Una Valle e casette di pietra sparse qua e là

Tutte assieme a formare un piccolo borgo oppure in solitaria, sotto la neve o sotto il sole sono sempre lì. Da anni, da molti anni.

Sono tante, tantissime le casette in pietra sparse per la Valle Argentina, la mia splendida Valle.

“Casette” è un termine banale e generico con il quale, simpaticamente, si indica una qualsiasi costruzione, ma in realtà i tempi antichi che ci hanno preceduto raccontano di queste strutture definendole precisamente per ciò che erano. Eh sì, topi, ognuna di loro nasceva per uno scopo e la sua costruzione veniva collocata in una determinata posizione strategica in base allo scopo stesso.
Abbiamo quelle che servivano proprio da tana, ossia dimore degli umani.
Dimore per tutto l’anno o soltanto per il periodo estivo, come nel caso dei pastori che usufruivano di queste case in estate, quando si spostavano con il loro bestiame verso i pascoli e le malghe incontaminate ad alta quota.
Abbiamo le selle e le caselle, che venivano utilizzate per mantenere le provviste al riparo da animali e agenti atmosferici; molto utili a pastori, agricoltori e taglialegna e, oltre a ricovero di attrezzi e alimenti, offrivano riparo e riposo agli uomini stessi prima che potessero scendere in paese.
Abbiamo strutture religiose, a volte semplici santuari eretti nel bel mezzo di un bosco, dove il culto religioso abbondava e, ogni momento, ogni luogo, poteva essere considerato una valida stazione dove pregare, rendere grazie e chiedere miracoli e protezione.
Abbiamo stalle e rifugi, principalmente dedicati al bestiame che doveva essere protetto perché grande mezzo di sostentamento per l’uomo.
E ancora mulini, polveriere, cascine, guardiole, bastioni, edicole.
Abbiamo ogni cosa e ogni casa.
Di molte, rimane solo più il ricordo o cumuli di massi, di altre ne possiamo ancora oggi vedere la perfezione e la bellezza.
Certe sono adesso solo ruderi che ancora raccontano una storia passata, certe vengono ristrutturate e rese bellissime come le dimore di una fiaba, ma tutte loro ci parlano, se si sanno ascoltare.
In una Valle che ha molto legname da offrire e molta pietra (principalmente ardesia e arenaria) ecco come i suoi doni venivano usati dall’uomo.
Alcune si trovano in luoghi davvero impervi e risulta incomprensibile capire come si potesse stare lì o con quale fatica, visto il territorio circostante, si siano potute costruire.
In effetti, dietro a ognuna di esse vive una lunga storia di incredibile impegno e duro lavoro che come protagonisti vede l’uomo, ma anche gli animali come gli asini che servivano a trasportare pesanti sacchi pieni di sassi su per ripidi sentieri poco battuti.
Ogni volta che, passeggiando per la natura, ne incontro una mi scappa un sorriso.
Qui son rimaste solo le basi, qui invece si notano ancora le divisioni interne, qui… qui ci abitano, andiamo via per non disturbare.
I massi principali di quelle abbandonate sono divenuti un tutt’uno con la natura, dove, muschio e roveti hanno inglobato ciò che ritenevano di loro proprietà, coagulandolo con essi.
Penso che un gigante possa vederle come piccole pietre preziose incastonate nei monti, sparse qua e là, ad arricchire un ambiente perfetto e meraviglioso.
Attraverso di esse, completamente realizzate con materiali naturali, si percepisce la bellezza dell’essere umano e del suo vivere la natura in totale rispetto con essa.
Dopo questo, cari topi, non mi resta che regalarvi un bacio dal sapore antico e aspettarvi per il prossimo articolo.

La Cucina Bianca della mia Valle

Parlo spesso della Valle, dei suoi panorami mozzafiato, della sua rigogliosa vegetazione e degli animali che la abitano, ma mi soffermo troppo poco sull’aspetto culinario, sull’importanza di questa arte antica e apprezzata ancora oggi.

Quella delle Alpi Liguri e Marittime è definita “Cucina Bianca”. Infatti, a prevalere sono i colori chiari, ma la povertà delle tinte non si rispecchia nel gusto, che invece è ricco e reso unico dai prodotti che la terra offre.

Porri, aglio, cipolle, patate, cavoli, funghi, lumache, fagioli, formaggi, uova, castagne, farina… c’è tutto in abbondanza e le ricette sono antiche, testimoniano lo scandire del tempo di uno stile di vita ormai quasi perduto del tutto. È una cucina talmente preziosa che a essa è stato dedicato un percorso di 70 chilometri quadrati che coinvolge le valli Argentina e Arroscia, sconfinando persino in Francia e Piemonte.

strada della cucina bianca - alpi marittime

La Strada della Cucina Bianca – Civiltà delle Malghe, così è stata soprannominato il percorso, collega i comuni di Cosio di Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Pornassio, Triora, La Brigue (in territorio francese) e Briga Alta (Cuneo).

Come dicevo, i prodotti di questo tipo di cucina sono antichi, ma si possono gustare ancora oggi. Ricette della tradizione popolare sono sopravvissute allo scorrere del tempo grazie a pastori e contadini che hanno a cuore le loro radici, non le dimenticano, e resistono con tenacia alla modernità. Un tempo ci si doveva arrangiare: si trascorrevano molte ore sui pascoli alti, il lavoro era duro e c’era bisogno di piatti semplici e nutrienti da poter preparare velocemente.

Il formaggio della mia Valle ha i sapori e i profumi della montagna, grazie all’erba brucata dalle capre, dalle pecore e dalle mucche.

toma di mucca - formaggio ligure - cucina bianca - triora

E, a proposito di questo, nella zona si allevano ancora gli ovini di razza brigasca. È nato persino un presidio Slow Food per il sostentamento della produzione di tome a latte crudo di questa pecora. Insomma, non è una cucina da poco!

pecora brigasca presidio slow food

Continuando a parlare di formaggi, in Valle è da sempre molto usato il brüssu – o bruzzo – ottenuto dalla fermentazione della ricotta. È cremoso, spalmabile e ha un gusto molto forte, per questo non piace a tutti.

