Saliamo sulla vetta del Toraggio

Per arrivare in cima al Monte Toraggio, 1972 mt, si può partire da diverse zone.

Esso infatti si trova tra due Stati, Italia e Francia, e tra le valli Nervia e Roja pur essendo simbolo amico degli abitanti della Valle Argentina che possono ben vederlo, ogni giorno, stagliato contro il cielo dell’Alta Valle e vivendoci attorno.

Io sono partita da Colle Melosa, dove un Camoscio mi ha subito salutata di buon mattino (non l’unico quel giorno), ho attraversato le pendici del Monte Pietravecchia, ho raggiunto il Passo di Fonte della Dragurina e sono arrivata al Toraggio. Proprio in cima.

Su quella punta chiamata “naso” perché, il Toraggio, visto dalla mia Valle, appare come il volto di profilo di un uomo addormentato. Il Gigante che dorme.

Alcuni o chiamano il “Napoleone che dorme” o il “Garibaldi che dorme” (vedendoci anche la barba lungo le falesie orientali del monte protagonista e questo perché, assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, forma il corpo (fino alla cinta) di una figura maschile, con tanto di mano appoggiata sul petto.

Quando si è lassù ci si sente più in alto del mondo e, di quel mondo, se ne vedono tantissimi pezzi che sembrano infiniti.

Della Liguria, terra nella quale siamo, si vedono i paesi dell’entroterra di Ponente, fino ad arrivare con lo sguardo al mare. E poi altri monti e creste e falesie.

Sono partita da un ambiente verdeggiante e c’era persino la nebbia, quel mattino, ad accompagnarmi.

Una nebbia che, prima di andar via, si è trasformata in acquazzone e sono stata costretta a ripararmi sotto ad una roccia che formava una piccola grotta intima e affascinante.

La natura, qui, mostra tutti i suoi caratteri da quello più morbido e dolce a quello più aspro e selvaggio che incontrerò avvicinandomi all’arrivo.

Ma anche attraverso il clima palesa tutte le sue qualità.

Sto percorrendo un sentiero fresco che mi permette di vedere l’ampiezza della vallata, molta flora, pascoli e persino qualche regalino lasciato da chi è passato prima di me.

Queste pietre disegnate si trovano spesso nella mia Valle come una specie di riferimento.

I Gracchi Alpini e qualche uccellino solitario mi tengono compagnia con il loro verso e il solo svolazzare. A volte spiccano il volo alla ricerca di cibo, altre volte giocano con il vento che, adesso, sta portando via tutte le nuvole.

Sul Toraggio, invece, sono minuscole e rare le zone d’ombra date unicamente da qualche solitario Ontano o un arbusto di Rosa Canina.

Il sole ora è cocente e risplende sulle rocce bianche e solide che vanno a comporre la sua punta frastagliata.

Il paesaggio è più duro e asciutto rispetto ai primi km percorsi in questo tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri (complesso tracciato di oltre 80 km) dove il bosco rendeva tutto più umido e verde.

Fonte della Dragurina permette un po’ di frescura. In questo periodo di acqua ne produce poca e non è conveniente berla ma risulta utile per chi vuole darsi una rinfrescata bagnandosi le braccia o i capelli.

Vi consiglio vivamente di portarvi parecchia acqua da bere se volete intraprendere questa escursione.

Arrivati a questa sorgente si capisce che manca poco per giungere in cima alla meta ambita. Dopo poco infatti, dove alcuni sentieri si incrociano in uno spazio aperto di prato ecco la scritta che indica l’arrivo.

Si guarda in su e si può vedere la vetta attenderci. Quelle rocce così alte sembrano messe una sopra l’altra e la loro austerità è limata da un paesaggio che ricorda il cartone animato di Heidy. Fiori, farfalle, erba, spighe…

L’ultimo pezzo di salita, anche se breve, è da fare a quattro zampe arrampicandosi tra quei massi che lasciano poco spazio alla sosta. Alcuni punti possono intimorire. Non ci sono protezioni e i punti in cui si appoggiano le zampe sono così sottili da non permettere al corpo di incurvarsi o rilassarsi.

Chi non se la sente, per paura del vuoto o dell’altezza, può fermarsi più in basso godendo comunque di un panorama mozzafiato. Chi invece riesce a salire sul punto più alto rimane davvero strabiliato dal creato che si mostra ai suoi occhi a 360°.

Qui, una Madonnina bianca e azzurra sotto ad una croce, simboli della vetta, aspetta gli escursionisti più impavidi ed è già pronta a rimanere immortalata su tante foto che contraddistinguono la frase – Ce l’ho fatta! -.

È facile essere stanchi dopo aver percorso circa 8 km su pietre, salite e discese toccando anche il Sentiero degli Alpini per diversi tratti, per cui, occorre non esagerare e non sforzare troppo il proprio fisico soprattutto se siete topi che semplicemente si fanno una camminata la domenica. Vi consiglio quindi di riposarvi un po’ prima della discesa perché vi serviranno di nuovo tenacia, stabilità ed equilibrio.

È infatti un sentiero definito EEF (Escursionista Esperto Facile). Significa facile per un escursionista esperto ma più arduo per chi esperto non lo è. Sconsigliato ai piccoli topini.

Tanto non dovete preoccuparvi. A stare fermi lì non ci si annoia di certo. Già vi vedo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata ad ammirare quello splendore.

