Una lingua antica, quella del bosco

Camminare nel bosco è una gran meraviglia. Ci sono giorni in cui si zampetta di buona lena per raggiungere mete distanti, e allora si ha poco tempo per fermarsi a godere di ciò che offre questo ambiente.

bosco carpasio

E poi ci sono giorni in cui, invece, si esce per il puro gusto di immergersi tra gli alberi, perdersi nell’intrico dei rami e delle radici, e allora si ha modo di leggere le storie scritte sulla corteccia, sulle pagine delle foglie, nel terreno e negli anelli dei ceppi ormai tagliati.

ceppo

Il bosco parla, topi, anche se il linguaggio che usa è tutto da decifrare per chi non  è abituato a codificarlo.

bosco rezzo

Per esempio, quando si varca la soglia di una foresta, piccola o grande che sia, bisognerebbe sempre fermarsi qualche secondo per farsi riconoscere. Perché? Be’, vorrei vedere se qualcuno entrasse nella vostra tana senza bussare e bel bello se ne andasse a gironzolare per le stanze senza dirvi niente, oh! Ecco spiegato il motivo: si entra in un ambiente diverso, che non è nostro, ma di creature ben più antiche di noi e immobili, per giunta, con scarsissima capacità di movimento. Un brivido percorre il bosco, quando una presenza estranea si appresta ad entrarvi.

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E adesso vi sento, eccome se vi sento! “Topina, ma che dovremmo fare, parlare con gli alberi?”

Sì! Cioè, no: non nel modo in cui si è soliti intendere la parola “parlare”. Quella cattedrale verde se ne sta lì, ferma, e vi osserva, anche se voi non ve ne accorgete.

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Per farsi accogliere, basterebbe semplicemente liberare la mente dai brutti pensieri e lasciare che gli alberi percepiscano la pace e la benevolenza che viene da voi. Solo a quel punto dovreste mettere zampa sulle loro radici.

E anche qui lo so cosa starete mugugnando: “Macché! Non sulle loro radici! Si cammina sul sentiero, no? Sulla terra!”

foglie secche

Eh no, è qui che cascate, topi miei! Quello che vediamo non è altro che una piccola porzione di ciò che accade in verità sottoterra. Pensate che spesso le radici superano in profondità e in ampiezza persino le chiome dell’albero stesso… ecco perché dico che si zampetta inevitabilmente sulle loro radici. Ma non finisce qui, nossignore! Perché queste propaggini sotterranee degli alberi, oltre a trarre dal terreno il nutrimento necessario per l’intera pianta, hanno anche un’altra funzione, recentemente confermata dai topo-scienziati più illustri.

radici

Le radici sono delle vere e proprie trasmettitrici di informazioni, formano una rete nascosta e invisibile ai nostri occhi, tramite la quale gli alberi e le piante in generale trasportano notizie da un esemplare all’altro nel modo più veloce possibile.

Forse vi chiederete a cosa servirà questo sistema e qualche risposta ve la do volentieri.

bosco radici

Se un albero è malato per via dell’infestazione di insetti o parassiti, lancia il suo allarme tramite le radici, emette delle frequenze e produce determinate sostanze che, trasmesse agli alberi vicini, gli consentono di ricevere aiuto.

In che modo? Be’, le altre piante inviano sempre tramite le radici sostanze in grado di far sopravvivere l’albero (come per esempio zuccheri) il quale può richiamare a sé con rinnovata energia i predatori giusti che possano liberarlo dall’infestazione, per lo più uccelli o altri insetti, ma a volte attira a sé altre piante utili alla sua lotta. Tutto questo permette anche agli alberi vicini di mettersi sul “chi va là”, innescando i loro personali meccanismi di difesa per non essere colti impreparati da un’infestazione.

castagno

L’unione fa la forza, il bosco lo sa bene, ed è nell’interesse di tutti che ogni albero resti sano il più possibile e che non scompaia. Un albero in meno significherebbe più luce per i suoi vicini, ma questo non è sempre un elemento vantaggioso, non per le specie che invece necessitano di zone ombrose e che fino a un momento prima erano cresciute e vissute in un habitat per loro ideale. Anche la terra ne risente, mettendo in pericolo gli altri esemplari soprattutto in caso di frane.

