Il panorama dal Passo della Nocciola

Oggi non vi parlo del Passo della Nocciola in sé, al di là che è un piccolo luogo bellissimo e ha un nome stupendo (Slurp! Adoro le Nocciole!) ma vorrei condividere con voi la meravigliosa vista che questo luogo offre.

Ci dirigiamo verso Colle Melosa passando da Molini di Triora e, dopo il Passo dei Fascisti, un altro Passo attira l’attenzione.

Guardate, potete vederlo anche da qui, dal sentiero che dal Passo della Guardia si dirige verso Collardente.

Ovviamente ci sono Noccioli ovunque e, in questo periodo, le loro foglie sono ancora tenere gemme di un verde brillante.

Lasciamo la topo-mobile a bordo strada e io e due miei cari topo-amici ci dirigiamo verso il bordo di un dirupo altissimo, non adatto a chi soffre di vertigini.

Qui la vista è davvero mozzafiato. Ancora una volta la mia Valle mi stupisce in tutto il suo splendore. Un’altra prospettiva che non avevo mai visto e per questo ringrazio i miei gentili ed esperti Cavalieri.

Davanti a me si staglia, contro un cielo terso, Carmo Gerbontina e osservandola attentamente con il binocolo posso vedere passeggiare e brucare su di lei splendidi Camosci Alpini.

Carmo Gerbontina se ne sta lì, quieta, e osserva. Guarda alcuni borghi splendidi della mia Valle dando la schiena al mare.

Ecco infatti laggiù Realdo! E sopra di lui Verdeggia! Ma ci sono anche Borniga e Abenin. Appena l’occhio compone pochi metri con lo sguardo, una nuova meraviglia è pronta ad affacciarsi per lui.

Come sono piccoli visti da qui. Le loro tinte pastello un po’ li confondono al resto del Creato e a una natura che sprigiona una bellezza indescrivibile.

Se mi giro posso vedere anche il Toraggio con il suo riverbero azzurro e, presso di lui, alcuni impavidi esseri umani viaggiano con il parapendio sopra ad un pezzo di mondo che non ha eguali.

Sono su una roccia e sono estasiata. Alcuni punti mostrano un aspetto selvaggio e aspro dato da arbusti legnosi, pietra pulita e rami quasi taglienti. Altri invece sono più floridi, verdeggianti e morbidi. Quest’ultimi celano, oggi, sentieri un tempo molto praticati e assai frequentati. Percorrendoli si andava infatti a raccogliere legna o, se si era passeurs, ci si nascondeva.

Il burrone che vedo è una distesa di Valle che non può essere paragonata a nient’altro. Nonostante sia chiusa tra le montagne che conosco bene, mi da’ l’idea dell’infinito e mi si apre il cuore.

Gli occhi brillano ma non posso certo fare la figura di quella che diventa patetica. Mi comporto quasi come se fossi abituata a tanto splendore, in realtà, dentro di me, l’animo scalpita per l’entusiasmo.

I miei due amici fotografano bellezze a tutto andare e, con il loro sguardo acuto, riconoscono creature che si mimetizzano tra alberi e custi (nel mio dialetto piante arbustive). A occhio nudo individuano varie specie di uccelli o ungulati mentre io, neanche con un telescopio riesco a vederli.

《 Guarda Topina! Sono là! Ce ne sono due! 》mi dicono sperando di farmi vedere quelle creature.

Io, tra l’emozione, la mancanza di esperienza e di abitudine, non vedo un fico secco ma loro sono così pazienti che, alla fine, anche io ho potuto godere della vista di quei fantastici quadrupedi che mi camminavano di fronte. Che regalo immenso mi hanno fatto loro e Madre Natura.

Tra di loro la facevano facile 《 Eccone uno! A destra di quella pianta in basso 》 diceva il primo. E l’altro rispondeva 《 Ah si! Lo vedo! 》. Io pensavo “Ma quale pianta? Ce ne sono duemila di piante!!!” e, per consolarmi, fotografavo Lucertole immobili a godere del primo sole.

Non ridete… anche loro meritano qualche scatto. Mi è sembrato giusto renderle importanti.

Il Passo della Nocciola è un luogo di pace e di un panorama fantastico. Ora non mi rimane che attendere la fine dell’estate per andare a far rifornimento di quei frutti prelibati prima del letargo. Quegli alberi sono molto generosi.

Allora topi, cosa ne dite? Vi è piaciuto questo punto panoramico speciale? I baffi tremano ancora? Tranquilli, ora scendiamo, ma vi aspetto impavidi per il prossimo tour.

Squit!

Per la strada…

Se c’è una cosa che adoro molto sono i sentieri che, poco fuori dal paese conducono al cuore della natura.

Sanno di fiaba. Sanno di nuovo inizio. Di scoperte. Di fascino e mistero.

Cosa vedranno i miei occhi questa volta? Di cosa si nutrira’ il mio cuore? E il mio naso… quali profumi percepirà?

Uscendo dal paese, abbandonando il mucchietto stretto di case e inoltrandosi per i monti o nei boschi, ecco che penetra nelle radici quello aspro della resina e ora il dolce saluto del biancospino. E poi i profumi, secondo me, é come se avessero anche una loro temperatura. C’è quello più fresco dell’umidità e della macchia e quello più tiepido dell’ardesia e dell’aridita’ che circonda le malghe.

Perché ogni luogo ha la sua vita cari topi, e il proprio temperamento, che regala a chi sa vederlo. E io, non per vantarmi, ma posso dire che essendo una creaturina del bosco mi impegno sempre moltissimo per conoscerne il carattere, e mi viene anche spontaneo, sentendomi in relazione con lui e la natura tutta.

I sentieri sono il preludio alla meraviglia e mi intrigano. Mi piace scoprirli, percorrerli, ne rimango sempre estasiata e, fin dal primo passo, sento nell’animo lo scalpitare dei cuccioli curiosi.

