A Grattino, sempre più su

Oggi topi, SONY DSCsi và in un’altra fiaba. Una fiaba che ha un nome e si svolge in un luogo. Anzi… è il luogo!

Si tratta di un borgo, un piccolissimo borgo che forse, non si può nemmeno definire tale tanto è minuscolo.

Si chiama Grattino, un nome buffo per indicare un angolo di pSONY DSCaradiso. E il paradiso qui lo si vive davvero.

I prati, le cataste di legna, le strade silenziose e fredde. Spoglie di fiori in questa stagione ma ricche ugualmente di vita e gioia. Vita tra i campi, tra grandi coltivazioni, dove nascono i Castagni e lì rimangono, per anni, per secoli. Castagni dal tronco così grande che, tre uomini insieme, non riescono ad abbracciare.

Grattino, a 700 metri sopra il livello del mare.

Grattino che come guardiano ha un cocker nero, al quale non gliene frega niente di nulla e di nessuno. Ti guarda con quel fare annoiato e nemmeno si preoccupa dei gatti che gli corrono intorno.SONY DSC Quei mici, guardinghi, per nulla ingenui. Rincorrono i topini e si nasconSONY DSCdono tra i ceppi e i capanni degli attrezzi. Nessuno qui li disturba, vivono in un paesino stupendo che offre loro una vista mozzafiato.

Tutta la mia Valle e le cime innevate dei monti sono godibili da qui.

Il – paese presepe -, dove le casupole sono fatte rigorosamente in pietra e i tetti in ciappe d’Ardesia.

Dai camini esce un fumo azzurrognolo e il profumo di legna è inconfondibile mentre si sprigiona nell’aria frizzantina.

Il Viburno è fiorito ma tutto intorno è ancora secco, pronto a sbocciare in primavera. IlSONY DSC sole è pallido, il caloreSONY DSC qui, è dato dall’atmosfera. Dalla vecchina che sgrana i fagioli con il fazzoletto sulla testa e, curiosa, controlla se dei forestieri, passeggiano tra le sue dimore. E’ sospettosa, chissà cosa si crede?! Mi fa sorridere, mi chiedo come faccia a non avere freddo stando così ferma, seduta.

E che meraviglia le piante di Cachi, zeppe solo dei frutti color vermiglio. Guardate, non vi sembrano le puffbacche dei Puffi? Sopra di loro una pianta “pelosa” che gradisce sicuramente più l’estate dell’inverno. Rivestita completamente da una coperta sofficeSONY DSC e calda.

I rami degli alberi e dei rovi sembrano le ciglia di un grande occhio che si affaccia sul mondo e si stagliano contro il cielo grigio. Fantastico davvero.

E rami rotti o tagliati, ordinatamente accatastati o abbandonati, ma tutti pronti per essere bruciati nelle stufe di ghisa. Queste cataste hanno qualcosa di magicoSONY DSC, sono bellissime, rendono questo posto affascinante come l’ambientazione di una storia per bambini.

Ho visto Grattino anche in primavera e posso assicurarvi che è una meraviglia. SONY DSCIl verde di questi prati è ancora più acceso e i fiori dei Mandorli, dei Peschi e dei Ciliegi rapiscono con la loro bellezza.

E ditemi, non riuscite ad immaginare qualche gnomo gironzolare tra questi tronchi e queste piantine? Non è difficile vero? E’ un villaggio così suggestivo che gli gnomi, oltre ad immaginarli, si possono anche sentir fischiettare.SONY DSC

Saranno le casette con le persiane verdi, saranno le erbette al ciglio della strada, le nuvole intorno agli alberi, i piumini nei giardini… i panni stesi in mezzo a un prato… ormai duri, rigidi dal freddo, bisogna fare molta attenzione nel ritirarli per non spaccarli.

Il palcoscenico perfetto per Andersen.

Osservate, non siamo andati molto lontano nel credere a gnomi e folletti. A tener d’occhio la situazione, ecco un esercitoSONY DSC di baldi nanetti pronti a difendere il loro territorio. Uno più bello e più simpatico dell’altro. Penso che siano gli aiutanti del cockerSONY DSC nero che, da solo, non riuscirebbe a controllare tutto. Troppa fatica! I nemici potrebbero arrivare da qualsiasi strada e in qualsiasi momento.

