Dai Cubi al Garezzo sul manto nevoso

Con il termine “I Cubi”, in Valle Argentina, si intende la zona dal Passo della Guardia fornita di panche e tavoli atti a ricevere persone che hanno voglia di fare un bel pic nic godendo di un’atmosfera meravigliosa, immerse totalmente nella natura.

In questo periodo però è difficile poter godere di queste comodità, essendo ch’esse sono completamente ricoperte dalla neve.

Si prosegue pertanto, sopra a quel manto bianco, soffice e luccicante.

Si prosegue fino al Colle del Garezzo arrivando al Ciottu de e Giaie (Ciotto dei Torrenti).

Sembra di essere dentro ad una di quelle palle di vetro piene d’acqua, omini e puntini di polistirolo che si muovono dolci, se si scrolla quella sfera trasparente.

I rumori sono ovattati e sopra ogni cosa regna lei: la candida Signora.

Tutto ha un altro aspetto. Nuovo. Dalle sfumature cangianti.

I fruscii dei pezzi di neve ghiacciata che cadono dai rami diventano tonfi sordi al suolo.

Alcuni fili d’erba sono completamente immersi nel ghiaccio e, assieme all’acqua divenuta solida, formano strane figure bizzarre. Anche le gocce che cascano dai profili rocciosi sono adesso stalattiti fredde.

Rocca Barbone sembra il teatro di una fiaba. Il suo cappello è bianco e la severa falesia che la distingue appare ora ancora più aspra, colorata da quel grigio scura che risalta maggiormente.

Ancora pochi passi, percorro gli stessi metri fatti dai Camosci prima di me e posso godere di un panorama mozzafiato.

In primo piano vedo il Monte Pellegrino, meno imbiancato rispetto alle montagne alle quali do la schiena e, dietro di lui, si staglia davanti ad un mare color oro e azzurro Monte Bignone, solo e snello.

Zampetto per quella strada innevata senza sentire alcuna fatica, è tutto così bello che mi sento leggera come un piccolo insetto.

Il sole, prima dell’arrivo della foschia, scalda e brucia la mia coda ma è gradevole lasciarsi baciare da lui a quelle temperature.

Tutto è assolutamente bianco attorno a me. Alcuni riflessi azzurri delineano strane forme a terra.

Cumuli formati da neve, erba e vento sembrano il suolo di un altro pianeta e si immaginano extra-terrestri avanzare. Invece no, è sempre la mia splendida Valle Argentina che sa regalare scenari incantevoli e ogni volta diversi.

Sopra la mia testa volano indaffarati tantissimi Corvi Imperiali e Gracchi Alpini.

Sono così numerosi che mi par strano, tra loro, distinguere anche una coppia di aquile che subito si allontana.

Sono vivaci, forse affamati. Totalmente neri eppure riflettono così tanto la luce della Grande Stella da sembrar color argento.

Mi rendo conto di essere circondata anche da diversi Camosci.

Le mamme con i loro piccoli hanno formato un gruppetto che, tranquillo, si gode il sole su un prato bianco.

Alcuni invece passeggiano alla ricerca di cibo.

Altri ancora sbucano curiosi e un po’ impauriti dalle rocce e dai cespugli spogli mostrando a malapena il muso. 

E poi c’è chi sceglie comode postazioni per un riposino in totale relax, senza voler essere disturbato da nessuno. Davanti a me, intanto, si apre un nuovo scenario.

Il Poggio di Goina sovrastato da U Zimun (il Cimone) candido e tondo.

Dietro di loro, alla mia sinistra, lo splendore è dato da Alpi Liguri alle quali sono molto affezionata. Il noto Passo della Mezzaluna, completamente avvolto dal mantello immacolato, racchiuso tra Cima Donzella e Cima Arborea e, poco oltre quest’ultimo monte, l’adorato Carmo dei Brocchi. Alto, possente, austero e bianco anch’esso.

In mezzo al Passo svetta con un piglio di simpatica superbia persino Pizzo Penna.

Di fronte a me, dopo il Monte Faudo, una distesa azzurra e brillante indica il mare ed è impressionante vederlo da qui, stando con le zampe in mezzo alla neve, su questi alti monti.

Ora sono sotto al Monte Frontè.

