Dal Sentiero dei Piumisti alla Leca

Topi conoscete il promontorio pianeggiante chiamato La Leca? Probabilmente sì, di nome, ma magari non ci siete mai stati e allora ho deciso di portarvi con me.

Per arrivarci prenderemo il Sentiero dei Piumisti, del quale vi parlai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/12/11/accanto-al-zimun-per-il-sentiero-dei-piumisti/ e, anche questa volta quindi, lasceremo la topomobile dai Cubi dopo aver passato le zone di Gorda e di Grimperto sopra Triora.

Ora questo sentiero non è più ricoperto di neve e mostra un’erba dai colori pallidi. L’unica tinta più accesa è quella del rame che ha superato l’inverno ma anche il verde sta arrivando trionfante.

E’ il verde di foglie tenere che circondano i primi fiori dai petali ancora stropicciati.

Anche il colore del cielo oggi è sgargiante. Un azzurro vivido e intenso. Gli aerei sembrano dividerlo con le loro scie.

E’ un bel sentiero questo, abbastanza pianeggiante, per nulla faticoso e in terra battuta. Offre anche la possibilità di camminare su una moquette naturale. Occorre solo fare attenzione a qualche breve tratto nel quale la strada sembra scavata e può risultare scivolosa. Anche i passaggi sull’ardesia friabile, sporgenti verso l’abisso, sono da percorrere con cautela ma non fatevi ingannare dalle parole che uso per una precisa descrizione. Come vi ho detto, lo possono fare in molti.

Le conifere sono le piante più presenti, soprattutto fino ad arrivare a U Zimun (il Cimone), una montagnola che è considerata un punto di riferimento sia per questo sentiero che per quello sopra, più grande, percorribile anche in auto e che porta al Tunnel del Garezzo. Quella carrareccia passa proprio sopra le nostre teste.

C’è una bella vista da qui su gran parte della Valle e soprattutto sul Poggio di Goina con la sua croce simbolica.

Se si alza lo sguardo si può vedere anche U Cian du Russu (il Piano del Rosso) così chiamato a causa di una pietra che lo forma, simil ardesia, dal colore bordeaux.

Dell’acqua fresca sgorga da quelle rocce formando piccole cascatelle. E’ l’unico punto, vicino a me, nel quale il ghiaccio ancora resiste.

Se mi giro indietro posso invece vedere parte ampia della Catena Montuosa del Saccarello. Il Monte Frontè, del quale ne riconosco la Madonna bianca sulla vetta e U Ciotto de e Giaie (il Piano dei Torrenti).

Grossi spunzoni di roccia si affacciano sul vuoto pronti ad accogliere animali selvatici che si sporgono come ad essere in terrazza.

Tra le Conifere spunta, di tanto in tanto, qualche altro albero e diventa subito parco giochi per Cinciarelle e Cince More. Sono vivaci e allegre mentre svolazzano e cinguettano in mezzo a quella natura. Sono molto più gaie rispetto ai giorni precedenti. La Primavera sta arrivando e loro lo sentono.

Costruiscono persino i loro nidi, nei tronchi cavi, pronti ad accogliere le piccole uova che a breve deporranno.

La Leca la si vede già da lontano, il suo promontorio si distingue e non vedo l’ora di arrivare.

E’ un luogo bellissimo, sembra una prateria come quelle che si vedono nei film sugli Indiani d’America ma qui, anziché avere Bisonti, abbiamo le nostre simpatiche e bianche Mucche che vengono a nutrirsi di questa erba incontaminata. Ci sono infatti delle vasche che servono da abbeveratoi.

In lontananza si scorgono dei Caprioli, mangiano e trotterellano a quest’ora del mattino. La natura sembra in festa e io mi godo la pace assoluta che La Leca regala.

Una traccia, al centro dei suoi prati, appare come un sentiero che porta fino alla fine del promontorio e permette di ammirare un bellissimo panorama. La Valle si distende ed è meraviglioso osservarne i monti.

Si può anche vedere bene il sentiero che abbiamo percorso per arrivare sin qui. Taglia la montagna in mezzo a quell’erba in discesa.

Il Carmo dei Brocchi, da questo punto, mostra una bellezza che non ha eguali. E’ meraviglioso.

Qui, i Narcisi selvatici incontrati prima lasciano il posto ai Crocus bianchi e violetti.

Una volta giunti su questo piano e aver goduto della sua bellezza si può tornare indietro ammirando il tutto da una nuova prospettiva. Ancora meraviglia.

Che altro dirvi Topi miei?

Vi è piaciuto questo giro? A breve, questa zona, sarà ancora più ricca di fiori e di insetti di ogni tipo, come le farfalle ad esempio. Ci sarà ancora più vita. Vi consiglio quindi di venire a vederlo.

Io vi mando un bacio enorme e vi aspetto per il prossimo tour.

Dal Monte Grai a Cima Marta

Prestate molta attenzione all’escursione che vi racconto oggi perché è meravigliosa, bellissima, splendida ma anche pericolosa perciò vi chiedo vivamente di evitarla nei mesi invernali se non siete più che esperti e più che attrezzati.

Detto questo direi di iniziare a parlare di un luogo fantastico, che ho avuto il piacere di vedere nel suo abito più freddo ma vi assicuro che anche in estate è stupendo se non di più.

Oggi, infatti, vi porto nel bianco più totale, in mezzo alla neve che ancora resiste, su uno dei monti più noti e conosciuti della mia zona.

Andiamo a Cima Marta, montagna della Catena Montuosa del Marguareis, sul confine tra Italia e Francia, e la raggiungeremo passando dal Monte Grai che abbiamo conquistato partendo da Colle Melosa.

Dal Rifugio Grai, percorrendo in leggera salita la strada non asfaltata, si raggiunge il Vallone del Negrè ed è proprio questo il pezzo più pericoloso di questa avventura.

Un tratto di sterrata che, ahimè, ancora nel dicembre del 2019 ha visto purtroppo morti e feriti i quali sono stati inghiottiti nel suo infinito abisso.

Il dirupo del Negrè è severo e ha poca pietà durante l’inverno.

Restando chiuso all’interno del Monte Grai e di Colle Bertrand non prende sole e, nonostante gli altri tratti di questa sterrata ex militare siano soleggiati o propongono neve morbida e farinosa, in quel punto si forma un ghiaccio che non perdona. La poca neve che lo ricopre inganna.

E’ un ghiaccio particolare che durante il caldo del giorno si indebolisce un poco per indurirsi nuovamente nella notte a causa dell’esagerata escursione termica. Una condizione particolare quindi, in un punto in cui il passaggio è stretto e non ci sono protezioni. E’ scivolosissimo. Dovete credermi, più di una pista di pattinaggio.

Oltrepassato questo luogo, il resto diventa facile e molto bello da ammirare. Le uniche cose che occorrono sono resistenza e abbigliamento adatto per non bagnarsi (soprattutto per quel che riguarda le calzature).

