Sere magiche d’inverno di ieri e di oggi

E alla fine, anche quest’anno è arrivato quel periodo fatto di sere magiche e speciali, in cui si sta con il fiato sospeso.

C’è chi attende i regali sotto l’albero, chi se ne sta con il naso incollato alla finestra, nell’attesa di vedere una magica slitta solcare il cielo. C’è chi corre tra le vie della città per fare gli ultimi acquisti frenetici, prima di rintanarsi a casa, chi aspetta la neve con ansia…

E poi ci siamo noi creature del bosco, che questo periodo dell’anno lo viviamo in modo diverso dagli esseri umani.

A prescindere da quello che siamo, però, c’è qualcosa di cui vorrei raccontarvi. Sì, perché sono davvero notti particolari, quelle che ci apprestiamo a vivere, notti che hanno sempre avuto un significato speciale fin dall’alba dei tempi.

E così, a riprova di quello che vi sto dicendo, una sera è venuta a farmi visita Maga Gemma, portando con sé squisiti dolcetti speziati e uno dei suoi mille interessanti racconti.

biscotti

«Gemma, tu lo sai perché in questo periodo dell’anno gli esseri umani si scambiano doni? Per noi animaletti è un momento un po’ gramo, ma so che per gli umani non è così, o almeno non più…»

«Mia cara Pruna, è una tradizione molto antica, anche se è cambiata col tempo. Una volta il regalo principale erano le candele, riesci a immaginare perché?»

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Riflettei: «Be’, il Sole rinasce proprio il 25 dicembre e una candela porta la luce nel buio dell’inverno. Si riaccendeva così la speranza nella bella stagione che sarebbe ritornata, con la sua abbondanza.»

candela centrotavola

«Brava, proprio così. E questa usanza continua a ripetersi ancora oggi, ma le luci non si regalano più… si accendono! Per le strade, sui terrazzi, sopra gli alberi addobbati… tutto è un brillare di luci che sfavillano. E a guardarle pare quasi che si illumini anche il cuore.»

 

«In effetti, il cielo di questo periodo dell’anno sembra più buio, più cupo…»

«Sì, ecco perché sono nate storie di ogni sorta per esorcizzarlo. E, ti dirò di più: spesso queste storie avevano come protagoniste figure femminili.»

«Questa è una cosa curiosa, davvero!»

«Tornando al discorso dei doni, però… vedi, Pruna, oggi è tutto diverso, più consumistico, ma un tempo i doni che si facevano erano altri. Ai bambini si regalavano dolcetti fatti in casa, semi e granaglie. Non c’erano giocattoli e il compito degli adulti era quello di far festa, cucinare e preparare provviste. I bimbi erano la speranza della vita, il ritratto della purezza, e i doni che venivano fatti loro simboleggiavano il nutrimento dei nuovi progetti, i germogli che sarebbero spuntati a primavera, dando inizio a un nuovo ciclo. Era importante che a custodirli fossero le mani dei bambini, magici per natura e semplici nel loro modo di rapportarsi al mondo.»

mani bimbo

«E i bimbi erano quelli che potevano e dovevano mangiare un po’ di più, dico bene? Ecco perché gli si regalavano alimenti nutrienti come quelli che hai elencato.»

semi

«Proprio così, Pruna: giusta osservazione. Se i più piccoli sopravvivevano all’inverno, la Vita lo avrebbe fatto con loro. E ora c’è un’altra cosa su cui vorrei che tu ponessi attenzione… In un momento così freddo, cosa c’era – e c’è – di meglio che starsene al caldo, intorno al focolare a raccontarsi storie?»

