Da Sella d’Agnaira fin in cima al Pietravecchia

Oggi Topi vi porto in un altro posto speciale, preparatevi di tutto punto e seguitemi.

Dopo aver intrapreso lo sterrato di Colle Melosa, possiamo ammirare lo splendore che questo panorama mostra ed essendo le prime ore dell’alba si vede persino la Corsica con i suoi colori tenui, il mare che la circonda e un contorno da favola.

Le sfumature rosa e azzurre colorano le nuvole ed è come essere trasportati in un’altra dimensione. Da qui si vede bene anche la Diga di Tenarda e parecchi monti della mia Valle.

Prima del Monte Grai ci fermiamo proprio dove un sentiero porta ad un altopiano. Si tratta di un valico a forma di sella chiamato Sella d’Agnaira (1.869 mt) confinante con Sella della Valletta.

Qui, una distesa d’erba verde rende tutto assai particolare. Tra i Larici, situati attorno alla radura, si immaginano animali di ogni tipo e non mancano vari cinguettii.

Non mancano neanche i funghi e i fiori nonostante l’autunno sia iniziato già da un po’.

L’aria è frizzantina, il sole sta ancora sbadigliando e, a terra, non è difficile incontrare la brina che inizia a spruzzare di bianco quel suolo ancora vivo e brulicante di insetti.

Ci sono tanti Grilli, ancora tante farfalle e piccoli ragni che si sono appena messi al lavoro per costruire nuove tane-trappola.

Prendiamo un sentiero che porta verso la Francia e infatti di Francia ne vedremo un bel pezzetto.

Si inizia a salire ma senza alcuna difficoltà. Più si sale e più si apre davanti a noi un magnifico scenario. Tutto sembra avere le sfumature dell’oro. Non solo il sole è dorato ma anche le spighe lo sono, alcune foglie, qualche arbusto e persino qualche pietra. Che meraviglia passeggiare in questo luogo dove l’ocra e il verde si alternano in continuazione.

Ad un tratto ci si potrebbe tuffare anche tra i lamponi se non fossero pianticelle spinose, ma che buoni questi frutti! Sembra strano poter mangiare i lamponi a ottobre ma questa è la Valle Argentina e ben presto la lingua profuma di un sapore dolce e asprigno allo stesso tempo.

Dopo aver fatto una bella scorpacciata di questi doni si prosegue. Lo avrete capito ormai, il Monte Pietravecchia ci sta aspettando.

Si tratta di una montagna molto alta appartenente alle Alpi del Marguareis. E’ alta 2.038 metri e il suo nome è azzeccatissimo. Sembra proprio un monte vecchio e saggio. La sua vetta è confortevole. Ha meno guglie affilate rispetto al Monte Toraggio proprio di fronte a lui.

Da qui, quest’ultimo monte, posso ammirarlo bene. Lo adoro, è bellissimo, uno dei miei preferiti e non lo avevo mai visto da questo lato.

La cosa sicuramente più divertente che gli appartiene è una grossa pietra a forma di cubo, praticamente in bilico sull’abisso e chiamata il “Dado degli Dei”.

Siamo nel pulito e possiamo tranquillamente ammirare tutto attorno a noi, passeggiando comodamente.

Ecco il versante francese, si vede il suo paesaggio e si vede persino il grande complesso “Le Vele” della Marina Baie des Anges tra Nizza e Antibes. Davanti a noi si vedono Baiardo, Perinaldo e la costa più a ponente della Liguria ma, se si guarda in giù, ecco comparire la Gola dell’Incisa e il bivio per raggiungere il Toraggio percorrendo il Sentiero degli Alpini.

Guardando verso il Piemonte invece si notano distintamente l’altissimo Monte Mongioie (2.630 mt) e il Monte Saccarello (2.202 mt). Piccolina, alla sua sinistra, la Statua del Redentore.

Restando girati verso la Provincia Granda si nota che quella parete del Pietravecchia anziché essere arsa e pulita è boscosa e, in mezzo a quegli alberi, scendendo un poco in un sottobosco abbastanza fitto, si trovano antiche costruzioni (sicuramente militari). Sono costruzioni davvero particolari. Hanno feritoie contrapposte ed è come se fossero doppie o gemelle.

Si torna però presto con il naso all’insù, è inevitabile. Ovunque, attorno a noi, profili montuosi meravigliosi si lasciano ammirare.

Tornando indietro camminiamo su un tappeto erboso davvero stupendo. Sembra finto e invece è tutto vero.

Par di essere nella fiaba di “Pollicino”, non ci resta che lasciar cadere a terra qualche briciola di pane. Che meraviglia. Sopra ai nostri musi Larici e Abeti incrociano i loro rami formando tendine e arabeschi. Un incredibile passaggio.

Eccoci però di ritorno su Sella d’Agnaira e da qui si fa ritorno in tana.

Di nuovo tante emozioni. Ancora una volta ho riempito il mio piccolo corpicino e il mio spirito di tanta bellezza e tanta pace. Ora non resta che prepararmi per la prossima avventura ma prima fatemi pulire gli scarponi.

Un “vecchio” bacio a voi da parte mia e da parte di un vecchio monte.

Fronté, Garlenda, Garezzo… che tour!

Ai confini di valli meravigliose, in mezzo a pascoli e pietraie, tra animali e fiori, respiriamo un’atmosfera magica e la bellezza esagera, quasi incontenibile, davanti ai nostri occhi.

Avete letto il titolo di questo articolo, avete letto nomi, avete letto di un tour… un’escursione che ora faremo insieme e, attraverso la quale, potrete conoscere un mondo che forse solo Heidi ha visto (oltre a me!). Io sono assieme a Topo amici, la compagnia giusta non manca mai e, assieme, ci divertiremo sicuramente.

Cosa sono il Frontè, il Garlenda e il Garezzo?

Il Frontè è un alto monte della mia Valle, come già vi avevo raccontato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/15/ancora-in-alto-sul-monte-fronte/ e oggi sarà per noi il punto di partenza perché, cari Topi camminatori, una volta raggiunta la sua splendida vetta e aver goduto del panorama che regala bisogna preoccuparsi anche di scendere e tornare in tana.

Non occorre dispiacersi perché si potranno vedere ulteriori scenari meravigliosi che la Valle Argentina regala in ogni suo angolo.

