Non rubate a Topozia!

Quel giorno topozia era giù nell’orto dietro casa.

Era un afoso pomeriggio di luglio e il sole era appena sceso dando la possibilità di raccogliere gli ortaggi senza crepare di caldo.

La casa di topozia è cosiffatta: antica, coloniale; una bella facciata sul davanti, chiusa da un cancello grigio, e un’entrata principale che da su un piccolo cortile. Si gira intorno, si passa sotto un portico laterale e si arriva dietro, nella corte, alla campagna. E… chi girò dietro casa quel giorno, furono i Carabinieri.

Topozia stava rastrellando di fianco all’insalata facendo molta attenzione a non sciupare i teneri germogli. Con il vento della sera prima, parecchie foglie e alcuni fiori si erano staccati dal Glicine color lilla ed erano andati a posarsi sulla coltivazione. Alzò il capo lasciando la schiena curva verso le zolle.

I due gendarmi, vestiti di nero, le fecero prendere un coccolone. Si asciugò il sudore con la mano sporca di terra. Con l’altra mano, si appoggiò al manico del rastrello piantato al suolo cercando di far riposare il fisico.

Un piccolo paesino e tutti si conoscono.

Il Brigadiere la chiamò per nome parlando la sua stessa lingua; quante volte da bambino aveva giocato in quella campagna con mio padre, mentre, sua madre prendeva il caffè proprio con mia zia.

– I te intran in cà e ti mancu ti te ne acorzi? – (Ti entrano in casa e tu nemmeno te ne accorgi?) disse l’ufficiale alla mia anziana parente.

Topozia era perplessa “Ma cosa stà dicendo questo qua?”, “Ma chi è entrato in casa?”. In quel mentre, un altro Carabiniere raggiunse i due colleghi strattonando un ragazzino trasandato.

– Sono suoi questi? – chiese il giovane in divisa mostrando a mia zia un mucchio di piccoli oggettini gialli luccicanti. Topozia trasalì. L’anello di sua mamma, l’orologio del suo povero marito, collane, bracciali, medaglie, tutti i suoi ori preziosi. I suoi ricordi più grandi.

Per le persone anziane, questo è un gran valore. Quegli ori… ma come potevano essere in quel palmo? Quegli ori erano sempre stati nel portagioie. Cosa ci fanno qui? E poi i soldi, quei pochi contanti che chiunque tiene in casa, alla portata di tutti, per comprare la prima cosa che viene in mente, che occorre. Pochi si… ma suoi! Di topozia!

E quello sbarbatello non aveva l’espressione pentita. Il ladruncolo di monili e banconote pensava forse di avere anche ragione. Penso fu questo che fece scattare la molla selvaggia della sorella di mio nonno. Quell’aria strafottente, che tante volte gli ha fatto da scudo, che probabilmente ha dovuto imparare ad usare fin da piccolo, a zia però, non piacque. Imbracciato il rastrello, e aggrottato la fronte, la rotondetta signora, iniziò a suonargliele di santa ragione davanti alle forze dell’ordine e, il poverello, non poteva nemmeno ribellarsi sapendo di essere in pieno torto e davanti ai tre uomini. Subiva, borbottando, lo sfogo. E zia giù, con tutta la forza che aveva. 87 anni di vigore inviperito.

Uno sconosciuto si era permesso di entrare in casa sua e andare a rovistare per le sue stanze mentre lei lavorava la terra. Quelle mani avevano toccato le sue maniglie in ottone e, quelle scarpe, calpestato, piano, senza fare rumore, i suoi pavimenti. Il tutto, dopo aver scavalcato un cancello chiuso e aperto un portone, chiuso anch’esso, con due giri di chiave. Inaccettabile.

– Brutu disgrasiau che ti nu sei autru! Maladetu, sa te piu ca te ciapu ben a te ne daggu tante che pi’n pò ti te ghe pensi ben de vegnì a rumpe e cuje chie a ca mea!… Vergugnusu fiu de na bagaina!…. – (Brutto disgraziato che non sei altro! Maledetto, se ti prendo bene te ne do tante che per un po’ ci pensi a venire qui a rompere le balle a casa mia! Vergognoso figlio di una…. ehm… beh… questa non la traduco).

E giù botte da orbi. Inutile dire che un minimo sorriso, alle guardie, scappò, finchè il Brigadiere, alzando gli occhi al cielo, tentò di fermarla – Alè, basta adesso, un pò gliene hai dato! –

– Maresciallu, levaimelu vui da sottu a-e mae, perchè mi a nu me fermu! Pelandrun! – (Maresciallo (topozia da’ i gradi ai Carabinieri a casaccio) levatemelo voi da sotto le mani perchè io non mi fermo! Pelandrone!).

Insomma topi, datemi retta, non rubate a topozia!

