A Colle d’Oggia tra pascoli, boschi e caselle

Topi, lo so che vi lamenterete per il freddo, ma se vi coprite bene vi porto con me su un sentiero molto bello. Pronti? Possiamo andare, allora? Bene.

Oggi andiamo oltre Carpasio. Non siamo esattamente in Valle Argentina, ma nella sua succursale, la piccola e suggestiva Valle Carpasina.  Proseguiamo oltre l’abitato di Carpasio fino a raggiungere Prati Piani prima e Colle d’Oggia poi. E’ considerato già territorio imperiese, e la Valle Arroscia è davvero a due passi.

Questo luogo fu teatro di violenti scontri durante il secondo conflitto mondiale, anche dei cartelli ce lo ricordano, riportando la memoria agli anni della Resistenza. Qui, come in altri angoli della mia Valle, i nazisti trucidarono barbaramente giovanissimi partigiani. Eppure a vedere oggi questi luoghi viene istintivamente da pensare alla pace che qui si respira. Siamo a 1167 metri sul livello del mare, e si sente! Solitamente in questa stagione non è raro che ci sia la neve da queste parti, ma quest’anno il terreno è ancora asciutto, l’erba ormai secca e color paglia ricopre ogni cosa come fosse un tappeto. E’ una zona di solito molto ventosa, ma oggi veniamo risparmiati dalle lame affilate del vento che qui sa soffiare in modo prepotente.

colle d'oggia pascoli

Lasciamo la topo-mobile in uno spiazzo e iniziamo a camminare sul sentiero che si dirige verso il Faudo. Siamo letteralmente circondati dalle mucche, belle, pasciute, con quei loro occhioni dolci e scuri che suscitano subito un grande affetto. Brucano l’erba, ce n’è in abbondanza, e si curano di noi quel tanto che basta ad assicurarsi che non siamo nemici.

mucca

Oh, topi! Ce n’è veramente tantissime! Un’intera mandria scampanellante sparpagliata nel bosco di pini e nei pascoli dai colori ormai spenti.

mucche carpasio

E che panorami, da quassù! Il bosco è rado, intervallato da macchie arbustive, per questo permette ampi scorci sulle valli limitrofe, su quei rilievi montuosi che spesso divengono protagonisti dei miei racconti, e lo sguardo giunge fino al mare, sconfinato all’orizzonte. Anche la volta celeste è ampia, si cattura con gli occhi un angolo di eternità.

colle d'oggia valle carpasina

Si cammina per lo più in cresta e non è difficile imbattersi nelle caselle, alcune ancora ben conservate. A volte si ha quasi l’impressione di essere in Sardegna o in un paesaggio ben più nordico, talmente paiono fuori dal nostro solito contesto. Eppure le caselle rappresentano un’architettura assai diffusa, qui in Liguria, come vi ho già detto in passato.

casella ligure

Il sentiero è di facile percorrenza, ma… ehm… oggi è occupato da ingombranti presenze.

mucche colle d'oggia

Guardatele, guardatele e ditemi che non vi fanno sorridere, con quel loro sguardo sazio e rilassato. Se ne stanno in fila indiana lì, sul sentiero, riposando con gusto dopo aver fatto una grande scorpacciata di erbe di montagna. Talmente rilassate da non curarsi dei viandanti che stanno sul sentiero, ci guardano, mantengono gli occhi puntati su di noi senza mai perderci di vista, ma non si spostano.

mucca colle d'oggia

Le ho fotografate da tutte le angolazioni, perché le adoro con quella loro aria paciosa che trasmette serenità. Purtroppo ho dovuto fare lo zoom ed ero con il topo-smartphone, per cui perdonate la bassa qualità degli scatti.

mucche colle d'oggia2

E a furia di far foto a loro, ho fatto tardi sul sentiero e non sono riuscita a concluderlo: ormai il sole sta calando e scende qualche leggero fiocco di neve, converrà che ritorniamo in tana, topi. Ma non c’è nessun male, in tutto ciò: significa che avrò altro materiale per un nuovo articolo, un nuovo racconto zampettante! Siete contenti? Io sì!

Un squittio, anzi no: un muggito felice per voi!

 

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Alberi e panorami di Carmo del Corvo

Topi, quella che vi faccio fare oggi non è una vera e propria scarpinata. L’aria si è fatta fredda e io per una volta ho preferito salire sulla mia Passepartout per avvicinarmi di più ai luoghi che voglio mostrarvi.

