Il Cerchio delle Streghe: Mistero in Valle Argentina

Ecco. Lo vedete nell’immagine quel cerchio sul prato? IMG-20150626-WA0003No, non si tratta dei classici “cerchi nel grano” che tanto hanno fatto discutere la popolazione a livello mondiale. In questo cerchio, se riuscite a notare bene, la circonferenza non è designata dalla mancanza d’erba, bensì è come se la stessa erba fosse nata sfoggiando un altro lato di sè oppure ancora, proprio formando un perfetto circolo, sia nata un’ altra erba che ha creato questo disegno geometrico. Cerchio_delle_streghe1Un’alone piacevole di mistero e magia. Siamo nell’Alta Valle Argentina ma, il luogo preciso, tramite le ricerche che ho condotto sul web, mi suggeriscono di non rivelarlo per non creare una sorta di mito che causerebbe l’arrivo di folle probabilmente poi incriminabili di inquinamento e disturbo della quiete di questo luogo meraviglioso dove flora e fauna vivono in perfetta armonia ogni giorno. Gli abitanti del luogo inoltre, preferiscono fare gli indifferenti sul caso e non è certo mio volere usurpare la loro intimità. Questo perchè riguardo a questo cerchio sospetto, si sono venute ovviamente a creare delle leggende e delle storie che come spesso accade non si sa mai quanto possano essere vere. Ma affascinanti si, su questo non c’è dubbio. Innanzi tutto, a codesta figura, già è stato dato un nome arcano e suggestivo. “Il Cerchio delle Streghe” si chiama e, nome migliore, non potevano scegliere per la mia valle che ha come protagonista il paese di Triora conosciuto come la Salem d’Italia. Parrebbe che questo cerchio, abbia il diametro di una dozzina di metri. Mi sembrano tanti per come l’ho visto io ma non sono all’altezza di dare una valida misurazione e inoltre ero abbastanza lontana in un sentiero stupendo e panoramico. Ora, potrete ben capire come sia assolutamente interdetta la zona interna, anche se solo moralmente, in quanto, le Streghe, con le loro persecuzioni, potrebbero compiere nuovi atti malvagi nei confronti della popolazione. Le credenze continuano a vivere ma, su sanremonews, il ricercatore Vittorio Stoinich, racconta che la tradizione è sempre viva nel cuore della Valle. Perciò, quando si sente dire che un pastore, che ha voluto sfidare il potere delle nostre Bazue (streghe), dopo aver messo il piede all’interno del cerchio per raccogliere il fieno, si è ritrovato con le pecore che producevano il latte rosso come il sangue anzichè candido come sempre, tutti si sta zitti e ci si fa cullare da questa sorta di affascinante racconto che rapisce gli animi. E anche la mia Valle quindi, come se già non le bastassero tutte le varie storie di Wicca e stregonerie che vivono da anni nel suo cuore, vuole avere il suo primato. E attenzione; questo cerchio pare non essere l’unico nella Valle Argentina. Ne scoprirò altri? Lo saprete nelle prossime puntate amici! Sgattaiolo immediatamente sui monti come un piccolo segugio! Baci e…. non fatene parola con nessuno!

photo – la seconda immagine appartiene a sanremonews ed è stata scattata da Vittorio Stoinich