Che belle queste strade… alcune battute, altre no. Sterrate, ricoperte d’erba, delimitate da alberi e fiori sempre diversi, in base alla zona.

Come dicevo, ognuna ha i suoi regali da offrire ma tutte portano alla pace; alla pace che Madre Terra sa donare. È la pace del silenzio, dell’aria fresca e pura, del vento che, qui, suona altri strumenti.

Amo moltissimo i borghi della mia Valle, ricchi di storia e cultura e curiosità ma, quando giungo davanti ad un sentiero come quelli che potete vedere in queste immagini un sorriso e un’espressione felice la fan da padroni sul mio muso.

Ogni volta mi aspetto qualcosa di bello e non vengo mai delusa. Anche a voi fanno questo effetto le stradine che dal paese portano a luoghi splendidi e incontaminati?

A volte il sole illumina, modificando i colori di quel mondo, altre volte invece, dalla luce si passa all’oscurità. Persino la bruma, spesso, è protagonista. Ognuno ha la sua bellezza data dall’atmosfera.

Pronti? Via! – mi vien da dire imboccandone uno. Una nuova avventura e, anche se quel percorso già lo conosco, sono sempre fiduciosa del fatto che, questa volta, vivrò nuove esperienze interessanti anche se solo con lo sguardo.

L’inizio. Il nuovo. Nuove cose. Nuove emozioni. La’, dove si pensa esserci una fine, la fine non c’è, si va avanti. Dove? Questo sarà una scoperta. Che bellezza! Mi viene da battere le zampette posteriori come Tamburino, il coniglietto amico di Bambi.

Le mie strade. L’affetto che provo per loro è indescrivibile. Le vivo come opportunità. Angoli della Valle che si mostrano a me come sorprese. Pacchi da scartare piano piano, ad ogni passo.

E, ovviamente, è un piacere portare anche voi ogni volta che ne intraprendo una.

Un bacio…. curioso e emozionato.

Magie e misteri di Bajardo, il paese dei druidi

Topi, non vi ci ho mai portato, ma ne vale davvero la pena. Questo bellissimo paesino non si trova nella mia Valle, ma in una zona immediatamente limitrofa ed è un piccolo gioiello delle Alpi Liguri.

Bajardo

Bajardo (910 metri sul livello del mare), con i suoi carruggi tortuosi e a tratti ripidi conta poco più di 300 abitanti e una gran quantità di gatti, come capita in quasi tutti i borghi del mio entroterra. E’ un piccolo scrigno e, come tale, nasconde in sé antichi tesori, o almeno così si dice.

impronta gatto neve

La leggenda vuole che il borgo debba il suo nome al celebre Rinaldo, uno dei dodici Paladini di Francia del ciclo carolingio. Di questa figura hanno parlato Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato e Luigi Pulci nel Morgante, ma potrei elencarvene anche altri. Be’, fatto sta che questo Rinaldo, rivale in amore dell’eroe Orlando, avesse un cavallo molto particolare. E quel cavallo portava il nome di… Bajardo!

Parlando invece di notizie più storiche, il centro storico del paese esiste dal I millennio a.C. e pare che in quel periodo fosse un importante luogo di culto per i Druidi, pensate un po’ che roba!

Questi sacerdoti della natura hanno lasciato un segno profondo nella storia di Bajardo, tanto che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività druidiche.

Alcuni sostengono che a testimoniare l’esistenza dei Druidi siano gli obelischi di pietra che si possono osservare in giro per il borgo.

Chi sostiene la presenza dei Druidi, afferma che a Bajardo convivessero un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani. Questi popoli costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti.

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Sopra quello stesso tempio è sorta in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, patrono del borgo e festeggiato il 6 dicembre, ma nel 1887 il violento terremoto che rase al suolo anche Bussana scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressoché all’antico aspetto e mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.

chiesa san nicolò bajardo

Il monte su cui sorge Bajardo pare fosse consacrato ad Abellio, divinità solare degli antichi Liguri. Curioso, non trovate? Ma la cosa più curiosa sono i capitelli dei contrafforti della chiesa crollata, che raffigurano volti con tratti somatici orientali, qualcuno li definisce addirittura mongoli.

Sacro e profano a parte, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura, con la sua volta tutta celeste e cangiante a seconda del tempo meteorologico. Sotto quella volta si svolgono ancora matrimoni scenografici, conferenze, e gli eventi più disparati, perché è di una bellezza sconfinata, topi, credetemi. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta.  Si prova una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole sempre lì, alto nel cielo come un guardiano.

chiesa san nicolò bajardo2

E poi c’è la terrazza naturale a strapiombo sulla Valle, con un panorama mozzafiato e comode panchine dal quale osservarlo.

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Nella metà del 1200 il borgo passò sotto il dominio dei Clavesana e infine sotto la Repubblica di Genova. Bajardo, dunque, dovette rispondere alla podesteria di Triora e, come in altri borghi della Valle Argentina e zone limitrofe, anche Bajardo subì le accuse di stregoneria da parte dell’Inquisizione.

panorama Bajardo

I dintorni di Bajardo sono tutti da esplorare. Numerose sono le escursioni che si possono fare, come quelle che conducono a Perinaldo, Apricale, Monte Bignone o ancora il Sentiero degli Innamorati. Poi c’è la fontana, poco sotto il borgo, un luogo molto suggestivo che vi consiglio di visitare, se non lo avete ancora fatto.

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Insomma, dalle mie parti non manca davvero nulla! Tra streghe, druidi e spiritelli si può dire che ci sia materiale a sufficienza per decine di romanzi. Le mie Alpi sono magiche, e questi luoghi ne sono la dimostrazione.

Un abbraccio, topi, alla prossima!

