La frazione abbandonata di Merli

Tutto ha inizio da qui, dalla minuscola chiesetta di San Giovanni Battista che si trova sopra a Molini di Triora andando verso Langan.

Ha inizio una scoperta, un fascino antico, un luogo disabitato senza più vita che fermo, immobile si lascia baciare dal sole.

Siamo due curve dopo Perallo e ci inoltriamo dentro al bosco che inizia formato da Castagni per poi trasformarsi in una specie di cunicolo che curiosa in mezzo alla fitta macchia.

Qui, in un tempo che oggi non esiste più, abitavano persone, tante persone.

Stiamo infatti andando in un’antica frazione della Valle Argentina chiamata Merli, che assieme ai piccoli borghi di Perallo e Moneghetti contava ben 600 abitanti circa fino alla prima metà nel ‘900. Un importante e noto “triangolo” appartenente al Comune di Molini.

Merli fu la prima località, seguita poi dalle altre, a spopolarsi.

Da qui partivano i muli carichi di raccolto da portare nei paesi più grandi e vendere. Legna, castagne, olive. Alcuni muli conoscevano la strada a memoria e, nella loro risalita, incrociavano spesso la corriera che effettuava il suo ultimo tragitto.

I bimbi di Merli andavano a scuola a Perallo e i contadini coltivavano su fasce piane delle quali oggi se ne nota solo l’ombra. Prima della guerra, il nucleo abitativo era di circa un centinaio di persone.

Si dice anche però che in questa frazione, anticamente, vivevano le persone malate di lebbra per restare isolate dal resto della comunità.

Oggi a regnare assoluti sono i rovi; mi auguro vi siate vestiti adeguatamente per seguirmi perché se vogliamo inoltrarci tra questi casoni, da noi chiamati “bareghi”, dobbiamo considerare il fatto di rimanere appesi a queste grosse spine… “ma chi me l’ha fatto fare…!”… Ovviamente sto scherzando. Sono molto felice di essere qui e scoprire questo luogo che appartiene alla mia Valle.

Un luogo abbandonato, quasi dimenticato.

Non tutti conoscono Merli. Ma di sicuro vive ancora nel cuore di chi è cresciuto da queste parti o aveva i nonni provenienti proprio da questa località.

I ruderi che ci attendono sono circondati da Roveti, qualche Tasso, Roverelle, Ulivi e Ginestra sfiorita. Presumo che qui, in tarda primavera, sia tutto giallo.

In questo momento dell’autunno si possono vedere dei colori sul Poggio dell’Agrifoglio di fronte a noi, un Poggio silenzioso che osserva, ciò che resta di questo borgo, giorno e notte.

In mezzo a queste mura invece riecheggia il crocidare delle Ghiandaie e ti obbligano a voltare lo sguardo al cielo.

Il panorama è spettacolare sia da una parte che dall’altra. Da dietro un Ciliegio si scorge Andagna sui monti di fronte.

Sopra di lei svetta il Carmo dei Brocchi e si vede il Passo della Mezzaluna. In questo momento un po’ coperti da nuvole bianche.

Vicino a noi invece svetta il campanile della Chiesa dedicata alla Madonna di Laghet di Perallo.

Provo a immaginare la vita di chi tra queste pietre ha vissuto. Guardo il sentiero sul quale poggiano le mie zampe. E’ semidistrutto, in certi punti anche pericoloso perché stretto e buchi posti a tranello sono ricoperti dall’erba.

Immagino uomini e donne aggirarsi per quelle case, salutarsi, darsi il – Buon appetito –, alla sera, prima di rincasare dove ora non si può nemmeno passare.

Alcune rocce sulle quali bisogna passare sono grandi, scivolose, taglienti, un tempo ricoperte sicuramente da terra battuta.

La pioggia dei giorni scorsi ha reso tutto ancora più umido ma anche più luccicante come i fiori e i funghi.

Altri ruderi si mostrano poco più avanti. Sono sparsi e alcuni si fa fatica a individuarli. Ad accoglierci non ci sono più le persone ma un albero di mele.

Tocco quelle che un tempo erano dimore di vita, di famiglie, di focolari domestici. Sono fredde, piccole. Alcune erano solo stalle e ripostigli.

E’ bello camminare qui, scoprire un nuovo rudere dietro qualche pianta. E’ scoprire il passato.

Sono soddisfatta anche se graffiata e con le braghe bagnate dalla rugiada. Sono contenta di essere venuta a visitare questo posto.

Contenta di aver scovato qualcosa che la natura ha giustamente ricoperto.

Ora vi saluto perché i luoghi della mia Valle non sono finiti e vi porterò con me a scoprirne altri ma prima lasciatemi riposare un po’.

La filastrocca della strega-Topina

Prunocciola streghetta

Tremano foglie e trema la pelle,

in questa notte senza le stelle:

si chiama Halloween per i bambini,

Samhain la chiamano i Celti vicini,

qui nella Valle precede Ognissanti:

è una festa con nomi per tutti quanti.

E’ notte di streghe, alla Cabotina,

che fanno baldoria da sera a mattina.

Ci sono mostri da Arma a Verdeggia

e restano in vita finché non albeggia.

Di zucche e scope, cappelli e decori

si addobbano i borghi dai mille colori.

Triora e Molini, da sempre stregate,

si vestono a festa, le esagerate!

E gli altri centri, più piccoli e quieti,

nascondono scheletri sotto i tappeti.

Ma in lungo e in largo, in Valle Argentina,

fate attenzione alla brava Topina:

veste di viola o di nero? Chissà,

magari qualcuno avvistarla potrà.

Indossa il cappuccio o forse un cappello?

Avrà la scopa oppure l’ombrello?

