Dentro i Bunker di Marta – nella profondità della Terra

Cari Topi, probabilmente non ve l’ho mai detto ma a far da cornice alla mia splendida Valle ci sono monti assai importanti perché hanno conosciuto vicende umane non indifferenti.

Attraverso questo post, capirete che siamo davvero in un teatro storico che ha molto da raccontare ma, allo stesso tempo, dal punto di vista naturalistico, proprio dove la mano dell’uomo si è unita a quella di Madre Natura per compiere le proprie azioni, siamo in un luogo stupendo.

Una parte del lato a Ovest, e a Nord Ovest, della Valle Argentina è infatti delineato da montagne straordinarie, vissute tantissimo durante i più noti periodi di battaglia, le quali sono state trasformate in giganteschi pezzi di gruviera. Sapete perché? Perché al loro interno sono stati realizzati bunker di una vastità incredibile.

Oggi vi porterò a visitarli ma prima devo dirvi due nomi.

Siamo nella zona di Marta; è così chiamata per via di Cima Marta 2.138 mt, una delle montagne più alte che ci circondano. Vi indico l’altezza di questa vetta perché capirete, leggendo, quanto è stato protagonista il clima.

Siamo infatti in una zona dove un tempo nevicava tantissimo. Gli inverni erano molto più rigidi di adesso e la neve, la bianca signora, perdurava per diversi mesi. Questo è importante da sapere, Topi, perché oggi vi racconto di guerre, di storie militari ma, sopra ogni cosa, porto il vostro ricordo ai soldati che prima di tutto erano: uomini.

La maggior parte di essi si spostavano sugli sci. Dovevano essere abili sciatori e, ovviamente, non dovevano patire il freddo. Ma come era possibile a quelle temperature? Qui si era sempre sotto lo 0, il vento tagliava i musi e il ghiaccio regnava sovrano.

Davanti a Cima Marta, proprio di fronte a lei, un altro promontorio elevato, nominato “Balconi di Marta”, conserva al suo interno il più grande e vasto bunker di tutto il Vallo Alpino Occidentale (pur non essendo l’unico).

Si tratta di un bunker davvero impressionante che scende sottoterra quanto un palazzo di 45 piani, pensate!

Al suo interno, infatti, ben 500 gradini circa, portano sempre più giù e il buio è assoluto.

Se fuori, in mezzo a quei prati verdi e incontaminati, me ne sto con le maniche corte di una canotta ricavata da una foglia di Faggio, qui sotto mi devo mettere la giacca pesante! Un bel po’ di paglia me la porto dietro, perché non fa caldo per niente e non è suggestione.

Là sotto le correnti d’aria sono ghiacciate, mi chiedo come l’essere umano abbia potuto realizzare un’opera di quelle dimensioni in un luogo come quello: il ventre della terra.

Scusate se posso apparirvi patetica ma provo persino compassione per quegli uomini che hanno dovuto stare in queste condizioni nonostante fossero davvero ben organizzati e questo è ciò che più stupisce. Avevano la luce e persino il riscaldamento. Letti, telegrafi, materiale di primo soccorso…

Questi bunker, che dal 1947 appartengono alla Francia (siamo infatti in zona di confine) sono stati creati intorno alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e, in realtà, sono un insieme di edificazioni sotterranee che si collegano tra di loro. Ce ne sono diversi, ma quello sotto ai Balconi, come vi ho detto, è il più esteso e il più profondo di tutti.

Nonostante l’oscurità e accompagnata dalla mia fida amica – Torcia – (non potete andare senza) riesco a riconoscere alcune stanze indicate da delle scritte originali dell’epoca. C’è la camerata, l’angolo delle latrine, la riservetta, il serbatoio della benzina… l’impianto elettrico è completamente arrugginito e alcune grosse schegge di ceramica sono un ammasso ossidato con il ferro.

Solo in alcuni punti la luce e l’aria arrivano dalle casematte che hanno l’apertura sulla quale veniva posizionata la mitragliatrice o il cannone.

Questo complesso fortificato, che riprende anche le caserme esterne (ben più antiche ma ristrutturate all’epoca per la Seconda Guerra Mondiale e riutilizzate) era prettamente – difensivo – ma capitava qualche volta di dover attaccare.

Molto prima di Cima Marta, verso Testa della Nava, e cioè più a Nord, gli inglesi facevano scendere armi e munizioni dagli aeroplani, all’interno di grandi casse di legno e di ferro, e queste dovevano essere trasportate fin là sotto. Che vita Topi! Per non parlare, naturalmente, del fatto che si era in guerra!

E’ come se non riuscissi a destarmi da quella sorta di incanto. Nonostante il ricordo negativo che trasportano con sé, queste realizzazioni in pietra e cemento incantano. Guardo quei cardini enormi, quelle putrelle… sono gigantesche. Come hanno potuto trasportarle fin qui, quando, per arrivare dove sono io ora, bisogna scendere gradini piccoli e stretti e umidi.

Nemmeno le stille, in alcuni angoli, osano far rumore andandosi a rompere al suolo. Alcuni anfratti sono letteralmente bagnati e si formano persino delle pozzanghere a terra. Bisogna fare attenzione, la pavimentazione è bagnata e in discesa. Penso che quelle mucillagini, che si sono formate con il tempo, siano l’unico cibo per delle zanzare che svolazzano su quell’acqua stantia. Ma non sono gli unici esseri viventi anche se può sembrare assurdo. Nessuna forma di vita potrebbe vivere là sotto eppure…

Mi colpiscono moltissimo delle Falene di colore nero. Sono davvero in basso e questi insetti non godono ne di luce, ne’ di aria… come possono vivere qui? Di cosa si nutrono? E come fanno ad orientarsi in quel buio scuro come la pece? C’erano già quando i soldati risiedevano qui dentro? Durante la notte le vedevano volare davanti alle loro fioche lampade e la loro ombra diveniva enorme sui muri bianchi? Quante domande mi frullano per il cervello, per questo, come vi dicevo, sono totalmente rapita da questi luoghi.

I muri… quei muri… freddi e un tempo puliti. Oggi sono molte le scritte che li pasticciano e, nel bunker più grande, c’è anche quella che indica l’”Uscita”. Beh, ci sta. Può essere utile, anche se, devo ammettere che non è così difficile riuscire ad orientarsi. E mi riferisco anche al bunker grande.

In lui, il lungo corridoio dritto è ramificato e queste diramazioni portano ad altre stanze ma si può sempre tornare in questo lungo corridoio principale. La parte iniziale è forse la più “complicata”, se così si può dire, perché porta anche alle quattro casematte dove c’era l’artiglieria ma è anche la più apprezzata perché permette di respirare da quelle aperture e vedere i pascoli e il cielo che circondano quell’incredibile opera.

Quei colori sgargianti della natura si apprezzano ancora di più stando là sotto.

Il volo dei Corvi Imperiali, liberi in quell’azzurro, fa davvero capire quanto sia importante la libertà.

Mentre un tempo, degli uomini, hanno vissuto segregati in quei luoghi oscuri, che sapevano di inferno, oggi la Natura continua a dare il meglio di sé trionfando con fiori ed erba nuova ogni anno.