 

 

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

Stregati dal sentiero

Questa Primavera è davvero pazzerella con il suo tempo instabile, ma niente può fermare la vostra Pigmy dal percorrere sentieri in lungo e in largo per la Valle.

E allora un sabato di questi decido di inoltrarmi su un percorso intitolato da molti alle streghe, proprio perché attraversa alcuni dei luoghi che si credevano frequentati dalle nostre ormai celebri bàzue.

Con lo zaino in spalla e topoamico a fianco a me, mi addentro nell’abitato di Molini di Triora, passando accanto alla bottega stregata di Angela Maria e salendo su per i carruggi. Il pavimento lastricato si fa sterrato nei pressi del camposanto, e si continua a salire la stradina tortuosa, una mulattiera che conduce fino a Triora.

sentiero molini di triora

Durante la salita non possiamo impedirci di fermarci a godere della vista. L’abitato di Molini è sempre più piccolo, sembra un presepe sotto le nostre zampe. Sopra di esso, svettano i monti che fanno da cornice al Passo della Mezzaluna, antico luogo di culto delle popolazioni liguri nonché importante per i pascoli alti in cui i pastori trascorrevano – e trascorrono ancora – i mesi più caldi con il bestiame. Si distinguono molto bene anche i borghi di Andagna e Corte, che formano un triangolo con il più basso Molini.

Molini - Corte - Andagna

Intorno a noi è un tripudio colorato e profumato di fiori, la natura è rinata, finalmente! Fiori candidi spandono per l’aria la loro dolce fragranza, mescolandosi a quella dei meli selvatici, dei ciliegi e dei rovi. L’erba è alta e di un verde brillante, le timide lucertole fuggono via veloci al nostro passaggio. E poi le farfalle! Ce ne sono tantissime e dalle ali variopinte, accarezzano i fiori con la loro tipica eleganza e poi volteggiano via, alla ricerca di nuovo oro da poter gustare. Le api sono così operose e impegnate da non badare alla nostra presenza, ronzano allegre, affaccendate, tuffandosi in tutto quel ben di Dio fiorito fatto di tarassaci, pratoline, trifogli e nontiscordardimé.

Continuiamo a salire col profumo nelle narici, godendo della vista dei borghi vicini di Corte e Andagna. Ogni tanto qualche gocciolina di pioggia ci cade sul muso, come rugiada, ma noi non ci lasciamo intimorire dalla sua bugiarda minaccia e, di buona lena, raggiungiamo la parte bassa di Triora. C’è una panchina qui, con vista sulla Valle. E’ uno spettacolo per gli occhi restare seduti a guardare la vita umana che scorre sotto di noi, si intravedono le automobili, piccole, piccole come quelle dei modellini. Proprio alle spalle di quel sedile panoramico c’è la chiesetta della Madonna delle Grazie, risalente al XVII secolo, come reca il cartello posto sull’ingresso. La sua facciata colorata si intona bene col prato rigoglioso, pare un fiore anch’essa.

Proseguendo, ci troviamo a poggiare le zampe sul nero asfalto della strada provinciale e continuiamo a camminare in salita fino a raggiungere il tratto di mulattiera che conduce alla chiesa campestre di San Bernardino, ben segnalato.

chiesa san bernardino triora

Questo piccolo edificio è un vero gioiello della mia Valle, così antico che, se fosse un essere vivente, avrebbe il volto scavato da rughe profonde. Raggiungiamo la chiesa e anche qui troviamo delle panchine; possiamo fermarci, se lo desideriamo, per mangiare un boccone prima di ripartire.

chiesa san bernardino triora2

Fiancheggiamo a questo punto l’edificio, passando sotto le arcate dei contrafforti, e proseguiamo in discesa. Ci sono piccole case ai margini di questo sentiero, alcune davvero suggestive, con sculture moderne poste a ogni angolo e curate nei minimi dettagli, seppure lasciate alla loro spartana semplicità. Poco dopo esserci lasciati alle spalle l’agglomerato di costruzioni in pietra, ci troviamo a un bivio. Dobbiamo salire, dirigendoci verso Loreto.

Come si fa bello il sentiero, topi miei! L’erba è alta, succulenta, e gli alberi sono più fitti. Ciliegi, meli selvatici, noccioli, querce e carpini ci fanno da tetto con le loro fronde rigogliose e in aria volano fiocchi di polline come fossero neve. Si continua a scendere, e ogni tanto il sentiero è attraversato da giocosi ruscelli, che scendono giù da chissà dove, non ne vediamo l’inizio né la fine. Creano polle d’acqua limpida, lo scroscio è piacevole, lento. Li attraversiamo con estrema facilità, accompagnati dal cinguettio degli uccelli, eterni presenti soprattutto in questo periodo dell’anno, mentre gridano al mondo le loro canzoni d’amore. Nonostante le numerose deviazioni, continuiamo a seguire il sentiero maestro, senza mai abbandonarlo, e seguiamo il segno rosso e bianco, sicuri di non rischiare di sbagliare strada. Ci imbattiamo persino in un tavolo da pic-nic.

sentiero triora

A un certo punto arriviamo in un posto bello, meraviglioso, incredibile! Giungiamo sul ponte di Mauta, sotto quello più moderno e vertiginoso di Loreto. E’ una costruzione antica, in pietra e, salendoci sopra, si può godere di uno spettacolo che ci toglie il fiato: sotto di noi scorre il torrente Argentina, scavando gole profonde e scure.

Qui l’acqua sembra quasi d’inchiostro, perché la luce solare fatica ad accarezzarla e rischiararla con i suoi raggi dorati. Poco più in giù delle gole di Mauta si trova la località di Lago Degno, luogo un tempo rinomato come raduno delle bàzue, che vi si incontravano in compagnia del demonio (così dice la leggenda). Oggi, invece, Lago Degno è frequentato da esploratori, turisti ed esperti di canyoning, nonostante il divieto di accesso che dal 2010 interessa tutta la zona per via di un enorme masso che rischia di franare. Restiamo ad ammirare le curve del torrente, affascinati da questo ennesimo spettacolo naturale della mia bella Valle, poi proseguiamo. Oltre il ponte si tiene la sinistra e riprende la salita in mezzo al bosco.

