Il Cerchio delle Streghe: Mistero in Valle Argentina

Ecco. Lo vedete nell’immagine quel cerchio sul prato? IMG-20150626-WA0003No, non si tratta dei classici “cerchi nel grano” che tanto hanno fatto discutere la popolazione a livello mondiale. In questo cerchio, se riuscite a notare bene, la circonferenza non è designata dalla mancanza d’erba, bensì è come se la stessa erba fosse nata sfoggiando un altro lato di sè oppure ancora, proprio formando un perfetto circolo, sia nata un’ altra erba che ha creato questo disegno geometrico. Cerchio_delle_streghe1Un’alone piacevole di mistero e magia. Siamo nell’Alta Valle Argentina ma, il luogo preciso, tramite le ricerche che ho condotto sul web, mi suggeriscono di non rivelarlo per non creare una sorta di mito che causerebbe l’arrivo di folle probabilmente poi incriminabili di inquinamento e disturbo della quiete di questo luogo meraviglioso dove flora e fauna vivono in perfetta armonia ogni giorno. Gli abitanti del luogo inoltre, preferiscono fare gli indifferenti sul caso e non è certo mio volere usurpare la loro intimità. Questo perchè riguardo a questo cerchio sospetto, si sono venute ovviamente a creare delle leggende e delle storie che come spesso accade non si sa mai quanto possano essere vere. Ma affascinanti si, su questo non c’è dubbio. Innanzi tutto, a codesta figura, già è stato dato un nome arcano e suggestivo. “Il Cerchio delle Streghe” si chiama e, nome migliore, non potevano scegliere per la mia valle che ha come protagonista il paese di Triora conosciuto come la Salem d’Italia. Parrebbe che questo cerchio, abbia il diametro di una dozzina di metri. Mi sembrano tanti per come l’ho visto io ma non sono all’altezza di dare una valida misurazione e inoltre ero abbastanza lontana in un sentiero stupendo e panoramico. Ora, potrete ben capire come sia assolutamente interdetta la zona interna, anche se solo moralmente, in quanto, le Streghe, con le loro persecuzioni, potrebbero compiere nuovi atti malvagi nei confronti della popolazione. Le credenze continuano a vivere ma, su sanremonews, il ricercatore Vittorio Stoinich, racconta che la tradizione è sempre viva nel cuore della Valle. Perciò, quando si sente dire che un pastore, che ha voluto sfidare il potere delle nostre Bazue (streghe), dopo aver messo il piede all’interno del cerchio per raccogliere il fieno, si è ritrovato con le pecore che producevano il latte rosso come il sangue anzichè candido come sempre, tutti si sta zitti e ci si fa cullare da questa sorta di affascinante racconto che rapisce gli animi. E anche la mia Valle quindi, come se già non le bastassero tutte le varie storie di Wicca e stregonerie che vivono da anni nel suo cuore, vuole avere il suo primato. E attenzione; questo cerchio pare non essere l’unico nella Valle Argentina. Ne scoprirò altri? Lo saprete nelle prossime puntate amici! Sgattaiolo immediatamente sui monti come un piccolo segugio! Baci e…. non fatene parola con nessuno!

photo – la seconda immagine appartiene a sanremonews ed è stata scattata da Vittorio Stoinich

