Magie e misteri di Bajardo, il paese dei druidi

Topi, non vi ci ho mai portato, ma ne vale davvero la pena. Questo bellissimo paesino non si trova nella mia Valle, ma in una zona immediatamente limitrofa ed è un piccolo gioiello delle Alpi Liguri.

Bajardo

Bajardo (910 metri sul livello del mare), con i suoi carruggi tortuosi e a tratti ripidi conta poco più di 300 abitanti e una gran quantità di gatti, come capita in quasi tutti i borghi del mio entroterra. E’ un piccolo scrigno e, come tale, nasconde in sé antichi tesori, o almeno così si dice.

impronta gatto neve

La leggenda vuole che il borgo debba il suo nome al celebre Rinaldo, uno dei dodici Paladini di Francia del ciclo carolingio. Di questa figura hanno parlato Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato e Luigi Pulci nel Morgante, ma potrei elencarvene anche altri. Be’, fatto sta che questo Rinaldo, rivale in amore dell’eroe Orlando, avesse un cavallo molto particolare. E quel cavallo portava il nome di… Bajardo!

Parlando invece di notizie più storiche, il centro storico del paese esiste dal I millennio a.C. e pare che in quel periodo fosse un importante luogo di culto per i Druidi, pensate un po’ che roba!

Questi sacerdoti della natura hanno lasciato un segno profondo nella storia di Bajardo, tanto che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività druidiche.

Alcuni sostengono che a testimoniare l’esistenza dei Druidi siano gli obelischi di pietra che si possono osservare in giro per il borgo.

Chi sostiene la presenza dei Druidi, afferma che a Bajardo convivessero un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani. Questi popoli costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti.

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Sopra quello stesso tempio è sorta in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, patrono del borgo e festeggiato il 6 dicembre, ma nel 1887 il violento terremoto che rase al suolo anche Bussana scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressoché all’antico aspetto e mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.

chiesa san nicolò bajardo

Il monte su cui sorge Bajardo pare fosse consacrato ad Abellio, divinità solare degli antichi Liguri. Curioso, non trovate? Ma la cosa più curiosa sono i capitelli dei contrafforti della chiesa crollata, che raffigurano volti con tratti somatici orientali, qualcuno li definisce addirittura mongoli.

Sacro e profano a parte, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura, con la sua volta tutta celeste e cangiante a seconda del tempo meteorologico. Sotto quella volta si svolgono ancora matrimoni scenografici, conferenze, e gli eventi più disparati, perché è di una bellezza sconfinata, topi, credetemi. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta.  Si prova una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole sempre lì, alto nel cielo come un guardiano.

chiesa san nicolò bajardo2

E poi c’è la terrazza naturale a strapiombo sulla Valle, con un panorama mozzafiato e comode panchine dal quale osservarlo.

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Nella metà del 1200 il borgo passò sotto il dominio dei Clavesana e infine sotto la Repubblica di Genova. Bajardo, dunque, dovette rispondere alla podesteria di Triora e, come in altri borghi della Valle Argentina e zone limitrofe, anche Bajardo subì le accuse di stregoneria da parte dell’Inquisizione.

panorama Bajardo

I dintorni di Bajardo sono tutti da esplorare. Numerose sono le escursioni che si possono fare, come quelle che conducono a Perinaldo, Apricale, Monte Bignone o ancora il Sentiero degli Innamorati. Poi c’è la fontana, poco sotto il borgo, un luogo molto suggestivo che vi consiglio di visitare, se non lo avete ancora fatto.

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Insomma, dalle mie parti non manca davvero nulla! Tra streghe, druidi e spiritelli si può dire che ci sia materiale a sufficienza per decine di romanzi. Le mie Alpi sono magiche, e questi luoghi ne sono la dimostrazione.

Un abbraccio, topi, alla prossima!

 

 

– E qui ora comandiamo noi! -…

…dissero i Romani dopo aver sconfitto i Galli in questa meravigliosa zona.

E, per sottolinearlo e non dimenticare, costruirono un imponente monumento conosciuto con il nome di Trofeo delle Alpi.

Bianco, alto, impressionante. Enorme. Visitabile da vicino, per chi vuole, ma fino a fine maggio non si entra oltre alle 16:30. Sono rimaste di lui alcune colonne e alcune pietre che, incantata, mi son chiesta come abbiano fatto a portare fin lassù.

Si può definire il Colosseo Francese. Un luogo di grande interesse. Chiamato anche Trofeo d’Augusto, proclama la gloria di Augusto appunto, che celebra la sua vittoria su vari popoli alpini, ed è il cimelio che conserva la più lunga iscrizione latina scolpita conosciuta nella storia antica.

Continuiamo quindi il nostro giro nella vicina Francia amici. Oggi siamo nell’entroterra, nell’entroterra di Monte Carlo e precisamente a La Turbie, un paesino veramente bello, forse uno dei più belli ch’io abbia mai visto.

E qui, Augusto, ha lasciato altre testimonianze come la strada intitolata a lui, la famosa Via Julia Augusta, eccola.

Una via consolare romana che collegava Roma con Arlès attraversando proprio la costa meridionale della Gallia.

La Turbie è un comune francese di circa 3.200 abitanti. I suoi carrugi sono caratterizzati da casette ben curate con un ingresso incantevole.

Fiori, dipinti, statue. Tutto ordinatamente assemblato come a voler dare un rigoglioso benvenuto. E ci son proprio tutti ad accogliere! La pavimentazione delle strade è antica e, a illuminarla, ci pensano dei lampioni in ferro battuto appesi qua e la’ per il paese.

Il suo punto di forza, però, è sicuramente il panorama dal quale si può vedere un incredibile mare, tutta la città di Monte Carlo sottostante e le colline fiorite a destra e a sinistra arricchite da villette con tanto di giardino e piscina.

Numerosi i personaggi storici e famosi legati a questo borgo oltre all’Imperatore che ho citato prima. Personaggi come Rudolf Nureyev che qui ha avuto la sua residenza per parecchi anni, Lucien-Jean Barbera benefattore del paese e stimato professore al quale è stata dedicata la biblioteca, il Principe Alberto di Monaco, ovviamente, possidente di alcuni edifici e la bellissima, elegante e raffinata Grace Kelly, sua mamma.

