Il Ponte di Mauta

Che meraviglia, topi miei!

Qui nella mia Valle ci sono tantissimi ponti, sono antichi, veri e propri monumenti storici che resistono con tenacia allo scorrere del tempo, e spesso ve ne ho parlato.

Oggi voglio farvi conoscere meglio il Ponte di Mauta, proprio sotto quello gigantesco e colossale di Loreto.

ponte di mauta triora loreto

E’ romanico e il suo arco è lungo ben sedici metri. Sopra di esso svetta il capolavoro di architettura moderna che dal 1960 è divenuto uno dei simboli della Valle Argentina. Prima del ponte di Loreto, a essere usato era quello di Mauta, immerso nel bosco e invaso da rampicanti che lo incorniciano tutto, come fosse un quadretto. Sotto di lui scorre in gole profonde il torrente Argentina. Non si può descrivere la bellezza di questo luogo, il cuore palpita dall’emozione guardando in giù, affacciandosi dal basso parapetto per raggiungere con lo sguardo l’acqua scura che scende impetuosa a valle, con innumerevoli giochi d’acqua, curve e sfumature. L’Argentina pare contorcersi, è facile rassomigliarlo a un serpente che striscia via, lontano. La natura rigogliosa pare voler proteggere il ponte e il corso d’acqua, li abbraccia, impedendo di godere appieno della loro vista.

torrente argentina forra grognardo ponte mauta

Un tempo era temuto, questo luogo. Il bosco era ritenuto la dimora di creature malvagie, demoni e streghe. Qui la vegetazione si faceva – e si fa – più fitta e quel torrente scuro per via della luce del sole che fatica a sfiorarlo divenne con facilità il luogo prediletto per le congreghe delle bàzue. Più in basso del ponte di Mauta, dove l’Argentina si incontra con il Rio Grognardo, si forma una conca d’acqua celebre e conosciuta come Lago Degno. Ve ne ho già parlato altre volte, per cui non mi soffermerò a farlo ancora.

E’ un luogo suggestivo, uno dei più belli della mia Valle, non esagero! In questa stagione, poi, credo dia il meglio di sé in quanto a colori.

Qui convergono le mulattiere del Langan, in un antico sentiero che permette di raggiungere addirittura le Cime di Marta e il Monte Gerbonte. Fino agli anni Sessanta del Novecento – non molto tempo fa, quindi – il Ponte di Mauta rappresentava l’unico collegamento con Cetta e passaggio per raggiungere la vicina Val Nervia e la Francia. Sono percorsi ancora oggi praticabili, di cui il ponte è un crocevia. Risalendo il sentiero poco prima di esso, si può giungere a Loreto, tornare a Triora, oppure andare avanti per Creppo, Bregalla, Realdo e Verdeggia. Proseguendo, invece, si giunge a Cetta oppure a Molini di Triora.

Un ponte importante, insomma, anche se oggi è stato quasi dimenticato per il suo cugino più moderno. Eccolo qua, il contrasto tra i due: il parapetto di pietra del vecchio confrontato col cemento in lontananza del nuovo. Che strano effetto fa, non trovate?

ponte di mauta e ponte di loreto

Il Ponte di Mauta è conosciuto, invece, da chi pratica canyoning nei torrenti della Riviera dei Fiori, uno sport che consiste nella discesa a piedi di corsi d’acqua che scorrono in gole strette e modellate nella roccia, formando cascate. Da Loreto, infatti, un cartello  esplicativo sulla Forra Grognardo riporta tutte le regole e le caratteristiche del percorso torrentistico, segno della grande frequentazione del luogo da parte di appassionati.

Nei pressi del ponte è stata posta una lapide a ricordo di un giovane che qui perse la vita per via di una caduta accidentale che gli fu fatale. Per la precisione, su di essa si legge:

A Roberto Moraldo di anni 17 da caduta mortale decedeva il 14.09.1927. I genitori e parenti inconsolabili posero.

lapide ponte di mauta

Eh, topi, bisogna fare attenzione alle pendenze di questa zona, purtroppo. Lo strapiombo è notevole, non lo si può negare, intimorisce per la sua profondità. Un tempo non era sicuramente difficile che questi incidenti accadessero, ma oggi, per fortuna, sono facilmente evitabili e, con la giusta prudenza, possiamo godere del panorama mozzafiato che questo angolo di Valle Argentina offre ai nostri occhi.

Vi mando un vertiginoso saluto!

La vostra Pigmy.

 

Caino e Abele nella Valle Argentina

Questa è la storia (vera) di due fratelli che vissero in Valle Argentina, precisamente nei pressi del borgo di Loreto, verso la fine dell’800 e i primi anni del ‘900.

I due fratelli, il cognome dei quali iniziava per L. ma non posso svelarlo del tutto, vivevano in due case di pietra in uno dei punti più rocciosi della Valle. Siamo in Alta Valle, oltre Triora e poco prima di Realdo, dove le lisce e alte pareti di roccia oggi permettono scalate a chi ama arrampicarsi.

Non c’era terra e le loro dimore erano state costruite su dei costoni che si affacciavano sul torrente.

Uno dei due, il più anziano, coltivava un piccolo pezzo di terra davanti a casa. Un appezzamento molto prezioso, in quanto di terra, in quel punto lì, non ce n’era per niente.

Un giorno, il fratello più giovane, passando vicino alla campagna del maggiore, permise alla propria capra di divorare un cavolo di quell’orto e questo fece arrabbiare così tanto il più grande che prese una grossa pietra e la scagliò contro il fratello più piccolo e irrispettoso, colpendolo proprio alla testa. Non lo uccise, ma si fece ugualmente circa otto anni di duro carcere. Una volta uscito di galera, tornò in quella casa e rivide il fratello. Per niente soddisfatto e ancora pieno di rancore, questa volta gli tirò una badilata sul viso, ma lo ferì solamente a un labbro e quindi non venne messo in gattabuia.

Viene subito da pensare che questo fratello maggiore fosse davvero una persona cattiva, violenta e rancorosa, ma io, senza giustificare né giudicare nessuno, vorrei porre l’attenzione su qualcosa che forse sfugge ai più, ma che riguarda tutta la mia Valle.

Partiamo dal presupposto che non si fa del male a nessuno, così evito eventuali incomprensioni. Come già sapete, sono contro la violenza di qualsiasi tipo e verso chiunque, però una cosa che al giorno d’oggi non riusciamo più a comprendere è l’immensa ed estenuante fatica che un tempo, soprattutto in certe zone della mia Valle e di tutta la Liguria, si compiva nel cercare di creare spazi pianeggianti atti alla coltivazione per evitare di morire di fame. La Liguria è una regione morfologicamente molto difficile da coltivare. La Valle Argentina è culla, inoltre, del monte più alto di tutta la regione (il Saccarello, 2.201 mt). Questo indica come la mia sia una Valle che, in pochi chilometri, dal mare giunge ad alte vette, quindi potete capire come sia aspra e scoscesa, seppure bellissima. Durante la costruzione di terrazzamenti e muri a secco, per creare le famose “terrazze liguri”, strisce di terreno nelle quali seminare ortaggi e grano, si faticava assai. Cumuli di terra e grosse pietre pesanti venivano trainati con sforzi disumani, in salita, per chilometri e chilometri o a braccia o con l’aiuto di muli che, spesso, sfiniti anch’essi, dovevano fermarsi a riposare. Una volta trasportato tutto il materiale in alto con sangue e sudore, si iniziava il lavoro: si disboscava o si spaccavano rocce e falesie (a mano!), si scavava, e non c’erano di certo le ruspe, si  ergevano muri e poi si procedeva al riempimento con la terra che veniva poi battuta e smistata (sempre a mano!).