Poco più in là: Viozene

AndiamoSONY DSC a Viozene oggi topini. In terra brigasca e, in terra brigasca, è chiamato Viusena, con la S che sibila come una Z leggera. Andiamo ai confini della mia valle. Viozene, il paese delle casette che sono baite, lavorate con il legno. Par di essere nel Tirolo. SONY DSCCon le ante delle finestrelle e le ringhiere dei balconi che fanno a gara per sentirsi dire chi è la più bella. Vere lavorazioni impegnative, vere opere d’arte. Viozene, nel Comune di Ormea, nell’Alta Valle Tanaro, esattamente tra le provincie di Cuneo e di Imperia. Un borgo cullato e protetto dalle Alpi marittime, tra le quali, spicca sopra di tutte, il Monte Mongioie alto ben 2.630 mt e situato ad Est della Punta del Marguareis . Un imponente dente di pietra che sovrasta l’intero villagio e regna protagonista.SONY DSC E’ in terre come Viozene, come Upega, come Carnino, che si parla quel dialetto occitano, particolare, di cui spesso vi ho raccontato. Quella lingua mista di francese che và via, via disperdendosi. La lingua d’òc, la lingua provenzale, la lingua minoritaria dell’Italia Nord-Occidentale. E Viozene ne è una delle testimonianze più grandi e fervide. 1240 mt circa sul livello del mare, offre un’aria e uSONY DSCn’acqua superate da poche in fatto di bontà; fredde, limpide, pungenti. E’ la meta preferita delle persone anziane che vogliono stare al fresco in estate e dei bambini, che devono rinforzare i loro bronchi e respiarreSONY DSC la buona aria di neve per combattere bronchiti e pertossi in inverno. E perchè no, è la meta della pace e della quiete per le giovani coppie che vogliono tranquillità e, allo stesso tempo, conoscere e scoprire una natura mozzafiato; particolare, tipica di questo entroterra, a volte aspra, acerba, egoista a volte più generosa. E’ qui che si possono svolgere mille attività, dall’alpinismo alla mountain bike, dal rafting al trekking. E’ la terra delle Madonnine a bordo strada dentro a cappelle create a mano dai pellegrini fedeli. E’ una terra tipicamente simile alla mia. Ad arricchirne i confini, vere a proprie meraviglie al di là dei sentieri che portano al Mongioie. Il Canyon chiamato “Passo delle Fascette” di cui già vi avevo parlato e tutte le falesie che lo circondano. Il Parco Naturale dell’Alta Valle Pesio e Tanaro, nel quale gongola. I suoi ricchi patrimoni: faunistico SONY DSCrappresentato da cervi, camosci, caprioli, aquile, galli forcelli ad esempio, e quello floreale, interpretato da abeti bianchi, larici, faggi, borsa del pastore, una bellissima erba di campo. Sono pochi i suoi abitantiSONY DSC residenti, appena 43. Lui si popola solo in determinati periodi dell’anno divenendo, come dicevo prima, un vero e proprio rifugio per molti. Ed è la terra del muschio, delle mele e dei monti che all’imbrunire si stagliano contro il cielo color degli abissi. E’ un paese fresco dove ti può capitare di sentire cori che intonano vecchie canzoni o partecipare a “I racconti intorno al fuoco“, dove giovani signorine narrano, spesso accompagnate da un soaveSONY DSC strumento musicale, fiabe che raccontano di quei posti magici e misteriosi della terra brigasca, adatte a grandi e piccini. E’ il paese dei cortili recitanti davanti a casa, morbidi come un prato, i ciottoli per terra, il piccolo campo da petanque che mai può mancare e l’edera che si arrampica indisturbata sulle pareti esterne delle dimore. Il paese delle tegole rosse, degli insetti che svolazzano indisturbati, delle ciappe e dei sentieri. E del bosco. Il magnifico bosco tutt’intorno che finisce di botto. E dei piccoli SONY DSCfiorellini gialli di genepy, dalle foglie verde chiaro, verde velluto. Il genepy è un tipico liquore che viene fatto in questa terra e prende il nome dalla pianta dalla quale si ricava e che riesce a nascere anche in zone davvero impervie, dal sapore buonissimo e inconfondibile, attraverso il quale, si può percepire tutto il gusto dell’alta montagna. E qui regnano felici e sazie anche indisturbate mucche, capre, pecore, cervi e addirittura scoiattoli. Ed è un piacere passeggiare per il paese e fare il loro incontro. Sono così carini! E così coraggiosi. Si avvicinano impavidi. E’ giusto.SONY DSC Ogni animale dovrebbe essere sereno nell’avvicinarsi all’uomo e qui, accade. Spesso, al giungere della sera, è facile imbattersi nella nebbia, in quella ovattata atmosfera che cala piano, nonostante ci sia stata una tersa giornata di sole. Siamo davvero alti e le nubi, è come se scendessero per dar la buonanotteSONY DSC alle montagne con un bacio, poi… vanno di nuovo via e mostrano un cielo nero dai mille puntini dorati, luccicanti e brillanti. Un cielo splendido come raramente ne ho visto. Nessun tipo di inquinamento luminoso, più nessuna foschia, solo stelle, tante stelle, una miriade di stelleSONY DSC. E le casette in pietra tornano ad essere limpide, visibili, illuminate da fiochi lampioni giallognoli intorno ai quali svolazzano grandissime falene. Hanno una lingua arricciata lunghissima queste svolazzanti amiche. Non intendono allontanarsi dalla luce ma nemmeno dal succoso nettare dei lilium. Che buffe! Ma non stanno ferme un solo secondo. Riuscire a fotografarle è un’ardua impresa davvero. Tramano frenetiche. Stanno sospese in aria come dei colibrì. E per star qui a guardarle mi devo mettere il golfino. Alla sera,a cnhe in pieno agosto, non si può stare solo in maniche corte e le vecchineSONY DSC, si mettono lo scialle sulle spalle oltre al golf pesante di cotone. Le vecchine che cuciono insieme nel giardinoSONY DSC di una di loro. I cani sono tutti liberi. ognuno di loro ha un padrone e alla sera se ne torna nella sua cuccia, ma di giorno è bello gironzolare, e nessuno può impedirglielo. Si conoscono tra di loro e sono tutti amici. Il problema arriva quando andate voi, con il vostro cane, legato educatamente al guinzaglio e, tutti loro, gli si avventano contro poco ospitali devo dire. Oh mamma! Le persone invece sono simpatiche e alla buona. Si trovano senzaSONY DSC difficoltà gentilezza e cordialità e tanta voglia di divertirsi. Si organizzano anche lotterie e mercatini pur di riuscirci. E il paese è in festa! Per non parlare dell’ottimo cibo! La cucina casalinga è di casa ed è un vero piacere per i nostri palati: sardenaira, coniglio alla ligure, frittata di erbette, fiori ripieni, insomma, da leccarsi i baffi. Dovreste provare. SONY DSCAllora topi, che ne dite? Vi è piaciuto questo posto? Bene, ne sono contenta. E’ meraviglioso, potete credermi. E’ l’ideale per un soggiorno in cui si vuole solamente ritemprarsi un pò e non si chiede nulla di meglio, nulla di più. Io vi mando un bacione per ora ma vi aspetto per la prossima mini-vacanza! Un grande squit a tutti voi!

