La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Ad Abenin, nel tempo dei lupi

Ah, topi… che terra, la mia! Una terra di artisti, di anime sensibili che hanno prodotto capolavori più o meno conosciuti. La Valle Argentina che da tempo mi impegno a farvi conoscere è stata prediletta come sfondo perfetto per varie ambientazioni, sono diversi gli scrittori che l’hanno immortalata nelle pagine uscite dalla loro penna. Calvino, Biamonti, Montale… ormai li conoscete. Ma ce n’è uno ben più vicino, nostro contemporaneo, che ha saputo descrivere certe zone della Valle e certe vicende in un modo così particolare e vivido da farmi venire un fremito dal cuore alla punta della coda!

Sto parlando di Giacomo Revelli, autore taggese del libro “Nel tempo dei lupi. Una storia al confine”. Be’, credetemi se vi dico che vale la pena di leggerlo.

Nel tempo dei lupi - Giacomo Revelli

Ambientato nei dintorni di Realdo, a fare da sfondo alle vicende che vedono Guido Valperga come protagonista c’è lei, la natura in tutta la sua potente bellezza, la stessa che elogio sempre nei miei articoli. Ma oggi non voglio essere io a parlare, vorrei che vedeste Borniga, Abenìn, il Gerbonte con gli occhi di Giacomo Revelli, che ha saputo intrappolare tanta bellezza in un libro.

Ma non si è limitato a questo, nossignori! Ha anche trattato tematiche molto belle, attuali e importanti che invitano a riflettere, soprattutto gli esseri umani che – lo so benissimo – frequentano il mio blog. E allora eccomi qui a darvi qualche assaggio delle sue parole. Sono andata sui luoghi del romanzo per voi a scattare qualche foto e mostrarvi la bellezza selvaggia dei luoghi descritti dall’autore.

Valle Argetina - Realdo - Abenin

Il romanzo inizia con Guido Valperga, il protagonista, che viene incaricato di piazzare un’antenna per il wifi in alta Valle Argentina e più precisamente nei pressi di Abenin, dopo l’agglomerato abitativo di Borniga. Il capo dell’azienda per cui lavora gli ha ordinato di piazzare l’antenna a Barëghë d’r bola, una zona impervia e pericolosa, lontana da occhi indiscreti e segnata da crepacci e strapiombi.

E’ un posto brutto – ripeté il vecchio – c’è una scarpata, uno strapiombo. Già una volta, anni fa, sono andati a prendere uno che era caduto giù. C’è un sentiero, ci portavamo le bestie malate. Ma è pericoloso, da solo con ci può andare. E nessuno la può accompagnare”.

“Beh, pài… cheicün ër li sëria…” (Be’… qualcuno ci sarebbe)

“E chi?”

“Cul… ën l’Abenìn.” (Quello… ad Abenìn)

“Chi? ‘R ni i a ciù nësciüni lasciù!” (Chi? Non c’è più nessuno lassù!)

“Ma sì! Cur mesagée… com ‘r së ciama…” (Ma sì, quello zoticone… come si chiama…)

“Chi? Chi ti diju? Giusé Burasca? (Chi? Chi dici? Giusé Burasca?)

“Certu! Ee” (Certo!)

“Ma va! Sëra mort!” (Ma va, sarà morto!)

“Ma nu! Miliu, ‘r figl’ de Lanteri, ër l’à vist a faa de fascine ën lë bosch damùnt de cave.” (Ma no! Emilio, il figlio di Lanteri, l’ha visto fare delle fascine nel bosco sopra la ceva)

Guido, torinese abituato alla vita e ai ritmi cittadini e dipendente dalla tecnologia, si ritrova così ad affrontare un viaggio alla ricerca di qualcuno che possa guidarlo tra i monti e i sentieri della Valle Argentina. I suoi passi lo condurranno ad Abenìn, dove dovrà affidarsi ad altri per portare a compimento il proprio lavoro, senza poter utilizzare apparecchi elettronici, i quali nelle zone impervie dell’alta Valle non captano i segnali della rete.

Abenin

“Ad Abenìn non c’era nessuno, nemmeno il vento. La conca era immersa nel silenzio profondo, di quelli in cui, camminando, si sentono le pietre parlare coi sassi. Le poiane volteggiavano nell’aria immobile. Una cornacchia tagliò radente le cime e scomparve. C’era qualcosa di fragile. Trovare l’unica casa abitata di Abenìn non fu difficile. Ce n’erano un gruppetto, fatte di sassi grigi messi uno sopra l’altro, incastrati e impastati di terra, invasi dai muschi. Erano basse e anguste, con poche o nessuna finestra, un buio così pesto all’interno da impedire il respiro. Gli usci, bassi e stretti, avrebbero costretto all’umiltà qualsiasi visitatore che non fosse stato un bambino.”

Abenin

Ed è qui che avviene l’incontro tra Guido e Giusé soprannominato da tutti Burasca per via del suo carattere tempestoso. Guido deve restare ad Abenìn per poco tempo, ma… be’, non sta a me rivelarvi la trama del romanzo e i suoi colpi di scena, topi, ma chissà se alla fine riuscirà a montare la sua antenna e se Giusé Burasca lo aiuterà nell’impresa!

Guido finirà per trovare amici (e nemici) inaspettati e metterà in discussione ciò che ha sempre creduto di se stesso. “Nel tempo dei lupi” è un romanzo che ha una grande profondità, nonostante l’apparente semplicità della trama. Ma continuiamo a camminare sulle parole dell’autore…

edicola Abenin - Realdo

“Ad Abenin, in cima alla collina, c’è un’edicoletta con una croce e vicino un abete. Lì la strada spiana dopo la brusca rampa che sale dal Pin. Dentro c’è una Madonna e una bottiglia di coca con dei fiori appassiti. E’ un buon posto se si ha da pregare. Quando Guido ci arrivò, era un monumento di ghiaccio e di silenzio.”

