Camminando tra le nuvole a Carmo dell’Omo

Solitamente, dal Passo della Teglia, per raggiungere il Ciotto di San Lorenzo si percorre il sentiero facile e ben visibile che attraversa la spettacolare Faggeta di Rezzo.

Questa strada, che si può definire una vera e propria mulattiera adatta a tutti, la si prende sia all’andata che al ritorno ma oggi, invece, partendo dal Ciotto per far ritorno, voglio portarvi con me attraverso un altro itinerario per giungere poi nuovamente a Passo Teglia.

Abbandonando quindi il boschetto di Conifere alle quali, oltre la Sotta di San Lorenzo, i Faggi hanno lasciato il posto verso il Passo della Mezzaluna, si circoscrive la dolina e si prosegue verso le pendici del Carmo di Brocchi (1.610 mt).

Non è difficile fare simpatici incontri. Alcuni sono così allegri e carini da sembrare un buon augurio, come questo simpatico Fringuello che mi osserva mentre mi avvicino.

Salendo sopra al Ciotto, in direzione Sud, si raggiunge quella che è una delle opere più note e visitate della Valle Argentina e cioè un antico menhir che si dice essere collegato all’azimut del sole risultando così una specie di meridiana.

Ora siamo in un punto totalmente aperto. Possiamo ammirare gran parte della Valle Argentina fino al mare e, dietro di noi, rimane il meraviglioso Carmo a sovrastare il Ciotto.

Lo si può salutare pensando che, poco prima, si era proprio sotto di lui mentre ora continua a osservarci come una sentinella nonostante ci stiamo allontanando.

Dal menhir passiamo quindi all’esterno di questi monti, attraverso dei tagli pressoché delineati, lungo i profili del Carmo dell’Omo (1.520 mt).

In questi luoghi, il termine “Carmo” è usato per diverse alture in quanto, un tempo, significava “Monte”.

Iniziamo il percorso su questo crinale e sarà quindi bellissimo godere della vista di Drego, in basso, alla nostra destra.

Osservandolo dall’alto si possono vedere bene tutte le terrazze un tempo coltivate e anche i suoi campi di Lavanda, ora non in fiore, che dalla strada principale non si possono scorgere.

Si tratta di un antico paese di pastori e da qui si notano tutti i ruderi che un tempo erano le dimore dei guardiani di greggi.

Se all’andata siamo passati sotto gli alti Faggi, e quindi abbiamo vissuto zone di ombra e di umidità, ora invece il sole ci bacia con impeto, scagliandosi contro quei pascoli in discesa, che non danno vita a nessun albero ma solo a grandi e spessi ciuffi d’erba i quali possono risultare leggermente pericolosi, intrappolando le zampe mentre si cammina.

A meno che non si soffra in modo grave di vertigini, questo sentiero però non è difficile. Un dolce saliscendi lo rende facile e splendido visto il panorama che offre. Serve solo fare attenzione a dove si mettono i piedi.

Alcune nuvole giungono dall’altra parte della Valle con brio, per venire a schiantarsi contro il monte nel quale siamo, regalandoci un brivido di frescura che d’estate è sicuramente piacevole da vivere.

Alcuni massi, dalla forma piana e rettangolare, sono esposti a picco sul dirupo come fossero altari; si nota il vuoto e, ancor più sotto, la strada del Teglia, con i suoi tornanti che passano attraverso quelle splendide montagne.

Su queste creste, in salita e in discesa, solo Camosci e Caprioli possono correre a perdifiato. Uomini e Topi si arrabatterebbero arrivando direttamente ad Andagna senza neanche – passare dal via -.

E’ superlativa la vista che si gode sul Toraggio, lo si può vedere in tutta la sua suprema bellezza e da qui si riconoscono anche altri monti come quelli di Marta, il Pietravecchia e il Gray.

Pare proprio di camminare nell’infinito dove tutto intorno è uno spettacolo. Pare di essere in cima al mondo e consapevoli di tutto.

Una volta giunti alla fine del crinale di Carmo dell’Omo ci si ricongiunge alla mulattiera di cui vi ho parlato all’inizio e, dopo pochi metri, eccoci al Passo della Teglia proprio dove, a bordo strada, una fontana non funzionante si esprime un po’ come il simbolo di partenza per questa escursione.

Vi è piaciuto questo tour un po’ meno cavalcato? Mi auguro di sì.

Allora vi mando un bacio sensazionale come sensazionali sono questi luoghi che ho visto.

A Rocca delle Penne sopra la Foresta dei Labari

E’ l’alba di una spettacolare mattina di gennaio quando giungo a Case Loggia, sopra il paese di Corte.

Le sfumature rosa e arancio di questa aurora, preludio di una giornata che sembra primaverile, mi permettono di vedere la Corsica che si staglia sopra al mare, avvolta dalle nuvole, laggiù in fondo, oltre il Monte Faudo. “Come inizio non c’è male” mi vien da pensare.

Mi trovo dove un tempo, un gruppetto di case formava una piccola borgata. Ora ne sono rimaste pochissime sotto strada, mentre una frana ha devastato questo territorio che però non ha perso la sua bellezza.

Se mi guardo attorno, infatti, posso vedere la magnificenza dei miei monti, crinali incredibili e spettacolari e distese di pascoli infiniti sui quali non è difficile scorgere Caprioli, Camosci o Mucche a brucare quell’erba che riveste, come velluto, quei monti che sembrano finti. Sono i Prati di Corte.

La strada che mi ha portato sin qui è uno sterrato che si prende dopo aver sorpassato la sbarra per la via che porta anche a Vignago. Occorre infatti conoscere qualcuno che abbia le chiavi, non a tutti è concesso di passare in questa zona se non a piedi. Sono andata in auto per evitare troppi chilometri, dal momento che molti me ne aspettano, per raggiungere un dente roccioso della Valle che mi consente una visuale splendida.

La mia meta è Rocca delle Penne e, da dove sono, posso già vederla in lontananza sporgere dal monte in modo pronunciato e sovrastare l’ampia Foresta dei Labari che vedrò dall’alto.

Da qui, prima di partire, posso vedere anche un’altra tappa che raggiungerò per poter poi arrivare alla Rocca. Si tratta di un altro spunzone roccioso, molto caratteristico ma del quale non si conosce il nome.

Dapprima si staglia contro il cielo terso che si sta schiarendo solo ora ma, con il passare delle ore, si mostra in tutta la sua bellezza con quei colori appisolati che gli donano un aspetto rude e particolarmente selvaggio allo stesso tempo.

M’incammino a salire scavalcando diversi rii d’acqua e sorgenti.

E’ faticoso questo percorso non delineato. Si sfruttano i gradini formati dalla montagna stessa poggiando le zampe su ciuffi d’erba o piccoli spazi pietrosi.

Non c’è un sentiero ma quello che, dalle nostre parti, viene definito “sbrego” cioè un passaggio che, più di una volta, lo si inventa sul momento provando a capire dove è possibile passare.

Occorre far attenzione a non scivolare data la pendenza e un suolo, a tratti, formato da schegge di simil ardesia rossiccia, assai frantumabile.