Si scherza, ma un fondo di verità c’è. E si topi. Da qui partono anche i sentieri diretti per Carpasio e Agaggio, per nulla brevi devo dire, ma grazie ad una grande sorgente, posizionata tra la fine dell’asfalto e l’inizio dello sterrato, c’è la possibilità di fare rifornimento d’acqua fresca.

IlSONY DSC paesaggio è da vedere, per forza, è una meraviglia e gli amanti del trekking lo sanno bene. Una meta da non perdere.

Siamo nel centro della Valle Argentina, dal bivio per andare alle ex Caserme di Gavano. Tutto l’anno, si possono effettuare escursioni che offrono spettacoli indescrivibili.

Ogni tanto, la cappelletta di qualche santo o dedicata alla Madonna, spunta tra gli alberi e tra qualche SONY DSCcasa. Non mancano mai a proteggere e ad accompagnare il viandante che viene invitato a pregare in queiSONY DSC luoghi rimasti intatti nonostante una crudele guerra abbia portato via tanti ricordi e tante tradizioni.

Grattino, questa piccola frazione di Molini di Triora che, da poco, è diventata ancora più “famosa” per esser la sede di un’importante vasca anti-incendio, un danno che a volte, purtroppo, colpSONY DSCisce la mia Valle per opera di qualche manigoldo.

Grattino si divide in Inferiore e Superiore. Alla fine del paese, cioè la parte Inferiore quindi, dove la strada finisce,SONY DSC troviamo i lavatoi, ancora intatti, ancora pieni di acqua.

A regnare è il silenzio, nemmeno gli uccellini osano disturbare questa quiete. Questa quiete che tanto andiamo ricercando.

Qui non esiste davvero il veloce tran tran cittadino, il clacson che suona, l’urlo, il SONY DSCcampanello insolente. Qui esiste la pace, la pace preziosa e ormai rara.

E io, cari topi, con questo post spero di averne regalato unSONY DSC poco anche a voi.

Ora vi saluto perchè vado a preparare un’altra bella avventura, voi statevene comodi ad osservare Grattino, uno dei pochi luoghi magici rimasti, in cui si va su, sempre più su, per ammirare tutta la mia bellissima Valle.

Un bacione a tutti voi.

M.

L’Epifania da Civezza

Cari topi,SONY DSC oggi vi porto nella valle adiacente alla mia, quella di San Lorenzo e, precisamente, nel piccolo ma caratteristico borgo di Civezza, un paese che domina, in mezzo a secolari SONY DSCpiante d’Ulivo, gran parte di questo aperto vallone baciato dal sole. Andiamo qui perchè, tra poco, cioè domani, il 6 gennaio, sarà il giorno in cui anche questo paese festeggerà l’Epifania, ossia la manifestazione di atti miracolosi e, per così dire quasi incredibili, compiuti da Gesù. Primo fra tutti, l’adorazione dei tre Re Magi: Baldassarre, Gasparre e Melchiorre portatori di preziosi doni.

Ebbene si, avete capito quindi che, questa giornata, non è soltanto dedicata alla vecchina “…che vien di notte con le scarpe tutte rotte…“, chiamata Befana, maSONY DSC è una vera e propria festa della religione Cristiana, celebrata, così come tutto il Natale, con l’esposizione dei presepi nei borghi dei nostri territori. Presepi artificiali o fatti a mano ma tutti meravigliosi.

Tanti quelli viventi, quelli in movimento, quelli di legno, di carta, stilizzati, realistici, insomma, ce n’è per tutti i gusti ma io, quest’anno, vi voglio far conoscere questo. E voi vi chiederete perchè io sia SONY DSCvenuta proprio qui.

Anche nella Valle Argentina ci sono i presepi e fantastici, credetemi, ma ho voluto cogliere l’occasione simpatica e festosa di farvi conoscere questo paese perchè ha, e ha avuto a che fare, anche con la mia Valle perciò ecSONY DSCcomi qua.

Siamo in piazza San Marco, entriamo nella piccola Chiesa bianca e rosa, che già ci accoglie con le porte aperte, una bella insegna davanti e, subito, uno scrosciare d’acqua e tante luci attirano la nostra attenzione. Ehi, guardate! Le statuine si muovono davvero!

