Dentro i Bunker di Marta – nella profondità della Terra

Cari Topi, probabilmente non ve l’ho mai detto ma a far da cornice alla mia splendida Valle ci sono monti assai importanti perché hanno conosciuto vicende umane non indifferenti.

Attraverso questo post, capirete che siamo davvero in un teatro storico che ha molto da raccontare ma, allo stesso tempo, dal punto di vista naturalistico, proprio dove la mano dell’uomo si è unita a quella di Madre Natura per compiere le proprie azioni, siamo in un luogo stupendo.

Una parte del lato a Ovest, e a Nord Ovest, della Valle Argentina è infatti delineato da montagne straordinarie, vissute tantissimo durante i più noti periodi di battaglia, le quali sono state trasformate in giganteschi pezzi di gruviera. Sapete perché? Perché al loro interno sono stati realizzati bunker di una vastità incredibile.

Oggi vi porterò a visitarli ma prima devo dirvi due nomi.

Siamo nella zona di Marta; è così chiamata per via di Cima Marta 2.138 mt, una delle montagne più alte che ci circondano. Vi indico l’altezza di questa vetta perché capirete, leggendo, quanto è stato protagonista il clima.

Siamo infatti in una zona dove un tempo nevicava tantissimo. Gli inverni erano molto più rigidi di adesso e la neve, la bianca signora, perdurava per diversi mesi. Questo è importante da sapere, Topi, perché oggi vi racconto di guerre, di storie militari ma, sopra ogni cosa, porto il vostro ricordo ai soldati che prima di tutto erano: uomini.

La maggior parte di essi si spostavano sugli sci. Dovevano essere abili sciatori e, ovviamente, non dovevano patire il freddo. Ma come era possibile a quelle temperature? Qui si era sempre sotto lo 0, il vento tagliava i musi e il ghiaccio regnava sovrano.

Davanti a Cima Marta, proprio di fronte a lei, un altro promontorio elevato, nominato “Balconi di Marta”, conserva al suo interno il più grande e vasto bunker di tutto il Vallo Alpino Occidentale (pur non essendo l’unico).

Si tratta di un bunker davvero impressionante che scende sottoterra quanto un palazzo di 45 piani, pensate!

Al suo interno, infatti, ben 500 gradini circa, portano sempre più giù e il buio è assoluto.

Se fuori, in mezzo a quei prati verdi e incontaminati, me ne sto con le maniche corte di una canotta ricavata da una foglia di Faggio, qui sotto mi devo mettere la giacca pesante! Un bel po’ di paglia me la porto dietro, perché non fa caldo per niente e non è suggestione.

Là sotto le correnti d’aria sono ghiacciate, mi chiedo come l’essere umano abbia potuto realizzare un’opera di quelle dimensioni in un luogo come quello: il ventre della terra.

Scusate se posso apparirvi patetica ma provo persino compassione per quegli uomini che hanno dovuto stare in queste condizioni nonostante fossero davvero ben organizzati e questo è ciò che più stupisce. Avevano la luce e persino il riscaldamento. Letti, telegrafi, materiale di primo soccorso…

Questi bunker, che dal 1947 appartengono alla Francia (siamo infatti in zona di confine) sono stati creati intorno alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e, in realtà, sono un insieme di edificazioni sotterranee che si collegano tra di loro. Ce ne sono diversi, ma quello sotto ai Balconi, come vi ho detto, è il più esteso e il più profondo di tutti.

Nonostante l’oscurità e accompagnata dalla mia fida amica – Torcia – (non potete andare senza) riesco a riconoscere alcune stanze indicate da delle scritte originali dell’epoca. C’è la camerata, l’angolo delle latrine, la riservetta, il serbatoio della benzina… l’impianto elettrico è completamente arrugginito e alcune grosse schegge di ceramica sono un ammasso ossidato con il ferro.

Solo in alcuni punti la luce e l’aria arrivano dalle casematte che hanno l’apertura sulla quale veniva posizionata la mitragliatrice o il cannone.

Questo complesso fortificato, che riprende anche le caserme esterne (ben più antiche ma ristrutturate all’epoca per la Seconda Guerra Mondiale e riutilizzate) era prettamente – difensivo – ma capitava qualche volta di dover attaccare.

Molto prima di Cima Marta, verso Testa della Nava, e cioè più a Nord, gli inglesi facevano scendere armi e munizioni dagli aeroplani, all’interno di grandi casse di legno e di ferro, e queste dovevano essere trasportate fin là sotto. Che vita Topi! Per non parlare, naturalmente, del fatto che si era in guerra!

E’ come se non riuscissi a destarmi da quella sorta di incanto. Nonostante il ricordo negativo che trasportano con sé, queste realizzazioni in pietra e cemento incantano. Guardo quei cardini enormi, quelle putrelle… sono gigantesche. Come hanno potuto trasportarle fin qui, quando, per arrivare dove sono io ora, bisogna scendere gradini piccoli e stretti e umidi.

Nemmeno le stille, in alcuni angoli, osano far rumore andandosi a rompere al suolo. Alcuni anfratti sono letteralmente bagnati e si formano persino delle pozzanghere a terra. Bisogna fare attenzione, la pavimentazione è bagnata e in discesa. Penso che quelle mucillagini, che si sono formate con il tempo, siano l’unico cibo per delle zanzare che svolazzano su quell’acqua stantia. Ma non sono gli unici esseri viventi anche se può sembrare assurdo. Nessuna forma di vita potrebbe vivere là sotto eppure…

Mi colpiscono moltissimo delle Falene di colore nero. Sono davvero in basso e questi insetti non godono ne di luce, ne’ di aria… come possono vivere qui? Di cosa si nutrono? E come fanno ad orientarsi in quel buio scuro come la pece? C’erano già quando i soldati risiedevano qui dentro? Durante la notte le vedevano volare davanti alle loro fioche lampade e la loro ombra diveniva enorme sui muri bianchi? Quante domande mi frullano per il cervello, per questo, come vi dicevo, sono totalmente rapita da questi luoghi.

I muri… quei muri… freddi e un tempo puliti. Oggi sono molte le scritte che li pasticciano e, nel bunker più grande, c’è anche quella che indica l’”Uscita”. Beh, ci sta. Può essere utile, anche se, devo ammettere che non è così difficile riuscire ad orientarsi. E mi riferisco anche al bunker grande.

In lui, il lungo corridoio dritto è ramificato e queste diramazioni portano ad altre stanze ma si può sempre tornare in questo lungo corridoio principale. La parte iniziale è forse la più “complicata”, se così si può dire, perché porta anche alle quattro casematte dove c’era l’artiglieria ma è anche la più apprezzata perché permette di respirare da quelle aperture e vedere i pascoli e il cielo che circondano quell’incredibile opera.