Abenin - Realdo

“La neve si posava sulle fasce d’erba e lentamente le coricava, come un mantello. I dirupi, i burroni, le cicatrici della montagna apparivano ora più serie e profonde. File di muretti ordinavano i gradoni della conca e delimitavano la strada e le case. Alcuni erano gonfi, ingravidati dal tempo. Altri avevano già ceduto e vomitato nel terreno il loro magma di sassi. Altri resistevano fieri, chiusi, perfetti… ma per quanto ancora?”

Abenin - Realdo2

Che poesia, che parole! Non sono la sola a elogiare questa valle antica e fiera.

E nel romanzo è l’anziano Giusé Burasca, allevatore dai modi burberi e schietti, a insegnare indirettamente a Guido un modo di comunicare nuovo per lui, un linguaggio semplice e più diretto rispetto a quello portato dalla modernità e dalle antenne nell’era degli smartphone. E alla fine anche Guido, forse, riuscirà a far parte di quella natura che dapprima gli era apparsa ostile e distante…

lichene

“Riconosceva i larici, li distingueva uno dall’altro dalla forma del tronco o dai muschi che ne ricoprivano la corteccia. La montagna cominciava a parlargli. La piramide del Gerbonte, le colline di Abenìn non erano più il muto scenario in cui misurare un campo elettromagnetico; capiva finalmente la loro indole. Un lato dolce, con i fianchi della montagna che abbracciano le quattro case, il pontetto per il paese, come in un piccolo presepe, e poi poggi stretti, ma comodi, scalati dai muretti ordinati di sassi. Un lato severo, selvatico, con il dirupo e la valletta spezzata nel baratro: un ciuffo d’erba e poi più nulla, la valle giù, aperta, con qualche pino che si aggrappava alle rocce.”

abenin gerbonte

Ma c’è un altro personaggio in questo libro di cui non vi ho ancora parlato: una lupa, muta spettatrice degli eventi. Silenziosa, selvaggia e misteriosa, con la sua presenza sconvolgerà ogni certezza di Guido e Giusé. (Per la foto seguente ringrazio il fotografo Paolo Rossi, al quale avevo dedicato il seguente articolo qui sul blog: “Paolo Rossi racconta il lupo e i suoi segreti“).

lupo

“La lupa non sembrava avere problemi: proseguiva decisa qualche metro avanti a lui. Guido non vedeva altro che la bestia davanti a sé che ogni tanto si voltava a guardarlo. Ma cosa voleva dirgli? Dove voleva portarlo? La seguì fino ad abbandonare la radura dei larici. Si trovò così immerso completamente nel bianco. Non era cieco, ma la vista gli era assolutamente inutile in tutto quel bianco. La lupa era un’ombra grigia davanti a lui. […] Era qualcosa di profondamente diverso rispetto all’uomo. Tra lui e lei, là fuori, non c’erano solo alberi, erba e colline, ma anche tutto ciò che fa tuonare le nuvole, il vento che le muove, il buio, la notte, il gelo. Cose che oggi, quotidianamente ignoriamo, persi nel rumore di fondo. Quella lupa era arrivata come dal passato, percorreva sentieri che altri lupi prima di lei avevano percorso e si trovava davanti i nemici di sempre, come se anche il tempo ad Abenìn fosse tornato indietro. Ma ora, dove si trovava? Nel tempo dei lupi o in quello degli uomini?”

Il lupo, quello straordinario mammifero ormai sulla bocca di tutti, è tornato a popolare le zone selvagge della mia Valle, ormai lo sapete. E’ un essere schivo, che si fa beffe dell’uomo, e nel libro Revelli usa un motto semplice e schietto per definire questo animale libero fiero: l’è ‘r louv l’animàa ciù furb! (E’ il lupo l’animale più furbo).

Abenin - Realdo - Gerbonte

Il sottotitolo di questo libro è “Una storia al confine”. Revelli parla molto di confini nella sua opera: il confine tra l’Italia e la Francia, dove le vicende sono ambientate; il confine tra antichità e modernità, tra umanità e bestialità, tra civiltà e zone selvagge e incontaminate. Si sente il confronto tra i confini, quelli reali e immaginari che l’uomo ha creato, quelli ai quali la natura non obbedisce perché le leggi umane non hanno validità assoluta su tutto e sfuggono al suo controllo, a differenza di quanto egli stesso tenda a pensare.

Valle Argentina Realdo

Siamo in terra brigasca, dove in passato si consumarono battaglie sanguinose e di cui ho già avuto modo di raccontarvi molte volte, qui sul blog. Sono luoghi che hanno visto scontrarsi italiani e francesi in numerose occasioni, proprio perché questa sembra ancora oggi terra di nessuno, dove ogni cosa è possibile e dove le leggi umane faticano ad arrivare.

E ancora oggi qui, sulle montagne che vi mostro in queste mie immagini e tramite le parole di Giacomo Revelli, gli sms, il web e i social network non arrivano. Qui tutto è autentico, non ci sono schermi a fare da tramite. E quello che l’autore vuole farci vedere è che le sofisticate tecnologie odierne arrivano ovunque, ma l’unico ripetitore che non riescono a toccare è il più importante: quello del cuore.

Sentiero Colle Sanson Valle Argentina

Una terra, questa, che sta pian piano riconquistando il suo lato selvatico e selvaggio, là dove la presenza antropica si limita ormai a sporadiche e occasionali occupazioni, limitate al periodo estivo. Ci si sente ospiti, qui, non di certo padroni, e Revelli lo ha descritto molto bene.

Abenin - Realdo - Valle Argentina

Con delicatezza e semplicità, riporta in vita gli antichi conflitti tra uomini e lupi, riapre vecchie ferite non ancora rimarginate e fa riflettere su due mondi distanti e vicini al contempo – quello umano da una parte e quello animale dall’altra – che viaggiano paralleli senza (quasi) mai incontrarsi. Una storia che invita al rispetto, a sentirsi padroni soltanto di se stessi e ad aprire gli occhi per incrociare lo sguardo con quello del lupo.

Adesso vi saluto, topi. Torno a zampettare in zone selvagge per voi. Un ululato a tutti!