Le marmotte saltellano tra una roccia e l’altra e le pecore dei pastori si nutrono di quella meraviglia.

Il vento accarezza le spighe che si muovono… si muovono senza legami, senza catene e quasi commuovono dopo aver visto tanta chiusura.

Un fascino davvero particolare amici. Un fascino da conoscere ma non adatto a chi soffre di claustrofobia.

Un’opera colossale, incredibile, ed è qui, a due passi da me.

Marta e la Guerra… quanto sangue è stato versato su quelle praterie immense che scendono fino all’infinito.

Quante riflessioni sono state fatte tra quelle pareti bagnate. Non c’è più nulla sotto a quella terra ma i ricordi sono pesanti come il marmo.

Vi mando un bacio malinconico ma non temete, non sono triste, sono più che altro rapita e affascinata, e tanti sono i punti interrogativi che danzano nella mia mente.

Ora risalgo in superficie e mi godo una delle zone più spettacolari della mia Valle. O meglio, dei suoi confini. Un punto panoramico eccezionale.

Alla prossima Topi.

Dal Tanarello al Saccarello – tra Pecore, Fiori e Montagne

Dopo un po’ di pausa, che mi è servita per andare in perlustrazione, l’escursione che vi porto a fare oggi è meravigliosa e non solo dal punto di vista panoramico.

Ecco, già vi sento che mi state accusando di essere ripetitiva ma cosa ne posso io se la mia Valle e i suoi dintorni sono di una bellezza unica? Giudicate voi stessi dalle immagini di questo articolo, noterete immediatamente che sto dicendo il vero!

Attraversando Passo Tanarello si giunge al Monte Saccarello, il monte più alto della Liguria (2.202 mt) e vetta imponente della Valle Argentina divisa con Piemonte e Francia. Ma prima dobbiamo arrivarci al Tanarello. Mi sembra ovvio.

Giungiamo in questo splendido luogo passando per l’Alta Valle dal piccolo paese di Realdo per poi proseguire verso Passo di Collardente e alla Bassa di Sanson.

Qui incontriamo un bivio. Siamo in un punto che ci permette di andare a Marta e quindi poi a Colle Melosa oppure al Passo della Guardia e al Garezzo ma noi, si va appunto, verso il Tanarello.

Si va quindi verso un valico delle Alpi Liguri che supera di poco i 2.000 mt s.l.m. un’ex strada militare totalmente sterrata.

Si può già vedere la nostra meta stagliarsi contro il cielo e, facendo attenzione, si nota persino la Statua del Redentore, verso destra, che sembra piccolissima da qui. Ebbene sì, dobbiamo arrivare fin lassù.

Sono le prime ore di una calda mattina e la rugiada non è ancora stata asciugata del tutto dai raggi del sole che la fanno brillare. Sembra di essere contornati da diamanti… queste sono le “ricchezze” della Natura.

Sono gli alberi a riparare queste goccioline dal tepore del sole e contribuiscono all’incanto.

Si tratta prettamente di Conifere attraversate dal sentiero che percorriamo, il quale poi diventerà uno sterrato dove è possibile anche passare con un’auto adatta.

Durante la primavera e l’estate il colore dominante è assolutamente il verde, non tanto degli alberi che si diradano sempre di più, ma soprattutto è il verde di una vegetazione florida e dei pascoli infiniti che si tuffano in discesa verso la Francia.

Il verde e il giallo dei fiori di campo. Un’immensità di giallo.

Nel periodo di giugno, questo verde è meravigliosamente contrastato dal rosa acceso dei Rododendri che formano come grandi laghi colorati e romantici su quei versanti incontaminati. I Rododendri non sono gli unici fiori presenti ma sono sicuramente quelli che più stupiscono vista la loro enorme quantità.

Anche le Orchidee selvatiche e i Non Ti Scordar Di Me sono numerosi e propongono varie totalità che non si incontrano sovente, senza tralasciare il viola vivo del Timo e le sfumature di tanti Funghi che, come pietre preziose, abbelliscono ulteriormente questo territorio.

Il colore dello smeraldo, dato da un’erba appena nata, mette in risalto il panna scuro delle pecore che brucano felici su quei prati.

Ce ne sono tantissime e ci sono anche Mucche e Cavalli per non parlare dei Camosci che si possono scorgere sulle creste più alte e più rocciose. Liberi e curiosi.

La Brigue si nota a fondo Valle e i monti che a sinistra vediamo, salendo, sono tutti francesi. Noi viaggiamo sul confine mentre, un tempo, questo era tutto territorio italiano che è stato poi diviso attraverso il Trattato di Parigi.

A perdita d’occhio si possono vedere profili montuosi dalla bellezza selvaggia e indescrivibile. Una meraviglia dalle punte azzurre e spesso baciate da nuvole dense.

La meta è vicina e continuiamo a salire fino ad arrivare in cresta. Una cresta dalla quale ora si può ammirare anche il versante ad Est e i paesi di Monesi e Piaggia. La divisione tra la Liguria e il Piemonte.

Tra le montagne meno aspre della Valle del Tanarello si distingue bene, bianca e serpeggiante, la strada che conduce ad una delle carrarecce più belle e conosciute d’Italia. Si tratta della Via del Sale, che congiunge le due regioni prima nominate e che su di sé ha visto passare soldati e mercanti.

Oggi sono i ciclisti, i centauri e gli escursionisti ad attraversarla e il panorama che offre è splendido.

Ma anche la vista che godiamo da qui non è niente male e, davanti a noi possiamo nuovamente notare la vetta del Saccarello simboleggiata da un obelisco in cemento. Siamo decisamente più vicini ora.

Un emblema però meno “sentito” rispetto alla vicina statua del Redentore conosciuta ovunque.

Chi lo desidera può ristorarsi al Rifugio “La Terza”, qui presente, e aperto durante la calda stagione.

Può rifocillarsi con tante squisitezze proposte oppure… per chi invece preferisce fare un pranzo al sacco… beh… lo spazio non manca di certo.

Si è contornati da monti e valli, ci si sente come in cima al mondo e gli occhi si affrettano a guardare tutto come se quel tutto dovesse finire da un momento all’altro.

Stando sulle creste adiacenti al Saccarello occorre fare attenzione a non sporgersi più di tanto. I dirupi sono davvero esagerati. Quel mondo va in discesa per presentare, laggiù in fondo, piccoli piccoli, i paesi di Verdeggia, Realdo e Borniga.

Sembrano finti visti da qui. Tutti quei tetti di grigio antico e quelle case incastonate tra gli spazi delle montagne. Come siamo alti…

Continuando più avanti, verso Passo di Garlenda, una cima che colpisce è quella del Monte Frontè con la sua Madonna Bianca a vegliare su quell’angolo di paradiso. Sembra vicino visto da qui, in realtà, per raggiungerlo, occorrerebbe fare una passeggiata per niente breve.

Noi abbiamo raggiunto questo luogo a piedi ma, ovviamente, si può salire anche in auto (con un’auto adatta) e quindi volendo si può poi decidere di proseguire per altre mete zampettando.