Dove cadde Eugène

La maggior parte delle volte che percorro alcune delle mie strade, soprattutto i sentieri, mi viene spontaneo osservare il fiorellino rosa, l’albero alto e imponente, l’animaletto che sguscia via spaventato, la sua tana, il nido, ma non sempre mi rendo conto che i miei piedi, mentre io scruto l’orizzonte, stanno calpestando una chiazza di sangue, una ciocca di capelli, un vecchio schioppo, un bavero strappato… Già, no, non sono impazzita. Dove esattamente appoggiano le suole delle mie scarpe, lì, in quello stesso punto, anni prima, stava sdraiato un militare ucciso nel difendere la sua terra. Quella terra. Urla, fumo, bombardamenti. Quello c’era, mentre oggi si sente soltanto il ronzare di un’ape. Un altro palcoscenico e si possono immaginare i mercanti trasportare con i loro carichi muli formaggi, ortaggi e cereali. Con il loro asciugarsi la fronte e canticchiare inni d’incitamento. Oggi, uno stanco pastore alza la mano ad accompagnare il suo “Bona”, mentre ci saluta senza nemmeno guardarci. Un pastore. Probabilmente l’unico rimasto. Ricordate i pascoli di Drego oggi disabitati? (Nel mio post – Drego, il paesaggio fantasma) E Bregalla, Creppo, Realdo, Verdeggia, paesi che un tempo vivevano sulla pastorizia. Le sue pecore hanno precedenza su chiunque. Ad accompagnarlo un grosso cane. Sono loro. Sono i personaggi che hanno popolato e popolano tutt’ora le terre della mia valle che confinano con Francia e Piemonte per diventare brigasche. I crinali furono le prime vie dell’uomo verso le Alpi e la pianura padana. Da migliaia di anni sono percorsi da cacciatori, pastori, contadini e mulattieri. Batì Luro, il più vecchio pastore dei Lanteri di Realdo ci da una leggendaria visione, dell’abbandono del pastore dalle sue montagne. E allora, prendo ancora una volta in prestito le parole di uno scrittore. Uno scrittore gentile che, con il sorriso, mi ha regalato tanto sulla mia terra arricchendomi di conoscenza e vi racconto una storia. Una storia che ci permette di pensare quando andremo su questi sentieri, che oltre al fiore rosa, alla pianta e all’animale che fugge (esseri pieni di stima da parte mia e affetto), ci sono anche stati però dei nostri simili che hanno permesso a noi, la vita che conduciamo ora, grazie a grandi sacrifici del passato. Questa persona è Giampiero Laiolo al quale simpaticamente invidio tanto sapere.

Il crinale: la strada del pastore, del militare, del mercante e del mulattiere. Sui crinali s’elevarono dalla preistoria luoghi di culto poi riconsacrati da cristianesimo, oggi segni tangibili della continuità tra la nuova e l’antica fede. I crinali furono vie della fede ma anche percorsi di guerra. Nel 1794 su queste terre si affrontarono gli eserciti francesi e piemontesi. Le truppe rivoluzionarie erano comandate dal generale Massena. Tra i suoi ufficiali vi era un giovane corso, Napoleone Bonaparte. Il marchese Costa de Bouregard che dirigeva le difese sabaude trincerate lungo il crinale dei monti Saccarello e Frontè, ci ricorda quei drammatici momenti. Con lui combatteva il suo diciassettenne figlio Eugenio.

  Il 27 aprile i Francesi e Piemontesi si affrontarono lungo il ripido crinale. Si avviò la sparatoria e il suo crepitare andò a risvegliare le lontane postazioni nemiche. Repentinamente tutte le creste si coprirono di segnali, da tutte le parti accorsero i battaglioni che si srotolavano nella neve come grandi serpenti neri. L’accanimento di alcuni uomini incassati nella gola diede tempo di arrivare ai rinforzi e la mischia divenne ben presto generale con alternarsi di successi e  sconfitte. Respinti in un primo tempo, i Francesi ritornarono alla carica e lanciarono una colonna alla baionetta protetta da due pezzi da montagna. Il combattimento divenne allora una lotta corpo a corpo dove i repubblicani si mescolavano ai Piemontesi. Eugène assisteva il Capitano Pean. Dietro Eugène suo padre lo guardava. Il marchese avrebbe voluto che il mondo intero fosse là per ammirare il suo figliolo. I proiettili imperversavano. Tutto ad un tratto il conte di Saint-Michel, alla testa di un battaglione di guardie, piomba sul fianco dei repubblicani, essi indietreggiano; i granatieri reali, per un istante scossi, si riuniscono e caricano al grido di: -Viva il Re!-. Eugène marcia per una decina di passi e tutto d’un tratto s’abbatte nella neve. Suo padre lo osserva, il suo animo trepida. Eugène è fra le sue braccia. Il marchese non sa ancora se è morto o vivo. Il piccolo lo abbraccia e gli  mostra il sangue che scorre a fiotti dall sua ferita. Henry cerca di metterlo in piedi, il ragazzo si sforza, ma la sua gamba pende inerte. “Non posso” dice e ricade nelle braccia di suo padre. Due giorni dopo Eugène morì.