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E’ ovvio che in Natura è tutto perfetto, c’è perfezione anche in un albero che crolla e lascia il suo posto scoperto, laddove prima esisteva ombra e semi-oscurità… però in generale la foresta si auspica che ciò non succeda troppo spesso.

alberi carpasio

Ma ci sono anche altre cose di cui bisogna tenere conto, quando si zampetta in queste grandi case verdi.

Credo possa esservi capitato di imbattervi in punti in cui la vegetazione si fa più fitta, quasi impenetrabile, o comunque visibilmente ostile. I rami si fanno bassi, sembra quasi di trovarsi di fronte a un esercito in difesa, con le lance puntate in avanti verso gli intrusi.

bosco rezzo

Ed è proprio quello che comunica questa porzione di bosco, topi! In quei luoghi è meglio non avventurarsi, non perché potrebbe succedere qualcosa di brutto, sia chiaro, quanto piuttosto perché lì il bosco non vuole presenze aliene al suo ambiente. Si preserva, si difende per l’appunto, dicendoci come può: “Tu non puoi passare!”.

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Sì, lo so che questa frase da topo-Gandalf vi fa sorridere, ma rende bene l’idea. Rispettare il volere del bosco non è cosa da poco, c’è chi apprezza, e posso assicurarvi che un dono si presenta volentieri a coloro che non deturpano l’equilibrio perfetto di quei luoghi sacri e pacifici.

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Non parlo di pentole d’oro nascoste tra le radici, topi, ma di piccoli segnali che i più sensibili sapranno cogliere senza fatica alcuna: una piuma lasciata sul sentiero, una pietra o una foglia dalla forma particolare, un incontro inaspettato… insomma, sono questi i segnali con i quali veniamo ringraziati. E non c’è cosa più bella del sapere che lì, in un luogo in cui saremmo estranei, siamo invece stati accettati e riconosciuti come amici!

Avrei mille altre cose da raccontarvi, ma penso che per oggi possa essere abbastanza.

Un saluto verde foglia a tutti!

La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

Un gigante in città: il Ficus macrophylla

Topi, oggi vi faccio sentire piccoli. Anzi, no: minuscoli! Venite con me, vi porto a vedere dei giganti, dei colossi che si trovano sulla costa.

foglia ficus macrophylla

Lasciamo la mia Valle per inoltrarci in un ambiente cittadino, a Sanremo, per la precisione. Qui c’è un giardino importante, rinomato e conosciuto soprattutto nel secolo scorso, che oggi ospita specie di piante diversissime tra loro e provenienti da ogni parte del mondo: dal Giappone all’Australia, dalle zone temperate a quelle tropicali.

Sto parlando dei giardini di Villa Ormond che, tra le altre specie, ospitano i Ficus macrophylla, conosciuti anche come Ficus magnolioides, appartenenti alla famiglia delle Moraceae e originario della Baia di Moreton nell’Australia subtropicale.

Ficus Macrophylla

Nella Liguria di ponente ce ne sono diversi esemplari monumentali e centenari, piantati sul finire dell’Ottocento da studiosi, botanici e nobili provenienti dalle lontane Inghilterra e Russia che in questa lingua di terra bagnata dal mare avevano trovato il loro paradiso, apprezzandone in particolar modo la mitezza del clima e l’adattabilità del terreno.

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Questi benefattori e filantropi, perché di questo si è trattato in molto casi, hanno dato il loro tocco sofisticato e raffinato a certe zone della Liguria, come è accaduto a Ventimiglia nei Giardini Hanbury, a Bordighera nei giardini del Museo Bicknell e a Sanremo in quelli di Villa Ormond, ma potrei citarvene altri.

Ebbene, è proprio in questi ultimi che vi voglio portare.

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Questi Ficus, come dicevo poco fa, hanno dimensioni degne dei dinosauri, un essere umano a loro confronto sembra uno gnomo, figurarsi una topina come me!

Belli da togliere il fiato, con le loro radici possenti, le chiome protese al cielo a formare un ombrello gigantesco sulle teste di chi vi si ritrova sotto.

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E quelle chiome dai toni verde scuro sono un vero micro(mica tanto!)cosmo. Ospitano intere famiglie di uccelli, città di formiche, ragni e insetti d’ogni tipo, forse addirittura colonie di piccoli rettili, roditori e piccoli mammiferi. In questa stagione, i rami di questo “condominio vegetale” diventano il luogo di ritrovo di colombi e tortore, che tubano e si scambiano effusioni per dare vita a un nuovo ciclo e mettere al mondo i loro piccolini.

