Le Caselle, i piccoli e resistenti ripari

Venite topi, venite con me. Oggi faremo un salto nel passato. Vi porterò a conoscere luoghi e strutture di un tempo che ormai stanno scomparendo. In essi vivevano le persone che ci hanno preceduti. Anzi, sarebbe meglio dire che vi lavoravano. Stazionavano al loro riparo per alcuni minuti o, talvolta, per qualche giorno. Alcune di queste importanti strutture si possono ancora trovare intatte, ci si imbatte in esse camminando tra i sentieri, le grange e i boschi della mia Valle. Una splendida ricostruzione di questi edifici presente nel parco tematico di Cipressa ci permette di poterle osservare e studiare ancora più da vicino. La spiegazione della loro funzione è stampata su bellissimi cartelli posti ai loro piedi, permettendoci di ricordare queste vestigia del passato.

Presente nel mio territorio da tantissimi anni, la struttura che vedete in queste immagini e chiamata Casella, ha trovato ottima collocazione un po’ in tutto il  Mediterraneo e, in ogni luogoSONY DSC, assume un nome diverso. Da noi in Liguria, la sua nominazione è quella che vi ho detto poc’anzi. E’ della stessa famiglia dei Nuraghi sardi, dei Trulli pugliesi o delle Casite dell’Istria.

La sua struttura è denominata Tholos e la più celebre si dice sia stata la tomba di Agamennone, edificata nel XIII secolo a. C. presso Micene, in Grecia. Il diametro può variare: ce ne sono di piccole come questa, di soli tre metri, oppure molto grandi. In ta caso, raggiungono anche i quindici metri di diametro e, addirittura, si possono trovare edifici con stanze seminterrate. Più rare, invece, sono quelle a due piani. Se la Casella doveva accogliere e proteggere gli animali, era opportuno costruirla con larghe aperture, le stesse che, però, impedivano il riscaldamento. Per questo motivo, quando si poteva, la si costruiva con un’unica apertura d’entrata e nient’altro. Il tetto a semicupola in terra, in argilla o in ciappe, era messo in modo che l’acqua piovana potesse scorrere via. Se all’interno si riteneva opportuno accendere fuochi, bisognava creare una finestrella nel tetto per farne fuoriuscire i fumi. A queste finestrelle i Celti, tra i frequentatori di queste dimore, appendevano i teschi dei nemici uccisi, un po’ per avvertimento, un po’ per scaramanzia e tradizione: un messagio per gli ospiti, un’abitudine apotropaica, un simbolo di potere.

La lavorazione migliore di queste piccole casette SONY DSCè ben visibile nelle pareti interne. I maestri costruttori tiravano su i muri di pietra alternando la messa in posa dei massi:  in tal modo, ottenevano pietre che di tanto in tanto sporgevano rispetto alle altre. Questo permetteva di avere comode mensole o appendini che potevano servire per il lavoro stesso.

Protette sovente o da un cancello, o da un portale in legno, le Caselle rimanevano più umide e scure negli interni, una caratteristica utile a far stagionare i formaggi, mantenere intatte mele e patate, o conservare per lunghi periodi tutti quegli alimenti che avevano bisogno di ombra e frescura. Il fresco era fornito anche dalla pavimentazione, solitamente costituita di semplice terra battuta, raramente lastricata, sulla quale, molto spesso, poteva direttamente essere acceso un fuoco senza recare danni. Non era usanza fare veri e propri focolari. Le nicchie, eventualmente, venivano costruite come ulteriori depositi. Nicchie, buchi, veri e propri scavi, passaggi ipogei cosiddetti truneie, spesso collegavano con lunghi corridoi la parte interna della Casella con quella esterna.

Insomma, topi, sono opere non da poco. Pensate che, a volte, nella mia regione si costruivano addirittura contro una fascia, tipico terrazzamento ligure formata dal famoso muro a secco, così da ottenere un’estetica ancora diversa. E’ soprattutto per quest’ultimo motivo che si può ritenere la Casella vera e propria parte integrante del valore architettonico del “paesaggio a fascia” e caratterizzante la geografia umana del Ponente Ligure.