Noi liguri… abbiamo carattere!

Squit!

M.

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Altri proverbi

E oggi eccovi un altro elenco di proverbi liguri come già una volta vi avevo postato. Santi proverbi! Quanta ragione aveva chi li inventava! Chissà se anche questi, come alcuni che vi avevo fatto conoscere, esistono anche dalle vostre parti, magari trasformati un po’ e, ovviamente, nel vostro dialetto!

1- Di ciapetti di atri nun te mescià se ti voeu vive in paxe e nu ratelà.

1- Non ti curare dei pettegolezzi degli altri se vuoi vivere in pace, senza litigare.

2- Desàndio, cicchetti e poca cua portan l’ommo a a seportua.

2- Disordine, bicchieri di alcool e poca cura portano l’uomo alla sepoltura.

3- I assidenti i sun cumme e foje, chi i caccia poei i raccogge.

3- Gli accidenti sono come le foglie, chi li getta poi li raccoglie.

4- L’è meju andà a cà cu unna raxon mal diita che cu a testa rutta.

4- E’ meglio andare a casa avendo torto che con la testa rotta.

5- I erroi dei meighi i asconde a terra, cheli dei ricchi i ascundun i soudi.

5- Gli errori dei medici li nasconde la terra, gli errori dei ricchi li nascondono i soldi.

6- Cu u mè i se piggian e vespe, cu e grame mancu a peste.

6- Con il miele si prendono le vespe, con le cattive non si prende nemmeno la peste.

7- Maiu, malanni e guai i nu mancan mai.

7- Marito, malanni e guai non mancano mai.

8- Trottu d’anse e foegu de paja pocu duan.

8- Trotto d’asino e fuoco di paglia durano poco.

9- Coae de lavurà sautame in dossu e travaia pe mi che mi a nu posciu.

9- Voglia di lavorare saltami addosso e lavora per me che io non posso.

10- Quandu i sun figge i gan quattru brassa, quandu i sun mariae ghe n’an due ben passe.

10- Quando sono ragazze hanno quattro braccia, quando sono sposate ne hanno due molto appassite.

Ecco, vi sono piaciuti? Spero di si. Mi piacciono tanto i proverbi che, nel nostro dialetto, si indicano come “modi de dì” ossia “modi di dire”.

Io vi abbraccio e vado a prepararvi un altro post!

M.

Filastrocca per Ballare

É in queste giornate di festa che, nella maggior parte delle famiglie, dopo aver mangiato, bevuto e scartato i doni, si inizia qualche ballo folkloristico nelle case o nelle sale prenotate per stare tutti insieme appassionatamente.

Gli uomini anziani sono sempre i più spigliati, mentre le donnine, arrossendo, rifiutano parecchie volte credendo di non essere in grado di portare a termine la danza in programma. Quando accade così, la colpa è sempre del marito (nel ballo è colui che conduce, e con un buon portatore si dice che chiunque riesca a muovere i piedi coordinatamente e a volteggiare come una farfalla). È per questo che gli amici iniziano a canzonare il malcapitato, soprannominandolo “palo” o “manico di scopa”, canticchiandogli questa simpatica filastrocca:

Bala, bala, Giancuseincalla, ta mugge perchè a nu bala?

Balà a nu bala perchè a nu sa, faila balà che a imparerà!

Che in italiano significa:

Balla, balla, Giancuseincalla (colui che si osa. Gian è un nome tipico), tua moglie perchè non balla?

Ballare non balla perchè non lo sa, falla ballare che imparerà!

Be’, che dire, a questo punto il povero consorte non può certo tirarsi indietro!

Vi saluto zampettando e, fiato alle trombe, BUON ANNO A TUTTI! INIZIATE IL 2012 NELLA MERAVIGLIA E NELLA FELICITA’.

LA VOSTRA TOPINA PIGMY!

M.

Pigmy e la testa tra le nuvole

Cari roditori, quest’oggi, vorrei allietarvi nuovamente con una delle mie tante avventure. Infinite, oserei dire, in quanto continuano ad accadermene. Il bello di questa che sto per raccontarvi è che mi accadde al mattino, appena sveglia, quando ancora non hai infilato la spina e, di acceso, hai soltanto un piccolo led nel cervelletto che riesce solamente a farti lavare le zampette, gli incisivi, il muso, e dare due lappatine ad una ciotola di latte.

Quella, era una bella mattina di sole. Esco con il mio topo cane per andare al lavoro. Come mi succede sempre (figuratevi quindi appena sveglia) pensavo alle cose mie. Si, ho sempre la testa tra le nuvole. Passo le giornate a scusarmi con la gente che mi accusa di non averla salutata il giorno prima.