Un tour che consiglio a tutti, il quale può offrire una spensierata giornata familiare o una ricerca più tecnica del territorio o, per chi semplicemente ama la natura, un momento di relax e stupore. Le possibilità che regala sono diverse, quindi affrettatevi che l’estate sta per finire!

Io vi mando un bacio dalle più alte cime liguri e vi aspetto al prossimo articolo!

Continuate a seguirmi! Squit!

Rocca della Mela – un “frutto” antico in Valle Argentina

Un po’ come se, in Valle Argentina, fosse sempre Natale! Ebbene sì Topi cari… abbiamo un panettone sempre fisso, nel bel mezzo della Valle, tondo come un cuscino e naturalmente meraviglioso. Ma non è un panettone in realtà. E’ qualcosa di ancora più bello e porta un nome assai curioso. Vi sto parlando di Rocca della Mela un ammasso roccioso, probabilmente in arenaria, davvero simbolico.

Le rocce che la compongono sono bianche e parecchio strane. Ruvide, porose e attaccate assieme dalla terra scura o appoggiate una sull’altra ma sembra quasi impossibile possano stare così appiccicate senza staccarsi. Non è infatti un masso unico, frastagliato, come può sembrare da lontano.

Rocca della Mela si trova isolata in mezzo a tanti prati che durante la primavera e l’estate sono di un bellissimo verde vivace e quindi lei, così chiara, spicca ancora di più. Prati che però non sono solo di erba ma composti anche da tantissimi fiori stupendi, colorati e profumati e che rendono tutto quell’ambiente completamente fiabesco. Ci sono i bianchi Gigli di Monte, i Fiordalisi selvatici, i Botton d’Oro, i Non ti scordar di me e tanti tanti altri…

Sono gli alti pascoli della Valle presso i Prati di Corte dove, durante la bella stagione, soprattutto un tempo, i pastori portavano a pascolare i loro animali.

Oggi, sono prevalentemente i Caprioli a far da padroni in mezzo a quel ben di Dio della Natura e a cibarsi di germogli, funghetti e foglie fresche. Sono prati ricchi, molto generosi.

Il nome “Mela” è un nome interessante nella mia Valle da tanto tempo. Non riguarda solo il frutto in sé come si potrebbe pensare. E’ un nome che ricorda anche il Miele, considerato il “Nettare degli Dei”, alimento fantastico, in tutte le qualità, fin dai tempi più antichi. E la malva. Dalla radice mal significa infatti un qualcosa di morbido, dolce e succoso. Non solo, persino il nome Colle Melosa ricorda questi alimenti considerati da sempre portentosi soprattutto quando il cibo scarseggiava più di oggi e, al posto dei medicinali, si usavano i prodotti della Terra.

La Mela è da sempre considerata, per eccellenza, il frutto in grado di guarire. Lo diciamo anche oggi – Una Mela al giorno toglie il medico di torno – e, alcuni nostri Topononni, quando erano più giovani, tenevano una Mela sul comodino di chi stava poco bene perché, quella Mela, la si riteneva in grado di assorbire il malessere del malato portando via i dolori alla persona.

Alcune Streghe usavano bacchette magiche in legno di Melo per realizzare incantesimi sulla longevità e, inoltre, la Mela, era considerata il frutto simbolo dell’Amore. Non solo della discordia come si pensa in base a diverse filosofie. Per questo, le nostre Bazue, la usavano nel creare alcune pozioni d’Amore.

Probabilmente è a causa della forma particolare di questa Rocca che le è stato conferito questo nome ma è carino pensare anche a tutto quello che ci sta dietro.

Come può anche essere che, una volta, ci siano stati diversi Meli a circondarla. Non lo so, so solo che ora, a circondarla, ci sono tutti i miei monti in un teatro unico.

Dalla mia posizione posso ben vedere dietro di lei il Toraggio, il Pietravecchia e il Grai ma anche il borgo di Triora, mentre, dietro alla mia coda ci sono il Monega, il Bussana e il Donzella. Che spettacolo!

Su di lei Sassifraghe, Timo e Lavanda si muovono mossi da lievi sbuffi di vento. Queste rocce, piene nei loro anfratti da piante così tenaci, sono incredibili. Si tratta di piante spontanee che hanno bisogno di poco terreno e poche cure così, adattandosi anche ai luoghi più impervi, addobbano persino scogli rudi.

Che luogo di pace assoluta, quasi quasi vengo a costruirmi la tana estiva in qualche cunicolo sotto di lei. Tutto qui è particolare. Mi guardo attorno e vedo un infinito fatto di bellezza inimitabile.

Ogni volta la mia Valle mi stupisce regalandomi ambientazioni che nemmeno la più fervida fantasia avrebbe potuto immaginare. E’ tutto così bello.

Mi sento ancora più piccola in tutto questo spazio ma, allo stesso tempo mi sento protetta dalla bontà che mi abbraccia e da questa Rocca che emana un’energia amorevole.

Vorrei stare qui ancora molto tempo, vorrei persino dormire ai suoi piedi ma devo tornare in tana perché ho da scrivere altri articoli per voi e portarvi con me in altri luoghi da favola.

Salutiamo assieme Rocca della Mela promettendole di venirla a trovare presto.

Vado! E a voi mando un bacio… mieloso…

Il Toraggio – l’uomo addormentato e il suo nome

Come molti sanno, il Monte Toraggio, è uno dei miei monti preferiti.

In questi due link qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/07/19/saliamo-sulla-vetta-del-toraggio/ e qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/08/scendiamo-dal-toraggio-e-arriviamo-a-fontana-itala/ ho parlato molto di lui, spiegando come raggiungere la sua parte più vicina al cielo e come discendere, da un altro sentiero, ammirando luoghi nuovi e meravigliosi.

Pur non essendo in Valle Argentina, lo si considera comunque un monte “nostro”, in quanto, con la sua solenne presenza, lo si può ammirare da ogni punto della Valle ed è, col passare degli anni, divenuto un caro amico. Come un simbolo. Uno dei tanti che abbiamo e amiamo. Inoltre, appartiene alla Catena Montuosa del Saccarello e alle Alpi Liguri quindi è come se appartenesse anche un po’ a noi.

La cosa principale poi è che, da come lo vediamo noi, o per lo meno dalla maggior parte delle zone della Valle Argentina, appare come la sagoma del viso di un uomo addormentato, con un naso un po’ aquilino e una fronte importante. Ma non è finita qui.

Assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, che si trovano accanto a lui verso Nord, quel viso appare congiunto anche a un corpo, tanto da aver assunto nel tempo il nome di “Uomo che dorme” o persino “Il Napoleone addormentato”.

Questo perché, a volte, attraverso varie atmosfere climatiche che si formano attorno a lui, delle nubi spesse e candide alle sue pendici, pare formino i capelli bianchi del noto Imperatore.

Il Monte Toraggio, alto 1.972 mt, ha l’aspetto severo e rude. Le sue pareti non sono morbide e tondeggianti anzi… alcune guglie di pietra gli recano proprio quel fascino brusco che ammalia.