Con lo sguardo possiamo abbracciare anche la Valle Arroscia, dirimpettaia dell’Argentina, i suoi paesi come Monesi e Piaggia ma possiamo scorgere anche il noto Monte Saccarello e la maestosa e conosciutissima statua del Redentore.

Persino il Rifugio Sanremo è visibile.

Non solo. È piacevole osservare attentamente ciò che rimane di diverse strutture Napoleoniche. Si capisce anche da qui che sono grandi e servivano da caserme. Ce ne sono su diversi crinali e, oggi, di loro, rimangono soltanto le pareti laterali e divisorie.

Le guardo incuriosita immaginandomi soldati e battaglie su quelle distese infinite che oggi, fortunatamente, parlano solo di quiete e gioia.

Appena si inizia a scendere ci si imbatte felici in un branco di cavalli selvaggi dai colori del manto assai rari. Uno sembra d’argento, luccica quasi. Altri sono biondi ed eleganti, altri ancora sfoggiano delle tonalità di un marrone che poche volte si vede se non in natura.

Alcuni di loro mi si avvicinano, mi annusano le zampe anteriori. Sono grossi, muscolosi, non altissimi ma robusti. Hanno lo sguardo dolce e curioso allo stesso tempo.

Dopo qualche scatto a tanta meraviglia si decide di proseguire e uno di loro ci segue per qualche metro.

Ci avviciniamo al Passo di Garlenda (2015 mt) e i monti di fronte a noi palesano un ambiente stupendo. Pascoli in discesa di un verde vivace, massi bianchi, gruppi di alberi che sembrano posizionati da mano sapiente, quella del creato ovviamente.

Per raggiungere Colle del Garezzo, là dove siamo diretti, dobbiamo prendere un sentiero tra sassi e ciuffi d’erba che scende parecchio.

 Se fatto a salire bisogna essere allenati.

Alcune pietre hanno forme e posizioni buffe;  rare sono le zone d’ombra esistenti grazie a qualche “custo” e piante solitarie.

È sotto una di queste piante che uno dei miei amici decide di fermarsi per scattare qualche foto al panorama. Si allontana da me ammirando le ricchezze del suolo come i colorati fiori e quello che lo circonda.

La sua passione per le foto lo trattiene diversi minuti e mentre lo aspetto decido di osservare attentamente alcuni insetti bizzarri che si nutrono del nettare di quei fiori.

È in quel momento che vengo attaccata anch’io, come i cavalli incontrati prima, da un Tafano sbruffone che decide io sia la sua colazione. Maleducato e indisponente.

Avendo però già raccontato questa mia disavventura qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/22/la-topina-e-il-tafano-vanaglorioso/ tralascerei tale nefasto ricordo e andrei avanti sia nel racconto sia fisicamente, a scendere, per raggiungere l’ambito Colle.

Avendo scollinato siamo ora davanti ad un altro spettacolo: quello dei profili dei miei monti e possiamo godere di tanto verde in questa stagione incontrando altri nuovi amici.

Continuiamo a scendere facendo attenzione a dove mettiamo le zampe. I lunghi e resistenti fili d’erba, coriacei come spighe, e le pietre nascoste, possono castigare.

Una volta raggiunta la strada sterrata e più grande, ossia siamo arrivati al Garezzo, si va verso Passo della Guardia dove abbiamo lasciato la macchina per poter così raggiungere Triora e tornare al Mulino.

Questo sentiero che abbiamo appena fatto lo si percorre all’incirca in un’ora e un quarto a salire. A scendere, ovviamente, molto meno.

Essendo giunta non mi resta che salutarvi lasciandovi ammirare le immagini che ho scattato per voi e che forse non rendono giustizia al luogo ma posso assicurarvi che è come vivere un sogno.

Un bacio dal Colle Topi! Vi aspetto per la prossima escursione.

U Ciottu de e Giaie – l’acqua dell’Alta Valle Argentina

Oggi andiamo in un punto abbastanza conosciuto della Valle Argentina e si tratta di un luogo importante che si trova sopra al paese di Triora.

Un luogo conosciuto sì, ma forse non tutti sanno che si chiama così. Almeno per noi.

Andiamo dove molti ruscelli prendono vita, dove fonti sgorgano, dove i ghiacci si sciolgono, dove gocce iniziano percorsi e cascatelle si tuffano vivaci… insomma, dove l’acqua è la protagonista. Un’acqua che, in mille modi diversi, va poi a formare e incrementare il nostro Torrente Argentina.

U Ciottu de e Giaie, nome dialettale, significa “Conca dei torrenti” (“conca” intesa come depressione) e non è certo difficile sentire gocciolii ovunque che accompagnano il mio cammino.

Questa zona è splendida da conoscere attraverso passeggiate che arricchiscono la mente e il cuore. Come anche altre zone della mia Valle è bella in qualsiasi stagione.

Regala varie tonalità di verde, dal cupo allo smeraldo, in estate, e si ricopre di bianco quando arriva l’inverno che quasi soffoca, con il suo dolce peso, i ciuffi d’erba dei pascoli.

Sono al Passo della Guardia e mi dirigo verso il Colle del Garezzo e il suo tunnel. U Ciottu de e Giaie si trova nei pressi del Monte Frontè (2153 mt) al di sotto della strada che percorro. Il Monte Frontè, con la sua Madonnina, è una delle cime più alte di tutta la Liguria e mi permette di ammirare un panorama bellissimo che amo molto.

Si possono vedere le cime dei monti più verdi, alcuni più dolci, altri più aguzzi, mentre, dietro di me, ci sono quelli più aspri con le loro falesie taglienti, rocce umide e qualche fiore.

Più sotto, la croce di Goina che osserva la gola della Valle e tutto U Zimùn del dente roccioso che la ospita (Zimùn da Zima, cioè “Cima” nel nostro dialetto).

La strada è sterrata, aperta, e si può percorrere anche in auto ma se si viene a piedi, d’estate, è consigliabile l’uso di una crema solare e acqua da bere. I raggi del sole, qui, abbagliano ogni cosa.

E’ naturalmente sconsigliabile percorrerla in auto durante il periodo invernale. Le slavine, il ghiaccio e la mancanza di protezione a valle, la rendono molto pericolosa. In certi tratti, non si possono oltrepassare i cumuli di neve che si formano neanche a piedi. Ci sono punti in cui sembra un falsopiano ma è per lo più una delicata salita.