Durante la salita non serve correre. Godetevi quei momenti e quella meraviglia. La natura è incantevole. Gigli, Cicuta, Ginestra, Vedovine, Fiordalisi alpini, Campanule e molti altri fiori si mischiano al verde chiaro e brillante dell’erba sottile che spicca a ciuffi.

In alcuni tratti di prato le Ortiche, le Roselline e i Cardi selvatici possono pungere le gambe ma nulla di drammatico.

In mezzo a tutti quei colori si innalzano molti profumi che penetrano le narici in modo deciso e anche tanti insetti vivaci e curiosi come le Cicale e le Farfalle, un’infinità di farfalle, che non hanno paura a venir vicino e stare un po’ assieme. Certi insetti invece sono davvero singolari. Mostrano colori o disegni geometrici sul loro esoscheletro che io non ho mai visto.

La pace è indiscussa soprattutto se ci si allontana leggermente dalla Madonnina (spesso circondata da parecchie persone) e si sceglie un anfratto tra gli scogli chiari per riposare o mangiare.

Siamo in alto e può capitare che la nebbia o le nuvole vengono a far visita come ho detto prima. Non temete potrebbero sparire nel giro di mezz’ora, a quelle altezze capita, e lasciare il posto nuovamente al sole, così caldo da obbligarvi all’uso del cappello e della crema solare.

L’appagamento è totale soprattutto se è un monte al quale siete affezionati come me.

Averlo sempre visto da fondo Valle e ora esserci sopra e poter guardare cosa osserva lui ogni giorno è indescrivibile. Fa uno strano ma piacevole effetto e, sicuramente, da oggi, ogni volta che lo vedrò stagliarsi nel panorama dei miei monti, in tutta la sua austera bellezza, lo guarderò con occhi diversi.

Il Toraggio è come un Re e appartiene alla Catena del Saccarello un importante insieme delle Alpi Liguri. La sua imponenza regna nei nostri cuori.

Quando si è lassù si può lasciare il proprio ricordo su un quaderno messo a disposizione che si trova all’interno di un contenitore tubolare plastificato. Si tratta di un quaderno pieno di scritte, nomi e pensieri. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo e avere altre pagine bianche per permettere ai futuri viandanti di lasciare la loro impronta. Quello che c’è oggi non ha più spazio ed è una cosa molto carina a mio parere. Ovviamente anch’io ho lasciato il mio messaggio e che si sappia che la Topina della Valle Argentina è giunta fin quassù.

Per ora ho finito e prima di scendere da qui rosicchio qualcosa. Mi raccomando, aspettatemi per la discesa, devo raccontarvi anche come si scende da qui e spiegarvi il percorso di ritorno, quindi, continuate a seguirmi.

Vi mando un bacio purissimo da una vetta altissima, alla prossima!

L’incidente aereo contro Rocca Barbone… o quasi

Cari topi, oggi sono venuta a conoscenza di un aneddoto inerente alla Valle Argentina davvero curioso anche se molto triste. ​Non ho potuto appurare nulla e mi baso sul racconto di una cara persona mia amica, quindi, se qualcuno conosce qualche dettaglio in più, sarei felice di saperlo. ​

Narra la storia che, in tempo di Guerra, un aeroplano si schianto’ contro Rocca Barbone ma, in realtà, andò a sbattere contro la cresta di due monti prima del Saccarello, ossia dietro Rocca Barbone.

Il pilota, un tedesco in fase di ricognizione, innalzo’ il velivolo ulteriormente rispetto alla quota che stava mantenendo convinto che la Rocca fosse l’ultima vetta da superare ma, invece, non si alzò abbastanza. Ciò a causa della nebbia che spesso è presente sul profilo di questa catena montuosa. Rocca Barbone, questo dente roccioso anomalo, questo spuntone “in più”, lo ha ingannato.

La gente del posto, dopo aver udito un grande boato, si recò sul luogo della tragedia e c’è chi dice che, alcuni, fecero man bassa di quello che trovarono.

Una testimonianza certa però la si ha nel Museo della Resistenza di Costa (Carpasio) dove, ancora oggi, pare sia custodita un’ala di quell’aereo.

Nessuno può sapere se quell’uomo si accorse o meno di ciò che gli stava succedendo. Se ebbe paura, o se morì senza rendersene conto ma una cosa è sicura, lasciò sgomenti i suoi parenti.

Vi posso dire questo perché, tempo dopo, una donna portata a passeggiare in quei luoghi, arrivata in quel punto, versò tutte le sue lacrime.

Era la sorella del pilota che, con profonda tristezza, si trovava nel punto in cui il fratello, anni prima, aveva perso la vita a causa di un qualcosa di più grande di tutti noi.

I miei monti abbracciano e accolgono tante storie come questa, custodendole caramente nel loro cuore e permettendo loro di uscire soltanto attraverso i ricordi e la voce di persone che hanno vissuto eventi passati.

Queste montagne, che trattengono segreti e che per questo le considero ancora più affascinanti.

Quello che hanno visto, che hanno sentito, oggi offuscato da una natura dalla rara bellezza.

Andando oltre, si scoprono tratti di vita che oggi non conosciamo e nemmeno possiamo immaginare, ma ci sono stati e sono ancora là, fermi su quei monti che con braccia invisibili li trattengono.

E io invece abbraccio voi aspettandovi per la prossima storia…​ ​

La nebbia a gl’irti colli

In Valle Argentina le stagioni si susseguono e si rincorrono più vistosamente che in città. La Natura, qui da me, offre spettacoli spesso unici e gli stessi paesaggi sono sempre diversi, spesso sembrano adattarsi agli stati d’animo dei viandanti, soprattutto se tra quei viandanti ci sono io, lo ammetto.