Il suo nome deriva probabilmente da “Torevaius” un termine che, un tempo, soprattutto in ambito pagano, era dedicato a importanti luoghi di culto. Torevaius, infatti, sarebbe il nome antico di un Dio preromano custode delle vette.

Non solo, lo stesso nome “Torevaius”, deriverebbe da un’antica lingua romanica che indica “In Terrabulis” e cioè “Su luogo terribile” perché – terribili – erano considerate le sue cime frastagliate.

Forse è proprio questa sua autorevolezza che mi rapisce. Quella sua bellezza data da certe rocce sporgenti e alte falesie.

Il Toraggio esige molto rispetto e non è conveniente salire su di lui quando Madre Natura non lo permette forse proprio perché, in certi momenti dell’anno, quella natura vuole starsene in totale solitudine.

Sempre da parte di alcune antiche popolazioni preromane, si è ottenuto però anche il vocabolo “Tauraricum” ad indicare un diritto di pascolo che si è poi trasformato, come termine, a causa della lingua provenzale entrata a vivere quelle Alpi. Ovviamente si parla degli ampi prati attorno alla sua base che, in estate, offrono fiori di ogni genere e il verde smeraldino di quell’erba tenera.

Si tratta di luoghi incontaminati, che invitano Cicale e Farfalle.

Il Toraggio offre ovviamente una vista spettacolare. Si vede persino il mare dalle sue vette e una distesa di monti a perdita d’occhio.

Si è quasi a 2.000 mt di altezza e sono poche, nelle sue vicinanze,  le montagne alte quanto lui o più, perciò si gode di una vista aperta da ogni lato. Una vista che non la si dimenticherà più.

E’ sicuramente una meta da raggiungere almeno una volta nella vita, perchè regala emozioni uniche.

Anche lui è magnifico sempre. Visto da ogni dove. Imponente e aspro.

Adoro le sue forme, la personalità che emana. E’, per me, anche un punto di riferimento.

Sono nata guardandolo e continuo a farlo. Così come continuerò a parlarvi di lui.

Vi mando un bacio spettacolare quanto il suo splendore e vi aspetto per la presentazione del prossimo monte. A presto!

A Rocca delle Penne sopra la Foresta dei Labari

E’ l’alba di una spettacolare mattina di gennaio quando giungo a Case Loggia, sopra il paese di Corte.

Le sfumature rosa e arancio di questa aurora, preludio di una giornata che sembra primaverile, mi permettono di vedere la Corsica che si staglia sopra al mare, avvolta dalle nuvole, laggiù in fondo, oltre il Monte Faudo. “Come inizio non c’è male” mi vien da pensare.

Mi trovo dove un tempo, un gruppetto di case formava una piccola borgata. Ora ne sono rimaste pochissime sotto strada, mentre una frana ha devastato questo territorio che però non ha perso la sua bellezza.

Se mi guardo attorno, infatti, posso vedere la magnificenza dei miei monti, crinali incredibili e spettacolari e distese di pascoli infiniti sui quali non è difficile scorgere Caprioli, Camosci o Mucche a brucare quell’erba che riveste, come velluto, quei monti che sembrano finti. Sono i Prati di Corte.

La strada che mi ha portato sin qui è uno sterrato che si prende dopo aver sorpassato la sbarra per la via che porta anche a Vignago. Occorre infatti conoscere qualcuno che abbia le chiavi, non a tutti è concesso di passare in questa zona se non a piedi. Sono andata in auto per evitare troppi chilometri, dal momento che molti me ne aspettano, per raggiungere un dente roccioso della Valle che mi consente una visuale splendida.

La mia meta è Rocca delle Penne e, da dove sono, posso già vederla in lontananza sporgere dal monte in modo pronunciato e sovrastare l’ampia Foresta dei Labari che vedrò dall’alto.

Da qui, prima di partire, posso vedere anche un’altra tappa che raggiungerò per poter poi arrivare alla Rocca. Si tratta di un altro spunzone roccioso, molto caratteristico ma del quale non si conosce il nome.

Dapprima si staglia contro il cielo terso che si sta schiarendo solo ora ma, con il passare delle ore, si mostra in tutta la sua bellezza con quei colori appisolati che gli donano un aspetto rude e particolarmente selvaggio allo stesso tempo.

M’incammino a salire scavalcando diversi rii d’acqua e sorgenti.

E’ faticoso questo percorso non delineato. Si sfruttano i gradini formati dalla montagna stessa poggiando le zampe su ciuffi d’erba o piccoli spazi pietrosi.

Non c’è un sentiero ma quello che, dalle nostre parti, viene definito “sbrego” cioè un passaggio che, più di una volta, lo si inventa sul momento provando a capire dove è possibile passare.

Occorre far attenzione a non scivolare data la pendenza e un suolo, a tratti, formato da schegge di simil ardesia rossiccia, assai frantumabile.

Spesso bisogna aiutarsi con le mani, aggrappandosi a grandi massi o ad arbusti. Bisogna essere accorti però a cosa si utilizza come aiuto, in quanto la maggior parte dei cespugli che si incontrano sono spinosi, mentre i rami, in questa stagione, sono secchi e fragili pertanto non è bene fidarsi di loro.

Il Maggiociondolo ha abbandonato già in autunno i suoi splendidi grappoli gialli e fioriti e si è trasformato in un grande mucchio di dita aguzze che pendono verso il basso. Lo scenario è proprio invernale anche se il sole ora scalda molto e sembra di essere nel mese di maggio.

La fatica continua. L’ascesa è ripida e difficoltosa ma il mio sguardo viene appagato dal panorama che mi circonda e che diventa sempre più ampio.

Di quell’infinita bellezza mi colpisce subito il trio più famoso della Valle Argentina in fatto di vette. Ecco infatti, presenti e austeri come sempre: il Monte Toraggio, il Monte Pietravecchia e il Monte Grai affacciarsi da dietro i monti più bassi e mostrandosi in tutto il loro splendore.

Effettuo una breve sosta per riposarmi. Sotto i crinali di una zona chiamata “i Confurzi” (ad indicare acqua che confluisce) vedo Camosci correre a perdifiato verso fondo Valle. Sono troppo lontani, non li posso fotografare e quindi mi accontento di ammirarli attraverso il binocolo chiedendomi cosa li abbia spaventati così tanto. Mentre cerco risposte, i miei occhi si fissano su una sagoma in cima al crinale, sopra agli ungulati, e ha proprio le sembianze di un grosso rapace. E’ sicuramente un’Aquila della quale vi metto un immagine che ho dovuto tagliare e ingrandire parecchio per mostrarvela. Perdonate quindi la qualità della foto ma era lontanissima.

I Camosci scampano il pericolo lanciandosi in basso in un modo che mi chiedo come sia possibile vista la pericolosa discesa. Come possono non ruzzolare giù nel dirupo… sono davvero fantastici ed è affascinante osservare quelle loro movenze agili e veloci.

