Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

spirito silvano2

Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

castagno2

Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.
Annunci

Il massacro al Santuario dell’Acquasanta

Quella che vi racconto oggi è una storia triste, l’ennesima. A Montalto la si ricorda ancora, e l’emozione che suscita è forte come un tempo. E’ una ferita tra le più sentite, qui, in questo borgo arroccato, un eccidio accaduto per puro divertimento e violenza da figli della guerra.

I tedeschi scesero dalle regioni Binelle ed Evria, sopra Montalto Ligure, uno dei più bei paesini della mia Valle che presto vi farò conoscere. Incontrarono un anziano, un uomo di 70 anni, Gio Batta Ammirati, che stava portando fascine di legna in casa. Cammina curvo, con il carico gravoso sulla schiena. Lo uccisero senza motivo né pietà,  sparandogli con il fucile.

Era il 17 agosto del 1944. Subito dopo, spararono a un suo omonimo, altro Gio Batta Ammirati (nei paesini, un tempo era facile avere lo stesso nome e cognome),  e a Giorgio Brea di 54 anni, mentre stava mangiando sulla porta di casa sua. Un unico colpo in testa. Angelo Galleano fu freddato allo stesso modo, ma venne colto dalla pallottola nel tentativo di una fuga disperata.

Non soddisfatti dalla serie di omicidi già compiuti, massacrarono, bastonarono e seviziarono proprio davanti al Santuario un sacerdote, Don Barthus Stanislao, e il chierico Mario Bellini – i quali avevano in cura un gruppo di orfani – accusandoli di connivenza con i partigiani. Dopo aver traforato i loro corpi con decine di proiettili, si accanirono sui due cadaveri prendendoli a calci fino a farli rotolare giù dalla strada.

Il monumento che ho fotografato rappresenta un civile e un sacerdote, e lì, ai piedi delle statue, c’è ancora la carta d’identità del parroco, completamente intrisa di sangue (questa foto l’ho invece presa dal sito ventimiglia.biz, qualitativamente migliore di quella scattata da me). La lapide marmorea racconta in breve ciò che è accaduto e nomina gli assassinati.

“….per non dimenticare”. E si chiede pace. La barbaria non finì quel giorno. I nazisti scesero in paese e continuarono la strage uccidendo o 27 persone, tra le quali il sacrestano accorso, Giovan Battista Montebello. Fracassarono porte e mandarono in pezzi ciò che trovarono. Entrarono nelle case e le distrussero ogni cosa, malmenando chiunque gli si trovasse a tiro.

Un tenente medico, facente parte del primo gruppo di tedeschi sceso poi fino a Taggia, si vantò di essere riuscito, da solo, a uccidere 9 innocenti. Le testimonianze riportano ciò che uscì dalla sua bocca, quella sera, nell’osteria del paese: “Quest’oggi essere stata buona giornata!”. Frase detta in un metallico italiano. 

Ringrazio le persone che hanno raccontato sul web questa storia, è per merito loro se ho conosciuto i nomi delle vittime e le terribili circostanze della loro morte. Ringrazio anche coloro che hanno ricordato i terribili fatti di quegli anni a voce alta per raccontarmeli, mentre io ascoltavo con la pelle d’oca.

Un’altra storia toccante, quella di oggi, un altro episodio che non smetterà mai di vivere nei ricordi.

M.

Caselle Fenaira – il fienile della valle

Quello in cui vi porto oggi è un luogo incantato. Siamo sul confine tra la Valle Argentina, appena sorpassata, e la Valle Arroscia. Abbiamo lasciato il vecchio insediamento rurale di Drego e stiamo per entrare nella foresta incantata di Rezzo, una foresta di 5.000 anni. Qui, a metà percorso, ci fermiamo ad ammirare gli alberi, che creano un’atmosfera davvero particolare.

Siamo a Caselle di Fenaira, a 1351 metri sopra il livello del mare. Un torrente forma  spettacolari cascate e il sentiero che si snoda nel bosco, le piante e il cinguettio deli uccelli danno vita a un’ambiente suggestivo, da vivere intensamente.

La strada asfaltata passa nel bel mezzo di tanta meraviglia, un’architettura naturale delle più alte terre della Liguria. Se proseguissimo, scenderemmo giù fino alla città di Imperia, ma non ne ho la minima intenzione oggi. Il baccano cittadino non fa per me.