Si accompagna con fette fragranti di pane di Triora, prodotto ancora oggi con la ricetta di un tempo. Parlando di questo pane meraviglioso, mi vengono in mente tanti ricordi della mia infanzia, quando ero una topina e vivevo a casa dei miei topononni. Facevo colazione con latte e biscotti, poi mi preparavo per andare a scuola e topononno, non soddisfatto dal mio primo pasto mattutino, mi metteva in una zampina una fetta di “Pane del Nonno”, come lo chiamavo allora, e nell’altra un tocco di formaggio. E così affrontavamo insieme la strada verso la scuola, mentre io davo un morso ora all’uno, ora all’altro.

pane di triora

Il pane di Triora arriva fin sulla costa, dove è venduto anche nei supermercati. È richiesto, rinomato e apprezzato da tutti perché ha un sapore unico, antico e inconfondibile. Acquistato ancora caldo al panificio Asplanato di Triora, però, ha tutto un altro sapore! Camminando per le vie del borgo si può sentire il suo profumo invitante spandersi nell’aria e allora è doveroso entrare nel forno e acquistare una forma per assaporarla ancora fumante, facendo attenzione a non ustionarsi le zampe e la bocca. I segreti di questo pane sono molti e non possiamo conoscerli tutti, ma sappiamo che è realizzato con farina di tipo 1, meno raffinata e più integrale rispetto alla 00. L’impasto viene fatto riposare su un letto di crusca per non farlo attaccare, ma anche per dargli un sapore più rustico. La crosta è sottile, scura come la pelle di chi inizia ad abbronzarsi in estate, trascorrendo tante ore sulla montagna. È un pane nutriente, adatto a offrire la sua genuina energia a chi ne aveva tanto bisogno per il duro lavoro.

Il brüssu, però, non si accompagna solo al pane. Infatti, è protagonista di un altro piatto tipico delle mie montagne: i Sugeli.

Sono gnocchetti realizzati solo con acqua e farina ai quali, tramite le dita, viene data una forma simile a quella dell’orecchietta pugliese. Si “suggella” in questo modo la forma dello gnocco, forse è anche per questo che si chiamano così. Il loro nome, tuttavia, pare avere origine dall’omonima parola ligure “sügélu“, che indica uno strumento che serve per fischiare. Anticamente, infatti, i nonni forgiavano questi strumenti dalle canne o dal bambù e il pezzo che si introduceva in bocca per emettere il suono desiderato aveva proprio la forma che si dà allo gnocco, esattamente come quello della terza foto qui sopra.

I Sugeli, ad ogni modo, vengono conditi con la crema di brüssu e sono un piatto semplice da preparare.

Scendendo un po’ più verso valle troviamo altre squisitezze, come la Frandura (di cui vi ho parlato qui), una squisita torta di patate tradizionale di Montalto Ligure. Roba da leccarsi i baffi, cari topi!

Frandura

Proprio sotto Montalto esiste un’altra esclusiva della mia bella Valle: i Rundin di Badalucco, fagioli bianchi antichi e tipici baiocchi.

In tutto questo mordi e fuggi di antichi piatti e sapori, non vi ho parlato di un ingrediente essenziale della cucina montana: le erbe aromatiche. Sono onnipresenti e, senza di loro, i piatti sarebbero meno profumati. Timo, Maggiorana, Santoreggia, Lavanda, Ginepro, Rosmarino… ci si può davvero sbizzarrire, perché sui monti crescono spontanee e profumatissime, grazie all’aria pura e fresca.

A proposito di fresco, bisogna ricordare che un tempo non esistevano strumenti per la lotta a parassiti e insetti. L’unico modo che permetteva ai cibi di non deteriorarsi era proprio il freddo pungente delle montagne.

Avete notato che non ho parlato di carne? C’è un motivo, e ve lo spiego subito. Un tempo – e si parla soprattutto della popolazione povera di pastori e agricoltori – non era così frequente cibarsi di animali. Il bestiame serviva per la lana, il latte e i formaggi, mentre le galline venivano tenute per le uova. La macellazione di un animale avveniva raramente e in occasioni speciali e di esso si usava tutto, ma proprio tutto. Nulla andava sprecato. L’uomo delle malghe si cibava per lo più di farinacei, legumi, ortaggi e latticini, qualche volta mangiava il coniglio, ma molto raramente sacrificava un capo del proprio bestiame.

E qui possiamo parlare anche di un altro piatto della cucina ponentina ormai diffuso in tutto il territorio nazionale, il coniglio alla ligure. È arricchito dalle olive taggiasche e dall’olio che esse producono, unico e inconfondibile, oltre che dalle preziose erbe aromatiche e dal vino rosso.

Insomma, come vedete ce n’è per tutti i gusti, altro che cucina povera!

In Valle Argentina e nelle zone limitrofe che fanno parte della Strada della Cucina Bianca sono numerosi gli eventi legati alla gastronomia in cui si possono assaggiare i prodotti tipici, di seguito ve ne segnalo alcuni della mia Valle, ma ce ne sono un’infinità:

  • Sagra dei Sugeli – Verdeggia (inizio agosto)
  • Sagra della Frandura – Montalto Ligure (seconda metà di agosto)
  • La Sagra della Lumaca – Molini di Triora (inizio settembre)
  • Fungo nel Borgo –  Triora (fine settembre)
  • La Festa della Castagna – Andagna (seconda domenica di ottobre)

Non vi resta, dunque, che segnarvi tutto sull’agenda e venire a gustare da noi queste prelibatezze!

Ora vi saluto, con le zampe sporche di farina ho imbrattato tutto il computer, vado a finire il mio capolavoro culinario.

Un abbraccio farinoso,

la vostra Pigmy.

(Un enorme grazie a Gianna Rebaudo per il suo prezioso aiuto fotografico. Squit!)

Il forno di Molini e il suo Pane di Oz

Ah, il pane… Che profumo, e che sapore!

Topi, nella mia Valle è un elemento che proprio non può mancare, ed è talmente famoso per la sua bontà e per il suo essere così genuino e particolare nella sua semplicità che lo si trova nella maggior parte dei supermercati, anche sulla costa, dalla frazione di Latte a Cervo.

Il 9 giugno scorso, in occasione della giornata dedicata a Il valore della Valle, ho avuto il piacere di trovarmi all’interno del forno di Molini di Triora. Simona e Capponi Roberto mi hanno accolta in quell’ambiente caldo e raccolto.