Ora, nonostante con questa spiegazione sia impossibile concepire veramente la fatica di quegli uomini, potete credermi se vi dico che ogni dono della terra, nato in quelle sottili strisce, era un tesoro dal valore inestimabile che permetteva il sostentamento.

Questo, lo ribadisco, non vuole giustificare l’atto del fratello maggiore, ma, proprio da chi è sangue del mio sangue, io non mi aspetterei un gesto così poco rispettoso come quello di far mangiare il mio cavolo a una capra che aveva ettari interi di bosco e brughiera nei quali sfamarsi.

Il gesto del fratello più grande, ripetuto poi attraverso la vanga, è sicuramente imperdonabile, ma non badiamo a lui per un attimo. L’importante, secondo me, è osservare con gli occhi dell’ammirazione e dello stupore quello che, oggi, nella Valle, ci circonda.

Quando notiamo le nostre montagne e le nostre colline trasformate in enormi gradini, soffermiamoci a pensare alla portata del lavoro di gente che ha sfamato anche i nostri nonni e i nostri padri. Se ci pensate bene, guardando questo territorio, ha davvero dell’incredibile.

Un caro saluto, Pigmy.

Stregati dal sentiero

Questa Primavera è davvero pazzerella con il suo tempo instabile, ma niente può fermare la vostra Pigmy dal percorrere sentieri in lungo e in largo per la Valle.

E allora un sabato di questi decido di inoltrarmi su un percorso intitolato da molti alle streghe, proprio perché attraversa alcuni dei luoghi che si credevano frequentati dalle nostre ormai celebri bàzue.

Con lo zaino in spalla e topoamico a fianco a me, mi addentro nell’abitato di Molini di Triora, passando accanto alla bottega stregata di Angela Maria e salendo su per i carruggi. Il pavimento lastricato si fa sterrato nei pressi del camposanto, e si continua a salire la stradina tortuosa, una mulattiera che conduce fino a Triora.

sentiero molini di triora

Durante la salita non possiamo impedirci di fermarci a godere della vista. L’abitato di Molini è sempre più piccolo, sembra un presepe sotto le nostre zampe. Sopra di esso, svettano i monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, antico luogo di culto delle popolazioni liguri nonché importante per i pascoli alti in cui i pastori trascorrevano – e trascorrono ancora – i mesi più caldi con il bestiame. Si distinguono molto bene anche i borghi di Andagna e Corte, che formano un triangolo con il più basso Molini.

Molini - Corte - Andagna

Intorno a noi è un tripudio colorato e profumato di fiori, la natura è rinata, finalmente! Fiori candidi spandono per l’aria la loro dolce fragranza, mescolandosi a quella dei meli selvatici, dei ciliegi e dei rovi. L’erba è alta e di un verde brillante, le timide lucertole fuggono via veloci al nostro passaggio. E poi le farfalle! Ce ne sono tantissime e dalle ali variopinte, accarezzano i fiori con la loro tipica eleganza e poi volteggiano via, alla ricerca di nuovo oro da poter gustare. Le api sono così operose e impegnate da non badare alla nostra presenza, ronzano allegre, affaccendate, tuffandosi in tutto quel ben di Dio fiorito fatto di tarassaci, pratoline, trifogli e nontiscordardimé.

Continuiamo a salire col profumo nelle narici, godendo della vista dei borghi vicini di Corte e Andagna. Ogni tanto qualche gocciolina di pioggia ci cade sul muso, come rugiada, ma noi non ci lasciamo intimorire dalla sua bugiarda minaccia e, di buona lena, raggiungiamo la parte bassa di Triora. C’è una panchina qui, con vista sulla Valle. E’ uno spettacolo per gli occhi restare seduti a guardare la vita umana che scorre sotto di noi, si intravedono le automobili, piccole, piccole come quelle dei modellini. Proprio alle spalle di quel sedile panoramico c’è la chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente al XVII secolo, come reca il cartello posto sull’ingresso. La sua facciata colorata si intona bene col prato rigoglioso, pare un fiore anch’essa.

Proseguendo, ci troviamo a poggiare le zampe sul nero asfalto della strada provinciale e continuiamo a camminare in salita fino a raggiungere il tratto di mulattiera che conduce alla chiesa campestre di San Bernardino, ben segnalato.

chiesa san bernardino triora

Questo piccolo edificio è un vero gioiello della mia Valle, così antico che, se fosse un essere vivente, avrebbe il volto scavato da rughe profonde. Raggiungiamo la chiesa e anche qui troviamo delle panchine; possiamo fermarci, se lo desideriamo, per mangiare un boccone prima di ripartire.

chiesa san bernardino triora2

Fiancheggiamo a questo punto l’edificio, passando sotto le arcate dei contrafforti, e proseguiamo in discesa. Ci sono piccole case ai margini di questo sentiero, alcune davvero suggestive, con sculture moderne poste a ogni angolo e curate nei minimi dettagli, seppure lasciate alla loro spartana semplicità. Poco dopo esserci lasciati alle spalle l’agglomerato di costruzioni in pietra, ci troviamo a un bivio. Dobbiamo salire, dirigendoci verso Loreto.

Come si fa bello il sentiero, topi miei! L’erba è alta, succulenta, e gli alberi sono più fitti. Ciliegi, meli selvatici, noccioli, querce e carpini ci fanno da tetto con le loro fronde rigogliose e in aria volano fiocchi di polline come fossero neve. Si continua a scendere, e ogni tanto il sentiero è attraversato da giocosi ruscelli, che scendono giù da chissà dove, non ne vediamo l’inizio né la fine. Creano polle d’acqua limpida, lo scroscio è piacevole, lento. Li attraversiamo con estrema facilità, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, eterni presenti soprattutto in questo periodo dell’anno, mentre gridano al mondo le loro canzoni d’amore. Nonostante le numerose deviazioni, continuiamo a seguire il sentiero maestro, senza mai abbandonarlo, e seguiamo il segno rosso e bianco, sicuri di non rischiare di sbagliare strada. Ci imbattiamo persino in un tavolo da pic-nic.

sentiero triora

A un certo punto arriviamo in un posto bello, meraviglioso, incredibile! Giungiamo sul ponte di Mauta, sotto quello più moderno e vertiginoso di Loreto. E’ una costruzione antica, in pietra e, salendoci sopra, si può godere di uno spettacolo che ci toglie il fiato: sotto di noi scorre il torrente Argentina, scavando gole profonde e scure.