Spero che vi siano piaciute. Secondo me sono delle tane fantastiche e dei ripari ancora oggi ricordati dai miei vecchi. Ma non sono le uniche, sapete? I miei avi ne sapevano una più del diavolo e, presto, vi porterò a conoscere le altre. Un bacione a tutti e buon riposo!

Ancora una volta, ho potuto realizzare questo post grazie alle parole di Giampiero Laiolo, che saluto affettuosamente.

M.

La mia Liguria

In quell’arida terra il sole striscia

sulle pietre come una serpe…

Ombra e sole s’alternano

per quelle fonde valli

che si celano al mare…

Il mare in certi giorni

è un giardino fiorito.

Queste le parole di Vincenzo Cardarelli per descrivere una delle regioni più particolari d’Italia, anche se ognuna ha le sue caratteristiche. Queste, quelle della Liguria, terra mia, terra rosa, viola, dalle sfumature arancio. Una tra le più piccole parti di terra su un territorio particolarmenteSONY DSC montuoso e tormentato. E oggi voglio parlarvi della stessa terra che accoglie la mia Valle.

Questa terra che sembra un antico anfiteatro, importante vertice, nella parte di Ponente, la parte in cui vivo, tra la Francia e la regione del Piemonte. E questa parte, a Ovest, attraversata da valli generalmente abbastanza aperte, è forse la parte meno aspra ma alcuni suoi paesaggi scoscesi sono di un fascino superlativo.

Ognuna di queste valli è incisa da un SONY DSCcorso d’acqua e questo fa si che, a vederla dall’alto, possa sembrare un variopinto merletto.

La mia Liguria dalla doppia anima, contesa fra l’intraprendenza dei centri marittimi e dei commerci dei naviganti e la parte più tranquilla e rurale dell’entroterra. Quella viva nel Medioevo e oggi invece più spopolata. Due punti di forza che non hanno mai smesso di rendere vivo l’ambiente che li ospita. Professioni che si tramandano da secoli, e da secoli hanno segnato la nostra personalità. Noi liguri spesso introversi, burberi, asociali. Il mite clima, la bellezza naturale dei luoghi, la mia Liguria conserva una fisionomia autentica di angoli suggestivi che dimostrano come si fa a rimanere in piedi nonostante tutto. La supremazia di vari imperi l’hanno governata, ma non si è lasciata abbattere.

La terra arida che sembra non provare emozioni, non patire, non gioire, è invece un vecchio “con il solco lungo il viso…” (Il Pescatore – De Andrè).

Terra verde dalla linfa che l’attraversa e la rende viva. Abitata da persone che hanno sempre dimostrato e sviluppato grandi doti d’ingegno e iniziativa essendone obbligati, la mia terra ha sempre dimostrato come riesce a cavarsela da sola. Ed è bella, è bella, è lei.

Ha saputo, nonostante tutto, conservare borghi meravigliosi dall’eccezionale fascino ambientale e con grandissimi interessi storici e culturali.SONY DSC Spesso, sia marinari che montani, arroccati su rocce dallo splendido effetto. Vere e proprie falesie e promontori, alternati da prati o piccole spiagge, talvolta naturali. Talvolta irriverenti, talvolta commoventi.

Ed è la mia regione. Ricca di vestigia del passato, ci racconta di storie e leggende ancora vive nei suoi cuori. Ci consente viaggi stratosferici ed escursioni mozzafiato.

E tante le sue arti, il suo artigianato, dalla lavorazione del vetro alla ceramica, la scultura, la lavorazione della filigrana e quella del vimini. Attività non appariscenti ma molto varie, originali, strettamente legate a quello che la Liguria è visceralmente. Oggetti che hanno il potere della rievocazione, la rievocazione del luogo nel quale sono nati. La mia terra, che ha la capacità di risvegliare in noi la pazienza, la tenacia, la voglia di escogitare. Che ha voglia di essere scoperta anche se non lo dimostra. Che è discreta, introversa e talvolta austera, come i suoi abitanti, ma vuole compagnia. Che lo dimostra con l’esplosione delle folcloristiche manifestazioni, con lo scoppiare della bellezza unica del suo territorio.