Svuotata di polpa e intagliata è la zucca:

dolcetto, scherzetto o toma di mucca?

Quel che è certo per questa serata

è che è una festa davvero stregata.

E voi, amici cari, siate leggeri:

gli spettri leggono i vostri pensieri!

Abbandonatevi ai divertimenti,

e per una volta siate contenti.

La Topina della Valle Argentina

Tante bellezze dalla Mezzaluna al Praetto

Oggi parto da un luogo meraviglioso.

Sono nel bel mezzo della mazzaluna, conca disegnata dal Monte Arborea e Cima Donzella, conosciuto appunto come Passo della Mezzaluna o anche Colle della Mezzaluna e mi dirigo verso i Prati di Corte.

Sono arrivata qui passando per la bellissima e mistica foresta di Rezzo, una faggeta che lascia senza fiato e sa di misterioso e fiabesco, chiamata anche “Bosco delle Fate”.

Giunta sul posto è soprattutto Carmo dei Brocchi a darmi il benvenuto in tutta la sua bellezza. Da una parte mostra il bosco e dall’altra il prato, apparendo così come mezzo capelluto e mezzo calvo. Forma un tutt’uno con Monte Arborea e appartiene anch’esso al disegno del Passo protagonista. So che sotto di lui c’è il Ciotto di San Lorenzo, luogo al quale sono affezionata e che ho vissuto molto, e quindi sorrido.

Intraprendo un sentiero stretto e pulito con attorno prati, pascoli e pietraie sulle quali non è difficile notare Camosci, come non è difficile poter osservare un panorama fantastico che mi permette di vedere tantissimi altri monti.

Il Toraggio, il Pietravecchia, il Grai, il Gerbonte, Carmo Gerbontina e anche il Bego, verso la Francia, con ancora la neve a coprirlo.

Non ho neanche iniziato la mia escursione che due Camosci decidono di salutarmi in un modo alquanto insolito. Venendomi quasi addosso in pratica. Li vedo scendere veloci dalla cresta di un montagna e dirigersi verso fondo valle. Mi passano a pochi metri di distanza, piccola come sono, per fortuna non mi hanno investita, altrimenti mi avrebbero fatta arrivare ad Arma nel giro di un baleno. Dovrebbero calmare la loro enfasi ma li capisco… sono sempre molto felici di vedermi. Io, comunque, mi sono emozionata tantissimo ma tanto proprio. Muovevano l’erba come un vento impetuoso e il fruscio era forte, impossibile non sentirlo.

Questa passeggiata, al di sotto di Località Sciorella, è adatta a tutti e porta verso una piccola radura chiamata “Praetto” circondata da un verde vivace che lascia abbagliati.

In questo periodo dell’anno sono tantissimi i fiori spontanei che rendono ancora più suggestivo questo luogo e tanti i canti degli uccelli: Passeriformi, Galli Forcelli, Cuculi… è difficile ma divertente provare a riconoscerli dal canto.

Dopo essere passata sotto a Noccioli, Faggi e Carpini il panorama si apre ancora e mi mostra i paesi di Andagna, Triora, Molini, Cetta e Corte incastonati sui colli con i loro cimiteri e i loro santuari.

Ora, alla mia destra, una catena montuosa che si snoda verso Nord-Ovest, mi consente di osservare Monte Monega e la sua croce simbolica ma anche il Colle del Garezzo.

Tutto qui è florido e lussureggiante. Si vedono i Casoni nei Prati di Corte, antichi rifugi ancora oggi utilizzati, e la Località più bassa chiamata Case Loggia.

Il sentiero sul quale zampetto è comodo e accessibile a tutti basta avere scarpe idrorepellenti, in quanto, può capitare di dover attraversare rii o sorgenti in base al periodo.

Incontro sulla mia strada una bellissima Mucca tutta bianca. È un po’ spaventata dalla mia presenza e quindi, anche se incuriosita, decide di andarsene per poi fermarsi e guardarmi da lontano. Un Topino che fa scappare una Mucca! Questa devo proprio raccontarla.

Non si possono non ammirare i fiori che vi nominavo prima. Ogni colore si palesa davanti ai miei occhi con tutte le sue sfumature e anche ogni tipo di petalo è pomposo e felice di lasciarsi ammirare.

Sono impressionanti il Trifoglio e l’Ortica. Il primo ha fiori alti e enormi rispetto al normale. Sembrano grossi pon pon dai colori decisi. L’erba urticante, invece, ha foglie grandi quanto una mia zampa! E attorno a lei altri minuscoli fiorellini piccoli come puntini.

E poi ancora: Non Ti Scordar Di Me, Veronica, Scarpetta della Madonna, Botton d’Oro, Camenerio, Pigamo, Acetosella, Valeriana Rossa… grandi, piccoli, alti, bassi… un trionfo di tinte stupende. Anche loro emozionano, sembra di essere in una cartolina. Persino il verde è cangiante.

Qui, gli insetti, stanno davvero alla grande. Possono cibarsi di ogni ben di Dio!

Nel bel mezzo del Passo della Mezzaluna sono diversi i sentieri che prendono il via ma potete fidarvi che, qualsiasi decidete di scegliere non vi lascerà scontenti.

In questo periodo i pastori sono saliti con i loro greggi e non è difficile incontrare Pecore, Capre e Mucche, quest’ultime sempre molto protette dai Tori, muscolosi e attenti, ai quali è bene non rompere le scatole.

Io vado a riposare ora, voi aspettatemi per la prossima escursione.

Un bacio verdeggiante a voi.

