Tutti a Corte!

No, non serve fare un inchino! Questo, topi, è un altro bellissimo paese della mia Valle. Si chiama Corte ed è una frazione di Molini di Triora. Sorge a circa 670 metri sopra il livello del mare e i suoi abitanti sono all’incirca una quarantina. Si trova a 2 km dopo Molini di Triora, comune al quale appartiene. Per arrivarci, si prende una strada che, salendo, rimane alla nostra destra dalla Provinciale 52 e si percorrono alcuni tornanti, molto vissuti durante la notte da cinghiali e altri abitanti del bosco. Di fronte a lei, sorgono Andagna da una parte e Triora dall’altra, quasi a formare un triangolo con al centro, giù in basso, Molini.

Dentro Corte non si può viaggiare in macchina, ma bisogna inerpicarsi a piedi per questo paesello, in salita, e la prima cosa che colpisce i nostri occhi è la pulizia. Le stradine, spesso formate da bassi gradini che le attraversano, sono come il pavimento di casa nostra. Vie per le quali solo gli esperti possono condurre piccoli trattori, magari per trasportare i carichi di legna o altra merce pesante.

Gli orti degli abitanti sono tutti intorno al paese, ognuno ha il suo. Si coltiva alla maniera di un tempo. Pensate che proprio gli interessi di Triora, (un tempo il paese più importante e influente della vallata, essendo la Podesteria della Repubblica di Genova) sul commercio del grano causarono una sorta di malcontento tra le diverse ville di Molini, Andagna e Corte, arrivando il 2 maggio del 1654 alla dichiarazione di indipendenza locale da Triora. Ogni villa ottenne di beneficiare di propria autonomia amministrativa e fiscale.

Ancora oggi ci sono un po’ di scaramucce tra questi paesini, ma chi non ne ha, in fondo? Gli abitanti di Corte sono molto ospitali e fanno di tutto per rendere il loro paese rigoglioso e riparare ciò che in passato è stato distrutto, come ad esempio il tetto della vecchia chiesa nella piazza. Tutte le estati, infatti, si organizza una festa chiamata “cena sotto le stelle” e il ricavato va alle opere di ristrutturazione di questi importanti edifici. Uno tra questi, è la vecchia scuola elementare. Pensate, è una vecchia scuola che ora è diventata la biblioteca di Corte. Ebbene sì, Corte può vantare una biblioteca che pochi paesi hanno.

E’ un borgo bellissimo, tutto inizia dalla piazzola denominata Casai, in fondo al paese, per poi salire attraverso grotte e carruggi in quello che è un villaggio formato prevalentemente da case di pietra. Sembra di girare in un presepe e, di tanto in tanto, una piazzetta di ciottoli, qualche panchina e degli alberi, come dei magnifici salici piangenti, offrono la possibilità alle persone di ritrovarsi alla sera e raccontarsi com’è andata la giornata. Ovviamente con lo scialle sulle spalle. Quest’anno, non c’era differenza tra la temperatura al mare e quella a Corte (erano 35 i gradi, in alcune giornate di agosto… che bellezza! Rosolavo come uno spiedino!),  ma solitamente il golfino, in questi paesini di montagna, è quasi d’obbligo alla sera.

A Corte si possono visitare anche tanti monumenti religiosi, come la chiesa parrocchiale di San Giacomo Maggiore, che conserva al suo interno un quadro raffigurante la Sacra Famiglia del XVII secolo dipinto da un pittore ignoto. E’ una bellissima e grande chiesa al centro del paese, con appesa alla facciata principale una lastra di ardesia in onore dei figli caduti per la patria, e il suo campanile è altissimo. Questa chiesa sorge su una piazza di sassolini incastonati nel cemento. E’ Piazza del Popolo, che racchiude in sé anche una fontana, e, su un marmo, sono impressi i ringraziamenti a chi ha costruito l’acquedotto di Corte.