Posso vedere la Madonna ricoperta dai fiocchi gelidi. Un forte contrasto con tutti quei pennuti neri, come il carbone, che le volano attorno.

Alcuni punti di questo tragitto possono risultare pericolosi in questo periodo dell’anno. Piccole o grandi slavine possono cogliere di sorpresa e alcuni pezzi di roccia possono spaccarsi e cadere nel vuoto. Occorre quindi evitare di stare sotto agli speroni di roccia e portarsi dove gli ambienti si aprono mostrando un territorio che gli occhi faticano a credere vero da tanto che è bello.

Le zampe scendono in quell’ovatta di 20 o 30 centimetri ed è bene avere un’attrezzatura adatta come scarponi e pantaloni impermeabili e ghette.

Si potrebbe anche ciaspolare ma non è così alta, ci si cammina dentro tranquillamente.

Le zampe fanno nuovi movimenti. È ovviamente diverso avanzare su questo terreno, meno stabile rispetto a quello estivo, ma è comunque piacevole.

Noto che anche il Gallo Forcello, del quale vedo le orme, la pensa come me. Dev’essersi divertito qua.

Era da parecchio che non vedevo il Colle del Garezzo con questo abito.

La neve, la vera protagonista, è bellissima, e riesce a far risplendere ulteriormente un mondo che già trovo affascinante di per sé.

Spero sia piaciuto anche a voi in questa sua nuova veste, così vi saluto sapendo di lasciarvi una graziosa visione.

Ma le mie avventure con la bianca Signora non sono finite qui. Aspettatemi perché ve ne racconterò e mostrerò delle altre.

Per adesso vi mando un bacio candido e vi aspetto per sgattaiolare ancora, assieme a voi, in diversi palcoscenici gelidi ma affascinanti della mia Valle.

Quei prati in mezzo ai boschi

Se c’è una cosa che trovo assai affascinante e che la mia Valle regala spesso sono i prati che si trovano in mezzo a fitti boschi.

Alcune zone alberate della Valle Argentina vengono chiamate addirittura – foreste – in quanto presentano una macchia piena di alberi e tronchi che quasi non lasciano passare. Offrono un senso di chiuso, di protezione, di luoghi impenetrabili persino dai raggi del sole.

Si cammina sotto a queste fronde maestose sentendosi piccini e spesso, queste fronde, appartengono a tronchi secolari che vivono lì da moltissimi anni ingigantendosi sempre di più come quelli dei Larici, dei Faggi e dei Castagni.

Permettono agli animali rifugi sicuri e danno la possibilità ad una folta e florida vegetazione di crescere e risplendere in tutta la sua bellezza.

Ma, qualche volta, capita che dietro ad un albero e dietro a quella selva scura si apra davanti agli occhi uno scenario meraviglioso.

Si tratta di una specie di radure che sembrano palcoscenici da fiaba.

Prati, talvolta piccoli e racchiusi, talvolta più ampi, che mostrano distese verdi morbide e splendide.

È facile immaginarsi gentili Caprioli brucare quell’erba soffice e rendere quel pezzo di mondo ancora più magico anche se, al momento, dobbiamo accontentarci di imperturbabili Mucche candide. E mica vogliamo fare discriminazione noi?

Qualche alberello qua e là, qualche arbusto e tanta erba e tanto muschio. Che meraviglia! Vien voglia di tuffarsi e far capriole.

Alcuni di questi prati mostrano tanta natura: bestioline che corrono indaffarate, fiori colorati e funghetti dal portamento buffo raggruppati in famigliole.

In questo sottobosco pieno di vita il verde è ancora più cupo, sembra severo ma le tonalità di alcuni doni della terra limano quel suo aspetto serio sfumandolo di vivacità.

Capita che questi prati siano a volte i sentieri di passaggio e quindi ci si cammina sopra e pare di essere su un tappeto o sulla moquette per non parlare della bellezza che si apre davanti ai nostri occhi.

Corridoi verdeggianti racchiusi da filari di alberi e nel bel mezzo una distesa di tenera erba che par condurre in un mondo fantastico.

Ogni tanto anche il bosco più selvaggio ha bisogno di sole, di aria, di apertura e si mostra con la sua armonia.

È facile essere rincorsi da uccellini che ci seguono saltellando da un ramo all’altro, mentre, davanti alle nostre zampe, svolazzano farfalle per nulla impaurite.