Qui l’acqua sembra quasi d’inchiostro, perché la luce solare fatica ad accarezzarla e rischiararla con i suoi raggi dorati. Poco più in giù delle gole di Mauta si trova la località di Lago Degno, luogo un tempo rinomato come raduno delle bàzue, che vi si incontravano in compagnia del demonio (così dice la leggenda). Oggi, invece, Lago Degno è frequentato da esploratori, turisti ed esperti di canyoning, nonostante il divieto di accesso che dal 2010 interessa tutta la zona per via di un enorme masso che rischia di franare. Restiamo ad ammirare le curve del torrente, affascinati da questo ennesimo spettacolo naturale della mia bella Valle, poi proseguiamo. Oltre il ponte si tiene la sinistra e riprende la salita in mezzo al bosco.

E che bosco! Ogni tanto, dal fitto della vegetazione, spiccano rocce di dimensioni enormi, pareti grige sulle quali sono addossati i ruderi di antiche costruzioni.

Qui la salita si fa importante, ma è breve, non preoccupatevi. Si giunge a un bivio non segnalato, ma a giudicare dalla traccia GPS che vediamo dal topo-smartphone (sono una topina tecnologica, ormai!), da qui si prosegue verso Cetta, mentre noi dobbiamo rientrare a Molini. Imbocchiamo allora il sentiero più stretto che svolta alla nostra sinistra e, procedendo tra gli alberi, giungiamo su un percorso a me conosciuto e molto caro, quello che costeggia il Rio Grognardo.

Attraversiamo l’affluente dell’Argentina grazie al ponte di legno. Sì, lo so che sembra traballante e pericolante, ma non lo è! Certo, non bisogna ballarci sopra, ma è bello mettere le zampe su quella passerella, dà un brivido lungo la spina dorsale che non è niente male.

ponte rio grognardo2

Avanti, dov’è finito il vostro spirito d’avventura? Non fate quella facce e continuate a seguirmi. Questo è un luogo magico, per me, dove lo Spirito della Valle fa sentire più forte la sua eco. Se ancora non avete conosciuto lo Spirito della Valle, leggete il mio articolo “In nessun luogo, eppure dappertutto”.

Questo tratto del sentiero è di grande facilità, prosegue per gran parte in piano. A un certo punto lo troviamo sbarrato da un tronco poggiato sul terreno: è il segno che, anziché proseguire dritti e in piano, dobbiamo imboccare la deviazione a destra, in salita in mezzo ai castagni, che ci permette di aggirare la frana di cui vi avevo parlato nell’articolo “Frana per andare a Lago Degno”. Terminata la salita, il percorso si snoda nuovamente in piano e in discesa e poi, finalmente, raggiungiamo la provinciale.

lago degno molini di triora strada colle langan

Proseguendo in su arriveremmo a Monte Ceppo, San Giovanni dei Prati o Colle Melosa, mentre oggi imbocchiamo la discesa per Molini di Triora.

Lungo la strada possiamo rifarci gli occhi con le case che gli esseri umani si sono costruiti in questa zona tranquilla. Ce n’è per tutti i gusti, davvero! Ci sono abitazioni spartane, con pietre a vista, altre dai colori sgargianti e con giardini popolati da nanetti e e altre fiabesche creature. E’ bello fantasticare sulla vita in un luogo del genere, immerso nel bosco e con tanto giardino intorno. E pensare che, una sera, su questa stessa strada, saltavano una moltitudine mai vista di grossi rospi! Passavo da qui con la mia topo-mobile e dovevo fare una grande attenzione nel guidare, perché saltavano da ogni dove e c’era anche una nebbia così fitta che quasi si tagliava col coltello. Era proprio una notte da streghe, quella! Vedete, nella mia Valle non ci si annoia mai, davvero!

A un certo punto, giungiamo nei pressi di una casetta intonacata di un rosa molto pallido, al di sotto della quale possiamo scorgere un ponte di pietra. Scendiamo, dunque, e lo attraversiamo. E’ un ponte a schiena d’asino, la sua è una gobba notevole! Ci fermiamo ancora una volta a rimirare il torrente Argentina, il bosco sembra volerlo celare, proteggere da sguardi indiscreti.

Che vegetazione fitta, e che verde intenso! Scendiamo dal ponte e ci dirigiamo verso il borgo di Molini di Triora, ammirando anche il punto in cui il Rio Capriolo si getta tra le braccia dell’Argentina e si mescola con lui.

torrente capriolo torrente argentina molini triora

Siamo stanchi, estasiati e stregati dalla passeggiata di oggi, ne abbiamo viste proprio delle belle, non trovate anche voi?

Un abbraccio incantato dalla vostra Pigmy.

Le trunette del Carpasina

Cari topi, forse non avete idea di quante meraviglie possa nascondere la mia Valle. Dopo tanto tempo trascorso a camminare insieme sui sentieri in lungo e in largo, scommetto che avrete pensato: “La Valle Argentina è proprio bella, Pigmy ce l’ha fatta conoscere tutta, ormai”. Eh no! E’ qui che vi sbagliate! Ci sono angoli di paradiso di cui ancora non vi ho raccontato, e quello di cui voglio parlarvi oggi è un luogo mozzafiato, degno dei più grandi film d’avventura o di genere fantastico.

trunette

E allora indosso il mio bel cappello da Pigmy Jones e mi avventuro insieme a voi su un sentiero davvero molto scenografico.

Oggi ci troviamo a Carpasio. Di questo paese vi ho già parlato in passato, tra le sue mura si cela il museo della Lavanda e, tra i vanti del suo territorio, conta anche il museo della Resistenza. Vicino all’abitato scorre il torrente Carpasina, affluente dell’Argentina, che forma caratteristiche gole a tratti anche molto profonde, conosciute come trunette. Ed è proprio qui che voglio portarvi.

La stagione migliore per percorrere questo bel sentiero è, a mio parere, l’inverno. Ogni periodo dell’anno regala colori diversi, è chiaro, ma in questa stagione l’acqua del torrente è più impetuosa per via delle precipitazioni nevose e piovose; inoltre, la vegetazione è molto rada, permettendo di godere meglio della vista delle gole.

Lasciamo la topo-mobile nella piazza del paese, sovrastata da un campo sportivo e dalla Pro Loco. Imbocchiamo una stradina lastricata tutta in discesa, se siamo fortunati all’imbocco di questa strada possiamo fare un saluto a questa bellissima cavalla. Ha gli occhi dolcissimi, si fa accarezzare senza timidezza, è davvero socievole!

cavallo carpasio

Scendiamo sempre più giù, e già possiamo sentire lo scroscio del torrente, l’umidità che sale, il profumo della vegetazione e della terra bagnata ci avvolgono. Il borgo rimane alla nostra destra, mentre a sinistra si intravedono bellissime abitazioni in pietra incorniciate da orti ben tenuti, giardini curati da mani abili e sapienti.

Giungiamo a una chiesetta e a un ponte, lo imbocchiamo, poi dobbiamo salire a sinistra. Fate attenzione, perché il sentiero non è ben segnalato. Io stessa ho dovuto esplorare un po’ prima di trovare la strada giusta. Abbiamo come l’impressione di disturbare gli abitanti di queste splendide casette, ma non abbiate timore e continuate a camminare vicino a me. Subito dopo la piccola “borgata”, ci ritroviamo a scendere di nuovo, questa volta il sentiero si vede bene e si inoltra nella vegetazione. Cominciamo a vedere castagni dal tronco imponente, la terra è umida, scura, segno che il torrente è molto vicino.

