poteva mancare, nemmeno qui, una cappelletta dedicata alla Madonna. Come già sapete è fortissimo, nella mia Valle, il culto mariano e in ogni luogo, il popolo si sente protetto. Maria, al suo interno, è disegnata con un vestito nero e, sotto di lei, una lunga preghiera in latino rimane scritta dietro ad un piccolo, piccolissimo mazzolino di fiori. Dietro alla Madonna, nel disegno, viene rappresentata una struttura che pare proprio essere un ponte con tutte le sue arcate.

Continuiamo a camminare, guardate che belle le panchine che hanno creato incastonate nella balaustra a muretto del ponte. Delle semplici pietre piatte per sedersi, riposarsi e ammirare il paesaggio.

E’ impressionante camminare qua sopra e sapere da quanti anni ci sono questi massi a reggerci.

Sì, le manutenzioni vengono fatte molto spesso ma, alla fine, sono solo controlli. Questo ponte è stato realizzato alla perfezione!

C’è tanto del passato e si denota proprio, contro tutto il resto, un’epoca diversa in questa caratteristica costruzione. Si differenzia da tutto ciò che i nostri occhi vedono.

Siamo giunti alla fine e, davanti a noi, la strada si divide. Ci troviamo davanti a un bivio. Da una parte, verso sinistra, si va a Villa Curlo mentre, scendendo a destra, ci si inoltra nelle campagne di Taggia, al di là del fiume, dove è facile veder trottare spesso bellissimi cavalli.

Anche questo tour è giunto al termine.

Zampetto subito a prepararne un altro tutto per voi. Un grande squit e una strofinatina con i baffi. Vostra Pigmy.

M.

Mini Lourdes

Si cari topini, nella mia valle non ci manca proprio nulla. Abbiamo addirittura quella che potrebbe essere considerata una Lourdes in miniatura, ma non bruciamo le tappe, andiamo con calma a conoscere questa bella zona della mia terra.

Per farlo meglio, ci arrampicheremo su per la vallata tra boschi e uliveti, fino ad arrivare ad un grazioso paesino chiamato Montalto ma, anzichè inoltrarci in lui, deviamo all’inizio del paese, a destra, perchè la nostra destinazione è il Santuario della Madonna dell’Acqua Santa.

Si, si, un Santuario, protagonista di una bella vicenda.

Non posso nasconderlo, in ogni angolo dei miei monti c’è una Madonna onorata o un tempio dove poter pregare. Sono però così belli, creati per sentiti motivi e, contornati da posti così magici, che non posso non farli conoscere anche a voi. Parliamo sempre di secoli passati e, null’altro c’era ad alleviare il cuore dei nostri antenati.

Innanzi tutto, ad accoglierci, un meraviglioso mulino. Guardate, sembra il paesaggio di una fiaba. C’è proprio tutto, accanto al mulino ovviamente, pure un frantoio con tanto di macine, anche se oggi non sono più usate, ed è adibito soltanto come abitazione.

Eccoli immersi totalmente nella natura. Accanto a loro scorre un torrente dalle cascatelle di spuma bianca. Per poter raggiungere il nostro luogo, dovremo passare sul ponte di legno che vedete nelle foto e credetemi che mette davvero i brividi pur essendo molto solido e sicuro. Per chi soffre di vertigini non c’è pericolo però, il ponte non è poi così alto, potete stare tranquilli. Spaventa molto di più il rototototò che provocano le ruote delle auto sulle sue assi che tutto il resto.

Stiamo per immergerci in una zona molto ombrosa, ricca di vegetazione e per questo anche molto umida.

Al di là di questo ponte, rifatto a nuovo da poco tempo, in inverno è facilissimo infatti dover attraversare lastroni di ghiaccio nei piccoli tornanti, bisogna fare quindi molta attenzione anche perchè, essendo una strada di montagna, a farci da guardrail sono soltanto i castagni e qualche quercia.

L’aria è frizzantina e si sente già, pur essendo solo ai primi di ottobre, profumo di legna bruciata.

Sorpassato colui che ci permette di attraversare il torrente, iniziamo a salire. Saliamo per il bosco e per le fasce fino a giungere presto in uno spiazzo tra gli alberi dove, nella più totale pulizia, ci sono parecchi tavoli e panche di legno. Su un cerchio di corteccia c’è scritto “Area pic-nic”.