A Punta Santa Maria domina  il monumento al Redentore. Da lì si gode un’eccezionale panoramica sulle Alpi Liguri e Marittime. Monte Bego, il marguareis, il Colle di Tenda cuore alpino del Ponente Ligure. Il rapido e convergente degradare di queste montagne sul mare ha reso possibile la formazione di un territorio culturalmente omogeneo. I pastori liguri, provenzali e piemontesi che per millenni s’ incontrarono su queste montagne le chiamarono “la catena del mondo”. Un simbolismo cosmico che rappresenta il perno della loro vita. E nulla, che ci crediate o no, potrà far pensare il contrario. E oggi, ho imparato, quando cammino e i miei occhi scrutano quelle cime meravigliose, quelle infinite distese di fiori viola, e le poiane sorvolano quel mondo da lassù, chissà… forse lì, dove ora stò appoggiando i miei piedi, forse lì è caduto Eugène.  

Il Bosco delle Navette

… dei fiori, degli abeti e dei cavalli. Questo è il Bosco delle Navette. Un bosco che quasi confina con la mia valle, in terra brigasca, il bosco di Upega. Upega è un paese che fa parte del comune di Briga Alta ed è situata nella Val Tanaro. Siamo sul confine tra la provincia d’Imperia e quella di Cuneo. Potrei dire, di fianco a me per un certo senso. Questo bosco, si trova esattamente appena sopra Upega e si estende per 2.770 ettari. Lo si può definire uno tra i più spettacolari e interessanti boschi delle Alpi Marittime. Si chiama così perchè un tempo, con il legno dei suoi alberi, larici e abeti bianchi secolari, si costruivano le imbarcazioni tipiche liguri per la Repubblica di Genova, oggi, gli stessi alberi, sono tana di animali stupendi come camosci, lupi, marmotte, caprioli e forcelli. Siamo nell’Alta Valle Tanaro e nel cuore e nei confini di questo bosco meraviglioso, si snodano due itinerari che offrono spettacolari vedute di una natura incontaminata e padrona. Essi sono la Colletta delle Salse che regala piacevoli scorci e il pregio di vivere ambienti creati da un ecosistema di rara bellezza, il secondo invece del Colle delle Selle Vecchie permette di godere di panorami particolari e suggestivi per chi ha gambe e volontà allenate. Considerati i tratti esposti in prossimità di Cima del Ferà e i punti tra Selle Vecchie e Case Nivorina, il cui sentiero è ridotto a tracce non chiare, si consiglia la percorrenza ad escursionisti esperti e competenti della zona. Quindi è bene ch’io me ne stia buona, buona dove sono e vi mostri il bosco dai lati che son riuscita a vedere io. Come ad esempio l’area pic-nic, attrezzata, del Giarretto presso il ponte della provinciale sull’omonimo torrente ricco di fiori colorati di un fucsia acceso e spighe dorate. Un torrente che scendendo accarezza ninfee e felci. Ma per fortuna non sono tutti come me e questo bosco, è visitato tutti i giorni da alpinisti e amanti della mountain bike oltre che da chi ama camminare. Siamo ai piedi di Cima Bertrand, un monte alto 2.481 metri. Dall’area pic-nic parte una pista forestale che s’inoltra salendo nel Bosco delle Navette e raggiunge la rotabile ex-militare Monesi-Limone. Ma questo non è l’unico sentiero, varie mulattiere, stradine e tagliafiamme ci portano ognuna in un luogo incantato ed è facile poter fare piacevoli incontri. Mucche, pecore e cavalli vengono spesso a pascolare e a correre felici. Per arrivare qui, abbiamo preso la Provinciale 6 e sorpassato prima Viozene e poi Upega. Abbiamo attraversato la piazzetta dei camper e la Sorgente della Salute dove l’acqua, freddissima, passa dentro a tronchi cavi. Intorno a noi, alte falesie e un vero Canyon, ci facevano sentire piccolini come non mai. Quelle rocce austere, quegli alberi, quel silenzio. Rocce che sembrano volerci chiudere in una morsa mentre ci passiamo sotto e le guardiamo dal basso verso l’alto. E immagino correre i lupi, i nostri soldati scavalcare quelle montagne come fossero semplici vie. Quante grotte s’intravedono da qui. Rifugi da primo soccorso. Il Bosco delle Navette, sorge qui, a 1.580 metri circa sul livello del mare. Dopo questi aspri monti, quasi ad addolcire un pò il territorio. E’ un Parco Naturale dal grande fascino e dalla lunga vita ricca di storia ed avventure. Basta pensare che accanto a lui passa una delle più famose Vie del Sale. All’inizio del bosco la piccola chiesetta della Madonna della Neve ci accoglie. Immersa nel verde, da’ le spalle alle alte conifere e ai cespugli di rododendri che circondano questo paesaggio incantato. Vicino a lei, un rifugio di pastori vende latte e formaggio prodotto dalle loro pecore e a far da guardia, due splendidi Maremmani che si mimetizzano tra i velli degli ovini. Vere pecore brigasche, ricce, pelose, bianche come la neve. Qui si sogna. Qui vi ho voluto portare perchè possiate rimanere affascinati. Qui potete ascoltare ad occhi chiusi, la voce del bosco, il suo accogliervi e il suo salutarvi. Una voce che eccheggia rimbalzando tra Cima Missun, Cima Bertrand e Colla Rossa. Una voce che chiede rispetto ma sa darne altrettanto. Un parlare interrotto solo di tanto in tanto da un ululare, un frinire, un bubbolare, un belare, uno scalpiccio di zoccoli che trottano felici. Un abbraccio.