Guardate queste immagini Topi, non vi par di sognare?

E invece è tutto vero ma io vi lascio immaginare di essere lì, intanto, vado a preparare una nuova avventura per voi.

Un fantastico bacio a voi!

Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

Una ricerca un po’….. osé

Scusate se vi parlo nuovamente di lui in così poco tempo ma questa ve la devo proprio raccontare. Fa parte delle mie topoavventure, per cui, dev’essere assolutamente detta. Ditemi, avete mai sentito di un topo che cerca un gatto? No? Bene, leggete leggete pure.

E’ accaduto tutto due sere fa. Gino, che ormai conoscete tutti, del quale parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2015/02/20/gino/  non si trovava più. Oh già. Erano le 11 di sera e si stava per andare a dormire. Eh beh… si sa, gli ultimi controlli prima della notte e uno in particolare va ai nostri amici pelosi. Dovete sapere inoltre che, Gino, abituato a fare uno spuntino prima della nanna e abituato a dormire con me, appena capisce che si va nel letto, è sempre il primo a partire. Ma quella sera, nulla. Gino non c’era. I gatti hanno il dono di sparire per ore e non si trovano, pur essendo tranquillamente raggomitolati da qualche parte. All’inizio, infatti, non ero per nulla preoccupata. Inizio però la ricerca perchè qualcosa mi dice che non era negli armadi, o nel cesto della roba sporca ma ci guardo lo stesso. Per farvela breve, smonto la tana. Mi viene poi in mente che avevo portato in strada il mastello della spazzatura organica. – Non si sarà mica ficcato lì dentro? -. Conoscendo il tipo, che ha sempre fame, scendo giù speranzosa ma…. niente. Dovete sapere che i miei mici possono scorrazzare dal terrazzo al giardino e andare in giro per il quartiere. Un quartiere dove fortunatamente non passano molte macchine e pieno di tane intorno. Loro si divertono. Rincorrono le foglioline che svolazzano, fanno gli agguati tra le piante alle lucertole, scavano buche per poi rotolarsi nella terra. Ma vuoi vedere che ha deciso proprio stasera di andare a scoprire il mondo? Scendo di nuovo giù. Era intanto arrivata la mezzanotte e per strada c’era il silenzio assoluto. Cerco in giardino, niente. Cerco per la via, niente. Mi avvicino alle case, niente. Guardo sotto tutte le macchine parcheggiate, niente, niente e ancora niente. Inizia a subentrare il panico e anche un po’ di rabbia. “Me l’hanno rapito, affettuoso com’è….”, “E’ scappato…”, “E’ andato e ora non sa più come tornare…”, “L’ha investito una macchina….. no! no! no!”. Insomma che mentre topino pregava sul terrazzo, fermo come la Madonna di Fatima, io come una ladra perquisivo mezzo paese. – Gino! – chiamavo. Non m’interessava svegliare qualcuno, dovevo ritrovare il mio micio ma nessuno mi rispondeva. Il suo nome si perdeva nel silenzio e nell’aria vuota. – Gino! – continuavo, ma a rispondermi era solo il vento. Passai così una mezz’ora buona. Ritornai indietro. Dalla parte sinistra di casa ero già andata ma decisi di rifare un altro tentativo. M’incamminai dietro un palazzo. Buio pesto. La torcia del cellulare mi aiutava ben poco. In quel luogo il silenzio sembrava ancora più grande. Non poteva non sentirmi. – Gino! – riprovai. Finalmente sentii come risposta, un gracchio rauco tipo sgneeeck al posto di un – Miao! -. Era lui. Ne ero certa. Me lo sentivo. – Gino! – ripetei entusiasta e fremendo. Il mio urlo fu più deciso a quel punto e qualcuno, dal palazzo, si decise a dirmi le cose come stavano – No! Sono Mario! – rispose una voce maschile nel cuore della notte. – E io Andrea! Va bene lo stesso? – fece un’altra. “Macchissenefrega!” mi dissi! Io avevo ritrovato il mio piccolo. – Gino! -, – E dimmi! – rispondeva uno dei due signori in notturna. – Gino! – feci ancora e un altro suono roco mi fece capire, più o meno, da dove proveniva quel gnaulio che si stava trasformando in preghiera. Fu a quel punto che mi scappò la frase che il sig. Mario e il sig. Andrea mai avrebbero dovuto sentire: – Gino! Amore! Stai fermo che… vengo io! -. Tananana….! Ebbene sì, vi lascio immaginare, non posso davvero scrivere nulla. Ma in quel momento ben poco m’importava delle loro audaci risposte. Dico io, ma la moglie questi non l’avevano? Forse era già a dormire santa donna. Insomma, faccio il giro del palazzo e arrivo davanti al cancello di un residence. – Gino! – feci per l’ennesima volta. A quel punto, due occhi rossi, si accesero nell’oscurità. Dall’altra parte del cancello, sotto alla siepe di bordo, vidi il mio gatto che, terrorizzato, mi guardava aprendo la bocca e facendo tremare la mandibola. Non aveva più voce. – Vieni Gino, vieni… – lo incitavo accucciandomi a terra e, questa volta, badando bene di dirlo sottovoce per non farmi sentire dai due uomini del palazzo. Lui faceva di tutto per venire da me ma era così spaventato che si feriva e si faceva male da solo. In quello stato non ce la faceva. Tra l’altro, dalle sbarre del cancello, non riusciva a passare. Ma benedetto gatto, ma da dov’è che sei entrato? Come sei entrato esci no? No. Non c’era verso. Dovetti aiutarlo. Provai a scavalcare il cancello ma gli spunzoni in alto non me la resero facile e poi è difficile da descrivere ma è un cancello strano, posto su dei gradini, con sbarre sottili perpendicolari. Credetemi, niente di facile per me che mi arrampico ovunque. Dovetti così cercare di fare scaletta al gatto con le mani, mettendone una dopo l’altra sotto la sua pancia per oltrepassare i filamenti ferrosi posti di traverso. Arrivato in cima, dovevo fargli sorpassare gli spunzoni senza che si facesse male anche perchè lui non era per niente calmo nonostante fosse felice di vedermi. In bilico, su una gamba sola, e protratta all’inverosimile stile Nureyev, lo tirai fuori di lì. Con il rischio anche di vedermi arrivare dietro una pattuglia visto che ovviamente il mio gatto era andato in una proprietà privata. Morale della favola: a lui ho quasi storto un’ascella che fortunatamente è guarita nel giro di qualche ora e io, attaccata a quel cancello, ho lasciato la manica della giacca. Gino ha dormito per una notte intera e non ha mangiato nemmeno il giorno dopo. Da quella sera vive appiccicato al mio fondoschiena senza muoversi di lì, ma sta bene. Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene ma una cosa vorrei aggiungere per il sig. Mario e il sig. Andrea – Non è che la prossima volta potreste scendere a darmi una zampa???!!! -. Grazie. Buon proseguimento topini e ricordate che, a volte, anche un topo potrebbe mettersi alla ricerca di un gatto!