La prima cosa che notiamo prima di giungere al nostro Santuario è un’altissima croce piantata a terra circondata da sassi bianchi come il latte, intorno alla quale, si può fare manovra con la macchina. Siamo nel silenzio più assoluto. Dopo di lei, un’altro simbolo, questa volta non rivolto al Signore ma alle persone, agli uomini che tanti anni fa, hanno perso la loro vita in quei punti, per amore della propria patria.

L’uomo di oggi ha dedicato loro un monumento, una statua scolpita nel marmo bianco che rappresenta un reverendo e un civile ormai prossimi alla morte. Sui loro volti è dipinta la sofferenza. Sotto di loro, la lista di tutti i nomi dei caduti e la scritta, ” pace per le vittime, perdono per i colpevoli e concordia per tutti “, è davvero toccante.

Intorno a loro, tantissimi fiori e nastri con il tricolore della nostra bandiera.

Dopo essersi soffermati a pensare (consiglio da topina… vi fa sempre bene), torniamo ad incamminarci verso il luogo sacro che vogliamo visitare. Eccoci alla fontanella che un tempo abbeverava i soldati, i contadini e oggi i pellegrini. L’acqua è freschissima e pulita, ma…da dove arriva? Ebbene, qui vi volevo. Si, perchè è proprio questa sorgente che si dice essere… miracolosa! Ma, ancora un attimo, non è giunto il momento di raccontarvi la bella storia.

Ammiriamo prima la nostra meta in tutto il suo splendore. Il Santuario.

Dovete sapere che, il rapporto con l’acqua sorgiva, per le persone delle Alpi e delle Valli come la mia, assume sovente un valore sacrale. Ecco il perchè della costruzione di questa bellissima chiesa. Siamo nel XV secolo e il forte impeto religioso dei nostri avi, fa costruire questa chiesa che verrà del tutto ultimata, anche dei suoi abbellimenti finali, soltanto nel 1887, dopo che il terremoto ne ha distrutto quasi metà.

Regna tra gli alberi con un piazzale davanti che permette ai cori, nelle sere di Natale, di esibirsi davanti ai devoti.

Purtroppo non possiamo entrarci dentro perchè la aprono soltanto in rare occasioni ma possiamo girarci intorno e notare quanto è bella e quanto è grande, scorgere la sacrestia e accorgerci che, dopo di lei, la strada finisce. Ossia, continua una mulattiera che porta nei boschi e in qualche coltivazione ma, la strada, non permette più alle auto di passare. E’ bellissimo però fermarsi e raccogliere corbezzoli e mele selvatiche.

Che colonne! Che finestroni! E che campanili! Ma come mai tanta maestosità in un luogo quasi sperduto nel mezzo di folti arbusti e alti alberi? Come mai i pii hanno voluto simboleggiare così, il loro Credo? Scopriamolo insieme.

Di fianco a questa casa del Signore, c’è un sentiero che s’inerpica su per la montagna. A costeggiarlo, una ringhiera di legno poco stabile e degli scalini scavati nella roccia sono ricoperti di ciuffi d’erba e Non Ti Scordar Di Me.

Una specie di cupoletta in legno fa da indicatore e, sopra di essa, un piccolo tettuccio la ripara, in inverno, dalla neve.

Seguiamo l’indicazione. C’è altra gente curiosa come noi, con in spalla grandi zaini pieni di roba e scarponi da montagna. Chissà da dove arriva. Iniziamo la camminata che vi assicuro non è lunga per niente ma è un pò in salita.

Ancora una tavola, questa volta attaccata all’inizio della ringhiera.

Leggiamo “Alla grotta dell’apparizione”. Oh Mamma Topa! Affascinante! Andiamo a vedere!

Leggenda o realtà? Nessuno può saperlo ma, quel che si dice, è questo: correva l’anno 1433 e un uomo molto buono, ma anziano e assai malato, riuscì a guarire da tutti i suoi mali dopo aver pregato a lungo la Vergine, la quale gli disse di lavarsi il corpo proprio con quell’acqua santa che sgorgava dalla fontana.

Proprio lei, la sorgente di Montalto.

Questo fu il luogo del miracolo e, ancora oggi, è meta di molti fedeli. E’ infatti proprio qui che, in una piccola cavità nella roccia, troviamo una Madonnina tutta bianca, con un rosario appeso al collo, che vuole avvolgere tutti con le sue piccole braccia aperte.