Quei colori sgargianti della natura si apprezzano ancora di più stando là sotto.

Il volo dei Corvi Imperiali, liberi in quell’azzurro, fa davvero capire quanto sia importante la libertà.

Mentre un tempo, degli uomini, hanno vissuto segregati in quei luoghi oscuri, che sapevano di inferno, oggi la Natura continua a dare il meglio di sé trionfando con fiori ed erba nuova ogni anno.

Le marmotte saltellano tra una roccia e l’altra e le pecore dei pastori si nutrono di quella meraviglia.

Il vento accarezza le spighe che si muovono… si muovono senza legami, senza catene e quasi commuovono dopo aver visto tanta chiusura.

Un fascino davvero particolare amici. Un fascino da conoscere ma non adatto a chi soffre di claustrofobia.

Un’opera colossale, incredibile, ed è qui, a due passi da me.

Marta e la Guerra… quanto sangue è stato versato su quelle praterie immense che scendono fino all’infinito.

Quante riflessioni sono state fatte tra quelle pareti bagnate. Non c’è più nulla sotto a quella terra ma i ricordi sono pesanti come il marmo.

Vi mando un bacio malinconico ma non temete, non sono triste, sono più che altro rapita e affascinata, e tanti sono i punti interrogativi che danzano nella mia mente.

Ora risalgo in superficie e mi godo una delle zone più spettacolari della mia Valle. O meglio, dei suoi confini. Un punto panoramico eccezionale.

Alla prossima Topi.

Il bacio argentato della Luna

Molto spesso, di notte, la Luna passa sorvolando le mie splendide montagne e ad ognuna di loro regala il suo bacio d’argento.

In una Valle chiamata “Argentina” è naturale pensare ad un bacio argentato e brillante dato da questo importante satellite. L’unico satellite naturale della Terra.

E’ un bacio lungo che, a volte, dura anche fino al mattino ed è una meraviglia restare ad ammirarlo. E’ un fenomeno che, quando accade, affascina sempre non trovate? Tutto appare più… magico.

Le foglie degli alberi diventano come luminescenti e l’erba appare rilucente.

Si possono persino sentire le voci dei monti che sussurrano parole d’amore a questa Luna, la quale li accarezza al suo passaggio. Offrono a lei dediche affettuose e sembra quasi vogliano elevarsi ancora di più, verso il cielo, per raggiungerla.

Come se lei capisse i loro sforzi, si abbassa fino a sfiorarli, ed è proprio in quel momento che si rimane estasiati dall’immagine che assieme regalano.

Sono i miei monti e sono ancora più belli del solito visti in quella situazione e innamorati.

Incorniciati da un cielo che mostra le sue tinte più belle.

I loro stessi colori cangianti. In base alle stagioni. E poi lei, la Luna, la Regina del momento. La bellezza fatta a sfera, o a falce, sempre colma di fascino.

Talvolta enorme.

Leggera e imponente allo stesso tempo.

Pallida ma ben visibile.

Che momenti unici e meravigliosi.

E’ grazie a lei se alcune sere posso inoltrarmi nel bosco. Un faro naturale che rende tutto surreale quando si avvicina alla macchia scura. Ma posso vedere bene i miei sentieri.

La Luna… che da sempre governa maree, mutazioni, eventi, cicli…

Un tempo venerata dai popoli più antichi e poi studiata da chi, grazie a lei, poteva comprendere l’evolversi perpetuo di Madre Terra.

Mi sento ricca e fortunata quando posso partecipare, anche solo con lo sguardo, a questi eventi.

La mia Valle preziosa diventa ancora più suggestiva e infinitamente bellissima.

E’ giorno… ma è come se la Luna non se ne volesse andare. E’ come se volesse restare lì, vicina a quelle vette che io cerco di conquistare.

E’ giorno ma è come se la Luna volesse accompagnare il Sole per scaldare e illuminare maggiormente.

Evidentemente anche lei ama quelle montagne quanto me.

Non è più notte, potrebbe andar via, invece resta. Insiste. E io ne sono ben lieta.

Il Gerbonte, il Carmo dei Brocchi, il Frontè… tutti che si apprestano a ricevere quel tocco lieve di labbra candide e sacre. Le luminose labbra della Luna. E tutta la Valle risplende!

Che bei momenti. Momenti che ho voluto condividere con voi amici Topi.

E vi assicuro che, ogni volta, seppur già vista, è come se fosse la prima volta.

Ora, mentre mi lascio baciare anch’io dalla Luna, inizio subito a scrivere un altro articolo per voi. Mi sento ovviamente molto ispirata davanti a questo spettacolo.

Continuate a seguirmi quindi… un bacio argentato a voi!

Luoghi magici – Dalla Bassa di Sanson a Testa della Nava

La Bassa di Sanson (in francese – la Baisse de Sanson) è un luogo molto bello della mia Valle. Le fa da cornice.

Si tratta di un pianoro situato tra le più alte vette che mi circondano, in grado di offrire una natura e un panorama splendidi.

L’ho nominato anche in lingua francese perché, qui, siamo in terra di confini. Siamo infatti molto vicini alla Francia e, soprattutto, siamo vicini a Cima Marta montagna che divide la Valle Argentina dalla Valle Roja.

In questa zona molti Larici e molti Sorbi ricoprono, con le loro altezze, tantissimi fiori e lo sterrato, percorribile con topo-mobili adatte, passa in mezzo ad una natura assai rigogliosa.

Oggi però, partendo proprio dalla Bassa, vi porterò in un luogo bellissimo ma attraverso un sentiero e non percorrendo la carrareccia che tutti conoscono. Sarà un sentiero fatto di curve che ci regalerà la presenza di molti uccellini, piante, funghi, fiori e conifere.

Partiamo da 1.679 mt e saliamo ulteriormente, perché andiamo a Testa della Nava, a 1.939 mt, ritrovandoci ancora più vicini a Marta o Cime de Marte.

Di certo non voglio fare quella che parla due lingue Topi, il fatto è che qui siamo sul confine tra Italia e Francia come vi dicevo. Un tempo questo territorio era tutto italiano ma è poi passato alla Francia, dopo il trattato di Parigi del 1947, mantenendo come “capoluogo”, se così si può chiamare, La Brigue, la cittadina più grande di queste zone che noi, oggi, vedremo dall’alto.

Continuando per questo sentiero si può anche raggiungere proprio Cima Marta (2.138 mt) ma noi ci fermeremo prima questa volta. Ci fermeremo dove risiedevano i cannoni che venivano usati su Marta e sui suoi Balconi, dove, ancora oggi, tra bunker e baraccamenti esistenti, possiamo ritrovarci nel teatro di un passato militare e storico che ci riguarda. Tranquilli, vi prometto che vi porterò su Marta ma in un secondo momento.