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Alzando il muso all’insù, pare quasi di dover vedere una scimmia, un’iguana o un pappagallo da un momento all’altro, talmente esotico è l’aspetto di questa pianta meravigliosa.

Le radici sono lunghe, profonde, disegnano sul terreno il moto strisciante di serpenti, quando sono ancora piccole.

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Le più grandi, invece, appaiono come gigantesche anaconde che raggiungono quasi il metro di altezza da terra. Mi ricordano, per certi aspetti, la figura mitologica del basilisco.

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La corteccia pare pelle d’elefante. E poi quel tronco, rugoso e di un marrone tendente al grigio, è quasi liscio al tatto e forma cunei, anse, colonne… un tempio di legno che non saprei con quali altre parole definire.

Dai rami pendono grovigli intricati di liane, tutte abbracciate le une alle altre, e sono proprio quelle a rappresentare una caratteristica assai curiosa del Ficus.

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La pianta, infatti, per poter sostenere le proprie dimensioni non indifferenti, ha bisogno di reggere il peso dei propri rami con delle vere e proprie colonne lignee. Ed ecco che allora lascia spuntare queste liane e le fa tuffare giù, fino a che tocchino il suolo. Col tempo, queste appendici si ispessiranno a tal punto da costituire a loro volta dei tronchi di supporto, come colonne e contrafforti di una vera cattedrale.

Ficus macrophylla radici

Per le sue dimensioni e la sua incredibile forza, il Ficus può creare danni considerevoli all’edilizia e alle tubature dell’ambiente urbano. Ha bisogno di molta acqua, poiché ha memoria dei suoi luoghi d’origine, le foreste pluviali, e talvolta finisce per spaccare le tubature. Tuttavia la sua bellezza senza eguali orna giardini, incanta gli adulti e offre divertimento ai bambini, che possono arrampicarsi e nascondersi quasi in completa sicurezza.

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Insomma, topi, se capitate dalle parti della costa, non  fateveli scappare e correte a visitare questi giganti antichi dall’energia prorompente, sono lì da tanto tempo e sicuramente sapranno raccontare qualcosa alla vostra anima, storie di linfa e corteccia, di terra e di cielo.

Un gigantesco bacio a tutti!

Quando cade un albero

Sento già i vostri lamenti di tristezza, state bravi per favore, che questo non è un post drammatico, tutt’altro. Ho da dirvi delle cose molto importanti e non hanno niente a che vedere con frasi strappalacrime o commenti di disperazione. Siate allegri, suvvia!

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Quando un albero cade per cause naturali, siano esse una valanga, il vento, un fulmine, la forza dell’acqua che scava i pendii, non c’è da rattristarsi, topi! Credete forse che quel tronco possente e quei rami siano ormai morti? Be’, non è così, e vi spiegherò presto il perché.

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Lo so che voi esseri umani faticate a vedere oltre ciò che appare, ed è giusto così, ma ci sono qui io coi miei occhi da bestiolina a farvi osservare il mondo con uno sguardo diverso.

Quando un albero cade, viene accolto dall’abbraccio amorevole di Madre Natura, la stessa che l’ha generato, che per tanti, tantissimi anni gli ha permesso di affondare le radici nel suo ventre.

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Quando un albero cade, non muore, ma si trasforma in qualcosa di nuovo, di diverso da quello che era fino al momento che ne ha preceduto la caduta. E, fermandosi a guardarlo da vicino, osservandolo anche a mesi di distanza, è possibile vedere tutta la Vita che brulica in lui.

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Ci sono alberi che, se cadono al suolo, rigettano rami dal tronco spezzato e abbandonato sulla terra, mettono nuove radici e rinascono.

Ci sono alberi che offrono cibo e materie prime agli animaletti del bosco, grandi e piccoli: formiche, ragni, caprioli… qualcuno ne mangia la corteccia, altri vi scavano dei tunnel, altri ancora ne fanno una dimora sicura e confortevole.

 

E’ una trasformazione, vedete? Solo un passaggio di stato, così come fa l’acqua da quello liquido a quello solido quando in inverno ghiaccia sui prati, tra le rocce, sui rami… e nella maggior parte dei casi nessuno si dispera per questo.

Ma non finisce qui.