Spesso bisogna aiutarsi con le mani, aggrappandosi a grandi massi o ad arbusti. Bisogna essere accorti però a cosa si utilizza come aiuto, in quanto la maggior parte dei cespugli che si incontrano sono spinosi, mentre i rami, in questa stagione, sono secchi e fragili pertanto non è bene fidarsi di loro.

Il Maggiociondolo ha abbandonato già in autunno i suoi splendidi grappoli gialli e fioriti e si è trasformato in un grande mucchio di dita aguzze che pendono verso il basso. Lo scenario è proprio invernale anche se il sole ora scalda molto e sembra di essere nel mese di maggio.

La fatica continua. L’ascesa è ripida e difficoltosa ma il mio sguardo viene appagato dal panorama che mi circonda e che diventa sempre più ampio.

Di quell’infinita bellezza mi colpisce subito il trio più famoso della Valle Argentina in fatto di vette. Ecco infatti, presenti e austeri come sempre: il Monte Toraggio, il Monte Pietravecchia e il Monte Grai affacciarsi da dietro i monti più bassi e mostrandosi in tutto il loro splendore.

Effettuo una breve sosta per riposarmi. Sotto i crinali di una zona chiamata “i Confurzi” (ad indicare acqua che confluisce) vedo Camosci correre a perdifiato verso fondo Valle. Sono troppo lontani, non li posso fotografare e quindi mi accontento di ammirarli attraverso il binocolo chiedendomi cosa li abbia spaventati così tanto. Mentre cerco risposte, i miei occhi si fissano su una sagoma in cima al crinale, sopra agli ungulati, e ha proprio le sembianze di un grosso rapace. E’ sicuramente un’Aquila della quale vi metto un immagine che ho dovuto tagliare e ingrandire parecchio per mostrarvela. Perdonate quindi la qualità della foto ma era lontanissima.

I Camosci scampano il pericolo lanciandosi in basso in un modo che mi chiedo come sia possibile vista la pericolosa discesa. Come possono non ruzzolare giù nel dirupo… sono davvero fantastici ed è affascinante osservare quelle loro movenze agili e veloci.

Finito quello spettacolo (per loro sicuramente poco piacevole) continuo la mia escursione grazie alla quale posso anche vedere Triora adagiata su un profilo montuoso che le fa da poltrona.

Giungo alla prima Rocca anonima di cui vi parlavo. Anche qui si apre ai miei occhi uno scenario bellissimo. Vedo la strada che ho percorso con la topo-mobile per arrivare fino al luogo di partenza e tutti i monti che mi circondano.

Mi siedo un attimo per riprendere fiato, guardarmi attorno e vivere quella quiete. Sono seduta su diverse pietre nascoste da ciuffi inariditi di Timo e Lavanda. Anche il Ginepro è molto presente e non mi ci vuole molto a capire che, in estate, questo dev’essere un luogo meraviglioso pieno di colori vivi, profumi e animaletti che svolazzano su quell’altura.

Sicuramente ci sono anche parecchi rettili, lo comprendo dalla conformazione del territorio e, durante la calda stagione, bisognerà di certo essere prudenti.

Ora invece tutto dorme. Anche i piccoli uccelletti, da sempre compagni delle mie avventure, sono rari.

Dirigendomi verso Rocca delle Penne passo attraverso una natura riarsa dal gelo. L’erba sembra paglia e il verde che addobba alcune Conifere è tenue. Solo le bacche di Rosa Canina si distinguono in quel sonno con il loro rosso acceso che spicca.

Per terra noto molto Quarzo. Siamo in una zona prettamente rocciosa e quel Quarzo brilla sotto ai raggi del sole.

Rocca delle Penne mi è vicino e, per raggiungerla, devo scendere facendo sempre attenzione a non scivolare. La zona è sempre impervia ma ho finito di salire.

Voglio passarle sotto raggiungendo quello che è un sentiero (finalmente) e mi consentirà di tornare a Case Loggia ma prima mi fermo sulla sua cima.

Una distesa, a perdita d’occhio, di alberi spogli, riempie lo spazio sotto di me. E’ la Foresta dei Labari, ora grigia, fitta e selvaggia. Una meraviglia. Sembra un enorme tappeto.

Scendo, aggiro la Rocca che si mostra in tutta la sua bellezza mostrando una roccia viva dai toni salmone e mi ritrovo su Costa dei Labari. Da qui posso vedere Rocca della Mela di fronte a me e sono all’interno di un boschetto, periferia della nota Foresta.

L’atmosfera è cupa, è come essere nel cuore pulsante di un organo propulsore di vita nonostante la quiete che avvolge.

Questo percorso, roccioso anch’esso ma pianeggiante e facile, mi porta al punto di partenza. Eccomi infatti dopo qualche metro e qualche nuovo ruscello scavalcato a Case del Passo e di nuovo a Case Loggia.

Ho potuto vivere un territorio aspro ma che mi ha dato tanto, dove la vita non si mostra facilmente ma è da scovare. Ancora più intima, ancora più segreta.

Spero che questo giro sia piaciuto molto anche a voi. Ora vado a riposare le stanche zampette e a scrivere un altro articolo.

Un bacio selvaggio a voi.

Contro il nemico da Fontana Soprana

Punto strategico per sconfiggere il nemico.

Siamo a Triora, in centro paese, tra cunicoli oscuri e un dedalo di vie. Siamo da una fontana, la più importante del borgo. Sicuramente anche la più antica.

Attorno a questa fontana delle feritoie. Dietro di loro, un tempo, nascosti nel buio più oscuro, i “nostri” ad abbattere chi cercava di conquistare e saccheggiare l’abitato triorese.

Siamo davanti a Fontana Soprana, ancora oggi luogo significativo di Triora dal quale si diramano diverse strade che conducono ai luoghi più importanti da visitare. Un incrocio che ha visto la morte di tanti nemici e, per questo, non può passare inosservato. Un insieme di pietre che, ancora oggi, profuma di tempi lontani.

Fontana Soprana, punto dal quale sgorga un’acqua fredda come la neve, si trova sotto ad un grande arco di pietra ed è formata da lastre di ardesia e due conche che raccolgono l’acqua.

Il suo piccolo rubinetto in ottone, più recente di tutto il resto, spicca nel grigio della parete umida.

Davanti a lei, il carrugio Via Castello, che inizia con una volta anch’essa in pietra, davvero antica, porta a quello che un tempo era il Castello di Triora, mentre uscendo dalle mura che la circondano, ci si può trovare davanti a Strada Dietro la Colla dove si può decidere se proseguire a destra verso la Cabotina e i vecchi casun delle streghe, o a sinistra, verso le rovine della Chiesa di Santa Caterina.

Una cosa è certa, sicuramente ci si ferma ad ammirare il paesaggio magnifico che quella vista offre. Un panorama incredibile sui miei monti che ha la capacità di mozzare il fiato da tanto che è bello.

C’è solo pietra accanto a me. C’è solo gusto antico e una leggera brezza frescolina.

Le volte ad arco fanno apparire quei vicoli ancora più angusti ma, nonostante tutto, la sensazione che mi pervade è quella della bellezza.

Sopra a questa fontana vedo una costruzione, edificata dopo la realizzazione della protagonista di questo post, e leggendo la scheda che la presenta capisco essere la “Casa del Boia”, colui che era addetto alle pene capitali.