 

La Cucina Bianca della mia Valle

Parlo spesso della Valle, dei suoi panorami mozzafiato, della sua rigogliosa vegetazione e degli animali che la abitano, ma mi soffermo troppo poco sull’aspetto culinario, sull’importanza di questa arte antica e apprezzata ancora oggi.

Quella delle Alpi Liguri e Marittime è definita “Cucina Bianca”. Infatti, a prevalere sono i colori chiari, ma la povertà delle tinte non si rispecchia nel gusto, che invece è ricco e reso unico dai prodotti che la terra offre.

Porri, aglio, cipolle, patate, cavoli, funghi, lumache, fagioli, formaggi, uova, castagne, farina… c’è tutto in abbondanza e le ricette sono antiche, testimoniano lo scandire del tempo di uno stile di vita ormai quasi perduto del tutto. È una cucina talmente preziosa che a essa è stato dedicato un percorso di 70 chilometri quadrati che coinvolge le valli Argentina e Arroscia, sconfinando persino in Francia e Piemonte.

strada della cucina bianca - alpi marittime

La Strada della Cucina Bianca – Civiltà delle Malghe, così è stata soprannominato il percorso, collega i comuni di Cosio di Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pornassio, Triora, La Brigue (in territorio francese) e Briga Alta (Cuneo).

Come dicevo, i prodotti di questo tipo di cucina sono antichi, ma si possono gustare ancora oggi. Ricette della tradizione popolare sono sopravvissute allo scorrere del tempo grazie a pastori e contadini che hanno a cuore le loro radici, non le dimenticano, e resistono con tenacia alla modernità. Un tempo ci si doveva arrangiare: si trascorrevano molte ore sui pascoli alti, il lavoro era duro e c’era bisogno di piatti semplici e nutrienti da poter preparare velocemente.

Il formaggio della mia Valle ha i sapori e i profumi della montagna, grazie all’erba brucata dalle capre, dalle pecore e dalle mucche.

toma di mucca - formaggio ligure - cucina bianca - triora

E, a proposito di questo, nella zona si allevano ancora gli ovini di razza brigasca. È nato persino un presidio Slow Food per il sostentamento della produzione di tome a latte crudo di questa pecora. Insomma, non è una cucina da poco!

pecora brigasca presidio slow food

Continuando a parlare di formaggi, in Valle è da sempre molto usato il brüssu – o bruzzo – ottenuto dalla fermentazione della ricotta. È cremoso, spalmabile e ha un gusto molto forte, per questo non piace a tutti.

Si accompagna con fette fragranti di pane di Triora, prodotto ancora oggi con la ricetta di un tempo. Parlando di questo pane meraviglioso, mi vengono in mente tanti ricordi della mia infanzia, quando ero una topina e vivevo a casa dei miei topononni. Facevo colazione con latte e biscotti, poi mi preparavo per andare a scuola e topononno, non soddisfatto dal mio primo pasto mattutino, mi metteva in una zampina una fetta di “Pane del Nonno”, come lo chiamavo allora, e nell’altra un tocco di formaggio. E così affrontavamo insieme la strada verso la scuola, mentre io davo un morso ora all’uno, ora all’altro.

pane di triora

Il pane di Triora arriva fin sulla costa, dove è venduto anche nei supermercati. È richiesto, rinomato e apprezzato da tutti perché ha un sapore unico, antico e inconfondibile. Acquistato ancora caldo al panificio Asplanato di Triora, però, ha tutto un altro sapore! Camminando per le vie del borgo si può sentire il suo profumo invitante spandersi nell’aria e allora è doveroso entrare nel forno e acquistare una forma per assaporarla ancora fumante, facendo attenzione a non ustionarsi le zampe e la bocca. I segreti di questo pane sono molti e non possiamo conoscerli tutti, ma sappiamo che è realizzato con farina di tipo 1, meno raffinata e più integrale rispetto alla 00. L’impasto viene fatto riposare su un letto di crusca per non farlo attaccare, ma anche per dargli un sapore più rustico. La crosta è sottile, scura come la pelle di chi inizia ad abbronzarsi in estate, trascorrendo tante ore sulla montagna. È un pane nutriente, adatto a offrire la sua genuina energia a chi ne aveva tanto bisogno per il duro lavoro.

Il brüssu, però, non si accompagna solo al pane. Infatti, è protagonista di un altro piatto tipico delle mie montagne: i Sugeli.

Sono gnocchetti realizzati solo con acqua e farina ai quali, tramite le dita, viene data una forma simile a quella dell’orecchietta pugliese. Si “suggella” in questo modo la forma dello gnocco, forse è anche per questo che si chiamano così. Il loro nome, tuttavia, pare avere origine dall’omonima parola ligure “sügélu“, che indica uno strumento che serve per fischiare. Anticamente, infatti, i nonni forgiavano questi strumenti dalle canne o dal bambù e il pezzo che si introduceva in bocca per emettere il suono desiderato aveva proprio la forma che si dà allo gnocco, esattamente come quello della terza foto qui sopra.

I Sugeli, ad ogni modo, vengono conditi con la crema di brüssu e sono un piatto semplice da preparare.

Scendendo un po’ più verso valle troviamo altre squisitezze, come la Frandura (di cui vi ho parlato qui), una squisita torta di patate tradizionale di Montalto Ligure. Roba da leccarsi i baffi, cari topi!

Frandura

Proprio sotto Montalto esiste un’altra esclusiva della mia bella Valle: i Rundin di Badalucco, fagioli bianchi antichi e tipici baiocchi.

In tutto questo mordi e fuggi di antichi piatti e sapori, non vi ho parlato di un ingrediente essenziale della cucina montana: le erbe aromatiche. Sono onnipresenti e, senza di loro, i piatti sarebbero meno profumati. Timo, Maggiorana, Santoreggia, Lavanda, Ginepro, Rosmarino… ci si può davvero sbizzarrire, perché sui monti crescono spontanee e profumatissime, grazie all’aria pura e fresca.

A proposito di fresco, bisogna ricordare che un tempo non esistevano strumenti per la lotta a parassiti e insetti. L’unico modo che permetteva ai cibi di non deteriorarsi era proprio il freddo pungente delle montagne.

