Ius Primae Noctis tra Badalucco e Montalto

Topi, quella di cui vi rendo testimoni oggi è una storia pazzesca, per cui preparatevi.

Dovete sapere che noi bestioline della Valle Argentina abbiamo il privilegio di avere una Nonna molto particolare, comune a tutte le creaturine zampettanti, striscianti e volteggianti. Non vi ho mai parlato di lei, ma ora è giunto il momento di farlo. E’ Nonna Desia, antica quasi quanto lo Spirito della Valle, una cantastorie provetta e infallibile. Lei  sa sempre cosa dire agli animaletti che, come me, vogliono trascorrere qualche momento spensierato e magico in sua compagnia.

Se ne sta al centro di un bosco, in una radura dall’atmosfera surreale, conficcata nel terreno chissà quando e chissà da chi. Gli umani non possono vederla e non conoscono la sua esistenza. L’ardesia che la compone è scura, grezza a tal punto da disegnare rughe antiche sulla sua superficie. Le nonne degli esseri umani raccontato storie ai propri nipoti e così fa lei con tutti noi animaletti.

Ebbene, un giorno mi trovavo nei pressi del bosco in cui abita e decisi di farle visita.

«Topina cara! Che bello vedere il tuo musino, dopo tanto tempo. Siediti qui con me, prendi quelle bacche. Mi sembri deperita… Mangia, bela me fia, ti me stai ma’! (Mangia, bella la mia bambina, mi stai male)».

Eh sì, proprio come le nonne umane, anche Nonna Desia sembrava non vedere che in realtà mi nutro benissimo, proprio io che mai mi priverei di un boccone. Però l’accontentai e mi sedetti alla sua base, mangiucchiando qualche mora.

«Avanti, Nonna: raccontami una storia delle tue. Ne ho proprio bisogno, oggi!» le dissi.

montalto

«Ne conosco proprio una che può fare al caso tuo. C’era una volta un conte cattivo e spietato, alcuni dicono che vivesse a Baaücu (Badalucco), altri vogliono che sia nato a Ventimiglia. Il suo nome era Oberto. Egli era odiato e temuto da tutti, un uomo avido di potere e di ricchezze; non c’era essere umano che non conoscesse la sua prepotenza. La sua cupidigia si rifletteva nel suo aspetto fisico, per nulla armonioso e privo di qualsiasi forma di bellezza. U l’ea in rantegusu… (era un rantego cioè brutto, storto, rugoso, zozzo…). Inoltre, era risaputo che amasse la compagnia delle dame, non importava se fossero di nobili origini o appartenenti al volgo: le desiderava tutte per sé. Accadde, dunque, che proprio a Badalucco una giovane era stata chiesta in sposa da in zuenu (un giovanotto) sinceramente innamorato di lei. Tuttavia, né la donzella né il promesso sposo volevano sottostare alla legge dell’epoca, quella dello Ius Primae Noctis, che prevedeva che a spusinna (la novella sposa) dovesse obbligatoriamente trascorrere la prima notte di nozze non con il suo consorte, bensì con il capo della comunità, del feudo o della cittadina.»

«Gli esseri umani hanno leggi davvero bizzarre!» commentai, la bocca macchiata del blu delle more.

Badalucco e Montalto

«Sì, piccola topina, è così. Be’, i due innamorati decisero di fuggire per scampare a quella regola insopportabile, e trovarono rifugio tra i monti, nelle zone limitrofe. Non furono soli, poiché si portarono al seguito i loro familiari, pronti anch’essi a ribellarsi al volere del Conte Oberto. Si stabilirono nel luogo che oggi è diventato Montalto Ligure, furono loro a fondarla. Ecco perché oggi è considerato il paese degli innamorati, tanto che ospita la bellissima Loggia degli Sposi. La conosci?»

 «Sì, certo! Ne ho parlato anche in un articolo. Cosa accadde, poi?»