La loro attività è aperta dagli anni ’50, tramandatasi di padre in figlio, mi raccontano.

pane di oz forno molini di triora

Il forno è realizzato in pietra refrattaria, ma non è più alimentato a legna, anche se fino a poco tempo fa lo era. La legge, infatti, ha stabilito diversamente e anche qui, dove si produce il cosiddetto Pane di Oz, si sono dovuti adeguare.

Il prodotto protagonista del forno di Molini è, ovviamente, il pane, realizzato con farina semi-integrale di tipo 1, meno raffinata della 00 e, pertanto, più nutriente. Il lievito usato è quello naturale, misto a quello di birra. Ciò che se ne ricava, è un impasto rustico, che costituirà, una volta cotto, un alimento antico ampiamente utilizzato anche in passato nella mia Valle. A questo punto, bisogna lasciar lievitare le pagnotte per un’ora. Vengono stese su tavole di legno, che aiutano il processo di lievitazione, spolverate di crusca. Questa è una caratteristica particolare, che conferisce al pane delle proprietà specifiche. La crusca, infatti, è benefica per il tratto gastro-intestinale, e rende il pane ancor più genuino.

Trascorso il tempo di lievitazione, il pane entra finalmente nel forno, dove viene cotto per un’ora e mezza a 180°-190° C. Roberto mi spiega che la temperatura non deve mai toccare i 200°C, altrimenti la crosta si brucerebbe e l’impasto resterebbe crudo all’interno.

A questo punto, il Pane di Oz è pronto, fragrante e profumato! Una parte viene destinato alla vendita diretta, un’altra, invece, viene distribuita nei supermercati e nelle botteghe, non solo della Valle, come vi dicevo poco fa. La scadenza del pane è stata stabilita a tre giorni dalla cottura, ma conserva molto bene la sua freschezza anche oltre questo lasso di tempo. E’ buonissimo anche secco, provatelo, se ne avete l’occasione! E’ un pane studiato appositamente per durare nel tempo; eh sì, topi, bisogna pensare ai ritmi di un tempo, quando i pastori partivano per i pascoli con il bestiame e potevano stare fuori casa anche per giorni. Dovevano avere con sé cibi in grado di durare a lungo, e il pane doveva poter soddisfare ogni loro fabbisogno.

Potete usarlo nelle zuppe o, ancora meglio, per le vostre squisite bruschette estive con aglio, pomodoro ed erbe aromatiche. Io lo pesto grossolanamente col batticarne in un canovaccio e uso i pezzetti di pane raffermo sulle frittate al forno: non solo le decorano con una crosticina croccante, ma danno anche un gusto particolare e molto sfizioso al piatto. Lo apprezzano sempre topoamici e topo parenti, parola di Pigmy.

Ma torniamo al forno di Molini. I proprietari mi mostrano anche altre squisite meraviglie, durante il breve tour nel loro “paese dei balocchi”. Tra i prodotti che si realizzano qui, tra queste calde e accoglienti mura, c’è un altro alimento molto antico, il pane d’orzo meglio conosciuto come Carpasina. E’ quello dei pastori, un alimento che accompagnava la transumanza e durava anche un mese e più.

pane d'orzo carpasina molini di triora

Deve essere bagnato in acqua e si dice sia stato ideato proprio a Carpasio. Oggi viene condito con pomodoro fresco e aglio, oppure coi formaggi tipici della zona. Sarò pure una topina fantasiosa, ma a me ha ricordato il Pan di Via inventato da J.R.R. Tolkien nel suo “Il Signore degli Anelli”. Per questo pane si usa farina d’orzo, dicevo.  Come viene detto sulla pagina Facebook ufficiale del Pane di Oz, oggi quest’orzo  è di origine piemontese, ma un tempo proveniva direttamente dalla Valle e dalla zona di Carpasio. La farina d’orzo deve essere necessariamente macinata a pietra, altrimenti nei classici cilindri metallici moderni si ossiderebbe, compromettendo il risultato del prodotto finale, il pane.  Viene impastata insieme all’acqua e al lievito di birra e poi il composto viene fatto riposare, ricoprendolo preventivamente con della farina d’orzo, dopo di che viene lavorato a lungo, per poi dare forma a pagnotte allungate, che verranno tagliate a fette con un filo di spago. I dischi così creati, vengono cotti in forno, prima da una parte e poi dall’altra, a temperatura bassa per due ore. C’è una piccola chicca da conoscere sul procedimento di realizzazione del Carpasina, e cioè che le fette non devono essere toccate con le mani, il cui grasso naturale renderebbe impermeabile il pane al momento di consumarlo, e questo sarebbe un peccato, perché l’uso tradizionale prevede che sia accompagnato al vino, al latte, all’acqua o all’olio.

Questo pane viene venduto confezionato in molti supermercati, insieme ad altre prelibatezze, come i Bastunetti, tranci già pronti di pane utilizzabili in insalate e zuppe al posto dei classici crostini, e i Benedettini di Taggia, i canestrelli della tradizione, ma rivisitati nella forma per renderli più comodi da assaporare.

benedettini taggia canestrelli forno molini di triora pane di oz

La vera chicca della mia gita al forno di Molini, però, è stata la degustazione di un cibo realizzato per l’occasione e non in vendita: un pane integrale profumatissimo nel cui impasto erano presenti lavanda e miele!

pane lavanda e miele

Topi, non so descrivervi la bontà di questo pane, il suo gusto particolare e aromatico. Posso solo dirvi che è stata una gioia per il mio palato sorcino, una goduria, soprattutto accompagnato con i formaggi che si producono nella mia Valle!

Non posso che augurarmi che venga presto commercializzato, sono impazziti tutti per questa specialità che intreccia novità e tradizione.

Ora vi saluto, topi, per oggi ho degustato abbastanza.

Un abbraccio fragrante dalla vostra Pigmy.

Caserme, guerre e cannoni… a Cima Marta

L’aria è sempre frizzantina qui, vi conviene coprirvi bene per salire fin quassù, ma ne vale la pena.

