La bazua spaventata ritira l’incantesimo

Oggi vi racconto un’altra storia, accaduta davvero, nella mia Valle, molto tempo fa.

Siamo nei dintorni di Casa Cuumbeia (Columbera) e ci troviamo nel piccolo paese di Agaggio.

Nonna Rosa aveva da poco partorito una splendida bambina sana, paffuta e rosa come una pesca, affettuosamente chiamata Netin, diminutivo di Anna.

Quella bimba era l’orgoglio di mamma e papà e riceveva sempre molti complimenti da tutti gli abitanti del posto perché aveva un visino bellissimo ed era anche quieta e serena.

Tra quelle persone però, viveva anche una vecchia, che trascorreva la sua vita isolata dalla comunità ed era conosciuta come una signora un po’ strana. Tutti la chiamavano “la bazua” e cioè “la strega”.

Un giorno, questa vecchia, bloccando il passo a Rosa, si avvicinò alla piccola neonata e, con fare malizioso, la accarezzò e le fece diversi complimenti. La Nonna rimase un po’ turbata da quell’incontro ma non ci fece caso più di tanto. Continuò a passeggiare con la sua piccola e poi rincasò.

Quella stessa sera la bimba iniziò a piangere senza nessun motivo e non ne voleva sapere di attaccarsi al seno materno per nutrirsi. Un comportamento che non era certo da lei, sempre allegra e tranquilla. Nonna Rosa iniziò a preoccuparsi un po’ e, quando giunse a casa suo marito, Nonno Augustin, gli raccontò dell’incontro con la vecchia bazua.

Il buon Augustin, dopo aver osservato la situazione e soprattutto quel comportamento anomalo della figlioletta, non ci pensò due volte. Guai a toccargli la famiglia.

Uscì per strada e si diresse immediatamente verso la dimora della strega. Un tempo nessuno chiudeva a chiave la porta di casa, anzi, la chiave veniva lasciata addirittura nella toppa e quindi, quell’uomo, risoluto e arrabbiato, poté piombare nella cucina della megera senza neanche chiedere il permesso. Convinto di avere tra le mani la colpevole del disagio di sua figlia, la prese per il collo e senza delicatezza alcuna le disse《Cos’hai fatto a mia figlia?!》 ma senza neanche aspettare risposta continuò《Vedi di porre subito rimedio altrimenti io…》

La donna, spaventata da tanto impeto, non gli lasciò neanche finire la frase e cercò subito di rassicurarlo dicendo 《 Torna pure a casa! Da questo momento la tua bambina sta bene! 》

Infatti, quando Nonno Augustin tornò a casa, la sua piccola stava bene. Aveva mangiato e ora dormiva serena sognando meraviglie.

Ancora una volta vi chiedo: coincidenze? Realtà? Suggestione? Superstizione?

Non si sa e non si saprà mai ma così andò.

Gli avvenimenti, oggi racconti, pieni di mistero, sono sempre esistiti nella mia Valle. Oggi non se ne sentono più. Come se non accadessero più ma c’è qualcosa ancora, come un velo sottile, che aleggia su questi luoghi e che non intende far dimenticare.

La magia, l’atmosfera, le circostanze di una Valle magnifica, resa ancora più ricca e suggestiva anche da chi, prima di noi, l’ha abitata.

Spero vi sia piaciuta questa storia e ringrazio la mia amica Vale per avermela raccontata.

Vi aspetto per il prossimo misterioso racconto di malocchio, fatture e rimedi che riguardano una cultura antica. A volte una medicina popolare, a volte tradizioni e usi, a volte, invece, il coraggio di chi, per difendere la propria famiglia, affronta anche le streghe. Ma che potere queste bazue!

Un bacio da brivido!

Il neonato e la mano misteriosa

Un mio topo zio, nato negli anni ’50 ad Arma di Taggia, stando a quanto si è sempre detto nel mio mulino soprattutto da parte dei topo nonni, è rimasto vittima quasi sicuramente del malocchio, ma vi racconto bene come andò.

Era una mattina di primavera e mio zio, piccolo e ancora in fasce, dormiva nella camera dei nonni dentro la sua culla. Quest’ultima era posizionata vicino alla finestra, aperta per far arieggiare la stanza e permettere ai tiepidi raggi del sole di entrare e scaldare con la loro luce.