La mia Valle è bellissima in tutte le stagioni, ormai lo sapete: che ci sia la pioggia, la neve o la nebbia non importa, Lei è sempre meravigliosa e vestita di un abito nuovo e sgargiante.

loreto valle argentina autunno

Ogni giorno è diverso in questa Valle incantata e magica, anzi no, che dico?! Per tutte le castagne! Ogni ora riserva le sue sorprese!

Adoro la Valle in Estate, sapete tutti che è la mia stagione preferita, ma anche l’Autunno non scherza. In questo periodo i colori degli alberi che si preparano al freddo sono pittoreschi e creano spettacoli a dir poco meravigliosi. Qualche volta, poi, il cielo viene a far visita alla Terra, baciandola e carezzandola con le sue volubili figlie: le nuvole! Che terra selvaggia e aspra, la mia… tutto è Natura nuda, semplice e schietta. Tra timide cascate, monti che sfiorano il cielo, paesini nascosti e alberi dai mille colori, è un posto degno di una delle tante fiabe tradizionali che ci venivano raccontate quando eravamo topini abbracciati alla mamma o alla nonna.
Oggi metto al collo la mia topo-reflex, prendo la topo-mobile e me ne vado a scattare qualche foto in giro per la mia bella Valle. Superata Triora, mi fermo al Ponte di Loreto e… guardate che scatti!

valle argentina autunno nebbia

loreto triora nebbia
torrente argentina autunno

Le nuvole basse avvolgono i monti, cambiando forma di secondo in secondo, di minuto in minuto. L’umidità è palpabile e la nebbiolina leggera rende ancora più vivi i colori delle foglie tremule e instabili appese agli alberi. Le tane qui intorno sembrano un rifugio davvero accogliente in una giornata come questa, i camini sbuffano fumo, chissà che calduccio lì!

triora valle argentina nebbia

Adoro l’odore della legna bruciata che si spande nell’aria e avvolge chi passeggia nelle vie, chi percorre le strade… è un odore evocativo, un profumo che mi trasporta in un mondo tutto mio. La stessa sensazione mi è offerta dalla nebbia: misteriosa, incorporea eppure prepotentemente presente. Aleggia tra gli alberi come un fantasma e ogni volta che me la ritrovo accanto, ogni volta che serpeggia tra le mie zampe carezzandomi con il suo gelido alito le orecchie e la coda, mi fa sentire in pace, in un mondo dove esiste solo la Natura e dove tutto diventa possibile.

Gli alberi che si sono già spogliati del loro manto, per accogliere il Generale Inverno, protendono i loro rami verso il cielo e, data l’umidità, qualche gocciolina d’acqua si posa su di essi, formando tanti piccoli cristalli appesi ai rami.

alberi autunno
In un modo o in un altro, gli alberi la fanno sempre da padroni in questi luoghi: in Inverno il loro intrico di rami ci trasmette la nostalgia per la bella stagione, quasi ci intimorisce in modo reverenziale, ricordandoci di fare silenzio per non disturbare la Natura che sta dormendo e riposando dopo le randi fatiche estive. In Estate invece, i rami sono colmi di foglie fresche, verdi e brillanti, che ci offrono riparo dal caldo e trasmettono gioia ed euforia a chi si ferma sotto di essi.

Insomma, un vero spettacolo la Natura della mia Valle! Non mi stancherò mai di descriverla e dipingerla con le mie parole per voi, perché ogni volta che mi reco nei luoghi che tanto amo e conosco così bene, riesco sempre a trovarli diversi e mi sorprendo per ogni cambiamento che la Natura offre al mio sguardo di topina.

Detto questo, topi miei, scendo dalle nuvole (purtroppo) e vi saluto, sperando che questo piccolo articolo d’Autunno vi abbia regalato l’atmosfera ovattata della nebbia.

San Giovanni dei Prati profuma d’Autunno

Topi, oggi vi porto con me in uno dei posti che più mi piacciono della mia Valle.

A dire il vero, ci troviamo a cavallo tra le Valli Nervia e Argentina, nel territorio di Molini di Triora. Siamo a San Giovanni dei Prati e il nostro tour inizia da un prato verde che in questa stagione andrà lasciando il posto a un beige tenue. Vedete la chiesetta del Duecento, piccola, in pietra? E’ davvero un gioiellino.

La terra ha un odore molto forte e si presenta già più riarsa rispetto ai mesi estivi mostrando zolle nude e pulite. L’aria è frizzante in questa stagione, ma è destinata a diventare ben più fredda, anzi, congelata! Brrr, già mi tremano i baffi e la coda al pensiero!

Le narici captano odore di umidità, c’è profumo di foglie e subito la fragranza autunnale raggiunge i polmoni, insinuandosi in ogni cellula, nel cuore e nell’anima. Credo che, inspirando profondamente l’aria di questi luoghi, sia facile dimenticare ogni cosa, è un’aria pura, che ritempra e rinvigorisce.

Lasciamoci la chiesetta alle spalle, vi va? Proseguiamo insieme di qualche passo, poi svoltiamo a sinistra, imboccando il sentiero largo e piano che si inoltre nel bosco.

L’atmosfera boschiva è accogliente, gli alberi ci avvolgono in un abbraccio verde  cangiante, mentre l’aria fresca imporpora le gote. L’Autunno qui si fa sentire e la Natura si sta preparando per affrontare i lunghi mesi di sonno invernale.