Avete notato che non ho parlato di carne? C’è un motivo, e ve lo spiego subito. Un tempo – e si parla soprattutto della popolazione povera di pastori e agricoltori – non era così frequente cibarsi di animali. Il bestiame serviva per la lana, il latte e i formaggi, mentre le galline venivano tenute per le uova. La macellazione di un animale avveniva raramente e in occasioni speciali e di esso si usava tutto, ma proprio tutto. Nulla andava sprecato. L’uomo delle malghe si cibava per lo più di farinacei, legumi, ortaggi e latticini, qualche volta mangiava il coniglio, ma molto raramente sacrificava un capo del proprio bestiame.

E qui possiamo parlare anche di un altro piatto della cucina ponentina ormai diffuso in tutto il territorio nazionale, il coniglio alla ligure. È arricchito dalle olive taggiasche e dall’olio che esse producono, unico e inconfondibile, oltre che dalle preziose erbe aromatiche e dal vino rosso.

Insomma, come vedete ce n’è per tutti i gusti, altro che cucina povera!

In Valle Argentina e nelle zone limitrofe che fanno parte della Strada della Cucina Bianca sono numerosi gli eventi legati alla gastronomia in cui si possono assaggiare i prodotti tipici, di seguito ve ne segnalo alcuni della mia Valle, ma ce ne sono un’infinità:

  • Sagra dei Sugeli – Verdeggia (inizio agosto)
  • Sagra della Frandura – Montalto Ligure (seconda metà di agosto)
  • La Sagra della Lumaca – Molini di Triora (inizio settembre)
  • Fungo nel Borgo –  Triora (fine settembre)
  • La Festa della Castagna – Andagna (seconda domenica di ottobre)

Non vi resta, dunque, che segnarvi tutto sull’agenda e venire a gustare da noi queste prelibatezze!

Ora vi saluto, con le zampe sporche di farina ho imbrattato tutto il computer, vado a finire il mio capolavoro culinario.

Un abbraccio farinoso,

la vostra Pigmy.

(Un enorme grazie a Gianna Rebaudo per il suo prezioso aiuto fotografico. Squit!)

L’antico orologio

Eh sì, topini: ognuno aveva il suo metodo. C’era chi guardava il sole, chi sentiva il rintocco delle campane, chi toccava gli alberi, chi aveva le meridiane… Tutti dovevano comunque conoscere l’ora, in un modo o nell’altro. Non c’era certo l’orologio al polso!

Per esempio: come facevano gli abitanti di San Faustino, piccolo borgo della mia Valle, a contare il trascorrere delle ore, dei minuti e dei secondi? Mi sono proprio chiesta come facesse il nonno di Marco, il mio amico toporeporter, a sapere che era giunto mezzogiorno e bisognava lasciare i campi per andare a mangiare.

Ebbene, ve lo spiego subito.

A nonno Giovanni, detto Giuan de Cristò, bastava guardare la Colla du Frae, ossia, la Colla del Frate che vedete nella foto e, più precisamente, quella parete di nuda roccia situata nel bel mezzo di questa collina. Come potete vedere, nel centro della roccia, si distingue una macchia nera. Sembra quasi un grosso graffio fatto da tre giganteschi artigli sporchi di pece. Vedete?

Ebbene, quando il sole arriva a scoprire e illuminare questa macchia scura, è esattamente mezzogiorno! Ovviamente c’è un leggero cambiamento dall’estate all’inverno, ma, più o meno, l’orario è quello.

E non è una bugia! Io ho fatto queste foto a mezzogiorno meno cinque e, da come potete vedere, il sole stava quasi per toccarla.

Nel pomeriggio, invece, tutta la montagna è baciata dal sole. Questo è un fantastico metodo usato dai contadini di questo paese che si trova in alto, sopra Aigovo, a dominare gran parte della Valle. E, pensate, solo da tale altezza si può ammirare questo fenomeno.

Quanto mi diverte! Chissà chi è stato il primo a scoprirlo! Che genietti, i miei convallesi!

Be’, non mi resta altro che ringraziare il mio amico Marco per avermi svelato questa curiosità e mandare un abbraccio a tutti voi!

M.

La vipera: il terrore della Valle Argentina

Non sono mai riuscita a fotografarne una, quindi posterò questa foto di qualcuno più bravo di me (comune.challand-st-victor.ao.it).

Oggi gli ovidiofobici mi odieranno, ma è anche lei un animale e vive nella mia Valle. State tranquilli, non può uscire da questo schermo.

In questo periodo, quando il sole inizia a scaldare, lei comincia a far paura. I cercatori di funghi si procurano lunghi bastoni, i cacciatori appendono campane ai collari dei cani e le nonne impediscono categoricamente ai nipotini di sedersi su massi o rocce dove spesso la vipera si apposta a riscaldarsi. Queste sono tutte utilissime precauzioni, fatele, ma non siate fobici.

Ebbene, credetemi, non è così pericolosa. E’ velenosa, questo sì, al contrario della sua cugina biscia per nulla mordace. Ma ciò che la fa scattare è la paura. Solo la paura. La vipera non attacca mai per uccidere, solo per difendersi. Sarà lei per prima a scappare (non posso dire a gambe levate), quando vi vede. Solitamente, infatti, gli attacchi da parte di questi rettili avvengono quando si alza il sasso dove loro erano sotto rintanati (cosa da non fare mai), o quando gli si pesta la coda. Possiamo, forse, dargli torto? Gli rompiamo la casa o gli buttiamo addosso 60 chili di roba, quando va bene, vorrei un po’ vedere. Cos’altro potrebbe fare lei, a quel punto? Lo so, vi posso sembrare fuori di testa, ma credetemi, alcuni esagerano davvero.