L’Oratorio di San Giovanni Battista a Triora, i flagellanti e la pinacoteca

Oggi vi faccio fare un viaggio nel tempo, topi! Un viaggio che vede come protagonista la Confraternita dei Flagellanti di Triora. Siamo nella metà del Seicento, ma questa volta non vi parlo di streghe…

I Flagellanti erano un’associazione religiosa e si chiamavano così proprio perché, lo capirete dal nome, si infliggevano punizioni corporali in pubblico, durante le processioni. Camminavano a piedi nudi sul selciato e vestivano con un abito bianco fermato in vita da un cordone e munito di un ampio cappuccio, che veniva tenuto calato sul capo.

scala confraternita flagellanti triora

Scala antica, appartenuta alla confraternita dei flagellanti di Triora.

A questa Confraternita appartenevano membri di famiglie nobili e pare che essi avessero ambizioni personali piuttosto alte che li portavano a essere in conflitto gli uni con gli altri.

L’antico oratorio che si ergeva dove oggi sorge quello nuovo, non soddisfaceva più le esigenze dei soci, ragion per cui fu deciso di erigerne uno più ampio e luminoso del primo. Quello antico, infatti, aveva delle pareti massicce e poche aperture verso l’esterno che non consentivano alla luce di entrare. Tutti voi saprete che la luce è un elemento fondamentale nei templi e nei luoghi religiosi di gran parte dei culti e le nuove conoscenze in ambito architettonico consentivano agli edifici di ricevere i raggi del sole, che avrebbero simboleggiato quelli divini e dell’illuminazione spirituale, così come accade in ogni chiesa, fin dall’alba dei tempi.

Accadde dunque che l’allora priore della confraternita, Giovanni Battista Ausenda, richiese l’autorizzazione al vescovo di Albenga per erigere il nuovo oratorio e tale autorizzazione gli fu concessa nel 1669.

oratorio san giovanni battista triora

L’opera di costruzione si presentava assai ardua, perché i soci della confraternita, pur provenendo da famiglie agiate, non disponevano di risorse economiche tali a sostenere un progetto così ambizioso. Inoltre non sarebbe stato semplice, a livello strutturale e architettonico, dare vita a un edificio che potesse raggiungere l’altezza della piazza della collegiata. I soci, tuttavia, con grande senso economico, riuscirono a racimolare le risorse necessarie alla costruzione, vendendo case e terreni che i soci possedevano, ma anche grazie a donazioni.

triora scultura

Negli anni ottanta del Seicento il vescovo di Albenga in persona giunse a Triora per prendere visione del nuovo oratorio, e pare sia rimasto soddisfatto dai suoi ornamenti, che ancora oggi possiamo ammirare.

Per il tetto si usarono alberi di larice tagliati nel bosco di Gerbonte, e nel 1676 già si celebravano i primi matrimoni nel nuovo edificio, nonostante non fosse ancora ultimato.

volta oratorio battista triora

La volta è stata dipinta da un artista Sanremese, restaurata e consolidata in seguito al terribile terremoto che colpì in particolar modo Bussana, sul finire dell’Ottocento.

E’ un edificio unico nel suo genere, pensate che poggia su ben 12 pilastri di oltre 15 metri di altezza che giungono in profondità, fin nelle abitazioni sottostanti.

altare buscaglia triora

Gli altari furono eseguiti dal Buscaglia (Giovanni Battista Borgogno), artista di Molini, e pare che anche i due banconi in legno di noce posti ai lati del presbiterio siano attribuibili alla stessa mano. Questi due sedili erano riservati ai cantori e agli ufficiali della confraternita.

oratorio battista triora

Riguardo il portale di marmo bianco c’è una leggenda che non è mai stata confermata né smentita. Pare, infatti, che esso sia stato donato al borgo dalla famiglia del marchese Borea d’Olmo di Sanremo in seguito ai lavori di rifacimento dell’ingresso del palazzo.

oratorio san giovanni battista triora pinacoteca

Quanti i dipinti raccolti tra le sue mura! Trasudano antichità, alcuni sono molto rovinati, tanto che l’immagine che dovevano raffigurare risulta molto compromessa.

Ci sono anche statue, come quella del Battista collocata in una nicchia coperta da un vetro. Risale al Settecento ed è stata eseguita dalle mani di un famoso artista, il Maragliano, genovese e definito “principe” dell’arte scultoria ligure. Pensate che vanto, quale privilegio per la mia Valle! I trioresi sono molto affezionati a quest’opera.

Di fronte a questa nicchia è collocata un’altra statua del santo che dà il nome all’oratorio, ed è definito U Petitu (Il Piccolo).

san zane u petitu triora

Fu eseguita probabilmente dal Buscaglia e un tempo veniva portata in processione ogni anno il 24 giugno alla chiesetta di San Giovanni dei Prati. I trioresi che facevano parte di confraternite, si incontravano il giorno di San Giovanni vicino alla Madonna del Buon viaggio. Qui ricevevano dal priore del pane per il pellegrinaggio e partivano in processione con in spalla San Zane U Petitu, dirigendosi a monte Ceppo e percorrendo una mulattiera. A San Giovanni dei Prati si incontravano con altri fedeli provenienti dalle vicine Molini, Andagna e Corte.

san zane u petitu ricirdi triora

Su quel bel prato che vi ho descritto nei miei articoli in passato, eseguivano la novena e poi, una volta terminata la funzione religiosa, si beveva vino e si consumava il pasto, per poi fare ritorno a Triora, dove venivano offerte torta verde e cipolle ripiene.

A chi non aveva partecipato alla processione, invece, veniva donato un omino di zucchero.

Insomma, topi, la mia Valle è un ripostiglio traboccante di storie, aneddoti, tesori che mi diverto sempre a ricercare per voi.

Adesso zampetto via, vado a frugare tra gli scatoloni della Valle per tirare fuori altre cose interessanti da farvi conoscere. Un bacio dipinto a tutti.