Si riescono a scorgere i piccoli, grandi cambiamenti che in città faticano ad arrivare, con le sue nubi di fumo e i suoi cumuli di cemento: il silenzio è sacro, qui, non esiste rumore al di fuori dei nostri passi e del fruscio del venticello fresco che accarezza le fronde.

Il terreno è umido sotto le zampe e un tappeto di foglie morbide e colorate ci fa strada nella boscaglia, coprendo il sentiero.

Una piccola chioccia, rinchiusa nella sua casetta, se ne sta comoda su una foglia arancione, nel bel mezzo del sentiero. Visto che da qui passano anche le topo-mobili, la sposto ai margini dello sterrato, così che non perda l’orientamento.

Procedendo sul percorso, il bosco si infittisce e gli alberi si impongono sempre di più. Mi fermo a guardarli, ad assaporarne i profumi. Mi piace restare qui ad ascoltare i passi della loro danza nel vento e le parole del loro canto. Le chiome verde-arancio coprono il cielo grigio, offrono protezione al sottobosco e sembrano sussurrare canzoni antiche e dimenticate. Infine una nebbiolina leggera scende dai monti, avvolgendo tutto nel suo abbraccio fresco.

Volete vedere come saranno i monti visti da qui tra qualche tempo? Eccoli, ve li mostro. Ricoperti di neve!

Avete mai fatto caso al fatto che la nebbia renda ancora più vivi i colori tutto intorno? E’ come se, per timore di essere spazzati via dal nulla che avanza, tutti gli elementi naturali si impegnino a brillare di più, si aggrappino ai loro colori per farli risaltare sullo sfondo bianco che avanza: Sono qui, mi vedi? Non sei solo, ci sono anche io!, paiono sussurrare i tronchi, le foglie, le rocce e il terreno. Passeggiando nella nebbia, ci si sente fuori dal mondo, in un luogo senza tempo dove non esiste altro se non la nostra presenza unita a quella degli alberi della foresta. L’aria è sempre più fresca, il bosco sempre più buio. Che ne dite, torniamo indietro? Resterei sempre qui, ma la tana mi aspetta.

Ritorniamo per la stessa strada fatta all’andata, passando cioè dal Campo Sportivo di Molini dove il Tarassaco ai bordi della via inizia a mostrare i suoi soffioni e non più il fiore giallo e intenso di poco fa.

Lasciamo la chiesetta, il suo piccolo campanile che s’innalza verso la luna ancora alta nel cielo del mattino.

Una chiesetta che, sul suo retro, mostra una lastra in gesso raffigurante una candida Madonna con gli occhi chiusi.

Una chiesetta che sarà di nuovo pronta ad accoglierci la prossima volta che torneremo qui, a San Giovanni dei Prati.

Alla prossima gita, topini!

Un abbraccio silvano dalla vostra Prunocciola.

Stregati dal sentiero

Questa Primavera è davvero pazzerella con il suo tempo instabile, ma niente può fermare la vostra Pigmy dal percorrere sentieri in lungo e in largo per la Valle.

E allora un sabato di questi decido di inoltrarmi su un percorso intitolato da molti alle streghe, proprio perché attraversa alcuni dei luoghi che si credevano frequentati dalle nostre ormai celebri bàzue.

Con lo zaino in spalla e topoamico a fianco a me, mi addentro nell’abitato di Molini di Triora, passando accanto alla bottega stregata di Angela Maria e salendo su per i carruggi. Il pavimento lastricato si fa sterrato nei pressi del camposanto, e si continua a salire la stradina tortuosa, una mulattiera che conduce fino a Triora.

sentiero molini di triora

Durante la salita non possiamo impedirci di fermarci a godere della vista. L’abitato di Molini è sempre più piccolo, sembra un presepe sotto le nostre zampe. Sopra di esso, svettano i monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, antico luogo di culto delle popolazioni liguri nonché importante per i pascoli alti in cui i pastori trascorrevano – e trascorrono ancora – i mesi più caldi con il bestiame. Si distinguono molto bene anche i borghi di Andagna e Corte, che formano un triangolo con il più basso Molini.

Molini - Corte - Andagna

Intorno a noi è un tripudio colorato e profumato di fiori, la natura è rinata, finalmente! Fiori candidi spandono per l’aria la loro dolce fragranza, mescolandosi a quella dei meli selvatici, dei ciliegi e dei rovi. L’erba è alta e di un verde brillante, le timide lucertole fuggono via veloci al nostro passaggio. E poi le farfalle! Ce ne sono tantissime e dalle ali variopinte, accarezzano i fiori con la loro tipica eleganza e poi volteggiano via, alla ricerca di nuovo oro da poter gustare. Le api sono così operose e impegnate da non badare alla nostra presenza, ronzano allegre, affaccendate, tuffandosi in tutto quel ben di Dio fiorito fatto di tarassaci, pratoline, trifogli e nontiscordardimé.

Continuiamo a salire col profumo nelle narici, godendo della vista dei borghi vicini di Corte e Andagna. Ogni tanto qualche gocciolina di pioggia ci cade sul muso, come rugiada, ma noi non ci lasciamo intimorire dalla sua bugiarda minaccia e, di buona lena, raggiungiamo la parte bassa di Triora. C’è una panchina qui, con vista sulla Valle. E’ uno spettacolo per gli occhi restare seduti a guardare la vita umana che scorre sotto di noi, si intravedono le automobili, piccole, piccole come quelle dei modellini. Proprio alle spalle di quel sedile panoramico c’è la chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente al XVII secolo, come reca il cartello posto sull’ingresso. La sua facciata colorata si intona bene col prato rigoglioso, pare un fiore anch’essa.