La tana dei bisnonni era una semplice dimora, sviluppata su due piani, con un piccolo giardino attorno. La casa aveva le camere al piano di sopra e a piano terra le sale da giorno, fatta eccezione per la temporanea camera dei nonni che vivevano ancora con i genitori intanto che aspettavano di trovare un nido più adatto a loro. La bisnonna, tra l’altro, avrebbe aiutato volentieri la nuora nell’accudire il suo primo figlio. Il primogenito. Un bel maschio. Sano, pasciuto e rosa come una pesca.

Un tempo, inoltre, si aveva di più l’abitudine di vivere tutti assieme.

Quella mattina, nonna e bisnonna, rimaste sole a casa, si stavano dedicando alle faccende domestiche e preparavano da mangiare per gli uomini che erano andati al lavoro mentre il piccoletto, nel suo giaciglio, ronfava della grossa.

Non so dirvi il perché e non sa dirlo neanche lei, ma a un certo punto, la nonna volle andare a controllare il suo piccolo, cosa che ogni tanto faceva naturalmente (istinto materno).

Fu così che entrò nella stanza spalancando la porta socchiusa e… proprio in quel momento, vide una mano ritirarsi velocemente dal bambino e sparire dalla finestra. Rimase per qualche secondo esterrefatta e si tuffò su suo figlio spaventata, poi si affacciò dalla finestra, ma non vide nessuno. Presa dall’agitazione, iniziò a urlare richiamando la bisnonna che lei, affettuosamente, chiamava – Mamma -. Si usava molto, in tempi passati, chiamare i suoceri come i genitori.

La bisnonna accorse e, molto più calma della nonna, dopo aver capito che il malintenzionato ormai era fuggito, iniziò a studiare la situazione. Prese nonna e bambino e li portò in cucina, fece calmare la giovane mamma e iniziò poi con le domande come un investigatore della serie televisiva C.S.I. 

Nel giro di poco tempo, la metà delle comari della via erano a casa di nonna, radunate come i vecchi Indiani d’America. Ognuna diceva la sua e ognuna si metteva a disposizione.

Ora, dovete sapere che… la bisnonna mia, proprio del tutto normale non era. No, non era pazza, ma molto, molto saggia e ne sapeva una più del diavolo. Rimedi, consigli, guarigioni, etc… nulla aveva la meglio contro il potere di questa superdonna che tutti chiamavano quando avevano bisogno di una soluzione.

Dopo una buona ora di parlantina, si decise di mettersi in attesa e così, le comari amiche della bisnonna, tornarono tutte a casa loro per continuare i mestieri.

Ma si misero in attesa di cosa? Quello che colpì la bisnonna fu che nonna le disse che quella mano sembrava femminile, ma non ne era convinta perché la vide solo di sfuggita.

Bisnonna, certa di aver già capito, scrutò ancora bene il bambino e la culla e poi disse che si doveva aspettare qualche giorno.

Quella stessa sera mio zio iniziò a piangere senza la minima intenzione di smettere e senza nessun motivo apparente. Non mangiò nulla e, durante la notte, dormì poco e niente. Nonna era preoccupata, ma bisnonna le disse di andare a riposare e che avrebbe vegliato lei il bimbo.

Mio zio pianse per tre giorni e tre notti in continuazione, senza mangiare e senza dormire. Nonna era terrorizzata, ormai, ma la grande fiducia che poneva in quella specie di mamma non le fece chiamare nessun medico.

Al terzo giorno, la bisnonna, entrò in azione.

Nessuno sa cosa fece o cosa disse perché si chiuse con il nipote in una stanza disponendo che doveva rimanere da sola con lui.

Dopo parecchi minuti, attraverso la porta chiusa, la nonna e alcune comari che ogni giorno tenevano d’occhio la situazione, sentirono il neonato quietarsi e bisnonna cantare una nenia per farlo dormire.

Quando l’anziana uscì dalla stanza con il piccolo in braccio, caduto finalmente in un sonno profondo, tutte le donne sorrisero.

Bisnonna aveva l’aria stanca e, una volta adagiato il piccolo su una poltrona del salotto, si sedette anch’essa quasi stremata con tutte le amiche attorno a farle aria e a darle acqua fresca da bere.

Da quel momento mio zio tornò ad essere il bimbo calmo e sereno che era stato fino a tre giorni prima e tutti sono sempre stati convinti che si è trattato di un malocchio. Ricominciò a mangiare e a dormire per la gioia dei familiari che continuavano a ringraziare bisnonna per quello che aveva fatto.

Spesso lo faceva per gli altri, ma quella volta accadde a un membro della sua famiglia.

Realtà? Superstizione? Coincidenze? Quello che vi ho raccontato è accaduto realmente, ma ciò che davvero è successo non potrà saperlo mai nessuno.