Perché? Perché per arrivare a La Turbie, si percorre la strada D37. La stessa strada in cui l’attrice e Principessa di Monaco incontrò la morte a bordo della sua Rover 3500S V8.

In uno dei tornati definito oggi “il gomito del diavolo”, Grace, assieme alla figlia Stèphanie, perse il controllo della sua auto e cadde nel dirupo. La stessa strada nella quale, anni prima, girò assieme all’attore Cary Grant, il film “Caccia al Ladro” del regista Alfred Hitchcock. Grace-in-caccia-al-ladro-da-gucciandgyoza.blogspot.com_Eccoli, splendidi tutti e due. E, dietro a loro, il panorama di cui vi parlavo. Che luoghi emozionanti! Pieni di fascino, storia, folklore e cultura.

In pochi chilometri quadrati si ha la possibilità di passare ore intere di vario interesse senza mai annoiarsi. E basterebbe anche solo fermarsi e ammirare. I negozietti caratteristici che vendono souvenirs e le botteghe di frutta e verdura che nelle cassettine di legno espongono anche fiori colorati.

I bar, le taverne, i campi per il gioco della Petanque, i giardini per i bambini. Le stradine da percorrere a piedi per vivere un’atmosfera che non si respira ovunque.

I gatti che tengono compagnia durante le passeggiate, a meno che non abbiano voglia di starsene distesi al sole, nella quiete di questa località.

La Turbie, che dalla sua vetta comanda e osserva, che lascia senza parole. Una perla della Costa Azzurra. Ricca di virtù da mostrare: la Fontana dedicata al re Carlo Felice di Savoia e l’Acquedotto da lui restaurato, le chiese, gli oratori, la Cava Romana, in questo paese si potrebbero fare mille reportage.

Non vedo l’ora di tornarci, considero la giornata trascorsa in questo luogo meravigliosa e, ovviamente, in una sola giornata, non ho davvero potuto vedere tutto quello che offre.

E’ veramente un borgo dal fascino che rapisce, bellissimo, vi consiglio di venire a visitarlo di persona e documentarvi su quello che amereste vedere o rischierete di perdervi qualche meraviglia. Un abbraccio a tutti e… al prossimo tour.

photo di – caccia al ladro – thedress.it

Un semino duro dal cuore tenero: la Nocciola

Buone eh? Le conoscete tutti lo so. Alcuni di voi ne vanno matti, altri invece magari ne sono allergici. Con loro o si va d’accordo o no. Non ci sono mezze misure. SONY DSCSono semini duri. Quello che noi mangiamo, che sta dentro al guscio, o meglio pericarpo, è proprio il seme. Gustoso, croccante. Ma è anche tenero perchè ha delle dolci proprietà. La Nocciola infatti è sebonormalizzante, idratante, addolcente e ideale per le pelli giovani. Dona energia e salute al nostro organismo essendo un grasso vegetale e, come lo fa con lui, lo fa anche con la nostra pelle rendendola turgida e morbida. Molto ricercato anche il suo olio, che viene utilizzato appunto dall’industria cosmetica, perchè è un insieme di grassi buoni e utili, proteine e acqua. Mangiando Nocciole, infatti, si assumono molte calorie. SONY DSCAl tempo dei Romani, la Nocciola, veniva usata anche per il suo aspetto simpatico, come augurio di felicità, in ricche e divertenti composizioni e si leggono tracce di lei, addirittura su manoscritti cinesi risalenti a 5.000 anni fa. Ancora oggi, in terre come la Francia, si continua con queste antiche usanze soprattutto durante la celebrazione dei matrimoni. Avete mai pensato di sposarvi con in mano un mazzolino di Nocciole? Carino e sicuramente originale! Vi sembrerà ridicolo ma in realtà state semplicemente sprigionando tanta energia positiva per festeggiare il lieto evento.

Il vero nome di questa pianta è Corylus Avellana e appartiene alla famiglia delle Betullacee, quasi tutte addolcenti per il nostro fisico e lenitive. La mia Valle ne è piena, sono fortunata. Molto spesso mi avrete sentito nominarle. Le uso tanto e non solo le mangio sgranocchiandole davanti a un film, ma le trovo ottime in insalata oppure nei dolci. Per non parlare del gelato a questo gusto! Lo adoro! SONY DSCNella lingua anglosassone è chiamata Hazel con diverse sfaccettature che ne indicano la grandezza e la qualità ma, in questa lingua, pensate, Hazel è anche il nome di una città del Kentucky, negli Stati Uniti d’America. Devo andare nel Kentucky uno di questi giorni…. se sparisco di nuovo sappiate che sono lì. Scherzo! Nel mio dialetto invece si chiama Ninsoa con la O molto stretta. Eh… ma noi topini… non siamo gli unici ad amarle sapete? Devo dividerle sempre con: Scoiattoli, Ghiri e persino Cinghiali! Sarà per via della sua enorme quantità di Vitamina E. Quei maiali selvatici vogliono sempre avere il pelo il più liscio possibile. E’ per questo che mi sto preparando in anticipo.SONY DSC Ebbene sì, vedete, anche se oggi in commercio questi frutti sono reperibili tutto l’anno, in realtà la loro maturazione avviene verso fine estate, giusto, giusto in tempo per prepararci meglio al letargo. Quindi è tutto un gira gira e magna magna. Dovreste sentire che bailamme nel bosco in quei giorni! Per fortuna però i nostri alberi sono molto generosi. Incredibilmente generosi. Spesso si formano veri e propri grappoli di Nocciole che, con il loro peso, piegano persino i rami più fragili. Uno spettacolo. Per cui topini, preparatevi. Ancora qualche mese di pazienza ma poi potrete farvi la giusta scorpacciata.

Io vado, inizio a fare posto nel Mulino. Un bacio!

M.

 

La Via Aurelia

Oggi topi voglio parlarvi di una strada. Una strada vecchia, vecchia ma molto importante. Una strada dalla quale si ramifica la via che porta nella mia Valle. Sono tante le vie che si ramificano da lei come effluenti di un fiume.