Il naso gelato e i baffi ghiacciati, ci mettiamo sulla topomobile e saliamo su, sopra Triora, sulla strada che porta al Passo della Guardia. Ci fermiamo più o meno in località Gorda Soprana, perché voglio godere insieme a voi della vista dei monti e assaporare i colori del bosco.

Lasciamo l’auto in uno spiazzo che pare dividere a metà la Valle Argentina, perché da qui c’è davvero un panorama spettacolare e mozzafiato. Si vedono il Gerbonte, Cima Marta, il Toraggio e il Pietravecchia, e poi anche il Saccarello.

gorda soprana - carmo del corvo

Dalla parte opposta, invece, abbiamo gli abitati di Corte e Andagna, Passo della Guardia, il Passo della Mezzaluna e poi giù, fino al Faudo. Si vede tutto, si abbraccia l’immensità delle creste velate d’azzurro e sui monti più alti si scorge già una piccola spruzzata di neve.

valle argentina

Tira vento, lo sentite? Ma non lasciamoci intimorire.

Mi piace guardare i raggi del sole che filtrano dall’alto, disegnando scie luminose sulle pendici delle montagne.

valle argentina carmo del corvo

Abbandoniamo la topomobile a bordo strada e ci inoltriamo nel bosco, sulla sinistra, in direzione di Carmo del Corvo. In questi luoghi pascola il bestiame, si sente anche ora il tintinnio dei campanacci. Pecore e vacche sono ancora qui a cibarsi delle ultime erbe rimaste, prima che arrivi la neve a ricoprirle. Ed è proprio questo loro cibo a insaporire i formaggi della mia Valle, dal gusto unico e inconfondibile.

Il bosco di cui vi parlavo non è fitto, ma a tratti si apre in scorci ampi sul baratro che è la Valle Argentina, vista da quassù. Si respira l’atmosfera selvaggia di questi luoghi, è tangibile, e già entrando nel bosco di Pini viene spontaneo abbassare il tono di voce.

 

E quei Pini sono inframezzati da chiazze brulle di macchia mediterranea, dove a farla da padroni sono il Ginepro, il Timo e la Lavanda, i cui cespugli sono ancora ben visibili, nonostante la sua stagione sia trascorsa da un po’.

timo

Qui, nella bella stagione, si trova facilmente anche l’Iperico. L’Estate, da queste parti, fa ronzare le api e gli impollinatori all’impazzata, così affaccendati nel suggere il nettare dai fiori profumati. E non mancano neppure i tafani, quando nelle vicinanze c’è il bestiame.

Eppure ora tutto pare come addormentato, anzi no, sembra tutto in attesa. La Natura riposa e sospira, attende il momento del sonno profondo che le spetterà a breve, quando giungerà l’Inverno col suo abbraccio di candido gelo.

funghi

Sul terreno, adesso, è tutto uno spuntare di funghi, piccoli, grandi, dalle forme più disparate. Sono state le ultime piogge a farli spuntare così generosi.

E alzando il muso all’insù non si può non meravigliarsi di fronte allo spettacolo offerto dalle foglie baciate dal sole!

autunno valle argentina

Raggiungiamo un punto panoramico, Triora è là sotto quella sporgenza, ma da qui non si vede. Ci sono Querce giovani a farci compagnia, insieme ai Lecci e alle Felci ormai ramate.

valle argentina2

E allora me ne resto seduta qui per un po’, su una roccia scaldata dal sole e col naso gocciolante per il freddo. Si sentono i versi dei Caprioli, qui ce ne sono tanti, e alla fine uno mi passa addirittura alle spalle, balzando via come un fulmine.

quercia valle argentina

Infine, dopo essere rimasta per un po’ ad ammirare il dipinto autunnale che si è spiegato per me e per voi, me ne torno indietro, alla topomobile, che il sole sta calando e so che a breve tingerà di rosa certi scorci che voglio mostrarvi prima di lasciarvi andare.

Salgo su Passepartout, la metto in moto e inizio la discesa, finché non trovo la luce giusta al momento giusto, lo scatto perfetto.

Clic!

passo della mezzaluna

Il Passo della Mezzaluna incorniciato dall’ombra scura delle foglie… e un’altra mezzaluna che s’affaccia nel cielo.

Poi non dite che non vi voglio bene.

Vi saluto topi, torno in tana a zampettare sulla tastiera per voi. Un abbraccio panoramico dalla vostra Prunocciola.

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

Un Festival alternativo: da San Romolo a Monte Bignone

L’autunno è una delle stagioni più colorate che ci sia, a differenza di quanto si possa pensare, e io, di colori, ne ho visti davvero molti nella passeggiata che sto per raccontarvi.