Fatine e sorprese verso Lago Degno

So che uno di voi, un umano, un giorno disse “Non è importante la meta ma il viaggio”. Mi sembra si chiamasse Paulo Coelho e, a mio avviso, aveva proprio ragione. Per affermare ciò che ha detto dev’essere, per forza di cose, passato nella mia Valle perché molte volte, io per prima, nel mio girovagare di bosco in bosco per la Valle Argentina, sono rimasta affascinata da luoghi meravigliosi e incredibili quando la mia destinazione era completamente un’altra.

Oggi, topi, voglio portarvi con me proprio in una di queste zone magiche che ho vissuto pienamente mentre mi stavo recando verso il Lago Degno, un lago rinomato e amato dai miei convallesi e da molti turisti.

Inizio a percorrere il sentiero, sopra Molini, che mi porta tra alberi e arbusti di un bel verde acceso. L’atmosfera si fa immediatamente surreale; ci sono abituata, vivendo la natura come un animaletto, ma in quel momento mi sembrava di percepire davvero energie particolari attorno a me.

Saranno stati quel morbido muschio sulle rocce, quelle fronde che si muovevano leggere, quell’ombra fresca, quei tronchi nodosi e scavati e, quelle percezioni, avevano tutta l’aria di essere belle e serene.

Era proprio come se ci fossero delle fate che, nonostante la loro vivacità e le loro tante cose da fare, stavano ad aspettare l’arrivo di qualche anima sensibile che con esse poteva connettersi. Insomma, si percepiva la loro presenza!

In quel momento, mi sono resa conto che null’altro mi sarebbe servito. L’appagamento era totale. Avevo tutto ciò di cui avevo bisogno pur non avendo neppure una ghianda! Avevo Madre Terra, pulsante, vicina a me, avevo la meraviglia delle piccole cose, la pienezza del creato e niente poteva essere più grande.

Molte persone giungono in questo punto volendo a tutti i costi raggiungere la meta prefissata, ma, qui accanto a questo torrente – il Rio Grognardo – a quest’acqua limpida e fresca, a questi massi, a questi rami incorniciati di bellezza, non si può chiedere di più.

Il verde di questo posto è abbagliante, soprattutto in determinate stagioni. Riempie la vista e l’acqua che scorre sotto di esso riflette sagome luminescenti sulle rocce, accompagnando i pensieri con il suo scrosciare. Tutto è pieno di vita, una vita che trabocca da ogni dove.

Ogni tanto il canto di un uccello, persino assai strano, si alterna al ronzio di qualche insetto, ma a prevalere sono i silenziosissimi battiti d’ali delle farfalle. A milioni. Di ogni colore, di ogni forma e grandezza. Riempiono gli occhi e la pace del cuore è assoluta.

Anche i raggi del sole giocano a un andirivieni che incuriosisce e mi chiedo come possa essere tutto così perfetto, come in una splendida orchestra, proprio dove la perfezione non serve e non è richiesta.

Il mio pelo vibra come i fili d’erba accanto. Tutto vibra: il cuore, il respiro, le ciglia. Anche lo strato più superficiale del torrente vibra, creando delle mezzelune tremolanti che incorniciano gli scogli.

E’ la meraviglia. E’ la voglia di vita. Un ponte leggero porta con l’immaginazione a luoghi lontani e sperduti. Alberi fiabeschi sono ricoperti da un muschio che parla di Celti, di gnomi e folletti, che li nasconde e gli fa da moquette. Quei minuscoli fiori rosa sono in realtà così grandi, per me e per loro, da sembrare delle grandi e secolari sequoie colorate.

Il sottobosco è da ammirare, cela una vita tutta sua, un mondo in miniatura dove piccoli esseri tinti annusano, zampettano, si rotolano. Non si è soli. Quell’essenza abbraccia, culla, mi fa sua.

Si diventa parte di lei, una parte così fondamentale dalla quale si percepisce quanto si possa essere un tutt’uno con il pianeta, quanto bisogno si abbia di tutto questo e quanto lui abbia bisogno di te. Qualsiasi essere tu sia.

La miglior medicina per tutti i mali, una panacea, qualora se ne avesse bisogno. E se ne ha sempre bisogno.

E allora, volevo dirvelo. Volevo dirvi che quel giorno non ho raggiunto il Lago Degno – anche perché al momento è ancora vietato l’accesso nell’area – ma ho raggiunto tutt’altro. La bellezza del mio mondo. La natura più vera. La pienezza totale. Consiglio anche a voi di passare qualche minuto del vostro tempo, seduti su una di queste pietre, ad assaporare quello che vi circonda. Il suo potere vi accompagnerà per molti giorni dopo.

Parola di Topina! Squit!

Giuseppina e Chechin

Si amarono per tanto tempo ma tutto finì in un soffio.

Lei rimase zittella e lui si sposò con la rivale di lei: Nanin.

Chechin guidava le corriere, anzi, l’unica corriera in quel tempo e, Giuseppina, aveva l’abitudine di aspettarlo davanti al Municipio dove solitamente egli sostava un po’, scambiando quattro chiacchiere con gli amici.

Era sempre più che puntuale e, davanti al Municipio, lo slargo, permetteva di fermarsi, far salire con calma la gente e riposarsi un attimo. La via era lunga. Con la sua corriera percorreva tutta la Valle Argentina partendo da Triora e arrivando giù, fino a Taggia. E davanti al Municipio, a Molini di Triora, c’era sempre lei, la sua Giuseppina, pronta a mandargli un bacio o un sorriso con lo sguardo. Per lei lui era tutto. Era il suo uomo, il suo avvenire, il suo amore.

