Dai Cubi al Garezzo sul manto nevoso

Con il termine “I Cubi”, in Valle Argentina, si intende la zona dal Passo della Guardia fornita di panche e tavoli atti a ricevere persone che hanno voglia di fare un bel pic nic godendo di un’atmosfera meravigliosa, immerse totalmente nella natura.

In questo periodo però è difficile poter godere di queste comodità, essendo ch’esse sono completamente ricoperte dalla neve.

Si prosegue pertanto, sopra a quel manto bianco, soffice e luccicante.

Si prosegue fino al Colle del Garezzo arrivando al Ciottu de e Giaie (Ciotto dei Torrenti).

Sembra di essere dentro ad una di quelle palle di vetro piene d’acqua, omini e puntini di polistirolo che si muovono dolci, se si scrolla quella sfera trasparente.

I rumori sono ovattati e sopra ogni cosa regna lei: la candida Signora.

Tutto ha un altro aspetto. Nuovo. Dalle sfumature cangianti.

I fruscii dei pezzi di neve ghiacciata che cadono dai rami diventano tonfi sordi al suolo.

Alcuni fili d’erba sono completamente immersi nel ghiaccio e, assieme all’acqua divenuta solida, formano strane figure bizzarre. Anche le gocce che cascano dai profili rocciosi sono adesso stalattiti fredde.

Rocca Barbone sembra il teatro di una fiaba. Il suo cappello è bianco e la severa falesia che la distingue appare ora ancora più aspra, colorata da quel grigio scura che risalta maggiormente.

Ancora pochi passi, percorro gli stessi metri fatti dai Camosci prima di me e posso godere di un panorama mozzafiato.

In primo piano vedo il Monte Pellegrino, meno imbiancato rispetto alle montagne alle quali do la schiena e, dietro di lui, si staglia davanti ad un mare color oro e azzurro Monte Bignone, solo e snello.

Zampetto per quella strada innevata senza sentire alcuna fatica, è tutto così bello che mi sento leggera come un piccolo insetto.

Il sole, prima dell’arrivo della foschia, scalda e brucia la mia coda ma è gradevole lasciarsi baciare da lui a quelle temperature.

Tutto è assolutamente bianco attorno a me. Alcuni riflessi azzurri delineano strane forme a terra.

Cumuli formati da neve, erba e vento sembrano il suolo di un altro pianeta e si immaginano extra-terrestri avanzare. Invece no, è sempre la mia splendida Valle Argentina che sa regalare scenari incantevoli e ogni volta diversi.

Sopra la mia testa volano indaffarati tantissimi Corvi Imperiali e Gracchi Alpini.

Sono così numerosi che mi par strano, tra loro, distinguere anche una coppia di aquile che subito si allontana.

Sono vivaci, forse affamati. Totalmente neri eppure riflettono così tanto la luce della Grande Stella da sembrar color argento.

Mi rendo conto di essere circondata anche da diversi Camosci.

Le mamme con i loro piccoli hanno formato un gruppetto che, tranquillo, si gode il sole su un prato bianco.

Alcuni invece passeggiano alla ricerca di cibo.

Altri ancora sbucano curiosi e un po’ impauriti dalle rocce e dai cespugli spogli mostrando a malapena il muso. 

E poi c’è chi sceglie comode postazioni per un riposino in totale relax, senza voler essere disturbato da nessuno. Davanti a me, intanto, si apre un nuovo scenario.

Il Poggio di Goina sovrastato da U Zimun (il Cimone) candido e tondo.

Dietro di loro, alla mia sinistra, lo splendore è dato da Alpi Liguri alle quali sono molto affezionata. Il noto Passo della Mezzaluna, completamente avvolto dal mantello immacolato, racchiuso tra Cima Donzella e Cima Arborea e, poco oltre quest’ultimo monte, l’adorato Carmo dei Brocchi. Alto, possente, austero e bianco anch’esso.

In mezzo al Passo svetta con un piglio di simpatica superbia persino Pizzo Penna.

Di fronte a me, dopo il Monte Faudo, una distesa azzurra e brillante indica il mare ed è impressionante vederlo da qui, stando con le zampe in mezzo alla neve, su questi alti monti.

Ora sono sotto al Monte Frontè.

Posso vedere la Madonna ricoperta dai fiocchi gelidi. Un forte contrasto con tutti quei pennuti neri, come il carbone, che le volano attorno.

Alcuni punti di questo tragitto possono risultare pericolosi in questo periodo dell’anno. Piccole o grandi slavine possono cogliere di sorpresa e alcuni pezzi di roccia possono spaccarsi e cadere nel vuoto. Occorre quindi evitare di stare sotto agli speroni di roccia e portarsi dove gli ambienti si aprono mostrando un territorio che gli occhi faticano a credere vero da tanto che è bello.

Le zampe scendono in quell’ovatta di 20 o 30 centimetri ed è bene avere un’attrezzatura adatta come scarponi e pantaloni impermeabili e ghette.

Si potrebbe anche ciaspolare ma non è così alta, ci si cammina dentro tranquillamente.

Le zampe fanno nuovi movimenti. È ovviamente diverso avanzare su questo terreno, meno stabile rispetto a quello estivo, ma è comunque piacevole.

Noto che anche il Gallo Forcello, del quale vedo le orme, la pensa come me. Dev’essersi divertito qua.

Era da parecchio che non vedevo il Colle del Garezzo con questo abito.

La neve, la vera protagonista, è bellissima, e riesce a far risplendere ulteriormente un mondo che già trovo affascinante di per sé.

Spero sia piaciuto anche a voi in questa sua nuova veste, così vi saluto sapendo di lasciarvi una graziosa visione.

Ma le mie avventure con la bianca Signora non sono finite qui. Aspettatemi perché ve ne racconterò e mostrerò delle altre.

Per adesso vi mando un bacio candido e vi aspetto per sgattaiolare ancora, assieme a voi, in diversi palcoscenici gelidi ma affascinanti della mia Valle.

I tramonti che non ti aspetti

Sapete che amo zampettare nei boschi e sulle creste rocciose della mia Valle, sono la mia passione principale, ma… ci sono giorni in cui mi piace passeggiare anche in riva al mare e godere dei suoi ritmi, dell’andare e venire di quelle onde salate che plasmano costantemente la costa ligure.

tramonto gabbiani

Un pomeriggio di questi mi trovavo proprio a zampettare in prossimità della spiaggia, col ritmico fragore del mare ad accompagnare i miei passi. Gli amici cormorani pescavano indisturbati tuffandosi in acqua, qua e là qualche gabbiano solcava il cielo e sulla sabbia i cani inseguivano i bastoni lanciati dai loro padroni.

In quel quadretto già felice e armonioso poi, nel giro di pochissime ore, il cielo s’è acceso di tinte così vivide da far spalancare gli occhi di meraviglia.

tramonto spiaggia sole

Sì, perché in Liguria, soprattutto nelle stagioni più fredde, le albe e i tramonti sanno regalare emozioni difficili da dimenticare.