Oggi, oltre a farvi vedere un luogo meraviglioso della mia Valle, uno dei Valli Alpini più importanti e conosciuti della Liguria di Ponente (e non solo), vi porto anche a visitare delle costruzioni molto particolari. Forse sarebbe più corretto dire che ve ne mostrerò i resti, perché si tratta di fortificazioni utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale. Alcuni studiosi affermano, con ragione, che molte pietre erano già state posizione nel ‘700, durante la Prima Rivoluzione Francese. In quel periodo, infatti, qui vennero costruite le ridotte difensive austriache e piemontesi che videro combattere i nostri contro i francesi. Sono in tanti a chiamarle “Le Caserme Settecentesche”.

Ci troviamo nel silenzio più assoluto. A regnare è il verde sconfinato dei pascoli incontaminati. Siamo a 2138 mt s.l.m., sul confine tra l’Alta Valle Argentina e la Valle Roja, la prima valle francese. Siamo a Nord del Monte Pietravecchia, in mezzo alle Alpi del Marguareis, piene di fiori e di marmotte.

Le pareti delle Caserme sono fredde e umide, le pietre sono a tratti ricoperte di cemento. E’ facile trovare la neve, nonostante la primavera avanzata, soprattutto dove i muri di questi vecchi edifici creano un’ombra che non permette al sole di baciare l’erba che vuole nascere a nuova vita.

Qui, quando il tempo è bigio, c’è foschia e tutto si circonda di un’atmosfera stranissima, quasi surreale; sembra di essere dentro un film di suspense in bianco e nero. L’assenza di rumori è assordante e piccole, minuscole goccioline accarezzano il muso, anche se non le vediamo.

Come potete osservare, oggi è un po’ nuvoloso, ma la bruma è assente, e meno male, altrimenti non avrei potuto immortalarvi queste antiche bellezze.

Tali costruzioni sono sparpagliate un po’ ovunque sulle mie Alpi. Partendo da Colle Melosa, sia percorrendo il Sentiero degli Alpini, sia rimanendo sulla strada principale sterrata, si possono notare diversi edifici di questo tipo. Alcuni, più in basso, sono contornati da un ambiente più roccioso e dalle creste tra le quali passa la strada percorribile come un grande serpente tra le montagne. Siamo sull’Alta Via dei Monti Liguri.

Si può percorrere a piedi o in auto, purché sia una macchina adatta a terreni disconnessi. Attenzione, perché in certi punti si  fa davvero stretta ed è priva di protezione a valle, quindi vi consiglio di optare per le quattro ruote solo se siete esperti guidatori. La strada e tutti i sentieri che potete vedere sono di origine militare.

Ma torniamo alle caserme. Più in alto, come vi dicevo, queste costruzioni antiche godono della compagnia di ampi prati, distese erbose contornate solo dal cielo.

Sono pochi i caseggiati dotati ancora di tetto, forse sono quelli più recenti, e hanno al loro interno cianfrusaglie e rimasugli, gli avanzi di bisbocce tra amici o di pernottamenti che hanno poco di occasionale, forse addirittura abusivi. Certi rifugi servono anche da alpeggi ai pastori che portano qui il loro bestiame a pascolare durante la bella stagione.

Si possono riconoscere le parti adibite alle camerate: una serie di finestre ha lasciato spazio ad aperture quadrate, in fila e tutte uguali.

Il panorama di cui si può godere da qui è sempre magnifico. Volgendo lo sguardo in basso si abbraccia con la vista tutta la Valle, i centri abitati sembrano nugoli di formiche, visti dall’alto. Intorno a questo luogo, poi, c’è una corona di alte vette, si vede il Saccarello, ma non solo: possiamo  godere anche delle alture francesi, tra le quali spicca il Monte Bego (2.872 m s.l.m.), famoso per le sue incisioni rupestri che ogni anno raccoglie un gran numero di visitatori. E poi, in giornate particolarmente terse e limpide (non oggi, quindi) si può vedere il mare, la sua distesa blu all’orizzonte, insieme al profilo della lontana Corsica. Non scherzo, topi: è la verità! L’ambiente cambia velocemente, quando è accarezzato dallo sguardo: le conifere digradano in radure ed erbaggi, e i massi grigi delle caserme si stagliano contro il cielo.

La batteria più importante fu costruita verso la fine del 1800. Aveva una funzione prettamente difensiva, si nota dalla vicinanza di queste fortificazioni, che si fanno anche più numerose. Questo convoglio militare aveva a disposizione diversi cannoni, probabilmente quattro per batteria, che puntavano verso il territorio francese. Giunti a questo punto, capirete come questa non sia solo una semplice e splendida escursione, ma anche un inestimabile viaggio nel nostro passato intriso di storia e vicende.

Io non appartengo al Genio Militare, ma gli edifici dei Balconi di Marta, se non erro, furono costruiti a scopo di sicurezza. Il nemico andava abbattuto incrociando i fuochi con altre batterie posizionate strategicamente su altre alture. I cannoni, però, non erano le uniche armi. Molte strutture erano dotate di feritoie, attraverso le quali partivano veloci e senza pietà i proiettili delle mitragliatrici. Persino alcuni carri armati svolgevano il loro lavoro.

Qui, proprio dove sto fotografando, è stato versato tanto sangue, sapete? Gli attacchi erano frequenti e cruenti. Si ricorda quello dell’aprile del 1794, quando i francesi assaltarono in gran numero.

Questo luogo nasconde bellezze anche dal punto di vista faunistico. Non sarà una grande novità, ma è un grande piacere per me darvi questa notizia. Pare, infatti, che in questo territorio siano state trovate tracce di Lupo. Finalmente! La mia Valle un tempo ne era piena, ma col passare degli anni e a causa dell’uomo il Lupo ha finito per essere una figura assai rara tra le mie montagne. Oggi, in diverse zone, tra le quali proprio Cima Marta, Monte Grai e Colle Bertrand, che per bellezza potrebbero essere paragonate alle Dolomiti, è tornato il predatore per eccellenza. Qui è a casa sua, aggiungerei.

Insomma, che dire? Vi è piaciuto questo tour? La storia non è esattamente una fiaba per topini, ma è la realtà, accaduta proprio qui, dove sto zampettando in questo momento. Mi ha fatto piacere rendervi partecipi di tanti ricordi e della meraviglia offerta da una delle zone più belle dell’entroterra ligure.

Vi aspetto per la prossima passeggiata. Squit!

Streghe liguri, Fate sarde, Streghe-Fate…. Ditelo anche voi!

Cari topi, questo post nasce da una simpatica discussione che ho avuto con una mia  amica blogger qualche sera fa.