A Testa della Nava venivano depositate nuove armi e munizioni, le quali si trasportavano poi alle caserme, o nelle casematte, per essere utilizzate dai soldati.

La Bassa di Sanson la si può comodamente raggiungere sorpassando l’abitato di Realdo e proseguendo per la strada semi asfaltata che porta al Pin e anche a Collardente dove di asfalto non ce ne sarà più neanche l’ombra.

Sarà facile, mentre si sale, scorgere Poiane indaffarate a cacciare che svolazzano in quel cielo meraviglioso.

Una volta lasciata qui la vettura si può proseguire a piedi per un percorso che si congiunge poi a una via più larga e diventa percorribile anche alle auto (sempre quelle adatte ovviamente).

Tra una rigogliosa vegetazione è possibile intravedere i primi antichi baraccamenti in pietra.

Proprio nei pressi di questa congiunzione, la piazzola che si forma è spoglia di alberi e il sole batte forte permettendo a diversi fiorellini prativi di nascere e nutrire una vasta quantità di insetti.

Gli alberi attorno, poco fitti, sono un ottimo habitat per diversi uccelli perché donano protezione ma permettono anche la libertà del volo. Si possono incontrare quindi Tordelle ma soprattutto Crocieri, uccelli davvero particolari, dal becco ricurvo e forte in grado di spaccare anche i gusci più duri di alcuni frutti.

Una coppia di questa specie, scientificamente chiamato Loxia curvirostra, mi affascina moltissimo e resto parecchi minuti a guardarla. Si baciano, si scambiano il cibo, si osservano… sono davvero innamorati!

La femmina, che potete vedere qui da sola in queste immagini, è di colore grigio maculato, meno colorata del maschio che invece sfoggia una bella livrea dalle tinte arancioni ma sono entrambi bellissimi.

Il sentiero continua pulito al di sotto di quelle sacre conifere e circondato da erba alta che crea un bel sottobosco spumeggiante.

Di tanto in tanto, grandi mucchi di Epilobi, alti fiori color fucsia che possono addirittura raggiungere i 150 cm di altezza, rendono quel luogo ancora più magico. Sembrano nuvole rosa e viene voglia di tuffarsi in mezzo a loro.

In questo periodo si stanno trasformando. I petali lasciano il posto a semi leggerissimi e piumosi come soffioni, i quali si distaccano dalla pianta e volano lontano permettendo a nuovi Epilobi, in futuro, di nascere. Quanta meraviglia!

Si iniziano a vedere diversi monti francesi e quei profili, seppur lontani, regalano stupore.

Ma continuiamo l’ascesa.

Sono monti grigi, sfumati di azzurro. Sono monti nudi, aspri, austeri e si ammirano con la bocca spalancata.

Sono monti attaccati uno all’altro a creare un paesaggio alpino incredibile.

Si può scorgere anche un pezzo della famosa “Alta Via del Sale” che conduce a Limone.

E’ come comprendere cosa significhi davvero la parola – Montagna -!

Voltandosi invece verso Est è possibile lasciarsi stupire dai monti più verdeggianti della Valle Argentina come il Monte Frontè e il Saccarello che, pur essendo un monte severo, regala la vista dei suoi pascoli e dirupi erbosi.

Da qui, ritornando a Ovest con il muso, si può già notare La Brigue, giù nel vallone, e il grande bunker di Tenda che, solitario, rimane ben visibile su un pianoro.

Sarà tutto questo che si vedrà ancor meglio da Testa della Nava e quindi proseguiamo ma ormai siamo vicinissimi.

I boschi di Larici iniziano a diradarsi e a lasciare il posto a praterie splendide. Le stesse che continuano verso Marta divenendo sempre più ampie e capaci di regalare il senso di immensità.

Uno degli ultimi alberi dona la presenza delle comuni “faccette” realizzate su pietra e posizionate qua e là per tutta la Valle. Sono ormai un emblema dei miei luoghi.

A Testa della Nava una sosta è d’obbligo per poter assaporare con gli occhi e con il cuore tutta quella bellezza. C’è bellezza intorno alle nostre zampe ma anche verso l’orizzonte se alziamo il muso per guardar lontano.

Ovunque, lo sguardo incontra splendore.

Mentre la radura mi accoglie, un’altra zona boschiva si presenta con la sua fitta macchia davanti a me. Sarà breve. Lascerà poi il posto ai prati incontaminati e vasti di cui vi accennavo prima. Prati che vedrete presto.

Approfittiamo per riposarci un po’ ma poi, come vi ho anticipato, si ripartirà per raggiungere la Cima delle cime. La Regina di questa zona. Marta. Un tempo conosciuta come Monte Vacchè.

Ora state qui tranquilli, io vi mando un bacio pieno di entusiasmo e vi aspetto per proseguire.

A presto! Squit!

A Rielli – “frazione” di Cetta

Oggi, Topi cari, andiamo a conoscere meglio una manciata di case poco nota in Valle Argentina rispetto ad altre frazioni, ma assai importante per quello che riguarda il nostro passato e per come, tuttora, è mantenuta da chi ogni tanto, la vive. Ogni tanto… sì… e cioè, prevalentemente, in estate.

Negli altri periodi dell’anno la si può definire disabitata ma la cura e l’amore che coccolano queste antiche dimore sono sensazioni che trapelano da ogni angolo e in qualsiasi stagione.

Seguitemi quindi a Cetta, dove già vi portai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/02/08/1-2-3-cetta/ in questo minuto borgo che si divide in quattro frazioni (se così si possono chiamare) pur appartenendo a Triora.

Abbiamo Cetta Sottana e Cetta Soprana e, quest’ultima, si divide ulteriormente in tre mucchietti di case. L’ultimo ammasso di abitazioni, per la via che a breve vi mostrerò, è chiamato Rielli ma si pronuncia con una sola L e la E stretta: Rieli.

Cetta è un paesino che si sviluppa attraverso queste tre borgate per lungo, verso un sentiero molto conosciuto, chiamato “il Sentiero della Castagna” il quale porta a Colle Belenda e a Carmo Langan.

L’ultima borgata è proprio Rieli che finisce dove inizia il bosco anche se, in realtà, qui, il bosco è ovunque. Un meraviglioso bosco di Castagni e Roverelle che abbraccia quel mondo antico.

Da qui partivano i nostri nonni per andare a vendere le Castagne verso la Val Nervia e, una volta giunti nei pressi di Colle Belenda, dovevano attraversare un Passo chiamato ancora oggi “Passo dei Fascisti” del quale vi parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/06/il-sentiero-della-castagna-e-il-passo-dei-fascisti/ sul quale venivano perquisiti e dovevano pagare dazio (quando andava bene).