 

«Oh, lo so bene! Mi si gelano sempre i baffi e la coda in questo periodo…»

«Bene, mia piccola amica dal cuore grande. Era in questi ultimi giorni dell’anno che si narravano storie in cui giovani eroi prendevano il posto di eroi anziani. C’erano racconti di nuove nascite prodigiose, di belle fanciulle impegnate in eroiche gesta, storie di filatrici, di veggenti e povere vecchine vestite di stracci. Ti dicono niente, tutte queste cose?»

befana

Ancora una volta mi portai una zampina al mento e corrugai la fronte, poi dissi: «Il vecchio e il nuovo, come l’anno che sta per finire e quello che arriverà. E poi erano le donne a scandire i ritmi della giornata, impastando, filando, rassettando, curando la casa e la famiglia…»

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«Esattamente. Ma vorrei farti notare un’altra analogia con un altro elemento femminile, un elemento di cui tutti facciamo parte: esseri umani, animali, piante…»

«Madre Natura, ma certo!» come avevo fatto a non pensarci prima?

«Tutto riconduceva a lei, Pruna. Lei che, grazie al ciclo del Sole, si rinnovava dopo essere simbolicamente invecchiata. Lei che a Primavera sarebbe stata una giovane pronta a dare frutti e che in Estate, invece, sarebbe stata gravida di doni per il mondo. Siamo figli suoi, figli di quella Terra che oggi appare spenta, dormiente, spoglia, ma che domani ci darà ancora la vita. Ma adesso mettiamo da parte questi discorsi e prendi quella latta di dolcetti: li ho portati a te, che sei l’esserino più vicino a un bimbo che io conosca. Mangiamoli, Pruna, te li dono con l’augurio che anche grazie a te nascano presto nuovi progetti.»

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Che altro aggiungere, topi? Io son rimasta a bocca aperta!

Un dolce bacio a tutti voi.

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Il divino nella Vite, nell’Uva e la Vendemmia

Topi cari, l’estate ci abbandona e i suoi colori sgargianti si spengono per lasciare posto a tinte più scure. In tutta la Valle e le sue zone limitrofe le aree collinari sono cariche degli acini succosi e tondi dell’Uva, uno dei frutti autunnali per eccellenza. Com’era divertente, quando ero topina, schiacciarli con le zampe per aiutare con la vendemmia! Una vera gioia, una di quelle che difficilmente si possono dimenticare.

vite e uva

Ebbene, proprio una manciata di sere fa è venuta nella mia tana Maga Gemma. L’ho invitata per condividere con lei l’abbondanza del mio raccolto ed è stata entusiasta di  unirsi a me. La mia tavola era imbandita: non mancavano piatti a base di zucca, mele e frutta secca, ma l’attenzione della Maga era rivolta interamente verso quello che è divenuto il vero protagonista della serata…

«Il tuo vino è squisito, Pruna. Ah, la Vite… che pianta divina!» mi ha detto sorseggiando dal bicchiere.

vino rosso

«Sono proprio contenta che ti piaccia, lo abbiamo fatto io e topo-papà. Non è molto, perché non abbiamo una vigna ampia, ma quel poco che ricaviamo è prezioso, lo usiamo per le occasioni speciali, come questa per esempio.»

«Ti ringrazio, Pruna. Davvero molto gentile da parte tua. Un tempo, così come oggi, il vino era considerato una bevanda sacra, legata al Divino: per questo mi fai ancor più onore offrendomelo con la generosità che ti contraddistingue.»

 

«In effetti, ora che ci penso, il vino insieme al pane non manca mai sulle tavole della Valle…»

«Esatto. E come accade sempre, dietro ogni abitudine ci sono origini e motivi ormai quasi dimenticati.»

«Il pane e il vino sono simboli importanti della religione cristiana, alla quale gli abitanti della Valle sono molto devoti. Credo sia noto a tutti il significato di questa usanza… no?»

Gemma ha annuito: «Hai ragione, certo. Ma persino nella gestualità e nelle parole della religione si celano significati più profondi di quelli che siamo abituati a cogliere in superficie. Fin dall’antichità la Vite è stata assunta come simbolo della divinità, dell’amore e della purezza. Si sono celebrate feste e cerimonie in onore di questa pianta e dei suoi frutti…»

vite

«Parli dell’antica Grecia?»

«Certo, ma non solo.» ha puntualizzato sorseggiando ancora un po’ dal calice. «La Vite divenne uno dei simboli per eccellenza dell’immortalità, sai perché?»