Sottostrada, poco più avanti, si vedono i ricoveri dei pastori che durante la bella stagione portano il loro gregge a pascolare e sono invidiabilmente circondati da una natura incontaminata.

Questo percorso provinciale, che continuandolo permette di raggiungere anche Monesi e il Monte Saccarello, e quindi la Valle Arroscia di conseguenza, è stato creato dagli Alpini e s’interseca con altre Strade Marenche verso il Piemonte e la Francia. Tale strada viene infatti definita ex rotabile militare a fondo naturale. Allargata, in certi tratti, nel dopoguerra.

È facile vedere rapaci e camosci in questi luoghi tranquilli dove Madre Terra è adatta a loro e, in tarda primavera, qui, iniziano a svegliarsi anche le marmotte.

Possiamo considerarlo anche questo un luogo magico. Mi direte che sono retorica ma così è.

Il silenzio è profondo e pieno e tutto intorno aleggia un’atmosfera fresca, pulita e ricca, che riempie l’anima.

Beh, si sa, in fondo, acqua e sole formano la vita e qui, la vita, si percepisce tantissimo.

Una cascata di baci a voi!

L’incidente aereo contro Rocca Barbone… o quasi

Cari topi, oggi sono venuta a conoscenza di un aneddoto inerente alla Valle Argentina davvero curioso anche se molto triste. ​Non ho potuto appurare nulla e mi baso sul racconto di una cara persona mia amica, quindi, se qualcuno conosce qualche dettaglio in più, sarei felice di saperlo. ​

Narra la storia che, in tempo di Guerra, un aeroplano si schianto’ contro Rocca Barbone ma, in realtà, andò a sbattere contro la cresta di due monti prima del Saccarello, ossia dietro Rocca Barbone.

Il pilota, un tedesco in fase di ricognizione, innalzo’ il velivolo ulteriormente rispetto alla quota che stava mantenendo convinto che la Rocca fosse l’ultima vetta da superare ma, invece, non si alzò abbastanza. Ciò a causa della nebbia che spesso è presente sul profilo di questa catena montuosa. Rocca Barbone, questo dente roccioso anomalo, questo spuntone “in più”, lo ha ingannato.

La gente del posto, dopo aver udito un grande boato, si recò sul luogo della tragedia e c’è chi dice che, alcuni, fecero man bassa di quello che trovarono.

Una testimonianza certa però la si ha nel Museo della Resistenza di Costa (Carpasio) dove, ancora oggi, pare sia custodita un’ala di quell’aereo.

Nessuno può sapere se quell’uomo si accorse o meno di ciò che gli stava succedendo. Se ebbe paura, o se morì senza rendersene conto ma una cosa è sicura, lasciò sgomenti i suoi parenti.

Vi posso dire questo perché, tempo dopo, una donna portata a passeggiare in quei luoghi, arrivata in quel punto, versò tutte le sue lacrime.

Era la sorella del pilota che, con profonda tristezza, si trovava nel punto in cui il fratello, anni prima, aveva perso la vita a causa di un qualcosa di più grande di tutti noi.

I miei monti abbracciano e accolgono tante storie come questa, custodendole caramente nel loro cuore e permettendo loro di uscire soltanto attraverso i ricordi e la voce di persone che hanno vissuto eventi passati.

Queste montagne, che trattengono segreti e che per questo le considero ancora più affascinanti.

Quello che hanno visto, che hanno sentito, oggi offuscato da una natura dalla rara bellezza.

Andando oltre, si scoprono tratti di vita che oggi non conosciamo e nemmeno possiamo immaginare, ma ci sono stati e sono ancora là, fermi su quei monti che con braccia invisibili li trattengono.

E io invece abbraccio voi aspettandovi per la prossima storia…​ ​

Un sentiero speciale

Topi, oggi vi faccio fare un tour breve, ma molto carino. Vi porto a passeggiare sul sentiero che – udite, udite! – ha visto crescere la vostra topina e ha fatto nascere in lei la passione e l’amore per la meravigliosa Valle Argentina.

Andagna sentiero

Partiamo, allora, venite con me. Andiamo ad Andagna. Qui, dalla parte dell’abitato che si affaccia direttamente sui monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, inizia un percorso che da piccina mi piaceva chiamare “sentiero delle farfalle”. Non so se questo tratto di bosco abbia un nome particolare, io l’ho sempre soprannominato così con tenerezza. Ed è un sentiero molto conosciuto da tutti gli andagnìn (gli abitanti di Andagna, nel mio dialetto), pulito e sempre ben tenuto.

E’ un viottolo che attraversa i bellissimi boschi di conifere e latifoglie della zona, all’inizio ampio e pianeggiante, adatto a topi adulti e topi piccini.

ortica

Il sentiero esordisce così, all’ombra delle fronde che sembrano già accogliere i visitatori con un abbraccio fatto di rami. E all’ombra, ben custoditi, ci sono ciuffi di Ortica e altre piante che non amano esporsi ai raggi solari diretti.

Già si nota la presenza massiccia dei Pini, anche il naso ne capta l’odore balsamico, un profumo di resina al quale non si può proprio restare indifferenti.

sentiero Andagna pini

E ora, in questa Primavera ancora agli esordi, i fiori sono piccoli, delicati, stropicciano i petali come le farfalle appena uscite dal bozzolo dispiegano le ali per la prima volta.

fiore primavera

Tra le foglie secche di una stagione ormai morente e i rami vecchi caduti, frantumati al suolo, ecco spuntare questi occhietti colorati di Madre Terra, che sembrano guardarci e chiederci di essere notati.

fiori

Come si fa a non dare loro la giusta attenzione? Dopo tanto Inverno, la Primavera fiorisce e si rimane estasiati dai suoi profumi e dalla freschezza della vita che sboccia di nuovo, in un ciclo ancora bambino.

fioriture primaverili

I rami pullulano di gemme, anch’esse tenere. Tutto parla di rinascita, in questo momento dell’anno.