Proseguendo, ci troviamo a poggiare le zampe sul nero asfalto della strada provinciale e continuiamo a camminare in salita fino a raggiungere il tratto di mulattiera che conduce alla chiesa campestre di San Bernardino, ben segnalato.

chiesa san bernardino triora

Questo piccolo edificio è un vero gioiello della mia Valle, così antico che, se fosse un essere vivente, avrebbe il volto scavato da rughe profonde. Raggiungiamo la chiesa e anche qui troviamo delle panchine; possiamo fermarci, se lo desideriamo, per mangiare un boccone prima di ripartire.

chiesa san bernardino triora2

Fiancheggiamo a questo punto l’edificio, passando sotto le arcate dei contrafforti, e proseguiamo in discesa. Ci sono piccole case ai margini di questo sentiero, alcune davvero suggestive, con sculture moderne poste a ogni angolo e curate nei minimi dettagli, seppure lasciate alla loro spartana semplicità. Poco dopo esserci lasciati alle spalle l’agglomerato di costruzioni in pietra, ci troviamo a un bivio. Dobbiamo salire, dirigendoci verso Loreto.

Come si fa bello il sentiero, topi miei! L’erba è alta, succulenta, e gli alberi sono più fitti. Ciliegi, meli selvatici, noccioli, querce e carpini ci fanno da tetto con le loro fronde rigogliose e in aria volano fiocchi di polline come fossero neve. Si continua a scendere, e ogni tanto il sentiero è attraversato da giocosi ruscelli, che scendono giù da chissà dove, non ne vediamo l’inizio né la fine. Creano polle d’acqua limpida, lo scroscio è piacevole, lento. Li attraversiamo con estrema facilità, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, eterni presenti soprattutto in questo periodo dell’anno, mentre gridano al mondo le loro canzoni d’amore. Nonostante le numerose deviazioni, continuiamo a seguire il sentiero maestro, senza mai abbandonarlo, e seguiamo il segno rosso e bianco, sicuri di non rischiare di sbagliare strada. Ci imbattiamo persino in un tavolo da pic-nic.

sentiero triora

A un certo punto arriviamo in un posto bello, meraviglioso, incredibile! Giungiamo sul ponte di Mauta, sotto quello più moderno e vertiginoso di Loreto. E’ una costruzione antica, in pietra e, salendoci sopra, si può godere di uno spettacolo che ci toglie il fiato: sotto di noi scorre il torrente Argentina, scavando gole profonde e scure.

Qui l’acqua sembra quasi d’inchiostro, perché la luce solare fatica ad accarezzarla e rischiararla con i suoi raggi dorati. Poco più in giù delle gole di Mauta si trova la località di Lago Degno, luogo un tempo rinomato come raduno delle bàzue, che vi si incontravano in compagnia del demonio (così dice la leggenda). Oggi, invece, Lago Degno è frequentato da esploratori, turisti ed esperti di canyoning, nonostante il divieto di accesso che dal 2010 interessa tutta la zona per via di un enorme masso che rischia di franare. Restiamo ad ammirare le curve del torrente, affascinati da questo ennesimo spettacolo naturale della mia bella Valle, poi proseguiamo. Oltre il ponte si tiene la sinistra e riprende la salita in mezzo al bosco.

E che bosco! Ogni tanto, dal fitto della vegetazione, spiccano rocce di dimensioni enormi, pareti grige sulle quali sono addossati i ruderi di antiche costruzioni.

Qui la salita si fa importante, ma è breve, non preoccupatevi. Si giunge a un bivio non segnalato, ma a giudicare dalla traccia GPS che vediamo dal topo-smartphone (sono una topina tecnologica, ormai!), da qui si prosegue verso Cetta, mentre noi dobbiamo rientrare a Molini. Imbocchiamo allora il sentiero più stretto che svolta alla nostra sinistra e, procedendo tra gli alberi, giungiamo su un percorso a me conosciuto e molto caro, quello che costeggia il Rio Grognardo.

Attraversiamo l’affluente dell’Argentina grazie al ponte di legno. Sì, lo so che sembra traballante e pericolante, ma non lo è! Certo, non bisogna ballarci sopra, ma è bello mettere le zampe su quella passerella, dà un brivido lungo la spina dorsale che non è niente male.

ponte rio grognardo2

Avanti, dov’è finito il vostro spirito d’avventura? Non fate quella facce e continuate a seguirmi. Questo è un luogo magico, per me, dove lo Spirito della Valle fa sentire più forte la sua eco. Se ancora non avete conosciuto lo Spirito della Valle, leggete il mio articolo “In nessun luogo, eppure dappertutto”.

Questo tratto del sentiero è di grande facilità, prosegue per gran parte in piano. A un certo punto lo troviamo sbarrato da un tronco poggiato sul terreno: è il segno che, anziché proseguire dritti e in piano, dobbiamo imboccare la deviazione a destra, in salita in mezzo ai castagni, che ci permette di aggirare la frana di cui vi avevo parlato nell’articolo “Frana per andare a Lago Degno”. Terminata la salita, il percorso si snoda nuovamente in piano e in discesa e poi, finalmente, raggiungiamo la provinciale.

lago degno molini di triora strada colle langan

Proseguendo in su arriveremmo a Monte Ceppo, San Giovanni dei Prati o Colle Melosa, mentre oggi imbocchiamo la discesa per Molini di Triora.

