La Topina e il Tafano vanaglorioso

Sì beh, mi rendo conto che parlarvi di un Tafano e non avere neanche una mia foto di lui è una figura un po’ barbina da parte mia ma, il signorino, di cui a breve vi parlerò, antipatico fino al midollo, non si è nemmeno lasciato fotografare. Avrei tanto voluto immortalare le sue sfumature blu e verdi, metallizzate, che brillavano sotto il sole (l’unica cosa che aveva di bello) ma non mi ha permesso neanche questo.

Fatemi raccontare come andò la mia avventura con Tafano che, a tutti i costi, volle il suo momento di gloria.

Una splendida mattina di sole, dopo aver sceso il crinale del Monte Frontè, passando dal Passo di Garlenda per raggiungere Colle del Garezzo, mi resi conto, come spesso mi accade in Valle Argentina, che tante erano le cose da fotografare in quanto bellissime. Anche Topo Fotografo, che era con me, ebbe la mia stessa idea e decise di allontanarsi di qualche metro da dove eravamo per scattare fotografie alla meravigliosa flora di quel luogo assai colorata.

Le zone d’ombra erano rare pertanto andò a imboscarsi in mezzo a un gruppetto di alberi che permettevano di percepire un po’ di frescura.

Eravamo su un terreno che scendeva ripido, tra massi chiari e ciuffi d’erba, un sentiero in cui Madre Natura offre tanti doni profumati.

Io decido di aspettare, il mio compagno di escursione sul cammino, ammirando diversi insetti che, laboriosi, si cibavano del nettare dei tanti fiori colorati e, proprio mentre sono incantata a guardare lo svolgersi di quelle attività naturali, un presuntuoso Tafano (maschio – buongustaio) decide di venirsi a nutrire attraverso lo sfruttamento di una mia zampa.

La “puntura”, che in realtà è un risucchiamento, è assai dolorosa, me ne accorgo subito e lo scaccio da me velocemente.

Mai nessun animale e neanche nessun insetto, per chiudere un insieme, si era permesso una tale sfacciataggine nei miei confronti. Ma non è finita qui.

Albagioso come pochi e determinato a succhiarmi la linfa vitale peggio di un vampiro energetico, l’audace moscone continuava a venirmi appresso per farmi succhiotti come un adolescente alle prime armi. Ebbene, dovete sapere che le femmine del Tafano (Tabanidae) pungono e succhiano mentre i maschi succhiano soltanto senza perforare.

<< Sciò! Sparisci! >> gridavo agitando le zampe per mandarlo via.

Cercavo di farmi sentire da lui ma anche da Topo amico che, probabilmente, sarebbe accorso in mio aiuto contro quell’insistente spasimante ma era troppo impegnato ad ammirare la beltà del luogo e quelli, lo so, sono momenti in cui anche arrivasse una tigre mi direbbe << Aspetta un secondo, stai ferma, scatto ancora due foto e arrivo >>. Mpf! Che vita dura quella della Topina!

Insomma che, da sola e indispettita, stavo iniziando ad arrabbiarmi sul serio. La zampa mi faceva male e un piccolo borlo rosso/violaceo la stava colorando. Davvero mi chiedo come si sia permesso quel tipo. Che strafottenza quelli che vivono in cima ai monti!

Decido di spostarmi. “Forse sono in casa sua e gli sto dando fastidio” penso. Niente. “Mancu pu u belin!” come si dice palesemente da noi, di cuore, di pancia, quando qualcosa non trova la fine.

L’indisponente e arrogante insetto mi seguiva agguerrito.

Sentii ad un tratto una vocina urlare << Sei mia!!! >> e, poco dopo, a quella frase, se ne aggiunse un’altra << Ragazzi!!! All’arrembaggio!!! >>.

Infatti, il signorino, chiamò degli amici e, dopo pochi secondi, ne avevo ben tre che mi ronzavano attorno. Sto brutto mostro peloso disgraziato!

Tirai fuori dal mio amatissimo – zaino delle meraviglie – una giacca e inizia a farla svolazzare in aria sbattendola di qua e di là per cercare di tener lontano lui e i suoi due compari. Avvicinandosi si sarebbero presi una bella giacchettata sulla testa e forse avrebbero capito la lezione.