Partiamo una domenica mattina presto, molto presto.

Saliamo sulla topo-mobile, ma questa volta non andiamo in Valle Argentina, passeggeremo piuttosto sopra Sanremo, la città dei fiori tanto famosa per il suo Festival. Quello che voglio mostrarvi oggi, però, è un Festival diverso, un tripudio di colori e profumi che si trova lontano dal centro abitato.

Con qualche curva, iniziamo la salita verso San Romolo, e veniamo subito colti di sorpresa dall’alba, col suo sole rosso fuoco a illuminare il porto di Sanremo. È una palla gigante color del sangue, la foto è solo un pallido riflesso della sua bellezza.

alba San Remo

Dopo la pausa obbligata per qualche scatto, riprendiamo a salire.

Visto che il tempo a nostra disposizione non è molto, per questa volta decidiamo di non lasciare la macchina a San Romolo, ma di proseguire ancora un po’ sulla strada per Perinaldo. Una volta parcheggiata la macchina a bordo strada, imbocchiamo il sentiero dalla tagliafuoco, sulla sinistra, e iniziamo a salire.

Se in un primo momento la strada si presenta in falso piano, ben presto la pendenza si fa più evidente. Preparatevi, perché dovremo salire un po’.

Entriamo nel bosco. Intorno a noi ci sono Castagno, Pino silvestre, Leccio, Quercia, Acero, Nocciolo e Agrifoglio. La vegetazione di latifoglie è intervallata da spazi di cielo aperto e in quei punti è la macchia mediterranea ad avere la meglio.

Intorno a noi è tutto un ronzare di mosche, sembra quasi inizio estate, e la giornata è molto calda per essere autunno inoltrato.

Continuando a camminare, ci troviamo di fronte a un incrocio: da una parte c’è il sentiero per Baiardo, che scende alla nostra sinistra, a destra c’è un sentiero segnalato ma che non si sa dove conduca e dritto davanti a noi c’è quello che dobbiamo imboccare e che ci porterà su, a Monte Bignone.

La vegetazione si fa fitta, sembra quasi voler escludere la presenza dell’uomo e forse, in effetti, è proprio così. I rami degli arbusti ci vengono addosso, impigliandosi nel pelo folto della nostra pelliccia e trattenendoci i pantaloni. Eppure, attraversato quel breve tratto di naturale ostilità, il sentiero diventa più bello, si apre e continua a inoltrarsi nel bosco. La Natura è cresciuta così per un motivo, mi viene da pensare, per effettuare una sorta di selezione naturale già da principio e permettere solo ad alcuni di godere delle bellezze che ci saranno più avanti.

E le bellezze arriveranno eccome, parola di Pigmy!

Il sentiero continua in salita, a tratti anche ripida e scivolosa, bisogna prestare attenzione. Il terreno è coperto da uno spesso strato di foglie e, dove non sono presenti in grande quantità, è sabbioso. Le scarpe faticano a trovare la giusta presa su quel pavimento naturale, ma con un po’ di pazienza e perseveranza si sale.

Rimaniamo estasiati dai massi di dimensioni enormi che circondano il sentiero, hanno forme tutte da scoprire, ma di questo parleremo un’altra volta.

A tratti la bellezza del bosco lascia lo spazio a panorami mozzafiato. Davanti a noi si staglia il monte Caggio tinto con la tavolozza dei colori autunnali. Si scorgono la Val Nervia e i centri abitati di Perinaldo e Apricale, riusciamo a spingere lo sguardo al monte Toraggio e poi, tornando ad accarezzare con gli occhi la costa, vediamo persino la vicina Francia con la sua prima cittadina, Mentone! Se, poi, ci voltiamo di nuovo verso monte, in lontananza si vede persino la Valle delle Meraviglie, uno spettacolo del quale non si gode certo tutti i giorni! A fare da cornice a questo spettacolo è il mare nostrum, azzurro e infinito. Si rincorre con il cielo, tanto che non si riesce più a distinguere chi sia l’uno e chi l’altro.

Proseguendo nella nostra salita, troviamo bacche di corbezzolo coloratissime e una miriade di castagne, che sembrano cadute apposta per noi. Tiriamo fuori dallo zaino un sacchetto e iniziamo a raccoglierle, assicurandoci che le camole non se ne siano già appropriate. Mentre procediamo, ci imbattiamo in un punto del bosco particolarmente rumoroso… È tutto uno spezzare, un frusciare, un rotolare.