Oggi topi vi parlo della strada che percorre tutta la Liguria e addirittura va ben oltre. CartinaProvinciaQuesta è la Strada Aurelia. Nella cartina qui sopra, potete vedere la strada rossiccia-bluastra che sale verso Nord e, da Taggia, arriva fino a quel punto blu; quella è la strada che percorre la mia Valle Argentina, mentre quella arancione e grossa, che costeggia il mare, è appunto la Via Aurelia. Quest’ultima, che potete vedere in questa seconda immagine come accompagna tutta la mia regione, è un’antichissima via consolare, iniziata già nel III secolo a.C., per volere del Console Gaio Aurelio Cotta (del quale prende appunto il nome) per collegare solamente Roma con Cerveteri. liguriaQuesto breve tratto romano, ancora oggi esistente, è chiamato Aurelia – Vetus -, ossia la parte di Aurelia antica, mentre, l’Aurelia che percorriamo oggi noi è detta – Nova – cioè più recente.

Oggi, in totale, possiamo invece dire che la SS1, la Strada Statale 1, com’è sempre chiamata la Via Aurelia, collega Roma con la Francia. SONY DSCE nella mia regione, in certi punti, è davvero meravigliosa. Attraversa i paesi che vivacizzano il luogo con i loro tipici colori liguri, è talvolta ricca di semafori e strisce pedonali e viaggia parallela all’Autostrada dei Fiori e ai binari della ferrovia.

E’ una strada molto bella perchè viaggiando, ad esempio, da Ventimiglia a La Spezia, verso Est, possiamo godere di un magico mare alla nostra destra il quale ci offre orizzonti, a volte, da togliere il fiato. Alla nostra sinistra invece ci sono le colline verdi che permettono a Pini Marittimi, Aloe e Palme di tuffarsi sulla strada. SONY DSCI paesi scorrono uno dopo l’altro e, la maggior parte di essi, ha la sua parte più recente proprio sulla Via Aurelia e il borgo vecchio più in alto, lontano dal mare. Sono molti anche i bar e i negozi nonostante lo sfrecciare delle auto.

La Via Aurelia è molto frequentata. Attraversa i paesi e anche i profumi. E’ circondata dagli ulivi e, nonostante l’essere formata da freddo asfalto, il verde che la colora la rende a tratti vivace o romantica. In certi punti mostra posizioni panoramiche non indifferenti. SONY DSCScorre sinuosa, con le sue curve dolci, a volte sale, a volte scende, impercettibilmente.

Spesso trafficata, è l’unica strada che possiamo permetterci qui in Liguria, schiacciati come siamo, tra i monti e il mare. Tante sono le ville storiche e nobili di un tempo costruite sulla Via Aurelia e immaginatevi la bella vista che avevano i proprietari di queste dimore quando, al mattino, alzandosi, godevano della luminosa alba che si rifletteva sull’acqua.

Nella parte della mia Liguria, quella di Ponente, questa strada ospita una volta all’anno, l’evento della corsa ciclistica Milano-San Remo e, per l’occasione, viene rivestita a nuovo. SONY DSCQuesta strada, rimase per parecchi secoli interrotta a Pisa per essere ripresa poi dall’imperatore Augusto che la portò fino a Marsiglia. I lavori furono interminabili e gli uomini buttarono tanto sudore per costruirla, non limitandosi solo alla creazione della strada ma anche a edifici, ponti, mura… tutte cose inerenti e delle quali possiamo ancora notare la presenza. Ancora oggi, infatti, si possono incontrare ogni tot km, delle “pietre miliari” simboleggianti antichi ritrovamenti Romani come quello più vicino a me al Km 640, chiamato Villa Romana.via_aur1Sul promontorio compreso tra Bussana e il torrente Armea, lungo la Statale, si trovano i resti di un edificio romano: pochi ambienti con un muro a parametri di blocchetti digradanti sul pendio. Nella zona detta Foce, presso il mare, è stata rinvenuta una Villa Romana, con un impianto termale, sicuramente in uso nel I secolo a.C.” come si legge nell’interessante sito aec2000.eu dal quale ho preso anche quest’ultima immagine.

Guardate i massi con la quale era formata un tempo, pensate alla fatica nel portarli e posizionarli. Incredibile non trovate? La Via Aurelia di molto tempo fa.

E tutto questo è stato fatto per chilometri e chilometri.

Io vi saluto ora e vi auguro di percorrere sempre la strada giusta! Un bacione a tutti. Squit!

M.

Tra un po’ andrà a sonnecchiare

E ci starà circa 6 mesi! Dev’essere un mio lontano parente, è un roditore come me. Il suo nome scientifico è simpaticissimo; si chiama Glis Glis.

Cari topi, la mia socia Niky è tornata al lavoro (finalmente) e, insieme, abbiamo deciso di farvi conoscere questo simpatico animaletto. Non abbiate paura, è un amico non un rivale. E’ così tenero e dolce! Può essere addomesticato molto facilmente sapete? Ma quando sono così liberi nel loro ambiente naturale è decisamente meglio. DSC_1401-1State guardando un cucciolo di Ghiro, una delle creature del bosco più simpatiche che la natura abbia creato. Quelle sue orecchiette quasi sproporzionate e quasi sempre fredde, e quei suoi occhi grandissimi, gli donano un aspetto indifeso e coccoloso. Il suo pelo è morbidissimo e, anche se può avere movimenti impacciati, da sembrare spesso un imbranato (come quando sbatte contro le cose), è in realtà veloce e scattante. Pigro sì, ma non è un Bradipo. Anche da adulto è piccolissimo. Una trentina di centimetri in tutto; eh sì, ma solo la coda è lunga 15 cm! Sta in una mano, proprio come me.

E’ morbido e profuma di bosco, di nocciole, di muschio. Il suo pelo è per la maggior parte grigio ma sul ventre spicca una macchia bianca che lo distingue. Il naso invece è sempre rosa, soprattutto negli esemplari giovani dove questo rosa non si è ancora… sbiadito. Le sue zampette riescono a stringersi forte attorno a quello che afferrano e questo permette al Ghiro di avere una solida base per le arrampicate.