Ci imbattiamo in un tavolo da pic-nic, in effetti sarebbe un luogo perfetto in cui trascorrere il pranzo domenicale nelle più tiepide giornate primaverili.

Arriviamo, infine, a un ponticello di pietra sul quale se ne stanno abbarbicati rampicanti di ogni genere e sotto di esso l’acqua del Carpasina genera cascate, il fragore è talmente forte che quasi non ci si sente mentre si chiacchiera. E questo è solo l’inizio!

Dopo il ponte, imbocchiamo il sentiero sulla sinistra e proseguiamo costeggiando il torrente. Il sentiero non è di difficile percorrenza, il percorso che vi farò fare dura un paio d’ore, con tutte le dovute soste. Se siete camminatori lesti, impiegherete molto meno.

Dicevo, il sentiero si fa a tratti più ampio, a tratti più stretto, ma in ogni caso resta scenografico. A ogni sua svolta possiamo stare certi che dall’altra parte ci sarà una sorpresa ad attenderci, e non verremo mai delusi! Passiamo tra castagni dalle forme davvero degne delle migliori fiabe. Ce ne sono molti col tronco bruciato, squarciato dai fulmini; altri sono ormai cavi e formano cunicoli, tane e rifugi ben visibili; altri ancora hanno fori grandi e piccoli che li fanno somigliare a una groviera (… gnam!) o a volti; ce ne sono molti, infine, abbracciati così tanto dall’edera che non si capisce più dove inizi l’una e finiscano gli altri. Riempitevi gli occhi di queste meraviglie, non si vedono certo tutti i giorni!

Quando il sentiero lo consente, possiamo fermarci a rimirare le cascate del Carpasina. Il torrente forma polle d’acqua limpidissima, in questa stagione è ghiaccio sciolto, più blu del cielo. In alcuni tratti sembra di trovarsi davanti a una piscina, talmente vivido è il colore dell’acqua. Si vede chiaramente il fondale pietroso, possiamo anche avvertirne la profondità. Nonostante il freddo, vi confesso che la voglia di tuffarmi è forte, quest’acqua è così bella! Scende sinuosa, somiglia a un serpente che con le sue spire si lascia scivolare sul terreno, fra le rocce.

E, a proposito di rocce, sono lisce, ben levigate dal passaggio costante dell’acqua.

Lungo il percorso ci imbattiamo anche in diversi ruderi, antichi rifugi che in questo contesto sembrano case di donne sagge, possiamo immaginarle lì dentro, intente a preparare qualche rimedio contro i malesseri più comuni. Pare di essere in una fiaba, ci si sente un po’ parte di quelle antiche leggende che si raccontavano intorno al fuoco, nelle quali ci si perdeva nel bosco e si incontravano le creature più disparate.

rudere valle argentina

Tornando con le zampe… ehm… per terra, proseguiamo il nostro cammino e finalmente arriviamo a uno spiazzo che ci offre un piccolo sguardo sull’orrido scavato dal torrente. Fate molta attenzione, non sporgetevi troppo, soprattutto se soffrite di vertigini, perché la gola, qui, è particolarmente profonda: non si riesce neppure a vedere il fiume, giù in basso!

Le foto non rendono giustizia alla bellezza del luogo, per cui proverò a spiegarvela a parole. La roccia trasuda acqua, anche là dove il torrente scorre, sì, ma più in basso. Piccole e costanti goccioline scendono dall’alto, si tuffano nel vuoto e si uniscono al Carpasina. La luce che filtra dagli alberi le illumina una a una, cosicché si ha l’impressione che quelle goccioline siano tende fatte di piccoli diamanti scintillanti. Le cascate sono di cristallo, e quando l’acqua si ferma sulle rocce e si incontra con la luce del sole, diventa d’oro. Non vi prendo in giro, topi miei, è la mia Valle! Ci avreste mai creduto?

Continuiamo a camminare, dunque, anche se la tentazione di fermarci a ogni passo è davvero forte. Possiamo godere di bellissimi scorci, l’acqua e le trunette formate dalla sua costante erosione formano coreografie perfette.

A un certo punto, ci accorgiamo che il sentiero sembra finire. Non si sa più bene dove sia il proseguimento, e qui bisogna usare l’intuito: ve lo dicevo che non era ben segnalato. Potete scegliere di ripercorrere a ritroso il corso del fiume, tornando sui vostri passi e rientrando in paese, oppure potete proseguire insieme a me, concludendo il percorso ad anello. Quando, per l’appunto, il sentiero sembra concludersi, non ci resta che guadare il torrente.

carpasina

Niente di pericoloso, tranquilli. Cercate un punto in cui le pietre vi consentano di passare facilmente da una sponda all’altra, là dove l’acqua scorre più lenta e meno profonda. Male che vada, se doveste proprio mettere una zampa in fallo, vi bagnereste fino alla caviglia. Dall’altra parte la sponda è quasi pianeggiante, ampia, e si intravede il sentiero che continua, se si fa un po’ di attenzione.

Uno, due, tre… e hop! Siamo dall’altra parte. A questo punto rivolgiamo un ultimo saluto al torrente, perché da qui in poi non lo vedremo più, anche se ne sentiremo lo scroscio impetuoso. Ci inoltriamo nella vegetazione, non è difficile capire quale sia il percorso giusto, in questo caso: basta seguire il tubo nero dell’acqua, sembra un grosso pitone scuro. Ecco, lo so che non è molto romantico, non è certo come dire “seguite la strada d’oro che porta a Oz”, ma di oro, di argento e di cristallo ne abbiamo visto già tanto per oggi, non credete?

Quindi, dicevo, proseguiamo così, inizialmente in dolce salita, poi in discesa, seguendo il sentiero che ci porterà di nuovo a Carpasio. In mezzo alla vegetazione vediamo muretti a secco, ruderi di antiche abitazioni, polle d’acqua più o meno stagnante… Oltre ai castagni, qui è presente anche il rovere. Sul versante della collina più esposto al sole possiamo riconoscere le erbe aromatiche tipiche della zona, tra cui il timo, il ginepro e la lavanda. L’edera non ci abbandona mai, è onnipresente.

Arriviamo a una borgata abbandonata ed è inevitabile fermarsi a immaginare i ritmi di un tempo, la vita dell’uomo tra quelle pietre antiche. Se ne sente l’eco.

rudere carpasio

Poco dopo la borgata, sulla sinistra del sentiero cominciano a fare la loro comparsa casette graziose, più moderne o recentemente ristrutturate. Sono ben tenute, con siepi a delimitare i confini della proprietà e a regalare un po’ di privacy a chi vi abita. Sono davvero dei gioielli, ci si incanta a guardare con quale cura siano state abbellite. Ci sono capanni verniciati di colori sgargianti, folletti dipinti, lucertole giganti in pietra, campanelle appese alle porte d’ingresso, lanterne a illuminare l’esterno delle case… Si intravedono tende colorate alle finestre, e poi scacciapensieri, simboli antichi dipinti sugli stipiti delle porte e frasi benauguranti scritte su travi di legno. E poi fiori, piante, giardini, orti! Tutto trasmette un senso di pace e armonia con l’ambiente circostante.