Tac.

Fruuuuuush.

Pata-tum-tum-tum.

«Che cos’è?»

«Non lo so… un cinghiale? Un capriolo?»

Ben presto arriva la risposta: sono i ricci dei castagni che si spezzano dal ramo e  cadono al suolo rumorosissimi, sembrano delle bombe!

Con il sole che splende sopra le chiome degli alberi, non  abbiamo pensato a portare un ombrello, per cui non abbiamo modo di ripararci da quella pioggia di spine. Allora non ci resta altro da fare che chiedere al bosco di porre attenzione a noi poveri visitatori, e lui, padre paziente, ci ascolta. Ci dona castagne succulente, ma i suoi ricci non ci sfiorano neppure per un momento, per cui procediamo senza intoppi.

Quando ci fermiamo per alzare lo sguardo, il soffitto arboreo è d’oro puro, brilla, scintilla, ondeggia al tocco del vento leggero e noi rimaniamo estasiati.

Lungo il cammino si sente l’onnipresente ghiandaia, ne udiamo il canto e ne troviamo persino le piume. Guardate che colori stupendi e preziosi!

piume ghiandaia

Eppure le sorprese non sono ancora terminate.

Un nido abbandonato e caduto a terra è lì, sul sentiero, poggiato su una roccia. È affascinante osservarlo, riflettere sulla tecnica che hanno gli  uccelli per costruire un cerchio perfetto come questo.

E poi, più su, sempre più su, sentiamo profumo di funghi…

Non crediate, però, che siano solo loro a spandere la loro fragranza, perché più avanti, tra spicchi di cielo e carezze di sole, possiamo sentire l’odore balsamico e rigenerante del Pino, così forte da aprire i polmoni.

Arriviamo infine a Monte Bignone con la meraviglia negli occhi, accolti da un tappeto di crochi e da un tetto di foglie di quercia.

Per oggi ci fermiamo qui, ma le sorprese continuano!

A presto, topini.

Vostra Pigmy.

 

 

 

Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

spirito silvano2

Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

castagno2

Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.

Da Verdeggia al Passo della Guardia

Topini, oggi vi porto in un posto della mia Valle tanto bello da togliere il fiato!

Andiamo in Alta Valle Argentina, dove il tempo sembra essersi fermato e dove i ritmi rallentano tanto da farci dimenticare di guardare l’orologio. Siete pronti? Bene, partiamo allora.

E’ ottobre. Ci mettiamo in macchina e saliamo su, sempre più su, superando Triora e il ponte di Loreto. Già da qui possiamo godere di una vista bellissima, la Valle si stringe, e il torrente Argentina scorre in basso. Con l’auto passiamo sotto costoni di roccia che incutono quasi timore da quanto sono grandi, incombono su di noi. Proseguendo sulla strada, arriviamo finalmente a Verdeggia. Scendiamo dall’auto e iniziamo a coprirci: sebbene l’autunno quest’anno sia mite, l’aria è frizzante e fredda, non dimentichiamoci che siamo a un passo dal Piemonte e dalla vicinissima Francia!

Il sentiero parte da qui, dall’inizio dell’abitato di Verdeggia (1092 m), ed è subito segnalato da un cartello. Ci condurrà al Passo della Guardia, a 1461 metri di altitudine.

Zaino in spalla, iniziamo a salire, e subito ci inoltriamo nel bosco.

Verdeggia

Sotto di noi ci sono tappeti di foglie, è uno spettacolo guardarle, perché non sono ancora tutte secche e non hanno perso i loro bellissimi colori. Ecco, allora, che ci ritroviamo a camminare su un mosaico variopinto, dove il verde fa coppia con il giallo, il rosso con il marrone e… e poi c’è il lilla, quello dei crochi che tappezzano il sottobosco per gran parte del tragitto.

zafferanoForse voi non lo sapete, ma da questo piccolo e meraviglioso fiore, molto delicato tra l’altro, si ricava una spezia assai amata dalla nostra cucina: lo zafferano! Ci chiniamo ad annusare la sommità del famoso pistillo e anche così possiamo sentirne il caratteristico profumo.

La mia valle, insieme ai numerosi prodotti caseari, alla lavanda con i suoi derivati e ai golosissimi funghi, è rinomata anche per la produzione di zafferano: la vendita al pubblico avviene nella vicina Triora, ma arriva anche – pensate un po’ – a Sanremo, sulla costa! Infatti, potete trovarlo da Sfusa, la spesa senza imballo.