Poi c’è l’ex oratorio di San Tommaso, che conserva una statua della Vergine Maria con il Bambino Gesù sovrastanti San Bernardo, San Bartolomeo apostolo e il diavolo incatenato. Proprio questo oratorio sta particolarmente a cuore dei cortigiani, gli abitanti di Corte, che vorrebbero farlo rivivere come luogo di ritrovo ideale per i bambini.

C’è ancora la chiesa di San Vincenzo. Il portale di questo edificio è del 1497. Attualmente si trova in stato di rovina, sommersa dalla vegetazione, ma è un’opera antica e va citata.

Infine, percorrendo a piedi una stradina per circa venti minuti, si può raggiungere il Santuario della Madonna del Ciastreo o della Madonna della Consolazione, un bellissimo santuario, principale luogo di culto degli abitanti. Un giorno vi ci porterò a vederlo e, tornando indietro, vi farò passare dal bosco. Vedrete come vi divertirete, è un luogo bellissimo e offre una vista mozzafiato sulla Valle e le montagne ricche di alberi.

Corte, che dista dal mare circa 28 km, ci offre anche la possibilità di vedere da lontano la statua del Redentore. Per notarla, bisogna andare in cima al paese, dove le ultime campagne ci segnalano che lì il borgo finisce. Più in su ancora, una splendida vigna lo incornicia verso est.

A Corte c’è un solo negozio, portato avanti con tanto amore dalla signora Gemma. In questa bottega si vendono sigarette, pane, alimentari ed è fornito anche di cabina telefonica, quei telefoni che stanno diventando ogni anno più rari. Il negozio non ha orari. Spesso, alle nove di sera si può ancora andare a vedere se Gemma sia ancora lì. Vicino alla sua bottega ci sono i lavatoi che un tempo venivano usati per il bucato e dai bambini che d’estate ci si tuffavano dentro. Sono ancora funzionanti, vengono tenuti vuoti per non lasciare acqua sporca stagnante all’interno dei vasconi.

E, a proposito di acqua, quante fontane a Corte! Un giorno ve le farò vedere, sono una diversa dall’altra, posizionate nei giusti luoghi per dissetare gli escursionisti come noi. Acqua fresca, buona, dissetante!

E che belle le porte! Le case di Corte hanno delle porte stupende. E poi gli animali… Oltre ad aver visto gatti e conigli, siamo stati accompagnati a lungo anche da una pernice.

C’è proprio da divertirsi qui! I nomi delle vie sono tutti scritti su pezzi di legno. Su anelli di tronco d’albero, tagliati come vassoi e a mano, sono state pitturate le denominazioni di piazze e strade.

Che bel paesino! Tutti si conoscono e i ruderi di un tempo sono stati ristrutturati e resi magnifici e, nelle case, oltre ai termosifoni, si hanno anche stufe e camini. D’inverno, qui, non si scherza.

Di Corte colpiscono i particolari: le finestre, le porte, i muri, i dipinti… tutto. Gabbie appese fuori casa contenengono ogni cosa fuorché uccellini. Ognuno arreda la sua dimora con gusto e originalità e, nonostante sia un piccolo borgo, per osservarlo bene ci vuole tutta la giornata!

Insomma, vi consiglio vivamente di venire a farci una visita. Non ve ne pentirete e non vi annoierete di certo, se siete amanti di paesaggi caratteristici.

Vi aspettano a Corte, ma non serve fare un inchino! Bacioni!

M.

Verdeggia, l’ultimo villaggio

Oggi, topi, quello che vi mostro è l’ultimo paese della mia valle. Una valle che, come sapete, parte dal mare e taglia la Liguria di ponente andando a finire sul confine del Piemonte e della Francia.