Si procede ammirando la Valle Argentina in tutta la sua bellezza e oltre. Si ammirano i monti della Francia e si cammina su tappeti molto ampi di aghi di Larice che propongono un arancio vivo in mezzo a tutto quel bianco candido che abbaglia riflettendo il sole.

Il Larice, che in autunno colora i miei monti, è l’unica conifera che perde le sue foglie per rimetterle nuove in primavera.

Interi boschi di questo saggio e alto albero ricoprono le pendici di quelle montagne sulle quali sto viaggiando e creano un’atmosfera attraverso la quale non è difficile immaginare Lupi spuntare da dietro qualche tronco.

La vista delle antiche casermette mi fa capire che sono arrivata.

Un enorme spazio bianco, leggermente a conca, le contiene. Si ergono queste strutture totalmente in pietra utilizzate come punto difensivo durante la Seconda Guerra Mondiale e oggi sono davvero affascinanti da guardare anche se in rovina.

Alcune parti di queste fortificazioni, comprese quelle sparse nei dintorni, sono addirittura più antiche e la loro costruzione risale alla fine dell’800.

Questo era considerato un luogo strategico in quanto, da qui, si poteva osservare bene parecchio territorio.

L’ampiezza riempie il cuore. La neve domina su ogni cosa.

Delle nuvole sembrano onde che giungono cavalcando impetuose per ricoprire tutto ma è soltanto uno strano effetto ottico.

Attorno a questo spazio sono diverse le rotabili che si smistano portando in vari luoghi e si nota bene la vetta morbida di Marta, conosciuto anche come Monte Vacchè, che domina quest’area militare dal lungo passato.

Intendo raggiungerla, ammirarla bene nella sua ampia curva sinuosa.

La sua altezza tocca i 2.138 mt ma già all’inizio delle sue pendici si può godere di una vista davvero suggestiva.

Al di là del panorama meraviglioso a livello generale ci si può soffermare e ammirare a 360° quello che è un paesaggio che ha molto da dire.

I monti francesi sono aspri e innevati. I Balconi di Marta, di fronte a me, sono poco distanti.

Dopo un pezzo di infinito posso vedere la bellezza dolomitica del Monte Toraggio, l’austerità del Monte Pietravecchia, la Valletta e il Monte Grai che ho appena oltrepassato.

Che luogo magnifico e interessante. Non ci si annoia di certo, c’è tanto da guardare, da conoscere, da sapere.

Per questo mi fermo e contemplo tutto quello che mi circonda prima di far ritorno per la facile carrareccia che ho percorso a salire.

Quindi vi saluto Topi, sono incantata e voglio restare incantata ancora un po’.

Alla prossima! Un bacio bianco a tutti voi!

La dolcezza che inganna di Cima Donzella

Cima Donzella, o della Donzella (su alcune mappe è segnata anche di Donzella) è un monte molto importante della Valle Argentina.

Si tratta infatti del monte che con il suo pendio forma, assieme a quello di Monte Arborea, la conca del famoso Passo della Mezzaluna sullo spartiacque tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia.

Un monte che, a vederlo, appare dolce, dalla vetta arrotondata e i crinali morbidi ma è in realtà abbastanza dura riuscire a salire fin sulla sua punta.

Per questo direi che le sue curve armoniose sono un po’ ingannatrici ma, ovviamente, non serbano ostilità anzi… La natura è totalmente impregnata di gioia, amore e bontà, lo sappiamo.

La sua forma è quella di un seno materno ed è bellissimo ammirarne la silhouette per la strada che conduce al Ciotto di San Lorenzo.

Cima Donzella, che è alta 1636 mt si trova affianco a Monte Bussana ed entrambi appartengono alla Catena Montuosa del Saccarello.

Abitata da Camosci e Caprioli, che dalla sua vetta si lanciano giù in picchiata verso la Valle, questa montagna, non altissima, fa proprio venir voglia di conoscerla meglio e i suoi ripidi pendii si decide di percorrerli per poi continuare sui crinali dei monti più belli della Valle Argentina.

Si tratta di un monte che, nella sua lunga esistenza, ha visto muoversi tanta natura e tanta storia su di lui e sotto di lui ma ha anche assistito a eventi di carattere militare e alla vita di molti pastori, ergendosi proprio su pascoli fondamentali.

Abbracciato dalla Strada Marenca e trovandosi nel mezzo di un crocevia, è diventato col tempo persino punto di riferimento tra i Comuni di Molini di Triora e di Rezzo.

Proprio in questo periodo, la sua terra sta permettendo ai Crocus di sbocciare per vestirsi di un abito più primaverile e colorato.

I toni del bronzo dati dall’erba essiccata e quelli del bordeaux di una strana ardesia ci sono ancora e sembra così di guardare un monte che emana calore nonostante il frescolino che si percepisce quassù.

La vista che offre è, come sempre accade sui miei monti, splendida anche da parte sua.

Da qui si vedono bene anche diverse e conosciute montagne francesi, ancora innevate, come il Monte Bego.

Di fronte a me ecco la magnificenza del Monte Toraggio, del Pietravecchia, della Valletta e del Grai. Più sotto, Rocca della Mela e più a destra Sua Maestà Rocca Barbone.

Il Praetto è ben visibile e pulito. Una radura che a breve sarà piena di fiori e farfalle ma che oggi non raggiungerò per godermi questo spazio e questo monte di cui vi sto parlando.

Diversi stormi di uccelli le svolazzano intorno divenendo emblema di libertà assoluta e lo spazio immenso che si percepisce osservando il luogo in cui questo monte sorge è davvero infinito e parla di vastità e bellezza.

Da qui si possono ammirare nuvole lontane che vengono accolte dalle correnti della Valle e iniziano a giocare scontrandosi con gli altri rilievi montuosi che abbiamo di fronte. Sembrano curiose e sorvolano sopra i borghi come a volerli abbracciare.

Poi passano, vanno, lasciando solo il ricordo della loro fresca presenza. Oppure restano, spesse come grandi e soffici coperte, ad avvolgere quel magnifico mondo che vedo sotto di me.

I primi insetti fanno capolino con il loro volo già vivace alla ricerca di un po’ di nettare o di qualche preda. Questa montagna, al momento, può offrire poco. Tutto è appena nato su di lei, ma quel poco basta a far assaporare una vita nuova che sta nascendo.

Tra breve la vedrò tutta verde. Sarà un verde chiaro ma intenso a ricoprirla e sarà ancora più spettacolare. Ovviamente la farò vedere anche a voi.

Adesso però vi devo salutare, molti altri articoli da scrivere mi aspettano e quindi scendo da qui e corro in tana.

 

Vi mando un bacio gentile da vera Donzella.

Da Colle Melosa al Rifugio Grai

Esiste un sentiero che da Colle Melosa porta al Rifugio Grai posizionato sul monte omonimo.