Ti entrano dentro, urlano la loro bellezza a ogni tua cellula, e tu non puoi fare a meno di ammirarla e desiderare di portarla con te.

tramonto silouette

E allora, con la macchina fotografica tra le zampe, scatti un clic dopo l’altro, per cogliere ogni attimo, ogni istante di quello spettacolo naturale che incanta tutti. Ogni topo si ferma a rimirare tanta beltà e tutti cercano di immortalarla, i più con il topo-smartphone nella zampa.

Ma, ditemi, come si fa a restare indifferenti davanti a questi colori accesi, infuocati?

mare tramonto

Le onde del mare paiono diventare d’oro fuso, quando il sole le bacia più da vicino mentre si abbassa sempre di più verso l’orizzonte.

Laddove i raggi non giungono più, ecco che invece l’acqua si fa plumbea, ma al contempo si tinge di lievi tocchi violetti, come se invisibili dita macchiate di colore avessero indugiato sulla tela del mare sporcandola appena.

onde tramonto

E i viola! Ah, topi, le sue sfumature tolgono il fiato a chiunque! Lilla, rosa, violetto, indaco… sono tutti colori di cui la tavolozza dei miei cieli è assai ricca.  Vengono sfoggiati quasi con spudorato orgoglio, affinché noi che abbiamo le zampe ben piantate a terra possiamo goderne appieno.

porto tramonto

Tutto si trasforma, ogni cosa assume tinte diverse e va a creare scenari fantastici; le barche cambiano colore, i profili scuri dei pescatori sui moli fanno contrasto con le onde dalle tinte cangianti, le banderuole si stagliano su spicchi di cielo surreali e inverosimili,  ma… ma tutto non dura che pochi minuti.

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La notte incalza, reclama il suo regno fatto di ombre e di buio. Il sole tenta un po’ di ritardare il suo tuffo simbolico nel mare, pare fermarsi un secondo, indugiare. E, in quel suo apparente tentennamento, tira fuori tutta la luce e tutti i colori di cui ancora dispone, in un ultimo guizzo d’energia prima di abbandonare queste latitudini e andare a colorarne altre.

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Un miracolo, topi. Un incanto. E io sono grata e fortunata perché posso godere di tanta meraviglia, ma voi lo siete con me, perché ci sono io a mostrarvela, anche quando non potete goderne di presenza.

Un saluto colorato a tutti!

In quel di Vignago “Superiore” tra mele e rape

Le pagine fiabesche che la mia Valle può raccontare sono molte ma oggi il segnalibro è puntato sull’antico borgo di Vignago che vi ho fatto conoscere poco tempo fa perché c’è un punto di lui che ancora non vi ho mostrato.

Si potrebbe definire “Vignago Superiore” ma le case che lo compongono si possono contare sulle dita di una zampa e quindi si sorride pensando a quel “Superiore”.

Fatto sta che siamo sempre nei pressi di Corte ma non siamo nella località sotto la Rocca e chiamata – La Rocchetta -, dove un tempo il nucleo abitativo era maggiore, siamo più in su, dove la vita che scorre lo fa ancora come una volta, dove ad accoglierci ci sono alberi di Mele succose e zuccherine e Margheritine candide.

La natura attorno è di una bellezza disarmante e spalanca a noi le sue porte.

Si scavalca un piccolo rigagnolo d’acqua e se non si fa attenzione si entra nella proprietà privata di qualcuno. Un qualcuno che qui ha case bellissime, dal fascino davvero particolare.

I piccoli pergolati di Vite nascondono Zucche e panchine realizzate con i bancali e sembra quasi di essere in una di quelle riviste che parlano di case singolari.

Ci sono anche Viti che si arrampicano sulla ringhiera al fine sempre di dare quel tocco in più di magia.

Mi guardo attorno, ogni cosa che vedo mi stupisce: l’antica conigliera, i fiori, le corde, i tegami, i secchi usati come vasi per le piante.

Un tempo forse era l’unica soluzione, ora invece sarebbero considerati complementi d’arredo pregiati.

Ad attirare maggiormente la mia attenzione è però, senza dubbio, il grande casone realizzato interamente in paglia con il tetto di lamiera. Un capanno meraviglioso.

Forse un ricovero per attrezzi ma è bellissimo. Sembra proprio una casa delle favole con tanto di porta rigorosamente in legno.

Le pietre che formano le altre abitazioni invece è come se parlassero del loro passato e della loro storia. Devono aver visto molto da queste parti soprattutto per quanto riguarda la coltivazione.

Ancora oggi, anche se sono diventate dei prati, è possibile notare le terrazze nettamente addolcite dallo scorrere del tempo.

Ciò che adesso qui va più “di moda” sono le Rape. Ce ne sono ben tre orticelli dal simpatico aspetto.

I particolari che abbelliscono questo luogo sono tanti e, naturalmente, tutti molto antichi. Alcuni persino originali dell’epoca.

Anche i colori sono parecchi e non hanno nessuna intenzione di spegnersi.

Ci sono addirittura diversi fiori appena sbocciati nonostante le temperature si siano abbassate di molto rispetto a quest’estate. Evidentemente qui si sta davvero bene e lo si percepisce immediatamente.

In effetti la quiete è assoluta e il luogo aperto perciò il sole non ha che da riscaldare tutto il giorno.

Solo le Ghiandaie si permettono di rompere il silenzio con il loro crocidare. Che pettegole!

Qui si gode di un bellissimo panorama che mostra Triora adagiata sul monte di fronte. Dietro di noi invece si innalza il bosco e ci si sente protetti.

Accanto alle case alcuni fasci di legna sono già pronti per aiutare ad affrontare l’inverno.

Questa parte di Vignago è più luminosa rispetto a quella in basso. E’ anche più vuota e gode maggiormente del verde che la circonda.

La natura è variegata e si riconoscono diversi alberi da frutta. Tutto il necessario per evitare di recarsi in paese, ogni giorno, a fare compere.

Ora Topi non vi resta che dirmi se vi piace di più Vignago Inferiore o Vignago Superiore. Due località totalmente differenti ma entrambe splendide.

Immagino non sia facile decidere per cui vi lascio pensare. Io, nel mentre, vado a preparare un altro articolo interessante per voi! Alla prossima!

Squit!

Il Corbezzolo – Vivi e colora il tuo mondo

Poi qualcuno osa dire che l’Autunno è una stagione triste e spenta, poco colorata… Ma meno male che c’è qui la vostra Prunocciola, pronta a mostrarvi la Natura come la vedete di rado!

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Cari topi, in questo periodo dell’anno i monti e la Natura tutta si colora di tinte assai calde e accoglienti, complici anche le giornate ancora per lo più terse e molto tiepide. Ed è in questo momento che giungono a maturazione anche dei frutti coloratissimi, che inondano i sentieri offrendo ulteriore bellezza agli occhi, come se non fosse già tanta quella offerta dai generosi Castagni dalle foglie d’oro, dai colori bronzati dei Larici, dalle tinte solari e delicate delle faggete e di tante, tantissime altre piante che fanno i fuochi d’artificio pur di farsi notare.

Sto parlando del Corbezzolo, il cui nome scientifico è Arbutus unedo, pianta appartenente alla famiglia delle Ericaceae. I suoi frutti paiono palline natalizie di colore giallo-arancio quando sono immaturi e rosso quando invece giungono a maturazione.

