Il Biancone – la forza del Guerriero

Decisi di tornare dal mio amico Lupo, Odoben Malcisento, perché durante l’estate vidi diversi Bianconi volare nei cieli della Valle Argentina.

Ci sono sempre stati ma non ne avevo mai visti così tanti e così spesso.

Che rapace incredibile il Biancone! Fiero, nobile, dalla bellezza superba.

Come al solito, Odoben, vecchio Generale, stava cercando di far rigar dritto gli altri componenti del branco con i suoi ordini imperativi e militareschi. Potevo vederlo e sentirlo da uno dei pascoli del Garezzo nel quale mi trovavo ma, sapendo che è sordo, decisi di avvicinarmi.

<< Odoben!>> esclamai in sua prossimità. Si voltò di scatto con quel suo orecchio mozzo, teso verso il fluire del vento. Mi vide subito e, subito, mi rimproverò <<Generale Odoben! Generale! Piccolo sorcio, quante volte devo ripeterti che sono un Generale?>>

<<Chiedo scusa Odob… Generale! Mi auguro non la infastidisca la mia presenza… volevo chiederle qualcosa sul Biancone!>>

<<Di quale penosa ragione parli?>>

<<Penosa ragione??? No no no… Q-u-a-l-c-o-s-a s-u-l B-i-a-n-c-o-n-e!!!>> urlai.

<<Ah! Oh! Perbacco! Certo! Il Biancone! Uno spirito Guerriero! Un forte e valoroso soldato! Come si può non conoscere il Biancone?! Lui si che conosce il coraggio, non come questi citrulli mangia mollica che mi ritrovo ai ranghi>> mi si avvicinò, ma prima diede ancora un ordine alla Fanteria <<At-tenti! Ri-poso! Sciogliete le righe smidollati! Torno tra poco e cercate di essere pronti ai comandi!>>

<<Signorsissignore!>> risposero in coro gli altri giovani e pazienti Lupi per farlo contento.

<<Dimmi pure, soldo di cacio munito di coda, cosa vuoi sapore sul Biancone eroe?>>

<<Ecco, appunto, Generale Malcisento… perché il Biancone è un eroe?>>

La sua grassa risata gli schiarì la gola <<Tutti sanno che il Biancone è simbolo indiscusso della forza nobile dell’azione, cara la mia piccola ratta. Vedi, in tutte le battaglie, come anche quelle della vita, che ci possono capitare ogni giorno, si combatte sempre con la rabbia, con la voglia di vendetta, con la tristezza o la paura nel cuore, ma non è così per il Biancone. La sua è una giustizia pura, senza odio, una fierezza indomita che si staglia nei cieli>>

Ero totalmente rapita da quelle parole anche se, al momento, mi aveva detto pochissimo. Wow! Avevo già capito che si stava parlando di un animale davvero particolare e incredibile. Lo lasciai andare avanti. Anche lui sembrava estasiato dal suo stesso racconto <<E’ così regale! E con la sua giustizia, così pulita e onesta, non ci mise molto a diventare simbolo di purificazione e persino di luce, avvicinandosi all’Aquila come emblema e animale di potere. Sei stata fortunata a vederne molti, significa che probabilmente anche tu meriti di riconoscerti in queste qualità>>.

Quel Generale di Corpo d’Armata ora sembrava addirittura quasi malinconico e quindi decisi di continuare a farlo parlare <<Non per niente il suo vero nome, Circaetus gallicus, fa riferimento ad un Falco-Aquila protetto già in Gallia, nell’antica Francia, giusto?>> gli chiesi.

<<Proprio così sorcina, proprio così>>

<<Mangia prevalentemente i serpenti vero?>>

<<Ma non ha i denti! Cosa dici mai?! Il suo becco è già troppo possente!>>

<<Non denti! Serpenti Odoben! Ho chiesto se mangia i serpenti!>>

<<Ah! Si si certo! I serpenti sono il suo cibo preferito, è un uccello migratore e cerca le zone calde che gli offrono anche il cibo! Ma al contrario dell’Aquila che, molto grossa, afferra i rettili al volo, il Biancone prima li circonda sbattendo le ali così da disorientarli e stordirli. Non per niente è anche soprannominato – Il Cacciatore di Serpenti ->>

Che bello sapere tutte quelle cose su un rapace raro ma presente nella mia Valle. Immaginavo quel suo piumaggio chiaro e biancastro sul ventre ma più scuro sul dorso. Un marrone simile agli arbusti spogli che tingono i miei boschi in questa fredda stagione.

Quell’espressione austera che mostrava il temperamento impavido. Quella rara bellezza.

Pensate Topi che, il Biancone, depone un solo uovo all’anno e, in Valle Argentina, lo cova intorno ai mesi di aprile e maggio. Si tratta infatti di una specie protetta.

Odoben mi aveva detto abbastanza. Potevo rintanare soddisfatta e aspettare l’arrivo della prossima primavera che avrebbe portato con sé anche nuovo Bianconi da ammirare. Salutai quindi il mio strambo amico Lupo che tornò a governare il suo Corpo Militare e mi inoltrai nel bosco. Chissà dov’era ora il Biancone? Sicuramente in qualche paese dell’Africa.

Tutta quella neve attorno a me mi stava dicendo che mai, in questo periodo e in questi luoghi, il Biancone poteva sopravvivere e con il cuore leggero decisi di attenderlo immaginandolo sorvolare il Sahara con la sua maestosa apertura alare che può raggiungere i due metri.