Come immaginerete, un bosco è costituito da alberi giovani e anziani che vivono gli uni vicini agli altri. Quando un albero anziano viene abbattuto dall’età o da una tempesta, gli alberi più giovani assumono il ruolo del “genitore” caduto, crescendo più vigorosi e facendo uscire tutto il potenziale che avevano trattenuto per tanto tempo.

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I ceppi di molti alberi, come quelli di Frassino o di Nocciolo, danno inizio a un nuovo ciclo vitale: il ceppo si rinnova completamente e questo li rende in pratica immortali!

Un umano saggio una volta disse “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e, se vi fermaste a osservare con attenzione la Natura in ogni sua manifestazione, potreste vedere la verità di queste parole.

Adesso vi saluto, topi. Vado a zampettare nel bosco, ho da raccontarvi altre cose interessanti!

Un abbraccio trasformato.

Via Camurata e il quartiere Sambughea

Topi, la festa di Halloween è già passata, ma oggi ho da raccontarvi una storia che mette davvero i brividi. Munitevi di coraggio, perché ve ne servirà per attraversare i luoghi che voglio mostrarvi in questo articolo.

Siamo a Triora, il paese più misterioso della mia bella Valle.

Vi ho parlato spesso delle sue meraviglie nascoste e delle dolorose vicende che si susseguirono qui, ma c’è una cosa che ancora non vi ho raccontato.

Seguitemi, entrate con me dentro il paese. Percorrendo tutta la via principale, si giunge alla piazza Beato Reggio, quella con lo stemma di Triora raffigurato al centro del pavimento lastricato. Alla nostra sinistra c’è la chiesa della Collegiata, sorta – così si dice – su un antico tempio pagano.

Alla nostra destra, invece, ci sono i tavoli colorati del Ricici Caffè e del Cocò Café. Le persone qui si siedono a sorseggiare qualcosa in compagnia, scambiandosi due chiacchiere.

Dirigendoci verso i portici, imbocchiamo la via che ha inizio sulla destra. Il suo nome è già tutto un programma, topi miei. Si chiama Via Camurata e c’è una leggenda che spiegherebbe il motivo particolare e spaventoso dietro questo appellativo.

Via Camurata - Sambughea - Triora

Una targa arrugginita ci comunica dell’accesso a un quartiere molto suggestivo, quello della Sambughea, “dove il borgo mostra i suoi più genuini aspetti”, così cita l’insegna.

Credo non ci sia niente di più vero, topi, perché ci troviamo nel cuore nascosto di Triora, quello che non si spiega facilmente agli occhi dei turisti. Era – ed è ancora – il limite più basso della città, il suo confine, ed è rimasto uno scrigno dai mille misteri.

La via Camurata è buia, coperta da volte più o meno alte, raramente intervallata dalla vista del cielo. I lampioni la illuminano notte e giorno, si respira un’aria molto suggestiva. Si procede in discesa, mentre non si può fare a meno di notare che il borgo, che mostrava il suo volto più allegro e giocondo in Piazza Beato Reggio, qui fa trapelare una faccia assai diversa, cupa e ombrosa.

Il silenzio pervade ogni cosa, non c’è traccia degli schiamazzi dei bambini, delle voci lontane della televisione, né del chiacchiericcio delle persone che fanno comunella davanti ai negozietti di souvenir.

Si ode il fruscio del vento, lieve, ma costante, come se ci trovassimo nel bosco. Gli uccelli cinguettano in lontananza, la loro eco, però, qui sembra meno gioiosa. Ovunque c’è odore di pietre umide, a tratti si percepisce quello tipico delle cantine.

La maggior parte delle case di questa via sono abbandonate, in rovina, sembrano grotte, talmente sono buie. Il tempo pare essersi fermato a decenni, forse secoli fa, come avvolto da un terribile incantesimo.

Via Camurata - Triora3

Persiane rotte e scardinate, infissi usurati dal tempo, porte ricoperte di ragnatele, piume di uccello sui muri e vetri rotti alle finestre la fanno da protagonisti in questo scenario surreale.

Sembra di sentire cigolare i cardini al vento, ma è solo suggestione. Ci si accorge che qualcosa non va, si percepisce.

Stando alla leggenda di cui vi parlavo prima, questa via racchiuderebbe segreti terribili.

Pare, infatti, che un anno in cui la peste si fece particolarmente feroce, la gente ammorbata che viveva in questa via e resisteva tenacemente alla malattia senza voler spirare per ricongiungersi al Creatore, venisse murata ancora viva all’interno delle abitazioni.