A parte il fatto che, definirmi miope, è come farmi un complimento (mia madre dice infatti che all’ospedale dei roditori la sua vera figlia è finita nella famiglia delle talpe, nostre vicine di tana) ma sono davvero sempre a pensare alle mie cose, vivo in un mondo tutto mio.

Bene, quella mattina, usciamo dal mulino. Il mio cagnone davanti e io dietro. Probabilmente topocane mi stava anche parlando ma, chi può saperlo, chissà dov’ero io con la testa.

So solo che, non sentendo arrivare risposte dalla mia bocca si gira per guardarmi e….. magolamagamagia! Puff! Io non c’ero più.

Si! Stavo tranquillamente zampettando – trallalà, trallalà – quando, ad un certo punto, il vuoto sotto di me, e sono stata ingoiata dalle viscere della terra. Niente panico, vi spiego meglio.

Ho messo una zampa su un tombino ma, esso, anzichè reggermi, ha pensato bene di basculare scendendo da un lato e aprendomi così le porte dell’inferno. Sono praticamente rimasta con una gamba dentro e l’altra fuori, in alto, stile Nadia Comaneci, dato che ero incastrata con il bacino (e meno male, altrimenti a quest’ora ero in Australia).

Il mio cane, che è un cane di grossa, ma molto grossa taglia, si è così tanto spaventato da sfilarsi il guinzaglio e iniziare a saltellare sul bordo del tombino guardando disperatamente la voragine sotto di me. Sul suo viso era dipinta l’espressione che diceva “Questa volta la perdo!“. Volete che vi descrivi invece anche l’espressione di un signore che passava e mi ha scorto poi tra le zampe del cane saltellante, vedendo di me, solo la testa e un piede? Volete anche che vi dica che eravamo davanti al bar (nel centro del paese) pieno di gente che faceva colazione? Dettagli che fanno la differenza.

Ovviamente il signore, anche lui abbastanza di grossa taglia, dopo aver boffonchiato un “Ma porc……“, si è precipitato subito a soccorrermi.

Con una mano prende me per un braccio e con l’altra prende il cane dal collare e, grida a me – Stai fermo un attimo! – e al cane – Dai, salta su! -. Io ero davvero fermissima anzi immobile e, il cane, già saltava parecchio.

Riordinata la confusione mentale e riuscito a bloccare il mio amore peloso, si rivolge a me con più magnanimità – Signorina… ma cosa combina… – sempre la stessa frase, che mi sento dire da anni.

Dai, mi dia la mano venga -. E tira, e tira, e tira. Niente. Un pò mi dava del “Tu” e un pò del “Lei”, era in confusione anche lui.

Credendo fossi rimasta incastrata con le anche, il signore a momenti sviene. Ma vi pensate se avessero dovuto tagliare tutto il marciapiede per liberarmi? In realtà quello che mi tratteneva, ma al signore non riuscivo a dirlo perchè ridevo come una matta, era il fango nel quale ero sprofondata che, come le sabbie mobili, mi avvinghiava con forza la gamba e i jeans puliti.

La gente intanto stava iniziando a fare la fila per vedere lo spettacolo e, miracolosamente, il gentil signore, ad un certo punto, riesce a scardinarmi da lì tirando su: me, chili di pietrisco, terra e fanghiglia.

Il gestore del bar, che è un amico, accorso tra i primi assieme al passante, non riusciva a respirare da tanto che rideva e, non so chi, ha chiamato rinforzi. Fatto sta che, in men che non si dica, ero circondata da vigili e ambulanza.

Non ce n’era affatto bisogno ma qualcuno si è probabilmente preoccupato tanto da mandare persino il veterinario.

Si rideva tutti, ma ringrazio chi comunque, ha chiesto aiuto (un topovigile, mi ha anche aiutato a pulirmi). Ho portato per due mesi circa, una palla grossa come un’arancia nella chiappa sinistra con tanto di ematoma. Un ematoma, per intenderci, che dovevo massaggiare tutti i giorni per farlo andare via. Non potevo nemmeno sedermi. Oggi, il barista ancora ride e, il mio cane, ogni tanto mi dice – Te l’ho detto mille volte di non andare a visitare le fogne che lì, i ratti son cattivi -. E ora ridete anche voi, è finita, ridete pure.

A tutti, un abbraccio fangoso.

M.

Una bellissima storia d’amore

Vorrei raccontarvi una storia che ho vissuto e mi ha molto colpita.

Si tratta di una storia che descrive quanto forte può essere l’amore, una storia che può sembrare come tante, ma quando una situazione così la vedi con i tuoi occhi è fantastico. Vi parlo quindi di una coppia, marito e moglie, di circa sessantacinque anni, nonni di un caro amico del mio topolino.