Nonna Desia si schiarì la voce: «E in mumento, ratin! Dund’à l’è ca lu messu a raixe de Brügu? A ghe l’ajevu chi-eciapilà in pocu ca me fa umbra… (E un attimo, topino! Dov’è che ho messo la radice di Brugo? Ce l’avevo qui… prendila un po’, che mi fa ombra…) Successe che gli abitanti di Badalucco, preso coraggio dall’azione dei due sposini, si ribellarono al perfido Conte, costringendolo ad abbandonare le loro terre. E allora, finalmente, vissero tutti felici e contenti.»

«Ma pensa… che bella storia! E, dimmi un po’: è vera?»

«Che vuoi che ti dica, gioia? Eeeeh… a nu me regordu (non mi ricordo)! Non lo so più! Sono tanto vecchia, ormai… mia’ ‘a go ina teista (ho una testa) che tendo a confondere quello che è vero da ciò che non lo è. Forse è esistito davvero il Conte Oberto, o forse la sua è una figura plasmata dalla nebbia del tempo. Però resta una bella storia da condividere in un pomeriggio come questo, per farsi compagnia. Non credi anche tu?»

Sono d’accordo con Nonna Desia, tuttavia io so che il conte è esistito davvero, anche se non posso sapere se la storia che mi ha raccontato sia vera. Credo che certe leggende siano belle proprio per l’alone di mistero che le avvolge.  E allora è bene godersele e prenderle per quello che sono: delle storie piacevoli da raccontare intorno al fuoco o la sera, prima di spegnere la lucciola da comodino e andare a dormire.

Un fiabesco saluto.

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La Cucina Bianca della mia Valle

Parlo spesso della Valle, dei suoi panorami mozzafiato, della sua rigogliosa vegetazione e degli animali che la abitano, ma mi soffermo troppo poco sull’aspetto culinario, sull’importanza di questa arte antica e apprezzata ancora oggi.

Quella delle Alpi Liguri e Marittime è definita “Cucina Bianca”. Infatti, a prevalere sono i colori chiari, ma la povertà delle tinte non si rispecchia nel gusto, che invece è ricco e reso unico dai prodotti che la terra offre.

Porri, aglio, cipolle, patate, cavoli, funghi, lumache, fagioli, formaggi, uova, castagne, farina… c’è tutto in abbondanza e le ricette sono antiche, testimoniano lo scandire del tempo di uno stile di vita ormai quasi perduto del tutto. È una cucina talmente preziosa che a essa è stato dedicato un percorso di 70 chilometri quadrati che coinvolge le valli Argentina e Arroscia, sconfinando persino in Francia e Piemonte.

strada della cucina bianca - alpi marittime

La Strada della Cucina Bianca – Civiltà delle Malghe, così è stata soprannominato il percorso, collega i comuni di Cosio di Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pornassio, Triora, La Brigue (in territorio francese) e Briga Alta (Cuneo).

Come dicevo, i prodotti di questo tipo di cucina sono antichi, ma si possono gustare ancora oggi. Ricette della tradizione popolare sono sopravvissute allo scorrere del tempo grazie a pastori e contadini che hanno a cuore le loro radici, non le dimenticano, e resistono con tenacia alla modernità. Un tempo ci si doveva arrangiare: si trascorrevano molte ore sui pascoli alti, il lavoro era duro e c’era bisogno di piatti semplici e nutrienti da poter preparare velocemente.

Il formaggio della mia Valle ha i sapori e i profumi della montagna, grazie all’erba brucata dalle capre, dalle pecore e dalle mucche.

toma di mucca - formaggio ligure - cucina bianca - triora

E, a proposito di questo, nella zona si allevano ancora gli ovini di razza brigasca. È nato persino un presidio Slow Food per il sostentamento della produzione di tome a latte crudo di questa pecora. Insomma, non è una cucina da poco!

pecora brigasca presidio slow food

Continuando a parlare di formaggi, in Valle è da sempre molto usato il brüssu – o bruzzo – ottenuto dalla fermentazione della ricotta. È cremoso, spalmabile e ha un gusto molto forte, per questo non piace a tutti.