La lavorazione, in ferro battuto, di alcuni lampioni posizionati attorno ad essa, mi permette di andare indietro con la fantasia. Corro in un tempo di carrozze e cavalli, di carri e muli, di uomini vestiti in modo strano e soldati che osservano e proteggono il territorio. Vedo donne vestite di stracci, catturate dall’Inquisitore, vedo bambini correre e anziani raggomitolati in un angolo sottomessi alla peste. Sento urla e risa, guardo maschere e colori e il mio naso sensibile percepisce strani profumi di elisir antichi.

In ogni suo più piccolo anfratto, Triora, riporta alla storia e alla magia. Alla battaglia e alla superstizione.

Questa fontana particolare, molto utilizzata da sempre, riceve l’acqua dalla sorgente di Gorda la quale passa nei pressi del Castello.

E’ come essere dentro a un cuore pulsante. Il cuore di quella che in passato era chiamata città. Un motore propulsore di meraviglia e vita.

E’ normale passare di qui quando si viene a Triora e se ne vive il borgo più intimo e storico. D’ora in poi, giungendo in questa zona, potrete alzare lo sguardo verso un rettangolo di cielo, guardare quelle pareti attorno a voi e pensare che tutto quello che vedete è stato vissuto, molti anni prima, da personaggi singolari che di Triora, ognuno a modo suo, ne hanno fatto ciò che ancora oggi è.

Io vi mando un bacione storico e corro a scrivere ancora per voi!

Monte Arborea – un monte scozzese in Valle Argentina

I monti della mia Valle sono per lo più ricoperti da pascoli e prati che in estate li tingono di verde e, in inverno, il manto bianco della neve, li rende lisci da sembrar disegnati.

Ma non Monte Arborea che, con quelle sue rocce cubiche, tra piccoli tratti di prato, sembra quasi un monte scozzese degno della scenografia di Brave Heart.

Il muschio che ricopre quei massi grigi e i ciuffi d’erba che li contornano, fan sì che il territorio acquisisca un aspetto Nord Europeo e sembra davvero di essere in qualche terra celtica nella quale, qualche valoroso ribelle, aspetta nascosto tra quelle grandi pietre che passi il nemico.

Osservando il terreno sul quale appoggio le zampe, in certi momenti, mi sembra di essere in una lontana brughiera e anche questo è il bello dei luoghi che vivo; hanno la capacità di catapultarti in nuovi mondi, lontani e fiabeschi.

E’ un monte ruvido ed è un goccio difficoltoso percorrerlo, arrivando dal Carmo di Brocchi, soprattutto in inverno, quando il ghiaccio non aiuta e il cammino da percorrere è in discesa.

Nessun sentiero ben delineato lo taglia. Occorre passare tra quelle grandi pietre e quell’erba spigata, riarsa, che spesso nasconde trappole.

Bisogna fare attenzione perché, tra un passo e l’altro, il piede può rimanere legato tra quei fili secchi, oppure finire in un buco del terreno nascosto da quella natura. Serve fare attenzione anche ai pezzi di legno senza fidarsi troppo della loro solidità. Sono marci dopo aver sopportato tutte le piogge autunnali ed essere rimasti parecchio sotto il manto nevoso, per questo, si frantumano in mille pezzi appena vengono calpestati.

Alcuni massi sembrano ben fissati, invece, con il nostro peso addosso, iniziano a muoversi e a ciondolare e, ricoperti di muschio e mucillagini, risultano anche scivolosi.

Gli alberi e gli arbusti, in alcuni tratti, sono radi per cui non ci si può tenere da nessuna parte.

Spesso non si riesce a posizionare il piede in modo ben aderente al suolo perciò serve farsi forza con i reni e mantenere l’equilibrio.

E’ tutto bagnato in queste albe invernali. La rugiada, l’umidità e la neve regalano un ambiente brillante come se avesse appena piovuto e quando il sole si alza nel cielo illumina quei massi antichi.

E’ facile immaginare Donnole e Ermellini in quel tipico territorio. Presumo che d’estate, questo monte sia abitato anche da parecchi rettili che qui trovano rifugio e tane adatte alla loro natura.

Monte Arborea  ci permette di ammirare dall’alto il Passo della Mezzaluna affacciandosi proprio su di lui e rimanendo di fronte a Cima Donzella.

Sono proprio i profili di questi due monti a formare la conca del Passo. Ma da qui si può vedere bene anche molta Valle Argentina avendo quasi lo stesso panorama che si gode dal Carmo di Brocchi anche se si è più bassi.

La Catena Montuosa del Saccarello, ad esempio, rimane proprio di fronte a noi ed è una meraviglia.

Non c’è molta differenza d’altezza tra le due vette vicine: Monte Carmo 1.610 mt – Monte Arborea 1.549 mt ma, quest’ultimo, rimando dietro, verso Nord, non può offrire la visione a 360° che si ha dal primo.

I Cardi selvatici sono ora rinsecchiti e color dell’oro, alcune palline di muschio ancorate alle rocce sono soffici e di un verde che tende al nero, qualche grosso ramo che ha potuto restare al di fuori della coltre di neve si è asciugato al sole e risulta leggero come se fosse finto.

Solo qualche abete mostra la vita attraverso il suo colore vivace e le sue fronde rigogliose. Tutto il resto sembra spento, addormentato nel freddo sonno di questo periodo, in un riposo ristoratore che prepara al risveglio trionfante in primavera.

Le gialle spighe svettano verso il cielo e il vento le corica ma loro, tenaci, si drizzano nuovamente mostrando leggerezza e caparbietà allo stesso momento.

Presumo che d’estate questo monte sia pieno di fiori e Farfalle a vedere la natura, ora quieta, che lo compone. Un buon motivo per tornarci e vederlo in un’altra veste.

Ora quindi vi saluto, magari vi ci riporterò di nuovo nel periodo più caldo.

Un bacio roccioso a voi.

Fin sulla punta del Carmo di Brocchi

Ormai sanno tutti che il Carmo di Brocchi è uno dei miei monti preferiti e ho molte ragioni per pensarla così.

A mio avviso è bellissimo ma voglio farvelo conoscere per bene portandovi con me alla conquista della sua vetta.

Partiremo da Passo della Teglia, sopra Drego, verso Rezzo. Attraverseremo quindi la splendida faggeta che ci circonda, chiamata anche “Bosco delle Fate” o “Foresta di Rezzo”, per poi giungere al Ciotto di San Lorenzo, tappa principale alle pendici del Carmo.

Il nome – Carmo – venne dato a questa montagna in un secondo momento sostituendo il nome “monte” pur avendo lo stesso significato ma, un tempo, era semplicemente Monte dei Brocchi.

E’ ancora notte quando intraprendo il sentiero ricoperto di foglie all’interno della macchia. La luna è ancora alta nel cielo e, a Est, il sole inizia a colorare il cielo di un rosa e di un arancio molto intensi.

I rami degli austeri faggi, in questo periodo spogli, sembrano intrecci misteriosi e i loro alti fusti, fitti e uniti, lasciano intravedere un sottobosco dalle sfumature grigie e marroni ma non permettono di andare troppo oltre con lo sguardo.

Il sentiero, adatto a tutti e per nulla faticoso, mi dirige al Ciotto, luogo per me mistico e caro al quale si legano molte leggende e molte storie del passato che spesso vi ho raccontato.