Una volta arrivati in questo particolare paese non si può andare oltre. Davanti a noi, a formare come una grande conca, si stagliano i monti che racchiudono la vallata. Qui si trova il monte più alto di tutta la regione. Eh sì topi, guardate, guardate su in cima cosa c’è. È il Monte Saccarello e, lassù, lo riconoscete? Ma sì, è la statua del Redentore! Ve lo ricordate? 2200 metri di magnificenza. Guardate la bellezza di queste montagne ancora spoglie. Sembrano mura altissime di protezione, monti dalla doppia faccia. Il nostro versante è aspro, rude, mentre quello piemontese appare più dolce, ricco di prati e pascoli. Tuttavia, in aprile è ancora innevato. Tutt’intorno ci sono il Monte Colombera, Cime Cabanne e il Passo del Collardente.

Verdeggia è un bellissimo paese. Protetto dai monti, appare ancora più affascinante e più montano rispetto agli altri villaggi della mia valle. Piace a molti e in tanti vengono a pernottare nell’unico albergo durante i weekend o durante l’estate, unico periodo nel quale Verdeggia davvero si anima. Le sue case in inverno rimangono chiuse, sono solo una decina i suoi residenti. Appartenuta alla provincia di Cuneo fino al trattato di Parigi, è, insieme a Realdo e Carmeli, l’unica comunità brigasca della valle. Qui, nel 1805, una slavina fece 16 vittime. Verdeggia, non ha altre protezioni, nè contro i nemici, nè contro gli agenti atmosferici, ma la sua terra è fertile, sana e ha sempre permesso la coltivazione di tanti alimenti. Ci troviamo a 1100 metri e siamo nel comune di Triora, il più vasto della valle. Appena entrati nel cuore del paese, dopo essere stati accolti dalla trattoria, davanti a noi troviamo un monumento dei caduti, una cappelletta della Madonna e poi un rifugio. Il rifugio è dedicato al Sergente Maggiore Lanteri Giuseppe del 1° reggimento degli alpini, decorato al valore con medaglia d’argento. Il cortile che lo circonda è un bel praticello e, di fronte a lui, c’è il forno comune, ancora oggi utilizzato. Tutt’intorno possiamo ammirare le coltivazioni ordinate, pronte per la semina e tagliate dalla strada pronvinciale asfaltata, che ha raggiunto questo borgo solo nel 1969.

Questo paese infatti era abitato da pastori e contadini. Per chi volesse saperne di più sulla storia di Verdeggia e di come vivevano i suoi abitanti, segnalo questo bellissimo sito creato dalla Proloco http://www.prolocoverdeggia.it/ChiSiamo.aspx, un gruppo di persone unite per mantenere vivo il ricordo di questo luogo suggestivo. Ma torniamo alla nostra passeggiata e alla scoperta delle viuzze che serpenteggiano in questo labirinto di case.

Case tipiche, case simpatiche, case di pietra, ce n’è per tutti i gusti. Ognuna ha la sua caratteristica ed è simboleggiata da una targa in ardesia, scolpita a mano, che riporta il nome di chi ci vive. E allora andiamo giù per i carrugi e su per le salite, per provare a leggerli tutti!

È da non credere, ma stiamo passando su sanguinari palcoscenici. Questi luoghi, questi paesi, questi monti, sono stati un tempo teatro di battaglie violente, soprattutto tra francesi e piemontesi e i soldati di Napoleone che, appostati nei dintorni, scendevano spesso a far razzia nelle case di Verdeggia. Si narra che un tempo alcuni soldati tranciarono la gamba di una donna che si rifiutava di dar loro il cibo preparato. I verdeggiaschi allora, per vendicarsi e far paura ai soldati che avevano mutilato la poverina, uccisero alcuni militari e li seppellirono di nascosto sotto una rupe, chiamata ancora oggi la Bricca dei Francesi.