La mia regione, dalle usanze e dai piatti tipici che trattiene con forza come suoi. Che non vuole cedere a nessuno. No, quello no. La mia regione, che non ci sta troppo a pensare su. E’ la mia Liguria, una bellissima parte di mondo. E’ la Liguria, è la mia tana.

La vostra Pigmy ligure.

M.

– Daighe l’aiga ae corde! –

– Papà, papà! Mi racconti ancora una volta la storia di Benedetto e dell’obelisco? -, – Va bene Pigmy, ma tu promettimi che continui a lavarti da brava e anche dentro alle orecchie! -, – Promesso papà! -.

– Allora, vediamo “Tanti, tanti anni fa, un Papa che viveva nella città di Roma, decise di voler abbellire la piazza di casa sua, con un bellissimo e alto obelisco. Tutta la gente allora si radunò per servire ed accontentare il Papa che però, vietò assolutamente al popolo, di muovere anche solo un dito. Essendo l’obelisco, pesantissimo e quindi pericoloso, potevano toccarlo solo gli operai e, di operai, il Papa ne aveva fatto arrivare più di 100! ” -, – Quanti sono più di 100 papà? -, – Sono tantissimi Pigmy, più ancora di tutti i topini che ci sono nella tua scuola… frega bene dietro al padiglione “e insomma che gli operai del Papa erano davvero tantissimi. Lo spostamento di questgrande opera era così faticoso che i lavoratori avevano bisogno di grande concentrazione e così, la guardia del Papa, ordinò alla gente che stava a guardare con il fiato sospeso: – Al primo che aprirà bocca… zack!… verrà immediatamente tagliata la testa! – e indicò, lì vicino, il boia con il pauroso arnese… “. Pigmy, non t’incantare che prendi freddo dai! Lo sai che anche la parte dietro alle orecchie è tua? “E quindi tutti stavano con la bocca ben ben chiusa. E allora: – Issaaa… e issaaa… o-issa! – quanta fatica, l’obelisco sì, stava salendo per essere piantato ma… le corde con il quale lo stavano tirando su, si stavano rompendo! Troppo peso! Quelle grosse corde di canapa, erano troppo secche, si sarebbero spezzate in due. Cadendo, l’obelisco avrebbe fatto un vero disastro su quelle povere genti! Ma, ad un certo punto, incurante della mortale pena promessa, una voce forte e ben scandita, si levò sopra le teste del popolo – Daighe l’aiga ae corde! – (Dategli l’acqua alle corde!-Bagnate le corde!)…”…

Ricordo cari topi che, a quel punto della fiaba, un brivido mi percorreva tutto il corpo. Dal collo, scendeva giù fino alla coda. Cosarope-5336_640 sarebbe successo al mio simpaticissimo amico Benedetto Bresca, lupo di mare, nonchè Capitano?

Benedetto Bresca, marinaio ligure, originario della Liguria di Ponente. E io mi sentivo importante che un mio “vicino di tana” fosse andato fino a Roma a salvare un obelisco! Ebbene topini, questa non è solo una fiaba ma una storia vera, accaduta il 10 settembre del 1586.

A Papa Sisto venne regalato uno splendido obelisco egiziano. Era l’obelisco che Caligola, fece importare san_giovanni_obelisco_1dall’Egitto. Papa Sisto V, lo volle in Piazza San Pietro. Secondo i dati che si hanno, queste erano le misure dell’opera d’arte: 25 metri per 350 tonnellate. Si dice anche che il Papa assoldò quasi 1000 uomini e 150 cavalli per trascinarlo e per issarlo.