Non mi credete? Lo so che è difficile e che penserete che io abbia alzato un po’ troppo il gomito, ma sembrerebbe vero, a giudicare da quello che ho potuto vedere nel mio tour. Guardate!

La via, tutta, è costellata di porte evidentemente murate. Ce ne sono a bizzeffe, alcune nascoste, altre più irriverenti nel mostrare il loro passato, ma sono numerose, è impossibile non notarle.

Come se ciò non bastasse, ad accrescere la tetraggine dell’atmosfera che qui si respira sono alcuni soffitti delle volte che fanno da tetto alla via.

Triora - Via Camurata

Forse dalle foto si nota poco, ma sono neri come la pece, perché questo quartiere fu interessato anche da un devastante incendio, forse lo stesso appiccato dai nazisti nel luglio del 1944 e che interessò in particolar modo Molini di Triora.

Insomma, non ci si stupisce che questa stradina sia rimasta disabitata per tantissimo tempo!

Sotto la Via Camurata scorre un altro carruggio, altrettanto suggestivo: la Via Sambughea, dalla quale il quartiere trae il suo nome. Anche qui una leggenda ne spiega l’appellativo. In seguito all’abbandono della zona, pare che tutto il quartiere sia stato invaso dai sambuchi, piante che, tra l’altro, sono considerate tra le più care alle streghe.

Anche qui il tempo sembra essersi fermato, ma qualche coraggioso abita ancora tra queste pietre affastellate le une sulle altre.

Gli scorci che si vengono a creare sono stupendi, a metà tra l’abbandono e il recupero. Casette rustiche curate da mani sapienti si alternano a ruderi pericolanti, che paiono tenuti insieme solo dalle tenaci radici dell’edera.

In Via Camurata sorgono ben due Bed&Breakfast: La Stregatta e Casa Grande. Nelle vie adiacenti, invece, ce ne sono altri due, La Tana delle Volpi e Ai Tre Cantici. Sapete dove andare, se volete sostare qualche giorno a Triora per attraversare gli scorci più suggestivi che il borgo nasconde.

Qualcuno di voi topi sa dirmi di più riguardo queste due vie e le porte murate? Son solo leggende per spaventare i topini, o in esse c’è un fondo di verità? Fatemi sapere!

Io vi saluto, adesso. Ho i brividi ai baffi, con tutto questo parlare di misteri.

Un bacio terrificante dalla vostra Prunocciola.

 

Domenico Giordano – le Pipe di Badalucco

Buongiorno Topi!

Oggi sono entusiasta perché vi porto a conoscere una persona davvero speciale che svolge una professione speciale anch’essa. E’ antica, molto, ma soprattutto è originale e ormai quasi introvabile in Italia. Mi piace raccontare di cose belle e quando queste  prendono vita nei miei luoghi, nella mia Valle, mi fa ancora più piacere parlarne. E’ proprio qui, infatti, nella splendida Valle Argentina e precisamente ai margini del paese di Badalucco, che possiamo incontrare Domenico Giordano, un artigiano d’eccezione che ha fatto della sua più grande passione il proprio mestiere.

Un uomo ospitale, affabile e disponibile che ama parlare del suo lavoro e al quale s’illuminano gli occhi mentre mostra le sue splendide creazioni.

Il signor Domenico, dalla gentilezza disarmante, mi ha accolta nel suo laboratorio dove crea con la radica delle pipe meravigliose.

Lo definiscono l’ultimo maestro dell’arte della creazione della pipa; realizza pezzi unici, completamente fatti a mano e di incredibile bellezza. In tutta Italia sono rimasti in pochi a eseguire quest’arte, pare si possano contare sulle dita di una mano.

Nel suo laboratorio, illuminato da una luce al neon e adiacente a un grande magazzino, l’odore di legno persiste e penetra nelle narici, soprattutto dove un grande mucchio di pezzi di radica viene bollito per eliminare i tannini e rimane bagnato fino al momento della lavorazione.

La radica è la parte basale del fusto di alcune piante e comprende le radici stesse. Grazie alla sua nodosità, alla sua resistenza e alle sue sfumature risulta perfetta per diversi oggetti e, per le pipe in particolare, quella di Erica arborea è l’ideale.