Quando Topo amico resuscitò d’in mezzo ai tronchi immaginò fosse il caldo a farmi fare tutta quell’aria nell’aria. In pratica, nonostante la mia disavventura, venni scambiata per una pala eolica e quando con quasi le lacrime agli occhi e una voce tremula, nel tentativo di fargli più pena possibile, gli feci vedere cosa mi aveva combinato quel Tafano cornuto, lui semplicemente mi rispose << Sì, hanno punto anche me >> come se niente fosse, con nonchalance; si mise di nuovo in marcia passandomi davanti.

Con gli occhi a fessura lo seguii con sguardo minaccioso senza rendermi conto che avevo smesso di agitare la giacca come uno sbandieratore. I Tafani se ne accorsero e ricominciarono l’attacco.

Decisi pertanto di sgattaiolare il più velocemente possibile verso Topo Fotografo e continuare a scendere assieme a lui.

Oggi, è passato ben un mese da quel ciucciotto che mi ha fatto il tracotante Tafano ma, nonostante il tempo, porto ancora i segni di quell’”amore criminale”.

Forse ha ragione Topo Fotografo a dire che non era un Tafano normale ma un Tafano tatuatore! Ora che lo so, la prossima volta mi porto dietro quantomeno un disegno più carino da farmi tatuare sul corpo!

Poco prima, io e Topo amico, avevamo incontrato dei cavalli selvatici che, poverini, avevano molti Tafani sulla schiena e sul viso. Ora posso comprendere il fastidio che danno e anche il dolore che provocano!

I nostri vecchi, proprio rivolgendosi a questi animali, dicevano che per uccidere un cavallo, di Tafani, ne bastano sette. Forse era solo un modo di dire ma significava far comprendere quanto fa male un loro morso e io posso assicurarvi che non è piacevole per niente!

Vi mando un bacio meno violento di quello che ho ricevuto io Topi! Alla prossima (dis-avventura).

photo di flickr.com

Alla conquista del Monte Gerbonte

Oggi Topi andiamo a conquistare la cima di Monte Gerbonte!

Suvvia… si scherza! Mica si può conquistare una creazione tanto austera. Ma “conquistare”, come sapete, si può dire per indicare l’avercela fatta e… quando si tratta di certe fatiche… ci sta! E con orgoglio!

Beh, proprio “fatiche”, se devo essere sincera, forse no, ma è sicuramente un trekking impegnativo soprattutto per chi non è abituato a camminare molto. Si sale infatti fino a 1727 mt s.l.m. e, in vetta al monte, ci si può arrivare da diverse parti cambiando così la difficoltà del dislivello.

Noi partiamo dal Pin, sopra a Borniga. Da 1500 mt circa quindi. Siamo altissimi. Il burrone sul quale si zampetta fa venire i brividi se si soffre di vertigini, altrimenti è puro entusiasmo.

Secondo le altitudini, da qui, il dislivello pare poco, all’incirca 250 mt, ma occorre contare che, prima della grande salita, si scende, fino a Rio Infernetto e quindi i metri raddoppiano se non di più.

Il percorso, fin dal suo inizio, appare stupendo. Il primo tratto, però, è sconsigliato. Troppo pericoloso.

Lo stretto sentiero, scavato nelle rocce, è a ridosso di un alto burrone e anche se gli occhi godono di vedute spettacolari è bene che solo topi o camminatori esperti ci vadano.

La natura appare aspra e selvaggia. Cruda.

Enormi e austeri i bastioni rocciosi, davanti alle “Porte” della foresta, sembrano il portale di altri mondi. Il verde che riempie lo sguardo non è vicino a noi. Noi siamo su rocce asciutte, grigie come perle, dove solo il pallido color militare del Timo e della Lavanda, non ancora fioriti, si permette di sbucare tra una pietra e l’altra.

Il Semprevivo gode in quella aridità, non ama molto l’acqua e i rapaci, come Gheppi e Poiane, che sorvolano quelle guglie nude, trasportano in un tempo antico di cow boys e nativi americani.

L’orogenesi, qui, ha creato qualcosa di una bellezza indescrivibile avvenuta tra gli 80 e i 40 milioni di anni fa attraverso la collisione dei paleocontinenti (oggi Europa e Asia) e il loro avvicinamento. Deformazioni stratificate presentano particolarità ambientali uniche e, sicuramente, facendo attenzione, non è difficile rinvenire fossili oceanici.

Non dobbiamo percorrere molta strada per vedere, all’improvviso, un cambio totale del territorio.