Me ne resto qui ad ascoltare la natura che mi parla e mi racconta la sua storia. Un tempo, la frequentazione di queste zone era legata soprattutto alla presenza di pascoli ricchi e abbondanti molto graditi per attività quali l’allevamento di mucche, capre e pecore. Se zampettassi un po’ più su, oltrepassando questi alberi dalle alte chiome, giungerei su prati ampi, distese erbose tanto belle da togliere il fiato. Le zone prative costituivano uno dei punti essenziali dell’organizzazione territoriale ed economica della valle ed esistono ancora le tracce degli insediamenti estivi delle tribù liguri protostoriche, come il Castellaro della Rocca di Drego, che vi avevo fatto conoscere in un articolo precedente (si intitolava “Drego: il villaggio fantasma”, se volete leggerlo). Il Castellaro è prossimo ai pascoli più ricchi proprio come accade alle borgate costruite ad alta quota in età più moderna.

All’inizio dell’estate, dai prati si ricavava il fieno per l’inverno, poi vi pascolava il bestiame. La zona di Caselle Fenaira era tra le migliori per la raccolta del fieno, tanto che si giungeva a proibirvi il pascolo per tutta la stagione. Questa zona consentiva, infatti, notevoli guadagni dalla concessione ai forestieri (i fuestei, in dialetto) del diritto di taglio del fieno per le greggi. Durante il giorno, il bestiame era condotto a brucare e rientrava nei recinti la sera, dopo l’abbeverata da sorgenti o fonti d’acqua. Alla sera, nelle marghe, avveniva la mungitura e il latte veniva raccolto e conservato separatamente a seconda che si trattasse di vacche, capre o pecore in attesa di essere lavorato nel modo più opportuno. La lavorazione permetteva di ottenere burro e formaggio in particolar modo il “bruzzo” (u brussu) una sorta di ricotta fermentata dal sapore deciso, famosissima nella mia Valle. Può essere più dolce oppure più stagionato, dal gusto molto forte, ed è buonissimo spalmato sul pane.

In questo luogo giungono numerosi anche gli sportivi. Sono tante le passeggiate a piedi, a cavallo o in bicicletta che si possono fare, e l’aria che si respira apre i polmoni. I Noccioli sono quasi i padroni qui, e il bordo strada ricco di fogliame ormai secco che produce ad ogni passo uno scricchiolio.

Che pace!  E’ un angolino che non dovete perdervi, se passate di qua!

Un bacio scricchiolante dalla vostra Pigmy.

M

Glori, un mucchietto di case

Glori è un piccolo paese della Valle Argentina. È paesino in cui le case sembrano ammucchiate e si può girare solo a piedi. Tra il labirinto dei suoi carruggi, salendo e scendendo gradini di pietra e cemento, un’auto non potrebbe mai passare.

Glori sa di felicità, di casa. Per raggiungerla si sale, si sale, si sale. In realtà si arriva a 590 metri circa sul livello del mare un’altitudine non così considerevole, rispetto ad altri paesi della mia Valle, ma è così immediata l’altezza che si guadagna con la macchina, che sembra quasi di toccare il cielo.

Il panorama da lassù è fantastico, meraviglioso. Un’ampia parte della mia Valle si offre ai nostri occhi. Nella foto vi mostro esattamente il punto in cui sarebbe dovuta comparire la diga; vedete anche voi che sarebbe stato un vero peccato, avrebbe ricoperto tutto… (questa faccenda ve l’avevo spiegata tempo fa nel post “No alla diga!”).

A dare il benvenuto ai visitatori pensa l’agriturismo “Gli Ausenda”, un caratteristico locale all’inizio del villaggio e a conduzione familiare dove si viene trattati come  signori. Se chiedi un bicchiere di vino, te ne viene dato mezzo litro e il caffè è ancora fatto con la moka. In questo locale si possono degustare i tipici prodotti della mia zona con tanto di sfumatura occitana. Sono proprio i gestori di questo locale che, insieme al parroco del paese, tengono nascosta al sicuro la chiave del Santuario di Glori,  ma la cosa bella è che te la danno più che volentieri, se gliela chiedi in prestito, a patto di non accendere candele:  essendo tutto in legno, c’è pericolo di incendio.

E così passeggi fino al Santuario, in mezzo alle case con le loro aiuole colorate e profumatissime, attraversando poi un ponte immerso nella vegetazione. Per arrivare a questa chiesa, infatti, c’è da fare una piacevole passeggiata di circa 20 minuti tra gli ulivi e i castagni. Un signore, avvicinandosi alla mia coppia di amici, dopo aver scambiato due parole, domanda loro: «Siete sposati o fidanzati?»