Questa è solo una delle tantissime storie che appartengono alla cultura e alle tradizioni della mia valle e dei tempi che mi hanno preceduta. E questa vicenda è particolarmente “mia”.

Vi è piaciuta? Credo di sì e sono sicura che anche voi ne conoscete delle belle.

Un bacio misterioso a voi!

La Via Lattea nella Valle Argentina

Topi, la mia Valle è sempre bella e regala spettacoli che non lasciano certo indifferenti. Non vi ho mai mostrato la bellezza del suo cielo notturno e credo sia proprio arrivato il tempo di farlo.

La notte, in alcuni angoli della Valle, si tinge di fascino e magia, coi suoi cieli che si accendono di stelle. Sulla costa le luci sono offerte dai lampioni, dai fari delle auto che scorrono veloci sull’asfalto e dalle case. Ma qui, immersi nel silenzio del bosco e della macchia, in cima alle colline e alle vette che inaspriscono il territorio in cui vivo, il firmamento brilla in tutto il suo fulgido splendore.

stelle

Una scia di stelle bianca e nebbiosa attraversa il cielo nelle notti più limpide: la Via Lattea. La si vede ancora, là dove l’inquinamento luminoso non arriva prepotente. Si può scorgere persino da alcuni carruggi dei borghi che costellano la Valle, se si fa un po’ di attenzione. E quando le sere d’estate ci si concede del tempo fuori tana, cercando l’ebbrezza di un’esperienza meno mondana di una sagra, un gelato in riva al mare o una cena in compagnia… si torna a godere di quella bellezza semplice e disarmante che solo Madre Natura sa offrire.

via lattea Valle Argentina

La Via Lattea è la nostra Casa, topi, la Galassia nella quale si trova il nostro Sistema Solare. Guardandola ci si sente piccolissimi, ma al contempo parte di un qualcosa di infinitamente più grande di noi. Restare col naso all’insù a rimirare il suo candore dipinge un sorriso sui nostri musi e gli occhi si spalancano di meraviglia per riuscire a cogliere tanta magnificenza. In tempi antichi, ovviamente, sono nate le storie più disparate riguardo questo fenomeno celeste. Per i Greci era il latte della dea Era, schizzato dal suo seno mentre il piccolo Ercole tentava di berlo. Gli Egizi la consideravano la copia celeste del loro fiume più sacro, il Nilo. Anche in Cina, Giappone e Corea è stata rassomigliata a un corso d’acqua ed è chiamata Fiume d’Argento. Questo mi fa sorridere, se si pensa che il torrente da cui prende il nome la Valle è l’Argentina e io la sto osservando da qui.

Chissà cosa ispirava nei topi di un tempo, questa scia luminosa notturna!

via lattea Valle Argentina 2

Vi sembrerà bella, vista in foto, ma vi assicuro che dal vivo rende molto, molto di più. Le mie immagini, infatti, non possono farvi desiderare un golfino sulle spalle per il freddo notturno che si sente anche nella bella stagione sulle mie montagne. Non potete udire il profumo che sprigionano le piante, tutto intorno a voi, né i versi degli animali che sono molto attivi nelle ore notturne. Si guarda la Via Lattea stando sdraiati sul plaid, attorniati dal cri-cri dei Grilli, mentre un Gufo canta in lontananza. Le Volpi giocano le loro danze d’amore e di caccia, ce ne sono tante e si fanno sentire con le loro urla buffe. E poi ci sono i Caprioli con il loro abbaio roco e i Cinghiali che grufolano nel buio. Anche nelle ore notturne persino i campanacci del bestiame tintinnano ancora.

Non c’è silenzio: intorno è un brulicare costante di vita, di andirivieni, di faccende del bosco… non siamo soli. Riuscite a sentire tutto questo, topi? No?! Bene, allora non vi resta che fare una gita fuori porta in notturna per assaporare quello che il cielo e la Valle, uniti in un abbraccio ammantato di blu e di stelle, potranno offrirvi.

Mentre me ne stavo lì a osservare quell’arazzo mutevole e luminoso, ho udito un tramestio poco distante da me. Incuriosita, ho dato un’occhiata e ho riconosciuto il mio amico rebattabuse (lo Scarabeo Stercorario, noi liguri lo chiamiamo letteralmente… “ribalta cacche”!). Saprete tutti che fa rotolare pallottole di escrementi nelle quali nasconde il cibo e si nutre degli stessi.