Guardate, guardate, la panettiera ha appena sfornato una michetta dal forno a legna e SONY DSCquel fabbro stà battendo su di un’incudine rovente! E che buffo il pastorello che cammina fischiettando! E ci sono le pecore e le galline, le stelle, le case e i paesi interi. Persino una pianta di cachi per abbellirlo… la stagione, in fSONY DSCondo, è quella giusta!

E cosa potrebbe esserci di meglio del Muschio verde e i ramoscelli di Ginepro? Nulla. Sembrano dei veri alberelli. Se si pensa che tra qualche giorno tutto questo verrà smantellato… e sì, lo sapete anche voi: “arriva l’Epifania e tutte le feste se le porta via!“. Dispiace davvero tanto.

Quanto impegno, quanto lavoro. I monti di carta, i palazzi dei nobili creati coSONY DSCn il cartone, i sassolini colorati e il polistirolo. Le casupole più povere e una pompa che permette ad un’acqua limpida di scrosciare giù per una discesa azzurra per poi andare a formare un laghetto dove stazionano dellSONY DSCe piccole barchette a vela. Le vele sono fatte con della stoffa e dei legnetti.

E, a proposito di legnetti, ci sono davvero i piccoli cocci di legna da ardere! Tutti ordinatamente accatastati sotto qualche balcone.

Mi hanno colpita i panni stesi, o quelli piegati con cura, di un venditore ambulante e i musicanti che soffiavano forte nelle loro cornamuse, come in un mantice.

Il presepe, non è l’unico emblema di questa festa. Anche laSONY DSC famosa calza che si riempie di doni lo è. Anche il carbone dolce per i topini monelli lo è. Anche l’accensione dei fuochi augurali lo è. Ma nulla, come la stella cometa che guida i tre Re, dovreSONY DSCbbe essere più simbolico. Cioè la sua manifestazione appunto. Il rendersi visibile.

Pensate, l’Epifania è considerata festa di precetto. Con l’Epifania, si celebra la prima manifestazione della divinità del Cristo all’intera umanità. Con la nobile visita che riceve, l’offerta di doni altamente significativi e l’adorazione di un intero popolo e i suoi autorevoli esponenti, questo unisce il mondSONY DSCo ebraico ad altri popoli occidentali.

Questo è stato riconosciuto come un avvenimento di fondamentale importSONY DSCanza per la tradizione Cristiana che ha trovato riscontro in numerosissime pitture, scritti e sculture. Lo stesso presepe è spesso protagonista di opere d’arte, oppure è lui stesso, un’opera d’arte. Potete forse dire l’inverso? Con le tegoline adagiate una per una sui tetti? Con i ciottoli che formano un sentiero? I ponti, le staccionate, la verdura e le scalette? E la sua grandezza. Dalla congeniale forma ad elle, era sicuramente lungo 5 metri e largo 1,5. Per nulla piccolo.

Magia per bambini e per adulti. Siamo nel paese delle feste e del divertimento, dove addirittura viene invitato il circo che conSONY DSC questo sito vi presento http://www.circopaese.it a vivere il borgo; poteva forse mancare uno splendido presepe? E allora topi, con queste immagini, che spero vi siano piaciute, io vi lascio ad ammirare ancora un po’ ciò che è stato creato per simboleggiare sì la Natività, ma anche una festa giocosa e ilare come quella dell’Epifania.

Epifania, che giunge una sola volta. InsomSONY DSCma, spero che Signora Befana, che in questo post è stata dirottata con la sua scopa verso altri lidi e totalmente detronizzata dalla magia del presepe non ce l’abbia con me! In fondo, è già protagonista indiscussa per tutti i bimbi e in tutti i camini che tengono appese calze colorate! Pensate a come sono messa male io che ho i Topini con 4 zampette a testa! Topini fanno solitamente le statuine per il presepe ogni anno nuove. Con l’argilla, il pongo, la plastilina o il didò. Artisti. Stà diventando meno usuale mi pare.

Mi riferisco alle illuminazioni di notte, sulle colline, a formare Maria e San Giuseppe, non ci sono più. Mi riferisco alle vetrine dei negozi un tempo innevate dal cotone che rendeva bianco il popolo di statuine, non ci sono più.

Io per la prima, ho ridotto di molto l’ambientazione ma, al Bambin GesùSONY DSC, i pargoli, non vogliono rinunciare. E’ per questo che, quando ho visto il bel presepe di Civezza, ho pensato di dedicargli un articolo. A lui e all’Epifania.