«Sposati» rispondono.

E lui di rimando: «Ah! Allora va bene. Se siete mariai (spopsati), in venti minuti ci arrivate… da fidanzati, invece, non vi sarebbero bastate due ore!»

In certi periodi dell’anno, infatti, quando c’è poca gente, la passeggiata risulta essere sufficientemente imboscata… Che vecchietto simpatico!

Indicandoci una discesa di cemento, ci ha spiegato che d’inverno, per passare di lì, deve indossare le mutande di acciaio. Il lastrone di ghiaccio che si forma, infatti, lo fa cadere ogni anno e i resistenti slip lo riparano dalle botte all’osso sacro! Quante risate ci siamo fatti con questo signore, gran tifoso della Milano-San Remo che, poco tempo fa, è passata sul nostro pezzo di mare.

Le parole d’ordine di Glori sono affabilità, cortesia e ospitalità e le rispettano tutti, ma proprio tutti! Non sempre nei paesi di montagna si incontrano persone così aperte al dialogo e alloos cambio, ve lo posso assicurare. Qui, inoltre, la primavera è arrivata in anticipo. Gli alberi fioriti sbucano tra i tetti d’ardesia, tipici della mia zona. Le casette in pietra hanno un tocco di colore grazie ai geranei parigini vermigli, che cadono in voluminose chiome.

A Glori si assapora la pace della vita. I suoi carruggi somigliano a grotte, sembra diessere in un altro mondo. Le sue coltivazioni sono orti ordinati che danno colore alla montagna. Ciuffi di Finocchio selvatico, Semprevivi viola e gialli e Scarpette della Madonna fanno parte di una flora classica della mia valle, e a Glori se ne trova a volontà.

Sempre dedicate alla Madonna, oltre ai nomi dei fiori, ci sono le edicole votive poste a bordo strada, come quella che vi lascio qui a fianco.

In questo paese non abitano in molti, si contano in tutto una quarantina di persone, si conoscono tutte. Tante sono le case estive, invece, spesso abitate da tedeschi e francesi che arredano queste dimore, dentro e fuori, in modo molto originale.

Passeggiando per le viuzze, notiamo lastre di ardesia sulle facciate delle case, sono come piccole e immobili scenette che raccontano di Glori a chi visita il borgo. Ne svelano i segreti e danno ricche informazioni. Questa qui a lato, per esempio, parla dell’altitudine di questo villaggio, frazione del  comune di Molini di Triora. A proposito di lastre e pietre, sopra questo borgo medievale c’è un insieme di tumuli e massi che, si dice, indichi la caduta degli antichi Liguri, periti in una battaglia contro i Romani avvenuta proprio in questi luoghi nel 180 a. C.

Siamo sull’Alpe di Baudo, una cima che rimane proprio dietro Glori per andare nella vicina frazione di Fontanili. Da questo versante, se non avessimo i monti davanti, potremmo vedere Carpasio, il paese del quale vi ho parlato tante volte. Ma continuiamo la nostra perlustrazione per Glori. Una cosa che mi ha colpito molto è stata la piazzetta della chiesa. Avete presente quelle enormi piazze, con tutti i portici intorno, che si vedono nelle grandi città? Ebbene, immaginatevi la stessa cosa, ma in miniatura. E’ stupenda, piccola com’è, larga un metro e lunga due, con tutti i portici ai lati e la chiesetta a regnare indisturbata. Un edificio meravigliosa, che non è il Santuario di cui vi parlavo prima con, all’interno, la copia della Madonnina di Lourdes; questa è la chiesa del paese, circondata da case e fiori. È piccola come la sua piazza e quando suonano le campane,  sembra di averle dentro casa. Sì, Glori è così, è un paesino tutto ammucchiato. Le case sembrano messe una sull’altra. È questa la classica tattica dei tempi di guerra: si costruiva in questo modo per poter sconfiggere il nemico o, per meglio dire, giocare sul suo non conoscere il luogo e farlo sentire come intrappolato in un labirinto.

L’unico rumore che si sente, oltre al rintoccare delle campane, è il ronzio degli insetti, felici per via di tutto questo nuovo nettare portato dalla primavera.

Vi consiglio davvero di venire a Glori: la sua pace vi ritemprerà e la sua bellezza appagherà sicuramente i vostri occhi, come avrete capito da questo post.

La mia missione, quindi, per oggi è finita.