Da maggio a settembre in montagna non si va più, categoricamente. Suvvia, mi sembra davvero troppo! Cosa dovrei dire, io, che sono il suo cibo preferito? Voglio però darvi alcuni consigli che, a loro volta, mi sono stati regalati da Guido Lombardi e Francesco Bianco, due grandi studiosi della natura e soprattutto di rettili. Allora, innanzi tutto non è sempre una vipera quello che vedete strisciare. La vipera ha, per prima cosa, una testa dalla forma triangolare che alla base è molto più larga del “collo” (e voi ora direte, “eh sì, perchè mò io guardo se ha la testa triangolare o quadrata prima e poi…scappo!”), ma insomma, non potete mica star lì ad aver paura di tutto ciò che striscia? Fatemi finire. In secondo luogo, la vipera ha delle squame, più o meno frammentate, rispetto agli altri serpentelli, che sono più lisci diciamo. Rispetto ai nostri comuni rettili, ha una pupilla allungata, ma se siamo in un bosco, cosa possiamo notare istantaneamente? La coda. La vipera ha una coda troncata. Più tozza degli altri. E poi, la vipera, è un animale piuttosto pigro, vile e se vogliamo stupido. Stupido nel senso che, con la potente arma che ha, potrebbe far razzia di esseri umani, ma come vi ho già detto il veleno è usato solo per la difesa o per cibarsi. E, credetemi, è talmente paurosa, da riuscire a stare giorni senza mangiare, se non si sente tranquilla di poter uscire dalla sua tana. Sappiate, inoltre, che una vipera non scapperà mai velocemente, in un batter d’occhio, provocando un rumore secco e di breve durata. La vipera è più lenta, il suo strisciare è continuo, ma quando sentirete questo rumore, vuol dire che essa è già in fuga.

Ma veniamo al caso in cui, sfortunatamente, dovessimo subire un suo morso. Allora, parliamo della Liguria e delle sue vipere (la vipera dal corno, la più pericolosa, vive ai confini nord-orientali dell’Italia e quindi, non nella mia Valle). Comunque, intorno agli anni ’80, in Liguria si sono registrati 249 morsi di vipera e 1 solo decesso. Oggi, i morsicati sono un numero maggiore, ma i decessi sempre meno rispetto a un tempo e questo vale per tutto il territorio nazionale. Ebbene, per uccidere un uomo di circa 60kg, in ottimo stato di salute, sembrerebbe occorrano 15mg di veleno. La vipera più comune, quella dell’Orsini, in un morso ne inietta 5mg (pensate che per uccidere un topolino ne bastano 2 mg!). Può comunque procurare seri danni e non è da sottovalutare. Una vipera, dopo il soffio avvertitore, attacca per mordere, ma arriva fino a 25-30 cm si slancio e non oltre. E non salta! Solo in discesa, in “corsa”, può compiere dei balzi per la forza di gravità.

E ora, dopo il morso, cercate di mantenere la calma più che potete. Colpisce sul sistema nervoso, se in più voi vi agitate, i vostri neuroni impazziscono di sicuro. State tranquilli e se è possibile, sdraiatevi supini con la testa leggermente sollevata. Guardate il morso. Se ha due punti ben distinti, distanti tra loro circa un cm e con altri due microscopici puntiti di fianco, è una vipera. Se avete una serie di puntini messi a semicerchio invece, è un semplice e innocuo colubride, quindi non dovete nemmeno preoccuparvi. Legate senza stringere esageratamente, con qualunque cosa, la parte colpita, a monte della ferita. Tagliate, con quello che potete trovare di tagliente tutte e due le incisioni dei denti con una specie di X. Tagliate abbastanza in profondità e fate uscire più sangue che potete. Lavatevi, se è possibile, sotto acqua corrente. Il veleno è solubile in acqua, se invece usate altri componenti potrebbe formare sostanze tossiche, quindi niente disinfettanti. A questo punto legate con un altro laccio ancora più a monte del primo e sciogliete il primo fatto. Quest’ultimo procedimento va fatto ogni venti minuti circa per non causare la morte dell’arto. E’ ovvio che a questo punto, dovete già correre verso il primo Pronto Soccorso e, se potete, non andate mai in montagna da soli. Sarà inoltre tutto molto più semplice se portate con voi il siero anti-veleno. Lo potete comprare. Comunque, topi miei, se proprio lo volete sapere, la vipera è un po’ orba, non è vero che ipnotizza i malcapitati, non è vero che è più veloce di voi, non è vero che vi aspetta in agguato sugli alberi per lanciarsi sulle vostre teste. E’ sorda e soprattutto non è cattiva.

Detto questo, l’ultimo consiglio che vi do è: godetevi la montagna. Abbiate solo rispetto nel non andare a curiosare dove non dovete e guardate bene dove mettete le zampe.

Vi abbraccio! Anzi…. vi mordo!

M.

Un luogo in miniatura

Vedete la chiesetta in cima al monte, nella foto? Ecco, oggi dobbiamo andare proprio fin lassù.

 È la piccola chiesa della Regina di tutti i Santi, e si trova in un luogo chiamato Pallera.

Abbiamo sorpassato Argallo, il paese che vi ho fatto conoscere qualche giorno fa. Da qui si potrebbe andare dritti, dritti a Case Rosse o a Zerni, oppure ancora raggiungere Monte Ceppo, che ormai conoscete anche voi.

Questa chiesa è molto apprezzata dalle persone che vivono in questa zona, ma anche i giovani, che sono andati a vivere in città e che qui hanno ancora la famosa casa dei nonni, non cambiano luogo per festeggiare battesimi o matrimoni.

Don Rubino ha spesso un gran da fare. In estate, inoltre, il suo portico e il suo piazzale circondato da panchine in ardesia offrono davvero una collocazione ideale per stare tutti in allegria godendo anche dell’ombra delle acacie tutt’intorno. Siamo a circa 700 metri sul livello del mare e ci troviamo nel comune di Badalucco. Dalle grate davanti alle finestrelle provo a fotografare l’interno dell’edificio. Solo grazie al flash riesco a vedere qualcosa. È tutto buio, ma… che meraviglia! L’ambiente è ordinatissimo, vedo un vangelo sul leggio e un campanello da suonare appeso al muro e, dietro il crocefisso, un grande dipinto che ritrae la madonna con il bambino. Maria è presente anche sotto forma di statua in tanti altri angoli di questa chiesa, ma, se non scatto foto, non riesco proprio a vedere nulla.