Questo sentiero, subito dopo le case, attraversa Rio Grognardo, unico elemento naturale che si permette di far rumore, con le sue acque vivaci, in quello che è il silenzio più assoluto. Siamo infatti dove la pace regna incontrastata e il verde di questa macchia è acceso e onnipresente in questa stagione.

E’ un sentiero pulito e abbastanza pianeggiante ma noi, adesso, dobbiamo andare a visitare le tane dei miei convallesi, non possiamo continuare a stare qua.

Tra gli orti ben tenuti e un’infinità di muretti in pietra si sviluppa Rielli che, sovente, mostra diverse opere d’arte realizzate da chi tiene a questo luogo.

Si tratta di scritte, dipinti e piante che, messi assieme, vivacizzano questa zona.

Alcune opere si possono leggere su lastre di ardesia e riportano poesie, consigli o frasi di alcune note canzoni. Altre, invece, si devono soltanto ammirare.

Le case sono per lo più in pietra e ben curate, con persiane in legno, raramente aperte, terrazze fiorite e campanelli originali e si affacciano su un panorama fatto di monti e fitti boschi.

Tutta Rielli resta proprio di fronte alle verdi montagne.

Sono montagne assai particolari. In estate, quando la vegetazione è rigogliosa, mostrano un cuscino morbido di chiome prosperose. In autunno, un foliage davvero particolare di tinte forti. In primavera, annunciano lo sbocciare della nuova vita, e in inverno, dato lo spogliarsi di quegli alberi enormi, sono ben visibili i sentieri nascosti che servivano per spostamenti di vario genere a chi lì viveva.

Un dedalo nella foresta.

La stradina principale che non può accogliere auto ma solo motorette e motocarri è stata realizzata in cemento per alcuni tratti e costeggia il paese lasciando lo sguardo libero di poter ammirare quelle montagne vellutate.

Alcuni gradini, anch’essi in pietra, si inoltrano in salita e in discesa tra quelle abitazioni, disegnando vicoli stretti che permettono però al sole di entrare e, tra quei massi chiari e il calore dei raggi, alcuni Gechi e molte Lucertole si godono il tepore di quelle immobili giornate.

I Corvi Imperiali accompagnano in quella quiete, spiccando nell’azzurro del cielo con il loro piumaggio nero e lucido. Sono gli esseri più movimentati vista la pace che c’è.

Ad una prima vista sembra proprio di essere in un luogo dove la quotidianità abbia deciso di lasciare il posto ad altro, partendo per le vacanze, ma non è affatto così.

Se si sa ascoltare si può percepire il rumore di una motosega che lavora nei campi, il verso degli uccellini allegri e il ronzio degli insetti indaffarati, il battere di qualcuno che lavora e sembra proprio di essere nel classico “C’era una volta…” dove le fiabe diventano realtà.

Non è difficile aggiungere, con un po’ di fantasia: una nonna che chiama dall’uscio i bimbi perché il pranzo è pronto, il profumo di legna bruciata nel camino per scaldarsi, l’odore di una torta alle mele e le campane che suonano a festa.

L’obbligo di dover zampettare e non poter usare le topo-mobili ci permette di assaporare tutto questo.

L’auto la si deve infatti lasciare all’inizio del paese di Cetta Soprana, in Piazza XXV Aprile dove ad accoglierci c’è un caratteristico monumento dedicato ai Partigiani che lì vissero, battagliarono, si nascosero e camminarono in lungo e in largo per quei monti.

I loro nomi sono accompagnati dai soprannomi, gli stessi che si possono vedere sulle lapidi nel piccolo Camposanto. Davvero toccante.

Rielli è così curato da avere persino un Parco Giochi tutto suo, proprio in mezzo al bosco, all’ombra di grandi Castagni che sono serviti anche per essere i pali di geniali altalene realizzate con i copertoni delle auto.

Ogni più piccolo scorcio ricorda attenzione e impegno. Un affetto profondo verso il luogo natio.

Un luogo che ha visto crescere tanti dei nostri nonni.

Un luogo che ha visto nascere timidi corteggiamenti sul Ponte di Mauta, violente e terribili fucilazioni tra alberi secolari, la raccolta e la lavorazione dei doni di Madre Terra.

Un luogo capace di rimanere nel cuore per chi lo visita.

Dove l’avanzare degli anni sembra essersi fermato tra quei sassi che formano rifugio.

Un luogo che è poesia per tutta la Valle e anche estremo confine verso la Val Nervia e, di conseguenza, la Francia.

Devo però ammettere che l’immaginazione, così facile qui da arricchire, porta un po’ di malinconia.

E’ un luogo talmente magico che si spera davvero di percepire ciò che vi raccontavo poc’anzi. Fisicamente e realmente intendo.

Beh… chissà… dicono che i borghi dell’entroterra stanno iniziando a ripopolarsi. Ho visto tantissime case in vendita e a poco prezzo. Sarebbe davvero magnifico se un giorno, tutto questo, tornasse a farsi sentire vivo nell’eco della Valle Argentina.

Non mi resta quindi che mandarvi un bacio malinconico ma non sono triste, bensì molto felice di aver assaporato questa atmosfera unica!

Vi aspetto per il prossimo tour, non muovetevi! Squit!

 

 

Il Melo Selvatico e un Panorama Mozzafiato

E continuiamo con i panorami mozzafiato che regala la mia Valle cari Topi.

Questa volta andremo in un luogo meraviglioso. Una piccolissima radura che spunta dal bosco e diventa un punto panoramico fantastico.

Andiamo nei pressi del Monte Gerbonte, introducendoci attraverso uno dei suoi più romantici e sontuosi accessi.

Dove, in questo periodo, la vegetazione è talmente florida che sembra quasi di essere in una giungla.

Abbiamo sorpassato il paese di Realdo e abbiamo proseguito oltre Borniga dirigendoci verso Collardente. In un tornante però, una piccola insegna di legno recita: – Monte Gerbonte – e sarà qui che lasciamo la topo-mobile per proseguire a piedi appropinquandoci all’interno della macchia.

La radura nella quale vi porterò a breve, la si apprezzerà ancora di più dopo aver scavalcato per molto tempo Felci esagerate, rami che sembrano chiome e grandi fiori in mezzo al nostro cammino.

Uno splendore assoluto ma dopo aver percorso questo tempo racchiusi nel verde come ad essere dentro un uovo, si apprezza anche la vastità dello sguardo che, a breve, potrà spaziare per tutta la Valle Argentina.