Il borgo di Carpasio è lì, davanti a noi, ormai vicinissimo. Il sentiero non è più di terra battuta, ma torna lastricato, come quando lo abbiamo imboccato, e poi cementato, a chiudere il cerchio di questo bellissimo percorso. In lontananza possiamo vedere il parcheggio nel quale abbiamo lasciato la topo-mobile e anche la cavalla dagli occhi dolci.

La nostra avventura, per oggi, finisce qui, topi! Vi è piaciuta? A me sì, talmente tanto che quasi quasi ricomincio il giro da capo.

A presto, allora!

Vostra Pigmy.

Il contatto con la Natura: da Passo della Guardia alla Galleria del Garezzo

Valle Argentina? Quasi. Alta Valle Argentina!

In uno dei luoghi più belli della mia Valle e, questa volta, si va a piedi per poter apprezzare ancora di più la fantastica e sorprendente natura che ci circonda.

Eh… invidia, invidia… dov’è che vi ho portato l’ultima volta? Ah, sì! Al mare! Ricordate?! L’acqua limpida, la sabbia calda… si si… e invece dove siamo adesso?

Arriveremo quasi a 1.800 metri s.l.m.! Non arrabbiatevi, seguitemi piuttosto. E ripeto: a piedi! Se per quasi un anno sono dovuta stare ferma, ora mi rifaccio completamente.

Il panorama è suggestivo e il luogo sembra surreale partendo con la splendida visione di Rocca Barbone stagliata contro il cielo. La felicità pura, dovete credermi. Una meraviglia davvero per gli occhi, per la mente, per il cuore.

Si lascia la Topo-macchina dopo il paese di Triora, in zona Gorda, appena finisce l’asfalto, e si passa sotto ad una pineta ombrosa che possiede un’atmosfera incredibile chiamata Bosco del Pellegrino.

Sembra magica. A tratti, i Pini e gli Abeti si mescolano ai Noccioli che formano boschi interi.

A bordo strada, le fragoline di bosco sono numerosissime e si possono fare grandi scorpacciate. Che bello vedere questi puntini rossi tra il verde acceso delle foglie! Ce ne sono tantissime ma noi ne abbiamo mangiate poche per non portarne via troppe. Ogni volta che vi capita di raccogliere qualcosa in un bosco usate sempre cestini e non sacchetti di plastica e ogni tanto scrollateli in modo che le spore, cadendo, possano dar vita a nuovi frutti. A proposito, portatevi dietro tanta acqua mi raccomando, perchè da qui in poi, se volete fare il mio stesso percorso, l’unica fontanella che trovate non possiede acqua potabile.

Si cammina fino al famoso bivio. E’ il bivio che porta, a sinistra, a Colle Melosa per il Passo di Collardente e a destra invece, dove dobbiamo andare noi, a Monesi e poi al Monte Saccarello passando per il Colle del Garezzo e il suo omonimo Tunnel.

Lo vedrete, non potrete sbagliarvi.

Giriamo a destra quindi. Siamo in un punto importante della mia Valle.

Qui, Piemontesi e Francesi hanno combattuto a lungo per conquistare questi luoghi. Per questi sentieri, nell’anno 1794, si è sparso il sangue di molti uomini.

Siamo vicini al sentiero dei Flysch termine svizzero che indica formazioni di roccia complesse costituite prevalentemente da arenarie fini con intercalazioni di siltoso. Si possono toccare, sono calde. Alla vista, invece, austere e possenti.

Inutile descrivervi la pace. Ma quanto via vai per gli animaletti durante le ore mattutine! Farfalle, Api, Calabroni, Tafani, Uccellini, tutti a ronzare, tutti a cinguettare, tutti a lavorare. Gli insetti si cullano di fiore in fiore.

Quanti colori! Solo di Margherite ne ho visto di tre tinte diverse: bianche, gialle e viola.

Mi è persino capitato di vedere un Sempervivum fiorito, nato spontaneo tra le rocce, con meravigliose sfumature rosa acceso.

Per ora siamo a circa 1650 metri s.l.m. ma dobbiamo salire ancora. Così tanto che, se una nuvola ricoprisse il sole, l’aria si farebbe così frizzantina da obbligarci a indossare la felpa.

Il bosco ormai lo abbiamo abbandonato e, tutto intorno a noi, è ancora più roccioso ma la strada è sempre la stessa sterrata. Ci massaggia le zampe.

Piano piano gli alberi scompaiono divenendo più radi per lasciare posto ai prati e le varie tonalità di verde disegnano ambienti mozzafiato.

Nel naso entrano i profumi della Lavanda, una Lavanda più blu di quella che nasce più a Valle; del Timo e dell’Origano. E c’è la Melissa, il Sedum Muntano, la Ginestra e il Dragoncello.

E ci sono cascate di fiori bianchi incantevoli su tutti i massi nudi, pronti ad accogliere le Aquile.

Speravamo di vederne almeno una ma sarà per la prossima volta.

Siamo in uno dei tanti e antichi percorsi denominati “la Via del Sale” dove passavano infatti i mercanti a commerciare il sale a piedi o con i muli.

Siamo quasi sul confine tra Liguria e Piemonte, tra la provincia di Cuneo e quella di Imperia e, vicinissima a noi, c’è la Francia con le Alpi che si smistano nei vari territori. Sentieri duri per gente tosta. Per esseri che riescono a farcela sempre.

Anche la flora è tenace. Guardate questa piccola piantina di Lavanda dov’è nata. Nel bel mezzo di una pietra a protezione del dirupo.

Una passeggiata splendida che insegna anche molto se si sa osservare e ascoltare.

Mi auguro sia piaciuta anche a voi così come a me.

Per oggi ci fermiamo, un’altra volta, oltrepasseremo il Tunnel e vi porterò nei pascoli verdi.

Alla prossima quindi. Un bacione a tutti.