Caselle Fenaira – il fienile della valle

Così recita la tavola di legno che si trova dove inizia questo luogo incantato. Siamo sul confine tra la Valle Argentina appena sorpassata, e la Valle Arroscia. Abbiamo lasciato il vecchio insediamento rurale di Drego e stiamo per entrare nella foresta incantata di Rezzo, una foresta di 5.000 anni. Qui, a metà percorso, ci fermiamo. Ci fermiamo ad ammirare degli alberi che creano un’atmosfera davvero particolare. Siamo a Caselle di Fenaira, a 1351 metri sopra il livello del mare. Il torrente inizia a formare delle spettacolari cascate e le stradine nel bosco, le piante, e gli uccellini nascosti che cinguettano, formano un’atmosfera da vivere intensamente. La strada asfaltata passa nel bel mezzo di tanta meraviglia, architettura naturale delle alte terre della Liguria. Se proseguissimo, scenderemmo giù fino alla città di Imperia ma non ne ho la minima intenzione. Il baccano cittadino ora, non fa per me. Me ne stò qua ad ascoltare la natura che mi parla e mi racconta la sua storia. Un tempo, la frequentazione di queste alte zone era legata soprattutto alla presenza di pascoli ricchi e abbondanti e alle possibilità ch’essi offrivano per l’allevamento di mucche, capre e pecore. Tant’è che se io andassi un pò più su, superando questi alti alberi, arriverei in prati infiniti. Le zone prative costituivano uno dei punti essenziali dell’organizzazione territoriale ed economica della valle ed esistono insediamenti estivi, delle tribù liguri protostoriche, come il Castellaro della Rocca di Drego, che vi avevo fatto conoscere qualche post fa nell’articolo “Drego: il villaggio fantasma”, prossimo ai pascoli più ricchi proprio come gli abitati sparsi e nei nuclei di case costruiti ad alta quota in età moderna. All’inizio dell’estate, dai prati, si ricavava il fieno per l’inverno, poi, vi pascolava il bestiame. La zona di Caselle Fenaira era tra le migliori per la raccolta del fieno tanto che si giungeva a proibirvi il pascolo per tutta la stagione. Questa zona consentiva infatti, notevoli guadagni dalla concessione ai forestieri (i fuestei, in dialetto) del diritto di taglio del fieno per le greggi. Durante il giorno il bestiame era condotto a brucare e rientrava ai recinti la sera, dopo l’abbeverata da sorgenti o fonti d’acqua. Alla sera, nelle marghe, avveniva la mungitura e il latte veniva raccolto e conservato separatamente a seconda che si trattasse di vacche, capre o pecore in attesa di essere lavorato nel modo più opportuno. La lavorazione permetteva di ottenere burro e formaggio in particolar modo il “bruzzo” (u brussu) una sorta di ricotta fermentata famosissima nella mia valle. Può essere più dolce oppure più stagionato, dal gusto molto forte ed è buonissimo spalmato sul pane. In questo luogo sono inoltre molti anche gli sportivi. Esso permette infatti splendide passeggiate a piedi, a cavallo o in bicicletta e l’aria che si respira, nonostante la freschezza dell’ombra, apre i polmoni. Tanti i Noccioli e il bordo strada ricco di fogliame ormai secco, produce ad ogni passo uno scricchiolio. Che pace però! Indescrivibile. E’ un angolino topi che non dovete perdervi se passate di qua! Ve lo assicuro.

Da Colle Melosa a Molini

Topini! Ma io mai più pensavo che una passeggiata nella mia valle mi portasse tutte queste nuove amicizie. Vi è piaciuta proprio! Commenti e mail. Bellissimo! Grazie a tutti. Ora che lo so, sono cavoli vostri! Vi annoierò! Questa volta, da Sansone, scenderemo giù, passando dall’ormai per voi famoso, Colle Melosa per poi giungere a Molini un paesino di poche anime, che fa comune con Triora e merita anch’esso un post. Lo farò. Io lo chiamo il paese delle lumache. Tutti gli anni a settembre fanno la sagra della lumaca, nelle botteghe vendono un liquore chiamato “latte di lumaca” e insomma che tutto gira intorno a questi animaletti con i cornini, ma torniamo a noi. Come vi dicevo, eravamo rimasti a circa 1700 metri. Non ci crederete ma saliamo ancora prima di scendere. Saliamo e ci inoltriamo, senza poterla evitare, nella foresta del Gerbonte. Un luogo spettacolare. Il verde vivo, i fiori e gli alberi ritrovati a Sansone ci accomapagnano fin qui e di tutto ciò i più felici, sono gli animali che brucano in ogni dove, in particolar modo le pecore di un pastore che ci fanno vivere un’avventura davvero carina. Dal sottobosco, assetate, si dirigono tutte verso una fontana che in tempo di guerra abbeverava cavalli e soldati e, guardate un pò

come ci siamo ritrovati. Nel bel mezzo di un gregge! Ma posso assicurarvi che sono animali molto innocui. Non c’era verso di farle spostare, abbiamo dovuto per forza aspettare il pastore che arrivasse e, solo a quel punto, ci hanno liberato la strada, obbedienti ai comandi.