Penetriamo ora nella Foresta, tra quei larici e quegli abeti ammassati tra loro, che non permettono al sole di entrare. Scrivo Foresta con la F maiuscola perché, per noi della Valle Argentina, quella è la Foresta.

La nota Foresta del Gerbonte. Vi ricordate quando vi ci portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/07/25/la-foresta-di-gerbonte/ ? Ma oggi vedremo altre cose e arriveremo fin sul cucuzzolo di questa cara montagna.

Camminiamo sul tappeto di aghi ed è il Picchio Nero, ora, a tenerci compagnia col suo – Tuc! Tuc! Tuc! – contro i tronchi degli alberi.

Guardate come riduce i fusti alla ricerca di larve e insetti per nutrirsi. Pieni di buchi come colabrodo. Non ha tregua. Picchietta in continuazione. Ho scoperto, vedendolo in volo, che non è piccolo per niente. Lo immaginavo di dimensioni più ridotte, invece è più grande di un Corvo.

Giunti al Rio Infernetto si comincia a salire tra rocce ricoperte di Primule Marginate che cadono a cascata e sono una meraviglia. Il bosco diventa bluette e si vive una favola.

Anche l’Hepatica Nobilis favorisce svariati toni di blu, ma dipingendo il suolo, quindi, potete immaginare la bellezza. Con sguardo attento però si notato moltissime varietà di flora. Una flora timida che manifesta umiltà pur non avendo nulla da invidiare ad altri fiori.

Il rumore dell’acqua lo si percepisce scendere anche attraverso i grandi massi.

Tra loro, in una grotta, è stata collocata una Madonnina e, in questo punto di riposo, siamo a 1290 mt. s.l.m.

Stille d’acqua ghiacciata colpiscono ragnatele un tempo dimore di qualche aracnide e che ora penzolano, prive di vita, abbandonate al vento.

Ora arriva il bello, eccoci giunti alle “Porte del Gerbonte”. Monte simbolo della mia Valle. Le sensazioni che dona sono davvero strane: mentre ti senti piccolo piccolo al suo cospetto, riesci anche a sentirti immenso e in cima al mondo grazie al panorama che dona.

Proteggendoti da dietro con i suoi alberi secolari e monumentali, la Foresta Demaniale Regionale del Gerbonte, formata da: abeti, larici e faggi, ti offre sul davanti un’apertura che illumina lo sguardo.

Un punto panoramico sulla vetta permette infatti di vedere ancora più a Ovest del Saccarello, dove le Alpi Francesi mostrano la catena del Tanarello e punta Missun e, invece, a Est, sotto alle Alpi Liguri che fan da cornice, giacciono pacifiche le borgate distese nella vallata.

Il punto che vogliamo raggiungere è la piccola Caserma, chiamata – Casermetta Lokar –, in quanto dedicata al Vice Brigadiere Vincenzo Lokar che perse la vita, in questo luogo, nel 1953. Qui la neve non molla. Perdura resistente.

Per arrivare a questo rifugio si cammina su un comodo e largo sentiero in mezzo al bosco. Nel tratto di alberi, ritti come soldatini, mi accompagna un Fringuello che di farsi fotografare proprio non ne vuol sapere. Dopo avermi dato il suo fondoschiena piumato, diverse volte, mi grazia voltandosi di poco e mi concede il suo profilo. È velocissimo. Io sono lenta con la macchina fotografica ma lui è velocissimo davvero.

Poco prima della Caserma un ampio prato di orchidee selvatiche, anemoni, crocus ed erba ingiallita dall’inverno, offre cibo a Camosci e Caprioli.

Ed eccola, infine, la meta tanto attesa. La piccola casetta che guarda tutta la valle protetta da una Madonna con in braccio il Bambin Gesù. Una copertura di pietra e cemento e una solida croce rendono anche lei emblema del luogo.

Si gode di aria pura e di un panorama bellissimo. Triora e Andagna si vedono bene da qui e, ora sì, che c’è verde ovunque.

Abbiamo conquistato il Gerbonte per davvero. Lo abbiamo vissuto, letto, osservato, amato e conosciuto. Quante cose ci ha raccontato, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo.

Vi aspetto per la prossima passeggiata tra questi alberi secolari e queste atmosfere persino mistiche, non scappate.

Un bacio selvatico a voi.

Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

Una Valle e casette di pietra sparse qua e là

Tutte assieme a formare un piccolo borgo oppure in solitaria, sotto la neve o sotto il sole sono sempre lì. Da anni, da molti anni.