Si tratta, infatti, di un legno duro e pregiato. L’Erica è una pianta, a mio avviso stupenda, considerata in tempi antichi ricca di magiche virtù e dimora delle fate. Con i suoi rami si creavano scope (il suo nome deriva proprio dal termine greco Kalluno che significa “spazzare”) capaci di spazzare via non solo la sporcizia, ma anche tutte le negatività delle case, come vi ho già raccontato altre volte. Una pianta purificatrice che, arsa, allontanava gli spiriti maligni.

Le sue venature creano affascinanti fantasie su ogni pezzo e Domenico ne esalta il disegno e il colore soprattutto attraverso la levigatura, sicuramente la parte più lunga, ma anche quella più spettacolare del suo lavoro, dove non solo l’oggetto si liscia e prende forma, ma mostra tinte naturali che seducono soprattutto gli appassionati e i grandi intenditori.

In realtà, sono pezzi talmente belli che ammaliano anche chi se ne capisce poco come me. Ci sono pipe molto grosse, tozze, pesanti.

Altre, invece, sono più fini, delicate, dalla forma longilinea. Ce ne soo di più scure, di un mogano intenso, mentre le più chiare sono quasi color della sabbia. Tutto dipende dal tipo di lavorazione. Diverse hanno anche forme buffe e particolari rappresentando animali o altri oggetti.

Alcune hanno la zona di combustione molto larga, altre invece piccola e stretta, potrebbe starci un Toscano; ci sono individui che amano fumare il sigaro lì dentro, soprattutto per non sprecarne l’ultimo tratto.

Ci sono pipe curve e dritte, pesanti e leggere, dalla testa tonda o cubica, per tutti i gusti e tutti gli stili, da quello più elegante a quello più rustico.

Domenico mi ha fatto vedere come usa i suoi attrezzi, che sono tanti, ognuno per uno scopo ben preciso e tutti fermi ad attendere la sua abile mano pronta a realizzare qualsiasi cosa.

A me ha fatto questa magnifica seggiolina in soli due minuti. Ma grazie! Da un semplice pezzo di radice, ecco uscire fuori un carinissimo complemento d’arredo. E’ comodissima, nella mia tana mancava proprio! Un piccolo trono degno di una Regina come me.

Con una grande lama circolare ha tagliato e intagliato il tocco di legno rigirandolo da varie parti… et voilà, un mobile tutto mio, per me che non fumo la pipa, ma potrei sempre imparare… me ne farò fare una fashion.

Conosciuto non solo in tutto lo Stivale ma anche in diverse zone del mondo, il signor Giordano ha realizzato pipe davvero per chiunque, persino per noti personaggi che da lui hanno acquistato pezzi di grande valore.

I prezzi di alcuni elementi sembrano stratosferici, ma se si pensa alla lunga lavorazione che c’è dietro a ogni singola pipa, nessuna cifra può equiparare l’attenzione, la fatica e la fantasia che vivono dietro queste realizzazioni. Ovviamente, nel suo studio si possono trovare pipe per qualsiasi tasca e si possono naturalmente ordinare come più si preferiscono, anche se sono comunque già molte quelle in esposizione e tutte belle e caratteristiche.

Sempre col sorriso sulle labbra, Domenico, dalle origini meridionali ma ormai abitante della Valle Argentina da quando era bambino, si presta a raccontare anche diversi aneddoti. Racconta anche di come negli anni, attraverso le varie richieste, il suo lavoro si sia modificato. Ci rivela cosa si richiedeva un tempo e cosa, invece, si preferisca adesso.

Per lui non ci sono né problemi né differenze: da quando era solo un ragazzo gli basta creare ed esegue opere d’arte. Sulle pipe conosce davvero tutto, è piacevole starlo ad ascoltare. E’ buono e generoso, per niente avaro, soprattutto in fatto di consigli.

Riuscire a trasformare quella che può essere una grande passione, o un hobby, in una lunga avventura che dura una vita è il sogno di molti e l’augurio per tutti. Occorre accendere e mantenere attiva quella luce che ognuno di noi ha dentro, ma che sovente si soffoca per timori o ritenendo impossibile realizzarla. L’energia è alla base delle scelte, più della mente e, nel caso particolare di Domenico, anche se può essere sembrata la testa la padrona con il potere decisionale in mano, accompagnata da tanta voglia, a dire l’ultima parola è stato, ed è tuttora, il cuore.

Buon lavoro Domenico e grazie ancora! E un bacione a voi Topini!

Da Verdeggia al Passo della Guardia

Topini, oggi vi porto in un posto della mia Valle tanto bello da togliere il fiato!