Parecchie stradine si affacciano sul torrente e qua e là si vedono dipinti e fontanelle. In una di queste, un disegno ci spiega come andavano vestiti i brigaschi dio un tempo . Le donne portavano un foulard nero in testa e la pitocca, un gonnellone lungo e scuro di lana stamegna con delle bretelle che lo sorreggevano. Sotto, indossavano una camicia di lino. Gli uomini, invece, avevano una beretta, un cappello di lana rossa, una giacca capiente che poteva essere utilizzata anche come sacca, un maglione, un paio di pantaloni che arrivavano solo sotto il ginocchio legati da una fettuccia verde e le ghette.

Tutte le vie, circondano la chiesa, la Parrocchia di Nostra Signora del Carmelo. Il paese, infatti, fu ricostruito dopo la valanga di cui vi parlavo ed è stato rifatto secondo uno schema ben preciso, tutt’intorno alla piazza della chiesa, con orgoglio e tanto lavoro. I verdeggiaschi sono persone dall’animo nobile, fiero e hanno sempre dovuto lottare per la loro libertà. La Repubblica di Genova che aveva conquistato questa terra, la fece confine del Ducato di Savoia, ma, nonostante le movimentate vicende politiche, gli abitanti hanno sempre saputo tirare avanti grazie alla loro forza e alla loro solidarietà. E su una facciata del santuario è stata posta una lapide con l’elenco dei nomi dei “Figli di Verdeggia, caduti per la grandezza d’Italia”.

Oggi Verdeggia offre un bellissimo panorama e tanta pace. Regala vacanze tranquille e divertenti, grazie ai passatempi che si possono svolgere, come il gioco delle bocce e le sagre, le feste di paese di carattere tradizionale. C’è la pista da ballo, i giardinetti attrezzati con i giochi per i bambini e tanta natura intorno e sul sito che vi ho segnalato troverete anche le date, per poter venire qui e non annoiarvi nemmeno un minuto!

Spero che anche questo tour sia stato di vostro gradimento. Io vi saluto e vi aspetto, come sempre, per la prossima gita insieme.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.

Dal Redentore alla Valle Arroscia

Ebbene si, come vi avevo preannunciato, ora che questa stupenda statua (art. Il Redentore) che vi ho mostrato qualche post fa l’abbiamo vista, possiamo tornarcene a casin casetta. Attenzione però! Non c’è solo il Redentore qui da ammirare, diamo un’occhiata in giro prima di lasciare questo luogo.

Ad esempio, possiamo vedere che è circondato da targhe di ogni sorta. Chi ringrazia qualcuno, chi ha voluto lasciare un ricordo, chi un semplice saluto. Messaggi scolpiti nell’ardesia, altri nell’ottone e uno addirittura con la foto del frate cappuccino, Gian Francesco Filippi, che amava questi luoghi più di ogni altra cosa al mondo. Ognuno, a modo suo, a voluto lasciare il segno. I più affezionati hanno creato vere e proprie opere d’arte.

Vicino a noi c’è anche una minuscola chiesetta. Al suo interno possiamo trovare la carinissima poesia dedicata all’amico viandante, quindi ad ognuno di noi, e un grande quaderno, dotato di penne, sul quale chiunque può scrivere un pensiero e dire perciò “io ci sono stato!”.

Tra le sacre immagini della Madonna e suo figlio, è anche molto carino vedere che i pellegrini, passati di lì, hanno lasciato in parecchi, oggetti personali. Un cappello con visiera, una borsa, una collanina, una borraccia, uno stemma… insomma, una tappa da fare obbligatoriamente. Diamo ancora un’occhiata al panorama, è un dispiacere andarsene.

Notiamo che non vediamo solo Verdeggia ma anche Realdo, un altro piccolo paesetto della Valle Argentina, contornato da una vallata indescrivibile. Bene, è davvero arrivato il momento di andare. Salutiamo il gigante di bronzo. Lui non si volta, continua a guardare innanzi a sè, i suoi monti, i suoi prati, il suo cielo, accecato dal sole.