Da qui, da questa radura fatta a conca, si può già ammirare la meta che voglio raggiungere.

In tutto il suo splendore, si staglia contro il cielo, il magnifico Carmo alto 1.610 mt. Una luna enorme e brillante lo sovrasta, nonostante il cielo si sia ora schiarito con i colori del giorno. Il suo azzurro è intenso e il colore bruciato del monte quasi abbaglia sfavillando.

Un monte che mi affascina da sempre, da che sono cucciola, con quel suo essere da una parte pelato lasciando posto a pascoli incontaminati e da una parte alberato, come ad avere dritti capelli color argento. O rigogliosi riccioli verdi in estate.

L’ascesa, che parte dal menhir sopra al Ciotto, è ripida e abbastanza faticosa.

Da qui, due strane figure pitturate, e presumo molto significative, sono il punto di partenza dal quale si può ammirare la dolina dall’alto con il suo grande prato e le sue rocce bianche.

Parto alla conquista di una delle vette più belle della Valle Argentina. Sale parecchio, le mie quattro zampe motrici le appoggio sui ciuffi d’erba che mi trattengono. Pare quasi di essere su una scalinata. Non c’è un vero e proprio sentiero pulito. C’è un taglio che si percepisce ma occorre fare attenzione perché, in questa stagione, tra quelle pietre, il ghiaccio potrebbe far scivolare.

Il vento è fortissimo e non aiuta a salire ma non posso certo rinunciare. Vedo a pochi metri da me la croce, simbolo indiscusso del Carmo e di altri monti della mia Valle e dintorni. Sono emblemi realizzati dallo stesso artista, un certo “MR” e sono tutti uguali.

Quella croce… quante volte l’ho vista dal basso e la osservavo pensando “un giorno verrò lì da te”. Ed ecco giunto il momento tanto atteso. Ancora pochi metri e avrei potuto vedere l’immensità.

Carmo di Brocchi infatti, pur non essendo una delle cime più alte della Valle, permette una visuale a 360° di meraviglia. Il panorama che offre è indescrivibile da tanto che è bello e sembra quasi di non riuscire a poterlo guardare tutto da tanta che è l’emozione.

Non so neanche da dove cominciare a guardarlo tutto, gli occhi sono affannati come il cuore. So solo che, molto spesso, dal Passo del Garezzo ho ammirato questa vetta dove ora sono e adesso vedo quel Passo in tutto il suo splendore e in tutta la sua vastità. Il Ciotto de e Giaie e, sopra di lui, il Monte Frontè.

A questo punto lo sguardo viene attratto dal Monte Cimonasso e poi dal Saccarello e poi ancora dal Passo di Collardente. Continuo a girare il muso verso sinistra ed ecco laggiù il Grai, il Pietravecchia e lui… il mio amato Toraggio, inconfondibile con quelle sue punte aguzze.

In basso si distinguono bene diversi borghi della mia Valle adagiati su diversi colli. In primo piano Triora, Corte, Molini, , Andagna.

Ma poi noto anche Perallo, Moneghetti e altre piccole frazioni.

Mi dirigo con gli occhi estasiati verso Sud, verso il mare, vedo il Faudo e continuando a voltarmi verso Est posso osservare come Pizzo Penna stia per essere completamente sormontato da un mare di nubi spesse che, al galoppo, giungono veloci sulla sua vetta.

Faccio in tempo a vedere San Bernardo di Conio, a fondo valle, e poi quelle onde di vapore ricoprono tutto.

Continuo quindi a rigirare su me stessa. Molto lontane da me vedo le pale eoliche di Caprauna.

Adesso punto Cima Donzella e Monte Bussana e, dietro di loro, in prospettiva, il Monega. Là sotto, ancor prima del Donzella, so esserci il famoso Passo della Mezzaluna e, poco più in là, Monte Arborea ma questa sarà un’altra tappa. Ora sono, con lo sguardo, al tunnel del Garezzo che non posso vedere da questa prospettiva ma so essere oltre quella cresta.

Mio Dio che meraviglia. L’entusiasmo mi pervade. Il vento è ancora forte ma non lo sento neanche. Tutto quel cielo, dove ancora gongola la luna, e tutta quella Valle… la mia! Che emozione! Da togliere il fiato. E’ come sentirsi grandi, immensi, pur rimanendo umili davanti alla bellezza del Creato.

Mi chiedo come possa quel mio mondo essere così bello. Nessun artista avrebbe potuto immaginare e realizzare un tale prodigio. Resta solo che ammirare, in silenzio, un’eccellenza così immensa.

Mi sento appagata fino alla punta della coda.

Metto la mia firma sul quaderno custodito tra le pietre della croce, libro di vetta, e dopo aver ringraziato tanto splendore che mi arricchisce l’animo, mi dirigo verso un altro monte molto conosciuto. Un monte particolare, completamente diverso da quello su cui mi trovo ora: Monte Arborea.

Ma questa, come vi ho detto, è un’altra avventura. Quindi mi auguro continuate a seguirmi perché presto vi porterò anche lì.

Vi mando un bacio enorme, quanto enorme è la bellezza che mi sta circondando in questo momento.

Nel Ciotto di San Lorenzo tra storia, natura e misteri

Sarà un lungo articolo questo che descrive uno dei luoghi da me più amati in Valle Argentina. Voglio parlarvi del Ciotto di San Lorenzo e, per elencarvi tutto quello che propone agli occhi e al cuore, ho bisogno di molte parole.

Il Ciotto, chiamato anche “Sotto”, lo si raggiunge dal Passo della Mezzaluna oppure da Passo Teglia camminando in mezzo ad una splendida faggeta, la Foresta di Rezzo, per poi giungere in questa radura fatta a conca, definita persino dolina, sormontata dal Carmo dei Brocchi.

La Foresta è così bella da essere soprannominata “Bosco delle Fate”.

Qui, dove d’estate regnano indisturbate le Marmotte, la storia racconta che un tempo, intorno al 245 d. C., ha vissuto il giovane eremita Lorenzo ucciso poi a Roma, per volere dell’Imperatore Valeriano, e venerato in seguito come Santo dalla Chiesa Cattolica.

Si fermò qui per circa due anni vivendo da solo con l’unico contatto della natura e, di lui e del suo passaggio, oggi resta solo un rudere nel quale alloggiava e pregava. Le rovine di chi dice essere stata una piccola chiesa e chi invece afferma essere stata una semplice dimora.

San Lorenzo si affacciava su questo prato bellissimo circondato da Abeti, Larici ma anche da grossi massi e osservando attentamente queste bianche pietre ci si accorge che alcune sono disposte a cerchio. Si parla di cerchio sacrificale, punto in cui venivano bruciate le streghe durante il periodo dell’Inquisizione.

Non si sa se siano leggende o realtà ma questo luogo ha da raccontare molto anche riguardo un tempo precedente alla caccia alle Streghe.

Si parla di popoli antichi e di costruzioni che restano lì, immobili, da tantissimi anni.

Al Ciotto, e nei suoi paraggi, infatti, si possono scoprire in un grande complesso megalitico: dolmen, menhir, pietre sacrificali e molto altro. Ogni cosa meriterebbe un post a sé.