Andiamo in Alta Valle Argentina, dove il tempo sembra essersi fermato e dove i ritmi rallentano tanto da farci dimenticare di guardare l’orologio. Siete pronti? Bene, partiamo allora.

E’ ottobre. Ci mettiamo in macchina e saliamo su, sempre più su, superando Triora e il ponte di Loreto. Già da qui possiamo godere di una vista bellissima, la Valle si stringe, e il torrente Argentina scorre in basso. Con l’auto passiamo sotto costoni di roccia che incutono quasi timore da quanto sono grandi, incombono su di noi. Proseguendo sulla strada, arriviamo finalmente a Verdeggia. Scendiamo dall’auto e iniziamo a coprirci: sebbene l’autunno quest’anno sia mite, l’aria è frizzante e fredda, non dimentichiamoci che siamo a un passo dal Piemonte e dalla vicinissima Francia!

Il sentiero parte da qui, dall’inizio dell’abitato di Verdeggia (1092 m), ed è subito segnalato da un cartello. Ci condurrà al Passo della Guardia, a 1461 metri di altitudine.

Zaino in spalla, iniziamo a salire, e subito ci inoltriamo nel bosco.

Verdeggia

Sotto di noi ci sono tappeti di foglie, è uno spettacolo guardarle, perché non sono ancora tutte secche e non hanno perso i loro bellissimi colori. Ecco, allora, che ci ritroviamo a camminare su un mosaico variopinto, dove il verde fa coppia con il giallo, il rosso con il marrone e… e poi c’è il lilla, quello dei crochi che tappezzano il sottobosco per gran parte del tragitto.

zafferanoForse voi non lo sapete, ma da questo piccolo e meraviglioso fiore, molto delicato tra l’altro, si ricava una spezia assai amata dalla nostra cucina: lo zafferano! Ci chiniamo ad annusare la sommità del famoso pistillo e anche così possiamo sentirne il caratteristico profumo.

La mia valle, insieme ai numerosi prodotti caseari, alla lavanda con i suoi derivati e ai golosissimi funghi, è rinomata anche per la produzione di zafferano: la vendita al pubblico avviene nella vicina Triora, ma arriva anche – pensate un po’ – a Sanremo, sulla costa! Infatti, potete trovarlo da Sfusa, la spesa senza imballo.

Oltre all’uso culinario, che tutti noi conosciamo, gli stigmi dello zafferano vengono usati nella medicina popolare. Infatti, rinforza l’organismo, regola il flusso mestruale, rinvigorisce e attiva il sistema nervoso e vascolare e favorisce la digestione. Un vero toccasana, insomma!

Tra le altre piante che ci accolgono, mentre continuiamo la salita, possiamo distinguere querce, noccioli e castagni, dei cui frutti si nutrono scoiattoli e altri piccoli animali. I gusci restano vuoti sul terreno, ma siamo fortunati: riusciamo a trovare una nocciola ancora intatta. L’assaggiamo e la sua freschezza e il suo sapore non hanno niente a che spartire con quelle che troviamo nei supermercati! Squit! Una vera squisitezza!

Quando le chiome degli alberi consentono una vista più aperta verso quello che ci circonda al di fuori del bosco, riusciamo a scorgere il Monte Saccarello, vediamo persino la statua del Redentore che domina la Valle.

fronté

Il nostro percorso è accompagnato dai versi gracchianti e allarmati delle ghiandaie che, insieme a corvi e cornacchie, sono i guardiani della foresta. Non c’è passo che non venga segnalato da loro e per i cacciatori rappresentano una vera scocciatura, dato che mettono in fuga gli animali avvisandoli della presenza dell’uomo. Quando la ghiandaia tace, intorno a noi è tutto un cinguettare di cince: non si curano di noi, sono laboriose sugli alberi, impegnate nelle loro faccende. Questo bosco, dove possiamo osservare anche il bellissimo pino silvestre, è popolato anche da caprioli, cinghiali, volpi e persino lupi, ne scorgiamo le tracce in più punti.

Avanzando sempre in salita, il sentiero si interrompe più volte da rivoli d’acqua pura che crea polle e cascatelle. La superficie dei torrenti è coperta di foglie, sembra quasi di potervi camminare sopra.

Verdeggia

Con un’ultima salita nel bosco, ci ritroviamo a svoltare sull’altro versante: da questa parte è soleggiato, fa molto caldo e ci fermiamo per toglierci il maglione e godere del panorama.