E’ un sentiero che taglia una montagna dall’altezza ridotta, un po’ in salita e anche un po’ faticoso a scendere, visti i tratti con abbondanti pietre al suolo ma assolutamente fattibile.

Da fare se si vuole poi godere di un panorama davvero mozzafiato, spesso reso ancora più incredibile dai giochi che le nuvole si prestano a mostrare. E sono giochi stupendi, mai banali.

Subito dopo la Locanda di Colle Melosa, si sorpassa il rudere di una vecchia postazione militare, un piccolo edificio e una baita continuando a rimanere sulla strada principale.

Dopo pochi metri, oltre questa casa solitaria, anziché continuare per lo stradone che diventa sterrato, ci si inoltra in un percorso ben visibile che inizia sotto l’ombra di diverse Conifere. Si tratta di una stradina che rimane sulla destra ed è unica, senza deviazioni, basta salire.

Salire, sì, certo. Ma, attenzione, occorre tener presente che gli occhi servono ben aperti e serve guardarsi attorno.

Il motivo è la presenza di molta fauna e avifauna che popola quella zona. Non sarà difficile infatti notare sulle montagne di fronte Caprioli e Camosci o Aquile e Corvi Imperiali sorvolare quei cieli.

Tenete anche conto che stiamo per raggiungere un luogo abitato dai Gracchi Alpini. Ebbene sì, questi uccelli, simili a dei Corvi ma più piccoli, hanno preso residenza da parecchi anni proprio sul Rifugio.

Ma andiamo con calma, abbiamo un po’ di strada da fare anche se siamo su un cammino abbastanza breve. E’ interessante anche la natura che ci circonda più da vicino e che quasi calpestiamo.

In questo periodo stanno nascendo i primi Crocus che, ancora chiusi e timidi, si rizzano tenaci in mezzo ai fili d’erba inariditi dal gelo. Sono molto teneri ma danno un tocco di colore in mezzo a tutte quelle tinte ancora assonnate e, a bassa voce, parlano già di primavera.

Tra il Semprevivo che ha patito l’umidità invernale e aspetta il caldo, si può notare anche la Stregona Candida con le sue foglie spesse e lanose che spuntano tra gli steli di quello che sembra essere fieno.

Questi doni di Madre Terra si iniziano a intravedere dopo aver abbandonato le Conifere a inizio percorso, le quali, sono splendide da osservare quando, ricoperte di nebbia, si bagnano fino a gocciolare dai loro aghi stille d’acqua come se piovesse.

Il resto del sentiero è all’aperto e sotto il sole, soprattutto durante la prima parte della giornata. La bruma però scende sovente nel pomeriggio e al calar della sera se non si è in piena estate.

Già salendo lo sguardo viene appagato da un bel vedere unico. I monti intorno sono bellissimi e le nuvole, sempre più basse rispetto a noi, sembrano giocare a rincorrersi muovendosi veloci nel cielo. Sembrano enormi coperte di cotone. La loro presenza però non ci ha proibito di godere di un’alba bellissima come sempre accade qui a Colle Melosa.

Il Rifugio, nostra meta, lo si può già vedere. E’ incastonato nel Monte Grai come una pietra preziosa e mostra tutta la sua facciata principale. Lunga e grigia.

Le sue finestre oggi sono delle aperture senza protezione ma un’unica grande finestra è la vista che offre su tutta la mia Valle.

Giunti alla sua base non si può non ammirare il Monte Gerbonte, il più vicino a noi da qui che, meno alto degli altri, riposa in tutta tranquillità in mezzo alla Valle.

Ma la sua immagine ci mostra una montagna davvero caratteristica e spettacolare con le sue rocce che salgono verso il cielo e le distese di Larici che lo ricoprono. Appare ruvido, severo, ma se lo si guarda in autunno, grazie al generoso foliage dei suoi alberi, regala palcoscenici molto colorati e dona calore.

Da qui ci si incanta anche a vedere la famosissima Diga di Tenarda. Un lago artificiale creato all’inizio degli anni ’60 e che, in questa stagione, sembra un lago selvaggio del Québec. Una piccola parte delle sue acque è ancora ghiacciata, se ne denota il brillio, ma lo spettacolo più intenso lo regalano gli alberi attorno che riflettono la loro figura in quello specchio immobile.

E’ meraviglioso poter vedere la Catena Montuosa del Saccarello. La si vede perfettamente stagliarsi contro l’infinito. Si riconoscono tutti i miei monti, uno per uno, e fra loro è ben visibile anche il Passo della Mezzaluna.

Ci si può sedere su quelle pietre e su quel bordo che mostra il dirupo. Ci si può sedere e ammirare tutto con serenità. Quello che si vede riempie il cuore nella sua zona più profonda e un senso di gioia pervade tutto il corpo. E’ bellissimo, è come essere in cima al mondo.

A scendere, come vi dicevo, si può faticare un poco a causa delle pietre, alcune dissestate, che si incontrano lungo il cammino ma vi assicuro che non c’è nulla di difficoltoso in questo.

Si fa quindi ritorno alla Locanda dove ci aspetta la Topomobile e, piena di ricchezza dentro me, posso rintanare.

Non mi resta che lasciarvi un bacio grande quanto grande è ciò che ho visto e andarvi a preparare il prossimo articolo che sarà davvero suggestivo.

A presto quindi! Squit!

Il sentiero oltre le mura

Triora è un borgo meraviglioso da visitare. I suoi carruggi raccontano di storie antiche, di streghe, di battaglie e signorotti.

È suggestivo camminare per quei vicoli, toccare le pietre che reggono quelle case imponenti, ammirare i contrafforti che parlano di unione.

Appare assurdo notare come, in alcuni punti, i potenti raggi del sole non riescono ad entrare nonostante stiano picchiando su ogni tetto con forza e calore. Si possono ben vedere e ben sentire, fuori le mura del paese.

Ai confini di quell’abitato che da qui, senza più case attorno, mostra la mia splendida vallata. Fuori le mura che, un tempo, chiudevano il villaggio in un mondo a sé, totalmente autonomo. Fuori da mura che proteggevano chi viveva all’interno.

Ed è da qui, verso Sud, che nasce un sentiero panoramico assolutamente da percorrere, costeggiando così Triora dall’esterno. È un sentiero a salire che ci porterà verso la parte più alta del paese ma, soprattutto, ci farà giungere in uno dei luoghi più noti di tutta la Valle Argentina.

Si tratta della “Cabotina”, un piccolo spazio dove molti molti anni fa, secondo la voce del popolo, le streghe si ritrovavano di notte per ballare col diavolo.

La natura è assai presente lungo questo percorso ben delineato in terra battuta e ciottoli.

Oltre ad alberi spogli e arbusti verdi posso già notare fiori di Calendula e Borragini destinati ai più golosi. Preziosi doni di Madre Terra già sbocciati nonostante il freddo mese di gennaio.