Ai suoi piedi, il luogo di preghiera, è caratterizzato da una piccola panca in pietra e ardesia e, le donne di Montalto, spesso, a turno, scendono in giù dal paese fino al Santuario per ornarla di piante, fiori, ceri e lumini.

Tutti qui le vogliono bene e si sentono protetti dalla sua benedizione. Un punto del bosco ricco di pace, nel quale anche noi topini  possiamo stare sereni.

Alla prossima gita roditori! Vostra Pigmy.

M.

La piccola chiesetta di Arma

Eccola, lei sorge qui, nella pietra, dentro una roccia.

Il campanile dell’Agave, distaccato da lei, le regala il rintocco delle campane, solo una volta, solo una sera d’estate. È un luogo di preghiera sottostante la fortezza di Arma di Taggia, il primo paese della Valle Argentina, anche se i più precisi direbbero che, in realtà, la vallata inizia dopo Taggia, in su, verso i monti.

Nel punto in cui sorge la chiesetta, finisce questa piccola cittadina di Arma e inizia il paese di Bussana.

Lei da qui domina sul mare. Quello che le pietre che la compongono vedono è un panorama che lascia estasiati, soprattutto se si pensa che al mattino presto, quando il cielo è terso, lo sguardo può catturare addirittura i monti della Corsica.

È la piccola chiesetta dell’Arma o, tempo fa, dell’Alma, il cui vero nome è “Santuario – Grotta della S.S. Annunziata”.

La Madonnina, vestita di bianco, prega alzando gli occhi al cielo e protegge il suo paese. È sempre lì: di notte, di giorno, d’estate, d’inverno. Governa su questo Santuario, ricreato in una grotta.

Una grotta che porta tracce di un’ epoca preistorica, lontana. Al suo interno, dove potete notare il particolare soffitto di pietra, sono stati rinvenuti tre frammenti di cranio di uomo di Neanderthal, senza contare vari utensili e resti di animali anche più recenti, come iene, ippopotami, elefanti. Tali cimeli sono esposti nella sala principale del Museo Borea di San Remo.

Attraverso i secoli, questa roccia venne più volte conquistata nonché incendiata da barbari e saraceni, nemici degli antichi Liguri. Al suo interno, sono conservate statue e sculture di alto pregio, appartenenti alcune alla scuola genovese del ‘700, altre a scultori locali, come i bassorilievi nell’altare. La grotta interna è molto umida e fredda, anche in piena estate si ci entra con la giacca a vento. Pensate che entra dentro la pietra di ben 55 metri, senza contare tutta una serie di cunicoli, che scendono anche in profondità per un totale di circa 100 metri. 350 sono invece i metri cubi, dei quali 140 sono occupati dalla chiesa, dall’inizio del XII secolo circa. Inoltre, è orientata su un asse Nord-Sud, per poi piegare, dopo 40 metri dall’entrata, con una netta curva di 90° verso Est. A vederla, dalle sue finestrelle sbarrate da grossi tubi di ferro arrugginito, sembra in realtà piccolissima, ma è un’illusione, perché la sua profondità, come abbiamo visto, è ben più spettacolare. Nessuno, entrando dalla sua porticina di legno, si aspetterebbe tanto. Quest’ultima è dedicata alla Beata Vergine Maria, testimonianza di un’epoca anche romana, oltre che preistorica, che ha fatto sì che questo luogo sia divenuto nel tempo di grande interesse per archeologi e scienziati.

Tuttavia questo piccolo tempio non ha conosciuto solo queste civiltà. La nostra Madonnina vestita di bianco potrebbe senza difficoltà narrare di pirati che terrorizzarono tutto il sud dell’Europa e s’impossessarono proprio di Arma di Taggia, sconfiggendola a suon di cannonate e scimitarre.

La Madonnina ha conosciuto i saraceni, i musulmani del nord dell’Africa, abili conquistatori. Eppure continua a stare lì, impassibile, grande punto di riferimento di questo paese che si affaccia sul mare. E resta ferma a guardare tutti i colori che le regala il cielo a volte azzurro, spesso rosa, e quel manto di acqua salata che s’infrange contro gli scogli.

Sempre lì, uguale a quando ero bambina, a quando era consuetudine andare a passeggiare sulla spiaggia fino alla fortezza, fino alla chiesetta, per poi tornare indietro come se oltre, non esistesse nulla. Ci bastava arrivare fin sul suo piazzale, guardare Arma, tutta, con un solo sguardo, lanciare una monetina tra le sue grate ed esprimere un desiderio.

Pigmy.

M.