Il monolito era quasi a posto quando si videro le funi cedere e allungarsi pericolosamente. Stava per cadere a terra e frantumarsi. Benedetto Bresca, che aveva osato disobbedire all’ordine, venne immediatamente circondato dalle guardie del Papa ma, quest’ultimo, riconoscendo che era stato grazie a lui se il suo regalo era salvo e nessuno era morto, lo beneficiò di una grande somma di denaro e una pensione a vita. Non solo, Benedetto ebbe l’onore di issare la bandiera del Vaticano. In ultimo, la famiglia Bresca chiese e ottenne di poter rifornire di rami d’ulivo, simbolo di pace, e di foglie di palma, la Chiesaindex di Roma, durante la Pasqua, per il resto dei loro anni.

Ma come fece Benedetto a capire che bastava un po’ d’acqua per risolvere la situazione? Semplice: quell’uomo aveva passato tutta la sua vita nel mare. Il suo Mar Ligure. Ne aveva usato di corde di canapa! La corda di canapa, se secca, tende ad allungarsi, perdere di nervo, fino a sfilacciarsi tutta. Da bagnata, diventa più morbida e quindi più elastica.

A San Remo è stato dato il suo nome ad una delle piazze più intime e più belle della città, dove si mangia buon pesce e dove ci si ritrova con la compagnia. La sua città natale, Bordighera, ancora oggi ricorda quell’uomo coraggioso e, la sua frase, che intitola questo mio articolo, è diventata per noi simbolo di forza e positività nelle situazioni della vita in cui bisogna dare il massimo e dove bisogna assolutamente trovare una soluzione.

Daighe l’aiga ae corde – anche voi topini, sempre, e non mollate mai. Un bacione grande.

M.

Nord e Sud

Vi ho parlato tempo fa delle mucillagini e del muschio che si forma sui tronchi degli alberi nel bosco.

Ebbene, quando ero una topina cucciola, topopapà mi portava sempre nei boschi con lui. I sabati e le domeniche, erano dedicati a questa sua passione che mi ha trasmesso con facilità. E’ lui che mi ha insegnato tanto di questi magnifici luoghi pieni di misteri e splendide creature. Ricordo, come se fosse ieri, che spesso m’insegnava a non perdermi. Si sa, il senso dell’orientamento in noi donne spesso, ammettiamolo, lascia un po’ a desiderare, o per lo meno è quello di cui sono convinti i maschietti e, mio padre, ha cercato di ricorrere subito ai ripari. A cinque anni, già mi sentivo chiedere “Bene, da qui Pigmy, come facciamo ad andare a casa?”. Quando mi poneva questa domanda eravamo nel bel mezzo di una foresta di Faggi tutti uguali, e io, che avevo percorso l’andata giocando con le farfalline e inseguendo le lucertoline, ne sapevo assai ora di come si poteva far ritorno alla dimora perduta. Lo guardavo allora con gli occhi sbarrati. Non capivo, le prime volte, se stava scherzando o se si era perso davvero e mò… Ciao!… E chi ci trovava lì?

Erano quelli i momenti in cui mio papà m’insegnava alcuni trucchetti. Osservare bene all’andata ad esempio. Cosa che può sembrare banale ma è la principale di tutte. Un tronco abbattuto, un fiore particolare, una tana, una pietra dalla strana forma. Oppure, creare noi stessi dei segnali. Intrecciare dei rami e lasciarli ben visibili. Legare ad un albero un elastico per capelli o un pezzo di stoffa. Poi c’è anche chi intaglia i fusti o, come Pollicino, fa cadere delle briciole per terra (che immediatamente verranno ingurgitate da qualche animaletto!).

Una delle cose principali per mio padre era insegnarmi a riconoscere anche il Nord e il Sud. Per prima cosa si poteva guardare il sole. Nel caso in cui ovviamente non abbiate con voi la bussola (e io e papà, di bussole, non ne avevamo di certo). Il metodo che permette di orientarsi con il sole è che, nel nostro emisfero, che è il Boreale, il sole proietta un’ombra che, alle ore dodici è esattamente in direzione Nord. Questa cosa è ovviamente da sapere. Se piantate un palo in terra, all’alba, verso le sei del mattino, l’ombra sarà in direzione Ovest perché il sole sorge a Levante cioè a Est. Al tramonto invece, verso le diciotto-diciannove, l’ombra indicherà l’Est poiché il sole tramonta a Ponente, cioè a Ovest, e così via. Ma come si fa a guardare il sole nella macchia più scura di un bosco dove nemmeno un misero raggio caldo riesce a penetrare? Non si può. E quindi? E’ molto semplice. Ci aiuteranno gli stessi alberi.