E’ un animale prevalentemente notturno (lo dicono i suoi grandi occhi) e, nelle passeggiate al chiar di luna, raccoglie i suoi cibi preferiti che sono: le castagne, le bacche, le nocciole e anche i funghi. E che fiuto e che sensibilità ha nel riconoscere i funghi commestibili da quelli velenosi! Un vero maestro. Dove vive lui, di funghi, ce ne sono parecchi in quanto abita le zone temperate di tutta Europa e gran parte di Asia ad un’altitudine molto ampia, dai 500 metri sul livello del mare circa, fino ai 1200.

Se preso in mano, il Ghiro, tende a tenersi stretto a un dito quasi, come una piccola scimmietta, e con quel suo sguardo tenero scruta chi lo sta osservando. Se accarezzato sulla nuca, beh… immaginate voi cosa può fare… addormentarsi, è ovvio!DSC_1399-1 Questo cucciolo, scambiandola forse per il tronco di un albero, ha provato ad arrampicarsi sulla gamba del mio amico Davide ma poi ha visto che non c’erano rami e quindi ha preferito altre mete. E’ stato però un po’ lì, fermo, a guardare. Per nulla impaurito. Un vero amore.

Senza discutere nessun uso e costume vi dico anche che esistono varie ricette tradizionali a base di Ghiro, soprattutto originarie della Calabria, ma non solo. Per esempio, il Ghiro arrosto, è cucinato in Lombardia. Veniva cacciato fin dal tempo dei Romani sapete? Veniva fatto ingrassare dentro a degli otri e poi mangiato come antipasto. Tuttavia, essendo un animale la cui caccia è vietata, ogni consumo alimentare è da ritenersi illegale. Anche perchè non ce ne sono più tantissimi come una volta ma nella mia Valle possiamo ritenerci fortunati. La loro presenza non manca.

Non scherzo se vi dico cosa è successo ad una mia amica che vive nelle alte colline della Valle Argentina; il Ghiro si è creato il nido nell’armadio di lei, e mò vallo a disturbare! Immaginatevi la scena e lui tranquillo come un pascià.

Sono molto contenta di avervelo presentato, se doveste vederne uno sappiate che avete davanti un esserino grazioso, amabile e affettuoso.

Un bacione a tutti.

I ghiri
Nella tana, babbo ghiro
fa: “Ron ron, dunque dormite!”.
E i ghirini, tutti in giro:
“Ron ron ron, sì sì, dormiamo!”.
Sbadigliando, mamma ghira,
fa un sorriso: “Bravi figli!”.
La famiglia si rigira
e ron ron, si riaddormenta.
C’è là fuori la tormenta!
C’è là fuori il freddo inverno!
“Sì, ron ron, che ce ne importa?
Noi dormiamo qui all’interno!”.

La poesia arriva dal sito lapappadolce.net -imparare coi bambini-.

M.

Senti che profumo ha l’Origano

Il suo nome deriva probabilmente da Oros Ganos e significa “bellezza della montagna” anche se può essere tranquillamente coltivabile in vaso. E’ una pianta molto robusta. Definendolo “bellezza della montagna”, si dice già molto su di lui.

Immagino lo conosciate tutti. Assomiglia al Timo, ma le foglie sono diverse e ci permettono di distinguerlo; più tondeggianti quelle dell’Origano, più a punta quelle del Timo. E la mia Valle ne è piena sapete? Bhè, bisogna saperlo cercare e trovare ma, ci sono alcuni punti, come ad esempio i dintorni del paese di Andagna, che ne hanno molto da offrire.

L’Origano, vero nome Origanum, fratello della Maggiorana chiamata nel nostro dialetto “Persa” e che vi farò conoscere più avanti, è una buonissima e profumatissima pianta aromatica usata sia fresca che essiccata per insaporire cibi come pizze, pomodori, arrosti, frittate ma, forse non tutti sanno che, il suo utilizzo può essere esteso anche al benessere e alla “cura” della persone che decide di trattarsi con erbe officinali. L’Origano è tra le più pregiate piante officinali che le terre mediterranee possano darci.

Le sue proprietà terapeutiche sono l’essere: antalgico, disinfettante, antisettico, analgesico, antispasmodico, espettorante, stomachico, rinfrescante e tonico. Il suo olio essenziale è molto usato nell’aromaterapia e nella cura di alcune malattie. Attenzione però, solo sotto controllo medico. E’ molto potente. Ottimo anche come principio attivo contro la cellute. I suoi infusi sono consigliati contro la tosse, le emicranie, i disturbi digestivi e i dolori di natura reumatica, svolgendo una funzione antinfiammatoria. E grazie al suo buonissimo e meraviglioso profumo, esso risulta anche molto utile nell’allontanare fastidiosi insetti come le formiche, le tarme e i tarli. E’ difficile infatti vederlo intaccato da parassiti. Solo raramente si assiste ad attacchi da parte di cicaline o afidi neri, ma mai particolarmente gravi. E allora perchè, non tenerne a tal proposito, un rametto nell’armadio? Assieme alla Mentuccia, farà odorare di fresco tutta la vostra biancheria proteggendola dalle golose e insaziabili bestioline.

E l’Origano, che fa parte della famiglia delle Labiatae, per le sue caratteristiche, è considerata una pianta che dà conforto, sollievo e salute. Infatti, nella medicina tradizionale, esiste l’emblema dove una cicogna tiene nel becco un rametto di Origano. Questa è un’antica leggenda secondo la quale, quando questo uccello soffriva di stomaco per aver mangiato cibi nocivi, si curava con l’Origano. Il suo aspetto elegante e delicato lo lega al mondo femminile e, nell’antichità, le donne lo coltivavano non solo come spezia ma anche quando avevano patito una delusione amorosa per alleviare il dolore; così come si credeva che, se una pianta di Origano coltivata sul davanzale si seccava, voleva dire che ci sarebbero state delle delusioni d’amore in famiglia.

Questa informazione, la trovate nel sito http://www.elicriso.it e, l’ho voluta citare perchè, le streghe della mia Valle, hanno sempre usato molto l’Origano quando si trattava di creare intrugli per l’amore e pozioni magiche verso l’amato (…o sfortunato?). Oh già… era una delle prime piante raccolte e messe nel gran pentolone. Nulla aveva la sua potenza. Quella sua profumazione, così forte, così indisponente e invadente da tener lontani diavoli e vampiri andava dritta dritta dov’era stata spedita. E il destinatario era ovviamente un poverello che, soffrendo di solitudine e credendo di aver annusato chissà cosa, si sarebbe lasciato fare qualsiasi angheria pur di non rimanere solo. L’Origano, persistente, cocciuto, ha proprio questo significato: non mollare mai. Essere persistente. Anche la sua vita è così.