Per un attimo, ci sentiamo anche noi possenti e dominanti come lui. Dobbiamo percorrere qualche metro a piedi, l’auto, abbiamo dovuto lasciarla all’inizio della piccola stradina, ma non è un male, possiamo ammirare meglio il paesaggio che ci circonda, guardarci in giro e respirare aria pulita.

E’ percorrendo questo sentiero che troviamo qualche, cosiddetto da noi, “masin”, funghi non particolarmente gustosi a dire il vero, ma per nulla velenosi. Grandi, puliti, color dell’avorio.

Saliamo in macchina e facciamo manovra pronti alla discesa; guardate quanta strada abbiamo fatto! Da qui si può vedere tutta. E’ uno spettacolo! Volendo, potremmo percorrere a piedi il Passo del Tanarello per circa tre quarti d’ora, ma non è il caso oggi di stancare le nostre zampette, useremo la comodità.

Andremo giù per il più conosciuto Col di Nava e, strada facendo, sorpassato questo splendido valico montano, ci ritroveremo ad attraversare la Valle Impero, che dà il nome alla provincia di Imperia e la Valle Arroscia che prende il nome dall’omonimo fiume.

E’ quest’ultima valle ad essere così vasta da comprendere anche alcuni comuni della provincia di Savona e, sarà in lei, che ritroveremo i nostri ulivi che qui, data l’altura, non vediamo più. Insomma, un altro bel viaggetto ci attende. Partiamo.

Undici corvi volano sulle nostre teste, mamma mia… erano meglio i falchi incontrati all’andata! Bhè, poverini i corvetti, hanno diritto anche loro. Non soffermatevi però a guardare uccelli che vi svolazzano intorno, capisco che la natura qui sia magnifica ma state attenti alla strada che dovete percorrere. Sono vie bellissime ma senza protezione, quindi mi raccomando, guidate con prudenza senza fare i fenomeni altrimenti, ecco cosa può capitarvi.

Mi auguro solo che al poveretto, il fattaccio, non sia successo di notte. Già c’è poca gente di giorno in questi luoghi, figuriamoci nelle ore notturne! Tra l’altro, gli è andata bene, anche se ha distrutto la macchina, in quanto, ci sono punti in cui il dirupo è veramente profondo e a strapiombo, anche se devo ammettere che una bella botta l’ha presa anche lui. L’auto, come potete vedere, è completamente distrutta. Rammaricati, continuiamo la nostra gita.

Il primo paese che incontriamo è San Bernardo di Mendatica e vi posto la foto di una fontanella carinissima dedicata a “u can de Felipo”, ossia “il cane di Filippo”, chissà, forse un cane particolarmente coraggioso o con qualche straordinaria avventura alle spalle. Non c’è anima viva, non posso informarmi.

Se siamo qui a San Bernardo, significa che siamo già scesi di parecchio, siamo esattamente a 1263 metri. E’ intorno a questo paese che regnano i sentieri della transumanza e scorre il Tanarello, nome del passo che vi spiegavo prima. Tanarello perchè, ovviamente, affluente del Tanaro. E’ da qui che giungiamo al cuore di questo itinerario: Mendatica. E’ Mendatica ad essere il paese con più storia, più turismo, più eventi e monumenti.

Il suo nome deriva da “Mendéiga” che in dialetto ligure significa “Manda acqua”, è un paese infatti, ricco di sorgenti ed è proprio nelle sue vicinanze che, sempre il Tanarello, forma cascate tutte da guardare, le famose cascate d’Arroscia.

Siamo vicini a Pornassio e a Montegrosso Pian del Latte e tutti insieme, fecero parte del Regno di Sardegna dopo la caduta di Napoleone Bonaparte.

Mendatica, circondata da castagni e noccioli, si presenta come un paese immerso nel verde mentre, in autunno, soprattutto nel periodo di ottobre, offre caldi colori adatti ai pittori migliori.