«Oh-issa! Oh-issa!… Uff! Pant… pant…»

«Toulì! Buonasera Metuccuecuje!» l’ho salutato. Ehm… il suo nome significa “Mi Tocco le Balle” perché è un po’… come dire… pessimista, ecco! Ma per gli amici si chiama Metuccu.

«Oh! Uff… Speriamo sia buona, topina! Speriamo! Non si sa mai! Me nona a me dixeva sempre… (mia nonna mi diceva sempre…)»

«Sì, ehm… Metuccu, lo so, lo so cosa ti diceva, tua nonna: se nu ti stai mà o ti sei mortu o ti sei in tu l’al di là! (se non stai male o sei morto o sei nell’aldilà)». Nel bosco, l'”ottimismo” di Nonna Disdetta Stercoiella era famoso.

«Cosa ci fai fuori dalla tana in una notte buia come questa? Lo sai che è pericolosissimo?»

«Mi godo la vista!» gli ho risposto, come fosse la cosa più evidente del mondo, soprattutto per me che non ho certo paura della natura che mi circonda!

«Quale vista? U l’è tütu negru! (E’ tutto nero!)».

Ecco appunto… ve l’ho detto io!

«Proprio tu che ti orienti con le stelle non vedi che su quel nero c’è la Via Lattea?  Guarda! Stasera, poi, si vede benissimo!»

«Ah, scì… a Via Lattea… Sì, be’… ghe credu ca’a veggu, a nu sun orbu… a gh’è sempre… stà lì… a nu veggu cose ghe secce de stranu… U l’è cuscì, u sè, de nœtte. Negru! Uff… (Ah, sì… la Via Lattea… certo che la vedo, non sono cieco. Non capisco cosa ci sia di strano, ma c’è sempre, è lì, è così il cielo di notte. Scuro!).» Sospira.

Sospira sempre, in continuazione. Sembra una fatica per lui parlare. Sembra una fatica per lui vivere! Ha una tristezza tangibile che mi fa venire l’ansia… Provo a farlo sentire importante. Santa Topa! Mi sta già opprimendo!

«Metuccu… tu che sai molte cose sulle stelle, che mi dici a proposito di questa scia luminosa?» gli ho domandato per distrarlo dai suoi cupi pensieri.

«Be’, io la uso per orientarmi. Almeno so dove andare, con il mio balun de busa (la mia palla di sterco).»

“Balun”, pensai… al massimo “baletta”… chissà cosa si credeva. Sì che era più grossa di lui, però… mi svegliò dalle mie valutazioni continuando il discorso: «Sai… Uff… in Spagna la chiamano Camino de Santiago

«Ah, sì? E ha a che vedere con il famoso pellegrinaggio?»

«Me pà œvviu (Mi sembra ovvio). Infatti nei Secoli Bui, nome azzeccatissimo, si diceva che fossero proprio i pellegrini a creare la Via Lattea, con la polvere sollevata dai loro piedi. E poi Compostela si dice derivi dal latino campus stellae

«Sai sempre tante cose interessanti, Metuccu. Questa non la sapevo neanche io!»

«Bah… sono cose così… di poco conto. In fondo che importa? Io sono solo un rebattabuse e queste cose non interessano a nessuno.»

«Ehm… senti un po’… stavo cercando di contare tutte le stelle della Via Lattea. Secondo te ce la faccio?»

«Risparmiati la fatica, topina. Ne conta duecento miliardi. Comunque non potresti mai vederle e contarle tutte insieme. Con ogni probabilità, arriveresti solo a duemilacinquecento.» Sospira e conclude: «Uff… Moriresti prima.»

Ehm… me tuccu infatti… Sospiro anch’io. Lui respira così pesantemente che emette un sibilo, come se quel numero stellare fosse il numero di pietre sul petto. Per tutte le code di topo! Ogni tanto mi fa davvero venire i baffi dritti dal nervoso anche se racconta cose molto curiose. Soprassiedo: «Belin! Così tante? Notevole, davvero.»

«Se lo dici tu… Capirai che interesse… son cose ovvie, banali, insignificanti… Ora, però, devo salutarti, ho la tana da riempire di busa, prima che sorga il sole. Potrebbe piovere, sai…»

«Ma non c’è una nuvola!»

«Eeeh… non si può mai sapere! Bastano poche gocce e mi si allaga la tana!»

«Ma l’hai costruita in discesa!»

«Ma metti che crollano i sassi da sopra?»

«Ratta Santissima! Ma hai solo radici come tetto!»

«Potrebbero staccarsi. Non ci sono più le piante di una volta… Me nona a me dixeva sempre…»

E’ davvero impossibile!