Spesso nasce, dove tutto prima è morto; sulle rovine, i resti e alcuni ricordi di grandi e antiche civiltà. Regalate, a chi non deve cedere, un rametto di Origano, servirà a fargli capire che lo state aiutando a tenere duro e, siete assieme a lui, nella sua battaglia. Un profumo così buono che si dice sia stato creato dalla Dea Afrodite che ne aveva il giardino di casa pieno. E della Dea Afrodite c’è da fidarsi!

L’Origano è quella pianta che non manca mai in una casa e, il suo esserci, è così sentito, che le cuoche più raffinate diranno – Poco Origano, si sente troppo! E’ amaro! -. Io non potrei farne a meno. Quel suo sapore selvatico mi fa impazzire. Rende tutto più buono. Non datemi pizza senza Origano e nemmeno bruschette al pomodoro senza la sua presenza! E’ amaro quando è più vecchio; se troppo maturo, le sue foglie sono di un verde scurissimo.

Solitamente è una pianta che troviamo attaccata alle nostre rocce e non supera quasi mai i 50 centimetri d’altezza, in realtà, può raggiungere il metro ma è molto raro, inoltre, è meglio quello piccolo, è più tenero e meno forte come sapore. Dai piccoli fiorellini bianco-rosato, l’Origano arriva ad essere anche una bellissima pianta ornamentale per prati, pascoli e monti proprio come dice il suo nome. Chi l’ha detto che solo i fiori grandi abbelliscono?

Sapevate inoltre che Greci e Romani lo utilizzavano per rendere più belli i campi dei loro amanti? Ebbene sì e, per dirla tutta, anche i camposanti. Ci tenevano alle anime dei loro cari e pretendevano stessero in un luogo il più paradisiaco possibile anche qui, su questa terra. Era l’Origano che li accontentava. Era lui con la sua bellezza.

E allora topini, cosa volete di più? Oggi vi ho presentato il bello e il buono, un connubio che dura dai tempi dei tempi. Chiunque ne ha fatto uso. Volete per caso essere voi i primi a rifiutare tanto ben di Dio? Non credo proprio. Buon utilizzo allora.

Vi aspetto alla prossima puntata, la vostra Pigmy.

M.

I ponti della strada “di sotto”

E oggiSONY DSC topi, dopo avervi fatto conoscere la strada “di sotto”, una delle due strade dopo Badalucco, vi chiedo di guardarla più attentamente perchè vorrei farvi vedere i suoi numerosi e caratteristici ponti o… purtruppo si, per alcuni, quel SONY DSCche ne rimane. La pietra è, come vedrete, sempre la grande protagonista, soprattutto in quelli più antichi, in quelli romani o in quella dei miei antichissimi antenati; pietra nuda, visibile, dalle studiate proporzioni ma, in quelli creati dai miei convallesi più recentemente, è rivestita a volte da cemento. Un cemento che spesso occorre a costruire anche il SONY DSCmuretto di protezione. Alcuni si mimetizzano in questa stagione con i colori della natura spoglia, annoiata, svestita, una natura che lascia trasparire tinte spente. Alcuni, ingoiati dall’edera e dalla vegetazione. Alcuni, non servono più a nulla, sono solo ricordi, altri invece, sono la strada che continua, a zig-zagSONY DSC  sopra al torrente. E quanto è bello qui il mio torrente! Come scende sicuro sotto a questi ponti che ci sorreggono. E solo a guardarlo, si sente che è freddo. Lo dicono le sfumature che ha. Sfumature di vario verde e vario azzurro, metallico. Lo dice il suo boato, il suo rombo che assorda. I ponti, i loro piloni che toccano il torrente, sono ricoperti di muschio cupo e in alcuni tratti, i pesci, cercano di pulirli come dei bravi lavavetri. Succhiano quella molle erbetta tutto il giorno. Dev’essere saporita. E ce n’è per tutti. Sono piloni veramente enormi, chi ha costruito questi ponti, voleva assicurarsi che resistessero a qualsiasi peso. Sono ponti ad arco. Non sono lunghissimi, quindi qui nella mia valle solitamente si trovano ad una sola arcata e lo sapete chi, prima dei Romani, capì il metodo giusto per costruireSONY DSC i ponti in questo modo? Gli Etruschi. Ah, ah. E grazie a questa tecnica potevano costruire di tutto, non solo passerelle e cavalcavia. Ma i Romani, furono ottimi allievi e, come loro, i Liguri, seppero fare della pietra una vera celebrità. Qualsiasi cosa, a partire dai mitici ormai muretti in pietra, che dividono le particolari coltivazioni a terrazzaSONY DSC della Liguria. I Liguri, erano davvero abili a seguire i maestri del Grandi Impero, mi spiace solo che alcune tecniche oggi, sono sempre più rare e vanno perdendosi. E pensare che stiamo parlando di un’arte considerata sacra, pensate. Il “sommo maestro” (così era chiamato colui che governava la costruzione di un ponte), doveva infatti oltre che realizzare, saper valutare di avere roccia in abbondanza e calcolare bene dove far appoggiare le spalle del ponte evitando che alluvioni o piogge intense, potessero distruggerlo. Sono tutti ponti infatti che resistono al tempo da secoli e secoli. Ci pensate? E senza l’aiuto di collanti, se non un pò di argilla, come già vi avevo spiegato neiSONY DSC miei post antecedenti sui ponti della mia valle. E’ ovvio però che una manuntenzione dovrebbero farla. Pare però che a pochi importa e purtroppo, questo è il risultato.SONY DSC Consideriamo inoltre che la seconda guerra mondiale non ha certo aiutato la situazione. Quelle che vedete in queste immagini, sono le due parti di un antichissimo ponte ad unica arcata, al quale è crollato la parte centrale. Ok, ho capito, è bene ch’io mi avvicini un pò di più per farvi vedere meglio. Ci riuscite così? Eccolo, spezzato nettamente a metà. E’ impressionante e mi ci gioco qualcosa che in mille passano di qua davanti senza notare questo rudere rimasto. Che è anche significativo a mio parere. Sembra cheSONY DSC un gigante lo abbia preso e tranciato come un panino. E adesso? Come si fa ad andare da una parte all’altra? La casetta che vedete alla destra delle foto è oggi raggiungibile da una viuzza laterale, ma vi ho lasciato di stucco eh? Dite la verità. Quanti ragazzi hanno provato a tuffarsi in estate da questi spuntoni di pietra per scendere giù nel fiume che in questo punto è parecchio profondo? Bhè, qui i “senza paura”, non hanno che l’imbarazzo della scelta e presto vi farò conoscere aSONY DSCnche gli altri ponticelli perchè mostrarveli tutti in una volta era impossibile. In questo punto sono davvero numerosi. Però che fascino, che meraviglia. Guardate che larga la spalla di appoggio. E tanto più doveva essere lungo l’arco, tanto più grande doveva essere il pilone sostenitore. E lui ora non c’è più, lasciando lo spazio ad un panorama magnifico. Guardate che bella l’acqua che scorre veloce e impetuosa, ma fa paura guardarla da qui, sembra che il rimasto, possa non reggermi. Evitiamo, è meglio. E poi, queste rovine sono così affascinantiSONY DSC che è un piacere ammirarle da qui e rimango incantata. E spero che ammirarle sia piaciuto anche a voi amici. Perciò topi cari io ora vi saluto, vado alla scoperta di altri angolini fantastici e segnati dalla storia della mia valle e oltre. Scorci che possano rendervi nota la mia terra. Vado a fotografare altri ponti. Poche cose sono affascinanti e caratteristiche come loro, non trovate anche voi? E allora aspettatemi, tornerò presto. Un bacione! E, a proposito… state tranquilli, se venite nSONY DSCella mia valle, non abbiate paura a salire sopra uno di loro. E’ meraviglioso attraversarli, starci sopra e guardare giù che cosa accade. Datemi retta, potete stare tranquilli! Squit!