Mi sono stupita nel vedere tanta agilità in questi animali, si arrampicavano ovunque e devo ammettere che erano anche ben tenute. Nonostante tutto, avevano un mantello molto curato.

Salutate le simpatiche pecorelle, usciamo dalla foresta, a tratti, adorna di muretti di pietra, probabili postazioni di un tempo e, salendo ulteriormente, possiamo ammirare un panorama che ci lascia senza respiro. Siamo sulla Alta via dei Monti Liguri; dopo la vedremo meglio perchè si riuscirà a fotografare ma prima dobbiamo scendere. Ora ci siamo proprio sopra, ed è da li, che riusciamo a vedere una delle nostre mete. In lontananza infatti scorgiamo la Diga di Tenarda, proprio nel centro della vallata che spicca tra i monti. Avvicinandoci, scopriremo poi che è circondata da un ricco bosco verde scuro nel quale nascono spontanei, buonissimi mirtilli. E  allora, cosa aspettiamo? Eccola più vicino a noi. Da questa via, costeggiata da prati come quelli che avevamo incontrato salendo, si vede davvero tutto, addirittura, con l’obbiettivo, possiamo fotografare il rifugio ben organizzato di Colle Melosa, chiamato rifugio Allavena. Una trattoria nella quale si mangia benissimo, gestita da una coppia di anziani e posso affermare, molto pazienti, dato che, prendendomi un caffè, nel cercare di aprire la bustina, che sbattacchiandola si è divelta, ho sparpagliato granelli di zucchero in tutto il locale (è per queste mie carinerie che mi conoscono ovunque). Molto bene, dopo avervi raccontato una delle mie solite figure proseguiamo e, siamo così liberi, da poter vedere bene quanta strada dobbiamo ancora fare e quanta invece ne abbiamo già percorso ed è proprio quest’ultima ad essere denominata appunto Alta Via. Siamo altissimi. Calcolate che questo tour dura leggermente meno dell’altro (ma tutto sta anche nella permanenza delle pecore in mezzo alla strada), ci vogliono circa 2 orette e quasi 70 km. C’è un pò di nebbia che fortunatamente ci abbandona quasi subito ma devo ammettere che spesso non riuscivamo a vedere cosa poteva esserci dall’altra parte della strada, in questa foto potete rendervene conto. Cosa ci sarà dopo questa curva? Bè, nemmeno la nebbia però ci ha

impedito di rimirare una nuova vallata che si è aperta sotto i nostri occhi. Valli dopo valli, una più bella dell’altra. Ed è proprio qui che sorgono caserme ormai ridotte in ruderi e bunker, al di sopra di quelle postazioni che abbiamo incontrato prima. Parecchi costruiti su precipizi, in vero stato di dominazione. Il paesaggio è magnifico ma pensare che degli uomini hanno passato in quei luoghi, parte della loro vita, mette i brividi. Provate ad immaginare gli stessi posti in inverno, completamente ricoperti di neve, freddo e buio. Iniziamo letteralmente a scendere e la temperatura sale, di solo un grado ma sale, siamo a settembre, un settembre caldo con 30 gradi sulla costa ma qui, ce ne sono solo 11. Eccoci arrivati alla diga. Ora possiamo vederla in tutto il suo splendore e potete notare tutt’ intorno gli alberi che la circondano. Questo lago artificiale è stato costruito all’inizio degli anni ’60 ed è vietatissimo avvicinarsi, o meglio, bisogna passare solo dal sentiero e farsi riconoscere e chiedere il permesso. Tutto è recintato da filo spinato e un guardiano, un uomo alto e distinto, controlla che non accada nulla. E’ subito dopo la diga che volendo, girando a destra, possiamo arrivare a Ventimiglia, entrando nella Val di Nervia, ma noi preferiamo continuare per la nostra strada e giungere a San Giovanni dei Prati. Un grandissimo prato ai piedi di un bosco dove regna solitaria una chiesetta in parte protetta dal sole da un gigantesco ciliegio. Siamo a circa 1240 metri d’altezza. Viene aperta per la messa e la festa, solo il 24 giugno. I nostri vecchi dicono che prima del 24 giugno non si può fare il bagno al mare perchè San Giovanni non lo ha ancora benedetto e quindi è pericoloso. Ovviamente, ai giorni nostri, nessuno crede a questa diceria ma è simpatico ricordare i detti dei nostri nonni. Poco lontana dalla chiesa c’è una struttura nella quale d’estate i ragazzi vanno in colonia con i preti, penso siano boys scouts e fanno ricerche sulla natura e avventure, vivendo come si viveva un tempo. Non è proprio un corso di sopravvivenza ma poco ci manca. Ci soffermiamo un pò in questo prato, rimiriamo la chiesetta in ogni suo piccolo particolare e devo dire che è davvero graziosa. Il sole è tornato a farci compagnia e, alzando gli occhi al cielo possiamo notare i monti e i sentieri che abbiamo appena attraversato. Vi mostro anche delle loro foto, scattate proprio da San Giovanni, ad aprile, così li potete vedere anche ricoperti di neve, una neve che ormai, con il calore, si era sciolta scendendo a valle. In una foto, si vede il sentiero che quasi taglia in due la catena di monti, nell’altra, la ex caserma, il rifugio abbandonato del Monte Grai, uno dei monti più alti della zona, 2012 metri, insieme al Toraggio e al Pietravecchia. Ebbene si, poco prima, eravamo proprio sopra i duemila metri cari topini! Abbandoniamo l’ex cenobio e ce ne torniamo quasi a casa. Molini di Triora. Ad accoglierci un simpatico e timido asinello. Come vedete, animali selvatici, quel giorno, neanche uno. Lasciamo anche Molini e continuiamo a scendere. Dalla sua posizione, austera come sempre, fin dai tempi dei Saraceni, la Rocca o, se preferite, la Torre di Andagna, paesino poco più sotto, ci saluta con il suo, per me, perpetuo, arrivederci. Spero che anche questa passeggiata vi sia piaciuta perchè non sarà l’ultima. Uno scodinzolio di coda a tutti. Pigmy.