Sono tante, tantissime le casette in pietra sparse per la Valle Argentina, la mia splendida Valle.

“Casette” è un termine banale e generico con il quale, simpaticamente, si indica una qualsiasi costruzione, ma in realtà i tempi antichi che ci hanno preceduto raccontano di queste strutture definendole precisamente per ciò che erano. Eh sì, topi, ognuna di loro nasceva per uno scopo e la sua costruzione veniva collocata in una determinata posizione strategica in base allo scopo stesso.
Abbiamo quelle che servivano proprio da tana, ossia dimore degli umani.
Dimore per tutto l’anno o soltanto per il periodo estivo, come nel caso dei pastori che usufruivano di queste case in estate, quando si spostavano con il loro bestiame verso i pascoli e le malghe incontaminate ad alta quota.
Abbiamo le selle e le caselle, che venivano utilizzate per mantenere le provviste al riparo da animali e agenti atmosferici; molto utili a pastori, agricoltori e taglialegna e, oltre a ricovero di attrezzi e alimenti, offrivano riparo e riposo agli uomini stessi prima che potessero scendere in paese.
Abbiamo strutture religiose, a volte semplici santuari eretti nel bel mezzo di un bosco, dove il culto religioso abbondava e, ogni momento, ogni luogo, poteva essere considerato una valida stazione dove pregare, rendere grazie e chiedere miracoli e protezione.
Abbiamo stalle e rifugi, principalmente dedicati al bestiame che doveva essere protetto perché grande mezzo di sostentamento per l’uomo.
E ancora mulini, polveriere, cascine, guardiole, bastioni, edicole.
Abbiamo ogni cosa e ogni casa.
Di molte, rimane solo più il ricordo o cumuli di massi, di altre ne possiamo ancora oggi vedere la perfezione e la bellezza.
Certe sono adesso solo ruderi che ancora raccontano una storia passata, certe vengono ristrutturate e rese bellissime come le dimore di una fiaba, ma tutte loro ci parlano, se si sanno ascoltare.
In una Valle che ha molto legname da offrire e molta pietra (principalmente ardesia e arenaria) ecco come i suoi doni venivano usati dall’uomo.
Alcune si trovano in luoghi davvero impervi e risulta incomprensibile capire come si potesse stare lì o con quale fatica, visto il territorio circostante, si siano potute costruire.
In effetti, dietro a ognuna di esse vive una lunga storia di incredibile impegno e duro lavoro che come protagonisti vede l’uomo, ma anche gli animali come gli asini che servivano a trasportare pesanti sacchi pieni di sassi su per ripidi sentieri poco battuti.
Ogni volta che, passeggiando per la natura, ne incontro una mi scappa un sorriso.
Qui son rimaste solo le basi, qui invece si notano ancora le divisioni interne, qui… qui ci abitano, andiamo via per non disturbare.
I massi principali di quelle abbandonate sono divenuti un tutt’uno con la natura, dove, muschio e roveti hanno inglobato ciò che ritenevano di loro proprietà, coagulandolo con essi.
Penso che un gigante possa vederle come piccole pietre preziose incastonate nei monti, sparse qua e là, ad arricchire un ambiente perfetto e meraviglioso.
Attraverso di esse, completamente realizzate con materiali naturali, si percepisce la bellezza dell’essere umano e del suo vivere la natura in totale rispetto con essa.
Dopo questo, cari topi, non mi resta che regalarvi un bacio dal sapore antico e aspettarvi per il prossimo articolo.

Fatine e sorprese verso Lago Degno

So che uno di voi, un umano, un giorno disse “Non è importante la meta ma il viaggio”. Mi sembra si chiamasse Paulo Coelho e, a mio avviso, aveva proprio ragione. Per affermare ciò che ha detto dev’essere, per forza di cose, passato nella mia Valle perché molte volte, io per prima, nel mio girovagare di bosco in bosco per la Valle Argentina, sono rimasta affascinata da luoghi meravigliosi e incredibili quando la mia destinazione era completamente un’altra.

Oggi, topi, voglio portarvi con me proprio in una di queste zone magiche che ho vissuto pienamente mentre mi stavo recando verso il Lago Degno, un lago rinomato e amato dai miei convallesi e da molti turisti.