Io vi abbraccio e vi lascio: devo andare a preparare la prossima topoavventura-argentina.

Uno squittissimo a tutti dalla vostra Pigmy.

M.

Una passeggiata a Bosco

Sì, non nel bosco, ma a Bosco.

Bosco è un piccolo paese che conta una ventina di anime. È una frazione di Casanova Lerrone. Oggi andiamo un po’ più verso Levante, in provincia di Savona. Siamo vicini a Ortovero, a due passi da Albenga. Bosco, dalla cima della sua collina, domina su tutta la valle. Circondato da tantissimi ulivi, rimane proprio davanti ad un bosco e la tranquillità che si respira tutto intorno è unica.

Siamo a 320 metri sul livello del mare e siamo sul versante sinistro del torrente Lerrone, che dà il nome anche all’omonima valle.

Il paese, come tutte le altre piccole frazioni dei dintorni,  basa la sua economia su olio e vino, insieme alla coltivazione di ortaggi e frutta come pesche e susine.

Ad accoglierci è una Madonna,”custode e regina del luogo” come indica la targa in marmo sull’edicola votiva.

A Bosco la vita scorre tranquilla.

Gli abitanti, per lo più contadini, svolgono le loro attività e c’è anche chi ha deciso di aprire un agriturismo e una fattoria didattica nella quale gli animali – capre, asini, pavoni, tacchini e galline – sono mantenuti divinamente. Si vogliono mettere anche in posa per fare le foto e guardate come sono belli! I capretti di 40 giorni, appena svezzati, hanno il pelo candido, le loro corna, poi, sono davvero simpatiche. Bambi e Fiocco, così sono stati battezzati i due fratellini, saltellano come trottole e ancora cercano la mamma. Le capre sono più di una ventina e ognuna ha un nome. Mentre saliamo in paese per arrivare fino all’agriturismo che si chiama “Pè pasciun” (letteralmente, per passione), incontriamo Bim Bum Bam, un simpatico micio di tre mesi che non si stacca da noi. Non vuole sapere di essere fotografato,  per cui accontentatevi del suo lato posteriore e credetemi sulla parola se vi dico che era affettuosissimo e aveva un pelo che pareva cotone, grigio con sfumature quasi rosa.

Nella mia valle, quando al mattino ci sono circa 5°/6°, a Bosco ce ne sono sempre 3 o 4 di meno, fa un po’ più freddo e, respirando, si sente l’aria gelida e pura che entra nei polmoni. L’acqua, però, in questa zona è buonissima e lo si capisce anche dal pane che viene fatto e dalle verdure, che hanno un sapore squisito.

Ci sono ancora tante cose, qui a Bosco, rimaste come un tempo. L’insegna del telefono è vecchia, come anni fa, e mi riporta alla memoria di quand’ero ragazzina, quando ancora si usavano i telefoni con i gettoni nei bar o nelle cabine. In alcuni scorci, bellissime piante rampicanti avvolgono i muri, alcuni appartenenti a vecchie dimore, altri ruderi che rendono questo posticino antico, quasi medioevale. Anch’esso, come la maggior parte dei paesi della mia valle, dal 1250 è appartenuto alla Repubblica di Genova per divenire, poi, della Repubblica Ligure prima dell’800, dopo che Napoleone Bonaparte occupò questi luoghi durante la dominazione francese.

Per essere un borgo molto piccolo, ha ben due chiese, una delle quali, la principale, ha un campanile particolare molto appuntito. Altissimo, svetta sopra ogni cosa e il suo orologio è indietro di mezz’ora, che cosa bizzarra. Davanti al portone principale, inoltre, c’è un bassorilievo rappresentante un santo e un angelo che assume differenti espressioni a seconda di come lo guardiamo. Nell’aria riecheggia ovunque il ronzio delle motoseghe, ma udiamo anche colpi d’accetta: la gente fa la legna da sé, i termosifoni sono un lusso che pochi  possiedono e, in cielo, vola fumo dai camini, profuma di buono.

Il sabato e la domenica si passano così: a fare cataste, a raccogliere rametti per accendere il fuoco o a costruirsi quella parte di muro crollata o inesistente. E per loro sono giorni di festa.

La gita è stata bellissima, abbiamo passeggiato con i nostri cani giù per un sentiero fino al torrente e abbiamo potuto notare la presenza di volpi e tanti altri animali.