E con quella musichetta come sottofondo, sembrava quasi di essere in un’altra dimensione. E voi, lo faSONY DSCte il presepe? Vi limitate ad addobbare l’albero o non avete fatto nulla quest’anno?

Qualsiasi cosa abbiate creato, godetevi quest’ultimo giorno di relax prima di ricominciare il vostro tran tran quotidiano.

Un bacio a tutti. Vi auguro una buona festa e vi auguro di ricevere tanti, tanti dolcetti. Il che vorrSONY DSCà dire che siete stati buoni! La vostra Pigmy.

M.

Il Presepe di S. Stefano

Santo Stefano al Mare è un paese adiacente ad Arma di Taggia. Non è grandissimo ma è davvero caratteristico. Pulito, tenuto bene.

Reso importante dal ricco Porto “Marina degli Aregai” (dal dialetto “Mare degli Uragani”) vanta una meravigliosa passeggiata a mare e, da qualche anno, una stupenda piazza, atta ad accogliere eventuali spettacoli con tanto di praticello all’inglese, per soffermarsi con i propri bimbi e giocare.

Ed è proprio in questo spiazzo che, Santo Stefano, si veste maggiormente a festa per osannare la celebrazione natalizia.

In questo punto infatti viene realizzato un bellissimo presepe sul palco di listelli di legno, controllato dall’alto da una sontuosa e luminosissima Stella Cometa blu, le quali luci, si accendono e si spengono ritmicamente.

In legno e in cartone pitturato, è composto dalla: Sacra Famiglia, le pecorelle e qualche pastore. Il tutto realizzato rigorosamente a mano.

C’è anche un suonatore di cornamusa che, davanti a tutti, pare invitare la gente ad avvicinarsi e guardare meglio chi è nato.

Tanta precisione nei dettagli, lascia senza parole.

Pare essere osservato anche dai volti di Mazzini, Garibaldi e Pisacane, riflessi da una luce sul Palazzo Comunale che è, in realtà, una torre ennagonale risalente al 1566 e costruita per avvistare i nemici.

La poca luce non mi ha permesso di far risaltare le ombre dei visi, ma potete ugualmente vedere la costruzione di questo torrione recentemente ristrutturato. E si, questo è il centocinquantesimo Natale di un’Italia Unita e, in questa cittadina, hanno voluto tenerne conto.

Tutto questo si affaccia direttamente sul mare e con la brezza e l’aria pungente di queste serate pare davvero di dirigersi alla grotta della natività.

San Steva, come lo chiamiamo noi in ligure, è Bandiera Blu dal 2006, grazie alla sua acqua marina limpida e pulita ed è attraversato completamente dalla pista ciclabile.

E’ bello vedere tanta cura per una ricorrenza in un paese che giri a piedi in un’ora. Dove ultimamente tutti questi decori vengono meno e dove, se un Comune non può fare nulla, a causa di mancanza di fondi, ci pensano gli stessi abitanti ad abbellire la propria città. Posso assicurarvi che non accade ovunque e quando lo vedo mi riempie di gioia e mi soddisfa. Un impegno ammirevole.

Nelle altre vie e nei carruggi che lo circondano, ovviamente le luci, non sono da meno. Tutto è uno scintillio per nulla banale e diverso dagli altri luoghi. E’ stato bello fare un salto da voi in questi giorni, sanstevani.

Buon presepe a tutti e buona festa di Santo Stefano dall’omonimo paese.

Pigmy.

M.

Il mio Albero di Natale

No, no, no topi, non sto gareggiando contro la mia amica Miss (non mi permetterei mai visto il risultato) è solo che lei domanda e io eseguo….. scherzo!

Mettendo da parte le burle… sì, mi da ottimi spunti devo dire ma, per ammettere tutta la verità, volevo condividere con voi quello che è uno dei momenti più belli dell’anno.

Eh, lo so, sono una topina, impavida toporeporter, scopritrice di luoghi affascinanti, battagliera nei confronti dell’ingiustizia, protagonista di mille avventure, per la maggior parte comiche, e disavventure ma… sono anche una mamma e una zia. Ormai lo sapete. E ora ditemi, cosa vuol dire pronunciare ai topini, la magica frase – Oggi, facciamo l’albero di Natale! -?