Finito quello spettacolo (per loro sicuramente poco piacevole) continuo la mia escursione grazie alla quale posso anche vedere Triora adagiata su un profilo montuoso che le fa da poltrona.

Giungo alla prima Rocca anonima di cui vi parlavo. Anche qui si apre ai miei occhi uno scenario bellissimo. Vedo la strada che ho percorso con la topo-mobile per arrivare fino al luogo di partenza e tutti i monti che mi circondano.

Mi siedo un attimo per riprendere fiato, guardarmi attorno e vivere quella quiete. Sono seduta su diverse pietre nascoste da ciuffi inariditi di Timo e Lavanda. Anche il Ginepro è molto presente e non mi ci vuole molto a capire che, in estate, questo dev’essere un luogo meraviglioso pieno di colori vivi, profumi e animaletti che svolazzano su quell’altura.

Sicuramente ci sono anche parecchi rettili, lo comprendo dalla conformazione del territorio e, durante la calda stagione, bisognerà di certo essere prudenti.

Ora invece tutto dorme. Anche i piccoli uccelletti, da sempre compagni delle mie avventure, sono rari.

Dirigendomi verso Rocca delle Penne passo attraverso una natura riarsa dal gelo. L’erba sembra paglia e il verde che addobba alcune Conifere è tenue. Solo le bacche di Rosa Canina si distinguono in quel sonno con il loro rosso acceso che spicca.

Per terra noto molto Quarzo. Siamo in una zona prettamente rocciosa e quel Quarzo brilla sotto ai raggi del sole.

Rocca delle Penne mi è vicino e, per raggiungerla, devo scendere facendo sempre attenzione a non scivolare. La zona è sempre impervia ma ho finito di salire.

Voglio passarle sotto raggiungendo quello che è un sentiero (finalmente) e mi consentirà di tornare a Case Loggia ma prima mi fermo sulla sua cima.

Una distesa, a perdita d’occhio, di alberi spogli, riempie lo spazio sotto di me. E’ la Foresta dei Labari, ora grigia, fitta e selvaggia. Una meraviglia. Sembra un enorme tappeto.

Scendo, aggiro la Rocca che si mostra in tutta la sua bellezza mostrando una roccia viva dai toni salmone e mi ritrovo su Costa dei Labari. Da qui posso vedere Rocca della Mela di fronte a me e sono all’interno di un boschetto, periferia della nota Foresta.

L’atmosfera è cupa, è come essere nel cuore pulsante di un organo propulsore di vita nonostante la quiete che avvolge.

Questo percorso, roccioso anch’esso ma pianeggiante e facile, mi porta al punto di partenza. Eccomi infatti dopo qualche metro e qualche nuovo ruscello scavalcato a Case del Passo e di nuovo a Case Loggia.

Ho potuto vivere un territorio aspro ma che mi ha dato tanto, dove la vita non si mostra facilmente ma è da scovare. Ancora più intima, ancora più segreta.

Spero che questo giro sia piaciuto molto anche a voi. Ora vado a riposare le stanche zampette e a scrivere un altro articolo.

Un bacio selvaggio a voi.

Monte Arborea – un monte scozzese in Valle Argentina

I monti della mia Valle sono per lo più ricoperti da pascoli e prati che in estate li tingono di verde e, in inverno, il manto bianco della neve, li rende lisci da sembrar disegnati.

Ma non Monte Arborea che, con quelle sue rocce cubiche, tra piccoli tratti di prato, sembra quasi un monte scozzese degno della scenografia di Brave Heart.

Il muschio che ricopre quei massi grigi e i ciuffi d’erba che li contornano, fan sì che il territorio acquisisca un aspetto Nord Europeo e sembra davvero di essere in qualche terra celtica nella quale, qualche valoroso ribelle, aspetta nascosto tra quelle grandi pietre che passi il nemico.

Osservando il terreno sul quale appoggio le zampe, in certi momenti, mi sembra di essere in una lontana brughiera e anche questo è il bello dei luoghi che vivo; hanno la capacità di catapultarti in nuovi mondi, lontani e fiabeschi.

E’ un monte ruvido ed è un goccio difficoltoso percorrerlo, arrivando dal Carmo di Brocchi, soprattutto in inverno, quando il ghiaccio non aiuta e il cammino da percorrere è in discesa.

Nessun sentiero ben delineato lo taglia. Occorre passare tra quelle grandi pietre e quell’erba spigata, riarsa, che spesso nasconde trappole.

Bisogna fare attenzione perché, tra un passo e l’altro, il piede può rimanere legato tra quei fili secchi, oppure finire in un buco del terreno nascosto da quella natura. Serve fare attenzione anche ai pezzi di legno senza fidarsi troppo della loro solidità. Sono marci dopo aver sopportato tutte le piogge autunnali ed essere rimasti parecchio sotto il manto nevoso, per questo, si frantumano in mille pezzi appena vengono calpestati.

Alcuni massi sembrano ben fissati, invece, con il nostro peso addosso, iniziano a muoversi e a ciondolare e, ricoperti di muschio e mucillagini, risultano anche scivolosi.

Gli alberi e gli arbusti, in alcuni tratti, sono radi per cui non ci si può tenere da nessuna parte.

Spesso non si riesce a posizionare il piede in modo ben aderente al suolo perciò serve farsi forza con i reni e mantenere l’equilibrio.

E’ tutto bagnato in queste albe invernali. La rugiada, l’umidità e la neve regalano un ambiente brillante come se avesse appena piovuto e quando il sole si alza nel cielo illumina quei massi antichi.

E’ facile immaginare Donnole e Ermellini in quel tipico territorio. Presumo che d’estate, questo monte sia abitato anche da parecchi rettili che qui trovano rifugio e tane adatte alla loro natura.

Monte Arborea  ci permette di ammirare dall’alto il Passo della Mezzaluna affacciandosi proprio su di lui e rimanendo di fronte a Cima Donzella.

Sono proprio i profili di questi due monti a formare la conca del Passo. Ma da qui si può vedere bene anche molta Valle Argentina avendo quasi lo stesso panorama che si gode dal Carmo di Brocchi anche se si è più bassi.

La Catena Montuosa del Saccarello, ad esempio, rimane proprio di fronte a noi ed è una meraviglia.

Non c’è molta differenza d’altezza tra le due vette vicine: Monte Carmo 1.610 mt – Monte Arborea 1.549 mt ma, quest’ultimo, rimando dietro, verso Nord, non può offrire la visione a 360° che si ha dal primo.

I Cardi selvatici sono ora rinsecchiti e color dell’oro, alcune palline di muschio ancorate alle rocce sono soffici e di un verde che tende al nero, qualche grosso ramo che ha potuto restare al di fuori della coltre di neve si è asciugato al sole e risulta leggero come se fosse finto.

Solo qualche abete mostra la vita attraverso il suo colore vivace e le sue fronde rigogliose. Tutto il resto sembra spento, addormentato nel freddo sonno di questo periodo, in un riposo ristoratore che prepara al risveglio trionfante in primavera.

Le gialle spighe svettano verso il cielo e il vento le corica ma loro, tenaci, si drizzano nuovamente mostrando leggerezza e caparbietà allo stesso momento.