L’estremità del Menhir, sta ad indicare approssimativamente l’azimut del sole al tramonto, nel periodo del solstizio d’inverno. Mentre il Dolmen poteva essere una tomba e la pietra sacrificale è dotata di coppa di scolo ben visibile.

Qui tutto è ammantato da energie pure, seppur misteriose, che ritengo appartengano alla natura che lo veste e agli uomini che lo hanno vissuto in antichità.

Siamo a circa 1.400 mt s.l.m. e il verde vivo è incontaminato e splendente. Una coppia di Corvi Imperiali vola in cerchio sopra alla radura e sembrano essere i guardiani di questo luogo mistico. Mi piace pensare che siano gli amici delle donne che qui hanno trovato la morte per volere dell’Inquisitore.

Salendo sulle selle attorno al prato si può godere di una vista magnifica e si vede anche il mare.

So che però, oltre ai Corvi, nascosti da qualche parte, ci sono anche Lupi, Allocchi, Salamandre e Picchi.

Lorenzo, dalle origini spagnole, poteva godere di una stellata magnifica passando le notti in questo Ciotto. Qui, dove i monti si aprono permettendo di godere di un firmamento unico; non c’è inquinamento luminoso e tutto pare come avvolto dalla magia.

Questo era uno degli snodi della Via Marenca, famosa strada del passato che si sviluppa sui crinali e collega i monti liguri alle zone piemontesi. Uno degli antichi cammini dei pastori che dalle valli di Imperia conducevano i greggi ai grandi pascoli del Monte Saccarello e del Colle di Tenda.

Il suo aspetto cambia ad ogni stagione ma resta sempre magnifico.

L’Agrifoglio e l’Aquilegia si mostrano orgogliosi, raccontando il sottobosco. L’Anemone Bianco lo descrive con la sua poesia e il Cardo Selvatico ne descrive la resistenza al tempo. Tutto è perfetto.

 In questo regno, si riconosce un’atmosfera atta ad accendere una spiritualità percepibile all’istante.

S’innalza il livello spirituale di esistenza arrivando a distinguere persino forze arcane che osano e vogliono farsi sentire. Questo almeno, è quello che accade a me ogni volta che ci vado. Sarà la mia sensibilità da animaletto.

Riconosco che la natura ha su di me un particolare effetto ma, con il sopraggiungere della quiete e dell’emozione, si arriva indiscutibilmente ad essere nettamente più sensibili fino a collegarsi, a mio avviso, con le frequenze energetiche dell’Universo che parlano e raccontano attraverso parole proprie o toni di chi qui, ha abitato molto tempo prima.

E’ un luogo, questo, colmo di ricordi ed emozioni.

Qui l’amore di Madre Terra ti abbraccia e ti fa suo. Qui, anni or sono, coloro che da sempre nominiamo streghe, si univano alle onde energetiche universali. Qui, uomini credenti, hanno sacrificato ai loro Dei, esseri viventi. Qui, venivano richieste, con tutto il potere che si sentiva e si trasmetteva, le risoluzioni alle necessità.

Per sentirsi parte di un mondo ancora più grande, un macrocosmo che solitamente non si identifica. Il mio è qui. Uno dei tanti per lo meno. Puro, protetto, selvaggio. Dall’anima scoperta in bella mostra.

E’ un luogo splendido vero Topi? Un luogo che esige rispetto come ogni zona in fondo.

Spero tanto che sia piaciuto anche a voi come a me. Se è così, vi lascio sognare ancora un po’, io corro a prepararvi un’altra fantastica escursione.

Vi mando un bacio spirituale! Smuck!

Dai Cubi al Garezzo sul manto nevoso

Con il termine “I Cubi”, in Valle Argentina, si intende la zona dal Passo della Guardia fornita di panche e tavoli atti a ricevere persone che hanno voglia di fare un bel pic nic godendo di un’atmosfera meravigliosa, immerse totalmente nella natura.

In questo periodo però è difficile poter godere di queste comodità, essendo ch’esse sono completamente ricoperte dalla neve.

Si prosegue pertanto, sopra a quel manto bianco, soffice e luccicante.

Si prosegue fino al Colle del Garezzo arrivando al Ciottu de e Giaie (Ciotto dei Torrenti).

Sembra di essere dentro ad una di quelle palle di vetro piene d’acqua, omini e puntini di polistirolo che si muovono dolci, se si scrolla quella sfera trasparente.

I rumori sono ovattati e sopra ogni cosa regna lei: la candida Signora.

Tutto ha un altro aspetto. Nuovo. Dalle sfumature cangianti.

I fruscii dei pezzi di neve ghiacciata che cadono dai rami diventano tonfi sordi al suolo.

Alcuni fili d’erba sono completamente immersi nel ghiaccio e, assieme all’acqua divenuta solida, formano strane figure bizzarre. Anche le gocce che cascano dai profili rocciosi sono adesso stalattiti fredde.

Rocca Barbone sembra il teatro di una fiaba. Il suo cappello è bianco e la severa falesia che la distingue appare ora ancora più aspra, colorata da quel grigio scura che risalta maggiormente.

Ancora pochi passi, percorro gli stessi metri fatti dai Camosci prima di me e posso godere di un panorama mozzafiato.

In primo piano vedo il Monte Pellegrino, meno imbiancato rispetto alle montagne alle quali do la schiena e, dietro di lui, si staglia davanti ad un mare color oro e azzurro Monte Bignone, solo e snello.

Zampetto per quella strada innevata senza sentire alcuna fatica, è tutto così bello che mi sento leggera come un piccolo insetto.

Il sole, prima dell’arrivo della foschia, scalda e brucia la mia coda ma è gradevole lasciarsi baciare da lui a quelle temperature.

Tutto è assolutamente bianco attorno a me. Alcuni riflessi azzurri delineano strane forme a terra.

Cumuli formati da neve, erba e vento sembrano il suolo di un altro pianeta e si immaginano extra-terrestri avanzare. Invece no, è sempre la mia splendida Valle Argentina che sa regalare scenari incantevoli e ogni volta diversi.

Sopra la mia testa volano indaffarati tantissimi Corvi Imperiali e Gracchi Alpini.

Sono così numerosi che mi par strano, tra loro, distinguere anche una coppia di aquile che subito si allontana.

Sono vivaci, forse affamati. Totalmente neri eppure riflettono così tanto la luce della Grande Stella da sembrar color argento.

Mi rendo conto di essere circondata anche da diversi Camosci.

Le mamme con i loro piccoli hanno formato un gruppetto che, tranquillo, si gode il sole su un prato bianco.

Alcuni invece passeggiano alla ricerca di cibo.

Altri ancora sbucano curiosi e un po’ impauriti dalle rocce e dai cespugli spogli mostrando a malapena il muso. 

E poi c’è chi sceglie comode postazioni per un riposino in totale relax, senza voler essere disturbato da nessuno. Davanti a me, intanto, si apre un nuovo scenario.

Il Poggio di Goina sovrastato da U Zimun (il Cimone) candido e tondo.

Dietro di loro, alla mia sinistra, lo splendore è dato da Alpi Liguri alle quali sono molto affezionata. Il noto Passo della Mezzaluna, completamente avvolto dal mantello immacolato, racchiuso tra Cima Donzella e Cima Arborea e, poco oltre quest’ultimo monte, l’adorato Carmo dei Brocchi. Alto, possente, austero e bianco anch’esso.