Acqua che gioca

Sono le cascatelle della mia Valle. Sono ovunque, sparse qua e là. Spruzzano acqua fresca dappertutto e, spesso, quell’acqua, è neve che si scioglie dalle alte montagne. Andiamo a vederla insieme.SONY DSC Quanta energia, quanta vitalità e quanto rumore alcune! Si fanno sentire con il loro gorgoglio per boschi e colline. A me piacciono tantissimo. Bagnano la roccia, le piante, il muschio. Piantaggine e Capelvenere si divertono moltissimo sotto i loro schizzi. Alcune son più grandi e più potenti, altre si presentano con un lieve gocciolio ma sono tutte sempre lì. SONY DSCLavano, puliscono. Sempre presenti. Quel loro perpetuo scrosciare giù, veloci. Vivaci. Soprattutto in estate, nonostante la siccità. In inverno invece, alcune di loro ghiacciano, disegnando lastroni opachi e biancastri alla base delle falesie. Freddi, scivolosi. SONY DSCFormano delle piccole stalattiti pungenti. A ghiacciarsi sono quelle più sottili, meno impetuose. Quelle che raramente la fauna che abita i miei monti usa per abbeverarsi; e sì, perchè loro non formano ruscelli, si limitano ad accarezzare il verde, la pietra, dolcemente, ogni giorno. SONY DSCSenza bollicine, senza schiuma bianca, senza piccoli mulinelli all’arrivo. Senza appiattire i ciuffetti d’erba che invece giocano con gli altri scivoli d’acqua più calmi. Le cascatelle, che con il loro trambusto attirano sguardi e mani che ci si infilano sotto, bagnandosi divertite. Che brillano al sole o si confondono con la pioggia. SONY DSCChe notte e giorno son sempre lì, costanti, persistenti. A formare piccole lagune, rii, giochi di gocce e bolle inimitabili. Che saltano, si tuffano, ritornano, traballano. Che più calme, tremulano, prima di lanciarsi nel vuoto, come a prendere bene la mira. E’ bellissimo e rilassante rimanere ad ammirarle.SONY DSC Non ci si stanca mai. Son sempre lì ma sempre diverse. Mi piace cercarle, andarle a scovare. A volte si nascondono molto bene tra alberi e arbusti. A volte, invece, ci seguono per tutto il sentiero o vanno esattamente nel senso opposto. E fanno compagnia! Con i loro “glu, glu” e i loro “cick, ciak” o “pluk, pluk“. E come vanno veloci certe!SONY DSC Le foglioline trasportate, che cadono giù in picchiata, filano come dei siluri argentati. Le cascatelle della mia Valle, un po’ timide, un po’ bizzarre. Ma di gran compagnia. Tutte quante.

E’ stato simpatico presentarvele, però adesso scusate ma mi è venuta una gran voglia di farmi un tuffo con il mio guscio di noce per cui…. vado! Voi che fate? Squit!

M.

Pigmy e le marmotte

Ebbene sì, topi, io con le marmotte ho sempre avuto un rapporto speciale.

Innanzi tutto, vi presento Miss Marmotta del Marguareis. Quel giorno io e la mia socia Niky, facendo una delle più belle gite della nostra esistenza, incontrammo questa madama che, credetemi, seppur impaurita e diffidente, non poteva fare a meno di seguirci e spiarci. Alla fine l’ho fotografata. Purtroppo le immagini sono quello che sono, ai tempi non ero nemmeno in grado di fare click! Accontentatevi.

Era simpaticissima. Aveva l’espressione che diceva “Mmh… Queste qua mi son simpatiche, non sembrano cattive!”.

Andavamo pianissimo in macchina, a passo d’uomo, e lei ci seguiva entrando e uscendo da diversi nascondigli. Siamo state insieme per un bel tratto di strada, poi, quando evidentemente il suo territorio è finito, ci ha lasciato andare continuando a osservarci da lontano.

Le altre avventure marmottesche, invece, le ho avute con il mio topopapà. Ho assistito alla splendida scena di due cuccioli che giocavano tra di loro. E’ difficile vederli, ma sono  meravigliosi, piccoli, piccoli e di colore più chiaro rispetto agli esemplari adulti. Si rincorrevano, si abbracciavano, facevano insieme le capriole, si tuffavano in una tana per uscire da un’altra a dieci metri di distanza. Quel giorno capii che la tana di una marmotta, con tutti i suoi cunicoli sotterranei, può arrivare a essere grande come tutta la montagna. La marmotta sentinella fischiava e tutti sparivano, poi, però, sembrava che, vedendoci buoni nei loro confronti, potevano continuare a fare ciò che desideravano.

Ora vi racconto una vicenda che non dimenticherò mai.

Eravamo io e topopapà in auto. Pian piano salivamo per andarcene in cima al monte “Schiena D’Asino” e ammirare il paesaggio. Fortunatamente, come sempre, andavamo lenti come lumache. All’improvviso, a un certo punto, abbiamo visto una cosa enorme, marrone e grigia, uscire da una roccia e passarci davanti, velocissima. Papà ha frenato di colpo ma…. sbam! Che botta. Ma cos’era?

Scendiamo dalla macchina. Una marmotta!

La poverina corse subito dentro una cunetta per riposarsi e ansimava. Potete immaginare come stavo io. Amante degli animali come sono, sapere di avere investito una marmotta a casa sua, nella sua zona era un sacrilegio imperdonabile! Mio padre era conciato peggio di me.

Stavamo andando davvero piano, tutto ci sembrava impossibile. Ho provato ad avvicinarmi, ma lei ha iniziato a soffiare e a mostrarmi dei denti che, credetemi, un castoro è niente a confronto. Ero preoccupatissima. Sembrava stesse bene, a parte lo spavento, ma poteva avere un’emorragia interna. La botta era stata abbastanza forte, ma lei era veramente grossa e robusta.

L’unica cosa che potevo fare era chiamare quelli del ristorante a fondo Valle, probabilmente loro conoscevano qualche veterinario della zona. I veterinari che conosco io ci avrebbero messo quattro ore ad arrivare, eravamo davvero in alto. Il cellulare non prendeva e così papà è risceso a Valle. “Resta qui con lei” mi ha detto.

Ci ha messo quasi un’ora, che io passai da sola, seduta in mezzo alla strada con una marmotta a cinquanta centimetri da me. Intorno regnava il silenzio.

Dopo un po’ lei ha iniziato a calmarsi, respirava meno velocemente. Avrei voluto avvicinarmi, accarezzarla, provare a capire se stesse bene. I minuti passavano mentre lei mi guardava negli occhi, poi si è alzata con agilità, senza particolari problemi. Ha riattraversato la strada e si è infilata dentro una roccia, tenendo la testa appena fuori dall’uscio.

Se ne stava lì. Si puliva, si leccava, si grattava. Sembrava non avere nulla.

Ecco arrivare papà, infine. Gli ho raccontato l’accaduto e anche lui, vedendola, era abbastanza tranquillo. Si muoveva senza difficoltà, aveva soltanto soffiato un po’ e si era rintanata all’arrivo dell’auto, ma poi è uscita di nuovo.

“Mandano qui uno che dicono sia molto bravo a prendere marmotte, magari la portano da un veterinario.” ha detto papà.

Infatti, dopo poco, arriva un pastore del posto con gabbia, bastone, guanti e…. tanto, tanto alcool in corpo.

“Allora, dov’è la bestia?” ha urlato biascicando. Mio padre ha sgranato gli occhi e ha capito tutto prima di me, così ha risposto: “Se n’è andata”.

L’uomo quasi si è arrabbiato: “Come, se ne è andata?”.

“Sì, guardi, proprio lassù, dietro a quella rocca, ma non dev’essere andata molto lontano, vada a vedere!”.

Il pastore si è diretto dove era stato indirizzato e topopapà venne da me: “Mandala via, Pigmy! Spaventala, falla scappare!”

“Ma se ha qualche problema?” chiesi io.

“Meglio aver qualche problema che morire!” mi rispose.

Che potevo fare? Dopo un’ora quella marmotta si stava quasi fidando di me. Come facevo, ora, a fargli paura? Cosa avrebbe pensato di me? Feci comunque come mio padre mi aveva consigliato. Avevo 13 anni, non potevo fare molto altro.