E che bosco! Ogni tanto, dal fitto della vegetazione, spiccano rocce di dimensioni enormi, pareti grige sulle quali sono addossati i ruderi di antiche costruzioni.

Qui la salita si fa importante, ma è breve, non preoccupatevi. Si giunge a un bivio non segnalato, ma a giudicare dalla traccia GPS che vediamo dal topo-smartphone (sono una topina tecnologica, ormai!), da qui si prosegue verso Cetta, mentre noi dobbiamo rientrare a Molini. Imbocchiamo allora il sentiero più stretto che svolta alla nostra sinistra e, procedendo tra gli alberi, giungiamo su un percorso a me conosciuto e molto caro, quello che costeggia il Rio Grognardo.

Attraversiamo l’affluente dell’Argentina grazie al ponte di legno. Sì, lo so che sembra traballante e pericolante, ma non lo è! Certo, non bisogna ballarci sopra, ma è bello mettere le zampe su quella passerella, dà un brivido lungo la spina dorsale che non è niente male.

ponte rio grognardo2

Avanti, dov’è finito il vostro spirito d’avventura? Non fate quella facce e continuate a seguirmi. Questo è un luogo magico, per me, dove lo Spirito della Valle fa sentire più forte la sua eco. Se ancora non avete conosciuto lo Spirito della Valle, leggete il mio articolo “In nessun luogo, eppure dappertutto”.

Questo tratto del sentiero è di grande facilità, prosegue per gran parte in piano. A un certo punto lo troviamo sbarrato da un tronco poggiato sul terreno: è il segno che, anziché proseguire dritti e in piano, dobbiamo imboccare la deviazione a destra, in salita in mezzo ai castagni, che ci permette di aggirare la frana di cui vi avevo parlato nell’articolo “Frana per andare a Lago Degno”. Terminata la salita, il percorso si snoda nuovamente in piano e in discesa e poi, finalmente, raggiungiamo la provinciale.

lago degno molini di triora strada colle langan

Proseguendo in su arriveremmo a Monte Ceppo, San Giovanni dei Prati o Colle Melosa, mentre oggi imbocchiamo la discesa per Molini di Triora.

Lungo la strada possiamo rifarci gli occhi con le case che gli esseri umani si sono costruiti in questa zona tranquilla. Ce n’è per tutti i gusti, davvero! Ci sono abitazioni spartane, con pietre a vista, altre dai colori sgargianti e con giardini popolati da nanetti e e altre fiabesche creature. E’ bello fantasticare sulla vita in un luogo del genere, immerso nel bosco e con tanto giardino intorno. E pensare che, una sera, su questa stessa strada, saltavano una moltitudine mai vista di grossi rospi! Passavo da qui con la mia topo-mobile e dovevo fare una grande attenzione nel guidare, perché saltavano da ogni dove e c’era anche una nebbia così fitta che quasi si tagliava col coltello. Era proprio una notte da streghe, quella! Vedete, nella mia Valle non ci si annoia mai, davvero!

A un certo punto, giungiamo nei pressi di una casetta intonacata di un rosa molto pallido, al di sotto della quale possiamo scorgere un ponte di pietra. Scendiamo, dunque, e lo attraversiamo. E’ un ponte a schiena d’asino, la sua è una gobba notevole! Ci fermiamo ancora una volta a rimirare il torrente Argentina, il bosco sembra volerlo celare, proteggere da sguardi indiscreti.

Che vegetazione fitta, e che verde intenso! Scendiamo dal ponte e ci dirigiamo verso il borgo di Molini di Triora, ammirando anche il punto in cui il Rio Capriolo si getta tra le braccia dell’Argentina e si mescola con lui.

torrente capriolo torrente argentina molini triora

Siamo stanchi, estasiati e stregati dalla passeggiata di oggi, ne abbiamo viste proprio delle belle, non trovate anche voi?

Un abbraccio incantato dalla vostra Pigmy.