Presumo che d’estate questo monte sia pieno di fiori e Farfalle a vedere la natura, ora quieta, che lo compone. Un buon motivo per tornarci e vederlo in un’altra veste.

Ora quindi vi saluto, magari vi ci riporterò di nuovo nel periodo più caldo.

Un bacio roccioso a voi.

Fronté, Garlenda, Garezzo… che tour!

Ai confini di valli meravigliose, in mezzo a pascoli e pietraie, tra animali e fiori, respiriamo un’atmosfera magica e la bellezza esagera, quasi incontenibile, davanti ai nostri occhi.

Avete letto il titolo di questo articolo, avete letto nomi, avete letto di un tour… un’escursione che ora faremo insieme e, attraverso la quale, potrete conoscere un mondo che forse solo Heidi ha visto (oltre a me!). Io sono assieme a Topo amici, la compagnia giusta non manca mai e, assieme, ci divertiremo sicuramente.

Cosa sono il Frontè, il Garlenda e il Garezzo?

Il Frontè è un alto monte della mia Valle, come già vi avevo raccontato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/15/ancora-in-alto-sul-monte-fronte/ e oggi sarà per noi il punto di partenza perché, cari Topi camminatori, una volta raggiunta la sua splendida vetta e aver goduto del panorama che regala bisogna preoccuparsi anche di scendere e tornare in tana.

Non occorre dispiacersi perché si potranno vedere ulteriori scenari meravigliosi che la Valle Argentina regala in ogni suo angolo.

Con lo sguardo possiamo abbracciare anche la Valle Arroscia, dirimpettaia dell’Argentina, i suoi paesi come Monesi e Piaggia ma possiamo scorgere anche il noto Monte Saccarello e la maestosa e conosciutissima statua del Redentore.

Persino il Rifugio Sanremo è visibile.

Non solo. È piacevole osservare attentamente ciò che rimane di diverse strutture Napoleoniche. Si capisce anche da qui che sono grandi e servivano da caserme. Ce ne sono su diversi crinali e, oggi, di loro, rimangono soltanto le pareti laterali e divisorie.

Le guardo incuriosita immaginandomi soldati e battaglie su quelle distese infinite che oggi, fortunatamente, parlano solo di quiete e gioia.

Appena si inizia a scendere ci si imbatte felici in un branco di cavalli selvaggi dai colori del manto assai rari. Uno sembra d’argento, luccica quasi. Altri sono biondi ed eleganti, altri ancora sfoggiano delle tonalità di un marrone che poche volte si vede se non in natura.

Alcuni di loro mi si avvicinano, mi annusano le zampe anteriori. Sono grossi, muscolosi, non altissimi ma robusti. Hanno lo sguardo dolce e curioso allo stesso tempo.

Dopo qualche scatto a tanta meraviglia si decide di proseguire e uno di loro ci segue per qualche metro.

Ci avviciniamo al Passo di Garlenda (2015 mt) e i monti di fronte a noi palesano un ambiente stupendo. Pascoli in discesa di un verde vivace, massi bianchi, gruppi di alberi che sembrano posizionati da mano sapiente, quella del creato ovviamente.

Per raggiungere Colle del Garezzo, là dove siamo diretti, dobbiamo prendere un sentiero tra sassi e ciuffi d’erba che scende parecchio.

 Se fatto a salire bisogna essere allenati.

Alcune pietre hanno forme e posizioni buffe;  rare sono le zone d’ombra esistenti grazie a qualche “custo” e piante solitarie.

È sotto una di queste piante che uno dei miei amici decide di fermarsi per scattare qualche foto al panorama. Si allontana da me ammirando le ricchezze del suolo come i colorati fiori e quello che lo circonda.

La sua passione per le foto lo trattiene diversi minuti e mentre lo aspetto decido di osservare attentamente alcuni insetti bizzarri che si nutrono del nettare di quei fiori.

È in quel momento che vengo attaccata anch’io, come i cavalli incontrati prima, da un Tafano sbruffone che decide io sia la sua colazione. Maleducato e indisponente.

Avendo però già raccontato questa mia disavventura qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/22/la-topina-e-il-tafano-vanaglorioso/ tralascerei tale nefasto ricordo e andrei avanti sia nel racconto sia fisicamente, a scendere, per raggiungere l’ambito Colle.

Avendo scollinato siamo ora davanti ad un altro spettacolo: quello dei profili dei miei monti e possiamo godere di tanto verde in questa stagione incontrando altri nuovi amici.

Continuiamo a scendere facendo attenzione a dove mettiamo le zampe. I lunghi e resistenti fili d’erba, coriacei come spighe, e le pietre nascoste, possono castigare.

Una volta raggiunta la strada sterrata e più grande, ossia siamo arrivati al Garezzo, si va verso Passo della Guardia dove abbiamo lasciato la macchina per poter così raggiungere Triora e tornare al Mulino.

Questo sentiero che abbiamo appena fatto lo si percorre all’incirca in un’ora e un quarto a salire. A scendere, ovviamente, molto meno.

Essendo giunta non mi resta che salutarvi lasciandovi ammirare le immagini che ho scattato per voi e che forse non rendono giustizia al luogo ma posso assicurarvi che è come vivere un sogno.

Un bacio dal Colle Topi! Vi aspetto per la prossima escursione.

Incredibili avventure sopra Cima dell’Ortica

Oggi ho pensato di portarvi in un luogo che apre gli occhi su distese infinite e verdi pascoli.

Oggi ho pensato anche che, se non avessi avuto la macchina topografica con me, non avreste potuto credere al mio entusiasmo ma posso dimostrarvi il mio Eden attraverso le immagini. Vi dico solo che ero talmente emozionata da dimenticarmi persino di fare la mia pausa caffè a metà mattinata… e ho detto tutto.

Cammineremo sulle creste dei monti e saremo circondati dalle cime più belle della Valle Argentina ma non è finita qui. Amate gli animali selvatici? E… gli spaventi? Ehm… E le avventure? Bene, ho capito che vi piace il programma e allora forza! Partiamo! Si va sopra a Cima dell’Ortica!

Dopo Triora si prosegue verso Passo della Guardia e poi ancora verso Colle del Garezzo. Parcheggiata la topo-mobile si inizia a zampettare verso il Tunnel del Garezzo di cui spesso vi ho parlato.

Dobbiamo andare dall’altra parte di questo breve traforo.

Sono assieme a Topo Fotografo e Topo Condottiero e proprio mentre osservo, con aria serena, la cima del Monte Frontè (2.152 mt) sopra il mio muso, simboleggiata dalla sua Madonnina, qualche Camoscio spunta dal di sotto dirigendosi correndo verso il punto che stavo ammirando.

Anche Topo Fotografo inizia a correre per poterli immortalare nella loro arrampicata. Lo lascio andare da solo per non rovinargli il momento con qualche mio <<Uh!>>, <<Oh!>>, <<Belli!>>, <<Guarda!>> e quindi lui, dopo diversi passi, si ritrova a parecchi metri davanti a me.