M.

La storia delle Api e del Miele – I° Parte

Forse sapete già tutto delle Api, o forse no. Facciamo così: provo a raccontarvi ciò che ho imparato su di loro dalla mia terra, dai miei amici, dalle mie esperienze e… chissà, magari scoprite qualcosa di nuovo.

Allora entriamo in questo mondo. Quello delle Api è un microcosmo a parte. Convivono con noi, lavorano per noi, ma l’organizzazione che hanno, noi potremmo scordarcela.

Apis Mellifera, lo sapete tutti, è un insetto che appartiene a una delle specie più studiate in tutto il globo. E’ un’insetto che vive con altri simili ed è dotato di un pungiglione che ci spaventa sovente, ma che in realtà è usato solo per pura autodifesa. L’Ape sa benissimo che dopo averci punto morirà, ecco perchè non lo farebbe mai, se non come atto estremo. Il suo pungiglione, o dardo, che si stacca da lei rimanendo incastrato nella nostra pelle, la priverebbe del suo apparato digerente, conducendola a morte certa.

Nel suo habitat naturale, così come in allevamento, questo insetto si divide in tre categorie. C’è l’Ape Regina, la più importante, poi segue l’Ape Operaia e, infine, il Fuco (l’Ape maschio). Quest’ultimo è l’ultima ruota del carro; infatti, serve solo a fecondare la Regina.