Un bacio fiero quanto lui a tutti voi! Alla prossima!

Un altro “Grazie” ad Andrea Biondo per le immagini andreabiondo.wordpress.com

Dai Cubi al Garezzo sul manto nevoso

Con il termine “I Cubi”, in Valle Argentina, si intende la zona dal Passo della Guardia fornita di panche e tavoli atti a ricevere persone che hanno voglia di fare un bel pic nic godendo di un’atmosfera meravigliosa, immerse totalmente nella natura.

In questo periodo però è difficile poter godere di queste comodità, essendo ch’esse sono completamente ricoperte dalla neve.

Si prosegue pertanto, sopra a quel manto bianco, soffice e luccicante.

Si prosegue fino al Colle del Garezzo arrivando al Ciottu de e Giaie (Ciotto dei Torrenti).

Sembra di essere dentro ad una di quelle palle di vetro piene d’acqua, omini e puntini di polistirolo che si muovono dolci, se si scrolla quella sfera trasparente.

I rumori sono ovattati e sopra ogni cosa regna lei: la candida Signora.

Tutto ha un altro aspetto. Nuovo. Dalle sfumature cangianti.

I fruscii dei pezzi di neve ghiacciata che cadono dai rami diventano tonfi sordi al suolo.

Alcuni fili d’erba sono completamente immersi nel ghiaccio e, assieme all’acqua divenuta solida, formano strane figure bizzarre. Anche le gocce che cascano dai profili rocciosi sono adesso stalattiti fredde.

Rocca Barbone sembra il teatro di una fiaba. Il suo cappello è bianco e la severa falesia che la distingue appare ora ancora più aspra, colorata da quel grigio scura che risalta maggiormente.

Ancora pochi passi, percorro gli stessi metri fatti dai Camosci prima di me e posso godere di un panorama mozzafiato.

In primo piano vedo il Monte Pellegrino, meno imbiancato rispetto alle montagne alle quali do la schiena e, dietro di lui, si staglia davanti ad un mare color oro e azzurro Monte Bignone, solo e snello.

Zampetto per quella strada innevata senza sentire alcuna fatica, è tutto così bello che mi sento leggera come un piccolo insetto.

Il sole, prima dell’arrivo della foschia, scalda e brucia la mia coda ma è gradevole lasciarsi baciare da lui a quelle temperature.

Tutto è assolutamente bianco attorno a me. Alcuni riflessi azzurri delineano strane forme a terra.

Cumuli formati da neve, erba e vento sembrano il suolo di un altro pianeta e si immaginano extra-terrestri avanzare. Invece no, è sempre la mia splendida Valle Argentina che sa regalare scenari incantevoli e ogni volta diversi.

Sopra la mia testa volano indaffarati tantissimi Corvi Imperiali e Gracchi Alpini.

Sono così numerosi che mi par strano, tra loro, distinguere anche una coppia di aquile che subito si allontana.

Sono vivaci, forse affamati. Totalmente neri eppure riflettono così tanto la luce della Grande Stella da sembrar color argento.

Mi rendo conto di essere circondata anche da diversi Camosci.

Le mamme con i loro piccoli hanno formato un gruppetto che, tranquillo, si gode il sole su un prato bianco.

Alcuni invece passeggiano alla ricerca di cibo.

Altri ancora sbucano curiosi e un po’ impauriti dalle rocce e dai cespugli spogli mostrando a malapena il muso. 

E poi c’è chi sceglie comode postazioni per un riposino in totale relax, senza voler essere disturbato da nessuno. Davanti a me, intanto, si apre un nuovo scenario.

Il Poggio di Goina sovrastato da U Zimun (il Cimone) candido e tondo.

Dietro di loro, alla mia sinistra, lo splendore è dato da Alpi Liguri alle quali sono molto affezionata. Il noto Passo della Mezzaluna, completamente avvolto dal mantello immacolato, racchiuso tra Cima Donzella e Cima Arborea e, poco oltre quest’ultimo monte, l’adorato Carmo dei Brocchi. Alto, possente, austero e bianco anch’esso.

In mezzo al Passo svetta con un piglio di simpatica superbia persino Pizzo Penna.

Di fronte a me, dopo il Monte Faudo, una distesa azzurra e brillante indica il mare ed è impressionante vederlo da qui, stando con le zampe in mezzo alla neve, su questi alti monti.

Ora sono sotto al Monte Frontè.

Posso vedere la Madonna ricoperta dai fiocchi gelidi. Un forte contrasto con tutti quei pennuti neri, come il carbone, che le volano attorno.

Alcuni punti di questo tragitto possono risultare pericolosi in questo periodo dell’anno. Piccole o grandi slavine possono cogliere di sorpresa e alcuni pezzi di roccia possono spaccarsi e cadere nel vuoto. Occorre quindi evitare di stare sotto agli speroni di roccia e portarsi dove gli ambienti si aprono mostrando un territorio che gli occhi faticano a credere vero da tanto che è bello.

Le zampe scendono in quell’ovatta di 20 o 30 centimetri ed è bene avere un’attrezzatura adatta come scarponi e pantaloni impermeabili e ghette.

Si potrebbe anche ciaspolare ma non è così alta, ci si cammina dentro tranquillamente.

Le zampe fanno nuovi movimenti. È ovviamente diverso avanzare su questo terreno, meno stabile rispetto a quello estivo, ma è comunque piacevole.