È entusiasmante vedere da qui Molini di Triora laggiù in fondo. Lo si vede in tutta la sua grandezza, disteso lungo il torrente. Di lui si notano i tetti rossi delle case, il campanile della chiesa e i monti che lo circondano. Si vede bene anche la Strada Provinciale che si percorre per salire su in Valle, partendo dal mare.

Al di sopra sonnecchia Andagna appoggiata sul monte. E’ riconoscibile anche la sua piccola chiesetta di San Bernardo alla sua destra.

Anche il paese di Corte è una meraviglia visto da qui incorniciato da foglie vive e turgide.

Ebbene sì, da come potete vedere, la vista è ampia e splendida.

All’inizio di questo percorso, ciò che resta di quelle mura in pietra, si vede ancora bene e, in principio, si passa sotto ad una volta, anch’essa in pietra, che un tempo doveva essere una delle varie entrate nel villaggio. E’ stretta e ricoperta di rovi. Immagino guardie davanti a lei a controllare il territorio. Chi si avvicinava e chi usciva dal borgo.

Tratti di quelle rovine accompagnano lungo tutto il cammino, anche se di loro è rimasto ben poco e, quel poco, oggi, è ricoperto da una natura selvaggia e ingorda.

Ci sono delle costruzioni. Sembrano vecchie case. Sono dei ruderi. Si individuano delle finestre e delle porte nelle pareti restanti. Forse erano le case delle sentinelle o abitacoli nei quali accordarsi per decidere come muoversi contro il nemico.

Continuando si arriva in un punto in cui degli scalini e un po’ di salita ci portano sempre più vicino alle zone abitate dalle streghe. Dei paletti di legno servono da ringhiera e muretti in pietra, più recenti, formano quel tratto di strada.

Il piazzale nel quale si giunge è lastricato di pietre piatte e lisce. Ci si può ballare sopra sicuramente ma le bazue, di certo, avranno danzato su un terreno più rude.

Anche da qui un altro splendido panorama arricchisce gli occhi. Si può vedere una parte della Catena Montuosa del Saccarello ed è una meraviglia.

Alcune piccole porte in legno sono dipinte. Sono diverse le porte disegnate in questo paese conosciuto come la “Salem d’Italia”.

L’atmosfera è diversa adesso rispetto a prima. Si entra nell’arcano.

La rappresentazione di una bella strega dai capelli rossi lo conferma. Accanto a lei uno scaffale pieno di erbe essiccate per ricordare gli elisir e le pozioni che queste donne creavano.

Donne vissute nel XV secolo e perseguitate dall’Inquisizione che qui, a Triora, è stata davvero protagonista per molti anni.

Una passeggiata breve, tranquilla, da fare se ci si vuole rilassare e per vedere questo paese, conosciuto in tutto il mondo, e la mia Valle anche da un altro punto di vista.

Ora mi guardo i vecchi casoni che si trovano proprio qui, alla fine di questo sentiero.

Un bacio stregato a voi! Alla prossima!

Dal Praetto ai Confurzi fino a Santa Brigida

Dal Passo della Mezzaluna, prendendo il sentiero tra i pascoli che taglia i Monti Donzella e Bussana arrivo ad una piccola radura chiamata il Praetto (Piccolo Prato).

È un sentiero molto carino, pulito, arricchito da un vasto panorama e tanta erba che, in questo periodo, è addormentata.

Le zampe poggiano su schegge di una particolare Ardesia. È bicolor, grigia e bordeaux. I coriandoli della Terra. Sono friabili, si rompono facilmente.

Appena intrapreso questo sentiero, se mi giro indietro, posso vedere ancora una piccola parte del Passo e il Monte Arborea illuminati dai raggi del sole.

Se guardo alla mia sinistra, invece, si apre un panorama bellissimo, fatto di monti e paesi.

Al Praetto si arriva in fretta e anche qui si può godere di una vista spettacolare.

Se mi giro verso la Catena Montuosa del Saccarello, un bosco di Conifere inizia in discesa e nasconde diversi animali. Un Gallo Forcello mi ha quasi spaventata partendo all’improvviso davanti alle mie zampe e andando a nascondersi lì, tra quegli alberi dalla corteccia ruvida.

Ma non devo passare di lì, in mezzo a quel verde scuro. Devo dirigermi in giù, verso Andagna e più precisamente verso la piccola Chiesetta di Santa Brigida. Sbucherò infatti dal tornante sopra di lei.

Inizio per quello che non ha più niente a che vedere con il sentiero piano e pulito di prima.

Sono in discesa su un terreno sconnesso. Non è pericoloso ma vi posso assicurare che tonifica di sicuro zampe e glutei.

Piccole frane, piogge e Cinghiali han reso questo tratto di bosco abbastanza impegnativo. Le foglie secche a terra (ce n’è una quantità industriale) ricoprono pietre tonde che rotolano e scivolano se ci si mette una zampa sopra, perciò occhio a non prendere storte che lo so che non siete agili come me.

E’ bellissimo vedere come il suolo muta dopo qualche metro; prima è ricoperto da foglie di Nocciolo, poi di Castagno, poi di Roverella e così via, cambiando tappeto molto spesso.

Sono infatti circondata da alberi, alberi dalla forma anche strana e mi rendo conto che alcuni sono la tana di qualche parente.

Continuo a scendere per quel bosco fatto di massi e tronchi fino ad arrivare dove a regnare è l’acqua. Eccomi giunta nella zona chiamata I Confurzi (ad indicare acqua che confluisce).

E’ tutto bagnato attorno a me. L’acqua sgorga da ogni dove e scende verso fondo Valle.

Ci sono piccoli edifici in pietra e cemento chiusi da porte verdi. Ci sono fontane e rii.

Le piccole onde e gli spruzzi scavalcano pietre e rami.

E’ acqua fresca, limpida e allegra che passa sotto le foglie, crea pozzanghere e ruscelli.

Il sentiero si appiana. Si passa vicino a delle alte rocce sotto alle quali noto le prime Primule di quest’anno e anche qualche Helleborus Faetidus sempre pronto a sbocciare. Ama le zone umide e ombrose e non patisce il gelo. Ne ho visti molti sopravvivere con tanta neve attorno.

Conosco anche un nuovo Tizio, mai visto prima, sembra un Maggiolino con le borchie ma riesce a sparire prima di rivelarmi il suo nome.

Quando non ci sono alberi si può vedere una bella parte di Valle fatta di montagne ricoperte di un verde pallido e spento che sembra velluto.

E’ tutto bellissimo e, laggiù in fondo, intravedo già la mia meta, il Santuario conosciutissimo al quale molte persone della Valle Argentina sono affezionate. Nella foto (scattata dalla parte opposta di dove mi trovo oggi) potete vedere da dove sbucherò quando giungerò in fondo a questa mia escursione.

Incontro un’edicola solitaria in mezzo a tutta quella natura. E’ bianca, anch’essa in cemento. Uno dei tanti emblemi del culto mariano molto sentito in zona.