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In mezzo alle Pecore

SONY DSCIn questo tempo con voi ho parlato di tanti animali ma, mi è venuto in mente, che non vi ho mai nominato loro: le Pecore. Eppure anche loro appartengono alla mia valle. Oh si! Ce ne sono tantissime e di diverse razze. Oggi, ve le voglio presentare. Sono così mansuete, così simpatiche e paurose. Uh! Quanto sono paurose. Basta avvicinarsi e inizia un fuggi, fuggi generale, ma é bello vedere che vanno tutte nella stessa direzione anche durante la fuga. E si perchè stanno sempre tutte insieme. E’ difficile che una Pecora si allontani dal suo gregge. L’unione fa la forza. A me piacciono molto e trovarmi in mezzo a loro non mi fa paura. Certo, in quel mentre, comandano loro e, se decidono di non farti passare, non passi. SONY DSCCon la loro flemma, che alternano a balzi veloci e incredibili, stanno lì a brucare fino a che il pastore non arriva per mandarle via. E a volte, credetemi, possono passare delle intere mezz’ore. Mangiano un pò di tutto, di vegetale ovviamente, non sono certo schizzinose. Foglie, germogli, fiori, tutto fa brodo.SONY DSC In Italia, è la Sardegna la regione con più alto numero di Pecore ma, come vi dicevo prima, nella parte alta della mia valle, se ne possono incontrare molti esemplari. Pecora, che è scientificamente chiamata Ovis Aries, prende il nome da Pecus che, in latino, significa animale da pascolo di piccola taglia. In realtà però, questo nome, indica soltanto la femmina perchè il maschio può essere chiamato Ariete o Montone mentre il cucciolo Agnello.SONY DSC Il loro mantello, che produce la lana con la quale si possono creare capi di abbigliamento, può essere più o meno pregiato a seconda della razza e le razze sono davvero molte. E’ morbido, un piacere da toccare, anche se a certe persone può dare fastidio l’odore forte che emana. Sono costantemente sorvegliate da cani, detti cani da pastore, che le guidano, sgridandole se occorre, verso la giusta via e, alla sera, le fanno rincasare all’ovile. E’ bellissimo e affascinante vederli al lavoro, sempre attenti e responsabili come dei gendarmi e alcuni, si arrabbiano sul serio.SONY DSC La Pecora però, non fornisce solo lana. Al di là della sua carne, con la quale si possono cucinare diversi piatti (il più famoso sono le rostelle, gli arrosticini abbruzzesi), essa ci da il suo buon latte dal quale si ricava un formaggio delizioso. Il latte è chiamato latte pecorino e, pur essendo molto simile come gusto a quello della mucca, è però molto più grasso e più proteico.SONY DSC La Pecora si tiene su grazie a quattro zampe lunghe ed esili formate da ossa che portano lo stesso nome di quelle degli esseri umani ma, i loro balzi, noi non siamo certo capaci di farli. I giovani Agnelli poi, sono dei veri maestri in questa attività. Anche per la Pecora, mi piace descrivere il significato che ha acquisito nei tempi questo animale e, al di là dei termini e paragoni che sono oggi considerati offensivi, in realtà, questa bestiola è il simbolo della vita tranquilla e serena. Forse, è proprio per questo che l’usanza dice di contare le Pecore per addormentarsi.SONY DSC Per gli Indiani d’America e per tanti altri popoli fin dall’antichità (pensate che sono più di 6.000 anni che l’uomo vive in compagnia delle Pecore) essa era addirittura considerata un dono degli Dei, in quanto grazie a tutti i regali che poteva offrire, la gente non avrebbe mai patito ne’ il freddo, ne’ la fame.SONY DSC Da lì, sono nate anche tante parabole riportate fino ai giorni nostri che hanno usato la Pecora come significato di tante morali. Il Cristianesimo poi, ha davvero preso la Pecora come simbolo per tantissimi termini e racconti. Sono tantissimi i modi di dire, le citazioni e le frasi che vedono come protagonista questo animale. Una di queste frasi, mi piace particolarmente e volevo segnalarvela. A presto topini, buona giornata:SONY DSC

“Chi non ha mai visto gli agnellini giocare, non avrà mai un’immagine chiara della gioia che può pervadere la vita. Si inseguono in gruppi, sterzano, cambiano direzione, saltellano sulle zampe anteriori e posteriori, se c’è un punto più alto nel pascolo, una roccia, un tronco abbattuto, un fontanile, fanno a gara a saltarvi sopra e questo per loro è il massimo divertimento, e poi di nuovo riprendono a rincorrersi, ogni tanto si affrontano e si caricano a testate, simulando l’età adulta. Poi le madri li richiamano, e allora è tutto un correre, un raggiungere con misteriosa abilità, tra la folla del gregge, la propria genitrice, uno spingere con testa, un vibrare di codine soddisfatte. Sul pascolo scende allora il tenero silenzio della poppata”.

(Susanna Tamaro)