Buonissimo è il miele che viene prodotto in questi luoghi e da non perdere il laboratorio naturalistico e il museo “Civiltà delle Malghe”. Questo paesino, chiamato, della “cucina bianca” è inoltre arricchito da splendidi mulini che sembrano finti tanto sono belli (quasi, quasi, mi trasferisco), ognuno con la sua ruota e rigorosamente fatti tutti di pietra.

Il monumento principale di Mendatica è la chiesa di Santa Margherita ed è da lì, che se prendiamo la mulattiera dietro a questo santuario, possiamo arrivare sul ponte dei Gruppin e inchinarci dinanzi ad un panorama mozzafiato, in un territorio già molto più alpino rispetto a quello intorno al paese, come vi spiegavo più verdeggiante.

Abbandoniamo Mendatica, a salutarci, per ultimo, il Parco delle Canalette, un parco attrezzato per pic-nic e brevi soste all’ombra. Eccoci nuovamente sotto un caldo sole, ed ecco rispuntare i nostri amici ulivi, compagni anche della mia valle.

La zona è meno umida e olive e uva nascono abbondantemente. Se non erro, a regnare qui è l’ormeasco, uva che produce il vino della zona. Tra qualche chilometro arriveremo al mare e ai più sensibili fischieranno un pò le orecchie. Attraversiamo i monti di Pornassio, paese caro a Genova per via della sua posizione ottima per il punto di vista strategico.

E’ da li infatti, servendosi di lui, che il nostro capoluogo può tenere sotto controllo tutti i suoi domini, sia liguri che piemontesi, fin dal ‘600.

Passato anche lui, eccoci arrivare alla cittadina di Pieve di Teco, paese al quale fanno riferimento tutti gli altri più piccoli che vi ho citato sopra e dire che dall’800 a oggi ha subito anche lui una negativa evoluzione demografica.

Il santuario della Madonna dei Fanghi e il convento di San Francesco, sono i suoi monumenti più famosi, peccato però non averli potuti osservare da vicino, come vedete ero in auto e la foto di questa cittadina ve l’ho scattata di sfuggita.

Riparerò, per questa volta accontentatevi dai!

Anche questa passeggiata, più breve di quella all’andata, è giunta al termine e io, me ne sono ritornata nella mia Valle che stava per diventare gelosa, pensa di essere la più bella e per me lo è, ma devo riconoscere che, intorno a lei, ci sono luoghi che meritano davvero anche solo una sbirciatina.

Un caro saluto a tutti Pigmy.

M.

Il Redentore

Cari topini, oggi andiamo in un posto dal panorama fenomenale. Anzi, dai tanti panorami. Sì, perché saliremo su, in cima alla Valle Argentina, e da lì potremo vedere ben tre vallate: una ligure, una piemontese e una francese.

Partiamo ancora una volta da Triora, ma, anziché continuare dritto, prendiamo a destra per Monesi, una strada sterrata b-e-l-l-i-s-s-i-m-a. Ci ritroviamo immediatamente circondati da roccia e prati, sembra quasi che gli alberi si siano offesi e se ne stiano tutti nel versante ovest. In realtà questo accade perché siamo già alti di quota, circa 1500 metri d’altezza, dove la vegetazione si adegua all’ambiente.

Ci stiamo dirigendo alla statua del Redentore, una scultura di bronzo rappresentante il Signore che domina, dalla cima di una montagna, tutto il mondo! Esatto, sembra davvero che sorvegli tutta la Terra.

Il pascolo d’alta quota è un simbolo della Valle Argentina. Anche qui, infatti, incontriamo le nostre amiche pecore, tipica fauna del luogo. Tuttavia, posso assicurarvi la presenza di tassi, molto difficili da fotografare: sono paurosi e molto timidi, un po’ come noi topini. Potremmo, inoltre, ritrovarci circondati da lepri variabili selvatiche, marmotte e, più avanti, scendendo e attraversando il bosco prima di Monesi, anche la pernice bianca!