Il Leccio, lunga vita e dignità

Il Leccio. Il Quercus Ilex. A far capire subito che di Quercia si tratta.

E infatti, il Leccio, come la Roverella, è una specie di Quercia ben presente nella mia Valle.

Robusto, sempreverde. Circonda e arricchisce tutta questa bella terra mediterranea. E il significato di questa pianta è presto detto. Lunga vita, perseveranza, dignità, maestosità, e forza. Tanta forza.

Vedete, uno stemma della Repubblica Italiana ha proprio come simbolo un ramoscello di Ulivo per identificare la pace e un ramoscello di Leccio per simboleggiare la forza. Una forza buona. Una forza che lavora per la pace.

La Quercia è il re degli alberi e, il Leccio, ossia la “Quercia Verde”, non è da meno.

Sacro, persino a Zeus, potete capire da soli la sua importanza.

Ma purtroppo, a causa della sua forma sinistra e austera, presto venne considerato adatto solo a riti funesti e religiosi. Associato ai “cattivi” potenti, venne presto anch’esso ritenuto negativo e fatale. Le stesse Parche, figlie della notte, dalle quali dipendeva la vita degli uomini, si cingevano la testa di rami e foglie di Leccio. Sempre il Leccio, venne accusato di tradimento nei confronti di Gesù, in una leggenda, in quanto accettò di offrire il suo legno per la costruzione della dannata croce quando tutte le altre piante del regno si erano invece rifiutate. Ma San Francesco non ci mise molto ad innalzare di nuovo la beltà e la bontà di questa pianta e il suo vero significato. E, come il Santo, anche altre importanti istituzioni del tempo. Il Leccio offrì il suo legno semplicemente perchè capì che doveva sacrificarsi per la redenzione così come lo stesso Cristo. Ridivenne presto così importante che, alcune città italiane, iniziarono a litigarsene il nome ma ce l’ebbe poi vinta Lecce che cambiò il suo nome da Lupie (lupa) a Lecce appunto. Lo stemma di questa città infatti è una lupa che avanza sotto ad un Leccio o stà in agguato.

Di grande importanza anche per Greci e Romani, il Leccio, era considerato sacro da questi popoli che lo inserivano in un elenco di piante “…che recano buoni auspici” e, seppur in terre diverse, spesso i loro allenamenti bellici avvenivano proprio dentro a boschetti di Lecci e, sempre con un ramo di Leccio bagnato in un particolare olio, ungevano i loro guerrieri prima dell’incontro.

Ma erano soprattutto i Celti i grandi estimatori di quest’albero. Essi, utilizzavano la corteccia e le sue ghiande a fini terapeutici. Una loro credenza popolare, pervenuta sino ai nostri giorni, racconta che dentro ai tronchi cavi del Leccio cresca una particolare erba magica che, dopo essere stata attivata con particolari riti altrettanto magici, cotta e mangiata, aveva la capacità di rendere gli individui invisibili. Inoltre, i Celti, non eseguivano nessun sacrificio se non in presenza di un Leccio, albero che, dai druidi, veniva piantato in ogni loro paese.

Ci sono alberi di fronte ai quali, le nomenclature della botanica cedono il passo alle suggestioni della favola: alberi mitologici, carichi di simboli, che appartengono alla leggenda prima che alla realtà. E il Leccio è un po’ questo.

Potrei stare qui ore a descrivervi la sua morfologia, le sue foglie semplici e dentate dalla forma lanceolata, le sue ghiande color verde pisello raggruppate in cima ai rami, la sua altezza che può superare i 20 metri e che ci fa sentire piccoli, il suo colore cupo, severo, profondo… ma tanto non sono questi i significati che ci fanno riconoscere il Leccio come pianta sacra, ricordata e benvoluta. Ne’ il suo legno, duraturo, ben lavorabile. Ne’ la sua corteccia ricca di sali minerali e utile per i nostri intestini.

Il Leccio è una pianta amica, che non ci abbandona. E’ sempre lì, ogni volta che la cerchiamo. Così imponente, così possente. Spesso di forma cespugliosa, come un grande arbusto, sembra proprio voler avvolgerci ancora di più e, sotto a quei suoi bassi rami, ci sentiamo tutti circondati e protetti.

