Originali e profumate foglie di Salvia fritta

Le avete mai mangiate, le profumatissime foglie di Salvia fritte in pastella, topi?

Oh! Vi assicuro che sono una vera delizia e semplicissime da preparare. Inoltre, anche se fritte, sono sicuramente più sane di molte merendine confezionate e quindi, ogni tanto, si possono dare ai piccoli topini come merenda.

Possono essere un buon contorno o un ottimo antipasto e si possono anche intingere nell’uovo e nel pan grattato ma sembra che in pastella piacciano di più.

Croccanti, gustose e anche belle da vedere!

Dobbiamo scegliere le foglie grosse, la ricetta viene meglio e danno più soddisfazioni. Daremo loro una sciacquata e le asciugheremo bene tamponandole con un canovaccio pulito.

La pastella io la preparo in questo modo: farina, birra fredda, acqua fredda, un pizzico di sale e una punta di bicarbonato grazie alle indicazioni che mi ha dato la mia cara amica Romina. Con la frusta, per non creare grumi, mescolo il tutto fino ad ottenere una sostanza che non sia né troppo liquida, né troppo solida dal color avorio.

Ci immergo dentro le foglie facendo sì che si sporchino per bene di pastella da una parte e dall’altra, senza lasciare zone pulite. Se la pastella rimane un goccio densa e ne rimane troppa attaccata alla foglia, se ne toglierà un poco accarezzandola e lisciandola con le dita, altrimenti farà troppe bolle d’aria durante la cottura.

In una padella si metterà dell’olio e, quando questo sarà bello caldo, si faranno cadere dentro le foglie zuppe di pastella, ben divise tra loro. Ci vorrà un attimo affinché siano pronte. Basterà aspettare la loro doratura e poi si toglieranno con delle pinze per adagiarle in un piatto sopra un foglio di scottex che assorbirà l’olio in eccesso.

Una volta cotte tutte le foglie, si saleranno e si potranno utilizzare come accompagnamento di qualche altra delizia.

Io, ad esempio, questa volta le ho affiancate al gorgonzola e l’abbinamento ha avuto un risultato fantastico.

E’ un piatto veloce e facile, ma avrà un grande successo e sarà molto originale, pronto per essere presentato ai vostri ospiti.

Correte a prepararlo e poi ditemi come vi è rimasto!

 

Pappa sana: Il Grano Saraceno

Quanti di voi stanno storcendo il naso e dicendo “bleah“? Ebbene topini cari, lasciatevelo dire, siete in errore. Orsù, la cioccolata è più buona, come no. Il salame è più buono, perbacco! La pastasciutta, ricca d’intingoli, certamente. Ma ce la vogliamoSONY DSC dare una pulizia a stè panze almeno una volta all’anno o no? Che poi, insomma, non è nemmeno questo gran sacrificio… credetemi, non vi stò mica dicendo di mangiare… che so… il pane di segale ecco! Lo conoscete il pane di segale?! Quel coso nero, duro, che sembra un mattoncino, già tagliato a fette, avete presente? E cavoli! Farà anche bene, ma da deglutire è davvero tremendo! Lo mangio ogni tanto ma, con un po’ di fatica, lo ammetto.

Invece il grano, questo spettacolare e piccolo frutto della terra, oltre ad essere salutare è anche buono! – Non è vero -, direte voi. Allora forse non siete riusciti ad accompagnarlo con i giusti elementi che riescono a renderlo buono. Ok, topi, posso crederlo e, a questo punto, non mi resta altro che descrivervi il mio metodo. Vi premetto che questo, è il modo più semplice. Cioè quello di quando arrivi a casa alla sera e non sei ancora riuscita a preparare nulla da mettere sotto i denti.SONY DSC Figuriamoci se ci perdiamo un po’ di più. Diventerebbe davvero goloso.

Bene, allora dai, mi preparo, taglio a rondelle sottili uno scalogno e lo metto in un tegame con un filo d’olio e due o tre foglie di salvia. Non farò sfumare con del vino bianco perchè voglio fare una ricetta salutare ma, l’idea, ve l’ho data ugualmente.