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La pianta è sempreverde e vanta la presenza in contemporanea di fiori e frutti sui rami. I suoi colori prevalenti (il verde delle foglie, il bianco dei fiori e il rosso dei frutti) la assimilano alla bandiera italiana, e per questo motivo ne è divenuta il simbolo patrio. Fu nell’Ottocento che assunse il significato di unità nazionale.

Plinio il Vecchio, naturalista e filosofo romano, riteneva i corbezzoli talmente insipidi che a suo parere era impossibile mangiarne più di uno, ecco spiegata la derivazione del nome scientifico della specie – “unedo” -, che deriverebbe da “unum” (= uno) e “edo” (= mangiare).

I suoi colori vivaci lo accostano alla Vita, e infatti è una pianta assai longeva, tanto da poter divenire addirittura plurisecolare. Cresce anche rapidamente, e con questo Madre Natura ci vuole lanciare un messaggio importante: chi sa colorare la propria esistenza, chi guarda con gioia ai colori, alla positività, cresce (e vive) con più facilità.

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Il verde è il colore del cuore secondo le discipline orientali, è la tinta che più di ogni altra riguarda l’energia d’Amore Incondizionato che permea ogni cosa nel Creato. E, in effetti, è il colore di Madre Natura… chi sa amare più e meglio di lei? Qualcuno lo attribuisce anche alla speranza, ma una creaturina del bosco come me non conosce questa emozione: noi bestioline, insieme alle piante e a tutti gli elementi naturali, non siamo soliti sperare, semplicemente siamo, esistiamo e agiamo, senza aspettative. Ecco perché per me il verde del Corbezzolo – e di tutte le altre piante meravigliose della Valle e del pianeta – rappresenta la Vita, la gioventù delle tenere foglie appena spuntate sui rami e dalla terra.

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Che dire, poi, del bianco? E’ la Purezza per antonomasia, la pagina ancora bianca prima di essere scritta, il principio di ogni cosa, l’insieme di tutti i colori esistenti e la tinta attraverso la quale si esprime la Luce… e, ancora una volta, la Luce è… Vita!

Giallo, arancio e rosso sono invece colori legati al Sole, al fuoco, quello della creazione e del calore fisico, avvolgente e prorompente. Anche in questo caso sono tinte strettamente legate alla Vita. Ed ecco che allora il Corbezzolo, racchiudendo in sé tutti questi colori, non fa che rimarcare, evidenziare e sottolineare con allegra e sfacciata enfasi il suo essere così profondamente legato alla Vita gioiosa, all’esistenza terrena.

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A proposito di fuoco… è una pianta originaria del Mediterraneo, e la terra lambita da questo meraviglioso mare è battuta dal Sole e spesso viene investita da incendi. Ma tutto in Natura è perfetto, topi, per cui questa mamma amorevole su cui poggiamo tutti le zampe ha escogitato un modo efficace e geniale per far sopravvivere le proprie creature durante manifestazioni apparentemente così estreme e violente. Come il Cisto, infatti, il Corbezzolo possiede una “memoria” di fuoco. Cosa significa? Vuol dire che si infiamma molto facilmente e questo gli permette di far passare velocemente le lingue infuocate sopra le proprie radici, in modo tale da preservarle intatte. In pratica la parte alta della pianta si incendia e si incenerisce molto in fretta, e dunque le fiamme, non avendo altro da “mangiare”, passano oltre. Le radici restano integre e da lì a breve il Corbezzolo rigetterà, concimato dalle sue stesse ceneri come l’Araba Fenice, crescendo velocemente come solo lui sa fare! Una meraviglia, insomma! Se non è Vita questa…

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Il Corbezzolo ha dimensioni arbustive, arrivando a raggiungere però fino ai 10 metri di altezza. I suoi fiori a grappolo sono ricchissimi di nettare, particolarmente apprezzato dalle mie amiche api, soprattutto se quando la pianta fiorisce – ovvero tra ottobre e novembre – non sono ancora giunti i primi freddi a farle rintanare. Il miele di Corbezzolo, molto pregiato, aromatico e amarognolo, è l’ultimo a essere prodotto prima del riposo invernale.

I frutti, come già dicevo, hanno forma sferica tanto da apparire come colorate palline decorative, sono grandi circa due centimetri e sono molto carnosi, possiedono in superficie dei tubercoli che danno alla bacca la sembianza di una pralina ricoperta di granella. Maturano tra ottobre e dicembre e non tutti ne amano il sapore e la consistenza, come ricordava Plinio, eppure in molti lo apprezzano, soprattutto per l’utilizzo in diverse preparazioni, tra cui le confetture.

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Se non lo apprezzano gli esseri umani, altrettanto non si può dire delle bestioline! In particolare esiste una farfalla che adora nutrirsi dello zucchero presente nei frutti, ne fa grandi scorpacciate, e per questo motivo la bellissima Charaxes jasius è meglio conosciuta più semplicemente come farfalla del Corbezzolo.

Se ne ricavano, oltre alle marmellate, anche vini, liquori, acquaviti e dolciumi.

Un tempo le sue foglie, ricche di tannini, erano utilizzate anche per conciare le pelli.

Il Corbezzolo cresce in mezzo alla macchia mediterranea, motivo per cui è più facile trovarlo sui sentieri costieri o che si affacciano quasi sul mare. Personalmente ne ho visti davvero molti sulle alture di Sanremo, tra San Romolo e Monte Caggio, così come anche tra Verezzo e i Prati di San Giovanni. Ama ambienti semiaridi, a un’altitudine che va fino agli 800 metri sul livello del mare, e cresce tra i cespugli, nei boschi in cui domina il Leccio o anche nei sottoboschi di pinete litoranee.

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Un’antica leggenda latina narra del salvataggio di un neonato da parte della ninfa Carna avvenuto grazie a un ramo di Corbezzolo. Per questo motivo la pianta è divenuta una delle piante che si dice respingano le streghe, soprattutto nella notte di San Giovanni (24 giugno).

I toscani l’hanno addirittura adottata nel gergo come esclamazione di meraviglia: “corbezzoli!”, dicono. E in effetti, topi, io non riesco proprio a dare loro torto. E’ una pianta assolutamente meravigliosa!

Un bacio tricolore a tutti voi.

La Carlina, un sole con le spine

La Carlina, topi, è una pianta niente male e oggi ve la presento per benino.

Appartenente alla famiglia delle Asteraceae e delle Compositae, reca con sé un aspetto a metà tra una margherita e una stella. La troviamo tra i 500 e i 2000 metri di altitudine, nei luoghi aridi e sassosi, ma anche in quelli  boschivi ed erbosi, per cui ne deriva che si adatti bene a diversi tipi di ambienti.

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La si può trovare facilmente nei pascoli montani, talvolta qui diventa addirittura infestante. Le spine che la ricoprono e la proteggono, infatti, tengono ben lontani gli animali, e in questo modo la pianta non solo sopravvive, ma si propaga velocemente.