In mezzo al Passo svetta con un piglio di simpatica superbia persino Pizzo Penna.

Di fronte a me, dopo il Monte Faudo, una distesa azzurra e brillante indica il mare ed è impressionante vederlo da qui, stando con le zampe in mezzo alla neve, su questi alti monti.

Ora sono sotto al Monte Frontè.

Posso vedere la Madonna ricoperta dai fiocchi gelidi. Un forte contrasto con tutti quei pennuti neri, come il carbone, che le volano attorno.

Alcuni punti di questo tragitto possono risultare pericolosi in questo periodo dell’anno. Piccole o grandi slavine possono cogliere di sorpresa e alcuni pezzi di roccia possono spaccarsi e cadere nel vuoto. Occorre quindi evitare di stare sotto agli speroni di roccia e portarsi dove gli ambienti si aprono mostrando un territorio che gli occhi faticano a credere vero da tanto che è bello.

Le zampe scendono in quell’ovatta di 20 o 30 centimetri ed è bene avere un’attrezzatura adatta come scarponi e pantaloni impermeabili e ghette.

Si potrebbe anche ciaspolare ma non è così alta, ci si cammina dentro tranquillamente.

Le zampe fanno nuovi movimenti. È ovviamente diverso avanzare su questo terreno, meno stabile rispetto a quello estivo, ma è comunque piacevole.

Noto che anche il Gallo Forcello, del quale vedo le orme, la pensa come me. Dev’essersi divertito qua.

Era da parecchio che non vedevo il Colle del Garezzo con questo abito.

La neve, la vera protagonista, è bellissima, e riesce a far risplendere ulteriormente un mondo che già trovo affascinante di per sé.

Spero sia piaciuto anche a voi in questa sua nuova veste, così vi saluto sapendo di lasciarvi una graziosa visione.

Ma le mie avventure con la bianca Signora non sono finite qui. Aspettatemi perché ve ne racconterò e mostrerò delle altre.

Per adesso vi mando un bacio candido e vi aspetto per sgattaiolare ancora, assieme a voi, in diversi palcoscenici gelidi ma affascinanti della mia Valle.

Vignago – il borgo antico

Oggi, Topi, concedetevi un po’ di tempo per seguirmi perché si va a visitare una piccola perla della Valle Argentina.

Il tempo non vi servirà solo per arrivare in questo luogo che si trova sopra al paese di Corte ma anche per immergervi in un altro tipo di tempo che oggi non esiste più ma, in qualche modo, ha saputo lasciare qualcosa di sé, persino il suo profumo e la sua voce.

Attraverso gli oggetti, gli angoli caratteristici, i carrugi, le finestre e l’atmosfera, il – passato è ancora presente – anche se sembra una frase assurda da recitare ma vedrete che dico bene se verrete con me.

Andiamo a Vignago, il borgo piccolo e antico. Il borgo sotto la Rocca.

Il nucleo centrale di questo paesino, infatti, è chiamato – Rocchetta -. Questa protagonista si trova esattamente sopra ai tetti delle vecchie abitazioni.

Per arrivare a Vignago si passa nel bosco e il paese stesso è circondato da Castagni e un’infinità di Roverelle. Un tappeto di ghiande viene calpestato dalle nostre zampe mentre giungiamo ad una delle prime costruzioni importanti.

La macchia diventa meno fitta, alcune rocce si sporgono sulla vallata mostrando Triora che domina di fronte e un’edicola ci aspetta presentando la meraviglia che stiamo per vedere.

Le giro intorno; è piccina, un tempo conteneva la statuetta di una Madonna.

Attraverso una delle sue aperture si nota Monte Pellegrino (1.521 mt) che, in questo periodo mostra anche un foliage spettacolare oltre le radure che lo contraddistinguono.

Davanti a lei, un grande albero di Alloro, ritto e austero, sembra consentire l’accesso al sentiero che scende e porta alle vecchie abitazioni.

Una manciata di case completamente in pietra. Una pietra oggi abbandonata. Nessuno vive più qui ma un tempo c’era persino la scuola. Pare che i bambini fossero una decina e gli adulti più numerosi ma, durante il dopoguerra, questa gente decise di trasferirsi in altre zone.

In effetti, salendo per il sentiero che parte dalla località Molini di Pio, dopo Molini di Triora, e quindi dalla parte bassa che conduceva ai paesi più forniti, non è per niente semplice arrivare qui eppure, un tempo, si percorreva questa strada ogni giorno per poi tornare su, superare i primi capanni e raggiungere una delle case più grandi.

Se invece arrivate da Corte e dal bosco di sopra, introdursi in questo borgo è un’esperienza fiabesca e par quasi di sentire una vocina cantare “A mille ce n’è…”…

Si nota subito come in certi tratti la natura, una meravigliosa natura, abbia preso il sopravvento ma non sembra presuntuosa anzi, sembra voler proteggere quel luogo immerso nel silenzio.

Solo qualche lieve fruscio si percepisce, ogni tanto, provenire da dentro i ruderi. Sono i miei cugini Pipistrelli, si saranno sentiti disturbati dalla mia visita, sono dei dormiglioni!

Dopo quel che rimane di qualche casa raggiungiamo una fontana sulla quale una minuscola targa recita queste parole: “Con la unione di tutta la popolazione di Vignago sorge la fontana dell’acqua potabile 12 – 5 – 1951”.

E’ situata in una piccola piazzetta ora ricoperta da erba alta e si trova nel mezzo della striscia di case.

Vignago è infatti un insieme di dimore che costeggiano l’unico carrugio accessibile.

Alcune di loro non hanno più nemmeno il tetto, altre invece riportano una copertura ancora in ciappe di ardesia, altre sono pericolanti, mentre qualcuna è piena di ragnatele al suo interno.

Se le travi e le solette fossero più resistenti penso che un regista, una volta giunto qui, pensi d’essere arrivato nel suo set cinematografico preferito!

Tutto è da guardare, da osservare, da contemplare. Tutto ha tanto da dire. Se ci si ferma con lo sguardo sopra ai vari particolari si notano cose mai viste prime, si può sentire un’antica narrazione e si può immaginare ciò che non si è mai vissuto.

Ho così tanta voglia di portarmi tutto in tana che faccio foto a non finire.

Questa piccola frazione di Corte, e quindi di Molini di Triora che fa Comune, fino al 1903 appartenne al territorio di Triora distaccandosi poi assieme ad altre frazioni vicine ancora oggi abitate.

Alcuni punti ombrosi sono umidi e bui. Capisco perché i Chinotteri qui si trovano bene tra le braccia di Morfeo ma, attraverso alcuni pertugi, la luce del sole entra e i suoi raggi rendono tutto ancora più affascinante donando un bagliore quasi argentato a quei resti circondati da una natura florida.

Travi di legno massicce, lastre incise, porte pesanti e sedie tarlate. Tra le pietre dei muri escono chiodi enormi, arrugginiti, in grado di sostenere il peso eccessivo.

Ci sono finestre chiuse da persiane di legno mentre altre sono oggi solo buchi dalla forma quadrata che permettono di vedere il mondo.