In realtà il Fuco, o Pecchione, pur avendo una vita di soli 50 giorni circa, risulta essere molto importante: non solo si occupa di allevare le piccole Api nel favo, come le colleghe Operaie, ma le sue larve, diverse dalle altre, e dai feromoni più dolci, attirano i parassiti, che evitano destabilizzare l’equilibrio igienico e sterilizzato di tutto l’alveare. Le sue celle si riconoscono, ognuno ha la sua. Lui ha una cella esagonale e grande, l’Operaia ha una cella esagonale e piccola, mentre la Regina nasce da una cella esagonale, grande e prolungata, molto più delle altre, tanto da essere quasi cilindrica. Le celle sono sempre esagonali perchè la forma stessa della testa dell’Ape è tale, se vista geometricamente. Fuco è un’Ape grossa, priva del pungiglione e della ligula, la lingua che permette di succhiare il polline. Sfigato fin dalla nascita, infatti, è stato allevato solo a polline dalle altre Api, mentre la Regina è alimentata da Pappa Reale per divenire più grande e più bella delle altre. Fuco può solo aspirare, quindi, come fa un aspirapolvere, per potersi alimentare. Per assicurarsi l’avvicinamento della Regina, deve aspettare per ore fuori dall’alveare che Sua Altezza gli dedichi le sue attenzioni. Il Fuco intraprende una particolare danza e, quando la Regina deciderà di unirsi a lui, avverrà l’accoppiamento. Questo ballo rituale è chiamato “danza dell’accoppiamento”. Ogni danza ha il proprio nome, ce ne sono di diverse e ben distinte, perchè L’Ape le effettua per innumerevoli scopi.

Forse vi starete chiedendo con quale criterio la Regina scelga il suo Fuco. Per decidere, la Regina, che al momento della scelta è ancora snella e longilinea, spicca un volo altonel cielo, più in alto che può. Solo il maschio che riesce a starle dietro e a raggiungerla potrà averla e renderla morfologicamente diversa. Ella diverrà, infatti, con un corpo più tozzo e un addome più gonfio, il quale spesso le impedisce addirittura di volare.

Fuco è grande, con ali grandi come il suo dorso, ed è ricoperto di peli. Nasce da un uovo non fecondato e vive, con i maschi e le operaie, in serenità. Mentre nelle altre Api si nota il giallo vivo con il quale sono colorate, in lui prevale il marrone, risultando quindi il più scuro dei tre.

L’Ape Regina, che è stata corteggiata e fecondata una sola volta nella vita, continua a depositare uova ogni giorno per tutto l’arco della sua esistenza, di circa tre anni, fermandosi solo nei periodi più freddi dell’anno. Può arrivare a depositare fino a 3.000 uova al giorno. Incredibile!

Saranno le Api Operaie a sostituirla, quando si accorgono che la loro Regina non è più in grado di essere tale perchè vecchia, ammalata, ferita, non più  fertile o per altri motivi. Iniziano allora a formare delle celle pronte a ospitare altre Regine. Gallerie grandi, comode… vere e proprie reggie. Le larve che vengono depositate in queste celle, a insaputa della Regina ancora sul trono, vengono alimentate a Pappa Reale per far crescere soggetti grandi, forti e belli. La prima Ape che nasce da una di queste celle, come se sapesse già di essere la nuova Regina, andrà a uccidere tutte le altre non ancora nate e prenderà in mano lo scettro. Dopo aver mangiato così bene, sarà più grande, avrà un mantello più scuro e lunghe ali che non le ricopriranno completamente il corpo. E’ lei la nuova matrona. Emetterà il famoso canto della Regina, un la naturale come nota, un fischio udibile all’aurora o al tramonto delle sere d’estate che viene emesso tramite vibrazioni e che intende comunicare diverse cose. Lei comanderà su tutti. Guiderà il suo sciame verso una nuova vita e farà sì che tutto si mantenga nel modo migliore e più equilibrato possibile. Un compito arduo, il suo, preciso e delicato. La Regina non può essere una sprovveduta.

Tuttavia le Operaie non sono stupide, bensì molto previdenti, e, a sua insaputa, hanno nascosto e protetto delle altre potenziali Regine. Questo fa sì che, se lei non fosse in grado di portare avanti il suo ruolo alla perfezione, possano facilmente sostituirla. In caso contrario, le Api principesse rimaste protette possono andare via dal favo e formare nuove colonie di Api, portando con sé qualche Operaia. Accade così quello che viene definito fenomeno della Sciamatura.