Ebbene, tutto questo significa prendere la scala e arrampicarsi fino al soppalco tra le loro grida di gioia e i loro salti a zampe unite.

Significa tirare giù gli scatoloni e le borse di palline, srotolare i fili luccicanti e soffiare via i brillantini dalle ghirlande e loro, zitti, con gli occhi sbarrati, ti guardano aspettando che esca dal cestino la prima pallina. E stanno lì buoni buoni, con gli oggetti che sberluccicano per tutto il tempo in cui tu discuti con altri topi dicendo che bisogna prima mettere le stelle filanti mentre un altro insiste che devono essere messe prima le luci, che poi, con le stelle filanti davanti non le vedi più.

I piccoli topini danno il permesso a mettere il puntale ma le palline…. no! Quelle spettano solo a loro. Le cercano, fanno a gara a chi tira fuori la più bella, le mettono dove vogliono e si alzano in punta di piedi per addobbare i rami più alti.

Poi, sotto l’abete colmo di decori, posizionano la capanna del presepe e mettono in ordine le statuine. E’ a quel punto che il loro vociare si fa più insistente.

Il più grande spiega all’Arcangelo Gabriele, che continua a picchiare sul pavimento, di stare fermo sul tetto della stalla, ma metterlo tra la paglia e la stella cometa è davvero un’impresa.

La più piccola invece, inizia la solita nenia di tutti gli anni, appena finito di sistemare la Sacra Famiglia – Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? Dov’è Gesù Bambino? – e puoi spiegarglielo in mille modi che stò povero Gesù Bambino ancora deve nascere che tanto… non ci sono ragioni.

Per non impazzire bisogna chiedere gentilmente a Maria di partorire prematuramente il suo piccolo e mettere così a tacere la mia. E tutti gli anni, la Vergine Santa ci allevia gentilmente di tanta sofferenza.

Dopodichè eccoli tutti e due con il naso all’insù ad ammirare la loro opera d’arte e sorridere al gioco di luci che s’intravede, vagamente, tra le fronde della conifera.

Guarda che bella quella palla lì! L’ho messa io! -, – E io ho messo il regalo gommoso! -, – E quella? Guarda come brilla! -. Sono entusiasti.

Ogni anno componiamo l’albero con oggetti diversi: i cartoncini pitturati, le fette d’arancia essiccate nel forno, la frutta secca, i tappi di bottiglia colorati ma, le palline, quelle non devono mancare mai e, anche quest’anno, sono state le incontrastate protagoniste.

E’ guardando tutto questo che, per me, vale la pena definirlo un capolavoro quindi, vi saluto, felice di avervi reso partecipi di una giornata pre-natalizia nel mio Mulino.

Buona serata a tutti.

M.

Sir Realdo

Oggi topi si va a Realdo. Preparatevi a entrare in un altro mondo. Un mondo con una sua particolare etnia, una terra a sè.

Realdo si trova nell’alta Valle Argentina.Guardate dov’è stato costruito. Lo vedete? Piccolino lassù, su quella roccia. È impressionante, a strapiombo sulla vallata. Visto da qui, pare possa cadere da un momento all’altro, in realtà domina anche le nuvole da quella posizione.

Per arrivarci, percorriamo una strada in mezzo alla natura, ricca di colori e suoni. È una strada tutta curve, di montagna, ben tenuta e perfettamente asfaltata. A un bivio capiamo che andando a destra raggiungeremmo Verdeggia mentre, proseguendo verso sinistra, si arriva al nostro paesino. Attraversiamo un ponte, chiamato “Ponte della Pace”, breve e dritto, non è altissimo e, sotto di lui, il torrente Argentina percuote muschio e arbusti. Una grossa pietra ci indica “Il Mulino”, centro d’arte e cultura appena prima di entrare in Realdo e alla nostra sinistra attraversiamo le cave di ardesia. Tutto, nella mia valle, è costruito con questa pietra, è importantissima per noi. L’ardesia è una pietra adatta a scolpire e a costruire ed è caratteristica proprio della Liguria e della provincia d’Imperia.