Siamo a circa 700 mt s.l.m. ma potendo vedere, attorno a noi, nei pressi di questo borgo, alcuni degli alti monti della mia Valle, pare di essere ancora più vicini al cielo. Siamo in un punto alto, aperto, che gode di aria buona e tanto sole.

Il panorama è stupendo e obbliga a spalancare gli occhi ma anche le piccole creature accanto a noi non sono niente male.

Insetti, fiori, funghetti, frutti… c’è davvero di tutto qui. Tantissima vita in un luogo che, a prima vista, sembra parlare soltanto di staticità.

E’ vero, il tempo in effetti sembra essersi fermato ma, nonostante il passare di molti anni, un’energia movimentata continua a imperlare tra queste mura.

Non vorrei più andarmene. Mi piacerebbe vivere quest’atmosfera durante le varie ore del tempo ma i miei lavori in tana chiamano e se non torno indietro voi rimanete qui a Vignago senza altri articoli.

E’ bene ch’io rientri quindi ma prima vi mando un bacio antico e vi aspetto per la prossima avventura.

Buon proseguimento Topi!

Fronté, Garlenda, Garezzo… che tour!

Ai confini di valli meravigliose, in mezzo a pascoli e pietraie, tra animali e fiori, respiriamo un’atmosfera magica e la bellezza esagera, quasi incontenibile, davanti ai nostri occhi.

Avete letto il titolo di questo articolo, avete letto nomi, avete letto di un tour… un’escursione che ora faremo insieme e, attraverso la quale, potrete conoscere un mondo che forse solo Heidi ha visto (oltre a me!). Io sono assieme a Topo amici, la compagnia giusta non manca mai e, assieme, ci divertiremo sicuramente.

Cosa sono il Frontè, il Garlenda e il Garezzo?

Il Frontè è un alto monte della mia Valle, come già vi avevo raccontato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/15/ancora-in-alto-sul-monte-fronte/ e oggi sarà per noi il punto di partenza perché, cari Topi camminatori, una volta raggiunta la sua splendida vetta e aver goduto del panorama che regala bisogna preoccuparsi anche di scendere e tornare in tana.

Non occorre dispiacersi perché si potranno vedere ulteriori scenari meravigliosi che la Valle Argentina regala in ogni suo angolo.

Con lo sguardo possiamo abbracciare anche la Valle Arroscia, dirimpettaia dell’Argentina, i suoi paesi come Monesi e Piaggia ma possiamo scorgere anche il noto Monte Saccarello e la maestosa e conosciutissima statua del Redentore.

Persino il Rifugio Sanremo è visibile.

Non solo. È piacevole osservare attentamente ciò che rimane di diverse strutture Napoleoniche. Si capisce anche da qui che sono grandi e servivano da caserme. Ce ne sono su diversi crinali e, oggi, di loro, rimangono soltanto le pareti laterali e divisorie.

Le guardo incuriosita immaginandomi soldati e battaglie su quelle distese infinite che oggi, fortunatamente, parlano solo di quiete e gioia.

Appena si inizia a scendere ci si imbatte felici in un branco di cavalli selvaggi dai colori del manto assai rari. Uno sembra d’argento, luccica quasi. Altri sono biondi ed eleganti, altri ancora sfoggiano delle tonalità di un marrone che poche volte si vede se non in natura.

Alcuni di loro mi si avvicinano, mi annusano le zampe anteriori. Sono grossi, muscolosi, non altissimi ma robusti. Hanno lo sguardo dolce e curioso allo stesso tempo.

Dopo qualche scatto a tanta meraviglia si decide di proseguire e uno di loro ci segue per qualche metro.

Ci avviciniamo al Passo di Garlenda (2015 mt) e i monti di fronte a noi palesano un ambiente stupendo. Pascoli in discesa di un verde vivace, massi bianchi, gruppi di alberi che sembrano posizionati da mano sapiente, quella del creato ovviamente.

Per raggiungere Colle del Garezzo, là dove siamo diretti, dobbiamo prendere un sentiero tra sassi e ciuffi d’erba che scende parecchio.

 Se fatto a salire bisogna essere allenati.

Alcune pietre hanno forme e posizioni buffe;  rare sono le zone d’ombra esistenti grazie a qualche “custo” e piante solitarie.

È sotto una di queste piante che uno dei miei amici decide di fermarsi per scattare qualche foto al panorama. Si allontana da me ammirando le ricchezze del suolo come i colorati fiori e quello che lo circonda.

La sua passione per le foto lo trattiene diversi minuti e mentre lo aspetto decido di osservare attentamente alcuni insetti bizzarri che si nutrono del nettare di quei fiori.

È in quel momento che vengo attaccata anch’io, come i cavalli incontrati prima, da un Tafano sbruffone che decide io sia la sua colazione. Maleducato e indisponente.

Avendo però già raccontato questa mia disavventura qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/22/la-topina-e-il-tafano-vanaglorioso/ tralascerei tale nefasto ricordo e andrei avanti sia nel racconto sia fisicamente, a scendere, per raggiungere l’ambito Colle.

Avendo scollinato siamo ora davanti ad un altro spettacolo: quello dei profili dei miei monti e possiamo godere di tanto verde in questa stagione incontrando altri nuovi amici.

Continuiamo a scendere facendo attenzione a dove mettiamo le zampe. I lunghi e resistenti fili d’erba, coriacei come spighe, e le pietre nascoste, possono castigare.

Una volta raggiunta la strada sterrata e più grande, ossia siamo arrivati al Garezzo, si va verso Passo della Guardia dove abbiamo lasciato la macchina per poter così raggiungere Triora e tornare al Mulino.

Questo sentiero che abbiamo appena fatto lo si percorre all’incirca in un’ora e un quarto a salire. A scendere, ovviamente, molto meno.

Essendo giunta non mi resta che salutarvi lasciandovi ammirare le immagini che ho scattato per voi e che forse non rendono giustizia al luogo ma posso assicurarvi che è come vivere un sogno.

Un bacio dal Colle Topi! Vi aspetto per la prossima escursione.

Due Valli e una Topina: una gita nel basso Piemonte

Ogni tanto mi piace zampettare anche in altre Valli (Ssst! Non ditelo alla mia, che poi s’ingelosisce, già lo so!) e così questa estate mi sono concessa una gita fuori porta mica male, topi!

Me ne sono andata nientepopodimenoché nel basso Piemonte, nelle valli Pesio e Gesso, ed è di queste due che voglio parlarvi oggi.

Ci troviamo come sempre in un paradiso naturale, ancora una volta tra le Alpi Marittime. Si supera Entracque e si lasciata la topo-mobile nei pressi del Lago della Rovina.

Lago della Rovina

Già da qui si gode di un panorama fantastico, tipico dell’alta montagna. In Valle Argentina siamo poco abituati a questo genere di ambienti, assai diversi dai nostrani. Le cime spiccano dal lago, il cielo è terso e si rispecchia nell’acqua, concedendo scatti degni di uno spot pubblicitario o di un documentario. Siamo in Valle Gesso e la nostra meta è il Lago di Chiotas, sotto il Rifugio Genova-Figari, a ben 2015 metri sul livello del mare.