Sì, avete letto bene. Vedremo la splendida Valle in tutta la sua bellezza. Continuate a seguirmi.

Siamo all’inizio del “Sentiero degli Alberi Monumentali” o, detto anche, “Sentiero dei Parvaglioni” (da Parvaiui e cioè Fiocchi/Farfalle).

Siamo in mezzo ai Larici vecchi ed enormi che vi avevo descritto qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/10/sul-sentiero-parvaglione-attraversando-ruscelli/ e, tra noi, svolazzano appunto Farfalle dipinte di ogni colore posandosi di fiore in fiore.

Non hanno che l’imbarazzo della scelta.

Anche nella radura ce ne saranno molte e alcune si adageranno su di noi per annusarci.

Una radura magica. Qui volano intorno al Melo che si trova in questo spazio verde e, come un Re nel suo Regno, questo Melo governa tutto quel mondo guardandolo dall’alto. Se ne sta lì, solitario, unico nella sua specie. E quando è fiorito è meraviglioso.

Se ne sta lì nella pace di quel promontorio guardato da altre piante che lo circondano da distante.

Un sorbo e altri Larici.

Accanto al suo tronco, a terra, alti ciuffi d’erba nascondono l’arrivo delle grandi Formiche che lo vivono. Sono le padrone del Gerbonte e tutto, in quella foresta, appartiene a loro.

Sul bordo del dirupo, che mostra una meraviglia assoluta, una grande pietra piatta permette di sedersi e ammirare quel territorio infinito. Davanti a noi si staglia la Catena Montuosa del Saccarello. Tutti i miei monti sono lì, davanti a me.

Si vede bene la statua del Redentore che spicca contro l’azzurro e le altre montagne che sembrano di velluto in questa stagione.

Si vede bene il paese di Borniga, un piccolo borgo di pietra che dorme appisolato nella pace più assoluta dell’Alta Valle.

Di fianco posso vedere il Gerbonte e gli alti fusti degli alberi che lo ricoprono.

Stare seduti vicino a questo Melo è qualcosa di meraviglioso. I pensieri ci abbandonano e solo la meraviglia prende posto negli occhi e nel cuore.

Lui è sempre lì. Di giorno, di notte, in inverno, in estate. E osservarlo ogni volta significa comprendere tutte le stagioni che passano liete.

Per arrivare sin qui siamo passati attraverso Conifere particolari. Non ci sono solo i Larici ma anche gli Abeti: il Rosso e il Bianco.

Si possono notare diversi Licheni sulle cortecce di queste piante. Sono utili organismi che assicurano all’albero una continua idratazione. Alcuni, i più bisognosi, ne sono totalmente ricoperti.

Per chi non è abituato a camminare, questo percorso che non è lungo ma neanche brevissimo può richiedere qualche minuto di sosta, di tanto in tanto, ma posso assicurarvi che è fattibilissimo da chiunque, anche dai piccoli Topini e merita veramente se poi si arriva in questo spicchio aperto che regala cotanta meraviglia.

Volendo proseguire oltre la radura si arriva, da come avrete capito, fin sul Gerbonte ma per chi vuole passare una semplice domenica a contatto con la Natura, senza affaticarsi troppo, qui ha già trovato ciò che cercava.

Mentre camminate cercate di non far rumore. In diversi luoghi di questo bosco speciale vivono Caprioli e Camosci e vi potrebbe capitare di assistere a qualche lieto incontro.

Mentre, quando il cielo si apre dinnanzi a voi, sarà possibile ammirare i voli acrobatici di Poiane e Bianconi che lì vivono.

Cosa ne dite Topi?

Vi ho portato anche questa volta in un bel posto? Io dico di sì e allora vi auguro una buona permanenza in questo praticello che ha tanto da offrire.

Un saluto a tutti, alla prossima! Squit!

Dal Tanarello al Saccarello – tra Pecore, Fiori e Montagne

Dopo un po’ di pausa, che mi è servita per andare in perlustrazione, l’escursione che vi porto a fare oggi è meravigliosa e non solo dal punto di vista panoramico.

Ecco, già vi sento che mi state accusando di essere ripetitiva ma cosa ne posso io se la mia Valle e i suoi dintorni sono di una bellezza unica? Giudicate voi stessi dalle immagini di questo articolo, noterete immediatamente che sto dicendo il vero!

Attraversando Passo Tanarello si giunge al Monte Saccarello, il monte più alto della Liguria (2.202 mt) e vetta imponente della Valle Argentina divisa con Piemonte e Francia. Ma prima dobbiamo arrivarci al Tanarello. Mi sembra ovvio.

Giungiamo in questo splendido luogo passando per l’Alta Valle dal piccolo paese di Realdo per poi proseguire verso Passo di Collardente e alla Bassa di Sanson.

Qui incontriamo un bivio. Siamo in un punto che ci permette di andare a Marta e quindi poi a Colle Melosa oppure al Passo della Guardia e al Garezzo ma noi, si va appunto, verso il Tanarello.

Si va quindi verso un valico delle Alpi Liguri che supera di poco i 2.000 mt s.l.m. un’ex strada militare totalmente sterrata.

Si può già vedere la nostra meta stagliarsi contro il cielo e, facendo attenzione, si nota persino la Statua del Redentore, verso destra, che sembra piccolissima da qui. Ebbene sì, dobbiamo arrivare fin lassù.

Sono le prime ore di una calda mattina e la rugiada non è ancora stata asciugata del tutto dai raggi del sole che la fanno brillare. Sembra di essere contornati da diamanti… queste sono le “ricchezze” della Natura.

Sono gli alberi a riparare queste goccioline dal tepore del sole e contribuiscono all’incanto.

Si tratta prettamente di Conifere attraversate dal sentiero che percorriamo, il quale poi diventerà uno sterrato dove è possibile anche passare con un’auto adatta.

Durante la primavera e l’estate il colore dominante è assolutamente il verde, non tanto degli alberi che si diradano sempre di più, ma soprattutto è il verde di una vegetazione florida e dei pascoli infiniti che si tuffano in discesa verso la Francia.

Il verde e il giallo dei fiori di campo. Un’immensità di giallo.

Nel periodo di giugno, questo verde è meravigliosamente contrastato dal rosa acceso dei Rododendri che formano come grandi laghi colorati e romantici su quei versanti incontaminati. I Rododendri non sono gli unici fiori presenti ma sono sicuramente quelli che più stupiscono vista la loro enorme quantità.

Anche le Orchidee selvatiche e i Non Ti Scordar Di Me sono numerosi e propongono varie totalità che non si incontrano sovente, senza tralasciare il viola vivo del Timo e le sfumature di tanti Funghi che, come pietre preziose, abbelliscono ulteriormente questo territorio.