Da Triora a Sansone

Oggi, vi farò fare un bel viaggetto tra i miei monti. E’ giusto ch’io vi faccia conoscere i miei luoghi natii perchè sono posti stupendi e perchè meritano di essere messi in mostra. Questa volta, ma preparatevi perchè non sarà l’unica, andiamo nel bel mezzo della valle Argentina e percorriamo il tour del Passo della Guardia. Purtroppo, le foto sono state scattate in una giornata un pò nuvolosa quindi, vi prego di immaginare gli stessi ambienti arricchiti da un azzurro che toglie il fiato quando il cielo è sereno, ve lo assicuro. Partiremo da Triora, il paese delle streghe e,  facendo un giro a forma di ferro di cavallo, arriveremo fino a Sansone dove potremo godere di tutta la pace che desideriamo. Incontreremo tantissimi e diversi tipi di territorio, dai boschi più verdi e fitti di conifere e noccioli, a quelli più aspri dove regnano rocce taglienti e la vegetazione scarseggia. Solo fili d’erba e qualche garofanino selvatico si può trovare tra le pietre grigie. L’ardesia è la pietra più comune con le sue sfumature più chiare o più scure, se ne trova ovunque. Iniziamo allora. Come vi dicevo, partiamo da Triora che vi mostro qui sotto, ripresa dall’alto. Potete notare anche il suo cimitero arrocato nel punto più alto. Guardate quanta strada bisogna fare a piedi per raggiungerlo. Qui è ancora tutto come un tempo e ogni cosa è affascinante. Appena passato questo paese che, come ho detto prima, la leggenda vuole sia stato abitato dalle streghe tantissimi anni fa (ma dedicherò più avanti un post solo a lui perchè ne vale la pena), ci troviamo davanti ad una grande ex caserma abbandonata, al campo sportivo del paese e a dei recinti con cavalli bellissimi. Troverete altre foto nel mio album, a destra del mio blog, come sempre. Il sentiero è ancora asfaltato per il momento e davanti a noi inizia ad aprirsi un mondo fantastico. Guardando la strada che abbiamo innanzi, desideriamo continuare e vedere dove ci porta. Allora ci giriamo un attimo per vedere cos’abbiamo dietro e rimaniamo estasiati dalla vallata che rimane sotto di noi. Più su, avremo panorami ancora più belli, quindi, via! Si parte! Ecco la strada. Bella vero? La flora è già imponente e di un verde vivo. Notiamo che la natura ci offre subito alcuni dei suoi frutti selvatici, dolcissimi, quelli da mangiare, mentre altri, non commestibili, sono ugualmente da fotografare. Le bacche e le more, che qui, maturano a settembre a causa del clima. Ovviamente ce ne facciamo una scorpacciata mentre estasiati  

ammiriamo le valli che ci circondano. Mentre l’aria si è già fatta più frescolina e una poiana svolazza sulle nostre teste per poi sparire all’improvviso, guardiamo dall’alto, i paesini appoggiati sui monti come Andagna, Glori, Corte e da li, possiamo vedere anche la strada che abbiamo fatto che per ora, è ancora poca. Quello che faremo è un tour di circa 2-3 ore, ovviamente soffermandoci ogni tanto e di quasi 100km. Se preferite partire al mattino e tornare alla sera, fatelo tranquillamente, troverete ovunque posti per fermarsi a mangiare, con panchine e tavoli di pietra, prati dove stendere coperte o casette deroccate dove riposare. Questi paesaggi mi rapiscono letteralmente. Finito di arricchire i nostri occhi, proseguendo, ci inoltriamo piano, piano nel bosco. Qui inizia lo sterrato e la montagna comincia ad offrire il meglio di se. Nei boschi che stiamo per percorrere troveremo Pino nero, Pino silvestre e Larici. Alti, altissimi e tutti attaccati uno all’altro. Il sentiero è stato creato dall’uomo per la sua sopravvivenza, penso in tempo di guerra, in quanto troveremo più su, bunker e ripari, la via, cosidetta Via degli Alpini. Ecco l’inizio del bosco, mancano solo qualche fata e qualche folletto, per il resto c’è tutto, soprattutto una pace incredibile. L’aria è più umida e si sente odore di funghi. Al posto delle magiche creature incontriamo invece parecchi motociclisti, con il quad o con la moto e ognuno di loro ci saluta come vige la legge della montagna. Si saluta sempre chi si incontra. E’ un pò come dire, “se siamo qui, è perchè la stessa passione, per gli stessi luoghi, ci accomuna, quindi, siamo amici!”. E’ bellissimo; chi alza la mano, chi mostra solo le due dita in segno di vittoria, chi solleva il mento sorridendo, ognuno a suo modo, ma nessuno passa irriverente. Gli alberi sono così tanti da creare una penombra scura e tra loro, una foschia biancastra li rende la scenografia ideale per qualche film fantastico. Interi boschi ricoprono completamente i monti circostanti e il sole fatica a penetrare e scaldare il sottobosco. Siamo nel bel mezzo del Passo della Guardia, tra poco inizieranno a stagliarsi davanti a noi altissime montagne e i boschi spariranno per lasciare spazio a immensi prati, luogo ideale per le marmotte. Quel giorno non abbiamo avuto molta fortuna con gli animali, non abbiamo visto granchè, ma questi luoghi sono popolati da rapaci, come aquile e gufi, da camosci dorati, senza considerare le capre e le pecore che pascolano su questi monti ogni giorno e offrono il latte e i formaggi che puoi acquistare nelle botteghe dei paesi della valle. Il territorio,