Nel magico giardino di Dina

Oggi vorrei portarvi in un luogo magico della mia valle, un luogo felice che appaga gli occhi e rilassa.WP_20150403_002 E’ lo splendido giardino della mia amica Dina. Siamo in un luogo in cui i profumi e i colori non danno tregua alle emozioni. Siamo in un luogo di pace in cui piante e fiori ci salutano da ogni angolo. A tenerci compagnia anche il sole e lo splendido mare.WP_20150403_003 Una distesa azzurra che incornicia la flora particolare che cresce in questo Eden senza troppe costrizioni e senza troppi inutili orpelli. Dina infatti, pur curandole amorevolmente, permette alle sue piante di crescere come natura vuole e, tra tutte, a spiccare sono proprio quelle tipiche della nostra terra come la Lavanda, il Rosmarino, il Mirto. Per non parlare di quelle che nascono e si rinnovano spontaneamente, in quello che per loro è un vero paradiso. WP_20150403_004Magnifico. Magnifiche le terrazze divise alcune per colore. La parte dei fiori bianchi e quella delle piante a foglia rossa, nella quale persino un particolare Nocciolo, si fa ammirare in tutto il suo splendore. E si. In questo giardino ci sono anche alberi da frutta e i più simpatici sono una coppia di arzilli Pistacchi e, attenzione, c’è il Pistacchio femmina carico di frutti e il Pistacchio maschio pieno di germogli.WP_20150403_008 Una longeva coppia che si tiene compagnia. Nel giardino di Dina, orgoglio della mia valle, le piante sono ordinatamente sistemate. Per ognuna, anche quella più piccola, c’è una fantasiosa posizione, arricchita da statuette, o da cestini, carriole e tutto quello che nasce da una certa creatività. WP_20150403_005Molte piante sono adagiate su mattonelle color vermiglio, altre invece, appese elegantemente. Designano un percorso oppure ostacolano il passaggio, semplicemente perchè hanno deciso di nascere lì. E in questo luogo magico, nascono davvero ovunque!WP_20150403_006 Anche nei posti più impensati! A stupire la loro stessa amica che ogni giorno le cura con affetto. E quando è il cielo a illuminarle regalano tinte davvero mozzafiato. Il rosso dei Tulipani, il verde e il rosa degli Hellebori, il bianco della Ginestra, il viola della Dimorfoteca. Sono mille e anche di più le specie coltivate. Ci sono piante succulente, annuali, perenni, aromatiche, orchidee, acquatiche…. Si, persino nei bellissimi laghetti che arricchiscono il giardino nascono i fiori che tengono compagnia ai pesciolini: Ninfee, Iris d’Acqua, Papiri e molti altri. Per Dina questo non è solo un passatempo è la sua vita! La sua passione! WP_20150403_013Una passione che riesce a trasmettere a chiunque! Non per niente, la mia amica, riesce anche a creare splendide composizioni con oggetti che ormai non vengono più utilizzati. Guardate questo antico lampadario ad esempio. E’ stato subito trasformato in un caratteristico oggetto di design, abbellito da Tillandsie di varie specie. Divertente e originale e, chi si siede qua vicino, sulla panchina sotto di lui, non può che ammirare delle piante davvero strane e un fantastico panorama. Proprio così. WP_20150403_007Piante originali le Tillandsie! Vivono appese in aria, senza terra e senza radici! E fanno bellissimi fiori. Sono proprio contenta di avervi portato in questo bellissimo posticino. Sapeste io quanto mi sono divertita! Ho fatto più volte lo stesso giro e ogni volta, scoprivo una pianta nuova eppure, c’era anche prima di sicuro! WP_20150403_010Praticamente era come un gioco, una caccia al tesoro. Qui, sulle prime alture di una Liguria di Ponente dall’atmosfera surreale. Qui, dove le piante stanno bene e si adattano volentieri a un luogo che sembra essere il loro habitat naturale e, per alcune, lo è davvero.WP_20150403_011 E quindi? Che ne dite? Vi è piaciuto questo tour? Vi è piaciuto scorrazzare per questi sentieri, salire e scendere da questi rustici e simpatici gradini e scovare nuovi percorsi? Fare attenzione a dove mettere i piedi? WP_20150403_013Ammirare le talee che Dina prepara con devozione e vedere piante rare come la Strelitzia Bianca? Una vera chicca giusto? Incredibilmente grande. Imponente. WP_20150403_020Per guardarla tutta bisogna proprio stare con il naso all’insù. Meravigliosa. E meraviglioso è anche l’orto, utile e ben curato nel quale frutta e ortaggi, se ancora non sono nati, si stanno preparando a far capolino. La prossima volta che andrò vi posterò altre sorprese. Promesso. Ce ne saranno sicuramente. In ogni periodo dell’anno, in questo giardino, fiorisce o cambia qualcosa che dona  sempre un palcoscenico diverso.WP_20150403_014 E Dina è buona, ospitale, di cuore e di compagnia. Si sta bene assieme a lei e si possono imparare tantissime cose su questo mondo speciale che lei, con pazienza, spiega e rispiega finchè non lo si capisce. Non si stanca mai. Per cui non preoccupatevi, non dovrete attendere molto per fare un altro giretto qui insieme a me. WP_20150403_019Vi auguro una buona giornata e vi aspetto per la prossima passeggiata. Un abbraccio a tutti e uno in particolare a Dina che mi ha permesso di conoscere il suo mondo!

A visitar Castel Vittorio

SONY DSCA un passo dalla mia Valle. E con la mia Valle ha avuto in passato anche un importante collegamento. Proprio vicino. Quasi a vederlo affacciandosi dalla finestra. Beh, più o meno. E’ che bisogna fare tutto un giro lungo, altrimenti sarebbe davvero subito lì. SONY DSCE comunque, giro o non giro, è un piacere arrivare qui, in questo bellissimo paese tra i monti.