I fiori raggiungono i 12 cm di diametro, motivo per cui sono anche utilizzati come decori in alcune tane, conservandosi per altro molto bene nel tempo. E, a proposito di questo, c’è chi la utilizza come barometro naturale, sapete?

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Infatti, i petali del fiore si chiudono quando l’umidità dell’aria è in aumento, preannunciando l’imminente sopraggiungere della pioggia. E’ una strategia che la Carlina ha escogitato per non perdere il suo prezioso polline, che produce in grandissima quantità. Pare che il comportamento di barometro continui a verificarsi anche a distanza di anni da quando il fiore è stato reciso. Fenomenale, non vi pare?

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Un’altra curiosità legata alla Carlina è l’origine del suo nome, che secondo la leggenda deriva da un uomo illustre: Carlo Magno! Si racconta, infatti, che questa pianta fu rivelata all’antico sovrano come un miracoloso rimedio contro la peste. Il suo esercito, infatti, transitando verso Roma, aveva contratto il morbo e l’imperatore si preoccupava per i suoi uomini. Una notte gli venne in sogno un angelo, il quale gli rivelò dove trovarla e come prepararla e somministrarla ai malati, assicurandogli che avrebbe scacciato il male e salvato i soldati.

Anche i sassoni amavano la Carlina, poiché la consideravano un potente antidoto contro i veleni e una panacea per ogni male.

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Le sue folte spine, inoltre, la rendevano utile a prevenire il malocchio e ogni tipo di male, secondo le dicerie della tradizione popolare.

La Carlina ha un aspetto particolare: somiglia a un cardo, ma da esso differisce. Il fiore è privo di fusto ed è quasi adagiato al suolo insieme a tutte le sue spine, disposte intorno all’infiorescenza come fossero raggi solari.

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In periodi di povertà era usata anche in cucina, poiché simile al carciofo, sebbene sia molto più difficoltoso pulirla dalle spine e lavorarne il cuore tenero.

Che dire, poi, delle sue proprietà fitoterapiche? Le radici raccolte in autunno ed essiccate sono cicatrizzanti, detergenti, diuretiche, digestive e sudorifere, un peccato che non venga più usata in erboristeria.

Le mie amiche api ne vano davvero ghiotte. Facendo un po’ di attenzione, non è difficile vederle tuffarsi letteralmente al centro del fiore e strofinarsi ben benino per raccoglierne il polline. Sembra quasi che si divertano a star lì, che sguazzino in tanta abbondanza con vero godimento.

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A proposito di tutte queste sue caratteristiche, c’è da dire che la Carlina si presenta con un aspetto quasi dimesso. Chi non la conosce, la scambia spesso per un fiore ormai secco o appassito, ma la sua tenacia nel crescere là dove molte piante desistono e dove l’aria è indubbiamente più tersa la rendono un simbolo di purezza e protezione, oltre che di riservatezza e difesa.

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I suoi petali immacolati riflettono la luce dell’astro padre del nostro pianeta, il Sole, e anche il fatto che cresca su terreni molto assolati rimanda al collegamento con la meravigliosa stella che ha permesso la vita nel nostro Sistema Solare. Ecco perché la Carlina è anche simbolo di forza vitale. Con le sue spine, che tengono lontani gli animali che potrebbero cibarsene, sa difendersi da sola, senza l’aiuto di enti esterni, e questo la rende indipendente, quasi autosufficiente.

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Eppure questa apparente chiusura è equilibrata dalla grande voglia di espansione di questa pianta dei semplici: a dircelo è la grande quantità di polline che produce, che la rende assai fertile, insieme alla qualità del nettare che le api ne traggono, considerandola un’ottima mellifera.

Insomma, ancora una volta la Natura dimostra di avere un linguaggio profondo, diverso rispetto a quello a cui si è abituati… ma qualche volta basta semplicemente saper guardare con occhi diversi, topi!

Un saluto spinoso e solare a tutti.

Saliamo sulla vetta del Toraggio

Per arrivare in cima al Monte Toraggio, 1972 mt, si può partire da diverse zone.

Esso infatti si trova tra due Stati, Italia e Francia, e tra le valli Nervia e Roja pur essendo simbolo amico degli abitanti della Valle Argentina che possono ben vederlo, ogni giorno, stagliato contro il cielo dell’Alta Valle e vivendoci attorno.

Io sono partita da Colle Melosa, dove un Camoscio mi ha subito salutata di buon mattino (non l’unico quel giorno), ho attraversato le pendici del Monte Pietravecchia, ho raggiunto il Passo di Fonte della Dragurina e sono arrivata al Toraggio. Proprio in cima.

Su quella punta chiamata “naso” perché, il Toraggio, visto dalla mia Valle, appare come il volto di profilo di un uomo addormentato. Il Gigante che dorme.

Alcuni o chiamano il “Napoleone che dorme” o il “Garibaldi che dorme” (vedendoci anche la barba lungo le falesie orientali del monte protagonista e questo perché, assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, forma il corpo (fino alla cinta) di una figura maschile, con tanto di mano appoggiata sul petto.

Quando si è lassù ci si sente più in alto del mondo e, di quel mondo, se ne vedono tantissimi pezzi che sembrano infiniti.

Della Liguria, terra nella quale siamo, si vedono i paesi dell’entroterra di Ponente, fino ad arrivare con lo sguardo al mare. E poi altri monti e creste e falesie.

Sono partita da un ambiente verdeggiante e c’era persino la nebbia, quel mattino, ad accompagnarmi.

Una nebbia che, prima di andar via, si è trasformata in acquazzone e sono stata costretta a ripararmi sotto ad una roccia che formava una piccola grotta intima e affascinante.

La natura, qui, mostra tutti i suoi caratteri da quello più morbido e dolce a quello più aspro e selvaggio che incontrerò avvicinandomi all’arrivo.

Ma anche attraverso il clima palesa tutte le sue qualità.

Sto percorrendo un sentiero fresco che mi permette di vedere l’ampiezza della vallata, molta flora, pascoli e persino qualche regalino lasciato da chi è passato prima di me.

Queste pietre disegnate si trovano spesso nella mia Valle come una specie di riferimento.

I Gracchi Alpini e qualche uccellino solitario mi tengono compagnia con il loro verso e il solo svolazzare. A volte spiccano il volo alla ricerca di cibo, altre volte giocano con il vento che, adesso, sta portando via tutte le nuvole.

Sul Toraggio, invece, sono minuscole e rare le zone d’ombra date unicamente da qualche solitario Ontano o un arbusto di Rosa Canina.

Il sole ora è cocente e risplende sulle rocce bianche e solide che vanno a comporre la sua punta frastagliata.

Il paesaggio è più duro e asciutto rispetto ai primi km percorsi in questo tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri (complesso tracciato di oltre 80 km) dove il bosco rendeva tutto più umido e verde.

Fonte della Dragurina permette un po’ di frescura. In questo periodo di acqua ne produce poca e non è conveniente berla ma risulta utile per chi vuole darsi una rinfrescata bagnandosi le braccia o i capelli.

Vi consiglio vivamente di portarvi parecchia acqua da bere se volete intraprendere questa escursione.