Andai davanti a quel muso peloso che sbucava dalla pietra e urlai forte: “Psssscccccch! Psssssssccccccch!”, ma niente. Lei mi guardava e stava lì. A quel punto ho commesso l’errore di battere le mani. Il pastore mi ha sentita, mi ha vista ed è arrivato traballando. Puzzava di vino. Aveva capito che lì c’era la marmotta.

Mio padre mi ha fulminato con lo sguardo e io mi sentii morire quando udii le parole del pastore: “Vieni, bella, vieni! Che come te, in pentola, buone non ce n’è!”.

Non potevo fare nulla. Mio padre gli stava dietro, forse, se fosse riuscito a prenderla avrebbe cercato di fermarlo. Non lo so perchè è andata così. Appena quell’uomo si è avvicinato al pertugio, la marmotta ha soffiato violentemente e ha emesso una specie di ringhio, come un digrignare stridulo, ed è scomparsa. Quell’antro era profondissimo, e lei lo conosceva bene. Fin dall’inizio avrebbe potuto andarsene quando voleva e invece aveva continuato a stare lì, con me. Avevo creduto che fosse solo una piccola grotta che non andava oltre.

Il pastore se è imbestialito e ha iniziato a urlare e a tirare calci alla roccia, poi, finalmente se ne è andato.

Mio padre mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: “Meglio così, Pigmy. Credimi che quella marmotta stava bene. Era solo un po’ spaventata per il colpo. Questi animali hanno una forza incredibile, non ti preoccupare, ora lei si cura da sola. Quello là, altro che curarla! Se la sarebbe mangiata!”.

Mi auguro che papà abbia avuto ragione e ne sono convinta, perchè ho visto anch’io che in realtà stava bene. Ho soltanto un piccolo rimpianto. Se lei è stata lì, quando avrebbe potuto andar via, mi sarebbe piaciuto salutarla diversamente.

Queste che vi ho raccontato sono alcune delle mie avventure marmottesche e ogni volta è stata una grande emozione.

M.

Il fascino di Triora: il Paese delle Streghe

Ed eccomi alla descrizione della chicca della mia Valle.
Chi conosce la Valle Argentina, ed anche il mio blog, sicuramente si è già chiesto come mai non ho ancora parlato di questo paese. Ma… vedete, di Triora, ne parlano tutti. E’ famosissima. A me piace farvi scoprire i posti invece meno, come si dice, “gettonati”, ma molto importanti.
Però… topi cari, Triora è considerato uno dei borghi più belli d’Italia e i motivi sono tanti.
Triora ha una storia ricca e affascinante di fatti realmente accaduti e di leggende che l’hanno resa famosa ovunque. Ebbene no, ho deciso, non si può non parlare di Triora.
Triora è un paese a 780 metri sul livello del mare. Domina gran parte della vallata. Verso Sud si può ammirare dall’alto Molini, mentre a Nord, si vedono i paesi di Andagna e di Corte. Sembrano piccolissimi da qui.
E’ un borgo circondato da meravigliosi monti, alti e austeri, e orti ordinati che formano verdi puzzle, nel quale vivono circa 400 persone (molte meno rispetto agli ultimi anni dell’800 in cui i residenti erano più di 3.000) e offre alberghi, B&B, e negozi che sono caratteristici e molto originali.
Come si arriva in Triora si respira un’atmosfera particolare.
L’insegna di marmo che ci accoglie, alla fermata dell’autobus, recita “Chi qui soggiorna, acquista quel che perde”.
Famosa per le storie di stregoneria, permette di vivere come dentro ad una fiaba.
Nel centro storico non si può passare in auto, la macchina bisogna parcheggiarla fuori paese e proseguire a piedi per i viottoli e i carrugi dove le case sono state costruite direttamente sulla roccia.
Alcuni di questi passaggi sembrano vere e proprie caverne e, spesso, sboccano in corti ordinate e pulite che le padrone di casa mantengono vivaci con Ortensie, Orchidee e Geranei, ben accuditi.
Trieua, così si chiama in dialetto, è il Comune più esteso della provincia d’Imperia. Fan parte del suo territorio infatti anche i paesi di: Verdeggia, Bregalla, Cetta, Creppo, Realdo, Monesi e altri dei quali non vi ho ancora parlato.
Divenuta appunto famosa per le vicende riguardanti le Streghe, Triora ha saputo mantenere questa tradizione che è cresciuta sempre di più. Ogni giorno infatti, si può passeggiare per il sentiero dove un tempo vivevano le bazue (streghe) e arrivare fino al luogo di Cabotina, la casa principale delle megere.
Si può visitare il Museo Etnografico sulla stregoneria, che si trova all’inizio del paese, si possono acquistare streghette e gatti neri di ogni tipo e, in estate, quest’anno precisamente il 22 agosto, si può partecipare a Strigora, una festa di spettacoli e mercatini tutti dedicati a queste donne un tempo ritenute amiche del diavolo.
Ma le manifestazioni che si svolgono a Triora sono molte altre come “Triora West”, il prossimo week-end, nella quale ci si veste come veri cow-boys e si passeggia a cavallo e la “Sagra del Fungo” a settembre.
Tutto ciò fa si che, il paesaggio di Triora, sia diverso dagli altri a cominciare dai ruderi davvero affascinanti. Esistono ancora i torrioni di vedetta, tra i più importanti, quello di San Dalmazzo, che offre un panorama spettacolare; nome anche dell’adiacente Chiesa, rimasto ancora quasi del tutto integro e rivestito oggi da una rigogliosa Edera.
Ma erano ben cinque le fortezze che difendevano questo paese, rendendolo un nucleo fortificato e inespugnabile. I trioresi erano comunque un osso duro a prescindere dalle cinta protettrici, nemmeno l’Esercito Piemontese dei Savoia riuscì a conquistare il borgo e, devoti a Genova, che li teneva sotto la sua ala, battagliavano a suo favore contro chiunque, senza paura.
La più grande dimostrazione di ciò, la diedero contro Pisa, nella battaglia della Meloria nel 1287.  Tennero sempre duro; solo i nazisti della Seconda Guerra Mondiale riuscirono a raderla quasi del tutto al suolo, bruciando interi quartieri tra il 2 e il 3 luglio del 1944. Nonostante tutto, i trioresi, si ripresero e ricostruirono parte del loro paese ridisegnando anche un nuovo territorio anche se meno vasto di quel che era un tempo. Nel bene e nel male Triora era situata in un punto strategico che faceva gola a molti e la Repubblica Genovese non voleva rinunciare alla sua perla.
E oggi Triora ci appare così. Misteriosa, antica e ogni suo angolo può raccontarci una storia.
Il Castello, ad esempio. I suoi ruderi testimoniano appunto la tenacia di questi abitanti. Il Fortino divenuto oggi il Camposanto e conserva parte delle mura di cinta. L’Oratorio di San Giovanni Battista, vera e propria pinacoteca che, custodisce, fra altre opere, quadri del Cambiaso e dei Gastaldi ed una statua maraglianesca. E poi ancora la splendida Chiesa collegiata di Nostra Signora Assunta, antichissima, ricca di opere d’arte trecentesche di gran valore e altre Chiese, tante, ognuna caratteristica. Case natie di personaggi divenuti noti e legati a questo paese come: Francesco Moraldo, maggiordomo dell’Avvocato Donati che salvò, durante la guerra, la vita a due bambini ebrei, Monsignor Tommaso Reggio, Arcivescovo di Genova, proprietario della stessa casa che appartenne agli annalisti della Repubblica di Genova, Sebastiano Torre fondatore di un noto istituto educativo di Lione e più si ci inoltra tra queste viuzze più si fanno nuove scoperte tutte dettagliate da lastre bianche di marmo.
Case nobili, che riportano indietro nel tempo. Per scoprire queste dimore, si deve passare sotto questa porta denominata “Portico del Masaghìn” così detto dal locale del vicino Comune precipitato nel 1887 dove erano conservati i viveri e il sale del paese. Questo portico, che da accesso alla piazza principale, fu aperto nel 1893. Ma sono tanti i portali. E’ un pò come se Triora fosse cresciuta poco per volta. Si “apriva una porta” e si andava avanti.
Oggi sono proprio questi luoghi ad essere la maggior risorsa di Triora. Non si pratica più il commercio di un tempo, se non quello dell’ardesia, la pastorizia e l’agricoltura. Esso vive grazie al turismo, un turismo che arriva in massa e che nemmeno loro, i trioresi, si aspettavano così numeroso.
Ad essere famoso è addirittura il suo pane, conosciuto proprio con il nome di Pane di Triora. Un particolare pane dalla forma rotonda che mantiene, a differenza di altri, la sua bontà per parecchi giorni e, a comprarlo, arrivano da tutta la vallata. Un pane cotto al forno.
A Triora c’è ancora il Forno Comunale situato appunto in Vico del Forno e conosciuto come “Granaio della Repubblica”. Esso rappresenta una delle attività principali del posto.
Il simbolo di questo paese è il Cerbero, il Cerbero dalle tre teste, dalle tre bocche, che ha dato anche il nome al paese derivante da “tria ora”, ma perchè sia stato scelto lui come emblema non si sa. Forse i tre torrenti che confluiscono in quello principale? Cioè l’Argentina? O per il ramificarsi dei carrugi, le strette e contorte vie che, seppur danneggiate gravemente dagli ultimi avvenimenti bellici, meritano una visita in quanto, spesso, sono formati dalla pietra nera di questo territorio.
Triora è realmente un paese tutto da scoprire e non vi basterà starci solo una giornata anche se può sembrare di sì.
Il vero incanto è da cercare nei suoi meandri, tra le sue strade, sotto a quei tetti e ci vuole tempo. Tempo e passione e… perchè no… anche un pò di coraggio. Eh si, perchè presto, vi porterò nella casa delle streghe! Ma non preoccupatevi, vi divertirete e conoscerete ancora più profondamente questo bellissimo e suggestivo borgo tra i monti.
Tremate, tremate, le streghe son tornate!
M.