Metri che mi regalano una prospettiva terrificante quando uno dei Camosci, arrancando agilmente, fa cadere un masso grande quanto un cocomero che a me sembra diretto proprio sulla testa del Topo amico. Da quell’altezza, e a quella velocità, sembrava un enorme proiettile e ho immaginato il peggio. Mi blocco. Avevo Topo Fotografo in posizione, masso a mezz’aria e Camosci volteggianti sopra. Un’immagine per il concorso “Big Picture Natural World Photography Competition” ma ero così atterrita che l’ultimo pensiero fu quello di fare – click! -.

Bene, finito il tutto, si prosegue, mentre il mio piccolo cuore sensibile cerca di riprendersi. Topo Fotografo aveva ben visto che quella pietra era distante da lui pertanto sgambettava con giubilo verso il tunnel mentre io, invece, avevo ancora le ginocchia molli.

Un Orbettino, lucertola senza zampe (sì, è una lucertola) innocua di montagna, giace defunta in mezzo alla strada ma non sono ofidiofobica e quindi non svengo. La lasciamo lì, qualche rapace se ne nutrirà.

La bellezza del panorama mi distrae ma la pioggia e il vento forte, che nella galleria sembra un vortice, quasi ci obbligano a stare bassi, camminando curvi, e passato il tunnel si sceglie il sentiero a destra protetto dagli alberi.

È in quel momento che Topo Fotografo sente il verso di un Gallo Forcello e decide di andarlo a catturare con il suo obiettivo. Mentre cerchiamo di capire in quale Rododendro il pennuto si nasconde, un’Aquila Reale spunta dal colle e ci viene incontro. Non ho avuto neanche il tempo di stupirmi per il chiacchiericcio del Fagiano di Monte (altro nome del Gallo) che, un’altra grande emozione, stava già sorvolando verso di me avvicinandosi sempre di più.

Una splendida e austera Aquila Reale ci oltrepassa guardandoci con il suo occhio acuto. La mia professionalità incredibile da birdwhatcher la scambia per l’impavido Galletto e invece no, è proprio lei, la Regina della Montagna.

Passa lenta, elegante, potente. Si lascia fotografare da una parte e dall’altra, il mio cuore batte forte ma, dopo qualche scatto, non c’è tempo da perdere, non dimentichiamoci del Gallo!

Decidiamo di salire in cresta a Cima dell’Ortica per scorgerlo da sopra ma lui prevede la nostra mossa e s’innalza in volo assieme ad un compare con il quale stava discutendo animatamente.

I due Galli li ho invece scambiati per due Gazze ma, fortunatamente, con me c’è sempre Topo Fotografo altrimenti avreste nozioni di avifauna che Linnaeus si ribalterebbe nella tomba.

Ora siamo nei pressi di Monte Monega (1.882 mt)

Il vento è così impetuoso che Topo Condottiero si rifiuta categoricamente di salire sulla sua vetta che ha un’umile croce di ferro piantata a terra.

Il mio sguardo può comunque aprirsi su un paradiso terrestre. Vedo da qui Carmo dei Brocchi al quale sorrido.

Vedo i paesi di Andagna e Triora, uno di fronte all’altro, in mezzo alle nuvole e in mezzo a un verde cupo e vivido. Vedo anche più giù, fin sulla costa, fino al mare e le città, anche se c’è foschia.

Ci accovacciamo quindi dietro a dei massi per ripararci e nuovi spettacoli si aprono davanti a noi. Per prima cosa… quel Tutto.

Meraviglioso… pascoli verdi, distese infinite, cornici di monti solenni ci abbracciano dove la natura mostra tutto il suo splendore trionfando.

Un Camoscio bruca vicino a uno dei Casoni di Corte, proprio sopra a Case Loggia e, qualche attimo dopo, altri Camosci, scendono in fila da una scarpata.

Sono in alto. Vedo tutto da qui. Vedo le due parti del traforo e tutta la mia Valle.

Allodole e Prunelle svolazzano allegre spuntando all’improvviso.

Un rapace (che non chiedetemi cos’era) color nocciola, ci offre il suo particolare volo a spirito santo.

Con tutti quegli uccellini intorno, ricordo la canzone che intonava Cenerentola alla sera quando, anni fa, lavorai per la Walt Disney Production e mi infilarono in quella fiaba con altri topi – I sogni son desideri… di felicitaaaaa’!… -. Ah! L’animo romantico mi esce raramente ma quando arriva… arriva!

Estasiati e arricchiti da quello splendore possiamo decidere di far ritorno ma, dopo pochi passi, Topo Condottiero mi suggerisce di rallentare e sgattaiolare accucciata come un topo in trincea. Aveva ben ragione.

Appena scavalcata la colla, un gruppo di Camosci, a pochi passi da me, stava beatamente intento a prendersi il sole.

I bovidi mi vedono, mi guardano come a dire << De chi ti sei a fia??? >> (classica espressione della zona) e poi iniziano a scendere. Che meraviglia! Così vicini non li avevo mai visti. Corrono leggeri come piume trasportate dal vento. Alcuni hanno grandi pance, femmine incinte probabilmente, e questo mi fa sperare di poter presto vedere qualche tenero cucciolo. Sono incantata.

Topo Condottiero segnala a Topo Fotografo quella bellezza e gli scatti si sprecano alla grande ma non facciamo a tempo a rimirar quello splendore che i Camosci si moltiplicano proprio come a volerci fare un regalo.

Colmi di gioia ci porteremo in tana tante immagini e quindi tanti ricordi.

Il cuore pieno della nostra terra. Un’escursione bellissima. Facile da percorrere per chiunque ma ricca di piacevoli sorprese.

Ora, però, devo riprendermi un attimo. Non è stato facile superare tutte queste emozioni. Fatemi riposare che tra poco si riparte per una nuova avventura… no stop.

Un bacio emozionatissimo a voi.

Sopra Corte verso i Casai e poi ai Prati

La giornata si è presentata cupa e uggiosa ma questo non mi ha impedito di uscire dalla tana per andare a conoscere un luogo fantastico che mi ha lasciata senza fiato e, ora che ve lo mostro, sono sicura che farà rimanere anche voi allibiti.

È subito dopo il paese di Corte che si apre ai miei occhi un mondo così bello da non credere. Monti pettinati, colorati da un verde cupo, pascoli altissimi che scendono dalle loro cime, ammassi rocciosi che spezzano la morbidezza di quel territorio e lo macchiano di grigio e bordeaux. Che meraviglia!

La bruma rende tutto più fantasy, quasi mistico, e questo mi permette anche di sognare.

Sono a Case Loggia e inizio a zampettare in salita su pietre a volte aguzze a volte arrotondate. Un percorso faticoso che sale parecchio grazie ai gradini di massi, ma so che arriverò poi al sentiero pianeggiante. Non ho preso la stradina che porta alla Rocca della Mela, ho proseguito e sono arrivata ai Casai; ora salgo ancora per raggiungere i Prati.

Qui, dove adesso appoggio le zampe, la natura è aspra anche se la Valle si apre ai miei occhi in uno spettacolo florido e lussureggiante. Si può vedere anche un antico altare di pietra.