Per vantare qualche pillola ornitologica, vi posso dire che tra i passeriformi, è possibile notare in questi luoghi il Culbianco, il Luì piccolo e lo Spioncello. Sono uccellini sempre in movimento e dai nomi davvero originali.

Anche le mucche e i cavalli sono presenti. Se ingrandite questa foto potete ammirarli durante il riposo e, nel mentre, notare dove vivono i pastori in questa valle, isolati completamente, ma in un paesaggio fantastico.

È in queste cascine che producono latte e formaggi a volontà. Come vedete, il terreno sta per diventare più verde,  ma dobbiamo prima attraversare la galleria del Garezzo, da noi chiamata comunemente, du Garesu. È una galleria lunga solo 60 metri e sarà lei a introdurci nel bosco che vi dicevo prima.

Per ora, l’unico fiore che vediamo è la lavanda profumata.

In questo momento siamo a 1795 metri, ora scenderemo un po’ per poi risalire fino al cielo!

Eccoci sotto le fronde finalmente.

Nonostante l’altitudine, il sole c’è e si sente. Non c’è luogo migliore per abbronzarsi e un po’ d’ombra ci fa piacere.

Qui possiamo apprezzare la flora, drasticamente cambiata.  Nel bosco, attraversabile in auto, possiamo trovare la rosa canina, bacche di ginepro e lamponi, arbusti che riescono a sopravvivere grazie alla lontananza dei pascoli: gli ovini, infatti, fanno piazza pulita ovunque!

Gli alberi che ci circondano sono il maggiociondolo alpino, l’acero di monte, il sorbo montano, il sorbo degli uccellatori e, ovviamente, non possono mancare i più comuni frassino e nocciolo. Il sole che prova a penetrare dai rami ci regala lo spettacolo di righe trasversali luminose che attraversano le piante ma, nonostante tutto, il manto del sottobosco è umido e costituisce un’ideale culla per funghi buonissimi. 

Sorpassato questo tratto, chiamato Case Penna, eccoci a Monesi, un piccolo paesino di 1310 metri d’altezza. Come vi preannunciavo, siamo scesi, ma non preoc-cupa-tevi: torneremo su! Di fronte a Monesi c’è un altro piccolo borgo chiamato Piaggia, e voi non potete immaginare quanti ricordi mi si affollano nella testa, avendo trascorso in questi luoghi due mesi, un’ estate, quando ero più piccola.

Pur essendo apprezzati nei mesi estivi, questi due paesini vengono popolati soprattutto d’inverno dagli appassionati di sci. Gli impianti sciistici, che ora vedete come immensi prati, li ritroveremo anche al Redentore e, se fossimo in gennaio, in un contesto completamente diverso, sarebbero coperti di candida neve. Tutto il verde che vedete dovete immaginarlo di un bianco argentato che ricopre ogni cosa.

Sorpassiamo Monesi tramite tornanti e ritorniamo nei pascoli, ricominciando la nostra salita. Dopo poche curve, ecco un puntino, lassù, sulla punta del monte. Ci fa capire che manca poco.

Sulla cima che sembra disegnata e colorata con i pastelli, si staglia la microscopica, per ora, figura della statua, la nostra meta (mi sa che dovrete anche qui, ingradire la fotografia, questa valle è così immensa che gli spazi sono davvero infiniti).

Siamo già così in alto da poter vedere, nel versante ligure in fondo alla valle, una chiesetta solitaria in miniatura posta dietro una grande abetaia, ma questo è ancora niente! Invece,  girandoci verso destra, possiamo ammirare la vallata francese e giù, giù in fondo, il paese di La Brigue, al centro della valle.

Due falchetti si rincorrono in voli circolari, ma riuscire a centrarli con l’obbiettivo è quasi impossibile. La catena montuosa più chiara che circonda questa vallata è il primo tratto delle Alpi Marittime. Fa caldo, ma la l’aria così fresca e pulita fa prudere il naso ed è come se entrasse a raffreddare la fronte.