Oltre all’uso culinario, che tutti noi conosciamo, gli stigmi dello zafferano vengono usati nella medicina popolare. Infatti, rinforza l’organismo, regola il flusso mestruale, rinvigorisce e attiva il sistema nervoso e vascolare e favorisce la digestione. Un vero toccasana, insomma!

Tra le altre piante che ci accolgono, mentre continuiamo la salita, possiamo distinguere querce, noccioli e castagni, dei cui frutti si nutrono scoiattoli e altri piccoli animali. I gusci restano vuoti sul terreno, ma siamo fortunati: riusciamo a trovare una nocciola ancora intatta. L’assaggiamo e la sua freschezza e il suo sapore non hanno niente a che spartire con quelle che troviamo nei supermercati! Squit! Una vera squisitezza!

Quando le chiome degli alberi consentono una vista più aperta verso quello che ci circonda al di fuori del bosco, riusciamo a scorgere il Monte Saccarello, vediamo persino la statua del Redentore che domina la Valle.

fronté

Il nostro percorso è accompagnato dai versi gracchianti e allarmati delle ghiandaie che, insieme a corvi e cornacchie, sono i guardiani della foresta. Non c’è passo che non venga segnalato da loro e per i cacciatori rappresentano una vera scocciatura, dato che mettono in fuga gli animali avvisandoli della presenza dell’uomo. Quando la ghiandaia tace, intorno a noi è tutto un cinguettare di cince: non si curano di noi, sono laboriose sugli alberi, impegnate nelle loro faccende. Questo bosco, dove possiamo osservare anche il bellissimo pino silvestre, è popolato anche da caprioli, cinghiali, volpi e persino lupi, ne scorgiamo le tracce in più punti.

Avanzando sempre in salita, il sentiero si interrompe più volte da rivoli d’acqua pura che crea polle e cascatelle. La superficie dei torrenti è coperta di foglie, sembra quasi di potervi camminare sopra.

Verdeggia

Con un’ultima salita nel bosco, ci ritroviamo a svoltare sull’altro versante: da questa parte è soleggiato, fa molto caldo e ci fermiamo per toglierci il maglione e godere del panorama.

Valle Argentina

La vegetazione è cambiata bruscamente: ci troviamo immersi nella macchia mediterranea, bassa e arbustiva. Sulla nuda roccia mettono radici piante di timo, ancora profumatissimo, e poi la lavanda e la ginestra ormai sfiorite. Più avanti troviamo cespugli di ginepro, è il suo periodo balsamico, ma oggi non siamo interessati a raccoglierlo.

Ci sono i ruderi di una vecchia abitazione e un cartello indica “Case di Quin”. Di fronte a essa, un’edicola votiva recita: Capeleta dï Cuin anfaita ‘n l’an 2006 (Cappelletta di Cuin, costruita l’anno 2006).

Il sentiero, adesso, è più pianeggiante, a tratti in lieve discesa, e ci permette di far riposare le gambe godendo della vista sulla valle sottostante e sulla corona di monti che ci circonda. Riusciamo a individuare il Gerbonte e, poco sotto, scorgiamo la borgata di Borniga.

Il sentiero attraversa antiche e ripide fasce e, alla nostra sinistra, è fiancheggiato dai cosiddetti maixéi, i muretti a secco per i quali la mia terra è tanto famosa. Si tratta – ne abbiamo già parlato in passato – di piccoli capolavori di ingegneria: le pietre vengono accatastate le une sulle altre, incastrate con grande cura, e sono appoggiate in lieve pendenza al terreno retrostante. È una vera e propria arte messa in pratica fin dai tempi più remoti, sono rimasti in pochi, oggi, a conoscerne i segreti.

Procedendo, ci troviamo nuovamente di fronte ai ruderi di una vecchia abitazione. L’ortica infesta le rovine, riconosciamo anche qualche pianta di artemisia. Ci fermiamo ad ammirare la maestria con la quale è stato costruito questo casone: non ci sono mattoni né calce, solo pietre poste l’una sull’altra seguendo regole precise e antichissime.

Anche qui è presente un’edicola votiva, la Capëleta dë Barbun. Quella che abbiamo rimirato, infatti, è la Casa di Barbone, ce lo indica un cartello. Siamo a 1309 metri sopra il livello del mare.

case barbone valle argentina

Proseguiamo, manca ormai poco alla meta. Davanti a noi si staglia, con tutta la sua imponenza, Rocca Barbone. Le foto non le rendono giustizia, ma è una parete di roccia spettacolare, con il suo colore chiaro fa contrasto con il blu intenso del cielo, guardate che meraviglia!

rocca barbone valle argentina

Entriamo nuovamente nel bosco, umido e ombroso, e siamo invitati da un cartello a fare una piccola deviazione. Cogliamo l’invito e… Topini, che bellezza! L’acqua sgorga dalla roccia, siamo testimoni di questo spettacolo: la sorgente del torrente Barbone. Acqua fresca, limpida, sacra.