Il gonnellone di panno scuro, lungo fino alle caviglie, schiacciato contro la ringhiera del ponte, un’ultima toccatina al foulard in testa ed eccolo spuntare. Il muso di un pulmino che aveva corso assieme al torrente Capriolo, apparire dalla curva, dall’albergo Santo Spirito. Il cuore accelerava e gli occhi si socchiudevano allo stridir del freno tirato contro i gradini della bottega di Angela Maria. Il sorriso tremava, e lui, bello come il sole, scendeva dalla sua postazione. Il cappello, la divisa, impeccabile… che uomo!

Nessuna avrebbe potuto portarglielo via. Nessuna, tranne… Nanin.

Nanin alta, bionda, senza foulard sulla testa. Controcorrente, sempre con il sorriso sulle labbra, nonostante quel fare da gran signora. Sempre con la piega appena fatta. Nanin, donna forte, austera. Ciò che voleva, se lo pigliava. Senza troppe parole.

E si prese Chechin. Nanin e Chechin, Gianna e Francesco. Questi i nomi che la gente mormorava. Questi i nomi che il paese aveva imparato ad unire. Ora era l’altra ad essere sulla bocca di tutti per aver conquistato il bell’autista.

Giuseppina artista, pittrice. Innamorata. Viveva di emozioni e sentimenti. Il suo unico vanto era essere la nipote di quello che era stato il medico personale di Carlo Alberto di Savoia. Era il fratello del suo papà. E ora, quella lacerazione inaspettata al suo cuore. Volle vendicarsi Giuseppina. Giuseppina la timida, quella che sembrava sbruffona ma era tanto fragile dentro.

Chechin continuava, ogni giorno, ogni mattina, a scendere dal suo mezzo e a salutare gli amici davanti al Municipio a Molini. Oh sì! Sarebbe sicuramente stata una bella vendetta, quella, da vivere davanti a tutti. In fondo, se l’era cercata, era quello che meritava. E allora decise. Lo aspettò. Ancora una volta, il suo gonnellone di panno scuro, raschiò la ringhiera sopra al Capriolo che scendeva lento quel giorno. Ancora una volta, il foulard sulla sua testa, si muoveva lieve alla brezza. Ancora una volta, il muso della corriera, oltrepassò di poco la bottega di Angela Maria e Chechin scese. Con il sorriso. Con quel suo solito, meraviglioso, sorriso.

Aveva adocchiato i suoi amici stando ancora seduto sull’enorme poltrona. Aveva adocchiato tutti, anche Giuseppina. Sapeva che lei era lì, ma rivolgerle la parola, forse, era farle più male che bene. O forse, sentendosi in torto, non ne aveva il coraggio. Andò dritto dagli altri quindi, senza considerarla. Ma non aveva calcolato quanto una donna innamorata e ferita può cambiare. E allora, senza immaginarlo, si sentì picchiettare sulla spalla, si voltò e “Ciaf!“. Lo schiaffò arrivò sul suo viso improvviso e sicuro. Deciso, senza titubanze. Chechin guardò la donna negli occhi tremuli. Più bassa di lui di un bel po’. La donna che un tempo era stata sua. La guardò un poco e poi “Ciaf!” ricambiò ciò che aveva ricevuto guardando quegli occhi sbarrati e mormorando una sola frase – Amor, con amor si paga! -.

Il tutto, davanti al Municipio di Molini, nel centro del paese.

M.

Il piccolo borgo di Fontanili

Cari topi, guardate laggiù, lo vedete quel piccolo pugno di case? Sembra il modellino di un villaggio tanto sono piccole e poche. Ebbene quello è Fontanili, penso uno dei villaggi più minuti della mia Valle.

Esso appartiene al paese di Glori, è una sua frazione, una frazione a quello che un tempo era più precisamente il paese di Glori Superiore che oggi non esiste più. Esiste solo quello Inferiore e, tempo fa, se vi ricordate, ve l’avevo fatto conoscere.

Paesi che un tempo regnavano enormi, oggi, sono solo piccoli borghi. Eh, stiamo parlando di tempi antichi. Dei tempi in cui qui si divideva il territorio della Repubblica di Genova in Triora, da quello dei Savoia in Carpasio e la tradizione vuole che qui, si sia costruita una fortezza sabauda della quale però non esiste alcuna documentazione. Le uniche tracce rimaste sono delle finestrelle, delle feritoie, nei casolari semidistrutti che vedete nelle immagini. E’ facile a questo punto immaginare qualche severa guardia controllare da lassù che tutto andasse bene. Chissà…

Oggi infatti di Glori Superiore, sono rimaste solo poche costruzioni, ormai ruderi, ma Fontanili, lui c’è ancora e dopo essere appartenuto a queste due grandi forze di un tempo, andò a finire sotto la Giurisdizione degli Ulivi stipulata nell’aprile del 1798.

E pensate, due borghi, così vicini, così un tutt’uno, appartenenti a due Comuni diversi. Si, il Glori rimasto, del quale ne possiamo godere il panorama, appartiene al Comune di Molini, mentre Fontanili, appartiene al Comune di Carpasio.

In questo punto, la splendida parte di Valle sulla quale si affaccia, è come se fosse divisa in due. Andiamo però a conoscere meglio il piccolo paesello di Fontanili, più da vicino.

Innanzi tutto, dato il nome, mi aspetto di vedere tantissime fontane. Voi no? La mia immaginazione, viene premiata. Proprio all’inizio delle prime case, due belle fontanelle di pietra a semicerchio, ci danno il benvenuto. Sopra di esse, incisa su una piatta lastra di ardesia, c’è una dedica a chi forse le ha costruite: “Vittorino Pozzatello. Generoso lavoratore”.

Le fontane però nel paese non sono tantissime, o sono nascoste, o il mistero è tutto qui, già risolto. C’è però da dire che, accanto a questo villaggio, una fonte rigogliosa d’acqua, scorre perpetua e forse ha a che fare con il nome.