Lei si chiama Marta, è sarda, offre a tutti la bellezza di questo suo blog http://tramedipensieri.wordpress.com/ ed è amante di tante cose: la musica, la poesia, tutto ciò che è arte e la sua Sardegna. La sua Sardegna fatta sì, di luoghi incantevoli, di acqua cristallina, di storie, di costruzioni, ma anche di tradizioni e folklore. A segnare indelebilmente, nei ricordi e nel linguaggio di tutti, queste ultime due cose che affascinano moltissimo Marta, ci sono le protagoniste di questo post, le Streghe o Fate. Ebbene sì perchè, anche Marta, ha le “sue” Streghe. Streghe diverse dalle “mie”. Streghe/Fate che hanno un nome arcaico, poetico: esse si chiamano Janas. E sono Fate molto diverse dalle mie Streghe che hanno invece il nome di: Bazue.

Da non confondere la vera Strega con la vera Fata, questo lo so, ma quel che ci faceva ridere e discutere, a me e Marta, era comunque un dialogo basato su queste figure femminili misteriose, delle quali abbiamo sempre sentito parlare, e con le quali siamo cresciute. E c’è chi le chiama in un modo, chi in un altro. Sono pochi i paesi in cui le distinguono. Sono i paesi ricchi di questi personaggi, nei quali esistono anche gli Elfi e gli Gnomi. Esistono o sono esistiti, chi lo sa.

Fatto sta che, le figure della mia amica, si comportavano in un certo modo e vivevano in un certo modo e avevano un loro obbiettivo, completamente diverso dalle mie che, come le ho fatto notare, erano molto più indaffarate delle sue 😀 Beh… sì, lo sapete ormai, le mie magiche figure erano vere e proprie maghe, ideavano filtri e pozioni adatte ad ogni necessità, addestravano gatti neri sempre pronti a servirle, conoscevano tutte le piante officinali esistenti, utilizzavano enormi pentoloni, volavano con la scopa, facevano il malocchio, rapivano i bambini e poi… sono esistite davvero, lasciatemelo dire e… a buon intenditor poche parole. Erano donne, ma questa è una storia lunga.

Le Janas invece? Cosa facevano le Janas? Come vivevano? Nonostante le tante similitudini che legano storicamente, geograficamente e culturalmente la Liguria alla Sardegna, queste creature magiche sono totalmente diverse e questo è ciò che mi ha incuriosito. Lascio a Marta la parola, leggete infatti cosa racconta lei stessa, in uno dei suoi articoli, che mi ha davvero affascinato molto, qualche giorno fa:

Si narra che un tempo lontano, in terra di Sardegna vivevano le Janas.

Erano fate leggendarie, spesso buone, talvolta cattive.

Belle, schive e misteriose, erano preda dei pastori, dai quali si proteggevano rintanandosi tra le rocce.

A loro apparteneva un’arte: ricamavano arazzi stupefacenti che acquisivano poteri occulti, se esposti alla luna.

Perciò per azionare l’incantesimo, le fate erano costrette ad uscire e stendere sulla pietra le loro creazioni, concedendole alle tenebre.
Ma bastava rubare un solo filo dell’abito indossato dalle Janas, per possederle in eterno.

E i pastori questo lo sapevano…

JanasE questa che vedete è una rappresentazione, un’immagine che le ritrae. Oh sì, devo ammettere che sono sicuramente più carine di quelle liguri, ma una foto delle mie ve la metto lo stesso, tanto siamo sotto il periodo di Halloween, non dovreste aver paura. SONY DSCDai, cosa sono ‘ste smorfie? Hanno tutte e due i capelli neri e il vestito nero, non sono poi così diverse! (Non me ne voglia la  ragazza della prima foto, che trovo bellissima!). Avete letto comunque le diverse credenze? Ecco cosa mi è venuto in mente. Quali altri magici personaggi ci saranno stati nel resto d’Italia? Quindi, le vostre? Campani, lombardi, pugliesi, veneti, etc… che mi scrivete, ditemi, come sono le vostre Streghe? O le vostre Fate. Quali requisiti avevano? Sono ovviamente ammessi anche i liguri nonostante ci sia già io. Sarei proprio curiosa di conoscere nuove cose che non so riguardo le mie Bazue. Dai, raccontantemi! Sono sicura che le vostre risposte interesseranno molto anche la mia amica Marta. Un bacione magico a tutti.

M.

Le Selle dei miei luoghi

La Sella è questa specie di casetta in pietra che si trova qui, davanti a noi, dopo che abbiamo parcheggiato l’auto sul bordo delSONY DSC prato che l’accoglie. Un prato bellissimo.

Siamo di nuovo nel parco tematico di Cipressa e, assieme alle Caselle che vi ho mostrato l’altra volta, ci sono queste speciali strutture.

Ci sono tantissime cose qui e, questo progetto, voglio farvelo conoscere pian piano citandovi anche le persone che lo hanno creato e voluto.

Per primo Giampiero Laiolo, che si è occupato di descrivere e raccontare la storia di queste strutture, e il Sindaco di Cipressa, la signora Gianna Spinelli.

Tutto è calmo, contornato dall’azzurro del mare e del cielo. Tutto è rigorosamente in pietra. Uno dei pochi materiali resistenti che si aveva un tempo. Pietra messa a secco, come i nostri famosi muretti che spesso vi ho fatto conoscere. E con questa pietra venivano costruite anche le Selle, come quella che vi mostro oggi; una dimora che era adatta ad accogliere il lavoratore e a dargli un riparo in caso di bisogno. Era costruita apposta nei prati o negli uliveti, presso gli orti, proprio per SONY DSCregalare una zona di sosta comoda e nella quale, la persona, poteva rifocillarsi.

Dalla forma semplice e presente da almeno tre millenni sul territorio ligure è divenuta, col tempo, un tutt’uno con questa aspra terra.

Il nome Sella, come ci spiegano i cartelli posizionati accanto alle opere, in antico, voleva dire “cella”.