Un pò di tempo fa, il marito stava andando come ogni mattina, con la sua bicicletta, a fare un giro sulla nuova pista ciclabile per poi tornare a casa, andare a fare la spesa e prendere il nipotino che, a mezzogiorno, usciva da scuola. Quel giorno però la moglie si sente chiamare al telefono da una conoscente che, tutta trafelata, le comunica che suo marito aveva avuto un’incidente con la bici e lo stavano portando all’ospedale.

Cosa sia successo non si saprà mai, le telecamere erano spente e nessun testimone ha parlato, hanno fatto solo ipotesi: un cane in mezzo alle ruote, un bambino uscito all’improvviso, un altro ciclista, un malore; qualcosa lo aveva fatto cadere e, urtando a terra violentemente con la testa, andò in coma perdendo completamente la memoria.

I medici hanno dovuto asportare, durante ben tre operazioni, un ematoma grande come una mela e, purtroppo, anche parti di materia cerebrale. Il suo coma è durato un mese, poi è stato circa quattro mesi in stato vegetativo, muovendo solo gli occhi e ascoltando e, piano piano, altri sei mesi, camminando a malapena con il girello, e avendo le movenze di un neonato. Stava seduto ma doveva essere imboccato, cambiato, lavato… insomma, non era per niente autosufficiente.

Dopo quasi un anno di ospedali, tra quello in cui l’hanno immediatamente ricoverato e la clinica nel quale è stato tanti mesi dopo, i medici decidono di parlare con la moglie e dirle come realmente stavano le cose.

Signora, abbiamo fatto tutto il possibile. Purtroppo di più non possiamo ottenere, lo trasferiamo in un ricovero adatto a ricevere persone come suo marito, ci dispiace molto, ma come le avevamo detto non potevamo aspettarci miracoli -.

La signora andò a visitare quel luogo dove persone specializzate avrebbero accudito colui che fino a qualche mese prima era stato il suo compagno di vita. Quella specie di ospizio, non le piacque per niente, e prese la sua decisione.

Se mettete mio marito là dentro, nel giro di un mese morirà. Lo porto a casa con me -, – Signora, ma lei sta scherzando? Non ha idea di cosa voglia dire! Si affidi a questo centro, mi dia retta – consigliò il dottore ma, la moglie, convinta, non ne volle sapere; firmò tutto quello che doveva firmare e si portò il marito a casa senza un briciolo di speranza nè di preparazione. Solo una fonte smisurata d’amore la stava guidando e la stava facendo scegliere.

Fu come veder crescere un bambino; un bambino che impara a fare la pipì nel vasino e poi nel water, che impara a camminare staccando piano le sue mani dalle tue, che impara a tenere una forchetta senza ficcarsela in un occhio. Un bambino che impara a riconoscere i volti dalle foto e dai video. E dal tatto. Che non sa che le due donne che lo abbracciano sono le sue figlie e l’anziana che ogni tanto va a trovarlo è sua mamma. Che dorme solo se gli viene letta una favola e non è capace ad usare il telecomando. Che chiama sua moglie “Moglie“, senza sapere cos’è una moglie. Che ama quella donna perchè è la sua colonna ma non sa di averla amata per più di trent’anni.

Ebbene, oggi, quest’uomo, va da solo a raccogliere i limoni nell’orto, ha imparato ad attraversare la strada, scende sotto casa con il nipotino giocando con lui come se avesse la sua stessa età. Va a farsi brevi giri sul lungomare e saluta la moglie che lo guarda dal balcone come a dover stare un mese senza vederla.

Quando lei ha chiamato i Servizi Sociali per comunicare che non aveva più bisogno della fornitura di pannoloni, non le hanno creduto e hanno continuato a mandarglierla, finchè lei, ha preso tutti i pacchi e li ha portati indietro, in sede, dicendo con soddisfazione che suo marito andava in bagno autonomamente.

Ogni tanto fa i capricci, magari non vuole la minestra, vuole la pasta, oppure non vuole vedere gente, oppure ha sonno ma sentirlo che dice alla moglie – Ti voglio bene – e le manda i baci è commovente. Ha dovuto imparare tutto, riconoscere tutto e tutti, è dimagrito tantissimo ma è il miracolo al quale nessuno credeva. Lei è felice. E’ come se di nipotini ora ne avesse due ma ha ancora suo marito in casa con lei che le tiene compagnia, la guarda e le sorride.

Non si sa se potranno esserci ulteriori migliorie o quello è il massimo al quale si poteva arrivare. Per i medici è già tanto e incredibile. Le potenzialità del cervello umano sono, ancora oggi, parecchio sconosciute ma, a tutti noi, basta e avanza.

Ci basta vederlo per sorridere, alzare gli occhi al cielo e pensare che, realmente, sarebbe morto in quel posto, invece, va a raccogliere i limoni perchè a sua moglie piacciono tanto.

M.