E si. Il Nord preannuncia umidità. Ombra. Il Sud è più secco invece. E potrà sembrarvi incredibile ma una sola pianta, anche dalla piccola circonferenza di 50 centimetri, sente questa differenza. Sarà per questo che da un lato sarà ricoperta di muschio e, toccandola con la mano, la sentiremo fredda e quasi bagnata, mentre, dalla parte opposta il suo tronco è pulito, asciutto e la corteccia pressochè secca, molto più inaridita.

Se ci guardiamo intorno vedremo che tutti gli altri alberi sono così.

Il lato rivestito di mucillagini è il Nord, il lato pulito è il Sud.

La stessa cosa vale per le rocce del sottobosco ma essendo meno rialzate e completamente all’oscuro, spesso vengono ricoperte dal muschio interamente.

E’ per questo che finora sono sempre riuscita a far ritorno alla tana e potervi scrivere i post. Se un giorno non mi vedrete più, non sarà solo perchè sono finita nel cestino della vostra spazzatura, potrebbe anche essere che il muschio se n’è andato in pensione e… io mi sono persa nel bosco!

Un bacione!

M.

L’Autostrada dei Fiori

La mia Valle, così come la metà a ponente della Liguria, è attraversata da un tappeto nero lungo e duro, a tratti sospeso, chiamato Autostrada dei Fiori. Niky e io l’abbiamo fotografata per voi da diverse angolazioni.

Nella mia Valle attraversa il paese di Castellaro, tagliandolo a metà e avendo come panorama il grande campo di golf, passando poi sopra il paese di Taggia. La via che da Taggia s’inoltra in vallata, verso Badalucco, è costeggiata per un tratto dagli enormi piloni di questo stradone. Proprio in questo punto tra l’altro, anni fa, è caduto un camionista che, addormentatosi e precipitando, è andando a picchiare sopra una casetta. Oltre a lui, a rimetterci la vita, sono stati i coniugi che stavano cenando e il loro cane. Purtroppo di incidenti e fatti brutti, sulle strade, ne accadono moltissimi. Io trovo questa autostrada molto cara, tra l’altro è sempre sottoposta a “lavori in corso”, ma questo dovrebbe essere un bene. Conosciuta anche come A10, percorre il tratto Ventimiglia-Genova, offre una cosa molto bella, che poche altre strade possono offrire – scusate la modestia -… il panorama, quello vero ligure!

Dalla mia Valle, andando verso il capoluogo, alla nostra destra troviamo la distesa azzurra del mare. Spesso possiamo essere accompagnati da colori stupendi che inondano di luce il cielo. Alla nostra sinistra, invece, potete scorgere la meraviglia dei nostri monti. L’autostrada permette di godere di scorci particolari.

Il tratto che da Genova arriva a Savona è stato aperto il 5 settembre del 1967, mentre è più recente quella da Savona a Ventimiglia, che è stata aperta il 6 novembre del 1971 e, a differenza dell’altra è solo a due corsie. Un problema della Liguria è proprio questo, essendo stretta e lunga come regione: non si dispone di molto spazio per ampliamenti.

Una caratteristica di questo stradone sono poi le gallerie. Ce ne sono tantissime, soprattutto nella mia zona e andando verso il confine francese. Sono lunghe e, purtroppo, spesso poco illuminate.

Quando ero piccola, giocavo a indovinare quant’era lungo il prossimo tunnel. Ognuno ha un nome. Alcuni prendono l’appellativo dalla zona, dal paese, altri invece accennano a un fatto accaduto vicino a essi.