Il colore dello smeraldo, dato da un’erba appena nata, mette in risalto il panna scuro delle pecore che brucano felici su quei prati.

Ce ne sono tantissime e ci sono anche Mucche e Cavalli per non parlare dei Camosci che si possono scorgere sulle creste più alte e più rocciose. Liberi e curiosi.

La Brigue si nota a fondo Valle e i monti che a sinistra vediamo, salendo, sono tutti francesi. Noi viaggiamo sul confine mentre, un tempo, questo era tutto territorio italiano che è stato poi diviso attraverso il Trattato di Parigi.

A perdita d’occhio si possono vedere profili montuosi dalla bellezza selvaggia e indescrivibile. Una meraviglia dalle punte azzurre e spesso baciate da nuvole dense.

La meta è vicina e continuiamo a salire fino ad arrivare in cresta. Una cresta dalla quale ora si può ammirare anche il versante ad Est e i paesi di Monesi e Piaggia. La divisione tra la Liguria e il Piemonte.

Tra le montagne meno aspre della Valle del Tanarello si distingue bene, bianca e serpeggiante, la strada che conduce ad una delle carrarecce più belle e conosciute d’Italia. Si tratta della Via del Sale, che congiunge le due regioni prima nominate e che su di sé ha visto passare soldati e mercanti.

Oggi sono i ciclisti, i centauri e gli escursionisti ad attraversarla e il panorama che offre è splendido.

Ma anche la vista che godiamo da qui non è niente male e, davanti a noi possiamo nuovamente notare la vetta del Saccarello simboleggiata da un obelisco in cemento. Siamo decisamente più vicini ora.

Un emblema però meno “sentito” rispetto alla vicina statua del Redentore conosciuta ovunque.

Chi lo desidera può ristorarsi al Rifugio “La Terza”, qui presente, e aperto durante la calda stagione.

Può rifocillarsi con tante squisitezze proposte oppure… per chi invece preferisce fare un pranzo al sacco… beh… lo spazio non manca di certo.

Si è contornati da monti e valli, ci si sente come in cima al mondo e gli occhi si affrettano a guardare tutto come se quel tutto dovesse finire da un momento all’altro.

Stando sulle creste adiacenti al Saccarello occorre fare attenzione a non sporgersi più di tanto. I dirupi sono davvero esagerati. Quel mondo va in discesa per presentare, laggiù in fondo, piccoli piccoli, i paesi di Verdeggia, Realdo e Borniga.

Sembrano finti visti da qui. Tutti quei tetti di grigio antico e quelle case incastonate tra gli spazi delle montagne. Come siamo alti…

Continuando più avanti, verso Passo di Garlenda, una cima che colpisce è quella del Monte Frontè con la sua Madonna Bianca a vegliare su quell’angolo di paradiso. Sembra vicino visto da qui, in realtà, per raggiungerlo, occorrerebbe fare una passeggiata per niente breve.

Noi abbiamo raggiunto questo luogo a piedi ma, ovviamente, si può salire anche in auto (con un’auto adatta) e quindi volendo si può poi decidere di proseguire per altre mete zampettando.

Un tour che consiglio a tutti, il quale può offrire una spensierata giornata familiare o una ricerca più tecnica del territorio o, per chi semplicemente ama la natura, un momento di relax e stupore. Le possibilità che regala sono diverse, quindi affrettatevi che l’estate sta per finire!

Io vi mando un bacio dalle più alte cime liguri e vi aspetto al prossimo articolo!

Continuate a seguirmi! Squit!

Verso Gola dell’Incisa e le Peonie selvatiche

Oggi Topi, grazie al periodo di primavera avanzata nel quale ancora siamo, posso portarvi in un luogo davvero magico. E’ magico perché è bellissimo di suo ma, ora, lo è ancora di più grazie ad un verde vivacissimo e la fioritura di tantissimi fiori che rendono questo ambiente degno di tutta l’invidia di Walt Disney.

E’ infatti come camminare in una fiaba.

La Natura sta dando il meglio di sé in un trionfo di fiori, colori e profumi.

I doni sono tanti, di mille tinte e mille forme, ma uno sguardo particolare lo daremo alle splendide Peonie selvatiche che non crescono ovunque, ma ovviamente qui si, perché siamo in un paradiso.

Non siamo proprio in Valle Argentina ma sul suo confine.

Andremo sui monti che la incorniciano e che si possono vedere da ogni suo punto. Che partecipano a renderla meravigliosa.

Andremo verso montagne aspre, soprannominate addirittura le “Dolomiti Liguri” e visiteremo una Gola che sembra uscita da un film fantascientifico.

Severa, erta, profonda. Dalle pareti rocciose che la circondano, alte e colossali.

Partendo da Colle Melosa e più precisamente dalla Fontana conosciuta come “Fontana della Forestale”, qualche tornante più su della più nota “Fontana Itala”, ci dirigeremo verso il Monte Toraggio (1.973 mt) passando per la Valletta e fermandoci poi alla Gola dell’Incisa. Sarà proprio qui, attorno ad un sentiero scavato nella roccia un’ottantina di anni fa dai militari, che potremo godere di un panorama meraviglioso e una natura incontaminata.

La parte apicale di questa Gola presenta un Eden infinito che lascia a bocca aperta, delineato da questo percorso sul quale siamo, a picco sull’abisso. Si tratta del famoso “Sentiero degli Alpini”, oggi malridotto in certi punti, pericoloso a causa della mancanza di protezioni a valle e il suo essere molto stretto e persino inaccessibile dal lato, appunto, del Toraggio.

Per arrivare qui, infatti, siamo passati dal lato del Monte Pietravecchia (2.038 mt) che ci permette di camminare su un sentiero meraviglioso, prettamente pianeggiante e che sembra in molti tratti un lungo prati circondato da alberi lussureggianti.

Soltanto verso l’arrivo diventa più selvaggio ma resta adatto a tutti.

Oltre il bivio della Gola l’accesso invece resta adatto agli impavidi, i quali, dirigendosi poi verso l’immenso potranno godere dei fiori rari che vi ho citato prima: le grandi, rosa e magnifiche Peonie, simbolo di affetto, amore, generosità e abbondanza.

Qui siamo al Passo dell’Incisa, a 1.684 mt e siamo in un luogo che ha vissuto molta vita militare in passato. Quei costoni impervi che la formano sono stati palcoscenico di difese, osservazioni e battaglie.

Le rocce sono stratificate e, in alcuni punti, formano i famosi flysch dei quali spesso vi ho parlato e che troviamo in diverse zone della mia Valle, i quali donano alle pareti rocciose un’apparenza ancora più rude.