Questo ponte non durerà molto

Oggi vi parlo di pietre che sembra stiano su per miracolo… Eh sì, cari topi, quest’altro ponte romano della mia Valle, purtroppo, sta cedendo. Almeno a sentir le parole di un topo anziano che ho incontrato da queste parti.

Parecchie pietre sono già crollate e questo per me è un gran dispiacere.

Siamo ad Agaggio inferiore, sulla strada principale, e vi sto presentando l’ennesima costruzione romana della mia Valle. Questo ponte è piccolino, ma si trova in un contesto delizioso. Dietro di lui c’è una cascatella di acqua limpida e sotto un laghetto dal colore verde trasparente, fa sembrare il tutto una piccola laguna montana. E’ un angolino meraviglioso a 370 metri sul mare.

Tempi addietro, questo ponticello breve, ma piuttosto alto, veniva usato per attraversare il rio e recarsi nei campi.

Dalle foto non vi sarà difficile vedere come nel centro manchino diversi sassi. Si notano distintamente i buchi vuoti, nonostante l’erba ci sia cresciuta sopra. Forse è il ponte più piccolo e anche quello più in pericolo di tutti, ma nessuno pare abbia intenzione di salvarlo.

Io, grazie al consiglio del mio amico Marco, sono contenta di averlo fotografato. Un giorno o l’altro potrebbe davvero non esistere più.

Nella mia Valle, come ormai sapete anche voi, ce ne sono tantissimi. I Romani hanno creato insediamenti nei  luoghi che circondano il luogo in cui vivo, poiché servivano loro per raggiungere la vicina Gallia, e ci hanno lasciato numerose costruzioni ancora oggi perfette.

Questo ponte, contornato dal verde della natura, può passare inosservato. Mi ha fatto piacere vedere i ciclisti fermarsi a fotografarlo, perché è una delle tante opere d’arte della mia Valle.

Formato da un’unica campata realizzata da un grande arco, rappresenta la tecnica costruttiva della cultura romana e, a mio parere, ha un grande valore archeologico. Non ha subito nessun restauro, nè modifiche: è così dai tempi antichi.

Il suo corridoio di passaggio è largo meno di un metro e il basamento è addossato a speroni di roccia e costituisce la parte più solida rimasta.

Venite a vederlo, topi, ma evitate di salirci, datemi retta!

Un abbraccio.

M.

L’antico orologio

Eh sì, topini: ognuno aveva il suo metodo. C’era chi guardava il sole, chi sentiva il rintocco delle campane, chi toccava gli alberi, chi aveva le meridiane… Tutti dovevano comunque conoscere l’ora, in un modo o nell’altro. Non c’era certo l’orologio al polso!

Per esempio: come facevano gli abitanti di San Faustino, piccolo borgo della mia Valle, a contare il trascorrere delle ore, dei minuti e dei secondi? Mi sono proprio chiesta come facesse il nonno di Marco, il mio amico toporeporter, a sapere che era giunto mezzogiorno e bisognava lasciare i campi per andare a mangiare.

Ebbene, ve lo spiego subito.

A nonno Giovanni, detto Giuan de Cristò, bastava guardare la Colla du Frae, ossia, la Colla del Frate che vedete nella foto e, più precisamente, quella parete di nuda roccia situata nel bel mezzo di questa collina. Come potete vedere, nel centro della roccia, si distingue una macchia nera. Sembra quasi un grosso graffio fatto da tre giganteschi artigli sporchi di pece. Vedete?

Ebbene, quando il sole arriva a scoprire e illuminare questa macchia scura, è esattamente mezzogiorno! Ovviamente c’è un leggero cambiamento dall’estate all’inverno, ma, più o meno, l’orario è quello.

E non è una bugia! Io ho fatto queste foto a mezzogiorno meno cinque e, da come potete vedere, il sole stava quasi per toccarla.

Nel pomeriggio, invece, tutta la montagna è baciata dal sole. Questo è un fantastico metodo usato dai contadini di questo paese che si trova in alto, sopra Aigovo, a dominare gran parte della Valle. E, pensate, solo da tale altezza si può ammirare questo fenomeno.

Quanto mi diverte! Chissà chi è stato il primo a scoprirlo! Che genietti, i miei convallesi!

Be’, non mi resta altro che ringraziare il mio amico Marco per avermi svelato questa curiosità e mandare un abbraccio a tutti voi!

M.