Il sentiero, vi dicevo, inizia in piano. Da qui si nota anche l’abitato di Corte con il suo Santuario dedicato alla Madonna del Ciastreo e, se si urla verso le montagne, un’eco pulita e vivace ci risponde. Fenomeno che non si trova ovunque. Più avanti, invece, si alternano salite poco impegnative al falso piano, ma di sicuro non è ostico. E’ un giretto che si fa con piacere e in breve tempo, poco più di un’oretta andata e ritorno, se come me amate soffermarvi di tanto in tanto a rimirare il creato.

andagna sentier2

Ed è anche un sentiero che sa offrire scenari diversi, topi, altroché!

A tratti ci ritroviamo all’ombra, il cielo sembra lontano sotto la cupola arborea. In altri tratti, invece, l’azzurro della volta celeste, con i suoi affreschi cangianti di nuvole, lascia senza fiato.

macchia mediterranea

E poi ci sono i monti del Passo della Mezzaluna, onnipresenti con la loro imponenza. I suoi morbidi prati sembrano davvero a due passi da noi. In alcuni punti soleggiati ci si imbatte senza difficoltà alcuna nella macchia mediterranea tipicamente arbustiva e aromatica. Qui Timo e Ginepro la fan da padroni, abbarbicati sulla nuda roccia come sovrani timorosi di assedio.

E in questo bosco, ora fitto ora rado, c’è una gran varietà di piante. I Castagni impressionano per la loro stazza, spiccano letteralmente nella vegetazione costituita in prevalenza di esili Noccioli. Qualche grosso Faggio ricorda per la mole i cugini del vicino Bosco di Rezzo. Persino le Querce trovano spazio in questo variegato groviglio arboreo.

E poi c’è lui, il Pino Silvestre, la cui personalità apre letteralmente i polmoni. La sua presenza qui è massiccia.

andagna pini silvestri

Tutto il sentiero è costellato di panchine e sedili naturali improvvisati. E’ bello, infatti, restarsene qui ad ascoltare il canto degli uccelli, la pace che permea questi luoghi è paragonabile a quella che gli umani attribuiscono a certi santuari. Qui ci si sente in armonia con tutto quello che ci circonda, e allora viene il desiderio di fermarsi per assaporare quel momento, prima di proseguire nella camminata.

sentiero andagna panchina

Intanto Ghiandaie, Cince e Falchi si fanno sentire con i loro versi, e il silenzio del bosco è interrotto dal frusciare delle lucertole e dei ramarri, che scappano via spaventati al nostro passaggio. Se ne stanno al sole, anche se è ancora timido, a riscaldarsi come Natura comanda loro. La Ghiandaia, poi, è sempre così egocentrica (ovviamente parlo della mia amica/nemica Serpilla, non me ne vogliano tutte le altre Ghiandaie della Valle Argentina) da voler sempre lasciare una traccia di sé in bella vista, come a ricordarci che esiste anche lei e che, insomma, bisogna proprio notarla.

piuma ghiandaia

Oggi, per fortuna, sembra avere qualcun altro da tormentare con il suo insistente tciààà tciààà, per cui proseguiamo tranquilli in questo tripudio di fiori dai toni del giallo, del bianco e del rosa.

fiori bianchi

 

Nel bosco si intravedono anche diversi muretti a secco e qualche abbozzo di costruzione in pietra, un tempo queste zone erano frequentate e abitate, anche quelle che appaiono più impervie. C’è anche una vecchia fontana ormai in disuso.

vecchia fontana andagna

Ricordo la paura delle vipere di topo-zia. Qualcuna c’è. In fondo, stiamo parlando di natura incontaminata, ma come saprete fuggono via velocissime appena sentono muovere qualcosa. Passeggiavo sempre battendo un bastone al suolo e cantando canzoni a squarciagola.

Come ho detto, da qui, con un po’ di attenzione, si vede anche Corte, ma spingendo lo sguardo un po’ oltre, potremmo vedere anche il viso pallido di Rocca Barbone e il Saccarello.

Ma ora veniamo al motivo del soprannome che davo a questo luogo incantato quando ero topina e la mia cara topo-zia mi ci portava spesso…

farfalla

In questo momento dell’anno sono riuscita a vederne ben poche, ma a breve questo sentiero si riempirà di farfalle. Grandi, piccole, dai mille colori… tutte pronte a dar spettacolo con il loro sfarfallio! Una grande meraviglia, ve lo assicuro.

roccia sentiero andana

E che belle quelle pareti di roccia che di tanto in tanto strappano la tela del bosco! Alcune aguzze, altre più affilate, ci fanno sentire piccini.

Infine, ecco la meta di questo sentiero. Lo sterrato si conclude là, in quel varco magico creato apposta dalla vegetazione. E, una volta attraversato… vi assicuro resterete incantati.

sentiero Andagna3

Sì, perché si sbuca un po’ prima di Drego, e lì è facile che tiri una bella e piacevole arietta. Un vento che porta, ancora una volta, il profumo dei Pini che si fanno di nuovo assai presenti, e che a ogni istante ridisegna le nuvole. Col naso all’insù guardiamo i pascoli alti di Drego, Carmo dei Brocchi e Cima Donzella. Sono belli anche in questa stagione, con le gote ingiallite e bruciate dal freddo invernale.

drego andagna

Il sentiero, allora, si ricollega alla strada, la stessa che porta a Rezzo, ma prima ci lascia ancora rimirare un’altra fontana e quella perla di pietra che è la chiesetta di Santa Brigida alla quale gli andagnìn sono molto affezionati e della quale vi ho già parlato in un altro mio articolo.

chiesa santa brigida andagna

Restiamo un po’ qui a goderci la pace tra la Lavanda che deve sbocciare e il Biancospino ancora assonato e poi torniamo indietro, verso nuovi sentieri e altre avventure.

Uno squittio svolazzante per tutti voi, topi! A presto!

50 km (circa) di meraviglia

In realtà, se si cerca su varie enciclopedie o su internet, si legge che la Valle Argentina è lunga all’incirca 40 km, considerando la tratta che taglia i monti nel mezzo da Arma a Verdeggia. Ma io, volendo considerare anche il tratto che giunge fino a Colle d’Oggia insieme ad altre località importanti come i Vignai, Costa e la sottovalle dell’Oxentina, ho pensato di aggiungere una decina di chilometri in più.

50 km che, dal mare, raggiungono la vetta più alta di tutta la Liguria, pensate! Il Monte Saccarello, infatti, con i suoi 2.201 metri, è il monte più alto della regione.