Molto più spesso della Casella, nella Sella, apparivano una o due finestrelle, questo anche perchè la porta d’entrata era solitamente bassa e piccola e l’areazione davvero misera. La Sella inoltre era più lunga e senza nessuna finestra sarebbe stato un vero problema. Maggiormente conosciute con il nome di Casai, esse sono importantissime strutture di un’architettura tipica del Ponente Ligure e, a volte, venivano affittate per racimolare qualche soldo. Nella mia zona se ne possono trovare ancora molte, alcune ancora in buono stato ma, oggi, andando indietro con la memoria, ricordo di quand’ero piccola e di quando in vacanza, si correva con gli amici sui prati, girando intorno a queste casupole. E capitava che c’infilavamo dentro per nasconderci! NonSONY DSC ne conoscevamo davvero l’importanza, per noi erano vecchie baracche di Pietra: – Nun stà ad andà in stì casui chi crollan!- (non andare in ‘ste case che crollano!) si preoccupava la mia Topo Zia.

Spettacolari sono quelle di Drego, sopra ad Andagna, che vi avevo fatto vedere in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/05/06/drego-il-paesaggio-fantasma/  classica abitazione ristoratrice da pastore ma, allora, non sapevo che il loro nome era Selle. E pensate che, in alcune di esse, si possono ancora vedere i tavolacci di legno dove venivano messi i formaggi a stagionare. Durante la transumanza, queste strutture, erano molto utili per frazionare il percorso in più soste e rendere lo spostamento così più sopportabile.

Incavate nel terreno, poteva capitare che una loro parete rimanesse completamente sommersa dalla terra. E guardate quanto è bella, che perfezione nel posare le pietre una sull’altra, ma andiamo ad osservarla meglio anche dentro; ancora la SONY DSCmassima precisione anche per la posa della pavimentazione in lastre d’ardesia appoggiate e battute al suolo e su, sopra le nostre teste, le splendide travi in legno a sorreggere il tetto in ciappe d’ardesia. Una spettacolare riproduzione in questo Parco Didattico e, la Sella, non è l’unica sorpresa.

Un parco che insegna e che spero sia un’attrazione da vedere ma anche da studiare perchè mostra come viveva prima di noi chi ci ha preceduto. Inoltre, ci fa capire come rispettare ancora di più quello che oggi vediamo e ci sembra un semplice rudere. Difficilmente siamo portati a immaginare una storia, reale, che lo riguarda; in questo modo invece, grazie a questa bellissima idea, è molto più semplice.

Spero vi abbia fatto piacere conoscere anche questa costruzione ma non è finita qui, preparatevi a fare, di tanto in tanto, un salto nel passato insieme a me.

Un abbraccio la vostra Pigmy.

M.

Dove cadde Eugène

La maggior parte delle volte che percorro alcune delle mie strade, soprattutto i sentieri, mi viene spontaneo osservare il fiorellino rosa, l’albero alto e imponente, l’animaletto che sguscia via spaventato, la sua tana, il nido… ma non sempre mi rendo conto che le mie zampe, mentre son persa a scrutare l’orizzonte, stanno calpestando una chiazza di sangue, una ciocca di capelli, un vecchio schioppo, un bavero strappato…

No, non sono impazzita. Esattamente là dove poggiano le suole delle mie scarpe, in quello stesso punto, anni prima stava sdraiato un militare ucciso nel difendere la sua terra. La mia terra. Urla, fumo, bombardamenti… Quelli erano i rumori di allora, mentre oggi si sente soltanto il ronzare di un’ape. Un altro palcoscenico e si possono immaginare i mercanti trasportare con i loro muli carichi di formaggi, ortaggi e cereali. Si asciugavano la fronte e canticchiavano inni d’incitamento. Oggi uno stanco pastore alza la mano ad accompagnare il suo “Bona!”, mentre ci saluta senza nemmeno guardarci. Un pastore, probabilmente l’unico rimasto. Ricordate i pascoli di Drego, oggi disabitati? (li trovate nel mio post “Drego, il paesaggio fantasma”) E Bregalla, Creppo, Realdo, Verdeggia, paesi che un tempo vivevano sulla pastorizia?

Le pecore di quest’uomo hanno precedenza su chiunque. Ad accompagnarlo c’è un grosso cane. Sono loro i personaggi che hanno popolato e popolano tuttora le terre della mia Valle che confinano con Francia e Piemonte per diventare brigasche. I crinali furono le prime vie dell’uomo verso le Alpi e la Pianura Padana. Da migliaia di anni sono percorsi da cacciatori, pastori e contadini. Batì Luro, il più vecchio pastore dei Lanteri di Realdo, ci offre una visione leggendaria dell’abbandono delle montagne da parte del pastore. E allora prendo ancora una volta in prestito le parole di un gentile scrittore che, con il sorriso, ha regalato tanto sulla mia terra e mi ha permesso di arricchirmi di conoscenza. Eccomi, quindi, a raccontarvi una storia che ci permetterà di pensare, quando andremo su questi sentieri, che oltre al fiore rosa, alla pianta e all’animale che fugge (esseri degni di stima e affetto), ci sono anche stati dei nostri simili che hanno permesso a noi di vivere l’esistenza che conduciamo ora, grazie ai loro grandi sacrifici del passato. Questa persona è Giampiero Laiolo, al quale simpaticamente invidio tanto sapere.

Il crinale: la strada del pastore, del militare, del mercante e del mulattiere. Sui crinali s’elevarono dalla preistoria luoghi di culto poi riconsacrati da cristianesimo, oggi segni tangibili della continuità tra la nuova e l’antica fede. I crinali furono vie della fede ma anche percorsi di guerra. Nel 1794 su queste terre si affrontarono gli eserciti francesi e piemontesi. Le truppe rivoluzionarie erano comandate dal generale Massena. Tra i suoi ufficiali vi era un giovane corso, Napoleone Bonaparte. Il marchese Costa de Bouregard che dirigeva le difese sabaude trincerate lungo il crinale dei monti Saccarello e Frontè, ci ricorda quei drammatici momenti. Con lui combatteva il suo diciassettenne figlio Eugenio.