Noto che anche il Gallo Forcello, del quale vedo le orme, la pensa come me. Dev’essersi divertito qua.

Era da parecchio che non vedevo il Colle del Garezzo con questo abito.

La neve, la vera protagonista, è bellissima, e riesce a far risplendere ulteriormente un mondo che già trovo affascinante di per sé.

Spero sia piaciuto anche a voi in questa sua nuova veste, così vi saluto sapendo di lasciarvi una graziosa visione.

Ma le mie avventure con la bianca Signora non sono finite qui. Aspettatemi perché ve ne racconterò e mostrerò delle altre.

Per adesso vi mando un bacio candido e vi aspetto per sgattaiolare ancora, assieme a voi, in diversi palcoscenici gelidi ma affascinanti della mia Valle.

La Valle delle Favole

Be’, topi, che dire? Io ho provato a dirvelo in tutti i modi che la mia Valle è degna dei più bei film fantasy, dei migliori romanzi e pare uscita da un libro di favole. Se non mi credete ancora, questo post è per voi. E se invece mi credete, tanto meglio: avrete di che rifarvi gli occhi.

Nel mio continuo girovagare per tutta la Valle Argentina, ho scattato così tante fotografie che non basterebbe una biblioteca per tutti gli album che potrei realizzare con esse. Qualche giorno fa mi trovavo a scartabellare tra le foto del mio topo-pc, quando mi sono accorta di una cosa… Per tutte le ghiande! C’erano degli scatti che parevano proprio usciti da una raccolta di favole! E allora  a ogni scatto che ho selezionato ho assegnato il titolo della fiaba che me lo ha ispirato, così vedrete se non ho ragione.

Hansel e Gretel

Un povero taglialegna abitava davanti a una gran foresta con la moglie e i suoi due bambini; il maschietto si chiamava Hansel e la bambina Gretel…”

hansel e gretel

Questa casa si trova a Monte Ceppo. È minuscola, tutta in legno, circondata da alte conifere e da un prato dall’ampio respiro. A me sembra un luogo surreale, magico, una di quelle capanne di cui si legge all’inizio dei racconti fiabeschi. Ed ecco che nella mia fantasia è diventata la dimora di Hansel e Gretel, ma non siamo nella Foresta Nera, topi! Siamo qui, in Liguria!

Cappuccetto Rosso

“C’era una volta una cara fanciullina che bastava vederla per volerle bene, ma più di tutti le voleva bene la sua nonna, che non sapeva più cosa potesse ancora regalarle. Le aveva fatto dono anche di un cappuccetto di velluto rosso, e siccome le stava che era un amore e si metteva sempre quello, fu chiamata Cappuccetto Rosso…”

Cappuccetto Rosso

Dai, devo proprio spiegarvela, questa? Parla da sé! Potevo, forse, non dare il titolo di questa celebre favola all’Amanita muscaria? Il suo cappello scarlatto spicca nel sottobosco, proprio come la mantella della bimba che tra gli alberi incontrò il lupo.

Biancaneve

“C’era una volta – era inverno e i fiocchi di neve scendevano dal cielo come piume – una regina che cuciva vicino a una finestra dalla cornice d’ebano. Cuciva e guardava ogni tanto la neve, ma poi si punse un dito con l’ago e sulla neve caddero tre gocce di sangue. Il rosso le parve così bello sulla neve candida che pensò: Ah, se avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano!”

Biancaneve

Una folata di vento basterebbe a portar via i semi bianchi di questi pappi fioriti di Senecio. E, quando volano, paiono davvero una nevicata candida e soffice, per questo ho intitolato la foto alla fanciulla dalla pelle bianca come neve, le labbra color di rosa e i capelli d’ebano.

La guardiana delle oche alla fonte

C’era una volta una donnetta vecchia, vecchissima, che viveva col suo branco di oche, in una radura fra i monti e là aveva una casetta…”

la guardiana delle oche alla fonte

Forse una favola poco conosciuta, questa, ma basta gironzolare alla foce dell’Argentina per notare quante oche vi abitino. Ed ecco che mi è subito balzata alla mente questa bellissima storia.

Rosaspina

“Nel paese si sparse la leggenda di Rosaspina, questo era il nome della Bella Addormentata, e ogni tanto arrivava un principe che cercava di attraversare la siepe per entrare al castello. Ma nessuno ci riusciva: i rovi lo stringevano in una morsa come se avessero avuto le mani …”

Rosaspina

Ci voleva qualcosa di acuminato, ma di altrettanto bello per rappresentare la favola della Bella Addormentata nel Bosco. Dunque, niente di meglio della Rosa Canina, non trovate?

La Sirenetta

Non c’era per lei gioia più grande che sentir parlare del mondo degli uomini sopra di loro; la vecchia nonna dovette raccontare tutto quanto sapeva delle navi e delle città, degli uomini e degli animali; soprattutto la colpiva in modo particolare il fatto che i fiori sulla terra profumassero e che i boschi fossero verdi…”

La Sirenetta

Va be’, è scontato, no? Il Mar Ligure, quello che incanta sempre tutti con la sua selvaggia bellezza. E sì, mi ha ispirato proprio La Sirenetta, quale altra favola, sennò?

La Regina delle Nevi

“Vola nella grandine e ricopre i campi di neve. Paralizza i fiori con la brina e ghiaccia i fiumi. Il suo cuore è di ghiaccio e vorrebbe che anche quello degli altri fosse come il suo.”

