La Scopa: per la Strega e contro la Strega

Le scope che vedete in queste immagini, per le quali ringrazio tutte le mie complici amiche streghe che prontamente si sono prestate a mandarmi, sono scope moderne ma il post di oggi parla di qualcosa che accadeva molto, molto tempo fa.

Come vi dissi già nell’articolo Streghe, scope e unguenti nella Liguria di Ponente, nel quale racconto diversi aneddoti divertenti e leggendari che vi consiglio di leggere, un tempo la scopa, strumento femminile per eccellenza, era sì la compagna preferita di una strega, nonché suo mezzo di trasporto, ma era anche l’oggetto che più di tutti riusciva a tenere lontane proprio le streghe dalla dimora di qualcuno. Tuttavia, non vi ho mai raccontato il motivo per cui una semplice ramazza aveva questo prodigioso potere.

Vedete, topi, una delle più affermate supposizioni risiede proprio nell’ammirazione che le bazue (le streghe liguri) provavano per questo arnese.

Per intenderci, quando oggi andate a comprare un’auto e la esigete con le migliori prestazioni, ne contate i cavalli (cavalli vapore CV), così da capire la potenza della macchina. Ebbene, le streghe, anche se questo vi farà ridere, contavano per ore e ore le setole della scopa che un tempo erano per lo più lunghi e sottili ramoscelli di Saggina o di Erica Scoparia. Non mi credete? Ratta santissima! Le ho studiate, queste cose! Appartengono proprio all’antica storia della Liguria di Ponente. Non fatemi irrigidire i baffi, per cortesia.

Stavo dicendo che, quando una strega vedeva una scopa, ne rimaneva totalmente affascinata e rapita. Voleva la più bella, bramava la più portentosa, l’accarezzava, la osservava con attenzione e ne misurava le prodezze attraverso il numero di setole.

L’Erica è da sempre considerata una pianta sacra e dotata di molte virtù, prediletta anche dalle streghe. La parola “scopa”, inoltre, deriva proprio dal latino “scopae” e significa “ramoscello”.

Si sa, una ramazza bella grossa e robusta, piena di setole o rametti per pulire, spazzava sicuramente meglio di una mezza spelacchiata ed era considerata da tutti migliore. Per quanto riguarda, invece, la particolare donna, una ricca ramaglia era adorata in quanto avrebbe volato nei cieli più velocemente e più in alto di quella delle altre megere sue colleghe.

E quindi che accadeva? Accadeva che in realtà il famoso strumento non aveva nulla di magico, tolto il fatto che riusciva a volteggiare nei cieli, ma ammaliava comunque la strega, strana signora che… che si muoveva solo di notte, se doveva gettare malefici all’interno della dimora di qualcuno.

E questo è il punto della faccenda. Si addentrava nel paese e si avvicinava a una casa grazie alla complice oscurità, ma quando stava per varcare l’uscio, pronta a effettuare il particolare incantesimo… ecco il suo punto debole proprio lì, in bella vista: la scopa! Iniziava allora a contare con precisione e dedizione le setole di cui era composta e, nel mentre, le ore passavano e passavano. La notte trascorreva e la mattina arrivava: era giunto ormai il momento in cui la strega doveva far ritorno nel suo antro. Il buio era sparito lasciando il posto al chiarore del giorno ed ella doveva andar via, non poteva farsi scoprire.

Quindi saranno state portate via diverse scope dalle bazue che le rubavano?, vi starete chiedendo. Quasi nessuna. Gli umani erano furbi e di rametti ne mettevano una grande quantità. Questo non solo attirava l’attenzione della bazua che si innamorava presto di una scopa così ricca, ma soprattutto la teneva a bada e impegnata per molte ore.

È noto inoltre che, tale scopa, non teneva lontana solo una strega, ma qualsiasi tipo di energia negativa o maligna: malocchi, folletti cattivi e figure malvagie, appartenenti al nostro folklore e alla nostra cultura, trovavano la casa sbarrata nel momento stesso in cui provavano a entrare.

Non solo: si dice anche che la scopa, se era messa invece dietro la porta e quindi all’interno dell’abitazione, non permetteva ad amici e parenti, o invitati vari, di seminare malumore per casa.

Che ne dite topi? La sapevate questa? Le nostre streghe erano delle contabili!

Un bacione bello pulito anzi due, no… tre, quattro, cinque, sei, sette….

Una Tana davvero particolare

Nei due articoli “La storia delle Api e del Miele I° e 2° parte” scritti tempo fa, vi avevo ben spiegato la vita di questi insetti meravigliosi. Così importanti per la natura e per noi da far esclamare al saggio Einstein la frase – Se le Api si estinguessero, all’uomo resterebbero solo 4 anni di vita -.

In effetti, il loro lavoro è molto utile a tutti essendo che, oltre a creare il dolce Miele, grande toccasana naturale, si preoccupano dell’impollinazione dei fiori e permettono quindi un rinnovo costante della flora. E’ un po’ come se il mondo vegetale esistesse grazie a loro e, di conseguenza, ne possiamo godere anche noi.

Instancabili insetti. Laboriosi fino allo stremo e, oggi, posso dimostrarvelo avendo visto di persona una parte del loro lavoro e della loro quotidianità. Mi trovavo nella periferia di Arma, nella tana di campagna di alcuni cari topoamici. Dopo pranzo ci accorgemmo che, dentro a delle fessure di plexiglass, che rivestivano una porta per renderla più resistente alle correnti d’aria fredda, alcune Api stavano creando qualcosa di veramente fantastico: il loro alveare. Che design moderno!