Su questi monti si possono trovare i bucaneve e le stelle alpine. Sì, cari topini, a proposito di alpini, devo dirvi che ritroveremo, vicino al Redentore, rifugi e ruderi inerenti alla guerra, oggi considerate opere in memoria delle Alpi. È qui, sul Monte Saccarello, 2200 metri, dove vedete quel pilone sulla cima, che esiste una vera e propria batteria. È la batteria del Monte Saccarello, con tanto di casermette, postazioni e ben quattro cannoni. Fu realizzata nel 1900 per controllare il Monte Bertrand e Collardente. Dietro alle barbette si trovano ancora la riserva, il ricovero per i soldati e la casetta di legno che riparava le polveri dall’umidità. Era attrezzata più per la difesa che per l’attacco, collegata ad altre numerose caserme a ridosso del crinale nel tratto Passo Tanarello – Passo di Garlenda. Per chi ama queste rovine è il luogo ideale.

Si tratta di una bella scarpinata, oggi non abbiamo tempo di visitare con attenzione questo posto, quindi continuiamo il sentiero sulla nostra sinistra, sterrato ma più breve, che ci porterà – eccola laggiù! – alla nostra statua.

Passiamo di fianco al rifugio San Remo, una piccola baita di assi di legno sulla strada.

Siamo arrivati. Il Redentore si erge davanti a noi, che lo guardiamo con il naso all’insù. Alla sua base ci sono tante targhe, ma quella che vi ho postato mi sembra la più significativa.

Tale immensità lascia tutti senza fiato e questa volta, ad arricchire il tutto, abbiamo il cielo di un azzurro intenso, senza nemmeno una nuvola.

Ecco a voi Il Redentore! Questa statua è stata costruita il 5 agosto del 1901 e ogni anno, in quella data e da 110 anni, si rinnova l’appuntamento per la festa del Redentore che vede come protagonisti innumerevoli alpini, oltre che,  ovviamente, tantissima gente che arriva da ogni dove. Questa statua rappresentante il Cristo si trova esattamente tra la provincia di Imperia e quella di Cuneo.

Era il 1900 quando papa Leone XIII, durante la messa della vigilia di Natale in San Pietro, dichiarò di voler dedicare il XX secolo proprio al Redentore. Fu così che ogni regione italiana si preoccupò di rappresentare, sulle proprie vette più alte, statue, croci o monumenti che lo rappresentassero. Con la forza delle braccia e con l’aiuto dei carri, trainati da buoi, costruirono la nostra, nel ponente ligure. Chi ha scolpito questo viso l’ha fatto in modo così preciso e accurato da riuscire a renderlo espressivo, ma… cosa vedono quegli occhi? Ve lo mostro subito.

I panorami sono vasti e variegati, la valle, poi, è incantevole. La bellissima Valle Argentina si trova esat-ta-mente davanti al suo sguardo. Se fino ad ora ve l’avevo fatta vedere dal basso verso l’alto, questa volta potete notare come si mostra all’inverso. Anzi, vi presento anche da qui una chicca: uno dei paesini più graziosi, visto dall’alto della mia valle, Verdeggia, con tutti i suoi tetti in “ciappe di ardesia”, sembra proprio un presepe ed è abitato, nella stagione fredda, da una sola famiglia e dal gestore dell’albergo.

Ora, da questo posto magnifico, dobbiamo scendere e tornare nella nostra tana, prendendo un’altra strada.

Passeremo da San Bernardo di Mendatica e faremo il Col di Nava, ma questa è una sorpresa per la prossima volta e sarà anch’esso un post con immagini spettacolari come queste, che mi auguro tanto, vi siano piaciute.

Buon divertimento e buona passeggiata a tutti, cari topini!

Vostra Pigmy di montagna.

M.