Il 27 aprile i Francesi e Piemontesi si affrontarono lungo il ripido crinale. Si avviò la sparatoria e il suo crepitare andò a risvegliare le lontane postazioni nemiche. Repentinamente tutte le creste si coprirono di segnali, da tutte le parti accorsero i battaglioni che si srotolavano nella neve come grandi serpenti neri. L’accanimento di alcuni uomini incassati nella gola diede tempo di arrivare ai rinforzi e la mischia divenne ben presto generale con alternarsi di successi e  sconfitte. Respinti in un primo tempo, i Francesi ritornarono alla carica e lanciarono una colonna alla baionetta protetta da due pezzi da montagna. Il combattimento divenne allora una lotta corpo a corpo dove i repubblicani si mescolavano ai Piemontesi. Eugène assisteva il Capitano Pean. Dietro Eugène suo padre lo guardava. Il marchese avrebbe voluto che il mondo intero fosse là per ammirare il suo figliolo. I proiettili imperversavano. Tutto ad un tratto il conte di Saint-Michel, alla testa di un battaglione di guardie, piomba sul fianco dei repubblicani, essi indietreggiano; i granatieri reali, per un istante scossi, si riuniscono e caricano al grido di: -Viva il Re!-. Eugène marcia per una decina di passi e tutto d’un tratto s’abbatte nella neve. Suo padre lo osserva, il suo animo trepida. Eugène è fra le sue braccia. Il marchese non sa ancora se è morto o vivo. Il piccolo lo abbraccia e gli  mostra il sangue che scorre a fiotti dall sua ferita. Henry cerca di metterlo in piedi, il ragazzo si sforza, ma la sua gamba pende inerte. “Non posso” dice e ricade nelle braccia di suo padre. Due giorni dopo Eugène morì.

A Punta Santa Maria domina  il monumento al Redentore. Da lì si gode un’eccezionale panoramica sulle Alpi Liguri e Marittime. Monte Bego, il marguareis, il Colle di Tenda cuore alpino del Ponente Ligure. Il rapido e convergente degradare di queste montagne sul mare ha reso possibile la formazione di un territorio culturalmente omogeneo. I pastori liguri, provenzali e piemontesi che per millenni s’ incontrarono su queste montagne le chiamarono “la catena del mondo”. Un simbolismo cosmico che rappresenta il perno della loro vita. E nulla, che ci crediate o no, potrà far pensare il contrario. E oggi, ho imparato, quando cammino e i miei occhi scrutano quelle cime meravigliose, quelle infinite distese di fiori viola, e le poiane sorvolano quel mondo da lassù, chissà… forse lì, dove ora stò appoggiando i miei piedi, forse lì è caduto Eugène.  

M.

Caselle Fenaira – il fienile della valle

Quello in cui vi porto oggi è un luogo incantato. Siamo sul confine tra la Valle Argentina, appena sorpassata, e la Valle Arroscia. Abbiamo lasciato il vecchio insediamento rurale di Drego e stiamo per entrare nella foresta incantata di Rezzo, che conta 5.000 anni. Qui, a metà percorso, ci fermiamo ad ammirare gli alberi, che creano un’atmosfera davvero particolare.

Siamo a Caselle di Fenaira, a 1351 metri sopra il livello del mare. Un torrente forma  spettacolari cascate e il sentiero che si snoda nel bosco, le piante e il cinguettio degli uccelli danno vita a un ambiente suggestivo, da vivere intensamente.

La strada asfaltata passa nel bel mezzo di tanta meraviglia, un’architettura naturale delle più alte terre della Liguria. Se proseguissimo, scenderemmo giù fino alla città di Imperia, ma non ne ho la minima intenzione oggi. Il baccano cittadino non fa per me.

Me ne resto qui ad ascoltare la natura che mi parla e mi racconta la sua storia. Un tempo, la frequentazione di queste zone era legata soprattutto alla presenza di pascoli ricchi e abbondanti molto graditi per attività quali l’allevamento di mucche, capre e pecore. Se zampettassi un po’ più su, oltrepassando questi alberi dalle alte chiome, giungerei su prati ampi, distese erbose tanto belle da togliere il fiato. Le zone prative costituivano uno dei punti essenziali dell’organizzazione territoriale ed economica della valle ed esistono ancora le tracce degli insediamenti estivi delle tribù liguri protostoriche, come il Castellaro della Rocca di Drego, che vi avevo fatto conoscere in un articolo precedente (si intitolava “Drego: il villaggio fantasma”, se volete leggerlo). Il Castellaro è prossimo ai pascoli più ricchi proprio come accade alle borgate costruite ad alta quota in età più moderna.

All’inizio dell’estate, dai prati si ricavava il fieno per l’inverno, poi vi pascolava il bestiame. La zona di Caselle Fenaira era tra le migliori per la raccolta del fieno, tanto che si giungeva a proibirvi il pascolo per tutta la stagione. Questa zona consentiva, infatti, notevoli guadagni dalla concessione ai forestieri (i fuestei, in dialetto) del diritto di taglio del fieno per le greggi. Durante il giorno, il bestiame era condotto a brucare e rientrava nei recinti la sera, dopo l’abbeverata da sorgenti o fonti d’acqua. Alla sera, nelle marghe, avveniva la mungitura e il latte veniva raccolto e conservato separatamente a seconda che si trattasse di vacche, capre o pecore in attesa di essere lavorato nel modo più opportuno. La lavorazione permetteva di ottenere burro e formaggio in particolar modo il “bruzzo” (u brussu) una sorta di ricotta fermentata dal sapore deciso, famosissima nella mia Valle. Può essere più dolce oppure più stagionato, dal gusto molto forte, ed è buonissimo spalmato sul pane.

In questo luogo giungono numerosi anche gli sportivi. Sono tante le passeggiate a piedi, a cavallo o in bicicletta che si possono fare, e l’aria che si respira apre i polmoni. I Noccioli sono quasi i padroni qui, e il bordo strada ricco di fogliame ormai secco che produce ad ogni passo uno scricchiolio.

Che pace!  E’ un angolino che non dovete perdervi, se passate da qui!

Un bacio scricchiolante dalla vostra Pigmy.

M

Drego, il paesaggio fantasma

Cari topi, oggi vi porto in uno dei posti per me più belli della mia valle. Be’, a dir la verità sono tanti i luoghi che mi colpiscono, ma questo è proprio tra i miei preferiti. È uno di quei posti in cui vale il “M’illumino d’immenso”. La bellezza, qui, è nell’atmosfera, nel paesaggio e in tutti i pensieri che ti balzano in mente. Cari topi, oggi andiamo a Drego, un insediamento preromano nel comune di Molini di Triora.