Continuiamo a salire. Realdo si trova a 1010 metri d’altitudine. Il venticello è fresco e nell’aria regna l’odore delle caldarroste. La prima cosa che vediamo di questo bellissimo paesino è una fontana con il tetto in ciappe d’ardesia che regala un’acqua cristallina, e un orologio antico che segna, ora, tempo e vento. Siamo in terra Brigasca e quest’insegna in legno e la scritta sulla mappa ce lo fa capire a chiare lettere, dandoci il benvenuto. Dovete sapere, infatti, che Realdo, che confina con la Valle Roia francese, apparteneva un tempo al Piemonte, alla provincia di Cuneo e, prima ancora, alla Repubblica Francese; è un’isola linguistica brigasca nella quale è ancora oggi in uso l’occitano. Réaud è infatti il nome dialettale.

Scendendo verso il suo cuore possiamo accorgerci quanto sia piccolo e caratteristico. Mi ripeterò ma, anch’esso sembra proprio un presepe come tanti borghi di questi luoghi. Rari sono le tegole rosse, l’intonaco, il cemento armato, per non parlare di plastica o ferro. Tutto è costruito con materiali naturali, prediligendo la pietra e il legno. È grazie alla tipologia delle viuzze e delle abitazioni che Realdo ci regala scorci da fiaba e un’ambientazione da set cinematografico. Appena arrivati e guardandoci intorno, infatti, abbiamo avuto la sensazione di essere come in un paesaggio celtico.

A Realdo, pensate, abitano appena 25 persone. Sono come una comunità, tutti amici e benevoli, molto affabili. Due ragazzi gentilissimi, mai visti prima, ci comunicano subito che nella piazzetta regalano castagne. Non possiamo perdere l’occasione! Ecco perchè tanto profumo nell’aria. Ci dirigiamo nel luogo indicatoci, scendendo  gradini di sassi, ed eccoci arrivati in una piccola aia, dove un gruppetto di persone parlotta in dialetto del più e del meno. Donne con donne a chiaccherare e uomini con uomini a versare buon vino e accogliere i nuovi arrivati. I bambini giocano con dei bastoni intorno al fuoco e si danno un gran da fare a mantenere uniti i tizzoni ardenti. Quella brace è la culla (perchè è così che vanno fatte) delle castagne e di tanto in tanto, i signori più anziani, con pezzi di legno, tirano fuori le castagne profumate. I frutti cotti a puntino, a volte morbidi, a volte croccanti, vengono poi messi in un pezzo di carta lavorata a cono e data agli ospiti. Buone e belle calde! In questo momento in Piazza della Fontana c’è tutta la vita del paese. Il nome di questo angolo è dato da una bellissima fontanella scavata nella pietra e pitturata di azzurro a simulare il cielo, abbellita da stelle dorate. Proprio mentre stiamo ammirando questa sorgente, un uomo, confidenzialmente ci dice: «Ehi, ragazzi! Ma lo avete visto, il nostro forno?». Ebbene dovete sapere che i realdesi sono molto orgogliosi del loro paese, ma soprattutto vantano il fatto di avere il forno comunale ancora funzionante da non so quanti anni. Anch’esso è stato costruito, come tutto il resto, dalle mani di questi abitanti, che si dice discendano da un gruppo di pastori scappato da una pestilenza durante i primi anni del ‘500, e hanno iniziato a fondare questo paese chiamato all’epoca, data la sua particolarissima posizione, Ca’ da Roca – Casa della Rocca (non si sa, però, se è la vera versione).

Il forno è al centro del paese. Scendendo ancora, arriviamo in Piazza Eroi e Vittime dove sorge, bellissima, la chiesa di Nostra Signora del Rosario. Di fronte al suo pesante portone si trova la lapide dedicata a Luigi Peitavino di cui ho parlato qualche post fa. All’interno è davvero molto intima, vista da fuori sembra grandissima,  ma in realtà è raccolta e tenuta come una bomboniera. La parte più ampia è l’altare e la Madonna ricorre in ogni angolo. Piccole ciotole in gesso bianco contengono all’entrata l’acqua benedetta e piccole panche permettono al fedele di pregare davanti alla statua di Cristo. L’odore che ci circonda è quello dell’incenso. La cosa che più colpisce, però, è la ricostruzione, subito fuori dalla chiesa, della scena dell’apparizione di Maria alla piccola Bernadette e, in questa grotta, accanto alla statua bianca e azzurra della Madonna, i realdesi hanno posizionato tutte le foto dei loro eroi morti in tempo di guerra per la patria. Sopra questa cavità ricca di piante e fiori, una lastra di marmo porta le seguenti parole: “Tramonta la vita, non la gloria di un sacrificio 7-9-1952“.