Inizio a percorrere il sentiero, sopra Molini, che mi porta tra alberi e arbusti di un bel verde acceso. L’atmosfera si fa immediatamente surreale; ci sono abituata, vivendo la natura come un animaletto, ma in quel momento mi sembrava di percepire davvero energie particolari attorno a me.

Saranno stati quel morbido muschio sulle rocce, quelle fronde che si muovevano leggere, quell’ombra fresca, quei tronchi nodosi e scavati e, quelle percezioni, avevano tutta l’aria di essere belle e serene.

Era proprio come se ci fossero delle fate che, nonostante la loro vivacità e le loro tante cose da fare, stavano ad aspettare l’arrivo di qualche anima sensibile che con esse poteva connettersi. Insomma, si percepiva la loro presenza!

In quel momento, mi sono resa conto che null’altro mi sarebbe servito. L’appagamento era totale. Avevo tutto ciò di cui avevo bisogno pur non avendo neppure una ghianda! Avevo Madre Terra, pulsante, vicina a me, avevo la meraviglia delle piccole cose, la pienezza del creato e niente poteva essere più grande.

Molte persone giungono in questo punto volendo a tutti i costi raggiungere la meta prefissata, ma, qui accanto a questo torrente – il Rio Grognardo – a quest’acqua limpida e fresca, a questi massi, a questi rami incorniciati di bellezza, non si può chiedere di più.

Il verde di questo posto è abbagliante, soprattutto in determinate stagioni. Riempie la vista e l’acqua che scorre sotto di esso riflette sagome luminescenti sulle rocce, accompagnando i pensieri con il suo scrosciare. Tutto è pieno di vita, una vita che trabocca da ogni dove.

Ogni tanto il canto di un uccello, persino assai strano, si alterna al ronzio di qualche insetto, ma a prevalere sono i silenziosissimi battiti d’ali delle farfalle. A milioni. Di ogni colore, di ogni forma e grandezza. Riempiono gli occhi e la pace del cuore è assoluta.

Anche i raggi del sole giocano a un andirivieni che incuriosisce e mi chiedo come possa essere tutto così perfetto, come in una splendida orchestra, proprio dove la perfezione non serve e non è richiesta.

Il mio pelo vibra come i fili d’erba accanto. Tutto vibra: il cuore, il respiro, le ciglia. Anche lo strato più superficiale del torrente vibra, creando delle mezzelune tremolanti che incorniciano gli scogli.

E’ la meraviglia. E’ la voglia di vita. Un ponte leggero porta con l’immaginazione a luoghi lontani e sperduti. Alberi fiabeschi sono ricoperti da un muschio che parla di Celti, di gnomi e folletti, che li nasconde e gli fa da moquette. Quei minuscoli fiori rosa sono in realtà così grandi, per me e per loro, da sembrare delle grandi e secolari sequoie colorate.

Il sottobosco è da ammirare, cela una vita tutta sua, un mondo in miniatura dove piccoli esseri tinti annusano, zampettano, si rotolano. Non si è soli. Quell’essenza abbraccia, culla, mi fa sua.

Si diventa parte di lei, una parte così fondamentale dalla quale si percepisce quanto si possa essere un tutt’uno con il pianeta, quanto bisogno si abbia di tutto questo e quanto lui abbia bisogno di te. Qualsiasi essere tu sia.

La miglior medicina per tutti i mali, una panacea, qualora se ne avesse bisogno. E se ne ha sempre bisogno.

E allora, volevo dirvelo. Volevo dirvi che quel giorno non ho raggiunto il Lago Degno – anche perché al momento è ancora vietato l’accesso nell’area – ma ho raggiunto tutt’altro. La bellezza del mio mondo. La natura più vera. La pienezza totale. Consiglio anche a voi di passare qualche minuto del vostro tempo, seduti su una di queste pietre, ad assaporare quello che vi circonda. Il suo potere vi accompagnerà per molti giorni dopo.

Parola di Topina! Squit!

Un viale di Eucalipto e un Ponte Romano

Topi cari, come vi avevo promesso, oggi vi porto a visitare un’altra parte del paese di Taggia. La parte in cui finisce il paese e si entra nel cuore della mia Valle. Il confine in pratica. La fine del paese e si va su verso i monti. Siamo in una  delle parti più conosciute del centro urbano.

Alla fine dei giardini e del viale di Eucalipto che costeggiano il torrente si può giungere ad una delle architetture più antiche della città.

Un ponte, chiamato appunto Ponte Antico.