Ho riflettuto un secondo prima di darle la mia risposta: «Be’, i frutti della Vite sfamano esseri umani e bestioline d’ogni genere. E poi dall’Uva si produce il Vino e quest’ultimo viene consumato abitualmente da tutti. Non è difficile trovare la sua analogia con il ciclo di vita, morte e rinascita.»

«Brava, topina!» ha detto soddisfatta. «La Vite ci racconta proprio questo. Ci parla del ciclo delle stagioni, della Trasformazione alla quale nessuno è immune e che coinvolge tutti gli esseri viventi del pianeta. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Lo stesso atto della vendemmia, per esempio, rappresentava nell’antichità la morte, il disfacimento del corpo. Il Vino che si ricava da tale procedimento, necessiterà di buio e temperature basse per essere chiarificato e divenire limpido, come noi lo beviamo. Freddo e assenza di luce sono, guarda caso, due elementi che associamo per antonomasia alla morte, ma l’antica saggezza racchiusa anche nella Vite e nel Vino ci insegna che questi due elementi sono necessari per giungere all’essenza delle cose. Accade nella morte fisica, ma anche simbolicamente nelle avversità che tutti siamo chiamati ad affrontare. Si scende metaforicamente in quelli che chiamiamo gli inferi per poi ascendere al paradiso, al regno celeste.»

damigiana vino

Ero affascinata dall’interpretazione di Maga Gemma, i miei occhi brillavano di meraviglia: «Insomma, niente di diverso da quello che tocca a tutti noi in questa stagione appena cominciata, quella autunnale: attraverseremo il buio e il freddo del prossimo Inverno, per rinascere rinnovati in Primavera, in un ciclo che si ripete sempre e che noi bestioline conosciamo molto bene!».

Maga Gemma ha sorriso: «Esatto, Pruna. Non esiste il tempo dei fiori, se prima non viene il tempo del seme: il momento del buio, del riposo, di un’energia che si concentra all’interno per poi manifestare la bellezza della vita all’esterno.»

A quel punto, restava un solo piccolo nodo da sciogliere nella mia testolina di sorcio: «Maga Gemma… che mi dici, allora, del fatto che i cristiani associno il Vino al sangue?»

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«Una domanda davvero interessante, la tua. Vedi, Pruna, come immaginerai il Vino è diventato sinonimo del sangue per via del suo colore e le sue caratteristiche. E’ il sangue di Cristo offerto per l’umanità. Non siamo abituati a pensare in questi termini, ma il sangue rappresenta la gioia, quella di vivere in armonia con il Creato e le sue leggi, tant’è che perdere sangue, sia esso in piccole o grandi quantità, equivale a perdere un po’ di quella vita preziosa che ci è stata donata. Il sangue che Cristo ci offre è la sua gioia, la gioia di chi vive seguendo i suoi principi. E quella gioia è offerta con amore a tutti noi. Possiamo attingere in ogni istante al suo calice, ma troppo spesso lo dimentichiamo.»

«Wow!» ho esclamato.

vite dipinta

La Maga ha continuato: «Ma il simbolismo in sé nasce dal fatto che, come sai, Gesù ha sempre accettato la volontà del Dio suo Padre “barcollando” molto raramente in fatto di Fede. Ebbene, la prima volta che ebbe paura fu proprio durante la sua notte passata nel Getsemani, nell’uliveto, dove sapeva bene che le guardie sarebbero andato a prenderlo da lì a poco per crocifiggerlo. In quel momento Gesù esclamò: “Padre, tu che puoi tutto, allontana da me questo calice!”, ma subito si riprese e continuò: “Tuttavia, sia fatta la tua volontà, non la mia”. La sua angoscia, Pruna, era così forte e tanti erano il suo spavento e la sua sofferenza che si dice abbia sudato sangue. Quel suo sudore, talmente concreto e intriso di terrore, aveva i bagliori rossi e purpurei del sangue. Lo stesso sangue, sostituito dal Vino, che ancora oggi viene offerto. Ancora una volta, la Fede totale e assoluta verso Dio aveva prevalso in quel cuore puro. Quello venne considerato dai teologi un momento catartico della vita del Messia.»

