Il Cerchio delle Streghe: Mistero in Valle Argentina

Ecco. Lo vedete nell’immagine quel cerchio sul prato? IMG-20150626-WA0003No, non si tratta dei classici “cerchi nel grano” che tanto hanno fatto discutere la popolazione a livello mondiale. In questo cerchio, se riuscite a notare bene, la circonferenza non è designata dalla mancanza d’erba, bensì è come se la stessa erba fosse nata sfoggiando un altro lato di sè oppure ancora, proprio formando un perfetto circolo, sia nata un’ altra erba che ha creato questo disegno geometrico. Cerchio_delle_streghe1Un’alone piacevole di mistero e magia. Siamo nell’Alta Valle Argentina ma, il luogo preciso, tramite le ricerche che ho condotto sul web, mi suggeriscono di non rivelarlo per non creare una sorta di mito che causerebbe l’arrivo di folle probabilmente poi incriminabili di inquinamento e disturbo della quiete di questo luogo meraviglioso dove flora e fauna vivono in perfetta armonia ogni giorno. Gli abitanti del luogo inoltre, preferiscono fare gli indifferenti sul caso e non è certo mio volere usurpare la loro intimità. Questo perchè riguardo a questo cerchio sospetto, si sono venute ovviamente a creare delle leggende e delle storie che come spesso accade non si sa mai quanto possano essere vere. Ma affascinanti si, su questo non c’è dubbio. Innanzi tutto, a codesta figura, già è stato dato un nome arcano e suggestivo. “Il Cerchio delle Streghe” si chiama e, nome migliore, non potevano scegliere per la mia valle che ha come protagonista il paese di Triora conosciuto come la Salem d’Italia. Parrebbe che questo cerchio, abbia il diametro di una dozzina di metri. Mi sembrano tanti per come l’ho visto io ma non sono all’altezza di dare una valida misurazione e inoltre ero abbastanza lontana in un sentiero stupendo e panoramico. Ora, potrete ben capire come sia assolutamente interdetta la zona interna, anche se solo moralmente, in quanto, le Streghe, con le loro persecuzioni, potrebbero compiere nuovi atti malvagi nei confronti della popolazione. Le credenze continuano a vivere ma, su sanremonews, il ricercatore Vittorio Stoinich, racconta che la tradizione è sempre viva nel cuore della Valle. Perciò, quando si sente dire che un pastore, che ha voluto sfidare il potere delle nostre Bazue (streghe), dopo aver messo il piede all’interno del cerchio per raccogliere il fieno, si è ritrovato con le pecore che producevano il latte rosso come il sangue anzichè candido come sempre, tutti si sta zitti e ci si fa cullare da questa sorta di affascinante racconto che rapisce gli animi. E anche la mia Valle quindi, come se già non le bastassero tutte le varie storie di Wicca e stregonerie che vivono da anni nel suo cuore, vuole avere il suo primato. E attenzione; questo cerchio pare non essere l’unico nella Valle Argentina. Ne scoprirò altri? Lo saprete nelle prossime puntate amici! Sgattaiolo immediatamente sui monti come un piccolo segugio! Baci e…. non fatene parola con nessuno!

photo – la seconda immagine appartiene a sanremonews ed è stata scattata da Vittorio Stoinich

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Dai 1600 ai 1300… metri. E poi di nuovo su.

Tante atmosfere, tanta natura in un solo luogo. Pini, Larici, Abeti, Faggi, Noccioli. WP_20150703_001E le radure dove cantano i grilli a squarciagola e i boschetti dove tutto tace. L’erba dorata riarsa al sole che giace morbida sui campi. WP_20150703_024Terreni estivi che ormai hanno già dato e ora riposano attendendo l’autunno per spogliarsi. Zone più umide, più ombrose, più verdi dove l’oro lascia il posto alla speranza. WP_20150703_016Dove le sfumature di verde nascondono i funghi, i lamponi e le fragoline selvatiche. Qui, al sole, è concesso di entrare poco per volta e la rugiada continua la sua esistenza mattutina. WP_20150703_026Prati fioriti di giallo intercalato al rosa regalano tuffi alla fantasia e agli occhi.WP_20150703_012 Tante le farfalle che si rincorrono, che vengono ad annusarti le mani, che srotolano la loro lingua sopra a un fiore. WP_20150703_009E noi srotoliamo felicità. Monte Ceppo. Il mio Monte Ceppo. A Ovest nella Valle Argentina. Meta ambita di chi vuole passare ore liete lontano da tutto. Dove la bellezza della natura regala tonfi al cuore. Monte Ceppo dai panorami vasti e meravigliosi. WP_20150703_002Un sentiero che porta all’incirca sopra il paese di Ciabaudo sarà il nostro itinerario. Vi ci avevo già portato ma come si fa a non tornare. E’ un territorio talmente vasto e sorprendente che affascina in modo diverso da mese a mese, da stagione a stagione. Il frinire, il ronzare, il cinguettare e poi… qualche verso strano, sconosciuto che pare allarmato o forse è solo incuriosito. E si vola. Quando i monti di fronte si aprono, lo sguardo sorvola un mondo nuovo. WP_20150703_003La foschia del mattino si dirada nelle ore più tarde e mette in mostra i paesi sulla costa. Sembrano lì, a un passo da noi. Sembra di poterli toccare con un dito come si toccano i fiori. WP_20150703_010Malvoni, Iperico, Sparviere dei Boschi, Bardana, i tanti colori profumati ci fanno strada, ci disegnano il sentiero ancora poco battuto in questo periodo. WP_20150703_015Gli amanti della mountain bike non sono ancora passati di qua, aspetteranno le ferie di agosto, per cui i ciuffi d’erba tendono trappole piacevoli, sono lunghi e  sottili. Bisogna avanzare con calma per non inciampare.WP_20150703_005 Trattengono le caviglie, sembrano non voler mollare – Guardaci! Guarda quanto siamo belle! – dicono le spighe in coro. Di qui sono passate pecore e volpi, lo si capisce da ciò che hanno lasciato nutrendosi dei frutti del bosco. Ora la natura è viva, è tutto un via vai di fremiti e attenzioni. WP_20150703_004Per qualche metro, le piccole pigne cadute, formano uno spesso tappeto. Gli scoiattoli han già fatto man bassa, ligi, preparandosi al periodo più freddo che oggi, pare possibile arrivare. WP_20150703_014Sulle piccole praterie, non protette dai folti alberi, il sole batte caldo e la calura rende più difficile passeggiare ma fa assaporar ancor di più la vittoria. La vittoria della conquista della meta. Qui, dove tutto ha un senso, persino gli scarabei che, per nulla impauriti, continuano nella loro attività molto indaffarati. WP_20150703_027Un paesaggio meraviglioso. Come diceva Toro Seduto – Per voi il Paradiso è il cielo, per noi il Paradiso è la Terra -. La Madre Terra. Si, questo è il mio Paradiso. Uno dei tanti della mia Valle.