Tanti di voi possono usare, a questo punto, il dado. Io sono contraria al dado che si compra, sia vegetale che di carne, e quindi, o uso il dado che mi faccio io, o non uso dadi e vado giù di spezie.

Aggiungo infatti un po’ del mio caro curry e una punta di noce moscata. Gli amanti della macrobiotica non mancheranno di mettere il miso, una polpa di soja, sale e orzo (buona e salutare che funziona come un dado).

La migliore variante è quella con la verza. Tagliata fine, a striscioline, è ottima per accompagnare il nostro Grano. Questa volta io non l’ho messa ma, che sia chiaro, potete unire ogni verdura che volete.

Butto in pentola il Grano. Prima l’ho risciacquato in un colino sotto l’acqua fredda corrente e ora ha fatto un sordo ssssh… all’interno del recipiente.

Il fuoco è sempre al minimo, cerco di far tostare il Grano più che posso prima di aggiungere l’acqua. Acqua che poi dovrò mettere obbligatoriamente ma, mezzo bicchiere per volta, non di più e, prima di mettere l’altra, mi accerterò che la prima si sia ben prosciugata.

Salo e, la mia chicca sono i semini salati di sesamo. A noi topini piacciono tantissimo! Sono una prelibatezza! Il mio Grano, in tutto, ha cotto poco più di venti minuti ed era quello decorticato. Ma questo lo sentite a vostro piacere. In questo caso, niente ammollo il giorno prima. SONY DSC

Una volta cotto, verrà versato su di lui un filo d’olio crudo extra vergine (poco mi raccomando) e, abbellito con qualche guarnizione, oltre ad essere buono, piacerà alla vista e a tutto il vostro organismo potete starne certi! Anzi, se starete in silenzio, sentirete i vostri organini ringraziarvi più volte!

Oh si roditori… vedete, il Grano Saraceno, originario dall’India, è ricco di sali minerali, come il ferro, lo zinco e il selenio e irrobustisce tantissimo le pareti dei nostri vasi sanguigni riducendo il rischio di emorragie nelle persone affette da ipertensione e migliorando la microcircolazione nelle persone con insufficienza venosa cronica, per non parlare dei capillari che si spaccano nelle gambe delle donne o sul viso.

L’unica controindicazione che il Grano Saraceno possiede è quella che gli si può essere fortemente allergici ma, sono state rare, in Europa, le reazioni allergiche verso di lui.

Esso, inoltre, grazie alla sua capacità di fornire energia e vigore, può essere introdotto anche in diete per sportivi, per donne in gravidanza e per persone anziane ma, datelo senza paura anche ai vostri bimbi in crescita, magari al posto del pane (per chi soffre di epistassi per esempio è l’ideale).

Insomma, potete fidarvi, è un ottimo alimento. Dopo avervi dato questi consigli, io vi saluto e vi aspetto per il prossimo post. Bacioni!

M.

A Cimma – un piatto che non può mancare

Per noi mangiarla è come un rito. Non può mancare nelle giornate importanti e invernali. Non può mancare in qualche particolare domenica. Non può mancare nel festeggiare gli anni di un familiare. Quei suoi colori, quella sua posa simpatica. Legata con cura con uno spago. E’ la Cima topini, chiamata, in dialetto: A Cimma.

Così buona, così meravigliosa, così tradizionale da essere cantata, quasi come una preghiera, da uno dei più grandi cantautori italiani. E, dal momento che, nel nostro dialetto, probabilmente potevate non comprenderla, ve la traduco. A me, emoziona tantissimo, ma prima guardatevi il video di Fabrizio de Andrè.

“A CIMMA”

versione in concerto del brano, tratto dall’album “1991 – Concerti”.

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’altro in mare
ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa diritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita.

Cielo sereno, terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura.

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritto in punta di piedi
da sopra e sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia
che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare? Cos’altro dare al cielo?