Stare qui è bellissimo. Viene in mente il titolo “Dove osano le Aquile”. In realtà, pur essendoci i nobili rapaci, a regnare sono i Gracchi Alpini e Corallini. Sì, qui ci sono entrambe le specie ma i Corallini vivono solo qui mentre gli Alpini si possono trovare anche in altri luoghi lungo la Catena Montuosa del Saccarello.

Anche gli insetti che svolazzano sembrano più coraggiosi di altri. Adattati a un luogo che può apparire ostile ma che ha davvero tanto da offrire.

Pensare ad un ritorno in tana fa quasi male, si vorrebbe restare a godere di questa pace e di tanta magnificenza ancora per molto tempo. La parola – tempo – mi porta con la mente al clima. Qui è davvero bizzarro e imprevedibile.

Si parte con il sole e un cielo terso, poi arriva la nebbia, piove ma spunta il forte vento e ritorna il sole a splendere con i suoi raggi che abbronzano. Se vi avventurate da queste parti vi consiglio di portarvi tutto l’occorrente dal k-way alla crema solare.

Ma in fondo… è anche questo il bello di questi luoghi e si potrebbe leggere come una generosità particolare da parte della natura che vuole offrirci tutto.

Spero che questo luogo vi sia piaciuto e che non vi siate stancati troppo perchè dovete prepararvi per la prossima escursione. Vi aspetto!

Un bacio massiccio, la vostra Topy!

L’incantesimo della Galaverna

In questi quasi dieci anni di blog non vi ho mai parlato di un fenomeno curioso e incantevole che spesso si forma in alcune zone alte della mia Valle. Un fenomeno non sempre presente, dall’aspetto severo e pungente ma meraviglioso da guardare.

Con lui non si scherza, può farci patire, per conoscerlo da vicino e viverlo dobbiamo essere ben attrezzati e preparati ma da vedere è qualcosa di incredibile e rende, con la sua presenza, il mondo che tocca surreale.

Cari Topi, vi sto parlando della Galaverna, da alcuni chiamata anche Calaverna e si tratta di una particolare precipitazione atmosferica e stasi. Una stasi che dorme ghiacciata alla presenza di piccoli cristalli brillanti.

La Galaverna indica un deposito di ghiaccio che ricopre ogni cosa ma che nel fermarsi viene in continuazione mosso dal vento e da correnti gelide. Pertanto, questo ghiaccio, assume forme strane e caratteristiche.

Si deposita sulla terra formando aghi, strie, schegge, lastre e, spesso, queste forme si dirigono orizzontalmente proprio perché sollevate dall’aria e sostenute dalla nebbia.

Il risultato finale è un incanto. E’ come ritrovarsi in un Regno ghiacciato e fermo.

Avete presente la favola di Frozen?

I miei monti sono ricoperti da una specie di barba bianca che non è data dalla solita brina. Ogni minimo stelo d’erba è avvolto dal gelo trasparente.

Gli alberi sembrano enormi, come abbracciati da una nube bloccata a mezz’aria. Sulle pietre scivoli di ghiaccio rendono quel paesaggio lucente e tra quel ghiaccio e il masso si può notare acqua che, lenta, scivola via. Su alcuni scogli è come vedere coralli lucenti.

Il silenzio che regna a causa di questo stato è assurdo. Preponderante. Unico.

Tutto è ovattato e non si ode nulla se non il proprio respiro che si fa sentire timidamente.

Simile alla Calabrosa, solidificazione rapida di gocce di umidità appartenenti alla nebbia, la Galaverna non forma una crosta sottile sulle cose ma dà l’idea di movimento. Di un tentato allungamento.

Mentre la Calabrosa è nebbia ghiacciata, la Galaverna è nebbia mossa da una giusta dose di vento. Che non dev’essere esageratamente intensa o spaccherebbe quelle sottili scaglie di ghiaccio.

Insomma che, grazie a questi fattori che si coagulano assieme o danzano ritmicamente tra loro, si crea un mondo surreale e fiabesco.

Sembra di essere in un’altra dimensione.

L’assenza totale dei rumori, il profumo del freddo, il bianco ovunque.

Come ad essere su un altro pianeta. Come se un Mago avesse gettato il suo incantesimo mettendo a dormire una terra.

Un vero spettacolo Topi, se alcuni di voi non hanno mai visto una cosa di questo genere, una delle tante apparizioni e magie della natura, sono lieta di mostrarla.

Ora però vi saluto perché ho altre cose da farvi vedere.

Vi mando quindi un bacio gelido e vi aspetto al prossimo post.

Dal Monte Grai a Cima Marta

Prestate molta attenzione all’escursione che vi racconto oggi perché è meravigliosa, bellissima, splendida ma anche pericolosa perciò vi chiedo vivamente di evitarla nei mesi invernali se non siete più che esperti e più che attrezzati.

Detto questo direi di iniziare a parlare di un luogo fantastico, che ho avuto il piacere di vedere nel suo abito più freddo ma vi assicuro che anche in estate è stupendo se non di più.

Oggi, infatti, vi porto nel bianco più totale, in mezzo alla neve che ancora resiste, su uno dei monti più noti e conosciuti della mia zona.

Andiamo a Cima Marta, montagna della Catena Montuosa del Marguareis, sul confine tra Italia e Francia, e la raggiungeremo passando dal Monte Grai che abbiamo conquistato partendo da Colle Melosa.

Dal Rifugio Grai, percorrendo in leggera salita la strada non asfaltata, si raggiunge il Vallone del Negrè ed è proprio questo il pezzo più pericoloso di questa avventura.

Un tratto di sterrata che, ahimè, ancora nel dicembre del 2019 ha visto purtroppo morti e feriti i quali sono stati inghiottiti nel suo infinito abisso.

Il dirupo del Negrè è severo e ha poca pietà durante l’inverno.

Restando chiuso all’interno del Monte Grai e di Colle Bertrand non prende sole e, nonostante gli altri tratti di questa sterrata ex militare siano soleggiati o propongono neve morbida e farinosa, in quel punto si forma un ghiaccio che non perdona. La poca neve che lo ricopre inganna.

E’ un ghiaccio particolare che durante il caldo del giorno si indebolisce un poco per indurirsi nuovamente nella notte a causa dell’esagerata escursione termica. Una condizione particolare quindi, in un punto in cui il passaggio è stretto e non ci sono protezioni. E’ scivolosissimo. Dovete credermi, più di una pista di pattinaggio.

Oltrepassato questo luogo, il resto diventa facile e molto bello da ammirare. Le uniche cose che occorrono sono resistenza e abbigliamento adatto per non bagnarsi (soprattutto per quel che riguarda le calzature).