Il viale è particolare. Da una parte ci fa ombra una fila degli alberi profumati che vi ho nominato, dall’altra invece, verso la strada, ad abbellire questa specie di parco, ci sono i Pini Marittimi. Già da qui, lo possiamo vedere. Il protagonista di questa nostra escursione.

Il ponte di cui vi parlavo e, subito sopra, il ponte dell’Autostrada dei Fiori. Sembrano formare uno strano disegno.

Ci avviciniamo ed essendo che, da qui inizia la Valle Argentina, una lastra d’ardesia, con una ormai familiare frase incisa sopra, non poteva mancare: ” Umana dignità unì in lotta per la libertà i comuni della Valle Argentina. Viandante che risali questa valle rammentane l’impegno civile, i caduti, il sacrificio. 1943-1945“.

Eccoci giunti al ponte. Guardate la pavimentazione com’è particolare. Che pazienza questo intersecarsi di pietre!

Siamo su un ponte lungo 260 metri, a 15 arcate, alcune delle quali, ancora di Epoca Romana.

Questo eccezionale ponte ha seguito l’alveo del fiume.

Le strutture più antiche, le prime da Levante, sono databili entro la prima metà del XIII secolo, successivamente, sono state aggiunte tutte le altre, con uno sforzo continuo della Comunità, particolarmente attiva fra il XVII e il XVIII secolo.

Due arcate sono state invece ricostruite dopo un crollo a causa del terremoto del 1831.

Sotto di noi possiamo vedere il torrente Argentina. E’ impressionante notare il ghiaccio attorno agli scogli bianchi che fanno da ostacolo all’acqua. Un ghiaccio che brilla al sole. Poveri pesciolini e povere paperelle! Nido ideale di parecchi volatili come: Piccioni, Gabbiani e Germani.

Giunti a metà possiamo vedere, laggiù in fondo, Villa Curlo e l’altra parte di ponte che ancora dobbiamo percorrere.

Il paesaggio è bellissimo e pittoresco. Ad incorniciare questa costruzione, oltre alle campagne intorno, dei Cipressi e la montagna sotto Castellaro.

Arrivati qui possiamo voltarci indietro e ammirare il centro storico di Taggia in un solo sguardo. E’ meraviglioso. Sembra un grappolo ma non di uva, di case.

I suoi colori, le sue scuole, il suo verde e le sue Fortezze.

A spiccare però sopra il tutto, il Castello con la bandiera dei colori del paese. Una grande struttura militare che pare dominare ancora oggi. 

Da questa struttura sulla quale siamo, le vedute sono tutte spettacolari e da qui possiamo vedere dall’esterno, il viale che fa da accesso a questa via e sembra il merletto di un meraviglioso vestito.

Non poteva mancare, nemmeno qui, una cappelletta dedicata alla Madonna. Come già sapete è fortissimo, nella mia Valle, il culto mariano e in ogni luogo, il popolo si sente protetto. Maria, al suo interno, è disegnata con un vestito nero e, sotto di lei, una lunga preghiera in latino rimane scritta dietro ad un piccolo, piccolissimo mazzolino di fiori. Dietro alla Madonna, nel disegno, viene rappresentata una struttura che pare proprio essere un ponte con tutte le sue arcate.

Continuiamo a camminare, guardate che belle le panchine che hanno creato incastonate nella balaustra a muretto del ponte. Delle semplici pietre piatte per sedersi, riposarsi e ammirare il paesaggio.

E’ impressionante camminare qua sopra e sapere da quanti anni ci sono questi massi a reggerci.

Sì, le manutenzioni vengono fatte molto spesso ma, alla fine, sono solo controlli. Questo ponte è stato realizzato alla perfezione!

C’è tanto del passato e si denota proprio, contro tutto il resto, un’epoca diversa in questa caratteristica costruzione. Si differenzia da tutto ciò che i nostri occhi vedono.

Siamo giunti alla fine e, davanti a noi, la strada si divide. Ci troviamo davanti a un bivio. Da una parte, verso sinistra, si va a Villa Curlo mentre, scendendo a destra, ci si inoltra nelle campagne di Taggia, al di là del fiume, dove è facile veder trottare spesso bellissimi cavalli.

Anche questo tour è giunto al termine.

Zampetto subito a prepararne un altro tutto per voi. Un grande squit e una strofinatina con i baffi. Vostra Pigmy.

M.