Pigmy e le marmotte

Ebbene si topi, io con le marmotte ho sempre avuto un rapporto speciale e vorrei raccontarvi qualche particolare. Innanzi tutto vi presento Miss Marmotta del Marguareis. Quel giorno io e la mia socia Niky, facendo una delle più belle gite della nostra esistenza presumo, incontrammo codesta madama che, credetemi, se pur impaurita e diffidente, non poteva fare a meno di seguirci e spiarci. Alla fine l’ho fotografata. Purtroppo le immagini sono quello che sono, ai tempi non ero nemmeno in grado di fare click! Accontentatevi. Simpaticissima. Aveva proprio l’espressione di quella che diceva “Mmh… Queste quà però mi son simpatiche, non sembrano cattive!”. Andavamo pianissimo in macchina, a passo d’uomo, e lei ci seguiva entrando e uscendo da diversi nascondogli. Siamo state insieme per un bel tratto di strada poi, quando evidentemente il suo territorio è finito, ci ha lasciato andare continuando ad osservarci da sempre più lontano. Le altre avventure marmottesche invece, le ho avute con il mio topopapà. Prima la splendida scena di due cuccioli che giocavano tra di loro. Non è semplice vederli. Meravigliosi. Piccoli, piccoli e di colore più chiaro rispetto agli esemplari adulti. Si rincorrevano, si abbracciavano, facevano insieme le capriole, si tuffavano in una tana per uscire in un altra a dieci metri di distanza. Quel giorno lì capii che la tana di una marmotta, con tutti i suoi cunicoli, sottoterra, può arrivare ad essere grande come tutta la montagna. La marmotta sentinella fischiava e tutti sparivano poi però, sembrava che, vedendoci buoni nei loro confronti, potevano continuare a fare ciò che desideravano. E ora, la vicenda che mai dimenticherò. Io e topopapà in auto. Pian, piano saliamo per andarcene in cima al monte “Schiena D’Asino” e ammirare il paesaggio. Fortunatamente, come sempre, andavamo davvero lenti come lumache. All’improvviso, ad un certo punto, vediamo una cosa enorme, marrone e grigia, uscire da una roccia e passarci davanti, velocissima, papà frena di colpo ma….sbam! Che botta. Ma cos’era? Scendiamo dalla macchina. Una marmotta! Corse subito dentro una cunetta per riposarsi e ansimava. Ora, vi potete immaginare come stavo io. Amante degli animali come sono, saper di aver investito una marmotta a casa sua. Nella sua zona. Stavo male e mio padre più di me. Stupito. Andavamo davvero piano e tutto ci sembrava impossibile. Provo ad avvicinarmi ma lei inizia a soffiare e a mostrarmi dei denti che credetemi, se ne frega di un castoro. Ero preoccupatissima. Sembrava stesse bene a parte lo spavento ma poteva avere un’emorragia interna. La botta era stata abbastanza forte ma c’è anche da dire che lei era veramente grossa. Un bestione. Credetemi che nessuna marmotta è piccina e grande come un gattino. L’unica cosa che potevo fare era chiamare quelli del ristorante a fondo valle. Probabilmente loro conoscevano qualche veterinario della zona. I veterinari che conosco io ci avrebbero messo quattro ore ad arrivare eravamo davvero nei monti sperduti. Il cellulare non prende e così papà riscende a valle. -Tu resta qua con lei- mi dice. Papà ci mise quasi un’ora e io passai un’ora da sola, nella sperduta montagna seduta in mezzo alla strada con una marmotta a cinquanta centimetri da me. Intorno silenzio. Dopo un pò lei iniziò a calmarsi, respirava meno velocemente. Avrei voluto avvicinarmi, accarezzarla. Provare a capire se stava bene. Dopo un pò di minuti passati a guardarmi negli occhi si alzò e si alzò con agilità, senza particolari problemi. Riattraversò la strada e andò a infilarsi con il corpo dentro ad una roccia e teneva la testa appena fuori sull’uscio. Se ne stava lì. Si puliva, si leccava, si grattava. Sembrava non avesse nulla. Ecco arrivare papà, gli raccontai com’era secondo me e anche lui, vedendola, era abbastanza tranquillo. Si muoveva senza difficoltà. Ha soltanto soffiato un pò e si è rintanata all’arrivo dell’auto ma poi è uscita di nuovo. -Mi mandano uno che dicono sia molto bravo a prendere marmotte, magari la portano da un veterinario. Ecco infatti dopo poco, arrivare un pastore del posto. Gabbia, bastone, guanti e…. tanto, tanto alcool in corpo. -Allora! Dov’è la bestia?- urlò biascicando. Mio padre sgranò gli occhi e capì prima di me. -Se n’è andata- disse. L’uomo quasi si arrabbiò -Come se ne è andata?-, -Si guardi, proprio lassù, dietro a quella rocca, ma non dev’essere andata molto lontano, vada a vedere!-. Il pastore si dirisse dove mio padre lo aveva mandato e topopapà venne da me -Mandala via Pigmy! Spaventala, falla scappare!-, -Ma se ha qualche problema?- chiesi io. -Meglio aver qualche problema che morire!- mi rispose. E ora come facevo? Dopo un’ora quella marmotta si stava quasi fidando di me. Come facevo ora a fargli paura? Cosa avrebbe pensato di me? Feci comunque come mio padre mi ordinò. A 13 anni, cosa volete fare? Andai davanti a quel muso peloso che sbucava dalla pietra e urlai forte -Psssscccccch! Psssssssccccccch!- niente. Lei mi guardava e stava lì. Alchè commisi l’errore di battere le mani. Il pastore sentì, mi vide e traballando arrivò. Puzzava di vino. Aveva capito che lì c’era la marmotta. Mio padre mi fulminò con lo sguardo e io, mi sentii morire quando udii le parole del pastore -Vieni bella, vieni, che come te in pentola buone non ce n’è!-. Non potevo fare nulla. Mio padre gli stava dietro, forse, se fosse riuscito a prenderla avrebbe cercato di fermarlo. Non lo so perchè non andò così. Appena quell’uomo si avvicinò al pertugio, la marmotta soffiò violentemente ed emise una specie di ringhio, come un digrignare stridulo e scomparve. Quell’antro era in realtà profondissimo. Avrebbe potuto andarsene quando voleva e invece continuava a stare lì, con me. Infatti io credevo che quella era solo una grotta che non andava oltre. Il pastore s’imbestialì e iniziò a urlare e a tirare calci alla roccia, poi, finalmente se ne andò. Mio padre mi guardò, mi sorrise e mi disse -Meglio così Pigmy. Credimi che quella marmotta stava bene. Era solo un pò spaventata per il colpo. Questi animali hanno una forza incredibile, non ti preoccupare, ora lei si cura da sola. Quello là, altro che curarla, se la mangiava!-. Mi auguro che papà abbia avuto ragione e ne sono convinta perchè ho visto anch’io che in realtà stava bene. Ho soltanto un piccolo rimpianto. Se lei è stata lì, quando avrebbe potuto andar via, mi sarebbe piaciuto salutarla diversamente. Queste sono alcune delle mie avventure marmottesche e ogni volta è stata una grande emozione.

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