Il contatto con la Natura: da Passo della Guardia alla Galleria del Garezzo

Valle Argentina? No. Alta Valle Argentina! Uno dei luoghi più belli della mia valle e, questa volta, si va a piedi per poter apprezzare ancora di più la fantastica e sorprendente natura che ci circonda. IMG-20150626-WA0004Eh… invidia, invidia… dov’è che vi ho portato l’ultima volta? Ah, si! Al mare! Ricordate?! L’acqua limpida, la sabbia calda… si, si… e invece dove siamo adesso? Arriveremo quasi a 1.800 metri s.l.m.! 😀 non arrabbiatevi, seguitemi piuttosto. E ripeto: a piedi! Se per quasi un anno sono dovuta stare ferma, ora mi rifaccio completamente. Il panorama è suggestivo e il luogo surreale. IMG-20150626-WA0003La felicità pura, dovete credermi. Una meraviglia davvero per gli occhi, per la mente, per il cuore. Si lascia la macchina dopo il paese di Triora, appena finisce l’asfalto, e si passa sotto ad una pineta ombrosa che possiede un’atmosfera incredibile. Sembra magica. A tratti, i Pini e gli Abeti si mescolano ai Noccioli che formano boschi interi. A bordo strada, le fragoline di bosco sono numerosissime e si possono fare grandi scorpacciate. Che bello vedere questi puntini rossi tra il verde acceso delle foglie!WP_20150626_001 Ce n’erano tantissime ma ne abbiamo mangiate poche per non portarne via troppe. Ogni volta che vi capita di raccogliere qualcosa in un bosco usate sempre cestini e non sacchetti di plastica e ogni tanto scrollateli in modo che le spore, cadendo, possano dar vita a nuovi frutti. A proposito, portatevi dietro tanta acqua mi raccomando, perchè da qui in poi, se volete fare il mio stesso percorso, l’unica fontanella che trovate non possiede acqua potabile. Si cammina fino al famoso bivio. WP_20150626_007E’ il bivio che porta, a sinistra, a Colle Melosa e a destra invece, dove dobbiamo andare noi, a Monesi e poi al Monte Saccarello. Lo vedrete, non potrete sbagliarvi. Infatti giriamo a destra. Siamo in un punto importante della mia valle. Qui, Piemontesi e Francesi hanno combattuto a lungo per conquistare questi luoghi. WP_20150626_010Per questi sentieri, nell’anno 1794, si è sparso il sangue di molti uomini.  Siamo vicini al sentiero dei Flysch termine svizzero che indica formazioni di roccia complesse costituite prevalentemente da arenarie fini con intercalazioni di siltoso. WP_20150626_008Si possono toccare, sono calde. Alla vista invece austere e possenti. Inutile descrivervi la pace. Ma quanto via vai per gli animaletti durante le ore mattutine! Farfalle, api, calabroni, tafani, uccellini, tutti a ronzare, tutti a cinguettare, tutti a lavorare. Gli insetti si cullano di fiore in fiore. Quanti colori! Solo di margherite ne ho visto di tre tinte diverse: bianche, gialle e viola. Mi è persino capitato di vedere un Sempervivum fiorito, nato spontaneo tra le rocce, con meravigliose sfumature rosa acceso. WP_20150626_002Per ora siamo a circa 1650 metri s.l.m. ma dobbiamo salire ancora. Così tanto che, se una nuvola ricopre il sole, l’aria si fa così frizzantina da obbligarti a indossare la felpa. Il bosco ormai lo abbiamo abbandonato e tutto intorno a noi è ancora più roccioso intorno ma, la strada è sempre sterrata. Ci massaggia i piedi.WP_20150626_003Piano, piano gli alberi si fermano per lasciare posto ai prati e le varie tonalità di verde disegnano ambienti mozzafiato. Nel naso entrano i profumi della Lavanda, una Lavanda più blu di quella che nasce più a valle, del Timo e dell’Origano. E c’è la Melissa, il Sedum Muntano, la Ginestra e il Dragoncello. E ci sono cascate di fiori bianchi incantevoli su tutti i massi nudi pronti ad accogliere le aquile.WP_20150626_012 Speravamo di vederne almeno una ma sarà per la prossima volta. Siamo in uno dei tanti e antichi percorsi denominati “la Via del Sale” dove passavano infatti i mercanti a commerciare il sale a piedi o con i muli. WP_20150626_017Siamo sul confine tra Liguria e Piemonte, tra la provincia di Cuneo e quella di Imperia e, vicinissima a noi, c’è la Francia con le Alpi che si smistano nei vari territori. Sentieri duri per gente tosta. Per esseri che riescono a farcela sempre. Anche la flora è così tenace. Guardate questa piccola piantina di Lavanda dov’è nata. WP_20150626_018Nel bel mezzo di una pietra posizionata per proteggere dal dirupo. Una passeggiata splendida che insegna anche molto se si sa osservare e ascoltare. Mi auguro sia piaciuta anche a voi così come a me.WP_20150626_009Per oggi ci fermiamo, un’altra volta, oltrepasseremo il tunnel e vi porterò nei pascoli verdi. Alla prossima quindi. Un bacione a tutti.

Frana per andare al Lago Degno

L’ordinanza del Comune, all’inizio del sentiero, non ci ha fermati. Si avvertiva la popolazione di fare attenzione, si avvertiva che il terreno era franabile (forse a causa delle intense piogge dello scorso autunno), si avvertiva di badare bene a dove si mettevano i piedi ma di certo, nonostante tutto, non si credeva una cosa così. Iniziamo a passeggiare.WP_20150614_004 La piccola strada è meravigliosa. Si accede ad essa dal primo tornante per la via ombrosa che da Molini di Triora porta a Perallo e a Carmo Langan. Le fronde degli alberi sono piene di foglie. Pesanti. Grandi. Ricoprono il cielo sopra di noi. Sembra di essere in un bosco magico. Sembra veder sbucare uno gnomo, una fata o un folletto da li a poco. Possiamo raccogliere le fragoline selvatiche. Ce n’è una marea. Rosse, piccole, dolcissime. Tutto è umido e ci bagnamo le mani. Il sottobosco brilla di microscopiche stille lucenti di una rugiada che ancora non si è prosciugata. Il sole c’è, se ne percepisce la luce però fa fatica a penetrare tra questi alti Noccioli. La terra sotto ai nostri piedi è soffice, non si riesce a stabilizzare bene il piede ma, grazie ad alcune pietre, si va avanti lo stesso in perfetta armonia. Qualche uccellino cinguetta e qualcun altro gli risponde. Il bosco invece è muto. Non c’è vento, non c’è rumore, solo un lieve andar del torrente sotto di noi. E’ proprio li che dobbiamo arrivare. Al torrente. Si perchè in un punto ben preciso, in un’insenatura da fiaba, l’acqua si sofferma e forma un bellissimo piccolo lago. E’ il Lago Degno. E’ uno dei luoghi più suggestivi della mia valle ma…. Cosa succede? WP_20150614_005Il sentiero, letteralmente finisce qui. Guardate. Tagliato di netto! Sembra la scenografia di un film di fantascienza! Oh Mamma Santa! E adesso? E’ impressionante. Una frana. WP_20150614_006Una frana….. impressionate! Mi ripeto, scusate, non ho altre parole! Una liscia distesa di terra marrone immobile, arriva fino al fiume. Non c’è più bosco, sembra deserto. Non c’è più armonia, non c’è più il rigoglioso colore della natura anche se natura è anch’essa. Non oso guardare. Credetemi che si rimane senza parole. E laggiù, di fronte a me, l’altro pezzo si sentiero che continua ma come si fa? Non si può proprio. Forse la foto non rende l’idea ma questa frana è davvero grande! Che dispiacere, che amarezza! Che altro dirvi amici? E ora come si fa ad arrivare al Lago Degno? Rimanete in linea! Vi terrò aggiornati! Nella speranza che tutto possa tornare come un tempo. Che venga ripristinato un sentiero. Ma sarà poi la cosa giusta se Madre Natura ha deciso di eliminarlo? Che domande difficili…WP_20150614_009E allora… allora si fa retromarcia. Si torna da dove siam partiti. Poi si gira a destra e si scende giù, di nuovo verso Molini. Dispiaciuti, a cercar consolazione dai simpatici asinelli all’inizio della strada. Sono simpaticissimi e molto affettuosi. Adorabili! WP_20150614_012Ma quanto mangiano! Son sempre alla ricerca di qualche buona foglia tra le dita delle nostre mani… Che carini! E niente, rimaniamo con i ciuchini, per oggi, non possiamo fare altro. Un bacio amici. E uno squit un pò malinconico.