Qualche Orchidea selvatica e qualche Primula colorano l’ambiente ma non posso fermarmi ad osservarle a lungo altrimenti non arrivo più a destinazione. Posso vedere Carmo dei Brocchi da una prospettiva nuova. Anche da qui è artistico. La sua cima è per metà prato e per metà bosco.

Un Cuculo mi insegue assieme a molte Prunelle e mi piace ammirarli, attirano la mia curiosità.

Se a destra ho la possibilità di vedere la mia Valle che sembra distesa con le braccia aperte, a sinistra monti più severi mi mostrano, circondandomi, falesie e corsi d’acqua che scendono a cascata. Purtroppo posso anche notare la disgregazione di una parte di montagna che ha formato una pericolosa frana qualche anno fa ma questo non rovina la bellezza del territorio.

Inizio a vedere molti Narcisi ma non posso immaginare che, da lì a poco, ne potrò ammirare prati infiniti. Una bellezza senza eguali e che non mi permette neanche uno 《Squit!》d’ammirazione da tanto che sono stupita.

Sono piacevolmente meravigliata, osservo quella natura che è riuscita a rapirmi ancora una volta ed è in quel momento che un’elegante coppia di Caprioli fa capolino uscendo dal boschetto di Conifere e avanzando sulle pietre. Non vi dico il mio entusiasmo!

Sono giunta al primo casone realizzato come una casella. Un tempo, queste costruzioni, servivano da rifugio o magazzino o luogo di pace e riposo per la gente di Corte. Ma che fatica arrivare fin qui portando con sé il necessario!

Ora, però, la parte più ostica è terminata e si prosegue su prati per nulla stancanti dove i Narcisi regnano. Sono sui “Prati”. Questo luogo di pascolo è conosciuto così e il verde è infinito.

Sono sopra alla Foresta dei Labari ma il mio tour non è finito e mi dirigo verso un bosco di faggi e abeti nuovo ai miei occhi. Ogni tanto gli alberi lasciano spazio a radure ricche di fiori e non è difficile sentire l’odore dell’ambiente selvatico che tanto mi piace. Questo luogo pullula di tanta vita, la flora è vasta anche se ad una prima occhiata non si direbbe.

Sulla strada del ritorno sono affiancata da piante di Ginepro piene di bacche (che hanno un nome bellissimo, si chiamano “coccole”) e Genziane e Viole che rallegrano con il loro bluette.

La striscia sottile di terra sulla quale cammino, mettendo una zampa dopo l’altra, è a tratti intersecata da massi che diventano sempre più umidi man mano che si scende. Alla fine del percorso, infatti, si arriva in un boschetto dal fitto sottobosco nel quale, sotto a grandi rocce nascono e sgorgano fonti d’acqua. È emozionante vedere dove l’acqua nasce. Vedere quella terra che, in quel punto, partorisce una fonte. Il latte nutriente del Creato che, lì, ha deciso di venire alla luce.

Sono arrivata di nuovo da dove ero partita compiendo questa specie di anello e direi di essere molto appagata e felice.

Un percorso adatto a tutti e che, sicuramente, nella sua prima parte, permette persino di tonificare i quadricipiti!

Che dite topi? Vi ho portato di nuovo in un bel posto vero? E allora aspettatemi per la prossima escursione.

Un bacio brumoso a voi.

U Ciottu de e Giaie – l’acqua dell’Alta Valle Argentina

Oggi andiamo in un punto abbastanza conosciuto della Valle Argentina e si tratta di un luogo importante che si trova sopra al paese di Triora.

Un luogo conosciuto sì, ma forse non tutti sanno che si chiama così. Almeno per noi.

Andiamo dove molti ruscelli prendono vita, dove fonti sgorgano, dove i ghiacci si sciolgono, dove gocce iniziano percorsi e cascatelle si tuffano vivaci… insomma, dove l’acqua è la protagonista. Un’acqua che, in mille modi diversi, va poi a formare e incrementare il nostro Torrente Argentina.

U Ciottu de e Giaie, nome dialettale, significa “Conca dei torrenti” (“conca” intesa come depressione) e non è certo difficile sentire gocciolii ovunque che accompagnano il mio cammino.

Questa zona è splendida da conoscere attraverso passeggiate che arricchiscono la mente e il cuore. Come anche altre zone della mia Valle è bella in qualsiasi stagione.

Regala varie tonalità di verde, dal cupo allo smeraldo, in estate, e si ricopre di bianco quando arriva l’inverno che quasi soffoca, con il suo dolce peso, i ciuffi d’erba dei pascoli.

Sono al Passo della Guardia e mi dirigo verso il Colle del Garezzo e il suo tunnel. U Ciottu de e Giaie si trova nei pressi del Monte Frontè (2153 mt) al di sotto della strada che percorro. Il Monte Frontè, con la sua Madonnina, è una delle cime più alte di tutta la Liguria e mi permette di ammirare un panorama bellissimo che amo molto.

Si possono vedere le cime dei monti più verdi, alcuni più dolci, altri più aguzzi, mentre, dietro di me, ci sono quelli più aspri con le loro falesie taglienti, rocce umide e qualche fiore.

Più sotto, la croce di Goina che osserva la gola della Valle e tutto U Zimùn del dente roccioso che la ospita (Zimùn da Zima, cioè “Cima” nel nostro dialetto).

La strada è sterrata, aperta, e si può percorrere anche in auto ma se si viene a piedi, d’estate, è consigliabile l’uso di una crema solare e acqua da bere. I raggi del sole, qui, abbagliano ogni cosa.

E’ naturalmente sconsigliabile percorrerla in auto durante il periodo invernale. Le slavine, il ghiaccio e la mancanza di protezione a valle, la rendono molto pericolosa. In certi tratti, non si possono oltrepassare i cumuli di neve che si formano neanche a piedi. Ci sono punti in cui sembra un falsopiano ma è per lo più una delicata salita.

Sottostrada, poco più avanti, si vedono i ricoveri dei pastori che durante la bella stagione portano il loro gregge a pascolare e sono invidiabilmente circondati da una natura incontaminata.

Questo percorso provinciale, che continuandolo permette di raggiungere anche Monesi e il Monte Saccarello, e quindi la Valle Arroscia di conseguenza, è stato creato dagli Alpini e s’interseca con altre Strade Marenche verso il Piemonte e la Francia. Tale strada viene infatti definita ex rotabile militare a fondo naturale. Allargata, in certi tratti, nel dopoguerra.

È facile vedere rapaci e camosci in questi luoghi tranquilli dove Madre Terra è adatta a loro e, in tarda primavera, qui, iniziano a svegliarsi anche le marmotte.

Possiamo considerarlo anche questo un luogo magico. Mi direte che sono retorica ma così è.

Il silenzio è profondo e pieno e tutto intorno aleggia un’atmosfera fresca, pulita e ricca, che riempie l’anima.

Beh, si sa, in fondo, acqua e sole formano la vita e qui, la vita, si percepisce tantissimo.

Una cascata di baci a voi!