Siamo a Castel Vittorio, dove non si sente nemmeno volare una mosca. Siamo in un paese composto da salite e discese, tra i carrugi, e ricoperte di ciottolato tipico ligure.SONY DSC Siamo in un paese che un tempo, quando ancora si chiamava Castel Dho, apparteneva ai Conti di Ventimiglia che ne furono padroni fino al 1260. Dopo, il nome, gli venne cambiato in Castel Franco, dalla famiglia dei Moro, e rimase così anche passato sotto la possessione della Repubblica di Genova che lo sottopose al controllo giurisdizionale della Podesteria di Triora. Vi ricordate quando, parlando di Triora, vi dissi come questo borgo della mia Valle era il preferito dalla Repubblica padrona?SONY DSC A un passo dalla Francia, offriva importanti vie di comunicazione, di commercio, di difesa e di attacco. Il nome Castel Vittorio lo deve quindi al Piemonte che, divenne nel 1862, nuovo proprietario del borgo e volle rendere omaggio al Re Vittorio Emanuele II di Savoia. Quante vicissitudini in un villaggio così piccolo! Pensate che i suoi abitanti sono solo circa 300 ora.SONY DSC Siamo a 420 metri sul livello del mare e qui la vita scorre lenta e pacifica. Per arrivarci bisogna scendere da Bajardo e, a Bajardo, ci si può arrivare anche dalla Valle Argentina, poi si scende ancora nel bellissimo San Gregorio, ricco di natura, e infine eccoci qui. Dalla piazza principale l’Albergo Italia ci saluta, imponente, appena sopra una salita. E’ la strada che bisogna percorrere per visitare meglio il paese. Ci porta dentro ai piccoli vicoli dove al sole non è permesso entrare.SONY DSCDeve rimanere fuori. Che fresco qui! Bastano pochi passi per arrivare in un altra piazzetta. Un ciottolato per terra forma la figura della Rosa dei Venti. E’ una piazzetta dove una bellissima fontana echeggia con il suo scrosciare di acqua fredda e limpida.SONY DSC Sopra di essa, una lapide in ardesia ricorda, come spesso avviene in questi borghi, l’invasione nazista e ne commemora il 25° anniversario. E’ stata posizionata lì nel 1969. Un’altra lastra recita così: “Il 2 luglio 1944 la popolazione di Castel Vittorio insorgeva a contrastare un attacco di nazi-fascisti con lungo martirio di stragi scontando il suo stoico eroismo.SONY DSC La F.I.V.L. a imperitura memoria per degnamente onorare i castellesi gloriosamente caduti per un’Italia libera da ogni tirranide pose. Il 2 luglio 1950 “. La fontana, sotto alla pietra, dalla forma che ha doveva essere un tempo un lavatoio. SONY DSCOggi, intorno a lei, c’è parecchio muschio che si rinfresca e, di fronte, c’è l’Asilo Infantile Orengo un bell’edificio alto e giallo.SONY DSC Anche i muri delle vie sono ricche di muschio e erbetta e le piccole margheritine campestri e i garofanini selvatici, si arrampicano ovunque assieme ad altri fiori.SONY DSC Siamo in un posto circondato dal bosco, dal verde assoluto, dagli alti monti e sembra di essere in un altra regione. In certi punti sa di “vecchio” cioè di una vita antica che è lì da anni. Alcuni angoli sono bui, mettono quasi a disagio, a me però affascinano moltissimo. Che fatica riuscire a scorgere anche un solo tocco di cielo.SONY DSC Sono tanti gli edifici religiosi ma i più importanti sono due: la Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano, di grande interesse artistico, la quale custodisce un bassorilievo sul portale laterale risalente al XVI secolo che mostra, al suo interno, un dipinto di Venusti rappresentante la crocifissione di Gesù, anch’esso molto antico;SONY DSC e l’Oratorio di Santa Caterina, in stile medievale e oggi sconsacrato.

Tra le vie, le protagoniste sono le piccole botteghe. Ben tenute, piene di roba e dalle vetrine simpatiche, caratteristiche e colorate. SONY DSCSono botteghe che vendono ovviamente prodotti tipici del luogo, al di là delle vecchie cartoline che stanno diventando sempre più introvabili, hanno l’olio, i pomodori, le olive. Le principali attività economiche del territorio di Castel Vittorio sono legate all’agricoltura, alla viticoltura, alla floricoltura e alla raccolta di funghi.SONY DSC Ebbene sì golosoni! In questo posto, che rimane leggermente nascosto dai monti, i funghi pullulano che è un piacere. Che dirvi ancora topini? E’ anche questo, da come avrete già capito, un luogo da venir a visitare.SONY DSC E’ un luogo che vi aspetta e vuole farvi conoscere tutte le sue caratteristiche e, anche in ambito culinario, le sue specialità. Qui a Castel Vittorio si mangia divinamente e con pochi euro. Se andate nell’Albergo Italia, che vi indicavo prima, vi sfido ad arrivare anche solo alla fine degli antipasti! Da leccarsi i baffi!SONY DSC Non perdete tempo ora che c’è la bella stagione! Questo paese vi potrà anche far trascorrere intere giornate all’aperto andandovene in giro a fare interessanti passeggiate nel verde.SONY DSC E’ circondato da sentieri che incuriosiscono e da boschi meravigliosi. A questo punto, non mi rimane altro che salutarvi con un bacione e ricordarvi di venire qui, a Castel Vittorio… ma passando dalla Valle Argentina! M.SONY DSC

La Via dei Morti – 1′ parte –

Oggi, topi, vi porto a fare un tour davvero particolare. Voglio farvi conoscere situazioni avvincenti e luoghi ricchi di storia, sentieri in cui è successo di tutto, ma che oggi non conosciamo. Prima, però, lasciatemi ringraziare tantissimo chi ha redatto questi importantissimi documenti, lo scrittore Giampiero Laiolo, che mi ha reso noti questi suoi scritti tratti dal suo libro “U Camin – Percorsi storici della Valle Argina”, Pro Triora Editore, 1997.

Venite con me.

DA CARPASIO ALLA PIEVE DI SAN NAZARIO E CELSO (BORGOMARO)