La via dei commercianti e dell’essenza di Lavanda

Ancora un altro giro topini. Un giro più serio di quello dell’ultimo post ma senza perdere la magia come di una fiaba. Un lungo percorso della mia valle. Un sentiero nel quale possiamo ammirare tantissime cose e avere parecchi incontri. Sempre dal libro “U Camin” di Giampiero Laiolo, scopriamo un’altra meraviglia. Un percorso a volte tortuoso, a volte più lineare, dove un tempo, i nostri vecchi parenti, commerciavano cereali, carni e fiori. Mettetevi un paio di scarpe comode e venite con me. Attraverso questo scritto potrete percorrerlo perfettamente e rivivere la vita quotidiana di un tempo.

DA BADALUCCO A PIETRABRUNA

La mulattiera svolgeva una funzione politico-amministrativa e commerciale quale prolungamento della via trasversale tra Baiardo e la media Valle Argentina con Pietrabruna, Civezza e Porto Maurizio nonchè un utilizzo agropastorale collegando Badalucco con il Devin, Lona ed i pascoli dei monti Sette Fontane, Follia e Faudo. Questa direttrice fece la fortuna economica di Badalucco quando attorno al dodicesimo secolo il borgo si sviluppò ai piedi della rocca. Tramite questa via si negoziavano animali da carne e da lavoro, formaggi, uova, pollame, vino, lenticchie, grano, olio e da due secoli anche i noti fagioli. Ancora alcuni decenni or sono gli interessati uomini di Civezza protestarono a causa della nuova carrozzabile tra Pietrabruna e San Lorenzo che comportava l’esclusione di questo paese dall’itinerario verso Porto Maurizio con notevole danno economico. Sulla displuviale orientale del crinale, nei primi decenni di questo secolo, gli uomini di Pietrabruna e Boscomare piantarono nei gerbidi e nei prati la lavanda. Da circa un secolo comunque si produceva già essenza ricavandola dalla lavanda spontanea; la richiesta ed il relativo guadagno spinse a coltivarla selezionando varietà  sempre più produttive sino ad ottenere una varietà di lavandino che triplica la resa della lavanda vera anche se non può porsi qualitativamente in paragone con l’essenza estratta dalla pianta spontanea. Da alcuni decenni la profumeria di sintesi, le fitopatie, l’abbandono, il fuoco ed una pessima politica economica causarono una riduzione delle aree coltivate a lavanda con il risultato che oggi assistiamo al dissolversi di quest’attività (1).

Il Percorso

Ci accompagnano lungo la direttrice che da Badalucco conduce al Passo di San Salvatore i Badalucchesi Carassale Giacomo, Raibaudo Filippo, detto “Du Passo” e Boeri Filippo, dagli amici più semplicemente chiamato Nino U Biscau. La mulattiera lascia Badalucco al Ponte di Santa Lucia, la tradizione vuole che qui i viandanti invochino la santa affinchè  preservi loro la vista e l’udito. Dopo il ponte voltiamo a destra, attraversiamo il Vallone dei Rossi (detto anche Ruglietto) e salendo dolcemente lungo le campagne degli Ortai lasciamo il cimitero e l’Oratorio di San Bartolomeo. Dopo il Rio “Fascia Ciana” (Fascia Piana) incontriamo a sinistra una prima biforcazione della mulattiera; la via di sinistra ci porterebbe lungo la “Pineta dei Meelli” ( fragola- patronimico di un segmento della famiglia Panizzi) oltrepassa poi le Case del Passo, il “Crinale dell’Alberone”, il Casone di Dionisio, il Devin giungendo quindi al Passo della “Sotta da Folia”. Presso la citata biforcazione noi voltiamo a destra superando poco dopo la “Cappella de Spellaratti” (patronimico di un segmento della parentela Bianchi di Badalucco) entriamo nell’oliveto “da Pernixe”: queste edicole sacre conservano ancora pregevoli dipinti bisognosi d’immediato restauro. La valle tende a stringersi e farsi rocciosa e scoscesa. Dopo poche centinaia di metri i lecci sostituiscono gli olivi; la displuviale rocciosa che discende ripidamente dalla “Cresta dell’Alberone” ci sovrasta: il toponimo “Bosco de Caranche” (caranca- luogo scosceso) è di per sè esplicito. La linea di sprone che discende dall’Alberone, chiamata “i Termi”, è la terminazione storica sia del territorio comunale di Badalucco come della Podesteria di Taggia con quella di Triora: questo confine è tracciato da rocce naturali e da strutture litiche infisse (2). Giacomo mi ricorda che sulle pendici del Monte Faudo, sovrastanti il paese, le vipere sono stranamente molto rare mentre alcune testimonianze concorderebbero sulla presenza nella stessa zona di un rettile con “gambette e orecchie”. Oltrepassati i lecci ed un malandato pilone votivo giungiamo nelle Campagne dei Bregonzi e alle omonime case (Bregonzo è una deformazione di Bergonzo) dove Giacomo Carassale possiede un casone e relativa campagna. Superiamo in lenta salita le campagne dei “Campetti” e la “Cappelletta di Monte Isidoro” quindi attraversiamo il “Vallone del Passo” grazie ad un secolare piccolo ponte oggi in disuso essendo sostituito da un “passaggio carrabile”. Da questo punto una nuova rotabile ricalca per un tratto la vecchia mulattiera. La nuova via a fondo naturale prosegue in salita per alcune centinaia di metri sino alle due “Sorgenti dei Bastei” e all’omonima cappelletta (i Bastei sono un segmento della Famiglia Boeri). La mulattiera, qui detta “U Camin de l’Urmu” (Olmo- Case e Bosco dell’Olmo), si biforca conducendo rispettivamente verso Lona Alta e Lona Bassa. Noi proseguiamo superiormente sempre sulla nuova strada che ricalca la mulattiera lasciando i pochi casoni ancora esistenti. Ponendo attenzione all’aspro ed interessante paesaggio agrario risaliamo la “Muntà de l’Urmu” (Salita dell’Olmo) al cui vertice si distacca, a sinistra, un sentiero verso il Devin. Ancora un breve tratto e si giunge alle “Case Ciazze” dove troviamo un’altra “cappelletta”. Questa località che termina superiormente con il bosco ha un’unica generica denominazione: Lona. Questo soleggiato areale fu il territorio agricolo privilegiato di Badalucco, particolarmente vocato all’olivicoltura, alla viticoltura ed alla produzione d’ortaglie, compresi i famosi fagioli. Lasciamo quindi Lona per salire verso “l’Ubago del Castellaro” (ubago = luogo poco soleggiato), ampio bosco comunale di lecci e roveri, all’inizio del quale, a sinistra, troviamo una sorgente ed un “troglio” (vasca/abbeveratoio) detto “dei Soldati”. Proseguiamo attorniati da una fitta e bassa vegetazione; poco prima del limite superiore del bosco vi è un’altra sorgente detta la “Vena du Figu”. Quando giungiamo nella fascia prativa, presso il “Passo dei Porchi” dalla mulattiera si distacca, a destra, un sentiero che porta a Castellaro. Proseguendo nei prati ci viene incontro la “Ca’ du Dragu” ovvero la “Casa degli Agnesi”, bella struttura di casa colonica degradata dall’abbandono che ricorda ancora fortune migliori. Da qui poche centinaia di metri di salita ci separano dal passo e dall’omonimo Oratorio di San Salvatore. Dal Passo di San Salvatore ci accompagna Renato Castelli (della famiglia dei Cian” di Pietrabruna), floricoitore, cacciatore ed appassionato raccoglitore di funghi; conosce molto bene questi boschi perchè li vive ed ancor oggi non è raro che vi pernotti. L’oratorio campestre di San Salvatore recentemente restaurato dalla comunità di Pietrabruna coincide, non a caso, con il luogo d’intersezione tra la via di crinale e la trasversale di valle quale località di sosta, di preghiera e di riparo. Discendiamo lungo la via rotabile che ricalca per alcuni tratti la precedente mulattiera attraversando i gerbidi ed il rado bosco di querce di Gagliardo per giungere nel Vallone “du Bossa” (fitonimo, da bosso) dove v’e’ l’omonima casa e trogIio (vasca). Quest’area, quasi totalmente gerbida, era sino a pochi decenni or sono coltivata a grano, vite e lavanda. Continuiamo la nostra via lungo i campi di Carpe (fitonimo derivante da Carpino) sino all’omonima casa dove intersechiamo la vecchia mulattiera proveniente da Pietrabruna che proseguiva verso il Passo di San Salvatore parallela e di poco superiore all’attuale strada rotabile a fondo naturale. Presso la citata “Casa du Carpe” lasciamo la nuova via discendendo verso la Fontana dei “Campi Comen”; anche in questo tratto vi è una nuova strada interpoderale che in caso di difficoltà può sostituire la mulattiera sino alle campagne della “Ciana’” (luogo largo e pianeggiante). La vecchia direttrice discende dai Campi Comin oltrepassando un pilone votivo e l’Oratorio di San Rocco immerso negli olivi per giungere infine nel paese. Osservando la muratura di alcuni casolari periferici non ancora intonacati si evidenzia nella superficiale colorazione bruna dell’ossido di ferro la motivazione del toponimo “Pietrabruna” mentre la distribuzione urbana lungo la mulattiera ci indica l’importanza che questa aveva un tempo.