Quando sale al trono, la nuova Regina vola fuori dalla sua casa difesa da altre Operaie che le ronzano intorno come bodyguard, e tutte fanno una gran festa e compiono un’altra danza. In quel momento non pungono, sono felici. Ma quel trastullarsi dura poco: bisogna darsi subito un gran da fare. Le Api non rimangono mai con le mani in mano non per niente si dice siano laboriose, sempre attive e instancabili. Ed è per questo che Regina manda subito in avanscoperta un gruppo di Operaie che per quel compito assumeranno il titolo di Esploratrici. Queste ultime, che di solito sono 5 o 6 per gruppo, una volta trovato un luogo adatto a tutto lo sciame per clima, per territorio, ma soprattutto per nutrimento, effettuano un’altra danza, questa volta circolare compiendo in aria dei giri come a formare un 8. Questo linguaggio significa che hanno trovato una fantastica fonte di cibo.

“All’opera, quindi!”, ordina la Regina, e il nuovo alveare in suo possesso inizia a prendere vita.

Se Sua Maestà avesse deciso che il vecchio non andasse più bene, avrebbero dovuto cambiarlo e costruirne uno nuovo.

Per cominciare, danno una bella ripulita e disinfettata. C’è stato un po’ di trambusto tra la vecchia e la nuova capobranco, ed è bene dare una risistemata. Se si individua un parassita o un acaro, lo si immobilizza immediatamente e si neutralizza la sua patogenicità con una sostanza particolare chiamata Propoli, un antibiotico naturale e molto potente. Il Propoli è una resina che le Api raccolgono dalle piante e rielaborano con degli enzimi dei loro succhi gastrici. Ha diversi scopi, oltre a quello giù citato. Questa sostanza, infatti, è utilizzata anche per sigillare le celle delle uova e proteggerle dai microbi o per sanare eventuali fessure e crepe nell’alveare.

L’alveare è la loro cosa più importante e va difesa ad ogni costo e con ogni mezzo. Davanti a ogni sua finestrella ci sono almeno due Api forti e robuste che, in questo loro periodo di vita, vengono chiamate Api Sentinella. Ogni Ape ha un ciclo vitale e, per ognuno di essi, assume un diverso nome.

Acerrime nemiche delle Api sono le Vespe. Più di una può provare a entrare nel favo. Quando succede, viene immobilizzata e uccisa dal sacrificio di Api che si suicidano pungendola o soffocandola, ma prima che si riesca a compiere questo gesto, la Vespa può essere riuscita ad ammazzare parecchie Api.

Tutti i cadaveri che passano dalla porta d’entrata devono essere gettati fuori dall’alveare: nessun batterio e microbo condotto dalla morte deve intaccare quel microcosmo asettico che è l’alveare.

Il Calabrone o la Vespa che per entrare nel favo ne hanno rotto l’uscio, vengono ricoperti da un sarcofago di duro Propoli.

Nemmeno a un’Ape di un altro alveare è permesso entrare. Viene riconosciuta dall’odore e viene subito soppressa.

L’Ape Sentinella, prima di divenire tale, è stata a sua volta Ape Pulitrice e poi Puericultrice o Nutrice. Questo vi evidenzia come un’Ape inizi a lavorare fin dalla nascita. Lavora ancor prima di imparare a volare, e lo fa tanto per circa 200 giorni di vita. Per prima cosa pulisce ben bene la cella dalla quale è uscita e la disinfetta. Subito dopo si occupa di dar da mangiare alle altre pupe senza scambiare l’alimentazione per una o per l’altra. Prende il cibo dalle Api Bottinatrici, quelle che vanno in giro a cercare cibo e acqua, e lo dona ai cuccioli. In questo frangente, viene chiamata anche Immagazzinatrice, perchè divide il cubo in appositi angoli separati. Dopodichè, essendo cresciuta e avendo sviluppato delle particolari ghiandole, inizia a produrre cera e aiutare le altre a costruire nuove culle. Non sapendo ancora volare, si mette a farr da Guardiana alla sua stessa casa, ma dovrà anche lei diventare Esploratrice e quindi, compiendo piccoli balzi davanti all’ingresso del favo, impara le tecniche del volo, un volo particolare di cui vi racconterò nella prossima puntata…. a presto!

M.