«Va bene, va bene, Metuccu! Corri, corri! Non si sa mai. Grazie di tutto, allora! E buon lavoro.»

«Eh! A sun sempre ca travaju ti nu-u vei? Uff… (Eh! Sono sempre che lavoro non lo vedi?)»

Già… una povera e meschina vita, secondo lui. Però è tanto buono, bisogna solo saperlo prendere.

E con questo, topi, vi saluto anche io, ma rimango a rimirare codesta bellezza, alla faccia di quel disfattista del mio amico Metuccu!

Un bacio galattico a tutti!

Ius Primae Noctis tra Badalucco e Montalto

Topi, quella di cui vi rendo testimoni oggi è una storia pazzesca, per cui preparatevi.

Dovete sapere che noi bestioline della Valle Argentina abbiamo il privilegio di avere una Nonna molto particolare, comune a tutte le creaturine zampettanti, striscianti e volteggianti. Non vi ho mai parlato di lei, ma ora è giunto il momento di farlo. E’ Nonna Desia, antica quasi quanto lo Spirito della Valle, una cantastorie provetta e infallibile. Lei  sa sempre cosa dire agli animaletti che, come me, vogliono trascorrere qualche momento spensierato e magico in sua compagnia.

Se ne sta al centro di un bosco, in una radura dall’atmosfera surreale, conficcata nel terreno chissà quando e chissà da chi. Gli umani non possono vederla e non conoscono la sua esistenza. L’ardesia che la compone è scura, grezza a tal punto da disegnare rughe antiche sulla sua superficie. Le nonne degli esseri umani raccontato storie ai propri nipoti e così fa lei con tutti noi animaletti.

Ebbene, un giorno mi trovavo nei pressi del bosco in cui abita e decisi di farle visita.

«Topina cara! Che bello vedere il tuo musino, dopo tanto tempo. Siediti qui con me, prendi quelle bacche. Mi sembri deperita… Mangia, bela me fia, ti me stai ma’! (Mangia, bella la mia bambina, mi stai male)».

Eh sì, proprio come le nonne umane, anche Nonna Desia sembrava non vedere che in realtà mi nutro benissimo, proprio io che mai mi priverei di un boccone. Però l’accontentai e mi sedetti alla sua base, mangiucchiando qualche mora.

«Avanti, Nonna: raccontami una storia delle tue. Ne ho proprio bisogno, oggi!» le dissi.

montalto

«Ne conosco proprio una che può fare al caso tuo. C’era una volta un conte cattivo e spietato, alcuni dicono che vivesse a Baaücu (Badalucco), altri vogliono che sia nato a Ventimiglia. Il suo nome era Oberto. Egli era odiato e temuto da tutti, un uomo avido di potere e di ricchezze; non c’era essere umano che non conoscesse la sua prepotenza. La sua cupidigia si rifletteva nel suo aspetto fisico, per nulla armonioso e privo di qualsiasi forma di bellezza. U l’ea in rantegusu… (era un rantego cioè brutto, storto, rugoso, zozzo…). Inoltre, era risaputo che amasse la compagnia delle dame, non importava se fossero di nobili origini o appartenenti al volgo: le desiderava tutte per sé. Accadde, dunque, che proprio a Badalucco una giovane era stata chiesta in sposa da in zuenu (un giovanotto) sinceramente innamorato di lei. Tuttavia, né la donzella né il promesso sposo volevano sottostare alla legge dell’epoca, quella dello Ius Primae Noctis, che prevedeva che a spusinna (la novella sposa) dovesse obbligatoriamente trascorrere la prima notte di nozze non con il suo consorte, bensì con il capo della comunità, del feudo o della cittadina.»

«Gli esseri umani hanno leggi davvero bizzarre!» commentai, la bocca macchiata del blu delle more.

Badalucco e Montalto

«Sì, piccola topina, è così. Be’, i due innamorati decisero di fuggire per scampare a quella regola insopportabile, e trovarono rifugio tra i monti, nelle zone limitrofe. Non furono soli, poiché si portarono al seguito i loro familiari, pronti anch’essi a ribellarsi al volere del Conte Oberto. Si stabilirono nel luogo che oggi è diventato Montalto Ligure, furono loro a fondarla. Ecco perché oggi è considerato il paese degli innamorati, tanto che ospita la bellissima Loggia degli Sposi. La conosci?»

 «Sì, certo! Ne ho parlato anche in un articolo. Cosa accadde, poi?»