Si procede ammirando la Valle Argentina in tutta la sua bellezza e oltre. Si ammirano i monti della Francia e si cammina su tappeti molto ampi di aghi di Larice che propongono un arancio vivo in mezzo a tutto quel bianco candido che abbaglia riflettendo il sole.

Il Larice, che in autunno colora i miei monti, è l’unica conifera che perde le sue foglie per rimetterle nuove in primavera.

Interi boschi di questo saggio e alto albero ricoprono le pendici di quelle montagne sulle quali sto viaggiando e creano un’atmosfera attraverso la quale non è difficile immaginare Lupi spuntare da dietro qualche tronco.

La vista delle antiche casermette mi fa capire che sono arrivata.

Un enorme spazio bianco, leggermente a conca, le contiene. Si ergono queste strutture totalmente in pietra utilizzate come punto difensivo durante la Seconda Guerra Mondiale e oggi sono davvero affascinanti da guardare anche se in rovina.

Alcune parti di queste fortificazioni, comprese quelle sparse nei dintorni, sono addirittura più antiche e la loro costruzione risale alla fine dell’800.

Questo era considerato un luogo strategico in quanto, da qui, si poteva osservare bene parecchio territorio.

L’ampiezza riempie il cuore. La neve domina su ogni cosa.

Delle nuvole sembrano onde che giungono cavalcando impetuose per ricoprire tutto ma è soltanto uno strano effetto ottico.

Attorno a questo spazio sono diverse le rotabili che si smistano portando in vari luoghi e si nota bene la vetta morbida di Marta, conosciuto anche come Monte Vacchè, che domina quest’area militare dal lungo passato.

Intendo raggiungerla, ammirarla bene nella sua ampia curva sinuosa.

La sua altezza tocca i 2.138 mt ma già all’inizio delle sue pendici si può godere di una vista davvero suggestiva.

Al di là del panorama meraviglioso a livello generale ci si può soffermare e ammirare a 360° quello che è un paesaggio che ha molto da dire.

I monti francesi sono aspri e innevati. I Balconi di Marta, di fronte a me, sono poco distanti.

Dopo un pezzo di infinito posso vedere la bellezza dolomitica del Monte Toraggio, l’austerità del Monte Pietravecchia, la Valletta e il Monte Grai che ho appena oltrepassato.

Che luogo magnifico e interessante. Non ci si annoia di certo, c’è tanto da guardare, da conoscere, da sapere.

Per questo mi fermo e contemplo tutto quello che mi circonda prima di far ritorno per la facile carrareccia che ho percorso a salire.

Quindi vi saluto Topi, sono incantata e voglio restare incantata ancora un po’.

Alla prossima! Un bacio bianco a tutti voi!

La dolcezza che inganna di Cima Donzella

Cima Donzella, o della Donzella (su alcune mappe è segnata anche di Donzella) è un monte molto importante della Valle Argentina.

Si tratta infatti del monte che con il suo pendio forma, assieme a quello di Monte Arborea, la conca del famoso Passo della Mezzaluna sullo spartiacque tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Un monte che, a vederlo, appare dolce, dalla vetta arrotondata e i crinali morbidi ma è in realtà abbastanza dura riuscire a salire fin sulla sua punta.

Per questo direi che le sue curve armoniose sono un po’ ingannatrici ma, ovviamente, non serbano ostilità anzi… La natura è totalmente impregnata di gioia, amore e bontà, lo sappiamo.

La sua forma è quella di un seno materno ed è bellissimo ammirarne la silhouette per la strada che conduce al Ciotto di San Lorenzo.

Cima Donzella, che è alta 1636 mt si trova affianco a Monte Bussana ed entrambi appartengono alla Catena Montuosa del Saccarello.

Abitata da Camosci e Caprioli, che dalla sua vetta si lanciano giù in picchiata verso la Valle, questa montagna, non altissima, fa proprio venir voglia di conoscerla meglio e i suoi ripidi pendii si decide di percorrerli per poi continuare sui crinali dei monti più belli della Valle Argentina.

Si tratta di un monte che, nella sua lunga esistenza, ha visto muoversi tanta natura e tanta storia su di lui e sotto di lui ma ha anche assistito a eventi di carattere militare e alla vita di molti pastori, ergendosi proprio su pascoli fondamentali.

Abbracciato dalla Strada Marenca e trovandosi nel mezzo di un crocevia, è diventato col tempo persino punto di riferimento tra i Comuni di Molini di Triora e di Rezzo.

Proprio in questo periodo, la sua terra sta permettendo ai Crocus di sbocciare per vestirsi di un abito più primaverile e colorato.

I toni del bronzo dati dall’erba essiccata e quelli del bordeaux di una strana ardesia ci sono ancora e sembra così di guardare un monte che emana calore nonostante il frescolino che si percepisce quassù.

La vista che offre è, come sempre accade sui miei monti, splendida anche da parte sua.

Da qui si vedono bene anche diverse e conosciute montagne francesi, ancora innevate, come il Monte Bego.

Di fronte a me ecco la magnificenza del Monte Toraggio, del Pietravecchia, della Valletta e del Grai. Più sotto, Rocca della Mela e più a destra Sua Maestà Rocca Barbone.

Il Praetto è ben visibile e pulito. Una radura che a breve sarà piena di fiori e farfalle ma che oggi non raggiungerò per godermi questo spazio e questo monte di cui vi sto parlando.

Diversi stormi di uccelli le svolazzano intorno divenendo emblema di libertà assoluta e lo spazio immenso che si percepisce osservando il luogo in cui questo monte sorge è davvero infinito e parla di vastità e bellezza.

Da qui si possono ammirare nuvole lontane che vengono accolte dalle correnti della Valle e iniziano a giocare scontrandosi con gli altri rilievi montuosi che abbiamo di fronte. Sembrano curiose e sorvolano sopra i borghi come a volerli abbracciare.

Poi passano, vanno, lasciando solo il ricordo della loro fresca presenza. Oppure restano, spesse come grandi e soffici coperte, ad avvolgere quel magnifico mondo che vedo sotto di me.

I primi insetti fanno capolino con il loro volo già vivace alla ricerca di un po’ di nettare o di qualche preda. Questa montagna, al momento, può offrire poco. Tutto è appena nato su di lei, ma quel poco basta a far assaporare una vita nuova che sta nascendo.

Tra breve la vedrò tutta verde. Sarà un verde chiaro ma intenso a ricoprirla e sarà ancora più spettacolare. Ovviamente la farò vedere anche a voi.

Adesso però vi devo salutare, molti altri articoli da scrivere mi aspettano e quindi scendo da qui e corro in tana.

 

Vi mando un bacio gentile da vera Donzella.