Vicino a lei, una panchina di legno ospita le persone che camminano per quella strada tortuosa e difficile da percorrere in auto. Raggiungere Fontanili non è semplice infatti e d’inverno, quasi impossibile. Ci vuole una macchina agile e corta. I suoi tornanti sono molto brevi, a gomito e la strada, in certi punti, è davvero stretta.

La cosa che maggiormente mi ha colpito di questo posto, oltre che alla sua bellezza, è stato il tavolo della festa del paese. Era lungo non so nemmeno quanto. Lunghissimo. Seduti a quel tavolo, fatto di assi di legno, ci stanno comodi tutti gli abitanti della Valle Argentina e non solo di Fontanili!

Questo mi fa pensare che i pochi abitanti di qui sono comunque ospitali per invitare così tante persone alla loro sagra estiva. Questo tavolo rimane sotto il capannone delle feste, all’aperto, e si trova prima ancora delle case. Circondato da piante e fiori, è un capanno rallegrato da bandierine festose gialle e verdi.

Tantissime sono le piante intorno che non solo circondano questo luogo di gioia ma fanno ombra anche alla Chiesa.

Una Chiesa piccola ma importante. Le Chiese sono però ben due.

Stiamo parlando del Santuario del Sacro Cuore di Gesù, costruito nel 1908 al quale una famiglia di Fontanili, residente in Francia, ha donato una preziosa statua del Sacro Cuore e una di San Rocco. Prezioso, all’interno, è anche il suo lampadario in legno lavorato artigianalmente in modo esemplare.

Ad affiancare questa Chiesa ce n’è un’altra, quella di Sant’Anna, del 1906, di due anni più vecchia.

Come vi dicevo prima, le piante non mancano. Pensate che il nome Glori infatti, deriva dal nome Clori, Dea della foresta e dei fiori. Nome che a sua volta deriva da Kloris che vuole proprio dire “verdeggiante”. Non poteva quindi che esserci tanto verde qui, intorno a Fontanili. Il verde si arrampica anche sulle case, guardate!

E chi ha la casa, anche se solo per l’estate, non manca di abbellirla con vasi e piante di ogni genere. Vi ho fotografato ad esempio questa, una pianta molto particolare che noi chiamiamo “Ostie o Monete del Papa”. Si, lo so, la flora da noi ha spesso nomi religiosi. Il nome scientifico però è Lunaria. E’ una pianta stranissima perchè quei suoi fiori tondi, che contengono i semi che potete vedere in trasparenza, sembrano di carta. Appena li tocchi si rompono con un deciso “crack” soprattutto quando secchi. Vengono usati solitamente per composizioni, hanno un aspetto elegante e pulito ma sembrano appunto già deperiti!

Saliamo in cima al paese alla ricerca di altri fiori stupendi ed è bellissimo poter notare da quassù tutta la vallata!

E guardate! “L’uomo che dorme”! Da che sono una piccola topina, quel monte particolare, l’ho sempre chiamato così. Non sembra il viso di un uomo sdraiato con un bel naso alla Dante Alighieri? Lo si può vedere da parecchi posti, troneggia nella mia Valle e, sotto di lui, la cava di San Faustino.

Sembra di essere in una favola: monti dalle mille forme e fiori particolari, un solo gatto che gironzola randagio e ruderi segnati da un tempo.

Qui siamo a 700 metri circa sul livello del mare e, a chi vive qui, lo scorso inverno, è capitato di rimanere bloccato a causa della neve scesa e del ghiaccio venutosi a creare. Ma penso che se ne siano stati a casa volentieri, al calduccio con le loro stufe.

Le case sanno di antico, sono tutte di pietra. Blocchi di pietra ordinatamente messi uno sull’altro a formare non solo dimore ma anche scorci da immortalare.

Ognuna, davanti, ha un lastricato di ciappe a far da patio, curato nei minimi particolari. Alcune case sono in vendita ma, a comprare, è sempre la solita storia, ci pensano solo gli appassionati di quella che sarebbe una vita particolare con i suoi pro e i suoi contro.

Fontanili è piccolo ma è un labirinto, un labirinto nel quale non ti puoi perdere, dove i suoi sentieri sono tutti di ciottoli e gradini. Bisogna avere le gambe buone per vivere qui!

Pant, pant! Non ci sono in lui vere e proprie stradine, sembra sempre di entrare in casa di qualcuno, nella sua proprietà. Spesso sono proprio dei piccoli cancelletti in legno a definire questa divisione e, tutti uguali, sono ovunque.

Giriamo un pò per il paese, mi guardo intorno. Che strano posto. Antico. Si respira un’aria medievale eppure nulla c’è che possa far pensare al Medioevo. Forse è solo suggestione. Forse mi aspetto di veder uscire qualche guardia minacciosa a difendere il suo territorio con le unghie e con i denti com’era solito fare da parte loro. Invece non c’è nessuno. Solo da un’unica casa provengono vociare e risa. Tutte le altre sono spente. Che effetto. E l’unico uomo che abbiamo incontrato, appena arrivati, è stato con noi gentilissimo. Ci ha spiegato di spostare la macchina, parcheggiata dalle fontane, perchè dalla roccia sovrastante potevano cadere massi che ci avrebbero rovinato la carrozzeria. Lui lo sapeva, conosceva bene il suo paese.

Un paese che mi ha davvero fatto piacere visitare meglio. Che qualcuno chiama Fontanili e qualcun’altro Funtanili. Ma è sempre lui! Affascinante.

Alla prossima.

M.

Tutti a Corte!