Ah, i santuari di montagna! La cura con la quale è stato fatto questo rifugio religioso è davvero particolare, se lo si nota in tutti i suoi dettagli e lo si osserva attentamente. Il campanile, ad esempio, è reso unico e ravvivato da mattonelle pitturate di bianco, giallo e rosso intorno alle campane e, in cima, come a voler toccare il cielo, c’è un’ulteriore croce, piccolissima, in ferro. Non solo: sul davanti, a contornare il tetto e il portico, sono stati messi mattoni pieni e pietre dorate. Come tocco finale, invece, a colpire il mio sguardo, c’è un’altra croce, completamente formata da pietre tonde incastonate nell’intonaco. Un simbolo fatto così non l’avevo mai visto sulla parete di una chiesa. Solitamente, da noi, nei centri storici dei paesi, usano fare queste lavorazioni sulle pavimentazioni stradali dei quartieri pedonali.

Andiamo a scoprire, dunque, che cosa nasconde questo Santuario.

C’è una stradina che lo circonda e dietro ecco il cimitero. Non esagero nel dire che è sicuramente il camposanto più piccolo ch’io abbia mai visto. Nella foto sembra lungo, ma vi assicuro che non lo è per niente. Qui tutto è minuto! Si presenta molto ordinato anche lui e, sotto la neve, leggo sulle lapidi date storiche, antiche: 1882, 1890, 1901… Quanti anni! Che dire ancora? Nulla, se non che anche questo è un altro posto magico della mia Valle. Vi saluto, quindi, e vi preparo un’altra gita.

Alla prossima, topini!

M.

Mini Lourdes

Si cari topini, nella mia valle non ci manca proprio nulla. Abbiamo addirittura quella che potrebbe essere considerata una Lourdes in miniatura, ma non bruciamo le tappe, andiamo con calma a conoscere questa bella zona della mia terra.

Per farlo meglio, ci arrampicheremo su per la vallata tra boschi e uliveti, fino ad arrivare ad un grazioso paesino chiamato Montalto ma, anzichè inoltrarci in lui, deviamo all’inizio del paese, a destra, perchè la nostra destinazione è il Santuario della Madonna dell’Acqua Santa.

Si, si, un Santuario, protagonista di una bella vicenda.

Non posso nasconderlo, in ogni angolo dei miei monti c’è una Madonna onorata o un tempio dove poter pregare. Sono però così belli, creati per sentiti motivi e, contornati da posti così magici, che non posso non farli conoscere anche a voi. Parliamo sempre di secoli passati e, null’altro c’era ad alleviare il cuore dei nostri antenati.

Innanzi tutto, ad accoglierci, un meraviglioso mulino. Guardate, sembra il paesaggio di una fiaba. C’è proprio tutto, accanto al mulino ovviamente, pure un frantoio con tanto di macine, anche se oggi non sono più usate, ed è adibito soltanto come abitazione.

Eccoli immersi totalmente nella natura. Accanto a loro scorre un torrente dalle cascatelle di spuma bianca. Per poter raggiungere il nostro luogo, dovremo passare sul ponte di legno che vedete nelle foto e credetemi che mette davvero i brividi pur essendo molto solido e sicuro. Per chi soffre di vertigini non c’è pericolo però, il ponte non è poi così alto, potete stare tranquilli. Spaventa molto di più il rototototò che provocano le ruote delle auto sulle sue assi che tutto il resto.

Stiamo per immergerci in una zona molto ombrosa, ricca di vegetazione e per questo anche molto umida.

Al di là di questo ponte, rifatto a nuovo da poco tempo, in inverno è facilissimo infatti dover attraversare lastroni di ghiaccio nei piccoli tornanti, bisogna fare quindi molta attenzione anche perchè, essendo una strada di montagna, a farci da guardrail sono soltanto i castagni e qualche quercia.

L’aria è frizzantina e si sente già, pur essendo solo ai primi di ottobre, profumo di legna bruciata.

Sorpassato colui che ci permette di attraversare il torrente, iniziamo a salire. Saliamo per il bosco e per le fasce fino a giungere presto in uno spiazzo tra gli alberi dove, nella più totale pulizia, ci sono parecchi tavoli e panche di legno. Su un cerchio di corteccia c’è scritto “Area pic-nic”.

La prima cosa che notiamo prima di giungere al nostro Santuario è un’altissima croce piantata a terra circondata da sassi bianchi come il latte, intorno alla quale, si può fare manovra con la macchina. Siamo nel silenzio più assoluto. Dopo di lei, un’altro simbolo, questa volta non rivolto al Signore ma alle persone, agli uomini che tanti anni fa, hanno perso la loro vita in quei punti, per amore della propria patria.

L’uomo di oggi ha dedicato loro un monumento, una statua scolpita nel marmo bianco che rappresenta un reverendo e un civile ormai prossimi alla morte. Sui loro volti è dipinta la sofferenza. Sotto di loro, la lista di tutti i nomi dei caduti e la scritta, ” pace per le vittime, perdono per i colpevoli e concordia per tutti “, è davvero toccante.

Intorno a loro, tantissimi fiori e nastri con il tricolore della nostra bandiera.

Dopo essersi soffermati a pensare (consiglio da topina… vi fa sempre bene), torniamo ad incamminarci verso il luogo sacro che vogliamo visitare. Eccoci alla fontanella che un tempo abbeverava i soldati, i contadini e oggi i pellegrini. L’acqua è freschissima e pulita, ma…da dove arriva? Ebbene, qui vi volevo. Si, perchè è proprio questa sorgente che si dice essere… miracolosa! Ma, ancora un attimo, non è giunto il momento di raccontarvi la bella storia.

Ammiriamo prima la nostra meta in tutto il suo splendore. Il Santuario.

Dovete sapere che, il rapporto con l’acqua sorgiva, per le persone delle Alpi e delle Valli come la mia, assume sovente un valore sacrale. Ecco il perchè della costruzione di questa bellissima chiesa. Siamo nel XV secolo e il forte impeto religioso dei nostri avi, fa costruire questa chiesa che verrà del tutto ultimata, anche dei suoi abbellimenti finali, soltanto nel 1887, dopo che il terremoto ne ha distrutto quasi metà.