Cielo sereno, terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate: non sapete chi vi mangerà.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Bella vero? Stupenda.

Ma come si prepara questa Cima? La ricetta è stata col tempo modificata tante volte e, in tante regioni, che hanno adottato questo piatto per noi tipico, viene spesso preparata in modi diversi. La tradizione però vuole che venga fatta come vi scrivo e, credetemi, farete un figurone.

Il ripieno, che potrà venirvi più sui toni del verde o più sul giallo, a seconda degli ingredienti, sarà delicato e sublime.

Allora, fate preparare dal vostro macellaio di fiducia, una sacca (rigorosamente di vitello), con un solo lato aperto. Vi verrà tutto più facile ma dovete sapere che, le donne di un tempo, e ancora topozia lo fa, la Cima se la legavano loro.

Sappiate che non è semplice da preparare ma è poco calorica e quindi può essere mangiata da tutti.

Per prima cosa tritate finemente la polpa e le cervella di vitello servendovi del frullatore o della mezzaluna e unendovi del prosciutto cotto. Non posso darvi delle indicazioni in quantità perchè non posso sapere come grande acquisterete la vostra tasca di pancia di vitello. Regolatevi con gli ingredienti.

Tritate finemente una cipolla (sevulla) e la carota (carota) e mettete il trito a rosolare in una padella con un po’ d’olio. Un normale soffritto.

Aggiungete quindi la carne tritata, i piselli (pesei), i pinoli (pignoi), l’aglio (aiu) tritato, la maggiorana (persa), le uova (oeve) che avrete precedentemente sbattuto; bianco e rosso insieme con della mollica di pane bagnata nel latte.

Mescolate il tutto per qualche minuto, a fuoco lento, e poi aggiungete il parmigiano e salate a piacere ma, un buon ripieno, non deve mai essere insipido.

Bagnate il tutto con il vino bianco, mescolate e lasciate cuocere, a fuoco moderato, fino a che il vino non sarà evaporato.

Una volta pronto, riempite la sacca di carne con il ripieno e cucite il lato rimasto aperto quindi, mettete sul fuoco una pentola abbastanza grande, piena d’acqua salata, con un’altra cipolla, del sedano e una bella carota.

Quando l’acqua sarà calda, immergerete la vostra Cima ripiena e la lascerete bollire per almeno due ore, a fuoco medio, coprendo la pentola per 3/4 con un coperchio. Se l’avete cucita bene, non fuoriesce nulla.

Terminata la cottura, togliete la Cima dalla pentola e lasciatela raffreddare in un vassoio, coperta con un piatto, sul quale metterete un peso per permettere al brodo in eccesso, assorbito durante la cottura, di fuoriuscire. Anche un grosso libro andrà bene.

Infine, appena raffreddata, mettete la vostra Cima su un tagliere e tagliatela a fette di circa 1 centimetro di spessore.

Potete servirla sia fredda che calda, a seconda dei gusti, con contorno di verdurine grigliate, un po’ di salsa verde o della semplice insalata con pomodori, dipende da voi. Ma credetemi, i commensali, non se ne andranno più!

E’ un ottimo secondo, dovrete preparare solo un primo piatto o diversi antipasti, vedete voi.

Ora vi mando un bacione, io, vado a fare un po’ di pappa.

M.

Tempo di funghi, tempo di bontà

Un classico topini. E poi, cosa volete… ha piovuto due giorni e tutti si sono avventurati alla ricerca dei protagonisti di questo tipico piatto conosciuto e amato in tutto il mondo: Il Risotto ai Funghi Porcini. I re dei funghi.

Conosciuti anche, a seconda della regione italiana, con i nomi di bulè o bulot o mori. E con essi si possono preparare prelibatezze indescrivibili ma, questa che vi propongo oggi, con la mia amica Niky, è sicuramente la più usata e la più famosa. E chissà se piace anche a voi o se anche voi la preparate così. Siete pronti? Iniziamo.