Si accompagna con fette fragranti di pane di Triora, prodotto ancora oggi con la ricetta di un tempo. Parlando di questo pane meraviglioso, mi vengono in mente tanti ricordi della mia infanzia, quando ero una topina e vivevo a casa dei miei topononni. Facevo colazione con latte e biscotti, poi mi preparavo per andare a scuola e topononno, non soddisfatto dal mio primo pasto mattutino, mi metteva in una zampina una fetta di “Pane del Nonno”, come lo chiamavo allora, e nell’altra un tocco di formaggio. E così affrontavamo insieme la strada verso la scuola, mentre io davo un morso ora all’uno, ora all’altro.

pane di triora

Il pane di Triora arriva fin sulla costa, dove è venduto anche nei supermercati. È richiesto, rinomato e apprezzato da tutti perché ha un sapore unico, antico e inconfondibile. Acquistato ancora caldo al panificio Asplanato di Triora, però, ha tutto un altro sapore! Camminando per le vie del borgo si può sentire il suo profumo invitante spandersi nell’aria e allora è doveroso entrare nel forno e acquistare una forma per assaporarla ancora fumante, facendo attenzione a non ustionarsi le zampe e la bocca. I segreti di questo pane sono molti e non possiamo conoscerli tutti, ma sappiamo che è realizzato con farina di tipo 1, meno raffinata e più integrale rispetto alla 00. L’impasto viene fatto riposare su un letto di crusca per non farlo attaccare, ma anche per dargli un sapore più rustico. La crosta è sottile, scura come la pelle di chi inizia ad abbronzarsi in estate, trascorrendo tante ore sulla montagna. È un pane nutriente, adatto a offrire la sua genuina energia a chi ne aveva tanto bisogno per il duro lavoro.

Il brüssu, però, non si accompagna solo al pane. Infatti, è protagonista di un altro piatto tipico delle mie montagne: i Sugeli.

Sono gnocchetti realizzati solo con acqua e farina ai quali, tramite le dita, viene data una forma simile a quella dell’orecchietta pugliese. Si “suggella” in questo modo la forma dello gnocco, forse è anche per questo che si chiamano così. Il loro nome, tuttavia, pare avere origine dall’omonima parola ligure “sügélu“, che indica uno strumento che serve per fischiare. Anticamente, infatti, i nonni forgiavano questi strumenti dalle canne o dal bambù e il pezzo che si introduceva in bocca per emettere il suono desiderato aveva proprio la forma che si dà allo gnocco, esattamente come quello della terza foto qui sopra.

I Sugeli, ad ogni modo, vengono conditi con la crema di brüssu e sono un piatto semplice da preparare.

Scendendo un po’ più verso valle troviamo altre squisitezze, come la Frandura (di cui vi ho parlato qui), una squisita torta di patate tradizionale di Montalto Ligure. Roba da leccarsi i baffi, cari topi!

Frandura

Proprio sotto Montalto esiste un’altra esclusiva della mia bella Valle: i Rundin di Badalucco, fagioli bianchi antichi e tipici baiocchi.

In tutto questo mordi e fuggi di antichi piatti e sapori, non vi ho parlato di un ingrediente essenziale della cucina montana: le erbe aromatiche. Sono onnipresenti e, senza di loro, i piatti sarebbero meno profumati. Timo, Maggiorana, Santoreggia, Lavanda, Ginepro, Rosmarino… ci si può davvero sbizzarrire, perché sui monti crescono spontanee e profumatissime, grazie all’aria pura e fresca.

A proposito di fresco, bisogna ricordare che un tempo non esistevano strumenti per la lotta a parassiti e insetti. L’unico modo che permetteva ai cibi di non deteriorarsi era proprio il freddo pungente delle montagne.

Avete notato che non ho parlato di carne? C’è un motivo, e ve lo spiego subito. Un tempo – e si parla soprattutto della popolazione povera di pastori e agricoltori – non era così frequente cibarsi di animali. Il bestiame serviva per la lana, il latte e i formaggi, mentre le galline venivano tenute per le uova. La macellazione di un animale avveniva raramente e in occasioni speciali e di esso si usava tutto, ma proprio tutto. Nulla andava sprecato. L’uomo delle malghe si cibava per lo più di farinacei, legumi, ortaggi e latticini, qualche volta mangiava il coniglio, ma molto raramente sacrificava un capo del proprio bestiame.