Note:

(1) –   Rovesti G. – La lavanda e le piante aromatiche e medicinali nella Provincia di Porto Maurizio

(2)- Dalla “Visita dei luoghi di Badalucco e Montalto fatta dai delegati Giobatta Veneroso e Cristoforo Spinola nell’anno 1652”:  <… giunti lontano da Badalucco circa un miglio di là dal fiume si sono visti due pilastri ossia rocche alquanto eminenti vicine l’una all’altra, quasi pilastri, ossia rocche, sono li termini che termina il territorio di Badalucco e Montalto …> Arch. Stato Genova – Busta Paesi 17/357; Riferimento tratto dalla Tesi di Laurea di Franco Bianchi  “Ricerca di Geografia Storica nel Territorio di Badalucco” Genova 1970

Avete visto? Quanta strada! Chissà che animaletto è quello con le orecchie e le zampette. Mi piacerebbe incontrarlo. Ora vi lascio riposare, dovete riprendervi per la prossima passeggiata che faremo. A presto!

… e oggi, La Via dei Morti – 2″ parte –

Ed eccoci alla seconda parte di questo interessante viaggio. Ripartiamo descrivendo il sentiero, un percorso storico e importante.

Il Percorso

La percorrenza che da Carpasio conduce al Maro viene chiamata “U Camin o Rena di Morti” anche se la sua funzione politico-amministrativa rimase attiva sino ai primi decenni di questo secolo, di conseguenza il tracciato è sicuramente definibile. Diversamente il percorso legato alla funzione religiosa è da molti secoli in disuso ponendosi persino il legittimo dubbio sulla sua reale esistenza.

Pur ammettendone la realtà storica si presenta l’incertezza del suo tracciato con due ipotesi: la prima propone la coincidenza con la mulattiera del Passo del Maro; la seconda un tracciato più rapido e funzionale per quel particolare fine.

Desiderando tracciare anche quest’ultima via tengo a precisare che è di difficile percorrenza essendo in alcuni tratti non più distinguibile o invasa dalla vegetazione tanto che, pur seguendo una dettagliata descrizione, abbiamo più volte coscientemente o erroneamente abbandonato, per alcuni tratti, la via prefissata.

Lungo la Valle Argentina ci indica la via con invidiabile lucidità e perizia l’ottuagenario pastore di Carpasio “Tunin de Maiè” (Antonio Ghiglione) da anni ormai nostro punto di riferimento per la conoscenza di questo territorio.

Iniziamo il nostro viaggio lasciando Carpasio presso l’Oratorio di San Giovanni Battista e dopo il passaggio sopra l’omonimo ponte discendiamo lungo la Costa del Poggio sino ad oltrepassare al Ponte della Confraria il Torrente Carpasina.

La località deve la sua denominazione alle vicine proprietà della Confraternita dello Spirito Santo, prima “proloco ante litteram” assorbì per secoli elargizioni di benefattori che videro in essa uno strumento di pubblica assistenza e di coesione civica. La confraria promosse per secoli nel giorno di Pentecoste la prima “sagra” paesana che pur differenziandosi localmente nei particolari, potrebbe oggi essere chiamata “delle castagne, dei frixioi (frittelle) di mele o merluzzo e del vino nostralino”. Con fasi alterne la chiesa osteggiò questa occasione di festa (e spreco di denaro pubblico) sino a palesare anche scomuniche contro i responsabili di questi “mangiamenti”.

Riprendiamo il percorso seguendo Tunin. Dal ponte voltiamo a destra lasciando le Case Confraria e oltrepassando il “Beo Fontanamarza” e le Case Giordani dove nacque Tunin 88 anni orsono.

Risaliamo la “Muntà” (salita) e l’omonima “Costa dell’Orso” dopo aver lasciato il “Beo Passetti”. Salendo lungo le campagne delle “Prese” (derivazioni delle acque irrigue) e presso le omonime case notiamo, a sinistra, il “Casone Bianco”; questo toponimo lo dobbiamo al colore dei muri in pietra calcarea. La stessa pietra locale probabilmente utilizzata per produrre calce nella vicina fornace. Attraversiamo il vallone del rio “Custurellu” e l’omonimo “Ubago” (luogo poco soleggiato o disposto a tramontana) dove recentemente è stato posto in opera un rimboschimento. La mulattiera sale lentamente verso il Poggio di Costa Ciana mentre il ciottolato si riduce per il disuso.

Chi percorre come noi questa via in gennaio, subito dopo una nevicata, si ricordi che in montagna è consigliabile calzare un bel paio di scarponi anziché scarpe di tela; gli amici Renzo Ferrigato e Giuseppe Pellegrino ne sono tangibilmente convinti dopo aver sottoposto i loro piedi a questa esperienza.

Facezie a parte, continuiamo la nostra via oltrepassando il “Beo du Boscu” e le “Tassaiore” entrando nella fascia prativa. Il deterioramento del percorso si fa ancora più marcato, la natura stessa provvede in pochi decenni ad occultare l’intervento umano.

Riprendendo l’ascesa verso il crinale attraversiamo il vallone del “Beo da Costa” e l’omonima fascia settentrionale chiamata “Ubaghetto” per giungere al Passo del Maro.

La discesa verso la Pieve di San Nazario e Celso a Borgomaro ci viene gentilmente descritta da Giovanni Mela, quasi centenario contadino di Ville San Pietro e dai suoi nipoti, Mela Lorenzo e sua moglie Onorina Martini  “di Sbarruin”(patronimico di un segmento della famiglia Martini).