Rosoliamo in un poco di buon olio d’oliva (ingrediente indispensabile) e burro, una bella cipolla o uno scalogno, che avremo tagliato fine fine, alla julienne, senza farla scurire in pentola ma soltanto, diciamo, appassire.

Quando diventa color dell’oro aggiungiamo i Funghi che precedentemente abbiamo pulito, lavato e tagliato a pezzettini e li accompagnamo ad aglio e prezzemolo tritati.

Facciamo sfumare del vino bianco che dà sempre quel tocco in più ma c’è chi invece usa e adora la birra.

Buttiamo il riso che solitamente laviamo un po’ con dell’acqua in un colino per eliminare tutto l’amido che lo sporca di bianco e aggiungiamo ancora un po’ di vino. Quando anche quest‘ultimo vino bianco è sfumato sfrigolando, possiamo mettere del brodo che ci aiuterà a cuocere il riso insaporendolo molto più che della semplice acqua.

Metteremo il brodo poco per volta con un mestolino e noteremo che, il riso, se lo assorbe subito tutto, infatti, dovremo continuare a mescolare. Tutto questo andrà avanti fino a fine cottura e sempre a fuoco lento.

Una volta ultimata la cottura del riso, che solitamente impiega una ventina di minuti a cuocersi, bisogna far mantecare una noce di burro e servire guarnendo nel piatto con una parte dei funghi risolati a parte o una fogliolina di prezzemolo. Bisogna pur dargli quel tocco di classe no?!

Non penso che questa ricetta sia prevalentemente della mia Valle, ne’ tanto meno della Liguria ma so che, tutti gli anni, appena spuntano i primi funghi, non può mancare sulle nostre tavole questo delizioso primo piatto.

A questo punto non mi rimane altro che mandarvi un bacione e un grande “buon appetito” tutto per voi e ricordate: per poter preparare bene questa ricetta, i funghi bisogna andarli a cercare ma questo significa quindi poter passare una giornata divertente assieme alle persone che preferiamo. Perchè raccogliere funghi, vuole anche dire, rispettando il bosco, vivere una nuova avventura!

Bacioni!

M.

Le golose Patate Duchessa

Forse le sapete fare in tanti ma io, non le avevo mai fatte, ho provato, et voilà, ecco il risultato!

E che dire…. da leccarsi i baffi cari topini! Buonissime.

Ora, vi spiego ovviamente come ho proceduto. Devo subito dirvi che la ricetta non è per nulla difficile ma credetemi che farete un figurone in quanto, si sa, le patate sono verdure che piacciono a tutti e in qualunque modo.

Allora: pelo le patate e le taglio a pezzi abbastanza grandi, poi, le faccio bollire in acqua salata.

Quando sono belle cotte, le colo e le metto ad asciugare in una teglia, in forno, a 160°.

Non staranno molto, le leverò quando non le vedo più umide.

A questo punto le passo o le schiaccio per fare una specie di purè.

Attenzione a non lasciare pezzi grandi di patata che poi v’intralceranno il lavoro.

Una volta ottenuta questa solida crema aggiungo: sale, pepe, noce moscata, formaggio grattugiato e rosso d’uovo.

Calcolate un tuorlo ogni 3-4 patate di grandezza media.

Mischio bene il tutto e lo infilo nel sac a poche.

In una teglia imburrata e infarinata farò così le mie formine. Vi consiglio ne’ troppo grandi, ne’ troppo piccole.

Con la zampetta bagnata, tocco la punta dei ciuffetti delle forme che ho realizzato e, non contenta, li spennello con ancora del rosso d’uovo. Bello! Sembra di essere un pittore.

A questo punto metto in forno, questa volta a 180°, sopra e sotto, e le lascio stare fino a che le vedo gonfie e dorate.

Le lascio raffreddare leggermente, altrimenti dentro sono ustionanti e le servo ai miei amici che mi riempiono di complimenti. Contenti? Riconosco che non è una ricetta originale ma sono sicura che molti di voi non hanno mai pensato ad usarla come ottimo antipasto ad esempio. Un abbraccio Pigmy.

M.