E qui possiamo parlare anche di un altro piatto della cucina ponentina ormai diffuso in tutto il territorio nazionale, il coniglio alla ligure. È arricchito dalle olive taggiasche e dall’olio che esse producono, unico e inconfondibile, oltre che dalle preziose erbe aromatiche e dal vino rosso.

Insomma, come vedete ce n’è per tutti i gusti, altro che cucina povera!

In Valle Argentina e nelle zone limitrofe che fanno parte della Strada della Cucina Bianca sono numerosi gli eventi legati alla gastronomia in cui si possono assaggiare i prodotti tipici, di seguito ve ne segnalo alcuni della mia Valle, ma ce ne sono un’infinità:

  • Sagra dei Sugeli – Verdeggia (inizio agosto)
  • Sagra della Frandura – Montalto Ligure (seconda metà di agosto)
  • La Sagra della Lumaca – Molini di Triora (inizio settembre)
  • Fungo nel Borgo –  Triora (fine settembre)
  • La Festa della Castagna – Andagna (seconda domenica di ottobre)

Non vi resta, dunque, che segnarvi tutto sull’agenda e venire a gustare da noi queste prelibatezze!

Ora vi saluto, con le zampe sporche di farina ho imbrattato tutto il computer, vado a finire il mio capolavoro culinario.

Un abbraccio farinoso,

la vostra Pigmy.

(Un enorme grazie a Gianna Rebaudo per il suo prezioso aiuto fotografico. Squit!)

L’asino salvatore di Montalto

Se c’è una cosa che noi topi sappiamo fare bene, è passare inosservati e riuscire così ad ascoltare e raccogliere storie incredibili, come mi è successo qualche tempo fa.

La signora T. raccontava di un fatto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, e subito me lo sono appuntato sul taccuino, per non farmelo sfuggire.

In quel periodo – ve l’ho già raccontato molte volte – quando si sapeva dell’arrivo dei tedeschi, uomini, bestiame e provviste venivano presto nascosti sulle montagne, per impedire che il nemico li trovasse. Quel giorno giunse a Montalto l’allarme dell’arrivo di un gruppo di tedeschi, già fuggiaschi per la fine della guerra. Fu subito allertata l’intera popolazione del paese e le capre furono portate al sicuro, nel bosco. Gli uomini fuggirono, correndo ai ripari, ma nel cortile di una casa era rimasto un asino, di cui, nel fuggi fuggi generale, si erano dimenticati tutti.

asinoTale bestiola era solita ragliare molto rumorosamente quando avvertiva presenze sconosciute e straniere nei dintorni, era un po’ come un cane da guardia. Quella sua qualità tanto utile in certe occasioni, risultava un difetto in un momento di tensione come quello, poiché l’asino poteva essere utile ai tedeschi per caricare su un carro ortaggi, provviste e averi di una popolazione già povera e sfibrata dagli stenti del conflitto mondiale.

I suoi padroni e tutti gli abitanti di Montalto erano ben preoccupati e pregavano affinché non ragliasse, ma già si vedevano spacciati.

Ebbene, topi, i tedeschi giunsero in paese, ma l’asino se ne rimase in religioso silenzio, non fiatò né fece rumore per rivelare la sua presenza. Fu così che tutti i paesani, quel giorno, scamparono alle razzie del nemico: grazie all’asino salvatore!

Ora, io so che molti esseri umani disprezzano noi bestioline. Siamo pelosi, talvolta non emaniamo un odore piacevole per loro e comunichiamo in modi molto diversi… però non siamo di certo degli inetti! Avvertiamo anche noi il pericolo, spesso meglio degli umani. Affidatevi a noi animali, non ve ne pentirete.

A presto, topi!

Un sorriso… ragliante, dalla vostra Pigmy.

La Natura, la Chiesetta e il Torrente.