No, non serve fare un inchino! Questo, topi, è un altro bellissimo paese della mia Valle. Si chiama Corte ed è una frazione di Molini di Triora. Sorge a circa 670 metri sopra il livello del mare e i suoi abitanti sono all’incirca una quarantina. Si trova a 2 km dopo Molini di Triora, comune al quale appartiene. Per arrivarci, si prende una strada che, salendo, rimane alla nostra destra dalla Provinciale 52 e si percorrono alcuni tornanti, molto vissuti durante la notte da cinghiali e altri abitanti del bosco. Di fronte a lei, sorgono Andagna da una parte e Triora dall’altra, quasi a formare un triangolo con al centro, giù in basso, Molini.

Dentro Corte non si può viaggiare in macchina, ma bisogna inerpicarsi a piedi per questo paesello, in salita, e la prima cosa che colpisce i nostri occhi è la pulizia. Le stradine, spesso formate da bassi gradini che le attraversano, sono come il pavimento di casa nostra. Vie per le quali solo gli esperti possono condurre piccoli trattori, magari per trasportare i carichi di legna o altra merce pesante.

Gli orti degli abitanti sono tutti intorno al paese, ognuno ha il suo. Si coltiva alla maniera di un tempo. Pensate che proprio gli interessi di Triora, (un tempo il paese più importante e influente della vallata, essendo la Podesteria della Repubblica di Genova) sul commercio del grano causarono una sorta di malcontento tra le diverse ville di Molini, Andagna e Corte, arrivando il 2 maggio del 1654 alla dichiarazione di indipendenza locale da Triora. Ogni villa ottenne di beneficiare di propria autonomia amministrativa e fiscale.

Ancora oggi ci sono un po’ di scaramucce tra questi paesini, ma chi non ne ha, in fondo? Gli abitanti di Corte sono molto ospitali e fanno di tutto per rendere il loro paese rigoglioso e riparare ciò che in passato è stato distrutto, come ad esempio il tetto della vecchia chiesa nella piazza. Tutte le estati, infatti, si organizza una festa chiamata “cena sotto le stelle” e il ricavato va alle opere di ristrutturazione di questi importanti edifici. Uno tra questi, è la vecchia scuola elementare. Pensate, è una vecchia scuola che ora è diventata la biblioteca di Corte. Ebbene sì, Corte può vantare una biblioteca che pochi paesi hanno.

E’ un borgo bellissimo, tutto inizia dalla piazzola denominata Casai, in fondo al paese, per poi salire attraverso grotte e carruggi in quello che è un villaggio formato prevalentemente da case di pietra. Sembra di girare in un presepe e, di tanto in tanto, una piazzetta di ciottoli, qualche panchina e degli alberi, come dei magnifici salici piangenti, offrono la possibilità alle persone di ritrovarsi alla sera e raccontarsi com’è andata la giornata. Ovviamente con lo scialle sulle spalle. Quest’anno, non c’era differenza tra la temperatura al mare e quella a Corte (erano 35 i gradi, in alcune giornate di agosto… che bellezza! Rosolavo come uno spiedino!),  ma solitamente il golfino, in questi paesini di montagna, è quasi d’obbligo alla sera.

A Corte si possono visitare anche tanti monumenti religiosi, come la chiesa parrocchiale di San Giacomo Maggiore, che conserva al suo interno un quadro raffigurante la Sacra Famiglia del XVII secolo dipinto da un pittore ignoto. E’ una bellissima e grande chiesa al centro del paese, con appesa alla facciata principale una lastra di ardesia in onore dei figli caduti per la patria, e il suo campanile è altissimo. Questa chiesa sorge su una piazza di sassolini incastonati nel cemento. E’ Piazza del Popolo, che racchiude in sé anche una fontana, e, su un marmo, sono impressi i ringraziamenti a chi ha costruito l’acquedotto di Corte.

Poi c’è l’ex oratorio di San Tommaso, che conserva una statua della Vergine Maria con il Bambino Gesù sovrastanti San Bernardo, San Bartolomeo apostolo e il diavolo incatenato. Proprio questo oratorio sta particolarmente a cuore dei cortigiani, gli abitanti di Corte, che vorrebbero farlo rivivere come luogo di ritrovo ideale per i bambini.

C’è ancora la chiesa di San Vincenzo. Il portale di questo edificio è del 1497. Attualmente si trova in stato di rovina, sommersa dalla vegetazione, ma è un’opera antica e va citata.

Infine, percorrendo a piedi una stradina per circa venti minuti, si può raggiungere il Santuario della Madonna del Ciastreo o della Madonna della Consolazione, un bellissimo santuario, principale luogo di culto degli abitanti. Un giorno vi ci porterò a vederlo e, tornando indietro, vi farò passare dal bosco. Vedrete come vi divertirete, è un luogo bellissimo e offre una vista mozzafiato sulla Valle e le montagne ricche di alberi.

Corte, che dista dal mare circa 28 km, ci offre anche la possibilità di vedere da lontano la statua del Redentore. Per notarla, bisogna andare in cima al paese, dove le ultime campagne ci segnalano che lì il borgo finisce. Più in su ancora, una splendida vigna lo incornicia verso est.

A Corte c’è un solo negozio, portato avanti con tanto amore dalla signora Gemma. In questa bottega si vendono sigarette, pane, alimentari ed è fornito anche di cabina telefonica, quei telefoni che stanno diventando ogni anno più rari. Il negozio non ha orari. Spesso, alle nove di sera si può ancora andare a vedere se Gemma sia ancora lì. Vicino alla sua bottega ci sono i lavatoi che un tempo venivano usati per il bucato e dai bambini che d’estate ci si tuffavano dentro. Sono ancora funzionanti, vengono tenuti vuoti per non lasciare acqua sporca stagnante all’interno dei vasconi.