Dedico questo post al giovane Alpino, Caporale Tiziano Chierotti che, nei ricordi di tutti i suoi compaesani, non smetterà mai di vivere.

Vi aspetto per andare a conoscere la prossima pianta.

M.

Lucertola, anche lei tra un po’ andrà in letargo

Miss Lizard topini! Ecco a voi la Lucertola.

Ohi, ohi… già vedo le vostre smorfie… Ma cosa vi ha fatto di male? Striscia ed è veloce, è questo che v’infastidisce vero? Eh sì, lo capisco, e in effetti devo ammettere che quei suoi scatti rapidissimi destabilizzerebbero chiunque. Ma, in realtà, la Lucertola è un animaletto molto buono che non farebbe male nemmeno a una mos… Beh, a una mosca forse sì.

Si nutre infatti di vari tipi di insetti, aracnidi, vermetti, lumachine microscopiche e piccoli frutti. Per una legge della natura e della sopravvivenza io la trovo utilissima quindi!

Questo esserino fa parte della famiglia dei Lacertidi e, in questi giorni, nei quali le temperature stanno iniziando ad abbassarsi, comincia a cercarsi una tana per l’inverno.

Cibo, non ne troverebbe e, con il freddo, i suoi movimenti diventerebbero lentissimi e sarebbe una preda troppo facile per i predatori, senza contare che, alle temperature vicino allo zero, incontrerebbe morte certa.

E noi possiamo aiutare le Lucertole sapete? In un modo semplicissimo. Basterà organizzare nel nostro giardino un insieme di piccoli muretti a secco e rami accatastati o mucchi di pietre. Lo allestiremo con qualche siepe di diverso genere ed ecco, bello e pronto, uno splendido habitat per questi piccoli rettili.

Nella mia Valle ce ne sono di tantissime razze senza contare quelle che possiamo incontrare in tutta Italia!

Ma lo sapete che esiste addirittura una razza di Lucertola Campestre, molto comune, chiamata proprio Lucertola Ocellata della Liguria? Ebbene sì. E poi ancora: quella di Horwarth, quella Alpina, quella Muraiola, quella Tirrenica, quella Bedriaga e infine, quella Vivipara. No, non sono pazza; quest’ultima particolare specie di Lucertola, partorisce i suoi cuccioli già sviluppati e completamente autonomi mentre, solitamente, la Lucertola depone, scavando una buca nella terra con le zampette anteriori, dalle 2 alle 12 uova all’anno durante il periodo estivo. Queste uova si sviluppano e vengono poi rotte dal piccolo grazie al “dente della vita”. Un particolare corno di cheratina che si trova sulla punta del muso e che poi cadrà senza lasciare segni. Come accade alle tartarughe. Queste uova rimarranno sotto terra fino alla loro schiusura.

I colori della Lucertola Campestre, quella più visibile da maggio a ottobre che riposa ai tiepidi raggi del sole e che tutti conosciamo, sono stati splendidamente descritti da Sergio Abram, scrittore e ricercatore faunistico-ambientale che così ne descrive la livrea: superiormente è bruna-grigiastra, o grigia-rossastra, o bruna-verdastra, o verde con macchie o con reticolature scure. Inferiormente è rossastra, aranciata o giallastra, macchiettata di scuro e, talvolta, con bordi scuri o blu.

E’ vero. La Lucertola può essere così variopinta, a seconda della razza e delle sfumature che mostra che, sotto il sole, oltre a brillare, sfodera tutte queste tinte luccicanti. E’ un animale dal sangue freddo, eterotermo e, ormai, farà capolino dal suo nascondiglio il prossimo aprile.

A lei dedicati sono diversi i detti e i proverbi creati dall’uomo alla ricerca di metafore verso questo animale simbolo del Dio Ermes: “Essere agile come una Lucertola” – “Sembra vivere di Lucertole” – “Stare al sole come una Lucertola”, e chi più ne ha più ne metta. Perchè è un animale che ha sempre convissuto con noi.

Questo sauro, dalla testa piuttosto piatta e triangolare, è conosciuto fin dall’antichità, dalle credenze mitologiche, dai tempi dei Greci e dei Romani che addirittura credevano, du­rante l’inverno, che la Lucertola andasse in letargo per risvegliarsi poi in primavera e, per questo, assumeva un significato simbolico anche in ambito funerario, rap­presentando la morte e la rinascita, e spesso, era ri­prodotta in questo contesto sulle lastre tombali.

La rinascita. Come a rinascere può pensarci la sua coda se viene mozzata. La Lucertola, dotata della capacità cosiddetta della “morte apparente” permette a questo suo quinto arto di staccarsi tramite tagli interni vertebrali e rimanere quindi nelle fauci del predatore che, quando riesce ad accorgersi della presa in giro, ha ormai già lasciato troppo tempo di fuga alla Signora Lucertola. Eh sì. A quel codino, finchè rimane ossigeno nei vasi sanguigni, continuerà a muoversi come un esserino acchiappato che tenta di liberarsi. Lucertola se ne andrà contraendo i muscoli che eviteranno l’emorragia e starà così fino alla ricrescita della nuova coda a punta. Affascinante non trovate?

Sono tanti i cugini di Lucertola che vivono qui da me: c’è la Salamandra, il Ramarro, il Geko… il Camaleonte… Scherzo, il Camaleonte non vive qui in Valle Argentina ma è parente di questo simpatico animaletto e, piano piano, vi farò conoscere tutta la famiglia.

Per ora vi saluto, alla prossima!

M.

La storia delle Api e del Miele – II° Parte

Bene, rieccoci qui, pronti a parlare del volo dell’Ape.

L’avevamo lasciata mentre imparava a fare quello per il quale è nata: volare. Le sue piccole alette trasparenti che si sono distese e lisciate, sono 4 e le permettono di compiere un volo davvero particolare. Eh sì, vi siete mai chiesti come può un corpo grande come quello dell’Ape essere sostenuto per così tanto tempo da due ali tanto piccole, molto più di lei e così fragili? Il paragone corpo-ala è davvero discutibile. Ebbene, topi, stiamo parlando di ali minuscole, ma che grazie a dei muscoli ai quali sono collegate, possono effettuare ben 230 battiti al secondo, creando un particolare vortice di aria sotto di esse che permette all’insetto di compiere un semplice volo, insieme a prodezze a quote vertiginose.