Lungo la strada possiamo rifarci gli occhi con le case che gli esseri umani si sono costruiti in questa zona tranquilla. Ce n’è per tutti i gusti, davvero! Ci sono abitazioni spartane, con pietre a vista, altre dai colori sgargianti e con giardini popolati da nanetti e e altre fiabesche creature. E’ bello fantasticare sulla vita in un luogo del genere, immerso nel bosco e con tanto giardino intorno. E pensare che, una sera, su questa stessa strada, saltavano una moltitudine mai vista di grossi rospi! Passavo da qui con la mia topo-mobile e dovevo fare una grande attenzione nel guidare, perché saltavano da ogni dove e c’era anche una nebbia così fitta che quasi si tagliava col coltello. Era proprio una notte da streghe, quella! Vedete, nella mia Valle non ci si annoia mai, davvero!

A un certo punto, giungiamo nei pressi di una casetta intonacata di un rosa molto pallido, al di sotto della quale possiamo scorgere un ponte di pietra. Scendiamo, dunque, e lo attraversiamo. E’ un ponte a schiena d’asino, la sua è una gobba notevole! Ci fermiamo ancora una volta a rimirare il torrente Argentina, il bosco sembra volerlo celare, proteggere da sguardi indiscreti.

Che vegetazione fitta, e che verde intenso! Scendiamo dal ponte e ci dirigiamo verso il borgo di Molini di Triora, ammirando anche il punto in cui il Rio Capriolo si getta tra le braccia dell’Argentina e si mescola con lui.

torrente capriolo torrente argentina molini triora

Siamo stanchi, estasiati e stregati dalla passeggiata di oggi, ne abbiamo viste proprio delle belle, non trovate anche voi?

Un abbraccio incantato dalla vostra Pigmy.

I colori dell’Autunno

SONY DSCL’autunno si veste di mille colori, appar pallido, triste ma, in se’, porta una luminosità potente, significativa. L’autunno che apre le porte al freddo si veste di tinte calde: l’arancio, il rosso, il marrone, il giallo, il verdone. L’autunno, è quel che chiamiamo malinconia ma ci porta funghi, uva e castagne, per mangiare in allegria. L’autunno, che sopra ogni cosa piove con le sue nebbie ad appannar la vita, con la sua freschezza a raffreddare i nasi. L’autunno che ci obbliga al maglione, alla luce accesa in casa, ai passatempi al chiuso. Godiamocelo l’autunno. Usciamo, andiamo ad ammirare i suoi splendidi colori. Andiamo a intirizzirci le mani dall’umidità perchè curiose, toccano, spiegano, accarezzano. L’autunno dalle cortecce quasi ghiacciate, re del silenzio quando tutto dorme. Quando il cielo, ha lo stesso color dell’atmosfera nel bosco. L’autunno che si fa veder quando arriva, che non passa inosservato, che infuoca i monti e le colline rimandando al sole la vividezza dei toni accesi come tempere su una tavolozza impiastrata. L’autunno calmo, mai affannato, un po’ introverso, un po’ misterioso e che non ama mostrare tutti i suoi segreti. L’autunno, spesso infastidito che spegne il lume e si lascia coccolare dalla flemma. L’autunno che dà certezza, che non fa entrare, che ci accoglie guardingo. E l’autunno è esserci, stabile, dove ancora si può guardare, dove ancora si può apprezzare. L’autunno della valle, che pulisce il cielo, brilla e fa stagliare le fiamme verso l’orizzonte. L’autunno che arriva, inciampa e poi prende piede, che confonde il mare con l’infinito e ingrigisce le navi. E ci mostra i suoi colori…

M.

Quando tutto dorme…

Quando tutto dorme è perchè il clima è freddo, rigido. L’atmosfera pesa di goccioline che restano in bilico nell’ariaSONY DSC come un abile funambolo. Andando a fare un giro sopra Andagna, verso Drego e Rezzo, possiamo capire come la temperatura si sia abbassataSONY DSC.

Guardate, sembra che anche le piante abbiano freddo vestendosi di queste sontuose e bizzarre pellicce. Originali, mai viste. Sambuco artico?

Rami pelosi, vestiti di una soffice coperta che li protegge e li decora. Sembrano gli alberi di Babbo Natale.

Tutto dorme intorno a noi, tutto è spento. Qualche chiazza di neve rimane ad aspettareSONY DSC l’amica che ancora deve scendere, in un appuntamento annuale che la rende principessa protagonista di giornate candide e divertenti. Tutto è spoglio, tutto ha i toni del marrone e del grigio. Tutto è umido, freddiccio, dico io. Pare di non riuscire a scaldarsi mai. Dalle tane non esce nessuno, se ne guardano bene. Nemmeno un muso, neppure un naso, nemmeno un baffo che si muove su e giù a odorare l’aria frizzante che in questo periodo non porta profumi, ma solo umidità. C’è solo odore di terra. Anche i nidi sono vuoti, alcuni caduti o calpestati.SONY DSC

Eppure, nonostante tutto, quanto fascino! Quanta ovatta sembra tapparci le orecchie. Nessun cinguettio in questa stagione, nessun ronzare, solo il grufolare dei cinghiali, di tanto in tanto. Solo il vento ulula, accarezzando con un po’ troppo impeto le cortecce, e si raffredda.