Per vivere qui ci vuole passione. Non direi coraggio, passione, è questo il termine giusto. Scordiamoci il servizio del bus o altre comodità e, per chi lavora nelle città come Alassio o Albenga, si tratta di doversi mettere in auto tutte le mattine per raggiungerle (spalando neve in inverno), per loro è come andare in una metropoli.

Quando poi, però, alla sera rientrano nelle loro tane, niente è più pacifico. Queste sono per la maggior parte in pietra e ognuna ha il proprio orticello. Nessuno, qui a Bosco, compra al mercato i doni della terra! Non ci sono ville né castelli, tutte case modeste, ma belle e fatte a mano da chi ci vive, dai padri che si sono fatti aiutare dai figli o dagli amici del paese.

Ci ritornerò, mi sono davvero divertita un mondo. É bello camminare in posti come questo, quindi, seguitemi sempre perché vi ci porterò.

Uno squit a tutti.

Pigmy

M.

Sempre bella

Si topi. E’ vero, la neve non è ancora scesa, non ci sono i fiori primaverili, non ci sono i colori dell’autunno, ne’ gli insetti estivi che svolazzano di qua e di là. C’è un gennaio spoglio. Soleggiato e freddo allo stesso tempo. La terra si mostra nuda e la si potrebbe considerare scialba, ma non qui, non nella mia Valle, dove nonostante il suo essere quasi indifesa, ci propone un panorama mozzafiato.

Guardate il sole. Come spinge e si fa largo tra i rami che non riescono ne’ a fermarlo ne’ a coprirlo, e la luna, che in un inverno così limpido, la si può vedere fin dalle prime ore del pomeriggio, alta nel cielo.

E i miei monti, che si stagliano contro l’infinito azzurro.

Non occorre avere obbligatoriamente quel qualcosa che raffiguri la determinata stagione.

Quel che vedono i miei occhi, ciò che per alcuni può significare il niente, è quello che in nessun altro momento dell’anno, si può rimirare, se non ora.

Il tappeto di ricci e foglie secche per terra. Cadute già da qualche mese. Aspettavano di poter ghiacciare e andare a nutrire il sottosuolo ma dovranno attendere. Per ora, possiamo ancora camminarci sopra, per chilometri e chilometri, per i boschi, giù per le colline, e sentire il loro scricchiolio sotto alle nostre zampe.

Tutto sembra spento a riposare ma, anche in questo grigiore c’è vita, e l’unico tocco di colore, oltre al cielo, lo dà l’Edera che si avvinghia ai tronchi e il muschio che avvolge i muriciattoli di pietra.

Il sole cala presto, lasciando una penombra pesante nella quale vieni bagnato da microscopiche goccioline di fredda umidità. E’ il calar della sera e percepisci di essere in un mondo a sè. Particolare. Un mondo che per rivedere dovrai aspettare che passino di nuovo tutti e dodici i mesi.

I rami spogli disegnano un intreccio che sembra non lasciarti scampo, ne’ via d’uscita ma la terra non ti è nemica e ti sta insegnando ad assaporare ciò che hai intorno, così com’è. Sempre. Ti sta insegnando a non voler di più e ad amarla comunque, in ogni sua trasformazione. Tanta pulizia stona. Non ci si abitua mai a vederla così. Lei, la mia vallata, sempre fiorente e lussureggiante, così colorata e così accogliente. In questo periodo mi ha fatto entrare da un’altra porta e l’ammiro ancora di più.

E se stai in silenzio e sai ascoltare, è ancora oggi, nonostante tutto, ricca di vita. Una vita che non osa far rumore, che quasi, con estrema educazione, per non infastidire, passa le giornate nascosta nel cuore dei boschi.

Il lieve scrosciare dell’acqua, l’incerto grufolare del cinghiale, il breve batter d’ali di un uccellino. Poi di nuovo la quiete totale.

Sempre caro mi fu…” recitava il Leopardi. E queste parole de – L’infinito – le voglio dedicare alla mia Valle. Imponente, che ti fa sospirare. Che ti fa assaporare l’attesa della Primavera e andrà a vestirsi di Lavanda, di Ginestra e Mimosa.

Dove io non mi mimetizzerò più con il sottobosco ma sgattaiolerò tra petali bianchi e rosa di Peschi e Ciliegi scesi dai rami.

E allora continuo il mio giretto. Voglio ancora godermi quest’aria e questa pace. Voglio ancora leggerla questa natura e capirla. Il suo essere più selvaggia.

Vi lascio però altre foto, oltre a queste del post, sul mio album.