Mi piace sottolineare una concordanza tra Antonio Ghiglione e Giovanni Mela: ambedue non mancano di tenersi aggiornati sulla storia e sulle problematiche, anche attuali, della loro terra.

La mulattiera, dal Passo del Maro, prosegue in lenta discesa lungo il crinale oltrepassando la “Funtana Gianca” (sorgente) e la “Casella del Marchese”.

Dopo poche centinaia di metri giungiamo al “Poggio del Mezzogiorno”, orologio naturale per pastori e contadini, disposto sull’allineamento del sole al mezzogiorno. Al “Prau Rundu” (Prato rotondo) ci sovrasta la ferrea Croce Mermelina, eretta dalla comunità di Ville San Pietro per il “proprio percorso rogazionale”.

Davanti a noi vi è il monte Scuassi da dove, si suppone, sette secoli or sono giunsero gli uomini di Oneglia per abbattere il castello della Ruinata, ovvero di Carpasio.

Discendiamo verso Ville San Sebastiano lungo il “Poggio du Bancaà” (del falegname); questa dorsale che ci guida verso il sottostante paese prende nella fascia inferiore il simpatico toponimo di “Poggio du Cuccu”.

Continuiamo il nostro viaggio attraverso i campi delle “Funtane”, (sorgenti ad uso irriguo)  giungendo presso la Chiesa della Madonna della Neve.  A destra, si distacca la direttrice che collega la Valle del Maro, tramite la Costa Ronseglia ed il Passo delle Ville alla Valle di Prelà.

I passati legami politici ed amministrativi tra queste due valli assegnarono molte valenze a questa direttrice, vi è persino una fantasiosa tradizione che vorrebbe un collegamento sotterraneo diretto tra i rispettivi castelli del Maro e di Prelà.

Dopo l’attraversamento di Ville San Sebastiano riprendiamo la discesa lungo il poggio piegando leggermente a meridione sino a giungere sul sagrato della pieve del Maro.

Carpasio è ormai lontano; questa distanza ci fa riflettere su di una tradizione carpasina ricordata da Tunin de Maiè che vorrebbe giustificare l’attuale campanile “tronco e pendente”. Tunin ci dice che  i carpasini vollero imprudentemente elevarlo, sino a pregiudicare la sua stabilità, in modo tale da poter diffondere, con il suono delle campane, l’ultimo saluto sino alla Pieve del Maro: e’ ovvio che la tradizione “giustifica elegantemente” una situazione curiosa!

Descriviamo ora brevemente il secondo percorso che da Carpasio conduce alla pieve del Maro. Sino al Ponte della Confraria questa via coincide con la precedente, qui voltiamo a destra e dopo un breve tratto iniziamo a risalire il poggio che ospita il nucleo rurale di Case Villatalla.

Dopo una breve ma ripida salita detta “Munta’ de Sguersi” ed oltrepassato il “Bauzu a Vanno” (masso conformato come un vanno) raggiungiamo il Passo di Conio e la sottostante strada asfaltata.

Ora il sentiero si fa incerto e difficile, lo stesso Giovanni Mela è molto scettico  sul reale utilizzo di questo tratto. Discendendo poche centinaia di metri dalla rotabile giungiamo alla Fontana di Passo Cavallo ed alla roccia tabulare chiamata “a Posa de morti” posta presso i campi di Pian Rondello, limite superiore tra la fascia prativa ed il castagneto.

Continuiamo la discesa lungo il “Beo di Morti” che dalla confluenza con altri due rii laterali e dalle omonime case, prende la denominazione di “Vallun di Ciosi”.

Dopo l’attraversamento della rotabile, ormai inoltrati nell’areale ad olivicoltura intensiva, discendiamo lungo il vallone sino ai frantoi e mulini dei Maglio oltrepassando il rudere del “Gumbo dei Picchetti” anche detto degli “Sbarruin” (già citato patronimico dei Martini) dove ci attende un bel ponte. Ancora un breve tratto e la via giunge alle “Carchere”; vi sono due frantoi, uno dei Martini e l’altro dei Risso; continuiamo parallelamente al Torrente Impero lungo le campagne delle “Aime” e di “Ciabauda” incontrando presso il Rio Roverai i due ruderi da “Cà du Pinettu” giungendo

infine alla pieve di San Nazario e Celso, meta del nostro viaggio.

Durante la  sintetica descrizione di questo percorso Giovanni Mela intercalava precisazioni topografiche e toponomastiche a fatti di vita vissuta. Ricorda ad esempio che sua nonna gli insegnò a temere i punti d’incrocio tra due mulattiere: in questi luoghi si costruiva spesso una cappelletta per proteggersi da presenze magiche o diaboliche.

Ricorda  un fatto accaduto al frantoiano Bartolomeo Martino “dei Sbarruin”, un uomo che aveva “u gavazzo” (il gozzo). Provenendo una sera da Conio in questo luogo quando giunse in “Cian Castagneo” dove sentì uno scampanellio simile a quello prodotto dai sonagli delle mucche, si avvicinò interessato all’origine di quel suono essendo quelle terre di sua proprietà, ma subito si impaurì udendo anche strani suoni e musiche tanto da porsi al collo la corona del rosario. Quando giunse sul luogo vide alcuni uomini e donne i quali appena si resero conto della sua presenza lo respinsero malamente. Fra di loro vi era pure un autorevole personaggio vestito completamente di nero che scriveva, il quale ordinò a Bartolomeo di allontanarsi reputandosi fortunato dal possedere “quell’oggetto attorno al collo”. Il giorno seguente il frantoiano ritornò, accompagnato da altri, in quel luogo e fu sorpreso di non trovarvi più alcuna traccia del fuoco che ardeva la sera precedente. Giovanni Mela ci ricorda quanto fosse intrisa dalla presenza del soprannaturale la vita dei suoi avi portando ad esempio le arcaiche usanze della notte di San Giovanni confermando, ancora una volta, la tradizione apotropaica dei “ghignetti” sulle strutture murarie e sulle campane: il suono delle quali doveva allontanare le presenze malvagie. Lui stesso dono’ nel 1991 una campana alla chiesa di San Pietro in Vincoli (di Ville San Pietro) sulla quale volle la presenza di queste “testine”.

Note:

(1) – Banaudi D.- Carpasio Il Lungo Medioevo – Comune di Carpasio  1990

(2) – Mela A. – La Valle del Maro- Tip. S. Paolo – Chieti 1972

(3) – Nel 1424 venne eretta in parrocchia sotto il titolo di S.Antonio di Apamia distaccandosi dalla pieve dei Santi Nazario e Celso

Tratto da: Giampiero Laiolo, U Camin – Percorsi storici della Valle Argina, Pro Triora Editore, 1997

Allora? Che ne dite? Questi documenti sono una ricchezza. Non vedo l’ora di farvene conoscere tanti altri. La mia valle ha tantissima storia alle sue spalle che desidero condividere con voi. Vi aspetto alla prossima allora. Un abbraccio.