Nonna Desia si schiarì la voce: «E in mumento, ratin! Dund’à l’è ca lu messu a raixe de Brügu? A ghe l’ajevu chi-eciapilà in pocu ca me fa umbra… (E un attimo, topino! Dov’è che ho messo la radice di Brugo? Ce l’avevo qui… prendila un po’, che mi fa ombra…) Successe che gli abitanti di Badalucco, preso coraggio dall’azione dei due sposini, si ribellarono al perfido Conte, costringendolo ad abbandonare le loro terre. E allora, finalmente, vissero tutti felici e contenti.»

«Ma pensa… che bella storia! E, dimmi un po’: è vera?»

«Che vuoi che ti dica, gioia? Eeeeh… a nu me regordu (non mi ricordo)! Non lo so più! Sono tanto vecchia, ormai… mia’ ‘a go ina teista (ho una testa) che tendo a confondere quello che è vero da ciò che non lo è. Forse è esistito davvero il Conte Oberto, o forse la sua è una figura plasmata dalla nebbia del tempo. Però resta una bella storia da condividere in un pomeriggio come questo, per farsi compagnia. Non credi anche tu?»

Sono d’accordo con Nonna Desia, tuttavia io so che il conte è esistito davvero, anche se non posso sapere se la storia che mi ha raccontato sia vera. Credo che certe leggende siano belle proprio per l’alone di mistero che le avvolge.  E allora è bene godersele e prenderle per quello che sono: delle storie piacevoli da raccontare intorno al fuoco o la sera, prima di spegnere la lucciola da comodino e andare a dormire.

Un fiabesco saluto.

Topo Nonna e la Fornace Rossat

Raccogliere garofani sulla collina dei Castelletti era un passatempo, a confronto di ciò che rappresentava il lavoro alla fornace e Topo Nonna lo sapeva bene quando le sue mani trasformavano l’argilla rossa in mattoncini per costruire nuove case. Erano piccoli, appena 25 centimetri di lunghezza e 5 di spessore. Erano gli anni della prima metà del ‘900 e lo stabilimento “Rossat e Arnaldi”, destinato alla produzione di laterizi, dava da lavorare a parecchie persone. Dove oggi sorge la più grande rotonda di tutti i tempi, proprio dove vedete quel palazzo marrone di cinque piani nella foto, un tempo c’era la fabbrica di laterizi di Arma di Taggia e la mia nonna vi lavorava. Non c’erano l’asfalto e le insegne, e le auto non erano come quelle che vedete nell’immagine recente di oggi.

Fino al boom economico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, da qui sono partiti mattoni e tegole che hanno contribuito alla costruzione della nuova Riviera. Qui si producevano i materiali utili per la gran parte della Liguria, credetemi! C’era da darsi da fare!

Come descrivono Dino Pisano, collezionista di foto d’epoca e caro amico, e Alessandro Giacobbe nel libro “C’era una volta Arma – storia per immagini di una città marinara”, possiamo notare come lo stabilimento raccolga una tradizione locale di fabbricazione di laterizi, adattandolo alla grandiosità della rivoluzione industriale. Questa fornace venne acquisita dal Conte Ernesto Naselli Feo, aiutato dal Conte della Lengueglia, a fine ‘800 ancora con la ragione “Rossat & Gissey”, per divenire poi quella che ancora oggi tutti ricordiamo, “Rossat & Arnaldi”.

Il Conte Ernesto Naselli Feo fu una grande personalità per il paese di Arma. La sua famiglia, savonese d’origine, aveva acquistato nel 1833 il castello dei Marchesi Del Carretto di Carcare e, su progetto dell’architetto SONY DSCCortese di Savona, divenne il Palazzo Municipale e l’asilo infantile. Ad Arma invece,  la villa Naselli Feo, si trova ancora oggi all’inizio della strada carrozzabile storica per Taggia: la via de Le Levà, o via San Francesco. L’edificio aveva mediamente sei o sette vani per piano, che erano tre, se si conta anche una specie di mansarda in cima. L’edificio fu costruito nel 1914. La magione è separata dalla strada da una balaustra di mattoni pieni color vermiglio, ovviamente prodotti nella vicina fornace. Tante le piante all’interno del parco, ma sono molto vicine tra di loro, alte e fitte; non è permesso guardare all’interno delle cinta. Tutto vive come in un mistero.

Ai tempi della mia nonna,  la fabbrica occupava centinaia di operai, uomini e donne indifferentemente, ed era collegata alla stazione mediante un binario privato, il quale trasportava grossi carri di metallo pieni di prodotti. I carrelli che viaggiavano avanti e indietro, tutto il giorno e tutti i giorni, dal mare alla via Aurelia. Le strutture principali sono di nuova costruzione, successiva al 1909, con 14 camere di cottura. C’era molto lavoro a quell’epoca. In fondo, come dicono sempre i nostri vecchi: “Si stava meglio quando si stava peggio”.