Questa strada rialzata ci permette di vedere i paesi dall’alto, quelli marittimi, tutti raggruppati sulla costa e quelli più montani con un’ottica completamente diversa. Sono vere e proprie cartoline, viste da lassù.

Dal punto di vista estetico non è bello vedere queste verdi vallate divise trasversalmente da un ammasso di cemento, ma come si potrebbe, oggi come oggi, vivere senza un’autostrada? Certo, le stradine dei miei boschi sono spesso tronchetti di alberi messi uno dopo l’altro ma gli esseri umani hanno bisogno di compiere più chilometri di noi topi durante il giorno. In tanti, infatti, la usano per andare e tornare dal lavoro, è sempre molto trafficata e a causa di ciò può influenzare negativamente l’acquisto di una casa alla quale regala disturbo e fastidio.

Sapete, non siamo abituati alle grandi città e ogni rumore risulta insopportabile. Comunque topi, tra poco tanti di voi percorreranno questo tipo di strade per andarsene un po’ in vacanza. Forse rimarrete imbottigliati e patirete un tantino il caldo, so che di solito accade così, ma vi auguro comunque di passare giorni lieti nel riposo e nel divertimento più assoluto.

Mi raccomando: andate sempre piano!

Vostra Pigmy.

M.

Il Sentiero dei Nidi di Ragno

E’ a Realdo, paese della Valle Argentina, che la lapide celebrativa dedicata a Don Luigi Peitavino mi ha fatto fermare, per qualche minuto, ad ascoltare le voci del passato.

Questo prete gestiva una tipografia, sicuramente clandestina, a beneficio dei partigiani e, ancora oggi, tutto il paese lo ricorda.

Don Luigi, nella cantina della Parrocchia, stampava il giornale “Il Garibaldino” e, poco mi ci vuole, tra i vecchi del paese, a conoscerne meglio la storia.

Con un grande gesto eroico salvò un gruppo di giovani ragazzi, ormai prossimi a subire la fucilazione, ponendosi davanti all’arma del nemico già puntata. Quest’uomo, e il fratello Fortunato, erano grandi amici di Mario Calvino e questo mi porta alla mente tantissime storie.

La mia valle ha vissuto nel profondo, un momento storico fondamentale come la Resistenza. E’ stato un periodo difficile e, tante persone, hanno lottato insieme per un ideale. Una delle rappresentazioni letterarie più poetiche riuscite sul tema è “Il sentiero dei nidi di ragno” proprio di Italo Calvino, un’opera che descrive le vicende di un ragazzino, Pin, durante la seconda guerra mondiale nelle valli del ponente ligure. E’ un’opera molto particolare in quanto si differenzia nettamente, per stile e contenuti, dai lavori successivi di Calvino, anche se un’impronta poetica e fiabesca già percorre le pagine di questo romanzo. Si tratta in sostanza dell’opera prima del grande scrittore, nato a Cuba ma chiaramente originario di San Remo (Im).

Scrittore che conosceva benissimo il nostro entroterra, i luoghi, i personaggi e gli episodi.

Ma non solo: grazie al lavoro del padre, illustre botanico, era anche un profondo conoscitore di piante e flora in generale, tutti studi che si ritrovano ne “Il sentiero dei nidi di ragno”.

La Resistenza che Calvino racconta è fatta anche di episodi cruenti e tragedie personali e sociali, il fatto però, di tratteggiarla attraverso gli occhi di un bambino, la rende talvolta meno dura e più poetica.

La geografia de “Il sentiero”  ha un sapore quasi mitico ma, per chi conosce queste valli, diventa molto riconoscibile e tangibile: boschi in cui sicuramente siamo stati, cime che abbiamo quantomeno intravisto, ruscelli e fiumi in cui sarà capitato di bagnarci… pare di toccare e sentire il cuore di questa parte di Liguria.

Toccante è il finale con il bambino Pin, ormai cresciuto, insieme all’adulto Cugino, a contemplare un mare di lucciole nella notte…

 

“C’è pieno di lucciole” dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce”.
“Sí” dice il Cugino “ma viste cosí sono belle”.
E continuarono a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.

M.