La Gola delle Fascette

La Gola delle Fascette, un luogo incredibile in terra brigasca. Un sentiero “vicino di casa” potrei dire, a due passi da me. Dagli aspri monti scavalcati anche da topononno (topononno l’alpino, non quello dell’Africa) durante la seconda guerra mondiale. Una spettacolare Gola topi, lunga circa 600 metri, intagliata completamente nelle rocce calcaree tipiche dei miei luoghi. E’ lei che, precisamente, segna il confine tra la provincia d’Imperia e Cuneo e rappresenta un particolare fenomeno di cattura idrica. Il Rio Nivorina, che scende dal vallone di Upega, già 1000.000 anni fa, confluiva probabilmente attraverso la Colla Bassa nel Rio Piniella e quindi in Val Tanarello. Siamo infatti nell’Alta Valle Pesio e Tanaro e grazie alle informazioni che ci forniscono gli addetti di Parcopesio.it possiamo scoprire un paesaggio incredibile. Col passare delle ere, la carsificazione nel settore delle Fascette deve essere stata intensa e a molti livelli. Questo presumibilmente ha favorito, insieme ad altri fattori, l’intaglio della gola e la conseguente cattura del Rio Nivorina verso il vallone del Negrone. Oggi, la circolazione idrica nella Gola delle Fascette è totalmente sotteranea per gran parte dell’anno, poichè le acque del Rio Nivorina sono inghiottite dal Garb del Butaù. Solo i grandi deflussi, con lo scioglimento primaverile delle nevi o violenti temporali, attivano la circolazione superficiale lungo il fondo della gola. Poichè le acque percorrono zone inesplorate, possono essere avanzate solo ipotesi a spiegazione di questo fenomeno. A fronte di grandi portate idriche, si attiva la risorgenza semi fossile Garb da Fùuze (Garbo della Foce), posta a circa 30 metri d’altezza dalla Gola. Se le portate aumentano, s’innesca uno strano fenomeno, per cui, alzandosi il livello di falda, l’acqua torna a monte per fuoriuscire dal Bataù riattivando così la circolazione superficiale. Fino a tempi relativamente recenti, la Gola costituiva una barriera invalicabile lungo il corso del fiume per le genti dei paesi posti a valle e a monte di essa, costrette per comunicare, a lunghi percorsi. Solo alla fine dell’800 venne tracciato, con la collaborazione dell’esercito, un sentiero lungo tutta la gola, in seguito attrezzato con funi metalliche nei punti più esposti. All’isolamento dell’Alto Tanaro si pose rimedio nel dopoguerra: la ditta Feltrinelli, costruì la rotabile Upega-Viozene in cambio della concessione del taglio delle Foreste della Binda, del Bosco delle Navette, (che ne ho parlato in questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/09/18/il-bosco-delle-navette/ ) e del Bosco Nero. Fu completata nei primi anni ’50. I detriti prodotti dal passaggio delle strapiombanti pareti della Gola, furono scaricati nella forra, alternandole così la morfologia. L’alluvione del 1994 trasportò verso valle molti di questi detriti, riscoprendone in buona parte l’antico aspetto, spettacolare per le grandi marmitte, che sono simili ad aperture, e i numerosi fenomeni di erosione presenti. E’ la strada che si percorre appunto per arrivare al paese di Upega ed è uno splendido canyon ricco di grotte che non solo costituiscono tutto il sistema idrico di tutto il Marguareis ma che sono anche spettacolari da visitare, come potrete vedere in questa bellissima pagina dove un gruppo di coraggiosi dice addirittura di aver visto la più bella Gola che gli sia mai capitato di scoprire. Eccovi alcune loro foto e la loro descrizione http://www.aspeterpan.com/grotte/lupo02.htm Ogni grotta ha un nome, alcune sono piccole e con poco significato, altre invece, dei mondi a sè. E’ davvero un luogo magico, dall’atmosfera misteriosa e dalle alte falesie imponenti ma completamente percorribile anche in auto, con il solo desiderio di appagare gli occhi. Io per adesso vi regalo qualche immagine, nella speranza che possiate capire la bellezza di questo posto, ma invito davvero a venirlo a visitare realmente perchè offre scenari da mozzare il fiato. Un forte abbraccio, vostra Pigmy.

La Madonna del Ciastreo

E’ attraversando questa stradina che vedete nella prima immagine topi che potremmo andare a visitare uno dei santuari più belli della mia valle. E’ quello della Madonna del Ciastreo di Corte, chiamato anche Santuario della Madonna della Consolazione. Questa strada, ricca di natura e segni di animali, ci porta a questa chiesa facendoci percorrere una via crucis segnalata da cappelle che ogni tot metri fanno pregare i pellegrini che una volta all’anno, fanno una processione per giungere fin qui. Il panorama è stupendo. La montagna, la vallata, le strade del bosco di fronte a noi. Quegli alberi, quel silenzio che solo chi vive qui, può amare ed apprezzare. L’erba che scende a cascate e i paesi intorno a far da sentinella. Ci vogliono all’incirca venti minuti a piedi per raggiungere il Santuario ed è, credetemi, una gradevole passeggiata. Ed eccolo. Ergersi tra le piante, tutto rosa, solitario, bellissimo. Siamo a quasi 700 metri sul livello del mare e siamo nel punto più amato dagli abitanti di Corte. E’ reso protagonista dalla grande fede e dalla devozione degli abitanti ma anche da una leggenda. Si dice infatti che qui, ad una ragazzina, apparve la Santa Vergine Maria. La giovinetta, che si dice fosse una pastorella, era muta dalla nascita, ma dopo l’apparizione, riacquistò l’uso della parola. Un miracolo che ancora oggi vive nei racconti dei cortigiani. Dopo quell’apparizione, venne quindi costruito il santuario, con tanto impegno e tanto amore perchè tutti potessero ricevere le grazie della Madonna. Una chiesa venerata da sempre e visitata non solo da quegli abitanti ma anche da pellegrini forestieri e turisti. Oggi, non ci possiamo entrare, è chiuso, ma al suo interno sono conservati, oltre ai numerosi ex-voto offerti alla Vergine, quadri e dipinti di ogni epoca tra cui uno raffigurante San Mauro, del 1622 e altri molto pregiati. L’altare maggiore è un’opera in legno dello scultore locale Giuseppe Borgognese, detto il Buscaglia, mentre, la bellissima parte anteriore, raffigura la Madonna con il Bambin Gesù, con ai lati i Santi Francesco e Carlo Borromeo. Mi duole tremendamente rendermi conto che però dovrei parlare al passato. Ebbene, esattamente una settimana fa, durante la notte, questo Santuario è stato derubato di ogni suo avere. Hanno portato via tutto. Sapete cosa vuol dire tutto? Tutto. E ovviamente non si sa ancora chi possa essere stato a fare un gesto simile. Quadri, lampadari, oggetti di valore, ogni cosa. I muri sono bianchi e completamente vuoti. Sono proprio desolata, ma voglio continuare a descrivervela ugualmente nella speranza che presto, ogni cosa torni al suo posto. E’ tutta in pietra e sul davanti, sotto al suo porticato rivestito di lavagna, spiccano, intorno alla statua della Madonna, tre insegne di marmo che riportano diverse scritte in onore della Santa Maria. Una dedicata a Monsignor Ambrogio Dafra, una del 1934 in ringraziamento all’acquedotto costruito e l’ultima, è un ringraziamento scolpito da parte di chi è riuscito a scampare alla guerra. Anche il suo portone, in legno massiccio, è circondato di ardesia, ma anche di piante in vaso a cespuglio di un verde rigoglioso. Gli abitanti lo tengono da conto. Davanti a lui, una croce di legno, regna nel centro della piazzetta che lo ospita mentre dietro, si sente scorrere il torrente Capriolo e una stradina ti permette di girare intorno a questa chiesa per ammirarla in ogni sua angolazione. C’è una fontanella sulla sua destra. Una fontanella, sotto un’immagine sacra di Maria, dalla quale scorre un’acqua rinfrescante e limpida, pronta a dissetare chi è arrivato fin qui, dalla strada principale oppure dal bosco. Una fontanella che esce direttamente dalla roccia ed è contornata di muschio leggero. E si topi, si può percorrere anche il sentiero del bosco per raggiungere la Madonna del Ciastreo. Un sentiero meraviglioso attraverso il quale si possono trovare molte more, funghi, ciliegie. E’ un posto così bello che tutti ci vengono in processione, vedete? Lasciamole pregare in pace queste formiche, noi possiamo andare. Il suo campanile, spicca tra gli alti alberi. E’ un campanile particolare, il suo tettuccio è completamente rivestito da piccole pietre e contiene campane che quando suonano vengono udite da una gran parte di vallata. Il loro rintocco eccheggia beato. Spero che questo luogo vi sia piaciuto, meritava una visita da parte nostra. I santuari della mia valle sono tanti. Uno più bello dell’altro ma questo, è sicuramente tra i più importanti, tra i più conosciuti. Il santuario di Corte. Completamente immerso nel verde a identificare quel paese. E questo santuario è anche meta di una gara podistica che raccoglie ben cento iscritti che correndo, si godono uno spettacolare percorso che si snoda tra sentieri, sterrati e sottobosco. Una meta importante quindi. Io vi abbraccio a tutti e vi dò appuntamento alla prossima gita, voi però potete continuare a stare qui quanto volete. C’è così tanta pace che è davvero un peccato andarsene! Ma gli altri post da scrivere mi aspettano. Tanto non siete soli, sentite quanti uccellini intorno a voi? Baci!