Si tratta di un antico villagio di pastori ormai abbandonato, ne sono rimasti solo i ruderi contornati da malghe, prati, monti e fiori. Siamo a 1.100 metri sul livello del mare completamente immersi nel verde. È un verde vivo, che riempie gli occhi.

Abbiamo sorpassato Andagna; oggi questa strada si presenta asfaltata e la si può percorrere comodamente in auto godendo di un panorama fantastico. Tanti, infatti, sono i punti in cui le rupi permettono di sporgersi e ammirare l’intera la valle. Non sarò mai abbastanza brava per farvi capire la bellezza di questo posto, è incredibile davvero, toglie il fiato. Guardando i casolari rimasti, e adagiati su questi immensi tappeti d’erba, pare di scorgere ancora qualche pastore, sono così ordinati e così puliti intorno! Vari terrazzamenti e muraglioni costruiti con pietre a secco dividono i campi, e alcuni ammassi di pietre più chiare formano delle costruzioni chiamate castellari. Fu proprio vicino a uno di essi che vennero ritrovate delle monete appartenenti all’era dell’Imperatore Giuliano e queste antichità hanno permesso di capire qualcosa di più di questo luogo. Fu costruito prevalentemente durante l’Età del Ferro tutt’intorno a una rocca, chiamata appunto la Rocca di Drego. Essa, situata in posizione strategica, permetteva di avvistare il nemico e prepararsi alla difesa. Anche attraverso i castellari si poteva avere un ampio controllo del territorio. La vista è aperto, libera da intralci e permette di ammirare parecchia porzione di valle.

Sono ancora pochi i fiori che ricoprono i prati, per ora dobbiamo accontentarci di Semprevivi e Tarassaco. Il verde è infatti spesso chiazzato di giallo. Qui fa più freddo, siamo in alto, poco prima di Passo Teglia che è situato a 1.380 metri e ci troviamo sulle pendici del Carmo dei Brocchi, un monte ricco di flora che raggiunge i 1.600 metri di altezza. La maggior parte di piante che nasce qui è ricoperta da una peluria volta a proteggerle dal freddo. Vicino a noi inizia il Parco Naturale delle Alpi Marittime e tanti sono i camosci, le marmotte, le poiane, le aquile e i tassi che possiamo incontrare in certi periodi dell’anno. Dentro questo parco si trova la Foresta di Rezzo, che è una tale meraviglia da essere un luogo protetto. Per poter vivere giornate in completa pace e serenità, ho scoperto da poco anche l’esistenza di un agriturismo “La Fontana dell’Olmo“, che saprà ospitarvi al meglio sia nella calda che nella fredda stagione e i proprietari vi forniranno la guida alpina per visite ambientali ed escursionistiche. Siamo vicini alla Via Marenca, la famosa strada che vi ho descritto parecchi post fa, una delle strade più importanti per il commercio e il passaggio della mia valle. Ci sono tante cose da scoprire, oltre all’appagamento della vista!

Questo, topi, è un posto selvaggio e ancora incontaminato, puro. I suoi colori, i suoi profumi e la sua aria sono di una purezza che apre i polmoni.

Allora, vi è piaciuto questo posticino? Fantastico, vero? Come vi dicevo, io lo adoro: quando sono qui, mi sento libera come non mai.

Mentre continuo a sognare di avere ali di farfalla per poter volteggiare sul prato, vi lascio un caro saluto. A presto!

M.

Goina – La località dei Pastori

Oggi andiamo a fare un giro appena sopra Triora. A Goina. Una piccola manciata di case, un forno e una chiesetta che si affacciano sulla meravigliosa Valle. Anche per questo posto ho avuto foto dal mio amico Marco, anch’esso amante della Valle Argentina. Ormai, sono diventata così famosa da avere anche i toporeporter-amici!

Ma torniamo a noi. A Goina, non è semplice arrivarci, è un posticino quasi nascosto che è stato creato nel’500 dalla fuga della gente per la pestilenza che colpì appunto Triora.

Dopo un periodo di frequentazione stabile, durante il quale si sfruttarono molto le qualità del Castagno, il posto andò via via spopolandosi sempre di più, fino ad arrivare a oggi, che è completamente disabitato.

Offre però ancora, a chi viene a visitarlo, il tipico paesaggio alpestre che è della mia Valle.

Sarà una stradina sterrata a portarvici e, una volta giunti, la prima cosa che colpisce il vostro sguardo sarà la splendida chiesetta con un cordone attaccato alle campane del suo minuscolo campanile in modo da poterle far suonare.

Questa chiesetta è stata costruita dal Comitato “Amici di Goina” che, ogni anno, si ritrovano lì per stare tutti insieme e festeggiare.

Questo piccolo Santuario è stato dedicato al Buon Pastore proprio in ricordo a coloro che vivevano questo borgo. I pastori. Ed era gente così povera che le loro case venivano usate per tutto: come dimora, come fienile, come cantina.

Con solo un pugno di castagne crude in tasca – racconta Giacumin Lanteri sul sito del Comune di Triora – si partiva di buon’ora per i pascoli -.

Goina, nome che probabilmente deriva da “piccola gola”, si trova sotto una grotta nell’Alta Valle del Capriolo, dove sono stati rinvenuti resti di questi pastori che popolavano questi luoghi tantissimi anni fa.

La condizione dei denti e delle ossa, ha permesso di capire le vere difficoltà che queste persone avevano per vivere. Non avendo da mangiare e con l’acqua come loro unica fonte di salvezza, anche la crescita ne ha risentito.

Quella grotta era come una fossa comune dove la gente portava i loro morti con un vero e proprio rito funebre e li ricopriva con collane, amuleti e oggetti vari.

Chiamata Grotta del Pertuso si trova ai piedi del Monte Franzè a ben 1300 metri sotto al livello del mare. Pensate. E, in essa, sono stati ritrovati, oltre a utensili inerenti all’età del bronzo, anche una perla azzurra di origine egiziana.

Poco distante alla chiesetta, è stato costruito un forno, completamente in pietra, e viene tutt’oggi usato durante il raduno annuale degli amanti di questi luoghi o da chi decide di passare una giornata in questo verde posticino sfiorato da aria fresca e ricoperto da un cielo azzurro intenso.

Ora vi saluto topi ma vi aspetto per la prossima passeggiata.

Intanto voi godetevi questo piccolo mucchietto di storia, cultura e vita tra i pascoli. Uno squit!

M.