cambia all’improvviso e anche il clima. Fa ancora più freddo, bisogna mettersi una maglia più pesante. Il naso inizia a essere freddo e umido come quello dei gatti. Saliamo ancora lungo le strade militari. Vogliamo raggiungere Collardente per poi ridiscendere, volendo, a Colle Melosa ma questa volta ci soffermeremo prima. Delle montagne, guardandole dal basso, non se ne vede la cima. Sono altissime e sembra che le nuvole le stringano in un abbraccio. I pochi alberi, sembrano incollati di traverso. Ormai, la roccia, è l’unica padrona incontrastata e offre anche lei una bellezza particolare. Ricordatevi di sgonfiare leggermente le gomme dell’auto prima di buttarvi in questa avventura. Ci sono tratti in cui le pietre per la strada sono davvero taglienti. Veri e propri spunzoni di roccia potrebbero rovinarvi la passeggiata montana forando una ruota troppo gonfia. Saliamo ancora più su, raggiungeremo Sansone che sfiora i 1700 metri quindi, non stiamo a poltrire, rimettiamo in moto i nostri veicoli. Ormai, il verde di prima è sparito, il colore che dipinge gli arbusti è un pallido giallo paglierino e anche l’erba è molto più chiara delle foglie incontrate poco prima. Sono così leggeri e sottili che basta un lieve venticello per farli ondeggiare e i loro ciuffi, si muovono tutti nella stessa direzione. Le rupi che ci circondano ci regalano l’eco ed è inutile dire, che è quasi obbligatorio, scendere nuovamente dalla macchina e farsi due risate sentendo la nostra stessa voce, più volte, rimbombare tra i monti. Qualche ciclista estremo passa affaticato e sicuramente ci ha sentito, quindi, ricoperti di vergogna, ci nascondiamo in auto e ripartiamo. Il rumore inconfondibile di un ruscello naturale ci fa alzare gli occhi e con piacere vediamo scendere acqua dalla montagna che si fa strada tra i ciuffi d’erba. E’ un’acqua cristallina e freddissima. Scende da lassù, non vediamo nemmeno da dove, fino ad arrivare ai nostri piedi. Ha lo stesso odore della neve. Dopo qualche curva, ecco davanti a noi il tunnel di Collardente. E’ una galleria lunga 450 metri e la cosa buffa è che non è illuminata per niente. Quando si è nel bel mezzo di essa, se si spengono i fanali, si ci ritrova nel buio più pesto e credetemi che mette i brividi. L’unico rumore è quello di alcune gocce d’acqua che cadono sul pavimento. Infatti la galleria è molto umida. Una volta usciti, sembra di tornare a respirare e, davanti a noi, si affaccia nuovamente la vallata. Ancora una volta possiamo, girandoci indietro guardare quanta strada abbiamo percorso e cosa c’era al di fuori del tunnel; com’era la montagna sopra le nostre teste. Siamo quasi arrivati a destinazione. Continuando per questa via potremmo anche andare a Cima Marta o a Col Bertrand ma la nostra meta è Sansone, un luogo ricco di prati e dove il verde torna a fiorire. E’ qui infatti che incontriamo un rifugio che produce formaggi ricavati dal latte delle sue pecore. E’ qui che possiamo raccogliere qualche fiore. Ora non ci resta che decidere, andando dritti scenderemo poi da Colle Melosa e arriviamo a Molini, se giriamo a destra, alla prima, andiamo a La Brigue, mentre invece se proseguiamo girando poco dopo l’incrocio che porta in Francia, andiamo dove ho detto prima, ai Balconi di Marta e più su alla sua Cima, dove ancora oggi esistono postazioni della vecchia guerra. Ma questi sono altri tour. Per ora ci fermiamo qua, a 1694 metri, nella tranquillità più assoluta. Spero che questo viaggio vi sia piaciuto e mi seguirete anche negli altri. Un bacio a tutti Pigmy.

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