La regina delle nevi

Ebbene, quando certe zone della mia Valle, nel profondo dell’Inverno, si ricoprono di un candido manto gelato, pare proprio passata lei, la Regina delle Nevi, che allunga le sue dita di ghiaccio tra i rami dei larici e degli abeti, soffia bufere sulle cime più alte e adorna di stalattiti rocce, anfratti e alberi, dipingendo così paesaggi degni di una favola nordica.

La Bella Vasilisa

“Vasilisa camminò tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera successiva giunse a una radura, dove si trovava la casetta della Baba Jaga…”

baba yaga.jpg

Baba Jaga è una strega davvero particolare e vive in una casa altrettanto peculiare. La staccionata che la circonda è fatta di ossa e la capanna può muoversi a suo piacimento, poiché è dotata di zampe di gallina alla sua base. Anche se la capanna che ho fotografato io non è altrettanto fantasiosa, mi ha ricordato la strega del folklore slavo. Di capanne come questa la mia Valle ne è piena, e ogni volta parrebbe ospitare uno stregone o una donna conoscitrice delle arti magiche.

Il Principe Ranocchio

“Un giorno che la palla d’oro della principessa non ricadde nella manina ch’essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d’occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: «Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi.» Lei si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall’acqua la grossa testa deforme.”

rospo

Non è affatto difficile imbattersi in polle d’acqua e rospi che sguazzano, nella mia Valle. Quando ho visto questo scatto risalente a qualche tempo fa, l’associazione con la favola è stata immediata.

Il Mago di Oz

«Ti chiami Dorothy, cara?»

«Sì», rispose la bambina alzando il capo e asciugandosi le lacrime.

«Quand’è così, devi andare alla Città di Smeraldo. Forse Oz ti aiuterà.»

«E dov’è questa città?» chiese Dorothy.

«Al centro esatto del paese e la governa Oz, il Grande Mago.»

[…] «Come faccio per arrivarci?»

«Devi camminare. È un viaggio lungo, attraverso un paese a volte ameno, a volte cupo e terribile. […] La strada della Città di Smeraldo è lastricata di mattoni gialli» disse la Strega. «Dunque non ti puoi sbagliare.»

Il Mago di Oz

Ok, questa non è una favola, ma un vero e proprio romanzo. Però ci sono dei luoghi, in Valle, che ricordano spesso la via di mattoni d’oro che conduce proprio a Oz, come nel caso di queste felci dorate a bordo sentiero.

Pinocchio

«C’era una volta…»

«Un re!» diranno subito i miei piccoli lettori.

«No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze. Non so come sia andata, ma il fatto fu che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname…»”

Pinocchio

Che volete che vi dica? Di ceppi ne ho visti tanti, così come di legna da catasta, ma questo in particolare mi ha ricordato il famoso burattino. Già me lo vedo a prendere vita sotto le mani amorevoli di Mastro Geppetto. Voi no?

Topi, il tour fiabesco della Valle Argentina per ora si conclude qui. Mi auguro di avervi fatto sognare almeno un po’, perché nella mia Valle si sogna tanto, sì… ma non c’è affatto bisogno di chiudere gli occhi: è un regno incantato sempre pronto a stupire.

Un bacio da favola a tutti!

 

 

 

Al Ciotto: osservando tinte e arabeschi

Da più di tre anni, di tanto in tanto, mi dirigo al Ciotto di San Lorenzo.

Si tratta di un luogo a me molto caro, situato alle pendici del Carmo dei Brocchi e oltre ad essere un posto bellissimo se lo si sa ascoltare, parla con un’energia davvero profonda e unica.

Per arrivarci passo solitamente da Drego e da Passo Teglia, anch’esse zone della mia Valle senza eguali per il loro fascino remoto.

Una volta giunta all’arrivo mi piace soffermarmi a guardare ogni cosa, lentamente. Lo sguardo si appoggia piano, su tutto quello che addobba questo angolo della mia Valle per me dal sapore mistico e affascinante.

Mi piace contemplare, pensare, riflettere e guardare intorno a me tutta quella bellezza che mi circonda sentendomi davvero una Topina fortunata. Si tratta di una dolina tutta fiorita in estate e circondata da austere rocce, una faggeta fatata e abeti antichi che proteggono. Una radura a forma di conca nella quale talvolta si forma un piccolo lago o è prato in base al periodo dell’anno.

E’ proprio durante queste attente osservazioni che ho potuto notare come questo luogo si modifica di stagione in stagione.

I suoi cambiamenti sono in realtà molto evidenti e dati principalmente dai colori che lo abbelliscono ma se quando parliamo di colori pensiamo soprattutto all’autunno… beh… al Ciotto di San Lorenzo (chiamato anche il “Sotto”) le tinte regalano emozioni ogni mese.

E’ vero che, prima di aprire le porte all’inverno, i Carpini si vestono d’oro e i Larici delle nuances del tramonto. Com’è anche vero che i Faggi diventano color della terra bruciata e le capsule di semi delle Graminacee creano puntini neri sparsi qua e là ma quando la fredda stagione giunge del tutto è la Bianca Signora, la neve, a regnare rendendo tutto candido e brillante.

Il foliage, in questo luogo, è davvero attraente.

D’estate, invece, è il viola della Lavanda e del Cardo Selvatico a prevaricare su tutto. Il colore della magia, ed è quasi più presente addirittura del verde vivace, il vero padrone.

Lo stesso Cardo, terminato il periodo estivo, appare di un avorio lattiginoso e sfavillante.