Questa è la Valle Argentina: 50 km di stupore, di occhi meravigliati a ogni curva. Una Valle che offre tanti e diversi paesaggi, a cominciare dal mare, considerato spesso uno dei più limpidi. Un mare che offre albe e tramonti spettacolari. che si apre verso l’infinito, fino a permettere, in alcuni momenti, di vedere persino la Corsica.

Un mare stupendo, sia in estate, con le sue tinte blu e turchesi, sia in inverno, quando a prevalere in lui sono i colori del verde smeraldo e del grigio.

È attorno a lui che abbiamo la maggior parte di Ulivi, salendo verso Taggia e verso Badalucco. Gli alberi che, a quanto pare, grazie alle nuances argentee delle loro foglie, danno il nome a tutta la Valle e sono una grande risorsa.

Qui appare la storia data dall’agricoltura, ma soprattutto dai borghi, antichi e misteriosi, che iniziamo a incontrare e che molto hanno da raccontare. Borghi creati strategicamente, in grado di difendersi dalle insurrezioni nemiche. Borghi raccolti, dove la vita scorre placida, ancora come un tempo. Borghi che narrano di vicende, di leggende, di fatti accaduti e quotidianità. Borghi che hanno il loro odore, quel profumo unico, di muri freddi, di case accoglienti, di cucine che sfornano delizie tipiche.

Borghi accompagnati dal torrente. Un torrente che, con i suoi piccoli ma copiosi affluenti, non lascia nessuno senz’acqua e che veste il territorio di una bellezza che luccica. È il torrente che scende dalle alte vette e attraversa tutta la Valle, a tratti impetuoso e ricco di schiuma bianca, a tratti più calmo, dove forma laghetti di un verde sgargiante. Nido di trote, salamandre, gamberi di fiume, ranocchie e gerridi. C’è tanta vita attorno e dentro di lui. Una fauna che cambia, come l’ambiente, a seconda della zona.

È il torrente che nutre la natura circostante e le coltivazioni, ma che ancora esce dai rubinetti di alcune case che da lui attingono. Le sue curve lasciano intravedere spesso luoghi magici intagliati tra le rocce, e sembra di essere in qualche favola scandinava o nel regno dei nativi americani. Oppure, sembra semplicemente di essere in Valle Argentina, dove non si ha la necessità di invidiare nulla a nessuno perché, con i giusti occhi, si possono scorgere meraviglie.

I boschi mutano mentre i fiori, invece, ci accompagnano per tutto il tragitto. Sono una miriade. Mille e mille qualità diverse colorano la base delle piante più grandi e maestose. Dapprima i Castagni e i Noccioli, protetti dai Brughi, creano grandi zone d’ombra con le loro fronde immense e zone di umidità, dove la natura è rigogliosa, scura, florida e nasconde un mondo ricco e tutto da scoprire. Poi i Faggi e le Betulle. Sono alberi alti, imponenti, che regalano sensazioni e atmosfere surreali. Alberi che abbracciano i lupi, che celano fate e folletti e circondano radure preziose, ancora oggi mete di bestiame e tane di marmotte.

È qui che questi principi, dai tronchi infiniti, iniziano a diradare per lasciare il posto ai Pini, agli Abeti e ai Larici i quali purificano e offrono un’aria balsamica, pura, che profuma di resina.

È qui che inizia la Valle Argentina più aspra e selvaggia, nonostante i morbidi pascoli. È qui che regnano i rapaci più astuti e i più impavidi cervidi e bovidi. Agili, eleganti, rapidi.

I grossi massi bianchi la fan da padroni e tante sono le specie diffuse di piante aromatiche che arricchiscono la cucina ligure. Siamo in cima ai monti. Siamo dove il silenzio è assoluto e dove i polmoni si riempiono di meraviglia. Ma qui è possibile anche ascoltare l’eco ed è un fenomeno davvero curioso. Si gioca e ci si rilassa lasciandosi ritemprare da questa natura incontaminata. È proprio qui che, in inverno, la neve cambia ogni cosa e questo paesaggio mostra tenacia e forza, pronto a sopportare il gelo.

Si stagliano i profili delle montagne e delle falesie contro il cielo. Un cielo che non ci abbandona mai per tutto il tragitto. Sempre bello, limpido o nuvoloso che sia, e pieno di colori in ogni momento. Un cielo che fa da cornice a catene di Alpi. Ci sono rocce aguzze, ognuna con il suo nome, e accolgono nel loro cuore la fine della Valle. Le principali? Pietravecchia, Fronté, Carmo dei Brocchi, Grai… Abitate fin dal neolitico e colme, ancora oggi, di reperti archeologici in grado di spiegare la vita durante altre Ere, una vita che qui è assai pullulante.

50 km di meraviglia. Ah! E 200 km, più o meno, di estensione! Questa è la mia Valle. Dovunque si guardi e dovunque ci si giri. Un pezzo di mondo con un carattere proprio e una natura ineguagliabile.

Un bacio a voi, ora riposo le zampette. Ho appena percorso 50 km.

Caserme, guerre e cannoni… a Cima Marta

L’aria è sempre frizzantina qui, vi conviene coprirvi bene per salire fin quassù, ma ne vale la pena.

Oggi, oltre a farvi vedere un luogo meraviglioso della mia Valle, uno dei Valli Alpini più importanti e conosciuti della Liguria di Ponente (e non solo), vi porto anche a visitare delle costruzioni molto particolari. Forse sarebbe più corretto dire che ve ne mostrerò i resti, perché si tratta di fortificazioni utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale. Alcuni studiosi affermano, con ragione, che molte pietre erano già state posizione nel ‘700, durante la Prima Rivoluzione Francese. In quel periodo, infatti, qui vennero costruite le ridotte difensive austriache e piemontesi che videro combattere i nostri contro i francesi. Sono in tanti a chiamarle “Le Caserme Settecentesche”.

Ci troviamo nel silenzio più assoluto. A regnare è il verde sconfinato dei pascoli incontaminati. Siamo a 2138 mt s.l.m., sul confine tra l’Alta Valle Argentina e la Valle Roja, la prima valle francese. Siamo a Nord del Monte Pietravecchia, in mezzo alle Alpi del Marguareis, piene di fiori e di marmotte.