E non è finita qui: durante il volo, l’Ape può raggiungere la velocità di ben 25 km all’ora. Capirete, quindi, che non sarà difficile per colei che finora era una Sentinella, diventare presto una Bottinatrice. Le Api Bottinatrici, da come avrete capito, sono quelle che vanno alla ricerca di cibo e lo portano all’alveare. Il nutrimento – prevalentemente nettare – che queste Operaie recapitano nella loro tana e che viene suddiviso, rimane custodito dalle Api Ventilatrici. Sono Api che ronzano e sorvolano su di esso, sbattendo le loro ali. Lo fanno per mantenere una temperatura ambientale al di sotto dei 38°, altrimenti le Api andrebbero come in tilt, si surriscalderebbero e rischierebbero di morire. Inoltre, questo loro comportamento permette di disidratare e asciugare il nettare portato. Essicandolo e rendendolo come liofilizzato, non può marcire. Che lavoraccio! Sono Api che spesso muoiono di stenti e fatica. La fase dell’Ape ventilatrice, infatti, è l’ultimo stadio vitale di un’Ape Operaia.

Avete visto quanti ruoli e che ordini ben  precisi devono seguire? Pensate che, addirittura, quando sono delle Bottinatrici non portano a casa il cibo che vogliono. Ci saranno quelle che si occuperanno di trasportare acqua, quelle che si poratre Propoli, quelle adatte al nettare e, infine, le raccoglitrici di polline. Che organizzazione affascinante!

Come faranno a distinguere così bene tutto ciò che le circonda? E’ stato persino studiato che, per un’Ape, ogni fiore ha un sapore diverso da un altro. Pensate! Be’ ma stiamo parlando di un’insetto con occhi e antenne particolarissimi. Gli occhi sono come 5.000 faccette che guardano in ogni direzione, mentre le antenne, che fungono anche da naso e lavorano insieme alla ligula per assaggiare, sono utilizzate pure per comunicare. Il polline rimane attaccato ai microscopici peletti delle loro zampe e si stacca solo all’interno del favo, quando l’Ape, passando da porticine grandi appena quanto lei, se lo scrolla di dosso. Il favo è una struttura pazzesca. Le Api sono veri e propri geometri o architetti. Sono riuscite per istinto a creare quella che ancora oggi, da vari studiosi, è considerata la costruzione geometrica perfetta. E’ formato dalla famosa Cera d’Api, un prodotto naturale e vergine composto solo di acqua ed escrezioni ghiandolari. L’Ape usa questa cera per costruire l’apparato architettonico del suo favo, le celle che accudiscono le larve, così come le celle nel quale viene immagazzinato il cibo. E com’è buona da masticare! Esce fuori tutto il succo del miele.Forse saprete che era il chewing-gum dei nostri nonni. Senza molto gusto, riesce a essere masticata più volte, essendo gommosa e leggermente elastica. I detergenti, inoltre, sono a base di cera d’Api e ottimi per pulire, con questa cera si possono fare mille cose, come le candele.

E ora veniamo ad altri preziosi regali che le Api fanno anche a noi altri esseri viventi; abbiamo nominato il Propoli, che utilizziamo costantemente sotto forma di pasticca effervescente o di sciroppo o in gocce. E’ amarissimo, ma molto salutare. Poi c’è il famosissimo Miele, prodotto dalle sostanze zuccherine di piante e fiori delle quali le Api si nutrono. Esso, infatti, a seconda di dove le Api hanno casa, può essere di diverse tipologie: di millefiori, di castagno, di acacia, di agrumi, di timo… Deriva dalla Melata, la sostanza prodotta e rigurgitata dopo aver ingerito il nettare, e viene poi lavorato in uno speciale macchinario chiamato smielatore, da qui si ottiene il termine di smielatura, ossia l’ottenere il Miele. Quest’ultimo è costituito da polline, glucosio, acqua e fruttosio ed è dolcissimo. Si riconosce che è maturo e si può utilizzare quando le Api Ventilatrici lo hanno prosciugato circa dell’80% dei liquidi in eccesso. Il miele è anche elemento protagonista dell’Ambrosia, la bevanda prediletta dagli dèi.

Infine, ecco la Pappa Reale, uno dei prodotti più pregiati delle Api. Mica crederete che solo la futura Regina può farne uso per tutta la vita! Oh no, anche noi! E quanto ci fa bene! Le Api Operaie, invece, possono assumerla solo per i primi tre giorni di vita, mentre il Fuco non la vede passare neppure da lontano. Attenzione, però: essendo considerato un prodotto vivo e dall’importante valore nutrizionale, è bene conservarlo in frigorifero e assumerne pochissimo al giorno. E’ molto nutriente e può far ingrassare. E’ prezioso perchè per produrne solo mezzo chilo – il massimo che possa arrivare a produrre un favo ben avviato – necessita tutta l’estate di tempo. E’ utile per chi si sente stanco, per i cambi di stagione e per i bambini in crescita.

E allora, topini, vi è piaciuta questa storia sulle Api, sui loro prodotti e su quanto siano indispensabili per noi e per la natura? Questo è quello che ho imparato a conoscere, ma il mondo delle Api è un tuttora studiato da ricercatori di ogni parte della Terra e ancora oggi si scoprono segreti che solo loro, le Api, conoscono. E’ un insetto che convive con noi dai tempi più antichi, che ha soddisfatto gli Egizi così come i Romani. I Greci pensavano che quando un’Ape entrava nella bocca del defunto, sarebbe potuto resuscitare. Sapete cosa diceva Albert Einstein dell’Ape? “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

Instancabile lavoratrice, impollinatrice d’eccezzione, grande produttrice, simbolo di casati nobiliari e dal significato altrettanto importante: la Natura sotto ogni sua forma. Colei che fa, disfa e rifà. Proprio come lei, l’Ape. Penso che non si arriverà mai a svelare completamente quest’universo a sè, ma spero comunque di avervi dato utili informazioni.

Buona giornata a tutti, alla prossima!