Quando tutto dorme, nemmeno le pozzanghere permettono di far festa. Il fango è così freddo da far male. L’acqua è putrida, stagnante. Un sassolino la fa muovere a stento. Ha sonno anche lei, non fa cerchi, non zampilla, non ne ha voglia. Non ha voglia nemmeno di rispecchiare il sole in lei. Il sole è debole ma continua a svolgere il suo ruolo. E’ pallido, non ha quel vivido color dell’oro, ma tanto nessun Girasole lo deve seguire. I suoi deboli raggi bastano e avanzano a mantenere la vita. Il bosco vuol dormire, vuole poca illuminazione, basta quella della luna che è ancora alta, nel cielo, alle otto del mattino.

Qualche stanco insetto scavalca una felce che sembra morta. Tutto sembra morto, ma in realtà c’è un cuore grande, unico, che batte in quest’immensa foresta. Quando tutto dorme, gli aghi sembrano pungere di più e come armi si nascondono nella foschia. Non sono teneri ma duri e sottili, eretti, come pronti a puntare senza pietà.SONY DSC

Il cibo scarseggia, conviene poltrire; troppo bisognerebbe scavare in cerca di qualche cicala comunque dormiente anch’essa. Nemmeno tra le formiche c’è tumultoSONY DSC.

La nebbia scende e rimane, sembra di avere gli occhi sporchi, appannati; è rada ma per nulla intimidita e senza problemi, avvolge qualunque cosa. Inquieta, forse è per questo che c’è silenzio; perchè c’è lei. La bruma. Non si fa problemi, rimane anche in strada e, forse, è per colpa sua che le ruote dell’auto sfrigolano sull’asfalto e sulle foglie cadute a terra. Perchè bagna tutto. E rende l’aria aspra.

Mi viene in mente il Carducci con la sua “San Martino“, ma qui non c’è il mare, ne si sente odor di mosto. C’è già stato. E’ già passato. Però laSONY DSC nebbia, il cacciatore, le nubi rossastre, sono elementi che mi fan pensare al nostro Premio Nobel, amante della natura come pochi. In questi giorni, stò ricordando i poeti sovente da come avrete visto.

Le colline sono ispide prive del verde che le colora e, l’imbrunire, arriva prima; in questa stagione, e in questi luoghi, se ti fai cogliere da lui, puoi anche perderti. Quel bosco così tutto uguale, così quasi arcigno, può inghiottirti. Le ombre delle alte rocce sembrano ancora più severe e le nuvole gli fan da pareo. Una scenografia strana, un palcoscenico dove il minimo rumore può spaventare. Lo stesso rumore che, in estate, nemmeno si percepisce.

Quando tutto dorme, la mia Valle è così. Malinconica. Non ha voglia di divertirsi e ha ragione. E’ tempo di riposare per tornar più bella di prima. E allora, ti lascio dormire.

Sssst… a presto.

M.

Da Colle Melosa a Molini

Topini! Ma io mai più pensavo che una passeggiata nella mia Valle mi portasse tutte queste nuove amicizie. Vi è piaciuta proprio! Commenti e mail. Bellissimo! Grazie a tutti. Ora che lo so, saranno cavoli vostri! Vi annoierò… andremo a conoscere ancora meglio la splendida valle in cui vivo continuando dall’articolo precedente a questo intitolato: “Da Triora a Sansone”.

Questa volta, da Sansone, scenderemo giù, passando dall’ormai famoso Colle Melosa per poi giungere a Molini un paesino di poche anime, che fa comune con Triora e merita anch’esso un post. Lo farò. Io lo chiamo il paese delle lumache. Tutti gli anni, a settembre, organizzano la sagra della lumaca, nelle botteghe vendono un liquore chiamato “latte di lumaca” e insomma che tutto gira intorno a questi animaletti con i cornini ma… torniamo a noi.

Come vi dicevo, eravamo rimasti a circa 1700 metri. Non ci crederete ma saliamo ancora prima di scendere. Saliamo e ci inoltriamo, senza poterla evitare, nella foresta del Gerbonte. Un luogo spettacolare.

Ricco di una flora e una fauna da invidia!

Il verde vivo, i fiori e gli alberi ritrovati a Sansone ci accompagnano fin qui e, di tutto ciò, i più felici, sono gli animali che brucano in ogni dove, in particolar modo le pecore di un pastore che ci fanno vivere un’avventura davvero carina.

Dal sottobosco, assetate, si dirigono tutte verso una fontana che in tempo di guerra abbeverava cavalli e soldati e, guardate un pò come ci siamo ritrovati.

 

Nel bel mezzo di un gregge! Ma posso assicurarvi che sono animali molto innocui. Non c’era verso di farle spostare, abbiamo dovuto per forza aspettare il pastore che arrivasse e, solo a quel punto, ci hanno liberato la strada, obbedienti ai comandi.

Mi sono stupita nel vedere tanta agilità in questi animali, si arrampicavano ovunque e devo ammettere che erano anche ben tenute. Nonostante tutto, avevano un mantello molto curato.

Salutate le simpatiche pecorelle, usciamo dalla foresta, a tratti, adorna di muretti di pietra, probabili postazioni di un tempo e, salendo ulteriormente, possiamo ammirare un panorama che ci lascia senza respiro.

Siamo sulla Alta via dei Monti Liguri; dopo la vedremo meglio perchè si riuscirà a fotografare ma prima dobbiamo scendere.