“Dal XII secolo l’espansione della Repubblica genovese accrebbe l’instabilità politica amministrativa del ponente ligure: questa aspirazione egemonica sulle riviere perseguita con la diplomazia e con la forza si scontrò ovviamente con gli interessi dei locali signori feudali. Le Valli di Oneglia, del Maro e di Prelà furono per secoli una “spina nel fianco” della Repubblica di Genova: prima sotto il dominio del Vescovo di Albenga e dei Ventimiglia poi dei Ventimiglia-Lascaris quindi dei Savoia. Si giunse all’unificazione solo alla fine del 700, ma in quell’occasione la superba Repubblica aristocratica non poté di certo gioirne perchè quel momento coincise anche con la fine della sua millenaria storia. Carpasio come appendice dei domini del Maro in Valle Argentina subì un isolamento politico. Questa situazione, peggiorata dal naturale isolamento montano, contribuì a formare le caratteristiche religiose, sociali ed economiche di quel paese: non sbaglia l’amico e cugino Dario Banaudi quando ipotizza in quest’areale un prolungamento del medioevo (1). Tale retaggio culturale che emerge sporadicamente ancora oggi rende questo areale particolarmente interessante; le condizioni geomorfologiche comportavano notevoli sforzi per ricavare terreni produttivi: si coltivava orzo, grano, lenticchie, ceci e ultimamente anche fagioli e patate. Sui pascoli sommitali si allevavano pecore e capre, ovviamente nel rispetto delle aree prative e nei tempi destinati alla fienagione; tutto ciò’ era regolamentato dagli antichi usi cristallizzati successivamente negli Statuti Comunali e nei Bandi Campestri. Il Castello del Maro e le sue dipendenze, compresa la Valle Carpasina, fu venduto dal conte Gaspare dei Ventimiglia (ramo siciliano) nel 1455 ad Onorato Lascaris dei conti di Tenda {2). In questo periodo si attivò la direttrice di crinale verso Briga e Tenda, associando alle millenarie motivazioni pastorali quelle politico-amministrative dei conti di Tenda. Il percorso Tenda/Briga – Oneglia che interseca la “Via dei Morti” al Passo del Maro lo si può’ configurare come una delle vie marenche che risalivano le valli del ponente ligure verso il Piemonte. Nel 1575 i Conti di Tenda cedettero la Valle del Maro e le sue pertinenze ai Savoia i quali la subinfeudarono nel 1590 a Giò Gerolamo Doria Ciriè. Le finalità sabaude furono notoriamente quelle di creare un corridoio commerciale tra il Piemonte ed il mare, progetto ovviamente ostacolato da Genova la quale, nel caso specifico di Carpasio, prestò la massima attenzione alla sua delimitazione territoriale adottando anche mezzi coercitivi, come la rappresaglia, che ponevano i carpasini praticamente in stato di assedio verso le altre comunità della Valle Argentina. Pur con fasi alterne Carpasio dipese dalla Valle del Maro, là risiedevano gli “uomini che contavano”: il marchese, il parroco ed il bargello.  Un matrimonio, un funerale, un battesimo, la sagra, il ballo erano tutte occasioni più o meno gradite ma indispensabili e necessarie alla vita che impegnavano i carpasini a socializzare fuori del ristretto ambito del borgo. Il ricordo della sudditanza religiosa dalla Pieve del Maro è ancora presente nella memoria sociale: tramandato di generazione in generazione viene attualmente presentato con evanescenti immagini dove la leggenda tende a confondersi con la storia (3). Non potrebbe essere altrimenti. Basta pensare all’incidenza emozionale e simbolica percepita dal trasporto di un morto attraverso i prati, i boschi ed i torrenti di due valli. Si ricordi il piacere medievale sia verso le giocose e colorate feste come nell’assistere le esecuzioni capitali e la massiccia partecipazione popolare alle coreografiche manifestazioni liturgiche di San Bernardino da Siena e San Vincenzo Ferreri; tutte queste espressioni si possono sintetizzare nella tendenza di proiettare ogni cosa ed ogni fatto verso il soprannaturale; l’animismo, la magia e la conseguente caccia alle streghe non sono che un aspetto di questa “forma mentis” medievale. Quanto il trasporto dei cadaveri verso la sepoltura nella pieve incise sulle genti lo vediamo nelle testimonianze di molti anziani. La memoria collettiva ricorda il fatto mentre la località di sepoltura diventa imprecisa: Santa Maria dei Piani, San Nazario e Celso di Borgomaro e San Giorgio il Vecchio di Calderara vengono confusi. Anche altri particolari diventano poco credibili come l’uso di depositare i cadaveri sopra i “cannicci” quando la mulattiera era inagibile. Pur essendo certo per i carpasini l’obbligo della sepoltura e del battesimo presso la pieve è dubbio il perdurare di questi due obblighi. Sappiamo che dal 1331 sino al 1424 vi fu ancora l’obbligo del battesimo presso San Nazario e Celso, anche se è già documentato il tentativo di eludere tale norma. Quando spostiamo l’attenzione alle modalità di sepoltura dei carpasini ci troviamo con un solo riferimento documentario indicante che già nel 1399 vi era l’uso della sepoltura presso la locale chiesa di Sant’Antonio. Quindi non abbiamo alcuna traccia, ad esclusione della tradizione, su ci che accadde prima di tale. L’unificazione politica giunse nel 1797 integrando economicamente la Valle di Carpasio con i circostanti paesi; rimase però la dipendenza amministrativa da Borgomaro sino ai primi decenni del novecento, età che vide nascere l’attuale struttura amministrativa provinciale. E’ curioso notare che anche il potere giudiziario e poliziesco residente a Borgomaro lasciò una traccia nella toponomastica: il passo degli sbirri ci ricorda che quella era la via usuale con la quale giungevano a Carpasio prima i “soldati di giustizia” del bargello e poi i “carabinieri reali”; vedremo scrivendo della mulattiera che unisce Carpasio a Glori, quanto questi uomini furono impegnati su questo territorio”.

E domani, topi cari, pubblicherò la seconda parte di quest’avventura e la descrizione del percorso, che si farà più interessante. Quanta storia! Vi aspetto.

M.

Passeggiata da Bussana a Taggia

Apprendo una bellissima notizia dall’ormai famoso, per me, sanremo.news. Leggo le parole di Francesco Mulè e, utilizzando un po’ le frasi del suo articolo e un po’ le mie, vi descriverò questa  scoperta, una sorpresa che, la Cooperativa – Strade Liguria da Scoprire -, ha organizzato per tutti voi. Domenica 4 Novembre 2012 si svolgerà la passeggiata da Bussana a Taggia, in collaborazione con la Cooperativa Sociale – Terre Solidali – ed il Centro di Spiritualità di San Domenico.

La passeggiata, da Arma di Taggia, si avvia verso la Grotta dell’Arma (che vi avevo fatto conoscere l’anno scorso in un post a lei dedicato /la-piccola-chiesetta-di-arma/ ), sito di grande interesse archeologico, dove è stata inserita la Chiesa di S.S. Annunziata, sovrastata da una torre di avvistamento cinquecentesca, che noi chiamiamo comunemente “La Fortezza”.