Anche una specie di costruzione realizzata con le pietre del luogo sembra voler abbellire quel posto. Stanno ferme e in bilico.

Immagino che d’estate questo posto sia pieno di fogliame e fiori. Sono sicuramente tante le specie di flora che arricchiscono questo territorio anche se, in questo periodo, devo accontentarmi di un Creato più svogliato e ancora sonnolente. Splendido comunque.

Si arriva al traguardo senza nessuna fatica. Dopo quei primi cinquecento metri, di cui vi ho parlato a inizio post, il sentiero e bello e pianeggiante.

Anche questa volta ho vissuto una bella esperienza e ho visto un luogo che ancora non conoscevo e che mi ha colpito per il suo incredibile silenzio.

Un silenzio rotto solo dallo scorrere dell’acqua.

Bene Topi, come avete visto sono arrivata, non mi resta che salutarvi e aspettarvi per il prossimo tour che faremo assieme, come sempre!

Un bacio schioccante a voi!

Dalle antiche case di Drego al Passo della Mezzaluna

Quella che ho vissuto oggi è stata un’avventura emozionante e la voglio condividere con voi portandovi in luoghi dalla bellezza mozzafiato, facendovi conoscere alcuni miei amici animali e mostrandovi un panorama senza eguali. Vi piace l’idea? Bene, allora inizio.

Inizio da antiche case in pietra, case di pastori, case alcune diroccate oggi, altre rinnovate. Sono le case di Drego, piccola e amata frazione della mia Valle, a 1100 mt s.l.m. 

Da queste case, e da ciò che di loro resta, mi avventuro costeggiando i bellissimi monti che mi permettono di giungere al loro Re, il Carmo di Brocchi. Questa volta potrò vederlo da sotto, dal suo versante a Sud Ovest, la parte più aspra, rocciosa, severa.

Dopo A Rocca du Luvu (La Rocca del Lupo) un’edicola attrae la mia attenzione e mi dirigo verso i bareghi (ruderi).

Cammino su erba ghiacciata. È appena giunta l’alba e la brina può ancora ricoprire quel mondo dalle sfumature tenui prima di sciogliersi al calore del sole.

Il sentiero è morbido. Nonostante qualche roccia, la terra battuta e l’erba cotta dal gelo mi permettono di procedere in silenzio e posso così udire diverse volte il verso di alcuni rapaci.

Sentirne il richiamo è bellissimo ma vederli è ancora più emozionante. Non so ancora che verrò accontentata a breve ma attendo fiduciosa il loro presentarsi.

D’un tratto, infatti, un’Aquila Reale si mostra a me in tutta la sua bellezza sorvolando la Valle e tutto quel vuoto da Nord a Sud.

Plana, poi sbatte le ali, volteggia e si lascia fotografare quasi vanitosa. Come ad essere sicura di aver fatto breccia nel mio cuore, decide di tornare indietro e mi regala ancora diversi minuti di spettacolo.

Da dov’è lei mi rendo conto che stiamo ammirando lo stesso panorama e mi sento una privilegiata. Tutta quell’immensità che mi circonda si trova sotto al suo sguardo e sotto al mio cuore. Sono alta quanto lei.

Mi accorgo di vedere bene Rocca della Mela, vedo sui suoi pascoli un gruppo di Mucche che brucano e ne sento il din don dei campanacci che mi porta il vento.

Proseguo in quello scenario montano che sa di valli incontaminate e indisturbate disposte a regalare il meglio. Le discese alla mia sinistra mi ricordano quelle “ardite” di Battisti e della sua “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…”.

Il Timo e la Lavanda hanno le foglie sottili in questo periodo, sembrano vuote, ma sono piante robuste, non patiscono neanche il gelo e rilasciano ancora il loro piacevole profumo come negli ultimi caldi mesi precedenti.

I miei monti sono meravigliosi visti da qui e sembrano abbelliti da pietre preziose che sarebbero i paesini che ben conosco.

La strada, che da Andagna conduce a Drego, sembra ora un grosso serpente che si insinua tra i pascoli ma le sue curve sono dolci e familiari. Vedo bene tre dei santuari più noti della zona: Madonna del Ciastreo di Corte e San Bernardo e Santa Brigida di Andagna.

È la strada che conduce al Passo della Teglia e, in questa stagione, permette di vedere spettacolari tramonti mentre i raggi del sole vanno a nascondersi dietro al Toraggio.

Il marrone, l’ocra e il bronzo sono i colori più presenti ma sono molte le sfumature di verde che posso vedere vicino e lontano da me.

Alcune montagne, viste da qui, mostrano linee ondulate di roccia dai tratti sporgenti e color pesca. Diversi cespugli sembrano batuffoli di cotone tinto e ammorbidiscono persino ciò che l’occhio vede.

Avanzo in quella natura selvaggia fatta di quiete e sono due, adesso, le Aquile Reali che volteggiano sopra la mia testa formando grandi cerchi nel cielo. Che meraviglia!

Le emozioni però non sono finite, me lo sento, e avrei potuto scommetterci dal momento che subito il mio sguardo si incanta su un gruppetto di Camosci. Uno più bello dell’altro.

C’è il Camoscio sentinella che mi guarda tra lo stupore e la preoccupazione. C’è il Camoscio curioso del quale spunta solo il muso da dietro un grande masso. C’è mamma Camoscio con Capretto, Camoscio unicorno che ha perso uno dei due cornini, Camoscio pigrone che se sta accovacciato su una pietra sporgente e diversi Camosci sportivi che corrono tra un arbusto e l’altro.

Mi fanno sorridere, sono dolci e simpatici allo stesso tempo ma… non sono gli unici a correre.

Girandomi verso sinistra ho la fortuna di cogliere la suggestiva corsa verso cresta di tre Caprioli e un Cinghiale. Mi danno immediatamente la sensazione di “convivenza felice”. Due specie totalmente diverse. Chissà se si stanno totalmente disinteressando l’uno degli altri o se si riconoscono tra loro e stanno assieme per volere. Penso che sia uno dei tanti segreti della natura e non ho bisogno che mi venga svelato. Lo amo per quello che è.

Ho amato quel momento per quello che era e per quello che mi ha dato e, non lo nego, mi ha fatto molto ridere. Erano intenti a correre, come per allontanarsi da qualcosa, ma non erano terrorizzati e questo mi ha sollevata.

Finito quello spettacolo per il quale non ho dovuto pagare nessun biglietto continuo a costeggiare i miei monti.

Dietro ad una curva, che vedo ancora lontana, so esserci il Passo della Mezzaluna ma non riesco a immaginare la sua bellezza da questa prospettiva pur conoscendo molto bene quel luogo al quale sono molto affezionata.

Non riesco a immaginare che, ancora una volta, sarà in grado di lasciarmi senza fiato.