Tra il profumo del Timo anche gli insetti contribuiscono a colorare il tutto ma ovviamente, il gradino più alto del podio spetta alle farfalle e le loro ali dipinte.

Per non parlare delle bacche. Tante tantissime e tutte diverse tra loro. Quelle color rosso fuoco si notano già da lontano.

Molte tonalità di grigio e di marrone vengono date anche dalla corteccia degli alberi che circondano l’antico Ciotto ricco di storia e leggende.

Osservando certi tronchi, dal basso verso l’alto non si possono non notare le diverse sfumature di queste alte piante e, una volta che ci si trova con il naso all’insù, un ulteriore spettacolo si apre davanti agli occhi agitati.

Un intreccio infinito di rami, sia spogli che ricchi di fogliame, si annodano, si avvicinano e si incrociano fino a formare strane forme di linee, degli arabeschi stupendi che sembrano disegnare il cielo.

Come dei centrini, posizionati all’incontrario, abbelliscono anche l’aria sicuri nel risultato di una meraviglia totale.

Via via che i giorni passano, andando verso il periodo del gelo, dopo il trionfo di vita e tinte forti, tutto si spegne divenendo sempre più pallido e mostrando il riposo.

Nonostante questo sonno color pastello, pare d’esser in un incanto, nella tela di un pittore malinconico e che ama i colori tenui. L’inverso della vivacità verde incontrata in passato.

Insomma, il Ciotto di San Lorenzo regala sorprese sempre. Non può non lasciar stupiti e grazie alla natura variegata che lo forma resta un punto assolutamente unico della Valle Argentina.

Io, sognante, vi mando un bacio colorato e vi lascio immaginare questa tavolozza. Vado a prepararvi un altro articolo!

Antiche presenze in Valle Argentina

Qualche tempo fa mi trovai da sola nelle zone impervie dell’Alta Valle Argentina, lassù dove pochi osano arrivare, in luoghi incontaminati in cui la Liguria si confonde col Piemonte.

Col fiato corto, salii e salii, quando a un certo punto vidi sul sentiero qualcosa che attirò la mia attenzione.

Sembrava un rametto come tanti, ma a un secondo sguardo capii che non lo era. Lo presi tra le zampe e non ebbi più dubbi: quello che avevo trovato era il palco di un Capriolo, abbandonato lì dalla stagione autunnale dell’anno precedente, quando questi cervidi perdono i palchi nell’attesa che ricrescano quelli nuovi durante l’inverno.

Stavo per emettere un versetto meravigliato quando udii qualcosa di familiare…

Fruuush… Fruuush…

«Spirito della Valle, sei tu?» pronunciai guardandomi intorno.

Sì, Pruna. Ben ritrovata, bestiolina.

La voce antica dello Spirito mi diede dei brividi benevoli lungo la coda che mi riscossero.

«È bello incontrarti qui, era da un po’ che non sentivo il tuo richiamo.»

Ormai lo sai, piccola creatura: sono in nessun luogo…

«… Eppure dappertutto!» conclusi per lui.

Esatto. Vedo che hai gradito il dono!

Lo stupore si dipinse sul mio musetto per la seconda volta: «L’hai lasciato tu qui per me?».

Lo Spirito della Valle emise un fruscio simile a una risata, poi disse: No, bestiolina! È il Tutto di cui facciamo parte che ha permesso proprio a te di ritrovarlo.

«È un dono meraviglioso!»

La pensavano come te anche alcuni esseri umani che abitavano in questi luoghi selvaggi tantissimo tempo fa, sai?

montagne valle argentina

Così dicendo, lo Spirito evocò per me una visione. Mi sembrava di stare in un film e vedevo scorrere davanti ai miei occhi e al mio muso come delle proiezioni delle genti che calpestarono i luoghi in cui vivo e amo zampettare. Ero troppo rapita per fare domande, ma non ce ne fu bisogno. Fu lo Spirito della Valle a parlare per me.

Tanto tempo fa, quando l’uomo non conosceva le armi da fuoco e viveva ancora in modo semplice e primitivo, queste zone della Valle Argentina, che più tardi sarebbero state chiamate Occitane, erano abitate da popolazioni antiche che poi sarebbero divenute i celto-liguri. Credevano nelle forze della Natura, veneravano tutti gli Elementi che la compongono e tra le loro divinità ce n’era una molto, molto antica che si collega al palco che tieni tra le zampe…

bosco di rezzo

Nel dire questo, vidi nella visione una foresta bellissima. Lo Spirito della Valle mi portò al centro di quel bosco fitto e buio e lì vidi un essere che non avevo mai visto in tutta la mia vita di topina. Se ne stava in una radura, il corpo umano e la testa incoronata da un grosso palco di corna di Cervo, maestoso come il Re della Foresta.

Cernunnos Lou Barban

… Il suo nome era Cernunnos, che significa “Colui che ha le corna”.

«È così imponente! Incute quasi timore» mi intromisi.

È giusto che sia così, creaturina, ti spiego subito il perché. Cernunnos apparteneva alla foresta e alle zone selvagge, era al contempo dio dell’Ordine e del Caos, proprio come un bosco cresce apparentemente disordinato e caotico agli occhi di chi non ne comprende il linguaggio. Era una divinità legata al nomadismo, poiché i popoli di allora non avevano fissa dimora: vagavano per queste e altre terre, vivendo di caccia.

bosco valle argentina

Cernunnos aveva uno sguardo penetrante, non riuscivo a smettere di guardarlo, completamente rapita dal racconto dello Spirito della Valle. Lo lasciai continuare senza interruzioni.