Le pareti delle Caserme sono fredde e umide, le pietre sono a tratti ricoperte di cemento. E’ facile trovare la neve, nonostante la primavera avanzata, soprattutto dove i muri di questi vecchi edifici creano un’ombra che non permette al sole di baciare l’erba che vuole nascere a nuova vita.

Qui, quando il tempo è bigio, c’è foschia e tutto si circonda di un’atmosfera stranissima, quasi surreale; sembra di essere dentro un film di suspense in bianco e nero. L’assenza di rumori è assordante e piccole, minuscole goccioline accarezzano il muso, anche se non le vediamo.

Come potete osservare, oggi è un po’ nuvoloso, ma la bruma è assente, e meno male, altrimenti non avrei potuto immortalarvi queste antiche bellezze.

Tali costruzioni sono sparpagliate un po’ ovunque sulle mie Alpi. Partendo da Colle Melosa, sia percorrendo il Sentiero degli Alpini, sia rimanendo sulla strada principale sterrata, si possono notare diversi edifici di questo tipo. Alcuni, più in basso, sono contornati da un ambiente più roccioso e dalle creste tra le quali passa la strada percorribile come un grande serpente tra le montagne. Siamo sull’Alta Via dei Monti Liguri.

Si può percorrere a piedi o in auto, purché sia una macchina adatta a terreni disconnessi. Attenzione, perché in certi punti si  fa davvero stretta ed è priva di protezione a valle, quindi vi consiglio di optare per le quattro ruote solo se siete esperti guidatori. La strada e tutti i sentieri che potete vedere sono di origine militare.

Ma torniamo alle caserme. Più in alto, come vi dicevo, queste costruzioni antiche godono della compagnia di ampi prati, distese erbose contornate solo dal cielo.

Sono pochi i caseggiati dotati ancora di tetto, forse sono quelli più recenti, e hanno al loro interno cianfrusaglie e rimasugli, gli avanzi di bisbocce tra amici o di pernottamenti che hanno poco di occasionale, forse addirittura abusivi. Certi rifugi servono anche da alpeggi ai pastori che portano qui il loro bestiame a pascolare durante la bella stagione.

Si possono riconoscere le parti adibite alle camerate: una serie di finestre ha lasciato spazio ad aperture quadrate, in fila e tutte uguali.

Il panorama di cui si può godere da qui è sempre magnifico. Volgendo lo sguardo in basso si abbraccia con la vista tutta la Valle, i centri abitati sembrano nugoli di formiche, visti dall’alto. Intorno a questo luogo, poi, c’è una corona di alte vette, si vede il Saccarello, ma non solo: possiamo  godere anche delle alture francesi, tra le quali spicca il Monte Bego (2.872 m s.l.m.), famoso per le sue incisioni rupestri che ogni anno raccoglie un gran numero di visitatori. E poi, in giornate particolarmente terse e limpide (non oggi, quindi) si può vedere il mare, la sua distesa blu all’orizzonte, insieme al profilo della lontana Corsica. Non scherzo, topi: è la verità! L’ambiente cambia velocemente, quando è accarezzato dallo sguardo: le conifere digradano in radure ed erbaggi, e i massi grigi delle caserme si stagliano contro il cielo.

La batteria più importante fu costruita verso la fine del 1800. Aveva una funzione prettamente difensiva, si nota dalla vicinanza di queste fortificazioni, che si fanno anche più numerose. Questo convoglio militare aveva a disposizione diversi cannoni, probabilmente quattro per batteria, che puntavano verso il territorio francese. Giunti a questo punto, capirete come questa non sia solo una semplice e splendida escursione, ma anche un inestimabile viaggio nel nostro passato intriso di storia e vicende.

Io non appartengo al Genio Militare, ma gli edifici dei Balconi di Marta, se non erro, furono costruiti a scopo di sicurezza. Il nemico andava abbattuto incrociando i fuochi con altre batterie posizionate strategicamente su altre alture. I cannoni, però, non erano le uniche armi. Molte strutture erano dotate di feritoie, attraverso le quali partivano veloci e senza pietà i proiettili delle mitragliatrici. Persino alcuni carri armati svolgevano il loro lavoro.

Qui, proprio dove sto fotografando, è stato versato tanto sangue, sapete? Gli attacchi erano frequenti e cruenti. Si ricorda quello dell’aprile del 1794, quando i francesi assaltarono in gran numero.

Questo luogo nasconde bellezze anche dal punto di vista faunistico. Non sarà una grande novità, ma è un grande piacere per me darvi questa notizia. Pare, infatti, che in questo territorio siano state trovate tracce di Lupo. Finalmente! La mia Valle un tempo ne era piena, ma col passare degli anni e a causa dell’uomo il Lupo ha finito per essere una figura assai rara tra le mie montagne. Oggi, in diverse zone, tra le quali proprio Cima Marta, Monte Grai e Colle Bertrand, che per bellezza potrebbero essere paragonate alle Dolomiti, è tornato il predatore per eccellenza. Qui è a casa sua, aggiungerei.

Insomma, che dire? Vi è piaciuto questo tour? La storia non è esattamente una fiaba per topini, ma è la realtà, accaduta proprio qui, dove sto zampettando in questo momento. Mi ha fatto piacere rendervi partecipi di tanti ricordi e della meraviglia offerta da una delle zone più belle dell’entroterra ligure.

Vi aspetto per la prossima passeggiata. Squit!

Caino e Abele nella Valle Argentina

Questa è la storia (vera) di due fratelli che vissero in Valle Argentina, precisamente nei pressi del borgo di Loreto, verso la fine dell’800 e i primi anni del ‘900.

I due fratelli, il cognome dei quali iniziava per L. ma non posso svelarlo del tutto, vivevano in due case di pietra in uno dei punti più rocciosi della Valle. Siamo in Alta Valle, oltre Triora e poco prima di Realdo, dove le lisce e alte pareti di roccia oggi permettono scalate a chi ama arrampicarsi.

Non c’era terra e le loro dimore erano state costruite su dei costoni che si affacciavano sul torrente.

Uno dei due, il più anziano, coltivava un piccolo pezzo di terra davanti a casa. Un appezzamento molto prezioso, in quanto di terra, in quel punto lì, non ce n’era per niente.