Si può dire che Ernesto Naselli Feo e il figlio Francesco siano stati protagonisti della vita industriale armese della prima metà del Novecento e sono ricordati ancora oggi, come ancora si ricordano le mani rovinate dei nostri nonni che tutti i giorni producevano mattoni fatti a mano, pezzo per pezzo, avvalendosi della lunga esperienza di tanti, tanti anni di ininterrotta attività. Erano manufatti di gran pregio. I nostri parenti si alzavano presto al mattino e, godendo solo di una breve pausa, passavano tutto il giorno a respirare quelle polveri.

Le favolose argille, il giusto impasto, la lenta essicazione all’aperto, la cottura ad alta temperatura nei forni, la straordinaria esperienza che veniva spesso messa a disposizione dai maestri mattonai che portavano avanti non solo un mestiere ma una vera e propria tradizione… Tutto ciò fa del cotto della fornace, un prodotto unico nel suo genere, di grande affidabilità, resistente al gelo, al fuoco, all’umidità, agli sbalzi termici, all’usura e particolarmente apprezzato sia per il ripristino di antichi edifici che per la costruzione dei nuovi. Questo si può appurare ancora oggi facendo caso ai mattoni che, posti in passato, sono ancora perfetti, nello stesso punto così come le tegole. I mattoni pieni erano usati già  nell’antico Egitto impastando la terra con l’acqua. La parola laterizio, che oggi intende identificare diversi tipi di lavorati, era un tempo usata per nominare solo ed esclusivamente il mattone, un prodotto utile dove mancavano altri materiali adatti alla costruzione delle dimore come il legno o la pietra. Il mattone pieno è oggi sostituito da quello forato perchè più leggero e permette un risparmio di materiale.

Oggi mi piacerebbe ascoltare la mia nonna e chiederle com’erano quelle giornate, l’odore che sentiva e cosa le rimbombava nelle orecchie. Vorrei sentire raccontare dei fumi e del calore e il peso sulla schiena, che verso sera diventava dolente. Vorrei mi raccontasse delle risate seduta insieme alle sue colleghe dietro a un furgone, mentre si recavano al lavoro, come dimostrano le vecchie foto che possiedo in bianco e nero, dove Nonna sorride.

Nonostante tutto, sorride.

E con il ricordo di questo sorriso io vi lascio uno dei miei migliori baci, topi cari.

M.

La bella storia di Baladeuse

Quella mattina, quando nonna Piera entrò nel pollaio, tutte le uova si erano schiuse e i pulcini cinguettavano allegri e un po’ spauriti sotto la chioccia.

Nonna Piera sorrise. Diede del nuovo mangime alle galline, dell’acqua fresca e si mise ad ammirare la simpatica, nuova famigliola.

Erano i giorni di Pasqua e nessun evento poteva essere più lieto e puntuale di quello. Girandosi per andarsene e lasciare così tranquilla mamma Coccodè, vide però che in un angolo del pollaio, per terra tra le sterpaglie, c’era un uovo. Contò i pulcini e…. le uova che in precedenza aveva contato erano cinque, ma i pulcini erano solo quattro! Sicuramente la mamma lo aveva scartato perchè era vuoto. Be’, togliamolo di lì, si disse nonna Piera, e lo prese in mano. Era freddo come un cubetto di ghiaccio. Chissà da quanto la gallina lo aveva  fatto rotolare via dal suo fondoschiena.

Nonna Piera lo avrebbe buttato. Uscì da quel piccolo recinto e…. plaf! L’uovo gli cadde per terra. Fece una frittata, direte voi. E invece no! L’uovo si frantumò e… tanananà! Uuscì un bellissimo pulcino che gridava il suo “cip cip!” a squarciagola, reggendosi a malapena sulle esili zampette rosa.

Nonna Piera si agitò. Prese il morbido esserino e lo infilò senza pensarci sotto il deretano piumato della mamma. Il pollo, offeso, a quel punto iniziò a infastidirsi e a beccare il pulcino. Non sarebbe certo sopravvissuto, con tutte quelle botte in testa, il Calimero della situazione! Allora la nonna lo prese e corse in casa.