Torniamo sul sentiero maestro, a tratti soleggiato e a tratti all’ombra delle chiome degli alberi, e ogni nostro passo è osservato da lei, Rocca Barbone, sempre più vicina.

rocca barbone valle argentina2

Tronchi caduti e spezzati offrono scenari insoliti: formano piccole caverne, tane per animali di dimensioni ridotte. Alcuni alberi sono sradicati, ne possiamo osservare le radici ancora aggrappate a zolle di terra. È un microcosmo che non si vede certo tutti i giorni!

Con poche, ultime salite, giungiamo alla meta: il Passo della Guardia. E qui, topini, la vista è mozzafiato, sembra di essere in paradiso! Riconosciamo la galleria del Garezzo, il Monte Monega, l’inconfondibile Passo della Mezzaluna, il Monte Faudo, poi gli abitati di Triora, Corte e Andagna.

passo della guardia valle argentina

Il sentiero si congiunge in questo tratto con la vecchia strada militare, oggi percorsa da motociclisti, escursionisti a piedi o a cavallo, e dalle macchine di cacciatori e di appassionati della montagna. Da qui possiamo proseguire per il Passo Garlenda, il Colle del Garezzo oppure per arrivare sulla cima del Monte Saccarello, ma possiamo ancora scendere a Triora. Non oggi, però: riserveremo tutto questo per un’altra gita, vogliamo fermarci a mangiare un boccone e a godere del caldo sole autunnale!

A presto, topini!

Pigmy

Purificandoci… Pini di montagna, di mare e di città

Devo fare subito un appunto al titolo di questo articolo, topi: in realtàSONY DSC i Pini di città non esistono. E’ l’uomo che addobba i suoi paesi con questi speciali alberi e, per farlo, utilizza soprattutto l’esemplare detto Pino Marittimo che, come il cugino Silvestre, prettamente montano, Pinus Pinaster è l’albero che sa purificare l’aria che respiriamo in modo fresco e preciso.

E’ il polmone del bosco e, ambizioso com’è, dona a tutti la giusta carica. E’ un albero altissimo (supera i 20 m. con gran facilità) penso sia tra i più numerosi qui, nella mia Valle, soprattutto nelle cittadine sulla costa. Le abbellisce, o almeno così pensano gli esseri umani. Abbellire… mmm… tutti quegli aghi che, una volta secchi, cadono e fanno scivolare non so quanto possano abbellire, ma così è stato deciso. Le sue fortissime radici, inoltre, hanno il potere di spaccare qualsiasi terreno sopra SONY DSCdi esse. Strade, marciapiedi, gradini di marmo, ogni cosa cede sotto la loro potenza. Descrivendolo così, Marittimo sembra quasi un killer, in realtà è che questa bellissima pianta, nonostante l’aggettivo “Marittimo”, appunto, non è adatta ad abitare tra le case o a dividere i parcheggi delle auto dei bei villaggi della Riviera. Riderete, ma alle elementari un mio amico si prese una pigna in testa e non fu per nulla piacevole. Sì, perché è posiziSONY DSConato anche nei cortili delle scuole. Pare proprio che egli si ribelli. Sfruttato soltanto per la sua ombra e i suoi gustosissimi e pregiatissimi pinoli, si dà letteralmente alla rivolta e lancia resina, aghi e pigne senza pietà. Lui vorrebbe stare in collina! Il mare vorrebbe poterlo respirare per contoSONY DSC suo e trasformare quella salsedine che gli rinfresca le narici in aria sana per tutti noi. Il  mare vorrebbe vederlo dall’alto. Vorrebbe stargliarsi contro di esso in un panorama, nello skyline di una splendida foto, dove possiamo ben distinguere il brillante turchese e il suo verde scuro e sfavillante.