Prima di giungere alla mia meta incontro vecchi casoni dei quali sono rimaste solo rovine.

Il sole ora batte in modo più intenso. Una fontanella dalla quale sgorga acqua ghiacciata fa apparire quel posto come il ricordo di un antico villaggio. Ci sono ancora le piatte ciappe di Ardesia dei tetti e alcuni travi in legno ricoperti oggi da un muschio chiaro e soffice come quello che ho visto su molte rocce.

Qui mi fermo assaporando con l’animo quello che queste vecchie dimore suggeriscono. Un Corvo Imperiale si libra nell’azzurro e, mentre mi passa sopra la testa, posso vedere bene tutta la sua nera e scintillante bellezza.

Sono in cima ad una delle tante vette che mi circondano. Posso ammirare una vasta parte della mia Valle e tutta quell’immensità nitida e piena di vita mi arricchisce.

Qui non ci sono pensieri, non ci sono turbamenti, solo emozioni forti e meravigliose.

Alcune me le regala un’Albanella Reale. Che uccello stupendo! E’ una femmina e presenta delle chiare tinte ocra e avorio sferzate da righe nere. E’ a caccia. Ha un volo particolare e a raso terra. Afferra qualcosa e si sofferma per mangiare. Un altro evento emozionante che mi godo quasi commossa.

Si è lasciata ammirare in lungo e in largo, sotto e sopra, davanti e dietro per tanti tanti minuti. Insomma, mi ha fatto un regalo davvero grande.

L’ultimo tratto che mi porta al passo mi fa camminare su un tappeto di neve ghiacciata. Serve fare attenzione e sfrutto le impronte degli animali più grandi di me come appoggio. Grazie!

Ed ecco lo spettacolo che stavo aspettando! Cavoli! Non l’avevo mai visto da questa parte e non l’avevo mai visto in questa atmosfera.

Oh! Si! Dovete sapere che la Natura muta in continuazione ad ogni stagione, in ogni mese e persino ad ogni ora! E ogni volta è una sorpresa incredibile.

Ora che sono giunta sin qui mi godo questa bellezza e poi mi preparerò per raggiungere un’altra meta. Verrete di nuovo con me ma questa è un’altra storia.

Alla prossima quindi, tenete gli zaini pronti!

Un bacio fortissimo a voi!

Regina per un giorno nel Castello di Triora

Oh! Si! So già che state pensando: “Topina! Ti accontenti di poco!” ma è perché non sapete cosa riesco a fare con la fantasia e l’immaginazione. Ma oggi ve lo mostro.

So bene che andiamo verso quello che ormai è solo un rudere ma sono tante le cose che ci attendono quindi seguitemi.

Venite con me, vi conduco nel mio… Castello!

Ci saranno paggi e valletti, guardie e principi, tanta storia e, dalla torre più alta, potremmo vedere un panorama meraviglioso.

Nel bel mezzo dell’antico borgo di Triora prendiamo per Via Castello da Fontana Soprana. In realtà, il mio Palazzo Reale, si può raggiungere da diverse vie ma questa salita di ciottoli, che si srotola tra le case del borgo, mi piace molto.

Mi soffermo a guardare i miei monti. La loro immensità, il loro stagliarsi contro il cielo e cullare i paesi di Corte e Andagna.

Sorrido a quella bellezza e mi dirigo verso la meta di cui vi parlavo conosciuta anche con il nome di Castrum Vetus Triorae e che fu realizzata intorno al XII e il XIII secolo.

Il Capo delle Guardie mi viene incontro per salutare Sua Maestà. Ha un’espressione rude ma in realtà è un coccolone. Dovete capire che deve mantenere un certo contegno e una certa autorità per farsi rispettare da tutti i soldati.

Dopo avermi riempito per bene di pelo, miagolando a più non posso, mi lascia libera di giungere a Casa mia.

Tutti acclamano la Regina suonando trombe e sventolando bandiere. Le fiaccole appese fanno una gran luce grazie alle fiamme ardenti le vedete anche voi?

Ma come no? Guardate bene! Cola persino ancora la cera da quei porta-torce in ferro battuto. Che meraviglia!

Quanta pietra robusta a realizzare quello che un tempo era un fortino inespugnabile.

Quello che posso mostrarvi è poco: un bastione, un torrione dal quale un tempo si poteva scorgere il nemico arrivare e qualche pezzo rimasto del muro di cinta.

La vista da qui, infatti, è ampia e se mi arrampicassi fino in cima potrei vedere anche la strada principale di sotto ma mi accontento di vedere, da varie prospettive, i tetti rossi di Triora, il campanile e tutta la natura che circonda il paese.

E’ uno sguardo pieno di entusiasmo il mio.

Le case sembrano appiccicate le une alle altre e, viste da qui, appaiono decisamente più piccole.

Le restanti rovine mi permettono ancora di percepire l’altezza e la stabilità di questa costruzione.

Eppure dovete sapere che è stata distrutta diverse volte, sembrerebbe quattro volte, persino dagli stessi trioresi arrabbiati a causa delle tasse troppo alte che venivano imposte. Eeeeh… i miei antichi convallesi non erano certo degli smidollati! Perbacco! Siamo nel Paese delle Streghe mica in quello dove si pettinano i criceti!

Questo Castello appartenne infatti anche ai Conti di Ventimiglia i quali, come vi ho già spiegato in altri articoli, non erano proprio molto apprezzati dal popolo.

In un altro tempo, invece, questo luogo storico e fantastico era l’abitazione dei signorotti locali ma appartenente ovviamente anche alla Repubblica di Genova, dal 1267, come tutto questo territorio d’altronde. La torre era infatti definita – bastione difensivo della Repubblica -.

Sotto di lei sorgeva il Cimitero e, durante gli ultimi lavori esterni (avvenuti nella prima metà del 1800) vennero rinvenute parecchie ossa umane trasportate poi in quello che è ancora oggi il nuovo Camposanto e che tuttora riposa oltre il sentiero Beato Giovanni Paolo II.

Sto fantasticando in quello che venne per molti anni considerato uno dei punti più strategici di tutta la Valle Argentina.

Sto cercando la Sala del Trono, dovrò ben sedermi dopo aver fatto tutti questi passi in lungo e in largo, ma la mia attenzione viene nuovamente rapita dai bordi frastagliati di alcune mura. Posso di nuovo vedere i miei amati monti.

In realtà, quei perimetri, sembrano non finire come ad avere un proseguo infinito chissà dove. Mi è facile immaginare un vero e proprio Palazzo dai tratti severi e solenni.

Il piazzale davanti è un lastricato di grigia pietra e oggi è divenuto un balcone che si affaccia sulla mia Valle. In antichità invece era l’entrata del Castello ma anche il centro della cosiddetta “Cittadella”.

La Cittadella era un nucleo abitativo totalmente autosufficiente e racchiuso dentro a delle mura nella quale i trioresi vivevano senza bisogno di nulla se non quello di vendere o barattare i propri prodotti. Essi coltivavano, cucinavano, lavoravano sempre all’interno di questo feudo e protetti.