Buon proseguimento quindi, chiudete gli occhi e annusate in su, io intanto, organizzo la prossima passeggiata.

Un abbraccio, vostra Pigmy.

M.

Week End in tenda

Nella mia Valle sono numerosi i luoghi nei quali d’estate si può pernottare in tenda.

Prati infiniti, verdi montagne, ambienti da togliere il fiato ma, questa volta, vi porto in un altro luogo anche se poco distante la mia Valle.

In questo periodo, guardare queste foto calde e estive, mi fa venire malinconia!

Siamo ad una trentina di km dalla città di Imperia, fa ovviamente un gran caldo e qui, posso dire di aver visto uno dei cieli notturni più belli ch’io abbia mai osservato.

Quella notte, in tenda, ho potuto godermi tutte le costellazioni del firmamento.

Siamo ad Armo, “marito” montano probabilmente della più marinara Arma ma, i suoi abitanti, per distinguersi dagli armesi vengono chiamati armensi.

Siamo a quasi 600 m d’altitudine e, l’aria, nonostante vi stia portando in quel che era il periodo di agosto, è fresca e ti obbliga al golfino.

Armo è un piccolo paesello di circa 120 anime. Come Comune si dice sia il meno abitato di tutta la mia provincia.

Esso si trova ai piedi del monte Rocca delle Penne e la sua economia è basata maggiormente sulle coltivazioni d’Ulivo che permettono un ottimo olio, la vendita di funghi trovati nei dintorni e la produzione di latte ottenuto dall’allevamento del bestiame.

Dove sono stata io in campeggio, non c’era nulla di tutto questo.

Il mio campeggio è avvenuto in un luogo dove solo qualche Pino ci circondava ma, per il resto, si vedevano solo prati di un verde chiarissimo e l’unica costruzione era una splendida chiesetta solitaria su un’altura.

Nulla a che vedere con la grande chiesa nel centro del paese dedicata alla Natività di Maria del XVI secolo.

Lo stemma di Armo è suddiviso in quattro quadrati, ognuno contenente un simbolo del paese: la A del nome, la campana dorata, due ricci di Castagno e un grappolo d’Uva color porpora.

Anche in questo caso si parla di un nome che deriva dalle stesse origini del paese di Arma. Equivale a dire che, anch’esso, deriva dall’antico Barma o Balma che significa roccia, grotta; non è da meno infatti nei ritrovamenti di cimeli e documentazioni inerenti alla preistoria.

Anche a livello storico questo borgo non scherza e una lunga vita ha questa fontanella che troviamo poco distante da noi. Nonostante sia stato rifatto il suo perimetro recentemente e sia stata abbellita la sua fonte, essa sgorga direttamente da una roccia accanto ad un casone per attrezzi e animali.

Nel 1233 questo paese si unì ad altri per la costruzione del più giovane Pieve di Teco al quale venne poi aggregato nel 1928 e, come toccò alla maggior parte di questi Comuni, venne governato dalla Repubblica di Genova per parecchio tempo.

Siamo nella Alta Valle Arroscia e famose sono le vecchie battaglie che Armo combatteva contro i Comuni Cuneesi, come Caprabruna, alla conquista e per le divisione dei pascoli, essendo vicino al confine con il Piemonte.

La pace e la tranquillità che si assaporano ad Armo sono indescrivibili. Se si vuole staccare dalla frenetica vita cittadina non c’è altro di meglio e il panorama che regala è meraviglioso, da godere con gli occhi.

Non vi ho postato foto del paese in quanto l’ho solo visitato di sfuggita, ho preferito godermi il suo silenzio intorno, per due giorni, che mi ha davvero riportato freschezza e vitalità a contatto della sua natura.

Questa volta il paesaggio. Il paese invece, la prossima volta.

Ora però, devo tornare nel freddo invernale che ci circonda e abbandonare questi caldi ricordi. Piacevoli però. Felice di averli vissuti.

Uno squit tutto per voi Pigmy.