Sì. Tanti mucchietti, color ocra, divisi ordinatamente da delle righe nere, riempivano queste fessure che sembravano essere state fatte apposta per loro. Ma cos’erano questi mucchietti gialli? Nettare. Potevamo vedere bene le Api affaccendate, entrare giuste giuste nella loro grandezza dentro a questi tubicini vuoti e, completamente sporche del goloso polline, iniziare a pulirsi meticolosamente rilasciando cadere la polverina magica che poi pressavano in un mucchietto compatto.

Dapprima si vedeva arrivare una piccola nuvoletta color del sole che poi, scuotendosi e accarezzandosi, perdeva il colore e mostrava l’insetto che c’era al suo interno. All’inizio si puliva bene il muso e le zampe anteriori, poi, piano piano si voltava e si girava, si puliva la parte dietro e iniziava a pressare la polverina persa in basso contro il blocco già esistente.

Una volta raggiunta la misura ideale della “celletta” creava un ulteriore strato con saliva, feci e terriccio, dal colore scuro, che serviva come divisore tra una culla e l’altra prima di iniziare la costruzione della cella seguente. Una striscia di grumi neri. E prima di formare questa divisione, studiava bene la situazione! Indietreggiava, controllava, osservava probabilmente se la grandezza andava bene e poi – Si, ok, posso chiuderla e passare alla prossima! -. Incredibile.

E pensare che per formare un pezzettino di giallo, grande circa un centimetro quadrato, faceva avanti e indietro come minimo 20 volte per andare a sporcarsi nuovamente di polverina. Che dedizione e…. che voglia! Non oso immaginare quanto tempo abbiano impiegato a fare tutti questi che potete vedere nelle immagini! Ma tali scomparti, sono formati solo da polline? No.

Se guardate attentamente noterete in uno di essi un po’ di vuoto e un piccolo ovetto biancastro, semi trasparente. Lo avete visto? Nella riga più bassa dell’alveare. Ebbene, ogni cella ne conteneva uno e, vederli, era veramente emozionante. Uova che poi diventeranno larve e infine piccole, nuove Apette. Per me, aver potuto vivere questo avvenimento è stato davvero bello.

Sono stata fortunata grazie alla trasparenza della location scelta e ho potuto osservare per bene ogni cosa senza perdermi nulla. Ciò che maggiormente mi ha colpito è stato il loro duro lavoro. Come vi ho spiegato, facevano avanti e indietro in continuazione. In continuazione.

Io, al loro posto, alla seconda celletta ero già stanca morta. E che precisione! Che ordine! Non c’era uovo più scomodo di un altro. Lo spazio doveva essere uguale per tutti e tutti dovevano poter avere la giusta considerazione. Nessun privilegio. Ma dov’era l’Ape Regina? Ogni alveare ne ha una. Notammo che alcune fessure entravano all’interno dello stipite della porta e quindi probabilmente Sua Maestà, se ne stava comoda in qualche nascondiglio lì dentro.

Ebbene amici, la mia Valle è anche questo. Il mostrare scenari meravigliosi che non sempre è possibile vedere in prima persona o in primo topo come me. Poter conoscere i mondi che convivono paralleli al nostro ai quali spesso non badiamo e non facciamo attenzione. Eppure esistono e sono davvero pieni di vita.

Vi è piaciuta questa tana? Bene, allora vi farò conoscere anche le prossime che troverò in futuro. Sperando di poterne scoprire ancora.

Un bacione, buon week end!

M.

Via San Dalmazzo – la via medievale

A Taggia topi, c’è una via che costeggia le antiche mura della città e che si chiama Via San Dalmazzo.

E’ un percorso che ha mantenuto ancora il suo carattere medievale e un tempo collegava le prime abitazioni del paese con la Valle Argentina.

Per arrivarci saliamo dalla salita di Campo Marzio, un carruggio con pavimentazione di mattoncini rossi e pietra partendo da Piazza della Santissima Trinità e passando sotto le case.

Giunti in cima a questa salita del centro storico, possiamo ammirare un affresco e un altarino dedicati alla Madonna, punto di ritrovo per i taggesi.

Sotto al tettuccio, una scritta incomprensibile ormai scolorita dal tempo e sotto di essa, una fila di vivaci ciclamini color rosso carminio.

Via San Dalmazzo è importante in questa borgata perchè è la via in cui nacque San Benedetto un Monaco che salvò Taggia dall’attacco dei Saraceni ma merita un post tutto suo perchè la sua storia vale la pena di essere raccontata per bene.

In questa via, inoltre, sono erette delle mura appartenenti ad un Palazzo cinquecentesco che raggruppano delle case a schiera medievali.

Si tratta dell’antica residenza di Monsignor Carlo Maria De Fornari, protettore del convento di Santa Teresa.

Queste mura sono alte e lunghe e il cammino sul quale passiamo è un insieme di pietre tonde e quadrate. Siamo nel bel mezzo della sua lunghezza.

A destra possiamo andare verso la Fortezza, il torrione con la bandiera, mentre a sinistra, andando verso la chiesa dedicata al monaco di cui vi parlavo prima, possiamo passare sotto a Porta del Colletto un arco che delinea la fine delle mura.

Intorno a noi, i muraglioni da una parte e le case con i tipici colori della Liguria dall’altra.

Porta del Colletto chiude la città sul percorso diretto alla Valle e alla sua uscita, si può incontrare il borgo del Colletto fuori le mura.

Questo passaggio obbligato è stato definito durante la seconda fase di lavori per le mura ossia dal 1547 al 1550 circa.

Sono noti in questa via anche altri archi e voltoni tra le vecchie case. Archi di sostegno, portali e sopraporta quasi tutti rigorosamente in Ardesia scolpita a bassorilievo con elementi decorativi e religiosi.

E’ una lunga passeggiata questa, ricca di storia come qualunque altra via quassù.

Inizio a incamminarmi piano piano. Alla prossima. Squit!

M.