Qui tutto è ancora acerbo. No, non tutto, ma i principali frutti dei miei boschi si, lo sono ancora, anzi, si stanno iniziando a formare solo adesso. Guardate i piccoli ricci delle buone Castagne. WP_20150612_005Minuscoli, verdi, morbidi. I Castagni sono in fiore, fiorellini piumosi e piccini e dipingono di tocchi di giallo tutta la vallata in questo periodo sbucando tra il Brugo e le Acacie. E poi le Noci, ancora verdi, ancora molli dentro ma già formate. WP_20150615_003Il gheriglio e’ appena accennato e il guscio ancora non esiste. Con le loro foglie lucide si riconoscono e non si confondono. WP_20150612_006Sono meravigliosi frutti che stanno prendendo vita e dimostrano bene le stagioni che scorrono. Ci troviamo nel bel mezzo della mia valle, sotto a Montalto Ligure, davanti alla piccola frazione di Isolalunga. Ci troviamo accanto “Alla Capanna dei Celti” una bella locanda e punto di ristoro e ci troviamo per una stradina asfaltata ma circondata dalla natura più verde che c’è. WP_20150612_001Sotto a noi scorre il torrente Argentina che si disegna tra massi e rii da far invidia a certi panorami americani. Laghetti, cascatelle, l’acqua assume forme e colori strabilianti. WP_20150612_002Qui cupa, qui brillante. Qui calma, qui bizzarra. E’ meravigliosa da guardare e da ascoltare, il suo rumore infatti ci tiene compagnia nella tranquillità di questo spicchio di mondo. WP_20150612_003Le More sono ancora in fiore, così come il Pisello Selvatico e il Tarassaco e colorano il luogo di rosa e di verde in un tripudio di sfumature come la tavolozza di un allegro pittore. WP_20150612_008Tante quelle che vengono definite Erbacce, che crescono spontanee ma in realtà sono edibili e molto salutari. Crescono da una parte e dall’altra del torrente rendendo il panorama rigoglioso e lussureggiante. E insieme a loro, anche tanti piccoli e simpatici animaletti ci tengono compagnia.WP_20150612_007 Proprio sul piccolo ponte, che fa da strada per giungere sull’altro lato, c’è una piccola chiesetta color bianco avorio che controlla il fluire della vita beata. WP_20150612_004E’ purtroppo chiusa per cui ci dovremmo accontentare di vederla da fuori e ammirare il suo minuscolo tetto formato dalle famose ciappe. WP_20150614_003Una crocetta di ferro posizionata su di lei, si staglia contro il cielo turchese. E c’è la pace e la tranquillità. Gli alberi che la circondano, e ora stò per dirvi una cosa buffa, si chiamano Ailanti e sono denominati anche Alberi del Sole o del Paradiso ma, a causa dell’odore sgradevole che emanano le loro foglie, a Genova, vengono soprannominati “Alberi della Cacca”. Ma vi assicuro che se si lasciano stare non si sente alcun olezzo! Un posticino affascinante che rapisce gli animi, che permette di rilassarsi e ritemprarsi. Un posticino per passare bei momenti, per leggere un buon libro, per guardarsi intorno e imparare a conoscere i frutti che la natura ci regala. Io mi sono molto divertita. Spero anche voi. Un bacione a tutti.

Alla ricerca di antichi sapori

Oggi voglio presentarvi una tipica ricetta della mia Valle che precisamente si dice essere nata nel paese di Montalto Ligure, il paese romantico della Valle Argentina, che vi descrissi tempo fa.

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La ricetta si chiama: La Frandura.

La Frandura è una torta, o una focaccia come alcuni la chiamano, di patate. E’ una sostanziosa e gustosa pietanza che esiste già dal 1800 ed era utile per i contadini che, lavorando i campi, potevano portare con se un pasto semplice ma molto nutriente. Spero infatti di darvi le giuste nozioni riguardo la sua preparazione che appartiene davvero a – un tempo che fu -.