M.

abbandono abitanti acqua adulti aereo affetto affettuosa affreschi africa Agaggio aghi aglio agricoltura agriturismo Aigovo alba albergo alberi alcool ali alimentazione alimento Alpi Alpi Liguri Alpi Marittime alpini altare Alta Valle Argentina altri tempi alveare amanti America amica amiche amici amico amore andagna Angelo angoli angora animaletto animali anni anno antica Antichi Liguri antichità antico antipasti anziani api aquila arancia arazzi arbusto archi archibugi architettura arco arcobaleno ardesia arenaria Argallo argentina argento aria Arma Arma di Taggia arte arte culinaria artista artisti Arzene atmosfera attenzione auguri austera auto autunno avventura azzurro bacche Bacco Badalucco baffi bambina bambini bambù banana bar barche barche a vela basilico bastione bazue beagle befana bella bellezza bello Benedetto Revelli betulla biancheria bianco biancospino biberon biblioteca bici blog blu Blue bocce Bordighera borgo boschi bosco bosco delle navette botanico botte bottega botteghe boy scouts Bregalla brodo bronzo Brugo bruno bunker Bussana Cabotina caccia cacciatori cachi caduta caduti caffè calcio calda caldo Caligola calma camion camomilla campagna campana campanile campeggio campi Campo Marzio cancello cane cani cannella cannoni canzoncina canzoncine canzone canzoni capelli cappelletta cappelli capre Carabinieri carciofi Carmo dei Brocchi Carpasio carpe koi carrugi casa cascate cascatelle case caserme Case Rosse casette castagne castagni castagno Castellaro castello cavalli cavoli celti cemento Cervo chiesa chiesa campestre chiesetta chilometri chitarra Ciabaudo ciappe cibo cielo Cima Marta cimitero Cina cinema cinghiale cinghiali cipolla Claudio Porchia clima coccole coda coleotteri collane Colle Melosa collina Collodi colonia colore colori coltivazioni compagnia compleanno Comune comunità confine coniglio consiglio degli anziani contadini coppa coppia corbezzolo cordialità cornice correre Corsica Corte corteccia cortile Costa credenze Cristo croce croco Crocus cucciolo cucina cucina ligure cultura cuneo cunicoli cuore cura curry danza decoupage dedica Dei dessert dialetto. diavoli Diavolo diga dimore Dio Dionisio dipinti disinfettante divertimento Doge dolce donna donne Drego druidi eco edera Egitto egizi Eleonora Curlo Ruffini emozione emozioni energia entroterra equilibrio erba erbacce erbe erbe officinali Erli escursioni estate età Eugenio Montale euro Europa evento Ezio Sclavi Fabio Fabrizio De Andrè facebook faggio falene falesia falesie falò famiglia fango fans fantasia fantasma farfalle farina Fata Morgana fatto a mano fattoria fauna favole febbraio femmina fertilità festa Festa di San Benedetto festeggiamenti festival fiaba fichi fienile fieno figli filastrocca filastrocche film finestra finocchio fiocchi fiore fiorellini fiori fiume flora focaccia focolare foglie folletti fontana fontane fontanella Fontanili foresta foresta di Rezzo formaggio formiche forno fortezza fortificazioni fortuna forza foto fragoline selvatiche Francesco francesi Francia freddo fresco friscioi frusta frutti fucile funghi fuoco furgari fusa gabbia gabbiani galleria gatti gatto Gavano gelato gelo Genova Gesù ghiaccio ghiandaia ghiro giallo Giampiero Laiolo giardini giardiniere giardino ginepro ginestra giochi gioia giorni giovani Giuseppe Giuseppina Gli Ausenda Glori gnomi gocce Goina gola Grace Kelly gradi grano grappa grata Grattino grazie Greci grigio grotta grotte guardie guerra gufo guscio habitat Halloween hobby hotel Giovanna idratante il sentiero dei nidi di ragno immagini Imperia incidente India infinito insalata insegna insegne insetti interno intrugli inverno Ippocastano Italia Italo Calvino labirinto laghetti laghetto laghetto dei noci laghetto delle noci lago Lago Degno Laiolo lampadario Lampedusa lamponi Lanterna lapide larice larve latte lavagna lavanda lavatoio lavoro lecci leccio legna legno leone Leopardi letargo lettera letto Levà Libereso Libereso Guglielmi libro ligure liguri Liguria limone limoni liquore Loreto Lourdes lucciole luce Lucertola lucertole luci Lucy Luisa lumache luna lupi lupo macchia macchia mediterranea Madonna Madonna della Neve Madonnina madre maggiociondolo mail Malva mamma mandorlo mangiare manifestazione mano manto marchesi mare margherita Marguareis Maria marinai marito marmellate