Meno offeso è invece il Silvestre. Lui, nel suo habitat naturale ci sguazza assai e nessuno osa tenergli testa. Con la sua irraggiungibile altezza e quel suo verde che pare di vSONY DSCelluto, dà proprio l’idea di essere un tipo molto saggio. E il suo aroma è adorabile quando sotto la doccia si mischia assieme ai vapori dell’acqua tiepida. Adatto anche ai topi maschi. Quei topi …che non devono chiedere mai! Per noi topine, invece, è troppo pungente, siete d’accordo? E poi c’è il Mugo per noi, un po’ pretenzioso e col naso all’insù. E’ probabilmente convinto che la terra sia tutta sua. Si allarga, espatria, sconfina. Vuole colonizzare tutto il terreno che ha a disposizione, se ne approfitta perché tanto sa di essere amato a prescindere; il suo olio essenziale è profumatissimo e molto utile come quello di tutti questi esemplari.

Appartenenti alla famiglia delle Pinaceae, queste piante ricoprono non solo il territorio della Valle Argentina ma sono presenti in tutta Italia e in parecchie zone mediterranee, spesso scambiati con gli Abeti, i famosi alberi di Natale. Eppure sono diversi e sicuramente meno… umili, se mi è concesso, ma buoni e simpatici. Le pinete formate dal Pinus Pinea, meglio conosciuto come Pino Domestico, offrono in estate meravigliosi luoghi nei quali campeggiare e le loro radici possono offrire impervi e divertentiSONY DSC percorsi agli amanti della Mountain Bike. E’ una Conifera e, quindi, un sempreverde. Questo ci fa pensare all’immortalità, alle cose che perdurano senza lasciarci, e Pino è proprio così. Ne simboleggia pienamente il significato. Una curiosità appartenente al Pino ,inoltre, è da ricercareSONY DSC nelle sue foglie aghiformi, definite più semplicemente aghi. Questi aghi sono solitamente riuniti in gruppi di 2, 3 o 5 esemplari e, nelle piante adulte, non sono inserite direttamente nel ramo (contrariamente agli Abeti), ma su corti rametti verde chiaro chiamati brachiblasti. E quando questi aghi, in alcuni, sono a coppie di due, si può ovviamente definire come quest’albero rappresenti la fertilità e la felicità coniugali. Il poeta Virgilio, infatti, ci racconta che le fiaccole per le nozze erano proprio di legno di Pino. Nelle leggende greche, poi, oltre ad avere il significato di eternità, appare come albero sacrificale, l’albero del supplizio iniziatico. Anche in SONY DSCOriente, il Pino simboleggia l’immortalità. Per questo motivo in Giappone si usa il suo pregiatissimo legno per costruire templi e strumenti legati alle celebrazioni religiose. Sempre in Giappone, così come nella Roma antica, Pino è presentenei riti nuziali: era usato fino a pochi anni fa che gli sposi bevessero del té davanti a un alberello di Pino, simbolo dell’aSONY DSCmore eterno come sempreverdi sono i suoi aghi. In Cina, invece, il Pino fa parte dei simboli che ricordano la longevità. Noi topi, invece, bruciando degli aghi di Pino ancora freschi, possiamo ottenere un profumatissimo deterrente per zanzare e altri fastidiosi insetti estivi. E’ l’odore con il quale si creano incensi per aromatizzare luoghi particolari circondandoli di mistero. Lo stesso  incenso era usato nei secoli scorsi per celebrare le sante messe.  Pino è meraviglioso anche in campo cosmetico, oltre che aromaterapico.  Il Pino, infaSONY DSCtti, è un ottimo astringente, deodorante, antinfiammatorio, balsamico, sebonormalizzante, disinfettante, vasocostrittore e rinfrescante. Queste sue proprietà venivano utilizzate già in tempi antichissimi. Nel manuale di terapia medica Thesaurus Medicaminum del 1479 (ma Plinio e Ippocrate già ne facevano largo uso) il Pino, ad esempio, era citato come rimedio nel trattamento di piaghe e dermatiti. Questo perchè il Pino ha un forte potere antiossidante e tanti radicali liberi, per SONY DSCcui previene e rallenta l’invecchiamento di una pelle che, senza le sue difese, tende a deteriorarsi colpita dai più disparati agenti. È stato inoltre dimostrato che l’estratto della corteccia di Pino è in grado di stimolare la biosintesi delle principali proteine strutturali del derma come il collagene e l’elastina, prodotti dai fibroblasti rivelandosi così molto utile per il contorno occhi, il mento e il decolletè.

E insomma Pino, oltre a farci respirare bene ci fa divenatre anche belli, cosa possiamo volere di più? Un albero che è ovunque. Un amico per sempre. Un bacio fresco, topini.

M.

Signor Timo, ben arrivato!