Secondo gli antichi, quand’era di buon umore insegnava all’uomo le regole della società e dell’agricoltura, inducendolo alla sedentarietà. Al contrario, suscitare la sua ira era pericoloso, poiché diveniva allora un giudice severissimo e distruttore.

«Curioso questo suo duplice aspetto di Ordine e Caos!» constatai.

faggio

Non così tanto, Pruna. Rappresentava l’Energia titanica della Vita a livello universale, la stessa che, tramite la distruzione di quello che gli umani chiamano Big Bang, ha permesso al pianeta Terra su cui ci troviamo di esistere. Si tratta di una grande Forza, in grado di dare inizio a un nuovo ciclo vitale a partile dal nulla generato dalla devastazione. È così che funziona in Natura. Ad ogni modo, Cernunnos non aveva una forma definita e unica per tutti i popoli che lo veneravano e lo rispettavano…

A quel punto, la figura davanti a me cambiò fattezze. La barba gli si allungò velocemente, poi la testa umana fu sostituita da una di Cervo e i piedi divennero zoccoli. Non feci in tempo a mettere a fuoco il nuovo essere, che mutò forma un’altra volta, divenendo simile a una capra.

Cernunnos era anche il dio della Natura, della rinascita, della fertilità e dell’abbondanza. È immortale e permette alle specie vegetali e animali di riprodursi. In questo modo la Vita in tutta la sua potente bellezza e autenticità è preservata e resa Immortale grazie ai suoi cicli.

Gli alberi intorno a Cernunnos divennero sempre più rigogliosi, parevano esplodere foglie, fiori e frutti ovunque. Tutt’intorno c’era un grande turbinio di farfalle e decine e decine di uccelli cinguettavano sui rami. Caprioli, Volpi, Lupi, Tassi, Cinghiali, Faine, Scoiattoli, Topi, Rospi, Lucertole… tutto brulicava di vita, c’erano cuccioli ovunque e mi si riempirono gli occhi di meraviglia a quella visione portentosa.

Tuttavia, bestiolina, sei molto saggia e sai bene che la Vita ha una controparte indispensabile e imprescindibile, che deve esistere per equilibrare il Creato…

terreno sottobosco

Con quelle parole, la visione cambiò. I frutti caddero in terra e marcirono, le foglie sui rami ingiallirono e precipitarono al suolo, trasformandosi in terriccio scuro e fertile sotto la coltre di neve che nel frattempo era sopraggiunta. Alcuni degli animali morirono. Era il Ciclo della Vita, meraviglioso e severo al contempo.

… Ecco perché Cernunnos è anche legato alla Morte, quella che permette il Rinnovamento di tutte le cose. Accadde allora che col tempo questa divinità sia stata fraintesa, associata al male, tuttavia sopravvisse in queste zone come in altre. In certe epoche fu associata alle streghe, che con lui danzavano nel folto del bosco in alcuni periodi dell’anno, celebrando la Natura e la sua ebbrezza fertile. 

Sabba streghe

Qui, nelle Terre Occitane, ha preso così altri nomi. È diventato l’indomito Homo Selvaticus, colui che insegnava le arti e i mestieri ai popoli dell’Occitania in cambio di offerte di siero di latte. Talvolta sceglieva una compagna umana per generare la sua discendenza divina. Il suo aspetto più oscuro, invece, ha assunto un nome ancora differente: Lou Barban. Equivale all’Uomo Nero di cui tanto si parlava ai cuccioli umani per spaventarli, ma è sempre lui, che secondo le leggende si muove di notte per creare scompiglio. Lou Barban è colui che punisce chi viola le leggi della foresta e non le rispetta… o per lo meno così era. Per lui era indispensabile che le leggi della Vita e della Morte venissero rispettate, pena la sua furia devastante. Poi, col tempo, anche Lou Barban cambiò forma…

Il dio possente e fiero si trasformò ancora una volta, ma adesso, con mia enorme sorpresa, iniziò a perdere le sue dimensioni imponenti e divenne sempre più piccolo.

… non era più un dio e neppure un demone della foresta. Era diventato il Sarvan, ma questa è un’altra storia, bestiolina.

bosco rezzo

La visione svanì di colpo con un pop, lasciandomi stordita. Mi ritrovai al punto di partenza, dove avevo trovato il palco di Capriolo che ancora reggevo tra le zampe. Quante cose avevo visto e imparato!

«Grazie, Spirito della Valle. Sei stato… illuminante!»

Non c’è di che, Pruna. Tieniti caro quel dono, ora che sai cosa rappresentano i palchi dei cervidi. Che tu possa far cadere al suolo i frutti che non servono più nella tua Vita e sempre rinnovarti con forza e vigore! disse, poi svanì nel vento tra i rami della boscaglia con il suo inconfondibile fruuush… fruuush.

Avevo ricevuto un dono e un augurio meraviglioso, topi, e lo sesso auspicio lo rivolgo a voi.

Un saluto antico dalla vostra Prunocciola.

La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

Da Colle Belenda a…

È da Colle Belenda che si può giungere, attraverso un magnifico sentiero in mezzo alla natura, agli abitati di Triora, Cetta, Loreto e Case Goeta; a piedi o in mountain bike.

Colle Belenda si trova per la strada che va a Colle Melosa e, in questo periodo, lo trovo ancora imbiancato da una neve che cade a fiocchi persino nel mese di maggio.