«Cavoli… non conoscevo questa precisazione. Però, tornando al discorso della gioia… Be’ mi pare proprio di capire che, ancora una volta, gli esseri umani si facciano tanti problemi, quando in realtà avrebbero la soluzione a portata di mano, sotto i loro occhi, dico bene? Basterebbe solo comprendere di avere dentro una riserva preziosa di gioia e amore, per non focalizzarsi sempre e solo sulle cose negative.»

«Hai detto proprio bene, amica mia. Pensaci tu a ricordarlo, ora però propongo un bel brindisi.» ha detto, alzando il calice.

«Alla gioia!»

«E all’Amore, di cui dobbiamo ricordarci sempre.»

«E sia!»

Unitevi a noi, topi! Brindiamo insieme! In alto i calici, allora, e… Cin cin!

Un Santuario, una Pastorella e le Uova

Tempo fa vi ho portato a visitare il Santuario di Corte, meglio conosciuto come  Madonna del Ciastreo, una Chiesa molto conosciuta nella mia Valle eretta in seguito a un miracolo. Cliccando qui potrete leggere la storia della pastorella che riacquistò l’uso della parola, ma non vi ho mai raccontato con precisione come andarono le cose quel giorno.

La bimbetta aveva portato al pascolo le sue mucche e, alla sera, tornando a casa, era stata colta da un violento e improvviso temporale. Certe tempeste, si sa, in montagna possono essere spaventose.

Dove oggi sorge il Santuario, un tempo c’era un passaggio attraversato da un piccolo rio che, quel giorno, a causa della pioggia incessante, si era trasformato in un torrente impetuoso che impediva alla pastorella e alla sua mandria di attraversare il canale e far ritorno a casa.

La pastorella, sorda e muta dalla nascita, non poteva nemmeno gridare per chiamare aiuto ed era rimasta ferma davanti a quell’acqua che scendeva a valle. Non riusciva neanche a muoversi, completamente frenata dallo spavento. Anche le mucche iniziavano ad agitarsi e lei piangeva.

In quel momento che la Madonna le è apparsa davanti e con voce dolce le ha detto: Passa pure, non ti accadrà nulla, le acque non ti faranno niente. La giovane, assai stupita e in preda al terrore, ha obbedito ed è riuscita a passare dall’altra parte senza complicazioni: non appena ha messo un piede nell’acqua, il torrente è ritornato a essere il piccolo rigagnolo di sempre. La pastorella si è voltata per ringraziare la Vergine Maria, la quale le ha detto ancora: Ora torna al paese e racconta a tutti quello che è successo, affinché qui possa essere eretto un Santuario in mio onore e che tutti possano venire a pregare per ricevere delle grazie da me.

La pastorella, emozionata, è corsa a casa e proprio mentre si chiedeva come fare a raccontare quello che era le successo, si è resa conto di poter parlare. La sua voce era uscita limpida e chiara, proprio come l’acqua che poco prima le era stata amica.

Il Santuario è stato costruito in onore della Madonna e, ancora oggi, è visitato e frequentato da molta gente. Alcuni sono pronti ad affermare che la storia della pastorella non sia una fiaba inventata, ma pura realtà. Che fascino la mia Valle!

Sono diverse le cerimonie e le feste che vedono questa costruzione religiosa protagonista, ma ce n’è una davvero curiosa e inusuale. Si tratta del giorno in cui si celebra: la benedizione delle uova.

Tra la seconda e la terza domenica seguente alla Pasqua, i molinesi si recano al Santuario per la celebrazione religiosa e, al termine della funzione, vengono offerte a tutti i presenti uova sode da mangiare in compagnia nel cortile adiacente alla Chiesa. Queste uova, prima di essere spartite e divorate allegramente in compagnia accompagnandole con del buon vino, vengono benedette dal Parroco. Non si conosce l’origine di questa tradizione, poiché i documenti che potrebbero svelarla sono andati persi con i bombardamenti del secondo conflitto mondiale, ma è risaputa la simbologia di rinascita legata alle uova e, con esse, al periodo primaverile.

E’ una circostanza davvero simpatica per vivere tutti assieme e felici la Pasqua e l’amicizia, noi della Valle siamo sempre molto cordiali e amiamo vivere eventi significativi tutti insieme condividendo emozioni.

Se dovesse capitare anche a voi di passare da quelle parti in quei santi giorni, preparatevi e state pur certi che non mangerete in solitudine!

Pancia mia fatti capanna!

Squit!

Dai granai della Valle alla tavola: la trasformazione del grano e di te

Topi, qualche volta capita che, anziché invitarla io, sia Maga Gemma in persona a chiedermi di andare da lei a consumare un pasto salutare e genuino. E, cercate di capirmi, come posso rifiutare tanta gentilezza?

Ebbene, ieri ho avuto il piacere di essere ospitata a casa sua. Mi sono seduta al suo tavolo, avvolta dai rivoli di fumo dell’incenso, e mi sono preparata ad ascoltare quello che avrebbe voluto insegnarmi. Quando si parla di Maga Gemma, infatti, c’è sempre qualcosa da imparare, statene certi!

tavola apparecchiata - occasione speciale

«Mia cara topina, sai perché ti ho invitata da me, oggi?»

Ho scosso la testa, così lei ha continuato: «Perché desideravo parlarti di una cosa che credo sia molto importante.»

«So che può sembrare strano, detto da me, ma sono tutt’orecchie!» ho ribattuto.

La Maga ha sorriso: «Molto bene. Come sai, la Natura può essere nostra Maestra in moltissime occasioni. Nessuna creatura terrestre può sottrarsi alle sue regole e ai suoi influssi, che influenzano ogni cosa. A dire il vero, volendo essere precisi, non è solo la Terra a influenzare le creature che la abitano: i pianeti, le stelle e l’Universo intero hanno potere sull’Esistenza.»

Pendevo già dalle sue labbra, topi! Non ho fiatato, l’ho lasciata continuare, perché volevo capire dove volesse arrivare con quei discorsi grandiosi.

«Adesso, per esempio, ci troviamo in un momento dell’anno molto particolare…»

I suoi occhi mi hanno interpellata, così ho cercato di dire la mia: «Sì, siamo in Estate!»

«Esatto, piccola amiche. Ma anche l’Estate ha in sé diverse energie.»

Questa Maga mi fa sudare freddo, con le sue domande a trabocchetto: «Be’, è la stagione dei frutti…» ho risposto.

«Proprio così, ma è anche molto altro. Conosci il motto “Come sopra, così sotto; come dentro, così fuori; come l’Universo, così l’Anima“?»

Ho riflettuto un attimo su quella specie di indovinello appena ascoltato, poi ho scosso la testa: «No, non mi pare di averlo mai sentito.»

«Era proprio qui che volevo arrivare. Forse non avrai mai udito le parole umane di cui ti ho resa testimone poco fa, ma sono sicura che tu in realtà le conosca profondamente: sei una bestiolina e, come tale, sei molto sensibile ai cambiamenti della Natura, molto più di quanto lo siano gli esseri umani, ormai offuscati dai loro pensieri e spesso dormienti. Il moto del nostro pianeta intorno al Sole ha fatto sì che il nostro emisfero lo scorso giugno entrasse nella stagione in cui ci troviamo tuttora, l’Estate. L’energia dapprima euforica di questo periodo, data dal Sole che con i suoi raggi ci scalda e permette alla Natura di rinascere, ora, sul finire di luglio, assume sfumature differenti. E’ tempo di trasformare i doni preziosi della Natura, lo sai bene anche tu.»

«Ah sì, è vero! E’ tempo di conserve e provviste, sia per gli esseri umani che per noi animali del bosco.» ho detto entusiasta, credendo di essere entrata meglio nel discorso che voleva farmi la Maga.

Grano

«Proprio così. Ed è la Trasformazione, quella di cui voglio parlarti oggi.» Dicendo così, mi ha porto del pane fragrante. Era tiepido, sfornato da poco, e aveva un profumo e un aspetto indescrivibili. «Per lungo tempo, qui in Valle Argentina, le coltivazioni di grano hanno arricchito i pendii delle montagne con il loro colore oro. Che tinta meravigliosa, topina! Quello del grano è l’oro della rinascita, del Sole che sorge al mattino con tutte le sue potenzialità. E’ la nuova Vita in tutta la sua prorompenza.»

«Il mattino ha l’oro in bocca, come dice il detto popolare!»

«Esatto, ed è davvero così. Come ti dicevo, il grano era protagonista indiscusso dei nostri luoghi…»

«Sì, non per niente Triora era il granaio della Repubblica di Genova» l’ho interrotta per la seconda volta.

farina

Maga Gemma ha annuito: «E non solo! Tutta la Valle abbondava di una qualità di grano particolare e unica per le sue proprietà. Il nostro grano sfamava gran parte della Liguria, e arrivava fino alla Francia. Questa ricchezza si traduceva anche in un’infinità di mulini, i quali funzionavano grazie allo scorrere del torrente Argentina e alla forza della sua acqua. Ora non esistono più, ma un tempo il grano veniva macinato nei numerosi mulini che hanno dato il nome al borgo di Molini di Triora, ma ce n’erano anche in altre località della Valle. Lì si macinava il grano che con fatica veniva raccolto e trebbiato, è in quei luoghi che avveniva la prima Trasformazione: dal chicco si ricavava la farina, e la farina è l’ingrediente essenziale di una pietanza che, come abbiamo già avuto modo di dire io e te, viene consumata quotidianamente.»

pane grano valle argentina

«Certo, il Pane!» ho esclamato.

«Oh, bene! Il Pane è la seconda Trasformazione.» A questo punto, ha spezzato la profumata pagnotta, sfoggiandone l’interno. Aveva lievitato proprio bene, perché l’impasto era ben forato e leggero. «Il Pane, per la gente di questi luoghi, era una ricchezza. Era ed è ancora un vanto, un simbolo di abbondanza e ringraziamento. Col Pane sulla tavola si rendeva Grazie a Madre Terra per il raccolto appena svolto, ma anche a Dio, che permetteva all’uomo di sopravvivere grazie ai doni della Terra che lui concedeva ai propri figli.»

spezzare il pane

«Nel Vangelo al quale gli umani si affidano si dice che Gesù spezzò il Pane e rese Grazie, dicendo che esso è il corpo del figlio di Dio offerto in sacrificio per l’umanità.» La Maga, con quel gesto, mi aveva ricordato le parole che ho udito tante volte recitare passando nelle vicinanze delle chiese. Anche se una topina come me non appartiene alle religioni degli uomini, non ho potuto fare a meno di notare l’analogia tra Gemma e le gestualità dell’eucarestia.

«Ecco, brava, hai fatto proprio una bella considerazione. Il Pane è il corpo della Terra, possiamo leggere così questo passo del Vangelo. E il corpo della Terra, come sapevano bene le antiche popolazioni, è anche quello di Dio, dell’Energia Universale che tutto pervade. E’ un corpo trasformato, poiché dal seme è stata tratta la farina per plasmare poi una forma nuova. E arriviamo così alla terza e ultima Trasformazione…» Mi ha offerto una metà di quel suo pane invitante e io l’ho preso tra le zampe tremanti di emozione. «Riesci a dirmi quale sia? Non mangiarlo, aspetta ancora un momento.»

pagnotte

«Credo… forse la terza Trasformazione avviene dentro di noi?»

«Bravissima! Con il gesto di portarci il Pane alla bocca, introduciamo in noi il frutto della trasformazione, dell’abbondanza e della gratitudine. Ecco la chiave per attraversare nel modo più giusto questo periodo dell’anno. Purtroppo non tutti lo sanno, ma sono sicura che tu saprai fare in modo di divulgare questa importantissima conoscenza. Mangiando il Pane con consapevolezza, possiamo portare dentro e fuori di noi la trasformazione che vogliamo vedere avverata. Ci poniamo nella condizione di ricevere abbondanza, ma possiamo ottenerla davvero nella nostra vita solo se utilizziamo l’ingrediente fondamentale: la Gratitudine. “Spezzò il Pane e rese Grazie”, dice il Vangelo. Se si è in grado di ringraziare per ciò che non si è ancora ottenuto, per ciò che si possiede già e, meglio ancora, ringraziare incondizionatamente, avverrà in noi la terza trasformazione. Come in alto, così in basso: i moti celesti hanno condotto la Terra e i suoi abitanti in questo periodo stagionale, e noi risentiamo delle sue energie. Come dentro, così fuori: mangiando il Pane, che è il frutto della trasformazione, possiamo trasmutare la nostra realtà interiore ed esteriore. Come l’Universo, così l’Anima: l’Energia di questo momento ci spinge a ringraziare e a godere appieno di quello che abbiamo conquistato con fatica. Ti è più chiara, ora, l’affermazione che ti avevo presentato all’inizio?»

«Sì, Maga Gemma, ed è veramente fantastica! Ora il Pane assume per me un significato nuovo, ancor più importante. Grazie per questa condivisione, ti sono profondamente grata.»

«Brava, vedo che ti sei messa sulla giusta lunghezza d’onda per la serata che avevo in mente. Mangiamo, ora. E ricorda: queste caratteristiche si protrarranno fino al periodo autunnale, quando ci sarà un nuovo simbolo trasformativo di cui parlare…»

«… il Vino!»

«Esatto. Buon appetito, piccola amica. E che la tua Trasformazione sia grandiosa!»

Con quelle parole, Maga Gemma ha toccato delle corde talmente profonde dentro di me da lasciarmi senza squittii. Il suo augurio, topi, lo rivolgo a voi quindi. Fate tesoro di quello che avete imparato fin qui, mi raccomando!

Il Rovo – l’Intelligenza del Bosco

Questa pianta, che noi crediamo essere infestante e antipatica perchè piena di spine e perchè impenetrabile, è in realtà colei che ridà al terreno un nuovo DNA.

Mi spiego meglio. Vi siete mai chiesti perchè, in un terreno incolto, dopo un po’ nasce o sopraggiunge sempre un roveto? Ci sarà pure una spiegazione! Il rovo, pianta robusta e perenne, difende il terreno su cui mette radici meglio di qualsiasi altra pianta. È forte, ha le spine, e come una madre difende i cuccioli che stanno per crescere. Quel terreno che non ha più la sua intelligenza, il suo giusto bilanciamento per formare un habitat perfetto, viene riorganizzato dal rovo. Ecco perchè si dice che questa pianta ridoni intelligenza al bosco. Anche quando un terreno è ricco di piante, il rovo avrà sempre il suo bel da fare. Tuttavia il suo scopo non è solo quello di proteggere, ma anche difendere. Nascerà, infatti, tutt’intorno alla vegetazione boschiva come le mura di una vecchia città. È difficile trovare un roveto nel centro di una fitta foresta, per esempio, a meno che in quel punto, molto prima, non ci sia stata una rottura della perfezione di quel macromondo. Se poi pensiamo ai bellissimi fiorellini bianchi che il rovo ci regala in primavera e ai frutti, buonissimi, che ci dona d’estate, questa pianta ci risulta ancora più simpatica. E ditemi: avete mai visto un fiore soffocare sotto il roveto? Mai! Il rovo non uccide i suoi simili aggrovigliandosi sopra senza lasciare loro spazio. Il rovo li protegge soltanto. Per noi rappresenta un pericolo e un impiccio, ma non per le altre piantine che, anzi, proprio grazie a lui, possono tornare a rinascere indisturbate.

Impariamo quindi ad apprezzare anche lui, perché sta svolgendo un ruolo molto importante e faticoso. Spesso deve innalzarsi tantissimo, a dismisura, pur di riuscire ad arginare tutto ciò che lui reputa in pericolo o ritiene  vergine, da doversi ancora formare. Sì, vi sembrerà strano, ma è proprio grazie al rovo che esistono le piante che ci circondano, che ci aiutano, che ci danno ossigeno.

Un abbraccio pungente,

la vostra Pigmy.

M.