Regna tra gli alberi con un piazzale davanti che permette ai cori, nelle sere di Natale, di esibirsi davanti ai devoti.

Purtroppo non possiamo entrarci dentro perchè la aprono soltanto in rare occasioni ma possiamo girarci intorno e notare quanto è bella e quanto è grande, scorgere la sacrestia e accorgerci che, dopo di lei, la strada finisce. Ossia, continua una mulattiera che porta nei boschi e in qualche coltivazione ma, la strada, non permette più alle auto di passare. E’ bellissimo però fermarsi e raccogliere corbezzoli e mele selvatiche.

Che colonne! Che finestroni! E che campanili! Ma come mai tanta maestosità in un luogo quasi sperduto nel mezzo di folti arbusti e alti alberi? Come mai i pii hanno voluto simboleggiare così, il loro Credo? Scopriamolo insieme.

Di fianco a questa casa del Signore, c’è un sentiero che s’inerpica su per la montagna. A costeggiarlo, una ringhiera di legno poco stabile e degli scalini scavati nella roccia sono ricoperti di ciuffi d’erba e Non Ti Scordar Di Me.

Una specie di cupoletta in legno fa da indicatore e, sopra di essa, un piccolo tettuccio la ripara, in inverno, dalla neve.

Seguiamo l’indicazione. C’è altra gente curiosa come noi, con in spalla grandi zaini pieni di roba e scarponi da montagna. Chissà da dove arriva. Iniziamo la camminata che vi assicuro non è lunga per niente ma è un pò in salita.

Ancora una tavola, questa volta attaccata all’inizio della ringhiera.

Leggiamo “Alla grotta dell’apparizione”. Oh Mamma Topa! Affascinante! Andiamo a vedere!

Leggenda o realtà? Nessuno può saperlo ma, quel che si dice, è questo: correva l’anno 1433 e un uomo molto buono, ma anziano e assai malato, riuscì a guarire da tutti i suoi mali dopo aver pregato a lungo la Vergine, la quale gli disse di lavarsi il corpo proprio con quell’acqua santa che sgorgava dalla fontana.

Proprio lei, la sorgente di Montalto.

Questo fu il luogo del miracolo e, ancora oggi, è meta di molti fedeli. E’ infatti proprio qui che, in una piccola cavità nella roccia, troviamo una Madonnina tutta bianca, con un rosario appeso al collo, che vuole avvolgere tutti con le sue piccole braccia aperte.

Ai suoi piedi, il luogo di preghiera, è caratterizzato da una piccola panca in pietra e ardesia e, le donne di Montalto, spesso, a turno, scendono in giù dal paese fino al Santuario per ornarla di piante, fiori, ceri e lumini.

Tutti qui le vogliono bene e si sentono protetti dalla sua benedizione. Un punto del bosco ricco di pace, nel quale anche noi topini  possiamo stare sereni.

Alla prossima gita roditori! Vostra Pigmy.

M.

Da Triora a Sansone

Oggi vi farò fare un bel viaggetto tra i miei monti. È giusto ch’io vi faccia conoscere i miei luoghi perché sono posti stupendi e meritano di essere messi in mostra.

Questa volta – ma preparatevi perchè non sarà l’unica – andiamo nel bel mezzo della valle Argentina e percorriamo il tour del Passo della Guardia. Purtroppo le foto sono state scattate in una giornata un po’ nuvolosa, quindi vi prego di immaginare gli stessi ambienti incorniciati da un azzurro che toglie il fiato quando il cielo è sereno.

Partiremo da Triora, il paese delle streghe e,  facendo un giro a forma di ferro di cavallo, arriveremo fino a Sansone, dove potremo godere di tutta la pace che desideriamo. Incontreremo tantissimi e diversi tipi di territorio: dai boschi più verdi e fitti di conifere e noccioli a quelli più aspri, dove regnano rocce taglienti e la vegetazione scarseggia. Si possono trovare solo fili d’erba e qualche piccolo e selvatico garofano tra le pietre grigie. L’ardesia è la pietra più comune, con le sue sfumature più chiare o più scure, se ne trova ovunque.

Iniziamo allora. Come vi dicevo, partiamo da Triora che vi mostro qui sotto, ripresa dall’alto. Potete notare anche il suo cimitero arroccato nel punto più elevato. Quanta strada bisogna fare a piedi per raggiungerlo!

Qui è ancora tutto come un tempo e ogni cosa è ricca di fascino. Appena passato questo paese che, come ho detto prima, la storia vuole sia stato abitato dalle streghe tantissimi anni fa (ma dedicherò più avanti un post solo a questo argomento, perché ne vale la pena), ci troviamo davanti a una grande ex caserma abbandonata, al campo sportivo del paese e a dei recinti con bellissimi cavalli.

Il sentiero è ancora asfaltato, per il momento, e davanti a noi inizia ad aprirsi un mondo fantastico.

Guardando la strada che abbiamo innanzi, desideriamo continuare e vedere dove ci porta.

Allora ci giriamo per vedere cos’abbiamo dietro e rimaniamo estasiati dalla vallata che rimane sotto di noi.

Più su avremo panorami ancora più belli, quindi via: si parte!

Ecco la strada. Bella vero? La flora è già imponente e di un verde vivo. Notiamo che la natura ci offre subito alcuni dei suoi frutti selvatici, dolcissimi quelli da mangiare, mentre altri, non commestibili, sono belli ugualmente da fotografare. Ci sono anche le bacche e le more, che qui maturano a settembre a causa del clima. Ovviamente ce ne facciamo una scorpacciata mentre, estasiati, ammiriamo le valli che ci circondano.

Mentre l’aria si è già fatta più fresca e una poiana svolazza sulle nostre teste per poi sparire all’improvviso, osserviamo dall’alto i paesini appoggiati sui monti: Andagna, Glori, Corte.