La topo-mobile fa presto a diventare bianca e… santa ratta! Ma non eravamo in primavera?!

Il nome di questo luogo, che discende dal Dio Belenos, significa “brillante” come già vi avevo spiegato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2018/05/04/belenda-belenos-belin/ e sono, per la precisione, tra la Valle Argentina e la Val Nervia.

Non ho intenzione di raggiungere i luoghi che vi ho citato poc’anzi, mi fermerò prima, perché dopo il piccolo Passo dell’Acqua, che attraversa il mio sentiero, giungo ad un punto panoramico meraviglioso e me lo voglio godere per bene.

Posso sdraiarmi su queste grandi rocce che si affacciano sul vuoto e guardare la meraviglia, il mio mondo.

Il vento oggi è potente e gelido, mi taglia il muso col suo soffio incessante, ma ciò non mi impedisce di continuare, per molto tempo, ad ammirare la bellezza che si staglia davanti ai miei occhi. Sono così contenta che, il tempo, è libero di fare quello che vuole. Io sono incantata.

Una grande parte dei monti della mia Valle si presenta a me con tutto il suo splendore, permettendomi di vedere i Sentieri degli Alpini e le borgate di Realdo, Borniga, Creppo e il Pin.

Lo sguardo gira e perlustra, di qua e di là: la punta del Toraggio, Carmo Gerbontina, Monte Ceppo… quanti… ma su un monte in particolare si posa anche il mio animo.

Sul Monte Gerbonte.

Ci sono stata da poco e c’ero stata diverso tempo fa. L’affetto mi lega a lui per le sue caratteristiche e perché appare proprio come il regno del Lupo.

Vedo da qui la piccola Caserma Lokar che mi ha ospitata meno di una settimana fa ed è bellissimo guardarla in mezzo ai quei Larici secolari e le radure che la costeggiano.

Un grande rapace mi distrae, non mi permette di fotografarlo per voi. È veloce e il vento gli è amico com’è giusto che sia. Non so dirvi di che si tratta. È marrone, come il guscio di una nocciola, ma non sono un’esperta.

Due massi più in là si percepisce la presenza dei Camosci ma oggi, visto il clima, non è proprio giornata di presentazioni.

Non importa, la meraviglia mi circonda ugualmente.

Sotto di me, un vallone molto profondo e ampio, con pietraie che diventano dirupi al di sotto delle creste montane di fronte. La profondità mette i brividi, è come stare su una nuvola e vedere tutto dall’alto. Sono emozionata. Che spettacolo! Non faccio altro che guardare e questo è tutto. Il mio tutto.

Passa un bel po’ di tempo prima che decido di tornare indietro.

Ora non nevica più e il vento pare essersi calmato ma alcuni fiori sembrano non essere molto entusiasti.

Le Violette sono le più fortunate, basse e rase al suolo non subiscono il peso della neve. Persino le foglie secche, a terra, riescono a proteggerle da tanto che sono piccine. La Primula (la Veris) invece, deve piegarsi al cospetto della Bianca Signora, così come la Campanella. I fiori del Brugo hanno deciso di attendere ad aprirsi, fa ancora troppo freddo per loro, e sono solo turgide palline color avorio rosato.

Stille ghiacciate non riescono a cadere dai loro rami e da quelli degli abeti e sembra Natale.

Quelle piante, quel bosco… ricoperti di polvere candida permettono di immaginare fiabe del Nord Europa.

Cammino su un terreno morbido. L’unico pericolo è dato dalle radici delle conifere che fuoriescono dal suolo e sono molto scivolose.

Piccole pigne mi imbrogliano tra il fango e la neve, sembrano i “regalini” di qualche animale selvatico. Una volpe? Un lupo? Una faina? Niente di tutto questo, solo i frutti degli alberi balsamici. Frutti di ogni tipo e di ogni grandezza, caduti al suolo a causa delle forti correnti e del loro tempo trascorso.

Diversi passeriformi cinguettano nell’aria, ognuno ha il suo verso e tengono molta compagnia.

Come vi ho detto, mi sono fermata presto a osservare quel creato attorno a me ma, da Colle Belenda, si può arrivare in diversi luoghi della mia Valle.

Ora vi saluto, vi mando un bacio ghiacciato e faccio ritorno alla tana. Voi scaldatevi per bene che dobbiamo ripartire per la prossima escursione e non c’è tempo per oziare. Stay tuned!

La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Le prime foto della Topina ai Camosci Alpini

Cari topi, prendete la lente d’ingrandimento, non ridete e venite con me. Devo condividere con voi le mie prime fotografie… ai Camosci Alpini della Valle Argentina!

Vi credevate che ero in grado di fotografare solo lombrichi e lumache eh? E invece no, e oggi vi stupirò con effetti speciali che, in tanti anni di blog, non vi ho mai mostrato.

Non state a fare i pignoli però. Il mio obiettivo è quello che è, quindi accontentatevi. Il telescopio lo prenderò più avanti.

Ho fatto tanta di quella fatica con queste foto per ritagliarle, ingrandirle e farvele vedere che, alla fine, il pc si era quasi sciolto. Ma guardate! Qualcosa si vede!

Qui ve li ho persino cerchiati in giallo, comprendendo i vostri sforzi, che non mi si dica poi che ho immortalato solo terriccio come mio solito.

Erano splendidi. E tantissimi. Alcuni brucavano nelle zone d’erba lasciate libere dalla neve, alcuni invece mi guardavano e certi si rincorrevano.