Arrivati a questa sorgente si capisce che manca poco per giungere in cima alla meta ambita. Dopo poco infatti, dove alcuni sentieri si incrociano in uno spazio aperto di prato ecco la scritta che indica l’arrivo.

Si guarda in su e si può vedere la vetta attenderci. Quelle rocce così alte sembrano messe una sopra l’altra e la loro austerità è limata da un paesaggio che ricorda il cartone animato di Heidy. Fiori, farfalle, erba, spighe…

L’ultimo pezzo di salita, anche se breve, è da fare a quattro zampe arrampicandosi tra quei massi che lasciano poco spazio alla sosta. Alcuni punti possono intimorire. Non ci sono protezioni e i punti in cui si appoggiano le zampe sono così sottili da non permettere al corpo di incurvarsi o rilassarsi.

Chi non se la sente, per paura del vuoto o dell’altezza, può fermarsi più in basso godendo comunque di un panorama mozzafiato. Chi invece riesce a salire sul punto più alto rimane davvero strabiliato dal creato che si mostra ai suoi occhi a 360°.

Qui, una Madonnina bianca e azzurra sotto ad una croce, simboli della vetta, aspetta gli escursionisti più impavidi ed è già pronta a rimanere immortalata su tante foto che contraddistinguono la frase – Ce l’ho fatta! -.

È facile essere stanchi dopo aver percorso circa 8 km su pietre, salite e discese toccando anche il Sentiero degli Alpini per diversi tratti, per cui, occorre non esagerare e non sforzare troppo il proprio fisico soprattutto se siete topi che semplicemente si fanno una camminata la domenica. Vi consiglio quindi di riposarvi un po’ prima della discesa perché vi serviranno di nuovo tenacia, stabilità ed equilibrio.

È infatti un sentiero definito EEF (Escursionista Esperto Facile). Significa facile per un escursionista esperto ma più arduo per chi esperto non lo è. Sconsigliato ai piccoli topini.

Tanto non dovete preoccuparvi. A stare fermi lì non ci si annoia di certo. Già vi vedo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata ad ammirare quello splendore.

Durante la salita non serve correre. Godetevi quei momenti e quella meraviglia. La natura è incantevole. Gigli, Cicuta, Ginestra, Vedovine, Fiordalisi alpini, Campanule e molti altri fiori si mischiano al verde chiaro e brillante dell’erba sottile che spicca a ciuffi.

In alcuni tratti di prato le Ortiche, le Roselline e i Cardi selvatici possono pungere le gambe ma nulla di drammatico.

In mezzo a tutti quei colori si innalzano molti profumi che penetrano le narici in modo deciso e anche tanti insetti vivaci e curiosi come le Cicale e le Farfalle, un’infinità di farfalle, che non hanno paura a venir vicino e stare un po’ assieme. Certi insetti invece sono davvero singolari. Mostrano colori o disegni geometrici sul loro esoscheletro che io non ho mai visto.

La pace è indiscussa soprattutto se ci si allontana leggermente dalla Madonnina (spesso circondata da parecchie persone) e si sceglie un anfratto tra gli scogli chiari per riposare o mangiare.

Siamo in alto e può capitare che la nebbia o le nuvole vengono a far visita come ho detto prima. Non temete potrebbero sparire nel giro di mezz’ora, a quelle altezze capita, e lasciare il posto nuovamente al sole, così caldo da obbligarvi all’uso del cappello e della crema solare.

L’appagamento è totale soprattutto se è un monte al quale siete affezionati come me.

Averlo sempre visto da fondo Valle e ora esserci sopra e poter guardare cosa osserva lui ogni giorno è indescrivibile. Fa uno strano ma piacevole effetto e, sicuramente, da oggi, ogni volta che lo vedrò stagliarsi nel panorama dei miei monti, in tutta la sua austera bellezza, lo guarderò con occhi diversi.

Il Toraggio è come un Re e appartiene alla Catena del Saccarello un importante insieme delle Alpi Liguri. La sua imponenza regna nei nostri cuori.

Quando si è lassù si può lasciare il proprio ricordo su un quaderno messo a disposizione che si trova all’interno di un contenitore tubolare plastificato. Si tratta di un quaderno pieno di scritte, nomi e pensieri. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo e avere altre pagine bianche per permettere ai futuri viandanti di lasciare la loro impronta. Quello che c’è oggi non ha più spazio ed è una cosa molto carina a mio parere. Ovviamente anch’io ho lasciato il mio messaggio e che si sappia che la Topina della Valle Argentina è giunta fin quassù.

Per ora ho finito e prima di scendere da qui rosicchio qualcosa. Mi raccomando, aspettatemi per la discesa, devo raccontarvi anche come si scende da qui e spiegarvi il percorso di ritorno, quindi, continuate a seguirmi.

Vi mando un bacio purissimo da una vetta altissima, alla prossima!

“Due estati, un inverno”

Topi, quello di oggi è un articolo un po’ fuori dal comune.

Sapete che mi piace parlarvi degli scrittori della mia terra o che ne cantano le lodi nei loro scritti, per cui eccomi di nuovo qui a presentarvi un progetto particolare di cui fa parte anche la mia amata Valle Argentina.

Lo scrittore Marco Uggé, approfittando dell’appartamento che i familiari possiedono ad Arma, nel 2007 è venuto nel Ponente ligure per restaurare la parrocchiale di S. Sebastiano, ad Artallo. Lo scrittore e decoratore è rimasto in Riviera ben tre anni e sapete bene tutti che, una volta messo piede in questo lembo di terra che è la Liguria, difficilmente si può dimenticare l’accoglienza del mare giocondo e l’abbraccio delle sue montagne. Nel suo periodo di permanenza nei luoghi di cui vi parlo sempre nei miei articoli, Marco ha scoperto al contempo proprio il Mar Ligure grazie alla pesca in apnea e le Alpi Marittime insieme alla mia amatissima Valle Argentina. Tornato nella bassa lodigiana da cui già proveniva e avendo intessuto amicizie qui in terra ligure, Marco ha inventato la storia contenuta in “Due estati, un inverno”.

mar ligure bussana

Ma vediamo di conoscere qualcosa di più riguardo la sua storia.

Tanto per cominciare, topi, il romanzo di Marco Uggé fa parte di un progetto editoriale moderno ideato da Bookabook, una casa editrice che prima di pubblicare i libri dei suoi autori attua delle campagne di crowfunding: gli autori selezionati dalla casa editrice devono raggiungere 200 preordini in 100 giorni delle loro opere, conquistando quindi la fiducia di 200 lettori. Acquistare in prevendita il romanzo di Marco significa dunque puntare sull’autore e permettergli di realizzare il suo sogno, quello di vedere effettivamente pubblicata la sua storia. Trovate tutte le informazioni al riguardo sul seguente sito: https://bookabook.it/libri/due-estati-un-inverno/

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Intanto, visto che si parla di posti che conosco, vi lascio dei brevi estratti dal suo testo.