Si raggiunge quindi il paese di Bussana dal lungomare di Bussana Nuova, dal quale poi si prosegue per una mulattiera verso Bussana Vecchia, villaggio più alto e più antico.

Dal borgo di Bussana Vecchia si prosegue per stradine e sentieri immersi nella macchia mediterranea verso Taggia e, per alcuni tratti, si cammina anche su strade che s’intersecano tra le serre coltivate.

Verso le 13 si arriva quindi al paese di Taggia e, presso il Convento di San Domenico, i fratelli della Sacra Famiglia che animano il Centro di Spiritualità, vi accoglieranno con gioia.

Nel magnifico refettorio decorato da affreschi cinquecenteschi si consumerà il pranzo preparato dai soci della Cooperativa Sociale – Terre Solidali -, con ingredienti biologici e del commercio equo e solidale. – Terre Solidali – è infatti una Cooperativa Sociale di tipo B che lavora e favorisce inserimenti lavorativi di persone diversamente abili nell’ambito della commercializzazione di tali prodotti.

Le offerte per il pranzo saranno completamente devolute alla Comunità di Santa Catarina de Sololà.

Dopo pranzo, Sergio Spina, di – Terre Solidali -, presenterà il progetto del commercio equo e solidale ed una serie di immagini della Comunità in Guatemala.

A seguire, la visita del prezioso Convento e della Chiesa di Santa Maria delle Misericordie, ricca di opere d’arte, che toccano il periodo dal Quattrocento al Settecento.

Notizie logistiche:

Ritrovo per l’escursione: ore 9:00 ad Arma di Taggia davanti a Villa Boselli.

Ritrovo per il pranzo: ore 13:00 a Taggia presso il Convento di San Domenico.

Difficoltà: Dislivello 300 m tra salita e discesa – Distanza km 6 – Tempo di Percorrenza 2 ore 30’.

Menù: Riso basmati con verdure saltate e germogli, hummus di cecicon crostini di farro, insalata russa vegan, cubetti di parmigiano con noci dell’Amazzonia, finocchi in crema di anacardi e curry, pane biologico cotto nel forno a legna, vino biologico, torta di mele e noci con crema alla vaniglia, caffè o orzo.

Quota del pranzo: 20 euro (interamente devoluta alla Comunità di Santa Catarina de Sololà -Guatemala-, possibili eventuali offerte superiori).

Obbligatoria la prenotazione per il pranzo.

Prenotazioni alla Cooperativa Strade Liguria da Scoprire.

Tel. 0183 / 290213 – 338/4536788 Sig.ra Angela.

La  partecipazione all’escursione e visita è GRATUITA.

Preparatevi quindi! Si parte! A me non rimane altro che augurarvi un buon divertimento e attendervi per il prossimo post! Bacioni, la vostra Pigmy.

M.

Le scarpette della Madonna

Probabilmente solo il mio amico Pani potrà dirmi il vero nome di questi fiori, dopo aver spulciato i suoi archivi. Sono fiorellini piccoli, ma bellissimi, di un giallo intenso ,e i loro minuscoli petali hanno la forma di un sacchettino.

Nella mia Valle sono conosciuti con il nome di “Scarpette della Madonna” e dipingono tutti i prati, i boschi e i sentieri con la loro calda tinta. Non sapendo nulla di loro, non potrò svelarvi i loro segreti e le loro proprietà, posso solo dirvi che sono prelibati per le farfalle e che sono davvero numerosi, qui da me. Sono diventati un fiore simbolico.

Sembrano molto delicati, invece presumo siano robustissimi, perchè riescono a vivere anche in zone impervie e crescono tranquillamente sotto i rovi e tra le sterpaglie. Quale difesa possono avere? Non penso proprio siano tossici, né sono forniti di spine.

Il loro nettare ha una protezione eccellente: racchiuso tra quei petali ricurvi, non si offre generoso agli insetti, pur essendo delizioso. Oh sì, anch’io li ho assaggiati, sapete? E’ proprio vero, i topini hanno sempre un angioletto in più a proteggerli. Da piccola mangiavo tutto quello che trovavo in un bosco. Le loro foglioline sono di un verde brillante e, a lisca di pesce, ricoprono tutto lo stelo. Nei recipienti posti davanti alle Madonnine che s’incontrano per le stradine di montagna, non mancano mai insieme alle Margheritine e ai Non ti scordar di me. La mia topozia mi raccontava sempre la stessa fiaba…

“Perchè ce ne sono così, tanti zia?”

“Perchè, quando arriva, la Madonna è sempre scalza: è molto povera, e allora s’infila due petali di questi nei piedi per camminare senza sentire dolore”

“Ma non può infilarli! Sono troppo piccoli! Che numero porta di scarpe la Madonna?”

“La Madonna, quando li infila, riesce a calzarli perfettamente. Loro diventano grandi quanto è grande il suo piede. E le calzano a pennello, come la scarpetta di Cenerentola!”

Se era andata così per Cenerella, sicuramente poteva riuscirci anche la Madonna, pensavo io, e questa storia penso che tutti la conoscessero, perchè il loro nome è da sempre stato questo.

Quante volte ho aspettato in silenzio di vedere la Madonna che arrivava e si infilava quelle scarpette dorate! Quelle scarpette che per anni hanno addobbato la mia casa come centro tavola, come mazzolino nel bagno e addirittura ne coglievo due da mettere sopra i cuscini, uno per me e uno per mia zia. E ogni sera, quando era ora di andare a nanna, vedevo sempre il suo sorriso nell’avvicinarsi al letto.

Questi fiori mi piacciono tantissimo, suscitano in me molti ricordi, ma al di là di questo, li trovo splendidi. Danno un senso di umiltà e di gioia, di tenacia e educazione. Chissà come si chiamano!

Un bacio profumato dalla vostra Pigmy.

M.