Passeggiata sul Mongioie

Cari topi, oggi andiamo leggermente fuori la Valle Argentina ma rimaniamo sempre in terra brigasca. Una terra che confina con la mia. Una terra bellissima anch’essa. Siamo nella divisione tra la provincia d’Imperia e quella di Cuneo nel parco naturale dell’alta valle Pesio e Tanaro. Ho fatto una passeggiata, anzi una scarpinata in salita, meravigliosa, e volevo rendervi partecipi perchè i luoghi che ho visitato sono stupendi. Siamo partiti io, topomarito e topocane da Viozene e siamo saliti sul Monte Mongioie fino al rifugio, a 1550. Si lo so, non ci credete ma topomarito ha camminato senza lamentarsi! In realtà questo monte è alto 2.630 metri e fa parte delle Alpi Liguri. Il sentiero era davvero in salita. All’inizio è un terreno battuto, poi diventa una vera pietraia ma facilmente percorribile. Il tempo previsto è di 50 minuti ed è considerata un’escursione abbastanza facile, di tipo E, noi, ci abbiamo impiegato un’ora e mezza ma devo anche dire che nessuno ci rincorreva e ci siamo goduti sia l’ombra, che ogni tanto ci regalavano gli alberi di nocciolo e gli abeti, sia la natura che è incontaminata e davvero da ammirare. Ho raccolto un pò di origano e il dragoncello, buonissimi e puri, per fare piattini deliziosi e qualche mela selvatica ancora un pò acerba. Tante le farfalle e incredibile è stato vedere una piccola famigliola di Bambi (che dev’essere quello che cercava la mia amica Miss, che era venuto in vacanza). Le farfalle, le api e i calabroni, succhiavano nettare ovunque perchè i lati del sentiero sono circondati da fiori di ogni tipo ma, in principal modo, quello che noi chiamiamo carciofo selvatico. Quando ero piccola, la mia topozia li raccoglieva, li faceva seccare e li appendeva come magnifici quadri tridimensionali. Un fiore viola con una corona di spine tutto attorno. Topocane andava avanti e poi ci aspettava con quell’espressione come a dire “Ma come siete lenti!”. Si, io mi perdevo a guardare le meraviglie intorno a me. Dentro ad alcune rocce erano state scavate delle grotte e posizionate delle Madonnine e i fiori messi nei loro vasetti erano veri e appena colti. A volte invece, in qualche angolo si vedevano delle cataste di legna ordinate e pronte per l’inverno. A metà strada, la nostra via era attraversata da un piccolissimo ruscello d’acqua che sgorgava direttamente da delle pietre. Era acqua freddissima e aveva il gusto della neve. Bisognava bere, il sole picchiava davvero. L’ho toccata. Sono stata con la mano a sfiorarla per qualche minuto e a prendermi tutta la sua buona energia. La strada poi, passa in mezzo a un boschetto prima di arrivare ai prati lassù dove sembrava veder correre camosci e stambecchi. Arrivati quasi alla meta siamo rimasti minuti interi a guardare le aquile che volavano sopra di noi. Uno spettacolo e una addirittura, insegnava ai suoi cuccioli a cacciare. Dopo un pò si vedevano scendere in picchiata e mimetizzarsi nelle creste frastagliate dei monti. Mi sono stupita nel vedere alcune casette, tutte rigorosamente in pietra e abitate, in un luogo davvero impervio, con tanto di orticello ben coltivato. Complimenti a chi abita lì e ogni mattina deve farsi mezz’ora di scarpinata per scendere in paese. Ma erano abitazioni bellissime. Sembravano quelle di una fiaba circondate da un contorno che mozzava il fiato compreso di ruscello e cascatelle d’acqua. Il rumore dell’acqua ci accompagna per gran parte della gita. Stiamo per raggiungere il rifugio che si trova a Pian Rosso. Un insieme di prati da perdere la vista sotto la vetta di questo imponente massiccio calcareo. Una vasca di cemento è piena d’acqua e sarebbe l’abbeveratoio delle mucche. Mucche candide come il latte, mucche così pulite e muscolose ne ho viste poche nella mia vita. Bravissime e docili. Hanno solo avuto un attimo di panico quando topocane si è messo a rincorrerne una. Povera bestia! Che spavento si è presa! E’ stata una scena quasi drammatica nel senso che una vacca imbizzarita non è il massimo della felicità ma, a ripensarci, questa scena mi fa sorridere. Topocane aveva trovato semplicemente un’amichetta, per lui, con cui giocare, che stava tranquillamente brucando l’erba per i cavoli suoi senza disturbare nessuno. Ma finalmente eccoci arrivati! Immediatamente cambiamo le magliette zuppe e le stendiamo sulla staccionata del rifugio. Ci rinfreschiamo da una simpatica fontanella e ci rilassiamo. Che pace! Non me ne voglio più andare da qui! Il rifugio è bellissimo, grande, di pietra e di legno. Offre anche un servizio navetta passando da un’altra strada per le persone che hanno difficoltà a camminare. Possiamo anche acquistare una maglietta tutta colorata e una simpatica bottiglietta di Genepy, il liquore fatto con le erbe di montagna. 35 gradi. Solo ad annusarlo ti fa digerire! Volendo si può mangiare lì ma oggi, mi sento misantropa e decido di allontanarmi dalla massa di gente che è venuta a crearsi dopo un’ora. Con tutto quel paradiso a disposizione mi sembrava assurdo dover star stretti per pranzare! Così, dopo aver chiaccherato di aquile con un simpatico vecchietto, a piedi nudi, ce ne andiamo sull’erba fresca e divoriamo pane ai cereali, prosciutto crudo e toma di montagna. Nel pomeriggio, il tempo inizia a cambiare. Le nubi cominciano ad abbassarsi. Il “dente”, un pezzo di roccia appartenente al monte, è circondato da foschia. In alta montagna i cambiamenti climatici sono all’ordine del giorno e spesso, la nebbia, fa da padrona. Decidiamo così di riscendere a valle sempre con tutta calma e, quella salita, che ora è diventata una discesa è quasi più stancante dell’andata. L’indomani avevo male a un polpaccio ma è anche normale, non faccio mai, purtroppo, inerpicate di questo tipo. Tutti erano attrezzatissimi: bastoni, racchette, scarponi, zaini. Io e topomarito maglietta, scarpe da ginnastica e basta, però… abbiamo battuto in velocità un gruppo di boy-scouts! Sssst… non ditelo a nessuno. Lasciamo quel luogo incantato che, a parte gli scherzi, è l’ideale per chi vuole cimentarsi in questo tipo di hobby, e ce ne torniamo in paese. Cari topi, sono un pò stanca ma di un felice che non avete idea. Mi sento piena di emozioni e più forte, più energica. Anche oggi, la natura mi ha regalato tante cose. Vi abbraccio e auguro buone passeggiate anche a voi. Fatele perchè vi fanno bene, alla mente e al fisico.