Gli ingredienti usati sono umili ma molto gustosi e, ovviamente, il più possibile autoctoni come il nostro famoso Olio Extra Vergine ricavato dalle buonissime Olive Taggiasche (conosciute ovunque) e le patate coltivate in gran parte della vallata. 3730La ricetta e le quantità sono queste che ho preso dal sito agriligurianet.it in quanto mi sembra la più tradizionale.

La Frandura infatti, presentandosi composta da ingredienti senza troppe pretese, la si può arricchire come meglio si crede aggiungendo infinite cosine deliziose ma non sarebbe però quella tipica.

Quantità per 6 persone:

250 grammi di farina 00

1 bicchiere di latte

5 patate

olio extravergine d’oliva

100 grammi di formaggio di grana grattugiato

sale q. b. (se piace anche del pepe)

C’è chi aggiunge anche un uovo per amalgamare meglio gli ingredienti.

Sbucciate e tagliate, a fette sottili, le patate che devono essere disposte a spina di pesce in una teglia unta con l’olio. Spolverizzate con sale. Nel frattempo preparate una liquida pastella con la farina ed il latte che unirete lentamente e, nel caso, anche l’uovo. Mescolate con cura, evitando di formare grumi, salate e versate sulle patate in modo da coprirle. Infine cospargete il tutto con il formaggio grattugiato.

Porre in forno a 200°C sino a quando si sarà formata una crosticina dorata. Il tempo di cottura è di circa mezz’ora. Se servita calda risulta ancora più appetitosa.

Come vedete è davvero semplice ma sicuramente saprà conquistare anche i vostri ospiti non solo dal punto di vista del gusto ma anche da quello storico e culturale. Essendo anche veloce da preparare è l’ideale per la sera, quando si arriva a casa, dopo una giornata di lavoro e non si sa cosa fare per cena.

Io spero possa essere di vostro gradimento e con un abbraccio vi saluto dandovi appuntamento al prossimo post!

Photo la seconda foto è del sito amicidiponente.it

M.

Montalto Ligure, sentinella della valle

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Montalto Ligure, qui nella valle Argentina, proprio sopra Passo Vena è considerato sentinella della Valle a causa della sua magnifica posizione.

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Arroccato su una collina, in posizione centrale, può scorgere gran parte della vallata, una cosa molto utile in passato, quando c’era bisogno di poter notare l’eventuale caso di pericolo e allarmare la popolazione. Parlo di un tempo in cui la mia Valle veniva saccheggiata spesso da Barbari, Saraceni e nemici.

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Questo bellissimo paese, che conta circa 360 abitanti e si trova a 315 metri sul livello del mare, è anche nominato “paese romantico”. Andiamo a scoprirne il perché.

Be’, non ci vuole molto a capirlo. Dalle sue case, dai suoi vicoli, dalla sua atmosfera, scaturisce una sensazione di mistero, fascino e romanticismo che rapisce letteralmente.

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Montalto è bello, non c’è niente da fare: quel suo groviglio di strade ed emozioni ti prende e ti fa suo. Non può non piacerti e non puoi non fermarti.

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Ogni angolo, ogni scalino, ogni scorcio dev’essere accarezzato dal tuo sguardo curioso. E’ questo a suscitarti, mentre passeggi fra i carruggi: curiosità. Non puoi farne a meno. Camminare per Montalto, però, è anche una bella fatica.

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Le stradine inerpicate in salita non hanno pietà delle nostre zampe e, visto che al suo interno non si può parcheggiare, mi chiedo come facciano gli anziani che abitano in cima al paese. Tutte le case sono in pietra. L’ombra è la protagonista assoluta.

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Quei suoi portici romanici e quei contrafforti tra una casa e l’altra, spessi e voluminosi, non lasciano filtrare la luce. I panni stesi sotto ai carruggi creano come un’unione tra gli abitanti di una casa e l’altra. Anche i vasi dei fiori e le siepi danno la stessa sensazione.

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I suoi terra-cielo sono infiniti, attaccati, uno dopo l’altro, alcuni completamente ricoperti di edera o vite selvatica e, intorno, i verdi monti della vallata, i castagni, la ginestra, i carpini, i lecci, il cielo terso e giù, in fondo, il Torrente Carpasina che s’incontra con il più grande Argentina. E laggiù, il mulino. A popolare questi luoghi tante ghiandaie, gli scoiattoli, i cinghiali e i tassi.