Un giorno, il fratello più giovane, passando vicino alla campagna del maggiore, permise alla propria capra di divorare un cavolo di quell’orto e questo fece arrabbiare così tanto il più grande che prese una grossa pietra e la scagliò contro il fratello più piccolo e irrispettoso, colpendolo proprio alla testa. Non lo uccise, ma si fece ugualmente circa otto anni di duro carcere. Una volta uscito di galera, tornò in quella casa e rivide il fratello. Per niente soddisfatto e ancora pieno di rancore, questa volta gli tirò una badilata sul viso, ma lo ferì solamente a un labbro e quindi non venne messo in gattabuia.

Viene subito da pensare che questo fratello maggiore fosse davvero una persona cattiva, violenta e rancorosa, ma io, senza giustificare né giudicare nessuno, vorrei porre l’attenzione su qualcosa che forse sfugge ai più, ma che riguarda tutta la mia Valle.

Partiamo dal presupposto che non si fa del male a nessuno, così evito eventuali incomprensioni. Come già sapete, sono contro la violenza di qualsiasi tipo e verso chiunque, però una cosa che al giorno d’oggi non riusciamo più a comprendere è l’immensa ed estenuante fatica che un tempo, soprattutto in certe zone della mia Valle e di tutta la Liguria, si compiva nel cercare di creare spazi pianeggianti atti alla coltivazione per evitare di morire di fame. La Liguria è una regione morfologicamente molto difficile da coltivare. La Valle Argentina è culla, inoltre, del monte più alto di tutta la regione (il Saccarello, 2.201 mt). Questo indica come la mia sia una Valle che, in pochi chilometri, dal mare giunge ad alte vette, quindi potete capire come sia aspra e scoscesa, seppure bellissima. Durante la costruzione di terrazzamenti e muri a secco, per creare le famose “terrazze liguri”, strisce di terreno nelle quali seminare ortaggi e grano, si faticava assai. Cumuli di terra e grosse pietre pesanti venivano trainati con sforzi disumani, in salita, per chilometri e chilometri o a braccia o con l’aiuto di muli che, spesso, sfiniti anch’essi, dovevano fermarsi a riposare. Una volta trasportato tutto il materiale in alto con sangue e sudore, si iniziava il lavoro: si disboscava o si spaccavano rocce e falesie (a mano!), si scavava, e non c’erano di certo le ruspe, si  ergevano muri e poi si procedeva al riempimento con la terra che veniva poi battuta e smistata (sempre a mano!).

Ora, nonostante con questa spiegazione sia impossibile concepire veramente la fatica di quegli uomini, potete credermi se vi dico che ogni dono della terra, nato in quelle sottili strisce, era un tesoro dal valore inestimabile che permetteva il sostentamento.

Questo, lo ribadisco, non vuole giustificare l’atto del fratello maggiore, ma, proprio da chi è sangue del mio sangue, io non mi aspetterei un gesto così poco rispettoso come quello di far mangiare il mio cavolo a una capra che aveva ettari interi di bosco e brughiera nei quali sfamarsi.

Il gesto del fratello più grande, ripetuto poi attraverso la vanga, è sicuramente imperdonabile, ma non badiamo a lui per un attimo. L’importante, secondo me, è osservare con gli occhi dell’ammirazione e dello stupore quello che, oggi, nella Valle, ci circonda.

Quando notiamo le nostre montagne e le nostre colline trasformate in enormi gradini, soffermiamoci a pensare alla portata del lavoro di gente che ha sfamato anche i nostri nonni e i nostri padri. Se ci pensate bene, guardando questo territorio, ha davvero dell’incredibile.

Un caro saluto, Pigmy.

Verdeggia, l’ultimo villaggio

Oggi, topi, quello che vi mostro è l’ultimo paese della mia valle. Una valle che, come sapete, parte dal mare e taglia la Liguria di ponente andando a finire sul confine del Piemonte e della Francia.

Una volta arrivati in questo particolare paese non si può andare oltre. Davanti a noi, a formare come una grande conca, si stagliano i monti che racchiudono la vallata. Qui si trova il monte più alto di tutta la regione. Eh sì topi, guardate, guardate su in cima cosa c’è. È il Monte Saccarello e, lassù, lo riconoscete? Ma sì, è la statua del Redentore! Ve lo ricordate? 2200 metri di magnificenza. Guardate la bellezza di queste montagne ancora spoglie. Sembrano mura altissime di protezione, monti dalla doppia faccia. Il nostro versante è aspro, rude, mentre quello piemontese appare più dolce, ricco di prati e pascoli. Tuttavia, in aprile è ancora innevato. Tutt’intorno ci sono il Monte Colombera, Cime Cabanne e il Passo del Collardente.

Verdeggia è un bellissimo paese. Protetto dai monti, appare ancora più affascinante e più montano rispetto agli altri villaggi della mia valle. Piace a molti e in tanti vengono a pernottare nell’unico albergo durante i weekend o durante l’estate, unico periodo nel quale Verdeggia davvero si anima. Le sue case in inverno rimangono chiuse, sono solo una decina i suoi residenti. Appartenuta alla provincia di Cuneo fino al trattato di Parigi, è, insieme a Realdo e Carmeli, l’unica comunità brigasca della valle. Qui, nel 1805, una slavina fece 16 vittime. Verdeggia, non ha altre protezioni, nè contro i nemici, nè contro gli agenti atmosferici, ma la sua terra è fertile, sana e ha sempre permesso la coltivazione di tanti alimenti. Ci troviamo a 1100 metri e siamo nel comune di Triora, il più vasto della valle. Appena entrati nel cuore del paese, dopo essere stati accolti dalla trattoria, davanti a noi troviamo un monumento dei caduti, una cappelletta della Madonna e poi un rifugio. Il rifugio è dedicato al Sergente Maggiore Lanteri Giuseppe del 1° reggimento degli alpini, decorato al valore con medaglia d’argento. Il cortile che lo circonda è un bel praticello e, di fronte a lui, c’è il forno comune, ancora oggi utilizzato. Tutt’intorno possiamo ammirare le coltivazioni ordinate, pronte per la semina e tagliate dalla strada pronvinciale asfaltata, che ha raggiunto questo borgo solo nel 1969.