Ora ci siamo proprio sopra, ed è da li, che riusciamo a vedere una delle nostre mete. In lontananza infatti scorgiamo la Diga di Tenarda, proprio nel centro della vallata, che spicca tra i monti. Avvicinandoci, scopriremo poi che è circondata da un ricco bosco verde scuro nel quale nascono spontanei, buonissimi mirtilli.

E  allora, cosa aspettiamo? Eccola più vicino a noi. Da questa via, costeggiata da prati come quelli che avevamo incontrato salendo, si vede davvero tutto, addirittura, con l’obbiettivo, possiamo fotografare il rifugio ben organizzato di Colle Melosa, chiamato rifugio Allavena.

Una trattoria nella quale si mangia benissimo, gestita da persone cordiali e posso affermare, molto pazienti, dato che, prendendomi un caffè, nel cercare di aprire la bustina, che sbattacchiandola si è divelta, ho sparpagliato granelli di zucchero in tutto il locale (è per queste mie carinerie che mi conoscono ovunque). Molto bene, dopo avervi raccontato una delle mie solite figure proseguiamo e siamo così liberi da poter vedere bene quanta strada dobbiamo ancora fare e quanta invece ne abbiamo già percorso ed è proprio quest’ultima ad essere denominata appunto Alta Via.

Siamo altissimi. Calcolate che questo tour dura leggermente meno dell’altro (ma tutto sta anche nella permanenza delle pecore in mezzo alla strada), ci vogliono circa 2 orette e quasi 70 km. C’è un pò di nebbia che fortunatamente ci abbandona quasi subito ma devo ammettere che spesso non riuscivamo a vedere cosa poteva esserci dall’altra parte della strada, in questa foto potete rendervene conto. Cosa ci sarà dopo questa curva?

Bè, nemmeno la nebbia però ci ha impedito di rimirare una nuova vallata che si è aperta sotto i nostri occhi. Valli dopo valli, una più bella dell’altra. Ed è proprio qui che sorgono caserme ormai ridotte in ruderi, vecchi bunker, al di sopra di quelle postazioni che abbiamo incontrato prima.

Parecchi costruiti su precipizi, proprio a dominare. Il paesaggio è magnifico ma pensare che degli uomini hanno passato in quei luoghi, parte della loro vita, mette i brividi. Provate ad immaginare gli stessi posti in inverno, completamente ricoperti di neve, freddo e buio.

Iniziamo a scendere e la temperatura sale, di solo un grado ma sale, siamo a settembre, un settembre caldo con 30 gradi sulla costa ma, qui, ce ne sono solo 11. Eccoci arrivati alla diga. Ora possiamo vederla in tutto il suo splendore e potete notare tutt’intorno gli alberi che la circondano. Questo lago artificiale è stato costruito all’inizio degli anni ’60 ed è vietatissimo avvicinarsi, o meglio, bisogna passare solo dal sentiero e farsi riconoscere e chiedere il permesso. Tutto è recintato da filo spinato e un guardiano, un uomo alto e distinto, controlla che non accada nulla.

E’ subito dopo la diga che volendo, girando a destra, possiamo arrivare a Ventimiglia, entrando nella Val di Nervia, ma noi preferiamo continuare per la nostra strada e giungere a San Giovanni dei Prati.

Un grandissimo prato ai piedi di un bosco dove regna solitaria una chiesetta in parte protetta dal sole da un gigantesco ciliegio. Siamo a circa 1240 metri d’altezza. Viene aperta per la messa e la festa, solo il 24 giugno. I nostri vecchi dicono che prima del 24 giugno non si può fare il bagno al mare perchè San Giovanni non lo ha ancora benedetto e quindi è pericoloso.

Ovviamente, ai giorni nostri, nessuno crede a questa diceria ma è simpatico ricordare i detti dei nostri nonni. Poco lontana dalla chiesa c’è una struttura nella quale d’estate i ragazzi vanno in colonia con i preti, penso siano boys scouts e fanno ricerche sulla natura e avventure, vivendo come si viveva un tempo. Non è proprio un corso di sopravvivenza ma poco ci manca. Ci soffermiamo un pò in questo prato, rimiriamo la chiesetta in ogni suo piccolo particolare e devo dire che è davvero graziosa.

Il sole è tornato a farci compagnia e, alzando gli occhi al cielo possiamo notare i monti e i sentieri che abbiamo appena attraversato.

Vi mostro anche delle loro foto, scattate proprio da San Giovanni, ad aprile, così li potete vedere anche ricoperti di neve, una neve che ormai, con il calore, si era sciolta scendendo a valle.

In una foto, si vede il sentiero che quasi taglia in due la catena di monti, nell’altra, la ex caserma, il rifugio abbandonato del Monte Grai, uno dei monti più alti della zona, 2012 metri, insieme al Toraggio e al Pietravecchia.

Ebbene si, poco prima, eravamo proprio sopra i duemila metri cari topini! Abbandoniamo l’ex cenobio e ce ne torniamo quasi a casa. Molini di Triora. Ad accoglierci un simpatico e timido asinello.

Come vedete, animali selvatici, quel giorno, neanche uno. Lasciamo anche Molini e continuiamo a scendere. Dalla sua posizione, austera come sempre, fin dai tempi dei Saraceni, la Rocca o, se preferite, la Torre di Andagna, paesino poco più sotto, ci saluta con il suo, per me, perpetuo, arrivederci.

Spero che anche questa passeggiata vi sia piaciuta perchè non sarà l’ultima. Uno scodinzolio di coda a tutti. Pigmy.

M.