E, a proposito di acqua, quante fontane a Corte! Un giorno ve le farò vedere, sono una diversa dall’altra, posizionate nei giusti luoghi per dissetare gli escursionisti come noi. Acqua fresca, buona, dissetante!

E che belle le porte! Le case di Corte hanno delle porte stupende. E poi gli animali… Oltre ad aver visto gatti e conigli, siamo stati accompagnati a lungo anche da una pernice.

C’è proprio da divertirsi qui! I nomi delle vie sono tutti scritti su pezzi di legno. Su anelli di tronco d’albero, tagliati come vassoi e a mano, sono state pitturate le denominazioni di piazze e strade.

Che bel paesino! Tutti si conoscono e i ruderi di un tempo sono stati ristrutturati e resi magnifici e, nelle case, oltre ai termosifoni, si hanno anche stufe e camini. D’inverno, qui, non si scherza.

Di Corte colpiscono i particolari: le finestre, le porte, i muri, i dipinti… tutto. Gabbie appese fuori casa contenengono ogni cosa fuorché uccellini. Ognuno arreda la sua dimora con gusto e originalità e, nonostante sia un piccolo borgo, per osservarlo bene ci vuole tutta la giornata!

Insomma, vi consiglio vivamente di venire a farci una visita. Non ve ne pentirete e non vi annoierete di certo, se siete amanti di paesaggi caratteristici.

Vi aspettano a Corte, ma non serve fare un inchino! Bacioni!

M.

Hotel Giovanna

Questo luogo merita un post. Nella mia Valle penso sia il locale più famoso. L’hotel Giovanna a Molini di Triora è uno dei ristoranti più rinomati e antichi nel quale è possibile degustare prodotti tipici liguri fino alla completa sazietà. Non esagero quando dico che solo gli antipasti saranno una quindicina…. No, no, sono di più!

Si inizia con la classica fettina di crudo e manzo, tutti e due tenerissimi e si continua con ovulo (fungo prelibato) condito con olio e limone, cannolo alla besciamella, quiche lorraine alle verdure e, per finire anche una bella porzione di lumache. E tanti, tanti altri ancora, da perdere il conto.

Sappiate che è consentito fare il bis se volete ma vi sfido davvero a mangiare tutto! I primi piatti sono sempre due e possono essere ravioli e tagliolini ai funghi, tutto ottimo, tutto casalingo.

I secondi? Tagliata e coniglio con purè o insalata o patate o quello che volete! E per concludere il mega pasto, un’enorme porzione di gelato alla crema con il cioccolato fuso che la ricopre. Mmmmmhmm, che scorpacciate topini!

A condurre tutto pensa Francesco, un uomo arzillo e gioviale di settantaquattro anni che tiene molto anche all’estetica del suo ristorante. Pur essendo un posto alla buona, è decorato in modo classico a riprendere la vita della valle. Un grande murales rappresenta una battuta di caccia al cinghiale ad esempio e poi, il caminetto, i liquori tipici esposti e anche tanti premi ricevuti.

Come si fa ad arrivarci? E’ molto semplice. Quando si arriva nel centro di Molini di Triora, al bivio, anzichè continuare a destra la strada principale, si svolta a sinistra e lo si vede subito. Non c’è persona nella mia Valle che non abbia mangiato qui. Da che eravamo topini, i nostri genitori ci portavano in questo luogo e oggi ci portiamo noi i nostri topini. E ci credo bene… mangiano come dei lupi!

Iinsomma, vi ho mostrato un’altra tappa fondamentale che dovevate conoscere.

Veniteci presto! Un bacione!

M.

4 luglio 1944

Molini di Triora. Un giorno di guerra. Un altro terribile giorno di guerra.

Antonio Allaria Olivieri ricorda quel giorno con i brividi.

Di fronte all’entrata di quello che oggi è l’Hotel Giovanna, uno dei più rinomati ristoranti e alberghi del paese, c’era un fienile. Il proprietario di questo hotel, Francesco, all’epoca aveva 8 anni, ma ricorda tutto come se fosse avvenuto ieri, anche lui come Antonio.

Quel giorno, il 4 luglio del 1944, dodici italiani sono stati obbligati dalle truppe naziste a entrare in quel fienile e, una volta chiusi dentro, hanno appiccato il fuoco. Ora, al posto della baracca andata in fiamme, c’è un monumento che li ricorda. E’ una lapide su un grosso masso che riporta la seguente scritta:

“Nella luce di Cristo, nel cuore dei cittadini, un ricordo e un ammonimento presenti gli spiriti di tutti i caduti nel nome della libertà e della patria”.

Prima di questa frase è stato inserito l’elenco di tutti i nomi.

Francesco guardava dall’altra parte del fiume divampare quelle fiamme sempre di più. Antonio ne ha ancora vivo il ricordo.

Questo non è l’unic scempio compiuto dalla guerra, ma vedere oggi questi due uomini che, con il loro sorriso, conducono le loro attività di ristoratore e agricoltore è toccante allo stesso modo di guardare in faccia ogni giorno i nostri nonni.

In quel fienile non c’erano degli sconosciuti. C’erano amici, parenti, conoscenti. E’ straziante veder pensare Antonio e Francesco alle grida dei poverini, vedere i loro occhi che per un attimo si perdono nel vuoto del ricordo per tornare poi a sorridere, ancora una volta. Quell’attimo di tristezza, non glielo può cancellare nessuno dalla profondità degli sguardi.

Ogni paese ha vissuto i propri incubi. Per l’abitato di Molini questo è uno dei più tristi ricordi, un omicidio senza giustificazione, ma solo, pare, per il divertimento di farlo.

Per molti abitanti di Molini, quello che vi ho mostrato oggi è uno scorcio sacro. E non potrebbe essere altrimenti.

M.