marmo marmotta martire marzo masso matrimoni medico medievale medioevo meditazione melanzane mele melo menta meraviglia mercatino meridiana meteo mia mici micia micio microcosmo miele Milano militari miracoli miraggio Mirial mistero mitologia moglie Molini Molini di Triora molo mondo monete montagna montagne Montalto Montalto Ligure monte Monte Bignone Monte Carlo Monte Ceppo Monte FAudo Monte Gerbonte Monte Grai Monte Saccarello monti monumenti monumento Monviso mostra mucche mucillagini mulattiera mulattiere muli mulino munizioni mura murales muretti a secco muro muschio museo museo della lavanda muso Napoleone Bonaparte narici nascondersi naso natale natura nebbia negozio nenia nero nettare neve nido Nikon Niky ninfee ninna nanna nipoti Nizza Nocciola noccioli nocciolo nome nonna nonni nonno Nord notte notturno novi ligure Nuvola nuvole occhi occhiali oli olio olive taggiasche ombra ombrello onde operai opere oratorio orchidee ordinanza oriente origano orizzonte oro orti Ortica orto Ortovero ospedale Osvaldo Poggio pace padre Padre Pio paesaggio paese paesi palazzi palco palme panchina panchine pane panna panorama Pantan Pantano Papavero papà paradiso parchi parco Parigi parole parrocchia partigiani pascoli pascolo Pasqua passeggiata passeggiate passione passioni Passo della Mezzaluna Passo Teglia pastore pastori patate paziente pecore pelle pelo Pepe peperoncino percorso pernice pescatori pesce pesche pesci pesto petali petanque pezzi pianta piante piante grasse piatti piatti tipici piatto piazza pie piedi piemontesi pietra pietre pietre. Pieve di Teco Pigmy pini pino Pinocchio Pino Silvestre pioggia piove pipistrello pirati pittori Plinio Podestà poesia poeta poeti polline Pompeiana ponente ponte ponte di Loreto ponte romano popolo porta porte post potassio pozioni d'amore prati prato preghiera preistoria premio presepe prete prezzemolo prigioni prigionieri primavera Principe Alberto profumo pronto soccorso proprietà protezione proverbi pulci purè quadri quercia quiete raccolta racconti ragazza ragazzi raggi rami randagi rapaci ravioli razze re Realdo Redentore regali regalo regione regioni Repubblica di Genova Rezzo ricamo ricci ricercatore ricerche ricetta ricette ricordi ridere rievocazione storica rifugio rinfrescante rio ripieno ristorante ristrutturazione Riviera dei Fiori rocce roccia roditore Roma romane Romani rosa rose rosmarino rosso roveto rovi rovine rovo ruderi rugiada ruscello Russia sabbia Salamandra sale sali minerali salita salsedine salute salvataggio salvia san benedetto San Bernardo San Biagio della Cima San Giovanni san giovanni dei prati sangue San Pietro SanRemo San Remo sanremonews Santa Brigida santa lucia santuario saraceni Sardegna Savona scale scalogno scarpe scarpette della Madonna schiuma scioglilingua scogli scoglio scoiattolo scopo sculture scuola scuole secolo seconda guerra mondiale semprevivi sentieri sentiero Sentiero degli Alpini sentinella settecento Shakespeare significato simbolo smeraldo socia Socrate sogni soldati sole sorriso sottobosco spavento spezie spine Spinola squadra stagioni statua Statua del Redentore statue statuti Stella stelle stemma storia strada streghe stufa Sud suore superba Taggia tana tane tarassaco tasso teca tecnica tedeschi tempo temporale tenda terra terra brigasca terrazze terrazzo terreno testa testamento Tigro timo tinte tisana tisane tomba topina topine topini topino Toraggio tornante torre torrente torrente Argentina torri torta torture Tovetto Tovo tradizione tradizioni traduzione tramonto tranquillità trekking trifoglio Triora trote Trudy truppe tuffi tunnel U Camin uccelli uccello ulivi ulivo umidità unione università uomini uomo uovo upega uva vacanza valle Valle Argentina Valle Arroscia valle delle Meraviglie valli Valloria Val Nervia Val Tanaro vasi vegetale vegetazione veleno Ventimiglia vento verde Verdeggia verdure Vergine vermi vestiti vestito veterinario vetro viaggio viagra via Soleri vicoli vigili Vignai villa Villa Boselli Villa Curlo Villa Faraldi vino vino rosso Viola viole violette Viozene Virgilio virtù viso vita vitamina c vitamine vitello viuzze voce volare volpi Wikipedia zafferano zampe zampette zanzare zenzero Zerni Zeus zia zucche zucchero zucchini

Webmaster

Meg&Mel Design

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: