4 luglio 1944

Molini di Triora. Un giorno di guerra. Un altro terribile giorno di guerra.

Antonio Allaria Olivieri ricorda quel giorno con i brividi.

Di fronte all’entrata di quello che oggi è l’Hotel Giovanna, uno dei più rinomati ristoranti e alberghi del paese, c’era un fienile. Il proprietario di questo hotel, Francesco, all’epoca aveva 8 anni, ma ricorda tutto come se fosse avvenuto ieri, anche lui come Antonio.

Quel giorno, il 4 luglio del 1944, dodici italiani sono stati obbligati dalle truppe naziste a entrare in quel fienile e, una volta chiusi dentro, hanno appiccato il fuoco. Ora, al posto della baracca andata in fiamme, c’è un monumento che li ricorda. E’ una lapide su un grosso masso che riporta la seguente scritta:

“Nella luce di Cristo, nel cuore dei cittadini, un ricordo e un ammonimento presenti gli spiriti di tutti i caduti nel nome della libertà e della patria”.

Prima di questa frase è stato inserito l’elenco di tutti i nomi.

Francesco guardava dall’altra parte del fiume divampare quelle fiamme sempre di più. Antonio ne ha ancora vivo il ricordo.

Questo non è l’unic scempio compiuto dalla guerra, ma vedere oggi questi due uomini che, con il loro sorriso, conducono le loro attività di ristoratore e agricoltore è toccante allo stesso modo di guardare in faccia ogni giorno i nostri nonni.

In quel fienile non c’erano degli sconosciuti. C’erano amici, parenti, conoscenti. E’ straziante veder pensare Antonio e Francesco alle grida dei poverini, vedere i loro occhi che per un attimo si perdono nel vuoto del ricordo per tornare poi a sorridere, ancora una volta. Quell’attimo di tristezza, non glielo può cancellare nessuno dalla profondità degli sguardi.

Ogni paese ha vissuto i propri incubi. Per l’abitato di Molini questo è uno dei più tristi ricordi, un omicidio senza giustificazione, ma solo, pare, per il divertimento di farlo.

Per molti abitanti di Molini, quello che vi ho mostrato oggi è uno scorcio sacro. E non potrebbe essere altrimenti.

M.

Un Santuario e un Ristorante

Siamo di nuovo presso il ponte di Loreto, ma questa volta non è per parlarvi di lui.

Da come potete vedere in questa prima foto, a ridosso del monte, vicino al ponte, ci sono una chiesetta e una casa bianca; quella è una trattoria.

Basta. Non c’è altro, ma è proprio lì che oggi andremo, perchè anche loro, meritano una visita. Perchè sono da sole, si tengono compagnia assieme a qualche minuta casetta qua e là ma sanno offrire tanto. Fanno ovviamente parte del comune di Triora.

Il Santuario, nominato anche Santuario di Nostra Signora delle Saline, sta a significare e ricordare, lo smercio che si effettuava attraverso la Via del Sale che collegava la Valle Argentina con il Piemonte. Una delle tante Vie del Sale in quanto, sì, sono parecchie.

A questo Santuario, ogni prima domenica di settembre, i fedeli dedicano una festa e, nel corso degli anni, lo hanno riempito di voti e testimonianze di fede in onore alle grazie ricevute dalla Madonna.

Costruito interamente in pietra e appoggiato su una grande roccia, ci offre un artistico campanile che sembra un puzzle di sassi e, accanto a lui, possiamo godere di una vista spettacolare.

Al suo interno troviamo anche numerosi dipinti di Lorenzo Gastaldi, pittore del ‘600 e notiamo che, questo nome, non si accomuna solo ai quadri che lo abbelliscono ma anche ad una lapide, sulla parete esterna della chiesa a testimoniare che, quel luogo di preghiera, fu proprio fatto costruire dalla famiglia Gastaldi di Triora, nella prima metà del XVI secolo, come descrive anche nei suoi scritti, Padre Francesco Ferraironi nel 1913.

Questo Padre, sacerdote e grande conoscitore della Valle Argentina, ha fatto incidere e collocare tantissime targhe in Triora e nelle vicinanze e, il Santuario di Loreto, ne è la dimostrazione. Una bellissima insegna, in marmo bianco, del 1953, ad esempio, riporta una frase, in dialetto, nella quale si richiede protezione costante alla Nostra Signora : Madonna di Loreto, Madre Santa, prendetevi di noi tanta compassione, fate da intercezione presso Dio, essendo la nostra vera protettrice. Noi vogliamo la vostra benedizione, che ci guidi tutti finchè viviamo.

Leggendola nel nostro dialetto, potete notare le simpatiche rime.

Davanti al Santuario, sopra al portone sovrastato totalmente da un portico  in ardesia, c’è un bellissimo dipinto raffigurante gli Angeli che trasportano Maria, con Gesù neonato, contornata da nuvole.

La scritta in latino sta a significare un messaggio per ogni pellegrino: – Sotto questo tetto nessun voto va perduto. Da questa fortezza nessun uomo torna rattristato -.

E’ proprio di fronte a questa entrata che si erge il monumento in onore ai martiri della libertà della Valle Argentina e, in principal modo, a Gian Vittorio Guglielmo Vitto, Comandante della II divisione Garibaldi, mancato nel 2002.

Un grande masso, ornato di fiori, ne riporta il viso scolpito con massima precisione.

E’ dall’altra parte della strada invece che troviamo il piccolo ristorante di Loreto, il bar-trattoria, rappresentato da una semplice insegna, dove sopra sta scritto “Cucina Tipica Ligure” e niente di più.

A parte il mio rapporto di – odio/amore – con la proprietaria, dato che mi detesta perchè le fotografo le bacche degli arbusti fuori dal suo ristorante (potete capire di cosa sto parlando nel mio post “Sfatiamo un mito”), io adoro questo posticino, perchè è veramente tranquillo e la sua particolarità è che, a qualsiasi ora tu arrivi, puoi ordinare panini al salame a volontà. Si ok… ehm… con il salame, la signora è un pò tirchia ma… diciamo che le voglio bene lo stesso. Oh! Siamo liguri o no?

Ecco quindi giungere sul nostro tavolo fette di morbido pane di Triora, un tipico pane delle nostre parti, con del buon salume, accompagnato da una bottiglia di acqua fresca della sorgente e ottimo Dolcetto. Mi è d’obbligo, a questo punto, perdonare la tenutaria dai suoi sguardi malefici nei miei confronti e verso la mia fida macchina fotografica.

All’interno, questo modesto locale, arredato come un tempo erano le osterie montane, è colmo di fiori secchi, teiere di ogni tipo, pentole di rame appese, animali imbalsamati: una volpe, una testa di cinghiale, un tasso, degli uccelli e i pochi tavolacci di legno, che arredano la sala da pranzo, sono ricoperti da tovaglie a quadretti bianchi e rossi, colorando così in modo alpino e “alla buona”.

Ora, è inutile che sto a raccontarvi cosa non ho dovuto fare per fotografarvi la volpe che vedete nelle immagini. Non solo le capriole e i tripli salti carpiati, ma ho dovuto anche distrarre la ristoratrice. Se si arrabbia per le bacche selvatiche, figuriamoci per la volpe di sua proprietà!

Questa macabra immagine (lo so), può non essere piacevole e lo riconosco, ma così è abbellito questo luogo e come tanti altri d’altronde. Purtroppo è l’usanza. Io comunque me ne vado prima di venire impagliata anch’io. Il lato positivo è un delizioso e gustosissimo menù in un posticino alla buona, economico e isolato da traffico e rumori.

Vi saluto e scappo, alla prossima, vostra Pigmy.

M.