Valle Argentina

La vegetazione è cambiata bruscamente: ci troviamo immersi nella macchia mediterranea, bassa e arbustiva. Sulla nuda roccia mettono radici piante di timo, ancora profumatissimo, e poi la lavanda e la ginestra ormai sfiorite. Più avanti troviamo cespugli di ginepro, è il suo periodo balsamico, ma oggi non siamo interessati a raccoglierlo.

Ci sono i ruderi di una vecchia abitazione e un cartello indica “Case di Quin”. Di fronte a essa, un’edicola votiva recita: Capeleta dï Cuin anfaita ‘n l’an 2006 (Cappelletta di Cuin, costruita l’anno 2006).

Il sentiero, adesso, è più pianeggiante, a tratti in lieve discesa, e ci permette di far riposare le gambe godendo della vista sulla valle sottostante e sulla corona di monti che ci circonda. Riusciamo a individuare il Gerbonte e, poco sotto, scorgiamo la borgata di Borniga.

Il sentiero attraversa antiche e ripide fasce e, alla nostra sinistra, è fiancheggiato dai cosiddetti maixéi, i muretti a secco per i quali la mia terra è tanto famosa. Si tratta – ne abbiamo già parlato in passato – di piccoli capolavori di ingegneria: le pietre vengono accatastate le une sulle altre, incastrate con grande cura, e sono appoggiate in lieve pendenza al terreno retrostante. È una vera e propria arte messa in pratica fin dai tempi più remoti, sono rimasti in pochi, oggi, a conoscerne i segreti.

Procedendo, ci troviamo nuovamente di fronte ai ruderi di una vecchia abitazione. L’ortica infesta le rovine, riconosciamo anche qualche pianta di artemisia. Ci fermiamo ad ammirare la maestria con la quale è stato costruito questo casone: non ci sono mattoni né calce, solo pietre poste l’una sull’altra seguendo regole precise e antichissime.

Anche qui è presente un’edicola votiva, la Capëleta dë Barbun. Quella che abbiamo rimirato, infatti, è la Casa di Barbone, ce lo indica un cartello. Siamo a 1309 metri sopra il livello del mare.

case barbone valle argentina

Proseguiamo, manca ormai poco alla meta. Davanti a noi si staglia, con tutta la sua imponenza, Rocca Barbone. Le foto non le rendono giustizia, ma è una parete di roccia spettacolare, con il suo colore chiaro fa contrasto con il blu intenso del cielo, guardate che meraviglia!

rocca barbone valle argentina

Entriamo nuovamente nel bosco, umido e ombroso, e siamo invitati da un cartello a fare una piccola deviazione. Cogliamo l’invito e… Topini, che bellezza! L’acqua sgorga dalla roccia, siamo testimoni di questo spettacolo: la sorgente del torrente Barbone. Acqua fresca, limpida, sacra.

Torniamo sul sentiero maestro, a tratti soleggiato e a tratti all’ombra delle chiome degli alberi, e ogni nostro passo è osservato da lei, Rocca Barbone, sempre più vicina.

rocca barbone valle argentina2

Tronchi caduti e spezzati offrono scenari insoliti: formano piccole caverne, tane per animali di dimensioni ridotte. Alcuni alberi sono sradicati, ne possiamo osservare le radici ancora aggrappate a zolle di terra. È un microcosmo che non si vede certo tutti i giorni!

Con poche, ultime salite, giungiamo alla meta: il Passo della Guardia. E qui, topini, la vista è mozzafiato, sembra di essere in paradiso! Riconosciamo la galleria del Garezzo, il Monte Monega, l’inconfondibile Passo della Mezzaluna, il Monte Faudo, poi gli abitati di Triora, Corte e Andagna.

passo della guardia valle argentina

Il sentiero si congiunge in questo tratto con la vecchia strada militare, oggi percorsa da motociclisti, escursionisti a piedi o a cavallo, e dalle macchine di cacciatori e di appassionati della montagna. Da qui possiamo proseguire per il Passo Garlenda, il Colle del Garezzo oppure per arrivare sulla cima del Monte Saccarello, ma possiamo ancora scendere a Triora. Non oggi, però: riserveremo tutto questo per un’altra gita, vogliamo fermarci a mangiare un boccone e a godere del caldo sole autunnale!

A presto, topini!

Pigmy