Questo paese infatti era abitato da pastori e contadini. Per chi volesse saperne di più sulla storia di Verdeggia e di come vivevano i suoi abitanti, segnalo questo bellissimo sito creato dalla Proloco http://www.prolocoverdeggia.it/ChiSiamo.aspx, un gruppo di persone unite per mantenere vivo il ricordo di questo luogo suggestivo. Ma torniamo alla nostra passeggiata e alla scoperta delle viuzze che serpenteggiano in questo labirinto di case.

Case tipiche, case simpatiche, case di pietra, ce n’è per tutti i gusti. Ognuna ha la sua caratteristica ed è simboleggiata da una targa in ardesia, scolpita a mano, che riporta il nome di chi ci vive. E allora andiamo giù per i carrugi e su per le salite, per provare a leggerli tutti!

È da non credere, ma stiamo passando su sanguinari palcoscenici. Questi luoghi, questi paesi, questi monti, sono stati un tempo teatro di battaglie violente, soprattutto tra francesi e piemontesi e i soldati di Napoleone che, appostati nei dintorni, scendevano spesso a far razzia nelle case di Verdeggia. Si narra che un tempo alcuni soldati tranciarono la gamba di una donna che si rifiutava di dar loro il cibo preparato. I verdeggiaschi allora, per vendicarsi e far paura ai soldati che avevano mutilato la poverina, uccisero alcuni militari e li seppellirono di nascosto sotto una rupe, chiamata ancora oggi la Bricca dei Francesi.

Parecchie stradine si affacciano sul torrente e qua e là si vedono dipinti e fontanelle. In una di queste, un disegno ci spiega come andavano vestiti i brigaschi dio un tempo . Le donne portavano un foulard nero in testa e la pitocca, un gonnellone lungo e scuro di lana stamegna con delle bretelle che lo sorreggevano. Sotto, indossavano una camicia di lino. Gli uomini, invece, avevano una beretta, un cappello di lana rossa, una giacca capiente che poteva essere utilizzata anche come sacca, un maglione, un paio di pantaloni che arrivavano solo sotto il ginocchio legati da una fettuccia verde e le ghette.

Tutte le vie, circondano la chiesa, la Parrocchia di Nostra Signora del Carmelo. Il paese, infatti, fu ricostruito dopo la valanga di cui vi parlavo ed è stato rifatto secondo uno schema ben preciso, tutt’intorno alla piazza della chiesa, con orgoglio e tanto lavoro. I verdeggiaschi sono persone dall’animo nobile, fiero e hanno sempre dovuto lottare per la loro libertà. La Repubblica di Genova che aveva conquistato questa terra, la fece confine del Ducato di Savoia, ma, nonostante le movimentate vicende politiche, gli abitanti hanno sempre saputo tirare avanti grazie alla loro forza e alla loro solidarietà. E su una facciata del santuario è stata posta una lapide con l’elenco dei nomi dei “Figli di Verdeggia, caduti per la grandezza d’Italia”.

Oggi Verdeggia offre un bellissimo panorama e tanta pace. Regala vacanze tranquille e divertenti, grazie ai passatempi che si possono svolgere, come il gioco delle bocce e le sagre, le feste di paese di carattere tradizionale. C’è la pista da ballo, i giardinetti attrezzati con i giochi per i bambini e tanta natura intorno e sul sito che vi ho segnalato troverete anche le date, per poter venire qui e non annoiarvi nemmeno un minuto!

Spero che anche questo tour sia stato di vostro gradimento. Io vi saluto e vi aspetto, come sempre, per la prossima gita insieme.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.

Il cuore della Valle

Se ieri vi ho mostrato la dolcezza di Bregalla e l’armonia del contesto che la circonda, oggi voglio farvi vedere su cosa si affaccia il paesino del quale vi ho parlato.

Dalla sua culla di monti si vede la parte più aspra e più austera, il cuore imperioso e risoluto della mia Valle. Le nude falesie hanno dimensioni mastodontiche, cadono a strapiombo sul torrente. Laggiù c’è un ponte, quello di Loreto, e sopra di esso troneggia il Colle Ventusu . Siamo a 700 metri circa sul livello del mare.

Gli alberi ricominciano a vestire le rocce come ogni anno, rendendo questa gola ancora più cupa. È come se ordinasse ai passanti il rispetto che merita. La strada, le piante, le casupole, i santuari, tutto è così piccolo da far sembrare queste montagne ancora più gigantesche. Gli uccelli sono pochi, ma di notevoli dimensioni; sono per lo più rapaci, li si può osservare mentre girano in tondo puntando la preda.

Lo scroscio dell’acqua che scende dai massi è perpetuo, il fiume è gelido in ogni stagione.

Il cielo qui è di un azzurro intenso, non inquinato dalle città, e l’aria è così pura da far quasi pungere il naso. Il vento fa suonare il suo soffio impetuoso sbattendo contro le pareti di roccia.

Se non li conosci, questi monti sembrano guardiani spietati. Lo scorrere del fiume risuona contro le rocce e solo gli appassionati di mountain bike, arrampicata, alpinismo, trovano il coraggio di sfidarle. A seconda delle stagioni e dei momenti della giornata, il sole scalda di più o non riesce nemmeno a penetrare nella gola profonda. Anche la primavera fa fatica ad arrivare. Il silenzio e il letargo invernale non vogliono abbandonare questi luoghi. Prima, nei villaggi più in basso, c’erano i fiorellini, i germogli e l’insetto che se ne cibava, ora, in questa zona che è considerata già Alta Valle Argentina, la presenza preponderante è quella delle poiane, dei lupi, degli allocchi.

Il profilo delle montagne si staglia contro il cielo. A bloccare la strada è il Monte Saccarello, là dove finisce la Valle Agentina e cominciano la Francia e il Piemonte. Le ombre dei rilievi montuosi si proiettano nella gola, là dove il ghiacci persiste fino a stagione inoltrata.

Guardando da qui questo mondo, mi sento minuta al cospetto della Natura, ma sono sazia: non ho bisogno di nulla. Sembra di riuscire a toccare questa atmosfera, non solo vederla. Mi avvolge come una calda coperta e mi sento serena, mi dona un senso di protezione.

Quanti mondi diversi mi offre, questa ruga del pianeta! E ogni giorno è sempre più bella.

Un abbraccio innamorato dalla vostra Pigmy.

M.