“Alle prime luci del mattino, da uno sperone a picco sul mare, un uomo possente ma dai modi gentili si godeva la brezza marina, mentre con la solita meticolosa cura andava occupandosi di un piccolo angolo di paradiso.

giardino piante grasse

A ridosso del promontorio, dove la via tra Arma e Bussana s’eleva nel punto più alto, una curva pare voler far prender fiato alla strada ormai stanca d’inerpicarsi su per la costa. In questo angolo ritagliato tra cielo e mare, Alceste aveva piantato un piccolo giardino mediterraneo o meglio, come spesso accade tra gli amanti, lui l’aveva trovato… o forse era il giardino che aveva trovato lui; ad ogni modo era nata una simbiosi tra questo omone dai modi gentili e la terra baciata dal sole e sferzata dal mare. Così, insieme alle piante di aloe, erano spuntati cactus, crassule, euphorbie ed altre varietà della macchia mediterranea.

pianta grassa

[…] Era una mattina come tante, una di quelle mattine che spesso ti regala la Riviera di Ponente in estate.

 

Il mare calmo per quanto permetta l’esposizione costiera della zona, era animato da infiniti bagliori di luce che riflettevano lo smuoversi di piccole onde; la marea in entrata permetteva catture ed a queste pensava Luca mentre col motorino sfrecciava verso la darsena di Arma.

mare arma di taggia

Nella sua mente gli auspici per una buona pesca erano stimolati dal solito profumo che le mattinate ponentine ti regalano a piene mani; solo chi ha vissuto qui per qualche tempo capisce di cosa parlo: è un misto di salsedine, sabbia, olio, fiori, il tutto sferzato e rimescolato dall’aria frizzante delle Alpi Marittime che si scontra e si miscela con quella del Mar Ligure.

mare bussana

[…] Lo scoglio di Bussana è una zona costiera del paese omonimo che, a poche centinaia di metri da Arma, fa parte in realtà del comune successivo. Posto all’estremo ovest del golfo di Arma stesso, si erge su un terrapieno naturale di roccia modellata nel tempo dai venti e dalle mareggiate. Gli elementi, come la mano possente di uno scultore, hanno staccato un grande masso che franando in epoche remote nel mare ai piedi del faraglione, lo ha ben coronato come un puntino sulla i.

Per concludere, ecco anche la trama di “Due estati, un inverno”:

Estate 2015. Quale mistero si nasconde a bordo della Tristana, yacht a vela abbandonato nella rada tra Arma di Taggia e Bussana di Sanremo? E chi ha ucciso a colpi di pistola il povero Mario Acquarone, pescatore subacqueo trovato morto sulla spiaggia di Costa Balena? A questo e ad altri interrogativi saranno costretti a rispondere Luca D’Arrigo, Luca Risso e Michele Fantoni, tre giovani amici inseparabili, con la passione per la pesca in apnea. In questo luogo della spensierata stagione che si aspettavano, i tre dovranno districarsi in una complicata e pericolosa avventura che, oltre a vederli protagonisti, li confronterà con uno spregiudicato trafficante d’armi e un gruppo di spietati ex-mercenari. La vicenda copre l’arco temporale di due estati e un inverno e ha come palcoscenico la suggestiva Riviera Ligure di ponente, col suo sole perenne, il suo mare sempre blu e quel cielo che nel mare si rispecchia, così tanto grande e così tanto azzurro da sembrare finto.

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Che ne pensate, topi? Non vi sembra interessante? Resto sempre molto affascinata dal modo di vedere il mondo in cui vivo da parte di scrittori e artisti che decidono di omaggiare la mia terra.

Io adesso vi saluto, vado a leggere qualche nuova avventura da raccontarvi.

Un saluto dalla vostra topo-lettrice Prunocciola.

Il Capriolo: la sua vita è quella di tutta la natura

Osservato con attenzione da molti popoli e da altrettanto tempo, il Capriolo (Capreolus capreolus) è un animale che vive anche in Valle Argentina, quindi ho intenzione di presentarvelo, miei convallesi!

Per farlo, pur sapendo molte cose su di lui con il quale mi fermo spesso a chiacchierare presso Monte Frontè (è introverso, ma di me si fida), ho chiesto informazioni a un lupo che è anche un mio caro amico, Odoben Malcisento, il quale, sugli animali sa davvero tutto, compresi i loro più intimi segreti.

Già lo sentivo impartire ordini a tutto il branco nella radura di Nonna Desia, convinto che gli altri gli dessero ancora retta. Già, perché di andare in pensione non ha proprio voglia.

«At-tenti! Marsh! Forza, palle di lardo! La vostra coda appartiene all’Arma, non dimenticatelo!» urlò, convinto che i suoi ordini venissero eseguiti.

Valoroso e impavido, è stato Generale di Branco d’Armata quando era giovane, ma la fissa della vita militare non gliela leva nessuno, nonostante oggi sia un po’ malconcio.

«Buongiorno, Odoben Malcisento!» gli gridai, cercando di farmi sentire.

È un po’ sordo, sapete? Ha perso mezzo orecchio sinistro sotto il Monte Saccarello, quando un aereo nemico andò a schiantarsi dietro Rocca Barbone ed esplose a pochi metri di distanza da lui. Dall’orecchio destro, invece, è rimasto completamente sordo.

«At-tenti! Ri-poso! Altolà! Chi và là?!» domandò di rimando, guardandosi in giro perplesso.

«Sono io Odoben Malcisento! Mi vede?»

«Ah, sei tu, piccola ratta! Stai su con quella schiena! Coda dritta! Baffi in fuori! Cosa credi di essere? Una bagiàira? (Lumaca senza guscio). Comunque io sono il “Generale” Odoben Malcisento!» sottolineò. Ci tiene ai suoi titoli, guai a non rispettarli.

«Sì, certam… ehm… volevo dire Signorsissignore!» rimediai.

Mi misi ritta e sull’attenti per non farlo inalberare e guardai gli altri Lupi, felici del fatto che ero giunta a distrarlo.

«Quale missione ti porta qui, soldato semplice?»

Tra “piccola ratta” e “soldato semplice” non sapevo quale dei due nomi mi piacesse di più, ma feci finta di nulla: «Signore! Vorrei chiederle gentilmente se posso avere notizie su Capreolus capreolus, signore!». Facendo finta di sapere poco o nulla su quella splendida bestiola avrei sicuramente avuto la sua dedizione.

«Proprio di quel capride mangiafieno mi vieni a chiedere, con tutte le meravigliose creature che Madre Natura ha partorito?»

«Signore! Non voglio contraddirla, signore! Ma non si può certo dire che Capriolo sia una brutta bestia, signore!»

«No certo… in effetti… se  proprio devo essere sincero, stiamo parlando di un’eleganza rara e di un’agilità quasi inimitabile… È inutile, sono un militare e la mia razionalità funziona sempre…»

«Signorsissignore!» risposi. La mia accondiscendenza stava funzionando.

«Bene. Ri-poso! Mettiti comoda. Hai rifatto la branda stamattina? Cosa vuoi sapere di preciso?»

«L’ho fatta in quindici secondi, signore! Be’, vorrei sapere quello che pochi conoscono di lui. Tutti sanno che è erbivoro, veloce, dolce… ma cos’altro nasconde in sé il Capriolo, oltre a suggerire poesia al solo guardarlo?»