All’interno del bastione, se si alza il naso all’insù, si può vedere il cielo perché non esiste il tetto ma, oltre al velo azzurro, vedo trecce bionde e lunghissime scendere giù da quelle feritoie e Principi Azzurri pronti a… ehm… ma no, forse questa è un’altra fiaba.

Beh, lo scenario qui è talmente bello che sembra di essere in un mondo magico e in un tempo che fu. E’ assai facile confondersi.

L’entrata della torre è piccola e dalla volta tonda, sembra la porta di una cripta, mentre è interessante osservare la trave in legno che fa da portale a quello che doveva essere un vero e proprio uscio.

Durante la costruzione di questo edificio non era ancora stata usata l’ardesia come architrave.

Compio ancora un giro intorno a tutto ciò che resta del noto Castello e sogno ancora un po’, fino al calar del sole. Il Toraggio si illumina di nuova luce così come le case dei trioresi e il mio animo.

Adesso c’è ancora più silenzio e l’atmosfera è splendida da vivere. Con una zampa accarezzo un’ultima volta quelle pietre. Chissà cosa hanno visto da quando sono qui. Quali abiti? Quali persone? E chissà se hanno sentito urlare, o ridere, o chiamare, o suonare antichi strumenti.

Lascio immaginare anche un po’ voi, io devo rientrare in tana perché ho un altro post da scrivere.

Alla prossima topi! Un bacio regale a voi.

Camminando tra le nuvole a Carmo dell’Omo

Solitamente, dal Passo della Teglia, per raggiungere il Ciotto di San Lorenzo si percorre il sentiero facile e ben visibile che attraversa la spettacolare Faggeta di Rezzo.

Questa strada, che si può definire una vera e propria mulattiera adatta a tutti, la si prende sia all’andata che al ritorno ma oggi, invece, partendo dal Ciotto per far ritorno, voglio portarvi con me attraverso un altro itinerario per giungere poi nuovamente a Passo Teglia.

Abbandonando quindi il boschetto di Conifere alle quali, oltre la Sotta di San Lorenzo, i Faggi hanno lasciato il posto verso il Passo della Mezzaluna, si circoscrive la dolina e si prosegue verso le pendici del Carmo di Brocchi (1.610 mt).

Non è difficile fare simpatici incontri. Alcuni sono così allegri e carini da sembrare un buon augurio, come questo simpatico Fringuello che mi osserva mentre mi avvicino.

Salendo sopra al Ciotto, in direzione Sud, si raggiunge quella che è una delle opere più note e visitate della Valle Argentina e cioè un antico menhir che si dice essere collegato all’azimut del sole risultando così una specie di meridiana.

Ora siamo in un punto totalmente aperto. Possiamo ammirare gran parte della Valle Argentina fino al mare e, dietro di noi, rimane il meraviglioso Carmo a sovrastare il Ciotto.

Lo si può salutare pensando che, poco prima, si era proprio sotto di lui mentre ora continua a osservarci come una sentinella nonostante ci stiamo allontanando.

Dal menhir passiamo quindi all’esterno di questi monti, attraverso dei tagli pressoché delineati, lungo i profili del Carmo dell’Omo (1.520 mt).

In questi luoghi, il termine “Carmo” è usato per diverse alture in quanto, un tempo, significava “Monte”.

Iniziamo il percorso su questo crinale e sarà quindi bellissimo godere della vista di Drego, in basso, alla nostra destra.

Osservandolo dall’alto si possono vedere bene tutte le terrazze un tempo coltivate e anche i suoi campi di Lavanda, ora non in fiore, che dalla strada principale non si possono scorgere.

Si tratta di un antico paese di pastori e da qui si notano tutti i ruderi che un tempo erano le dimore dei guardiani di greggi.

Se all’andata siamo passati sotto gli alti Faggi, e quindi abbiamo vissuto zone di ombra e di umidità, ora invece il sole ci bacia con impeto, scagliandosi contro quei pascoli in discesa, che non danno vita a nessun albero ma solo a grandi e spessi ciuffi d’erba i quali possono risultare leggermente pericolosi, intrappolando le zampe mentre si cammina.

A meno che non si soffra in modo grave di vertigini, questo sentiero però non è difficile. Un dolce saliscendi lo rende facile e splendido visto il panorama che offre. Serve solo fare attenzione a dove si mettono i piedi.

Alcune nuvole giungono dall’altra parte della Valle con brio, per venire a schiantarsi contro il monte nel quale siamo, regalandoci un brivido di frescura che d’estate è sicuramente piacevole da vivere.

Alcuni massi, dalla forma piana e rettangolare, sono esposti a picco sul dirupo come fossero altari; si nota il vuoto e, ancor più sotto, la strada del Teglia, con i suoi tornanti che passano attraverso quelle splendide montagne.

Su queste creste, in salita e in discesa, solo Camosci e Caprioli possono correre a perdifiato. Uomini e Topi si arrabatterebbero arrivando direttamente ad Andagna senza neanche – passare dal via -.

E’ superlativa la vista che si gode sul Toraggio, lo si può vedere in tutta la sua suprema bellezza e da qui si riconoscono anche altri monti come quelli di Marta, il Pietravecchia e il Gray.

Pare proprio di camminare nell’infinito dove tutto intorno è uno spettacolo. Pare di essere in cima al mondo e consapevoli di tutto.

Una volta giunti alla fine del crinale di Carmo dell’Omo ci si ricongiunge alla mulattiera di cui vi ho parlato all’inizio e, dopo pochi metri, eccoci al Passo della Teglia proprio dove, a bordo strada, una fontana non funzionante si esprime un po’ come il simbolo di partenza per questa escursione.

Vi è piaciuto questo tour un po’ meno cavalcato? Mi auguro di sì.

Allora vi mando un bacio sensazionale come sensazionali sono questi luoghi che ho visto.

A Rocca delle Penne sopra la Foresta dei Labari

E’ l’alba di una spettacolare mattina di gennaio quando giungo a Case Loggia, sopra il paese di Corte.

Le sfumature rosa e arancio di questa aurora, preludio di una giornata che sembra primaverile, mi permettono di vedere la Corsica che si staglia sopra al mare, avvolta dalle nuvole, laggiù in fondo, oltre il Monte Faudo. “Come inizio non c’è male” mi vien da pensare.

Mi trovo dove un tempo, un gruppetto di case formava una piccola borgata. Ora ne sono rimaste pochissime sotto strada, mentre una frana ha devastato questo territorio che però non ha perso la sua bellezza.

Se mi guardo attorno, infatti, posso vedere la magnificenza dei miei monti, crinali incredibili e spettacolari e distese di pascoli infiniti sui quali non è difficile scorgere Caprioli, Camosci o Mucche a brucare quell’erba che riveste, come velluto, quei monti che sembrano finti. Sono i Prati di Corte.