 È difficile vederli a occhio nudo soprattutto quando non si è abituati. Si confondono con le rocce ma, il manto bianco della neve, ha reso la mia ricerca decisamente più facile.

Che dite? Sono stata brava?

Non solo non li avevo mai visti così liberi e selvaggi ma, tanto meno, ero mai riuscita a immortalarli con la mia macchina fotografica! E ora sono qui, in una cartella che custodisco gelosamente.

Sono adorabili. Sanno di libertà, di dolcezza e sono molto attenti. Ci vedono benissimo, mica come me.

Giudicandomi “pericolosa” (e pensate che sono grande quanto la punta di un loro orecchio) controllano la distanza. Se mi reputano troppo vicina (e sto parlando di parecchi metri) scappano via così agilmente che fanno impressione. Se invece pensano ch’io sia sufficientemente lontana, allora se ne stanno quieti a farsi i cavoli loro.

Quando scappano, però, non hanno mai una corsa caratterizzata dal terrore. Ogni tanto si fermano e si guardano indietro come a controllare ch’io non li stia inseguendo.

Ma non ci penso neanche! Arrampicarmi a quella maniera su per quelle pietraie così aspre?! Oh per la carità! Come fanno, lo sanno solo loro.

A me basta avere questo ricordo e, di tanto in tanto, guardarmeli, immaginando di essere sempre là, tra quelle cime innevate, quell’aria pulita e quel mondo di fiaba.

Spero siano piaciuti anche a voi e, non temete, cercherò di farne altre ancora migliori.

Un bacio a scatto! Click!

Neve e poi sole – dal Passo di Collardente al Colle del Garezzo

La mia Valle è bella anche per questo. Come succede in diversi luoghi, in alcuni punti della Valle Argentina, il sole e la neve fanno a gara per vedere chi arriva prima.

Solitamente la Bianca Signora ha la meglio davanti a Cavalier Sole, che prima la lascia scendere in candidi fiocchi assieme a Messer Vento, e poi arriva lui per renderla ancora più brillante.

Per questo, oggi, vi racconto di un clima davvero particolare che ho vissuto durante una splendida giornata di metà aprile. In primavera quindi!

In montagna, certi avvenimenti climatici accadono spesso, ma la primavera porta sempre a pensare a un tempo mite. Inoltre, sono bastati duecento metri di passeggiata per cambiare tutto.

Mi trovavo al Passo della Guardia e andando verso Collardente la fredda neve mi pungeva il viso, andando verso il Garezzo un sole caldo, invece, ritemprava. Ho persino visto nevicare col sole. Uno spettacolo bellissimo. Come luccicavano quei fiocchi contro la luce solare!

Tre Passi, in fila, uno accanto all’altro, uno più bello dell’altro.

Passo della Guardia era l’ago della bilancia. Alla sua destra, a Passo Collardente, era inverno. Alla sua sinistra, a Passo del Garezzo, era estate.

Da una parte ero imbacuccata come un eschimese, dall’altra in maglietta.

E che natura splendida si mostra a me che cerco di osservare tutto quello che mi circonda.

Di qua, mentre gli occhi si posano sul Passo della Nocciola laggiù in fondo, sulle case della Columbera e sulla Caserma di Vesignana, bacche di Rosa Canina e Helleborus foetidus se ne stanno spenti, con poca vita ed esuberanza, accettando quelle stille ghiacciate.

Una piccola Cinciarella, che per la precisione dovrebbe essere una Cincia Mora, scuote le sue piume e spruzza gocce sugli aghi di pino mentre una bruma abbastanza spessa le permette di confondersi tra i rami.

Sulla strada, la precedente neve non è ancora stata calpestata e si possono vedere impronte di ungulati (così vi faccio vedere che me ne intendo). Probabilmente un Capriolo.

Un pezzo l’ho percorso, ora è il caso ch’io mi vada a riscaldare verso il Garezzo e le case dei pastori.

Qui la temperatura cambia. Tutto è bianco, ma posso spogliarmi. Alcune slavine sono presenti e rendono più difficoltoso il passaggio.

Il paesaggio è reso ancora più suggestivo dalla presenza di alcuni Camosci che si rincorrono sulla neve o stanno fermi in gruppo. Anche alcuni rapaci arricchiscono il cielo, terso di tanto in tanto, o passaggio di nuvole che viaggiano veloci.

I sentieri limitrofi non si vedono, sono coperti dalla neve che lentamente si scioglie sotto il calore dei raggi e il rumore del gocciolio accompagna la mia passeggiata.

In certi punti non si può proprio passare, occorre attendere la bella stagione ma gli occhi e il cuore sono comunque appagati da una vista spettacolare e una natura incontaminata, mozzafiato.

Facendo ritorno al Passo della Guardia non posso non rimanere incantata da Sua Maestà Rocca Barbone, sempre lì, austera, placida, dalla falesia severa che ospita nidi di uccelli affascinanti.

Penso sia meraviglioso vedere i propri luoghi nelle varie stagioni. I loro cambiamenti offrono ogni volta un palcoscenico diverso e anche l’atmosfera cambia, così come il proprio sentire.

Ogni volta è come se fosse una nuova esperienza, un luogo incantato nel quale non si è mai stati, nonostante in realtà si conoscano a memoria quelle bellezze.

Che sensazioni incredibili. E con l’animo leggero faccio ritorno in tana.

Un bacio quattrostagioni a voi!