E’ il luogo preferito di Stambecchi e Camosci, si nota subito fin dal primo sguardo, e anche i rapaci, qui, la fanno da padroni. Da anni ormai è anche appurata la presenza del Lupo, di cui si parla tanto anche nel Centro Faunistico Uomini e Lupi di Entracque.

sentiero lago rovina

La salita verso il Lago di Chiotas si fa sentire, topi. Si avanza un po’ come sui nostri sentieri ripidi e scoscesi, con poca ombra a rinfrescare dal caldo estivo. Miriadi di farfalle accompagnano il cammino, sono colorate e audaci, svolazzano vicine e si fanno fotografare.

farfalla valle gesso

Il terreno è sterrato, a tratti costeggiato dalle ortiche (Ahi!) e si attraversano diverse zone pietrose assolate.

sentiero montagna lago rovina

Ma più si sale e più il paesaggio si fa bello, anche se non sembrerebbe possibile, visto il luogo ameno dal quale siamo partiti. Il laghetto da quassù sembra una piccola pozzanghera ora, e le topo-mobili paiono come giocattoli adagiati su un tappeto d’erba finta.

lago della rovina2

Quando ci si ferma a ristorarsi bevendo un po’, prima di riprendere la marcia, ci si guarda intorno, si scrutano le montagne vicine e con un po’ di attenzione si distinguono diversi Stambecchi in lontananza. Li vedete anche voi?

stambecchi lago della rovina

Brucano tranquilli l’erbetta tenera, la testa china, tanto che a un primo sguardo parrebbero semplici rocce marroncino-grigiastre.

Stuole di Lamponi, More e Fragoline si lasciano vedere ovunque su tutto il sentiero, invitandoci a cogliere questi frutti prelibati di cui vado davvero ghiotta.

lampone

E poi Carline, Felci e fiori di campo d’ogni sorta colorano i nostri passi fino al Lago di Chiotas, sulle cui sponde si trova anche il Rifugio Genova-Figari. E qui si gode davvero di una tranquillità incredibile, col cielo come tetto e una corona di cime montuose ad avvolgerci.

Ci si ferma per una pausa lunga, questa volta, per farsi accarezzare da un sole che scotta e scrutare sotto il pelo dell’acqua i pesci che nuotano giocondi in santa pace. Fare il bagno qui è sconsigliato, il pericolo è segnalato dai cartelli, ma qualche topo audace un tuffo non distante dalla riva se lo fa eccome, per lavare via tutto il sudore accumulato con la precedente salita.

lago chiotas

C’è pace qui, tra questi monti, e non si vorrebbe davvero andare via, non dopo aver zampettato qualche oretta. Ma la discesa riserva tante sorprese! Eh sì, topi, perché le famigliole di Stambecchi scendono fino al sentiero e si lasciano guardare e fotografare senza pudore alcuno.

stambecco valle gesso

Sono vicini, anzi, vicinissimi, e di una bellezza selvaggia davvero estrema. Ci sono anche i cucciolotti, piccoli e ancora inesperti guidati dalle loro mamme. E’ bene non disturbarli troppo nei loro affari, sebbene siano tolleranti. I piccoletti, in particolare, suscitano una tenerezza infinita con quelle loro cornine non ancora cresciute come quelle delle mamme.

cucciolo stambecco

Più si scende di quota e più se ne vedono. Brucano con tranquillità e pacatezza, poi si sdraiano sulle rocce o si arrampicano con le loro zampe resistenti ed equilibriste.

stambecchi valle gesso2

E’ bello ammirare il modo in cui questi mammiferi si siano adattati perfettamente all’ambiente in cui vivono e siano con esso un tutt’uno. A volte hanno qualche scaramuccia, presto risolta per fortuna, poi la vita torna a scorrere placida e selvaggia.

stambecchi valle gesso4

Conclusa questa gita strabiliante, ne inizia un’altra, questa volta in luoghi a me più familiari. La Valle Pesio era una delle mete predilette dalla mia topofamiglia per le vacanze estive, quando ero una topina piccola piccola, ma qualche ricordo lo conservo ancora con tanto affetto.

valle pesio

Come scordare i pranzi da re sul prato del Rifugio di Pian delle Gorre, le capriole con i topo-cugini, le domande con le quali prontamente tempestavo topomamma, topopapà e i topononni? Che dire, poi, di tutte le passeggiate zampettando per i boschi con quegli alberi alti, alti, ALTI (e io son piccolina, e io son piccolina) e le zampette nel fango per acciuffare le rane per qualche secondo, lasciandole poi libere di saltellare altrove?

Insomma, volevo a tutti i costi tornare in quei luoghi e così eccomi qui a raccontarvi anche questa.

Devo dire che anche in Valle Pesio, come nella mia Valle, si possono incontrare strane creature… ma non mi aspettavo assolutamente niente di tutto ciò! Guardate un po’ in chi mi sono imbattuta!

serpente bosco valle pesio

Un serpente gigante se ne sta acquattato nel bosco, vi assicuro che è davvero di dimensioni notevoli… ed è interamente realizzato con materiali naturali offerti dal bosco.

E, a proposito di quest’ultimo, lascia proprio senza fiato.

valle pesio albero

Le conifere, per lo più Abete Bianco, odorano di resina e aghi, un profumo forte, che già da solo basta a fare aprire i polmoni. Lo scroscio del torrente Pesio dona pace e serenità, soprattutto quando grazie alle cascatelle scende più sinuoso tra i ciottoli del sottobosco.

cascata pesio

E’ un percorso bello, pulito, quasi tutto pianeggiante, pieno di topi che qui vengono a godere del fresco offerto con generosità dalle alte fronde arboree. Fa quasi fresco in questi luoghi, se ci si ferma per lungo tempo è bene mettere un golfino sulle spalle. E qui camminano tutti, ma proprio tutti! Topi anziani, topini piccoli, topi con problemi motori… persino i topi di città ci si avventurano con piacere, perché qui si gode di scorci che fanno respirare, si esce dal bosco rinfrancati, alleggeriti, sereni.

parco valle pesio

La rete sentieristica è davvero fitta, i percorsi da fare sono così tanti che non basterebbe una settimana per scoprirli tutti, ma io ho voglia semplicemente di zampettare in luoghi familiari che non vedo da diverso tempo e così finisco dritta dritta all’Osservatorio Faunistico.

cervi osservatorio faunistico valle pesio

Fu costruito nel 1990 per permettere ai Cervi di abituarsi all’ambiente nel quale furono reintrodotti e conta una superficie di quattro ettari. Ci sono diverse femmine coi loro piccoli, è bello osservarle per un po’, prima di zampettare di ritorno. Preferisco le bestiole libere di correre, piuttosto che chiuse in un recinto, ma la loro bellezza è comunque innegabile. Senza contare che la loro permanenza qui è comunque temporanea, per fortuna.

cervi osservatorio faunistico valle pesio2

Tra gli alberi del sentiero si respira un’aria magica e insolita e io me ne torno a casa ancora più desiderosa di scrivere nuovi articoli per voi, topi! Perché se è vero che è bello mettere il naso fuori dalla tana e vedere luoghi nuovi, è altrettanto vero che la mia tana è bellissima e sempre unica nel suo genere. La amo e voglio farla scoprire per benino anche a voi. Un bacio silvano a tutti.