Le sue ciabatte strisciavano sul terreno del cortile come mai avevano fatto. Quell’esserino era infreddolito e tramortito. Non se la passava per niente bene. A dirla tutta, sembrava più morto che vivo. Nonna Piera iniziò a urlare ai componenti della sua famiglia che erano in giro per casa e nell’orto: “Presto! Portatemi la baladeuse! Presto!”, e figli, marito e nipoti credevano che la nonna si fosse ammattita.

“La baladeuse, presto!” continuò lei, imperterrita.

Per chi non lo sapesse, la baladeuse è quella lampada con griglia e gancio che i meccanici usano appendere davanti a sè per vedere meglio dove mettere le mani. Quando arrivarono in cucina, di corsa, trovarono la donna che, saltellando con le braccia in alto, cercava di avvicinare il più possibile il pulcino al lampadario appeso al soffitto, non arrivandoci. Era tutta agitata: “Passami una sedia e vammi a prendere la baladeuse!”, gridava, mentre sembrava inscenare lo strano ballo di una tribù africana.

Il pulcino nei suoi palmi ondeggiava a destra e a sinistra, vittima di quella frenetica tarantella. Insomma, andarono in magazzino e le presero quella benedetta baladeuse e io non so se è stato merito della lampada  tanto desiderata o dell’energia positiva di questa donna, so soltanto che, dopo qualche giorno, il pulcino, battezzato naturalmente  Baladeuse, si è ripreso splendidamente.

Dopo una settimana circa, è stato messo di notte insieme ai fratellini e, meno bisognoso di cure, fu accudito anche dalla sua mamma chioccia.

E ora eccovelo. Questo è Baladeuse con i suoi fratellini e il papà! Con le sue piumette rossicce e la sua piccola crestina spuntata da poco!

Brava nonna Piera! Sei proprio una topononna anche tu!

Evviva nonna Piera! Evviva la vita! E…. a parer mio, la baladeuse, ha fatto ben poco. A salvare il piccolo polletto è stata la passione di una nonna.

M.

Le Violette… selvatiche

Eccole… timide, timide spuntano tra i fili d’erba facendo un accenno di capolino.

Sono tra i fiori più amati, tra i più ricordati.

Sono le Violette e, in questo caso, del tutto selvatiche. Nate spontaneamente in natura, ai margini del bosco.

Sono piccole, molto più piccole di quelle coltivate e, la loro foglia tondeggiante, è di un verde cupo quando è adulta.

Erano tra i fiori preferiti della mia topo bis-nonna insieme al Mughetto. Se ne faceva numerosi mazzetti da guardare, da mettere nella biancheria e da regalare.

Nel linguaggio dei fiori portano il significato dell’umiltà e della semplicità. Il loro stesso essere. Così modeste, sembra proprio non si rendano conto di quanto sono belle.

E anche di quanto sono buone! Eh si, non solo vengono usate per ricette come torte, risotti e quant’altro, ma anche per insaporire delicatamente alcune bevande. Non solo, quante volte vi è capitato di lavarvi con un sapone o un bagnoschiuma alla Violetta? Si, oggi è meno usata, sono usate maggiormente diverse profumazioni, ed è proprio per questo che la Viola sa di antico. Riporta ai vecchi ricordi. Sa di nonna, di bucato, di focolare.

Vederle tra le foglie è stata una gioia. Il loro colore, a volte più viola, a volte più bluette, risulta ancora più acceso tra le tinte spente del sottobosco e ci dicono che il freddo è finito.

Sempre chine, a testa in giù, sembra porgano costantemente rispetto, mentre, i loro petali, innalzati verso il cielo, sembrano voler cospargere profumo tutt’intorno.

Nella mia Valle, e forse anche nella vostra, le anziane donne di chiesa dicono che, se all’improvviso si sente il profumo delle Viole, anche se in realtà di Violette non ce n’è nemmeno l’ombra, significa che Padre Pio è presente. Quante credenze dietro un solo fiore! Ma queste tradizioni, sono per me importantissime.

Ma ci pensate topi? Io posso uscire di casa, fare pochi passi e vedere questi magnifici fiorellini. E’ per me una grande ricchezza questa. E’ uno dei motivi che mi porta ad amare così tanto i luoghi nei quali sono nata e posso garantirvi che non sono gli unici fiori che vedo.

Tanti, tanti e tanti altri riempiono la vallata, colorati esemplari che mi circondano ogni giorno e rallegrano le mie giornate.

Quest’oggi, il post l’ho dedicato a loro ma presto anche gli altri avranno il loro meritato elogio.

Corro a fotografarli per farveli conoscere al più presto quindi, un saluto, la vostra Pigmy.

M.