Il sentiero e le case delle streghe

Procuratevi ulteriore coraggio impavidi topini! Oggi vi porto nel posto più misterioso della mia valle. Vi ho anche scattato le foto in bianco e nero per aumentare la suspence! Eccoci. Lo vedete questo sentiero di pietra? Eh, a Triora ci tengono molto a questo luogo e lo hanno voluto restaurare mantenendo però reale il suo stato di conservazione, ossia, hanno rifatto solo il ciottolato per rendere più praticabile il nostro cammino. Tutto il resto che vedete è esattamente come un tempo. Incamminiamoci. Andiamo indietro nel tempo. Andiamo agli inizi del 1589. Sentite le urla? Vedete il fuoco dei roghi? Si, siamo entrati in quello che è il paese delle streghe, dove alcune donne, perchè solitarie o capaci di guarire senza bisogno del medico, erano ritenute pericolose e amiche di Satana. Soprattutto quelle con i capelli rossi. Ad esse, alcuni abitanti, potenti signorotti e l’intero Clero, riservavano torture così violente e dolorose che spesso le poverine, erano costrette a confessare peccati in realtà non commessi solo per cercare di far finire certe oscenità. Spesso, dopo essere state torturate, venivano poi uccise. Bruciate, impiccate. Si cercava di capire come poter raggiungere il diavolo tramite loro e riuscire a sconfiggerlo. Questo era lo scopo principale di coloro che trucidavano queste ragazze chiamate da noi “bazue”. Streghe, megere. Ma facciamo un passo per volta e, per raccontare bene queste vicende, mi servirò dei documenti esistenti esattamente sul luogo considerato maledetto e di alcune belle parole di Quirino Principe. Intanto camminiamo, venite con me e guardatevi intorno. Nei ruderi che vedete, che una volta erano semplici  casupole di pietra, vivevano queste donne. Donne solitarie, di grande cultura, distaccate dal resto del paese e che, incomprese, preferivano vivere tra di loro formando un gruppo a parte. Siamo infatti alla fine di Triora nella parte più alta e da qui, possiamo godere tra l’altro di un panorama fantastico. Un tempo, i trioresi, in questo luogo, non ci venivano. Vado avanti io e vi farò da Cicerone, seguitemi:

Leggendo una lettera, datata 28 agosto 1589, scritta dal cardinale di Santa Severina, della Congregazione della Santa Inquisizione di Roma, si può in qualche modo arguire che il tribunale del sant’Uffizio abbia proceduto con minor severità delle autorità ecclesiastiche di Genova e che almeno alcune donne, se non tutte le sopravvissute, siano state liberate. Fra le varie ipotesi sulla sorte delle streghe di Triora, ve n’è una quanto meno suggestiva. Eh già, perchè… Che fine han fatto le streghe? San Martino di Struppa, un paese dell’alta Val Bisagno, nell’entroterra genovese, è storicamente indicato come luogo di deportazione di carcerati. I libri parrocchiali dal 1600 in poi, riportano il nome “bazoro”, oppure “bazora”, che richiamava inequivocabilmente il termine dialettale ligure “bazùra”, “baggiura” oppure “bagiua”, con il quale viene indicata normalmente la strega nell’alta Valle Argentina. Pagine strappate dai documenti censuari, formule magiche contro le malattie tramandate dagli anziani, avvolgono, in un alone di mistero, l’origine di quel borgo. Che se ne siano andate tutte lì le nostre streghette? E’ comunque bello pensare che le donne tioresi, di cui si perde ogni traccia, dalla loro partenza dal paese natio, possano in qualche modo essere sopravvissute, magari rifacendosi una vita e una nuova famiglia, il cui cognome sussiste oggigiorno, seppur trasformato in “Bazzurro”. Triora è la Loudun italiana, la Salem europea. Ma sarebbe più giusto dire che Loudun è la Triora francese e Salem è la Triora del New England, poichè il celebre processo alle streghe, si svolse a triora nel 1588 e indubbia è la sua priorità cronologica, mentre in nulla è inferiore agli altri due in quanto a spaventosa tensione. D’altra parte, questo borgo arroccato sulle montagne liguri, è uno dei punti sul pianeta in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla cultura illuministica e in cui le tenebre elementari emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre, esiste una rete di luoghi “segnati” e se ne potrebbe tracciare una mappa: gli incroci di sulfuree coordinate, gli aleph di cui non si dovrebbe parlare. Triora, illustre tra gli aleph del pianeta, non è un luogo esclusivo, è soltanto un centro privilegiato di rivelazioni, e la circostante terra incognita, con le sue caverne di cui si sconsiglia l’accesso ai profani e agli sprovveduti, non è poi un mondo a sè -.

Sono abbastanza macabra? Bene andiamo avanti allora:

Quando si pensa alle streghe, si immaginano donne brutte, il naso aquilino, lo sguardo truce, colme di difetti. Lo stereotipo consegnatoci dalla tradizione e dai racconti popolari, tenuto vivo anche dai mass-media e dalla letteratura infantile, è quanto mai errato. Le streghe erano e sono, donne normali, spesso belle, in alcuni casi affascinanti. (Ve l’ho mai detto che dicono che sono un pò strega io? Vabbè, andiamo avanti…). A loro sono state attribuite le più disparate colpe e le più efferate nefandezze. In realtà molto spesso, il loro potere era benefico. Una nobile famiglia triorese, ad esempio, deve le sue ricchezze ad una di queste donne, aiutata in un momento difficile. Il loro sapere nel campo della medicina, la profonda conoscenza delle erbe, la dimestichezza con i fasci nervosi, faceva si che si sostituissero egregiamente ai vari dottori dell’epoca. Basti pensare che la Strigonella (Stachys Recta), pianta che nasce spontanea in vallata, autentica panacea, ma soprattutto indicata contro l’insonnia e l’instabilità nervosa, è volgarmente nota come “pianta della Madonna”. Curiosa contrapposizione fra il male e quanto di più cristianamente immacolato esista. E’ grazie a streghe e stregoni che sono stati curati e si curano tutt’oggi l’erisipola, l’herpes o il mal di denti, semplicemente segnandoli con un anello d’oro (non quello dell’orafo turco), una moneta o altri oggetti metallici, recitando formule e preghiere secolari. E’ grazie infine alle streghe se scompaiono o quanto meno vengono alleviate pene d’amore, turbamenti dell’animo e depressioni ansiose. E scusate se è poco. Ma ora andiamo a vedere dove avvenivano tutti questi prodigi. Eccoci giunti nel punto più importante di questo cammino: la Cabotina. Qui si ritrovavano le donne emarginate. Qui danzavano, studiavano e preparavano i loro intrugli portentosi. E cosa accadeva in questo punto? Sedevi, qui intorno a me, sotto questa lapide. Ora aspettiamo l’imbrunire e continuerò la mia storia…. Riposatevi nel frattempo…. -.

A domani topini!

Voci precedenti più vecchie

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