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Ma nel paese non è possibile vederli, bisogna inoltrarsi nei territori che contornano il borgo. All’interno delle mura, però, c’è un bar come quelli di una volta, e poi troviamo un ristorante, “La Finestrella di Montalto”, che propone piatti tipici. Tra le sue mura si trova anche un monumento ai caduti, come molti sono sparsi in tutta la Valle.

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Questo è quello che Montalto offre appena vi si giunge. Ma andando a perlustrare meglio, tra una dimora e l’altra, eccoci arrivare in un punto da non sottovalutare: L’Oratorio di San Vincenzo e la Chiesa di San Giovanni Battista, uno in pietra, l’altro rivestito da intonaco color salmone.

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Questo angolo è davvero suggestivo, da sotto una roccia si passa in una grande piazza tutta in ciottoli e dove sono appesi alle pareti gli stemmi di alcune famiglie.

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Il campanile, altissimo, svetta sopra ogni cosa, ci guarda da lassù.

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Nel 1794, Montalto venne invaso dalle truppe francesi di Messena e tutti e due gli edifici religiosi del ‘400 vissero le barbarie che il paese subì.

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Tuttavia non era facile espugnare Montalto, topi.

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Questo borgo, costruito con astuzia come un labirinto, permetteva ai suoi abitanti, i montaltesi, di nascondersi nel punto giusto e battere il nemico. Questo bellissimo villaggio si trova dopo Badalucco e prima di Carpasio, sulla strada che porta a Prati Piani e a Colle d’Oggia.

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Tra l’altro, offre a chi si vuole sposare una bellissima loggia che presto vi farò conoscere. E le botteghe degli artisti sono davvero simpatiche.

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E’ il paese del Santuario della Madonna dell’Acquasanta che vi avevo fatto conoscere tanto tempo fa. Se vi va, potete digitarlo nel mio “cerca”. E’ il paese delle olive e delle castagne e, poco sopra, dei campi di lavanda. Splendido per trascorrervi un fine settimana o anche una breve vacanza.

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Certo, bisogna amare questi luoghi ricchi di meraviglie storiche e culturali nel territorio circostante. In estate è bellissimo da vivere anche grazie alle sagre, alle commedie all’aperto e alle attività che vi vengono svolte.

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Per molti è il paese più affascinante della mia Valle. E poi c’è pace, qui, tanta pace. Tutti si trastullano beati, soprattutto in estate.

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I gradini di ardesia rimangono freschi e donano sollievo a chi  ci si siede sopra. Era tanto che volevo farvi conoscere questo borgo e finalmente ci son riuscita in una calda giornata di agosto.

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Non c’è nessun rumore. Due donne chiacchierano a voce bassa nella corte lasciando la porta di casa aperta. Sventolano quelle tendine-zanzariera per impedire alle mosche di entrare. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. Anche i lampioni per la strada sono come quelli antichi, anzi, antichi lo saranno davvero.

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C’è anche chi ricama, chi parlotta sotto i pioppi in piazza e chi ansima per la fatica trasportando grossi pesi sulla testa. Gli abitanti ci osservano come se fossimo dei marziani.

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Subito sono titubanti, ma basta rivolgere loro una parola e magari anche in dialetto per farseli amici… e non smettono più di parlare e spiegarti! Li capisco. Chissà quante ne hanno vissute, un tempo! Poi, spariscono e non li vedi più.SONY DSC

In quale dei mille angolini si saranno cacciati? Qui ci si perde. E a voi, topi, piacerebbe perdervi in Montalto? Non abbiate paura, la strada per casa alla fine si trova e i gatti che lo popolano, e sono molti, sono tutti buoni.

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A questo punto io vi saluto con un abbraccio e vi aspetto per la prossima passeggiata, andremo a vedere un luogo davvero carino. Un bacione a tutti e un Ciao da Montalto.

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M.