Da qui possiamo vedere anche la strada che abbiamo percorso, che per ora è ancora poca. Quello che faremo è un tour di circa 2-3 ore, ovviamente soffermandoci ogni tanto, e di quasi 100km. Se preferite partire al mattino e tornare alla sera, fatelo tranquillamente: troverete ovunque posti per fermarsi a mangiare, con panchine e tavoli di pietra, prati dove stendere coperte o casette diroccate dove riposare.

Finito di arricchire i nostri occhi, ci inoltriamo piano piano nel bosco. Qui inizia lo sterrato e la montagna comincia a offrire il meglio di sè. Nei boschi che stiamo per percorrere troveremo Pino nero, Pino silvestre e Larici,  alti, altissimi e tutti attaccati uno all’altro.

Il sentiero è stato creato dall’uomo per la sua sopravvivenza, penso in tempo di guerra. Più su troveremo bunker e ripari, la cosiddetta Via degli Alpini.

Ecco l’inizio del bosco, mancano solo fate e qualche folletti, per il resto c’è tutto, soprattutto una pace incredibile. L’aria è più umida e si sente odore di funghi. Al posto delle magiche creature incontriamo invece parecchi motociclisti, con il quad o con la moto, e ognuno di loro ci saluta come vige la legge della montagna: si saluta sempre chi si incontra. È un pò come dire: «Se siamo qui, è perchè la stessa passione per i medesimi luoghi ci accomuna, quindi siamo amici!». È bellissimo: chi alza la mano, chi mostra solo le due dita in segno di vittoria, chi solleva il mento sorridendo. Ognuno a suo modo, ma nessuno passa indifferente.

Gli alberi sono così tanti da creare una penombra scura e, intorno a loro, una foschia biancastra li rende la scenografia ideale per qualche film fantastico. Interi boschi ricoprono i monti circostanti e il sole fatica a penetrare e scaldare il terreno.

Siamo nel bel mezzo del Passo della Guardia, tra poco si staglieranno davanti a noi altissime montagne e i boschi spariranno per lasciare spazio ai prati, luogo ideale per le marmotte. Oggi non abbiamo avuto molta fortuna con gli animali, non abbiamo visto granchè, ma questi luoghi sono popolati da rapaci, come aquile e gufi, da camosci dorati, senza considerare le capre e le pecore che pascolano su questi monti ogni giorno e offrono il latte e i formaggi che si possono acquistare nelle botteghe dei paesi della valle.

Il territorio cambia all’improvviso e anche il clima. Fa ancora più freddo, bisogna mettersi una maglia più pesante. Il naso inizia a essere freddo e umido come quello dei gatti.

Saliamo ancora lungo le strade militari. Vogliamo raggiungere Collardente per poi ridiscendere, volendo, a Colle Melosa, ma questa volta ci fermeremo prima. Delle montagne, guardandole dal basso, non se ne vede la cima. Sono altissime e sembra che le nuvole le stringano in un abbraccio. Ormai, la roccia è la padrona incontrastata e offre anche lei una bellezza particolare. Ricordatevi di sgonfiare leggermente le gomme dell’auto prima di buttarvi in questa avventura: ci sono tratti in cui le pietre sono davvero taglienti. Veri e propri spunzoni di roccia potrebbero rovinarvi la passeggiata montana forando una ruota troppo gonfia.

Saliamo ancora più su, raggiungeremo Sansone che sfiora i 1700 metri, quindi non stiamo fermia poltrire.

Rimettiamo in moto i nostri veicoli. Ormai il verde di prima è sparito, il colore che dipinge gli arbusti è un pallido giallo paglierino e anche l’erba è molto più chiara delle foglie incontrate poco prima. Sono così leggeri e sottili, che basta un lieve venticello per farli ondeggiare. I loro ciuffi si muovono tutti nella stessa direzione. Le rupi che ci circondano ci regalano l’eco ed è inutile dire che è quasi obbligatorio scendere ancora una volta dalla macchina e farsi due risate nell’udire la nostra stessa voce, più volte, rimbombare tra i monti.

Qualche ciclista estremo passa affaticato vicino a noi, sicuramente ci ha sentito, quindi, pieni di vergogna, ci nascondiamo in auto e ripartiamo.

Il rumore inconfondibile di un ruscello ci fa alzare gli occhi e con vediamo scendere l’acqua dalla montagna, si fa strada tra i ciuffi d’erba. È cristallina e freddissima. Scende da lassù, non vediamo nemmeno da dove, fino ad arrivare ai nostri piedi. Ha lo stesso odore della neve.

Dopo qualche curva, ecco davanti a noi il tunnel di Collardente, una galleria lunga 450 metri. La cosa buffa è che non è illuminata per niente. Quando si è dentro di essa, spegnendo i fanali, ci si ritrova nel buio più pesto e, credetemi, mette i brividi.

L’unico rumore è quello di alcune gocce d’acqua che cadono sul pavimento, infatti la galleria è molto umida. Una volta usciti, sembra di tornare a respirare e, davanti a noi, si affaccia nuovamente la vallata. Ancora una volta possiamo, girandoci indietro a guardare quanta strada abbiamo percorso e cosa c’era al di fuori del tunnel, com’era la montagna sopra le nostre teste.

Siamo quasi arrivati a destinazione. Continuando per questa via, potremmo anche andare a Cima Marta o a Col Bertrand ma la nostra meta è Sansone, un luogo ricco di prati e dove il verde torna a fiorire. E’ qui, infatti, che incontriamo un rifugio che produce formaggi ricavati dal latte delle sue pecore. È qui che possiamo raccogliere qualche fiore.

Ora non ci resta che decidere: andando dritti scenderemo poi da Colle Melosa e arriveremo a Molini, se giriamo a destra, alla prima, andremo a La Brigue, mentre proseguendoo e girando poco dopo l’incrocio che porta in Francia, andremo dove ho detto prima, e cioè ai Balconi di Marta e alla sua Cima, dove ancora oggi esistono postazioni della vecchia guerra.

Ma questi sono altri tour. Per ora ci fermiamo qua, a 1694 metri, nella tranquillità più assoluta.

Spero che questo viaggio vi sia piaciuto e mi seguirete anche negli altri.

Un bacio a tutti,

Pigmy.

M.