Infatti, stiamo parlando di un popolo che non si è mai tirato indietro davanti a nulla, né per difendersi, né per combattere. Un popolo che è stato fulcro del mercato della lana ed estremo confine della Repubblica di Genova, che lo usava per avvistamenti e commercio.

Continuiamo il nostro giro turistico, andiamo fino in fondo al paese continuando ad ammirarne le costruzioni e le abitazioni che hanno tutte quante un nome proprio, scritto sopra la porta d’entrata. Notiamo che le nostre zampette appoggiano sulla stessa pavimentazione di tantissimi anni fa. Le strade, qui a Realdo, sono ancora così e, a mio parere, sono molto caratteristiche. In quest’altra passeggiata scorgiamo altre dimore, alcune abbellite da piante rampicanti dai colori molto accesi, altre con un fazzolettino d’orto davanti all’ingresso. Dire che qui, tra la frutta, la verdura, la natura selvatica, i colori sono vivaci è riduttivo. Davanti a noi si apre tutta la vallata e in alcuni punti è possibile sentire l’eco o i rumori che arrivano da lontano. Giunti fin qui possiamo notare, da un’altezza di circa 300 metri (la falesia sulla quale è arroccato Realdo), una parte della strada che abbiamo percorso nel salire e ci accorgiamo che siamo davvero alti. Questa è la strada che un tempo veniva percorsa a piedi dalle giovani contadinelle. Gli anziani di Molini di Triora ricordano che le fantine, le ragazze, scendevano da Realdo a piedi per andare a Molini ad aiutare nella raccolta delle castagne e facevano da baby-sitter a loro che un tempo erano piccoli. Per tenerli buoni, raccontavano loro filastrocche e canzoncine in un parlare misto di italiano e occitano. Quello che usciva fuori, ad esempio, da Tanta Giuana (zia Giovanna) era questo:

Padre nostro peccenin dalla sera alla matin, la matin la buonanotte ama Dio sulla croce, sulla croce la corona ama Dio e la Madona, la Madona munta in cielo, ama Dio e San Michelo, San Michè con le bilance che le pesa tutte quante, tanto belle come brutte, San Michè le pesa tutte. Canta, canta rose e fiori, che l’è nato nostro Signori, non avea né pan né mantello per coprire Gesù bello, Gesù bello con Maria e tutti gli angeli in compagnia. Credetemi che è impressionante vedere una persona di circa 85-90 anni ricordarsi ancora tutte le parole di queste nenie che cantava da piccola, con le lacrime agli occhi ricordando genitori, giochi, focolare ed emozioni.

Risaliamo verso la piazza, inizia a fare buio, ma di Realdo, nonostante il suo essere minuscolo, abbiamo visto solo una metà. Ogni angolo vale la pena di essere osservato con attenzione. I meli ci circondano. È bello vedere frutti ancora rossi nelle giornate grigie che in questo periodo ci avvolgono. Una piccola scalinata, prima di uscire da questo ospitale paese, porta al piccolo cimitero. Nella foto che vedete c’è tutto quanto. È davvero piccolo, ma grazioso, circondato da un muro che lo protegge e da abeti. Fa sorridere il fatto che sulle lapidi ci sia quasi sempre lo stesso cognome.

Lasciamo questo antico borgo promettendogli di tornare e ripercorrendo l’unica e sola strada fatta prima, troviamo come ultima cosa a salutarci un grosso masso bello alto, posizionato su un praticello con una targa tenuta da chiodi in ottone, recante la seguente scritta. Proverò a tradurla, è in brigasco, e non riconosco il nome di un paese citato, il senso però è davvero carino: “Realdo e Verdeggia uniti da tradizioni, modi di fare e di parlare a: Briga, Murignoo (che potrebbe essere Molini o Monesi che è attaccato a Piaggia), Piaggia, Upega, Carnino, Viozene, li ricordo in un segno di pace dell’antica origine occitana“. Salutiamo Realdo. Ci ha davvero colpito, spero sia stato così anche per voi. Se volete, avete altre mie foto sempre sul mio album.

Un bacio a tutti,

Pigmy.

M.