«Il Capriolo è sempre stato apprezzato in tutto il mondo: dai Nativi Americani ai Maya, si è sempre parlato di lui. I Panche, indiani della Colombia, ritenevano addirittura che l’anima dei defunti, prima di salire al cielo, passasse attraverso il corpo di un Capriolo»

Già… un corpo capace di purificare essendo intriso d’amore, pensai, ma mi lasciai scappare solo un: «Caspita!».

Odoben Malcisento era andato dritto al sodo e ora non si sarebbe più fermato: «Sì, ma nonostante questo, è sempre stato simbolo di vita. Per gli Aztechi rappresentava il sole e la vittoria in guerra, raffigurata appunto con un Capriolo a due teste che loro chiamavano Madre degli Eroi Gemelli. Si trattava della prima donna divinizzata.»

Ero basita. Stavo davvero parlando con il Generale Odoben Malcisento? Di solito era molto più freddo e tagliente nelle sue descrizioni. Era evidente che gli occhi scuri e languidi di Capriolo avessero intenerito anche lui.

«Il suo nome ricorda la Capra, ma è più somigliante a un Camoscio, appartiene alla famiglia dei cervidi… giusto?» chiesi, sapendo di ottenere una spiegazione.

Non rimasi delusa: «Il suo nome deriva dall’antica origine baltica. In prussiano “sirwis“, cioè appunto “capriolo”, ha la stessa radice della parola “testa”. Questo a causa dei palchi che possiede, più lunghi e ramificati rispetto a quelli di un Camoscio. Infatti, la stessa regola vale per il Cervo. Brava soldatessa»

Ero sempre più affascinata dal suo modo di raccontare, così gradevole questa volta. Lui se ne accorse e continuò: «È un ungulato e ora vive in gran parte dell’Europa e dell’Asia, dove la vegetazione è adatta alla sua dieta. Le sue zampe gli hanno permesso di recente di abitare anche negli altopiani rocciosi, mentre un tempo viveva più nelle praterie. Così, tra i pascoli e le piante montane, si assicura un’alimentazione abbondante e più varia».

«Ama il sottobosco fitto, ma anche le radure infatti. Odoben Malcisento, sei anche un nutrizionista!» scherzai.

«Cosa dici?! La vista? Ci vedo benissimo! E anche Capriolo: la sua vista è acuta! Deve difendersi da molti predatori e, infatti, è un animale timido e schivo.»

Non aveva capito nulla, ma mi diede comunque una nozione in più.

«A proposito di timidezza, signore! Il Capriolo vive solitario o in branco, signore?» gridai questa volta. Questa storia del Capriolo in famiglia non l’avevo mai capita bene.

«La sua è una gerarchia articolata che si modifica in base alle stagioni e ai periodi dell’amore o delle battaglie territoriali. I Caprioli non hanno una suddivisione specifica e continuativa come noi Lupi, ma appartengono al mondo della caccia, tant’è vero che puoi sempre vederne uno assieme alla Dea Diana.»

«Ma il Capriolo non è un predatore…»

«No, ma come sai, Diana era anche protettrice degli animali selvatici. Inoltre, il Capriolo è simbolo della vita e ha sempre rappresentato la bellezza dell’esistenza. Per gli antichi un Capriolo morto significava siccità e quindi morte di un territorio che, quell’anno, non avrebbe dato frutti, non avrebbe nutrito, come se, senza di lui e la sua vita, non ci fosse amore. Una fiaba mitologica racconta della fanciulla Costanza uccisa dal suo amato: di notte Costanza si trasformava in uno splendido Capriolo bianco, ma un cacciatore corteggiatore di Costanza, lo uccise privando della vita anche la ragazza. Uccidendo lui ammazzò anche l’amore e quel giovane si dice si disperi ancora oggi.»

Che meraviglioso significato! Questa leggenda mi mancava! Sembrava quasi che Odoben Malcisento avesse gli occhi lucidi, ma conoscendo il suo essere tutto d’un pezzo, mi stavo sicuramente sbagliando.

«Signore! È stato gentilissimo come al solito, signore!» gli dissi, rimettendomi sull’attenti, pronta ad andare facendo prima il saluto militare con la zampa in fronte che a lui tanto piaceva.

«Sull’At-tenti! Avanti! March! Puoi andare, piccolo mus musculus» mi congedò.

Corsi via per giungere in tana il prima possibile e scrivere tutto quello che avevo imparato su Capriolo per non scordarlo. Mentre mi lanciavo giù per i pendii del sottobosco, udivo echeggiare la voce potente di Odoben Malcisento che aveva ricominciato a tuonare agli altri Lupi: «Plotone! Ai ranghi! In marcia! Un due, un due, un due…»

Non sarebbe mai cambiato, ma a me piace così.

Mi congedo, topo soldati, e vi aspetto al prossimo amico, ma prima di lasciarvi vorrei offrire un ringraziamento particolare ad Andrea Biondo, appassionato fotografo della natura, che mi ha dato queste sue bellissime immagini per poter scrivere l’articolo. Potete trovare altre sue foto sul suo blog: https://andreabiondo.wordpress.com/ , nel sito dell’Ente Parco Alpi Liguri o in quello di Liguriabirding con i quali Andrea collabora.

Alla prossima! At-tenti!

La montagna regala anche monete

Quanti regali fa la montagna vero? Ve li ho descritti in lungo e in largo in questi anni ma non vi ho mai detto che regala anche soldi.

Nessuna ricerca e nessun metal detector amici, bensì, qualcosa di ben più suggestivo.

Io e altri topi si parte un giorno di buon mattino con la speranza nel cuore di fare qualche bella foto alle creature di Madre Natura.

La Valle Argentina è ricca di una fauna che purtroppo molti non conoscono ed essendo totalmente libera e selvatica non è detto abbia voglia di mostrarsi.

Neanche il tempo ci dava sicurezze. Avrebbe piovuto? Ci sarebbe stato il sole? Boh? È ovvio che anche il clima ha la sua importanza in fatto di avvistamenti. Non sapevamo nulla ma ci piace l’avventura e abbiamo tentato.

Abbiamo parcheggiato a bordo strada e siamo scesi dall’auto. Zaino in spalla, binocoli e macchine fotografiche. Si era comunque felici. Si stava bene.

La mia Valle mostrava una natura incantata fin dalle prime ore del mattino. Naturalmente si era perplessi e speranzosi allo stesso tempo. Stava iniziando a nevicare e un vento gelido sferzava i nostri musi. Ci incamminiamo. Facciamo i primi metri e uno dei tre topi assieme a me si accuccia verso terra per raccogliere qualcosa. La sua espressione era stranita e dopo poco esclama《Toh! Ho trovato 100 lire!》. Subito non gli abbiamo creduto e invece era proprio vero.

100 vecchie lire brillavano nella sua mano nonostante la polvere che avevano raccolto.

Ma dai! Non possiamo crederci!》dicemmo in coro tutti quanti e, il topo archeologo, avvicinandosi a me, mi regalò quel piccolo tesoro 《Tieni Topina, sono tue》. Ma che bellezza! Il fango e lo sterrato ci avevano appena offerto una specie di simbolo che ora era tra le mie zampe trattenuto caramente.