La strada che mi ha portato sin qui è uno sterrato che si prende dopo aver sorpassato la sbarra per la via che porta anche a Vignago. Occorre infatti conoscere qualcuno che abbia le chiavi, non a tutti è concesso di passare in questa zona se non a piedi. Sono andata in auto per evitare troppi chilometri, dal momento che molti me ne aspettano, per raggiungere un dente roccioso della Valle che mi consente una visuale splendida.

La mia meta è Rocca delle Penne e, da dove sono, posso già vederla in lontananza sporgere dal monte in modo pronunciato e sovrastare l’ampia Foresta dei Labari che vedrò dall’alto.

Da qui, prima di partire, posso vedere anche un’altra tappa che raggiungerò per poter poi arrivare alla Rocca. Si tratta di un altro spunzone roccioso, molto caratteristico ma del quale non si conosce il nome.

Dapprima si staglia contro il cielo terso che si sta schiarendo solo ora ma, con il passare delle ore, si mostra in tutta la sua bellezza con quei colori appisolati che gli donano un aspetto rude e particolarmente selvaggio allo stesso tempo.

M’incammino a salire scavalcando diversi rii d’acqua e sorgenti.

E’ faticoso questo percorso non delineato. Si sfruttano i gradini formati dalla montagna stessa poggiando le zampe su ciuffi d’erba o piccoli spazi pietrosi.

Non c’è un sentiero ma quello che, dalle nostre parti, viene definito “sbrego” cioè un passaggio che, più di una volta, lo si inventa sul momento provando a capire dove è possibile passare.

Occorre far attenzione a non scivolare data la pendenza e un suolo, a tratti, formato da schegge di simil ardesia rossiccia, assai frantumabile.

Spesso bisogna aiutarsi con le mani, aggrappandosi a grandi massi o ad arbusti. Bisogna essere accorti però a cosa si utilizza come aiuto, in quanto la maggior parte dei cespugli che si incontrano sono spinosi, mentre i rami, in questa stagione, sono secchi e fragili pertanto non è bene fidarsi di loro.

Il Maggiociondolo ha abbandonato già in autunno i suoi splendidi grappoli gialli e fioriti e si è trasformato in un grande mucchio di dita aguzze che pendono verso il basso. Lo scenario è proprio invernale anche se il sole ora scalda molto e sembra di essere nel mese di maggio.

La fatica continua. L’ascesa è ripida e difficoltosa ma il mio sguardo viene appagato dal panorama che mi circonda e che diventa sempre più ampio.

Di quell’infinita bellezza mi colpisce subito il trio più famoso della Valle Argentina in fatto di vette. Ecco infatti, presenti e austeri come sempre: il Monte Toraggio, il Monte Pietravecchia e il Monte Grai affacciarsi da dietro i monti più bassi e mostrandosi in tutto il loro splendore.

Effettuo una breve sosta per riposarmi. Sotto i crinali di una zona chiamata “i Confurzi” (ad indicare acqua che confluisce) vedo Camosci correre a perdifiato verso fondo Valle. Sono troppo lontani, non li posso fotografare e quindi mi accontento di ammirarli attraverso il binocolo chiedendomi cosa li abbia spaventati così tanto. Mentre cerco risposte, i miei occhi si fissano su una sagoma in cima al crinale, sopra agli ungulati, e ha proprio le sembianze di un grosso rapace. E’ sicuramente un’Aquila della quale vi metto un immagine che ho dovuto tagliare e ingrandire parecchio per mostrarvela. Perdonate quindi la qualità della foto ma era lontanissima.

I Camosci scampano il pericolo lanciandosi in basso in un modo che mi chiedo come sia possibile vista la pericolosa discesa. Come possono non ruzzolare giù nel dirupo… sono davvero fantastici ed è affascinante osservare quelle loro movenze agili e veloci.

Finito quello spettacolo (per loro sicuramente poco piacevole) continuo la mia escursione grazie alla quale posso anche vedere Triora adagiata su un profilo montuoso che le fa da poltrona.

Giungo alla prima Rocca anonima di cui vi parlavo. Anche qui si apre ai miei occhi uno scenario bellissimo. Vedo la strada che ho percorso con la topo-mobile per arrivare fino al luogo di partenza e tutti i monti che mi circondano.

Mi siedo un attimo per riprendere fiato, guardarmi attorno e vivere quella quiete. Sono seduta su diverse pietre nascoste da ciuffi inariditi di Timo e Lavanda. Anche il Ginepro è molto presente e non mi ci vuole molto a capire che, in estate, questo dev’essere un luogo meraviglioso pieno di colori vivi, profumi e animaletti che svolazzano su quell’altura.

Sicuramente ci sono anche parecchi rettili, lo comprendo dalla conformazione del territorio e, durante la calda stagione, bisognerà di certo essere prudenti.

Ora invece tutto dorme. Anche i piccoli uccelletti, da sempre compagni delle mie avventure, sono rari.

Dirigendomi verso Rocca delle Penne passo attraverso una natura riarsa dal gelo. L’erba sembra paglia e il verde che addobba alcune Conifere è tenue. Solo le bacche di Rosa Canina si distinguono in quel sonno con il loro rosso acceso che spicca.

Per terra noto molto Quarzo. Siamo in una zona prettamente rocciosa e quel Quarzo brilla sotto ai raggi del sole.

Rocca delle Penne mi è vicino e, per raggiungerla, devo scendere facendo sempre attenzione a non scivolare. La zona è sempre impervia ma ho finito di salire.

Voglio passarle sotto raggiungendo quello che è un sentiero (finalmente) e mi consentirà di tornare a Case Loggia ma prima mi fermo sulla sua cima.

Una distesa, a perdita d’occhio, di alberi spogli, riempie lo spazio sotto di me. E’ la Foresta dei Labari, ora grigia, fitta e selvaggia. Una meraviglia. Sembra un enorme tappeto.

Scendo, aggiro la Rocca che si mostra in tutta la sua bellezza mostrando una roccia viva dai toni salmone e mi ritrovo su Costa dei Labari. Da qui posso vedere Rocca della Mela di fronte a me e sono all’interno di un boschetto, periferia della nota Foresta.

L’atmosfera è cupa, è come essere nel cuore pulsante di un organo propulsore di vita nonostante la quiete che avvolge.

Questo percorso, roccioso anch’esso ma pianeggiante e facile, mi porta al punto di partenza. Eccomi infatti dopo qualche metro e qualche nuovo ruscello scavalcato a Case del Passo e di nuovo a Case Loggia.

Ho potuto vivere un territorio aspro ma che mi ha dato tanto, dove la vita non si mostra facilmente ma è da scovare. Ancora più intima, ancora più segreta.

Spero che questo giro sia piaciuto molto anche a voi. Ora vado a riposare le stanche zampette e a scrivere un altro articolo.

Un bacio selvaggio a voi.