Serpillo, Volgare, Erba peverella, Piperella, Timuriddu, Sarapodda… insomma, qualunque sia il nome attribuitogli, il Timo è conosciuto ovunque e, dal Nord al Sud, è conosciuto in mille modi diversi.

I crociati ne portavano un rametto con loro come simbolo di forza e coraggio. Il Petrarca lo immaginava ai piedi della donna amata, ricca di virtù. Per Plinio e Cesare era favoloso contro le puntture d’insetto e il mal di testa, mentre i Romani ne bruciavano le foglie odorose per profumare gli ambienti e tenere lontane bestiole come ragni e scorpioni.

Timo, con Miss Lavanda, Miss Salvia e Mister Rosmarino, formava l’aceto della panacea contro tutti i mali e, in antichità, contro le pestilenze soprattutto. Di lui si possono usare foglie e fiori e a lui non basta insaporire i nostri piatti, arrosti e soffritti.

Topi, il Timo è il disinfettante per eccellenza. Infezioni? Infiammazioni?  Timo! E’ dermopurificante, deodorante, stimolante, rinfrescante, rubefacente e revulsivo. Pensate quante doti! Ma non sono finite! Il suo oleolito, il timolo, è anche cicatrizzante ed espettorante, fluidificante e tonico. Da non credere! Ricco di vitamina B e C, acido rosmarinico e tannini, stimola il nostro sistema immunitario e rinvigorisce nei casi di stress e stanchezza fisica o psichica. Non ha controindicazioni, se non sotto forma di olio essenziale, (quello vero – che a causa di una molecola molto piccola, penetra troppo in profondità, irritando anche le mucose, e può creare problemi a chi soffre di malattie cardiovascolari o è in stato di gravidanza).

E’ una pianta prevalentemente mediterranea e sempreverde appartenente alla famiglia delle Labiatae, che nasce anche nei luoghi più impervi formando un piccolo arbusto. E’ simpaticissimo con quella sua forma a spruzzo che riveste massi interi di verde sbiadito. Ricordo con amore il terrazzo di topozia o il porticato di topononno, pieni di mazzi di timo appesi a essicare assieme a pannocchie di mais. (Che delizia le pannocchie!). I ciuffi raccolti, venivano utilizzati tutto l’anno per un’infinità di cose.

A me mette allegria. Mi allieta le giornate. Probabilmente tutte le cose che vi ho detto le conoscete già e allora, cercherò di stupirvi un po’. Ad esempio, lo sapevate che il giorno in cui il Timo profuma di più ed è più adatto alla raccolta è il mercoledì? Misteri della natura! E che purifica? Respirare il suo profumo fa bene, pensate che addirittura aiuta contro il mobbing, quando ci sentiamo accerchiati, in trappola, come soffocati da qualcosa, o meglio, da qualcuno. Ha la stessa funzione del Pino Silvestre all’interno del bosco, solo che il Pino Silvestre è al centro della vegetazione e molto alto, sovrasta su tutto, lui invece, sta tutt’intorno ed è bassissimo. Sta lì, in guardia, come a dire “Qui entra solo aria pulita!”.

Se volete imparare a raccogliere bene i fiori, senza rovinarli e senza rovinare il rimanente al suolo, allenatevi con il Timo. Vi spiego: tagliate qualche rametto di Timo e mettetelo dentro un cesto in mezzo a un prato. Se le api andranno anche nel vostro Timo raccolto, allora vuol dire che avrete permesso alla pianta di mantenere il suo DNA, il suo odore, la sua energia, la sua vita. Se le api lo ignoreranno allora avrete sbagliato qualcosa, avrete come “ucciso” ciò che avete preso. Questo vale per tutte le piante, ma il Timo è molto profumato, gli insetti lo adorano e saranno di grande aiuto per voi. A proposito di questo, leggete cosa scriveva già ai suoi tempi Virgilio, proprio a proposito delle api e del Timo (il loro rapporto è famoso):

Così all’inizio dell’estate il lavoro
per i campi fioriti affatica le api al sole,
quando guidano fuori i figli adulti della specie
o stipano il liquido miele e ricolmano di dolce nettare
le celle o ricevono il peso dalle venienti, o fatta una schiera
scacciano dalle arnie i fuchi, neghittoso sciame,
ferve l’opera, olezza il fragrante miele di timo
.

Il Timo, istancabile, simbolo della forza e dell’amore duraturo.

Allora, che dite, vi è piaciuto quello che vi ho raccontato?

Un abbraccio e usate tanto questa spezia, vi farà un gran bene!

M.