Guarda di che anno sono?》mi chiese topo fotografo.

1971>> risposi e, rapidamente, nella mia testa, l’addizione diede la soluzione “9” pensai. Il mio numero! Ma che… coincidenza! E voi sapete bene che non credo alle coincidenze. Non dissi nulla e misi via quella moneta per non perderla.

Ci dividemmo dopo qualche passo. Io e topo condottiero da una parte e gli altri due dall’altra. Guarda di qui, guarda di là, nulla… solo una Cinciarella mi diede la soddisfazione di rimanere immortalata nel mio obiettivo e neanche poi molto nitidamente visti la bruma e il vento.

Quando rincontrammo topo archeologo e topo fotografo ci dissero che anche loro non avevano visto nulla di che ma, proprio in quel momento, una coppia di Gheppi meravigliosi iniziò a sorvolare sulle nostre teste. Si lasciarono fotografare con la loro aristocratica apertura alare che planava sulle correnti del cielo, e poi andarono a posarsi contro la falesia di una Rocca dove probabilmente avevano il nido; chiamata da noi Rocca Barbone.

Con gli occhi a fessura, per non perderli di vista, cercai di inquadrarli e suggerire a topo amico dove si erano posati. Mi fece i complimenti perché era difficile vederli mimetizzati contro la roccia nuda. Wow! Ero riuscita anch’io a far qualcosa visto che di solito non vedo nulla neanche col binocolo e, in quei casi, la pazienza degli altri topi è pari a quella di Giobbe quando cercano di farmi adocchiare meraviglie. La magia delle 100 lire stava forse iniziando a fare effetto? Proseguimmo poi, tutti assieme, verso un altro Passo dove la neve decise di lasciare il posto al sole e la mattinata divenne ancora più splendida.

Non ci volle molto a vedere un mucchio di Camosci tutti assieme. Erano tantissimi e topo condottiero mi disse che erano anni che non vedeva una cosa così. Si rincorrevano sulla neve o stavano fermi in branco e, come ripeto, ce n’erano così tanti che ci hanno lasciato stupiti. Era bellissimo vederli su quella neve bianca. Vedemmo anche un Capriolo. Un’Aquila in lontananza, un Codirosso e persino un altro Gheppio, elegante rapace che ci affascinò con il volo definito a “spirito santo”, ossia quando sta fermo in aria, immobile, con le ali aperte. Non ci crederete ma fui io a vederlo per prima, inciampandomi nella neve col naso all’insù, e quindi venni promossa con il titolo di… – Avvistatrice di pennuti – (così suona bene direi).

Che soddisfazione! Non potete immaginare. È stata la mia prima volta. Per me era tanta manna ma ho visto soddisfatti anche gli altri birdwatchers molto più abituati ed esperti di me. Così soddisfatti che, alla fine, persino topo archeologo ha detto《Penso che quelle 100 lire siano state proprio di buon auspicio!》e mi sa che aveva ragione.

La natura non si stanca mai di regalare. Offre senza chiedere nulla in cambio ma forse percepisce l’entusiasmo come riconoscenza di chi la ama.

Mi sono divertita tantissimo, ho vissuto esperienze mai vissute prima e, per una che ama la natura come me, potete immaginare! Ma… chissà chi ha perso quelle 100 lire? Un passante? Un trekker? Un pastore? E quando? Da quanto tempo erano lì ad aspettare noi? Vi lascio libera la fantasia, io vado a prepararvi un altro articolo pensando che qualcosa di magico sempre mi accompagna!

Un bacio ricco.

Il Ranuncolo – il bottone d’oro della Liguria

Lo so, sono in ritardo a scrivervi di lui ma ho trotterellato da parecchie parti in questo periodo, conoscendo prospettive nuove della mia Valle e non sono riuscita a mostrarvelo prima. Di chi sto parlando? Beh, lo avrete sicuramente già capito dalle immagini… del Ranuncolo! Anzi… dell’elegantissimo Ranuncolo!

Un fiore sicuramente emblema della Bassa Valle Argentina e della Liguria di Ponente. Molte sono le coltivazioni nella mia terra, prevalentemente sulle coste, che lo vedono protagonista e non si può non incantarsi davanti ad un così vivace tripudio di colori. Sgargiante e abbagliante, che lascia stupefatti.

E, a parer mio, anche il suo significato lascia piacevolmente stupiti.

Il Ranuncolo infatti, con il suo essere, suggerisce la bellezza malinconica, l’importanza del ricordo, il – non dimenticarmi mai -. Il suo nome deriva dal greco “Batrachion” cioè “Piccola Rana”, non solo perché ama le zone paludose e le colora con le sue tinte forti, ma anche perché, proprio le rane, pur nascondendosi risultando invisibili, si fanno sentire con il loro canto. Fanno sentire la loro presenza. Sempre, anche quando sembrano non esserci. Da qui, la dolcezza del ricordo.

Un ricordo a volte languido che, il Ranuncolo, cerca di ravvivare con i suoi toni.

Si dice, nella tradizione popolare, che fu Gesù ad inventare e creare i Ranuncoli.

Voleva strabiliare sua madre, Maria, con un dono davvero particolare. Un fiore che, con i suoi petali, potesse riflettere la luce del sole e infatti questa è proprio una qualità del Ranuncolo. I raggi del sole brillano su quei petali lucidi.

Prese così delle stelle nel cielo e le trasformò in questi fiori, donando loro tinte appariscenti e sfavillanti perché potessero essere visti sempre e in ogni ambiente.

Per questo, si usava in tempi più antichi, regalare alla propria mamma dei Ranuncoli.

Il Ranuncolo (Ranunculus) conosciuto nell’Est asiatico, dove ha origine, come “Erba scellerata” a causa della sua tossicità, è invece chiamato da noi, in Occidente, “Botton d’Oro” in quanto viene raccolto quando ancora un bocciolo dalla forma a pallina.

La Liguria, e soprattutto la Liguria di Ponente, nominata anche Riviera dei Fiori, ha sempre coltivato e venduto molti Ranuncoli, tra altre specie di flora, e ancora oggi, essi, sono un sostentamento per diverse famiglie che ne fanno crescere pezzi di terra a perdita d’occhio. Un occhio ben felice di perdersi tra tanto splendore!

La sua corolla intrecciata raccoglie le gocce d’acqua e, anche loro, diventano luccicanti come il sole sopra a quei colori.

Si pensa che il Ranuncolo giunse in Europa durante il periodo delle Crociate ma, in Francia, c’è chi giura sia stato specialmente Luigi IX in persona, di ritorno dalla Terra Santa, a portare questi fiori per adornare il suo castello. Se ne era, letteralmente, innamorato.

E devo dire che me ne sono innamorata anch’io, ora che ho potuto vederli da così vicino. Li conosco da quando sono solo una piccola topina, ma poter toccare, con zampa, tutta questa meraviglia, è un’altra cosa. Decisamente! Un incanto.

Grazie a Topo Marco per avermi permesso di scattare queste splendide foto dei suoi Ranuncoli. Belli, sani, tronfi e che hanno colpito molto me medesima.

Un bacio floreale a voi! Al prossimo fiore Topi!