Nilo Calvini: storico e scrittore della mia Valle

…e non solo. Di gran parte del Ponente Ligure.

Non l’ho mai conosciuto. E’ purtroppo mancato nel 1998 e non ho mai avuto occasione imagesdi vederlo personalmente.

Oggi, posso leggere i suoi scritti, risentire attraverso le sue parole le stesse sue emozioni, rivisitare quei luoghi tanto amati. A parlarmi di lui oggi sono i suoi cari amici e colleghi, quelli che dicono sempre – Eh… ma Nilo, come Nilo non ce n’è. Nilo si che…-. Attraverso la loro espressione e le loro frasi si può facilmente capire quanto l’abbiano amato e quanto si sentano in dovere di menzionarlo.

Nilo Calvini nacque a Bussana nel 1914. Una Bussana che un tempo era Comune a sé; oggi, è invece una piccola frazione di San Remo. Nacque dall’avvocato Alarico Calvini e Caterina Ricolfi, appartenenti entrambi a due delle famiglie più antiche del luogo. Dopo aver compiuto gli studi secondari, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’U3922_nilocalvinivoliiiniversità di Genova. Si laurea così il 5 novembre del 1938 con una tesi in archeologia classica sulle rovine Romane del Ponente Ligure che sono ancora parecchie e, purtroppo, poco menzionate. In quegli anni, ebbe come docenti Paolo Revelli, Mattia Moresco, Ubaldo Formentini, Ludovico Giordano, Alfredo Schiaffini e Vito Vitale, mentre, tra gli studenti suoi compagni di studio, figuravano i nomi di Teofilo Ossian de Negri, Dante Scarella e Nino Lamboglia.

Combatte, durante la Seconda Guerra Mondiale, sul fronte greco-albanese come Ufficiale di Fanteria passando poi a sorvegliare il Campo di Concentramento di Cairo Montenotte. Tornato a casa e insignito di una Croce al Merito di Guerra, si dedica ad una delle sue più grandi passioni: il giornalismo.

Inizia così a collaborare con “Rivista Ingauna e Intemelia“, giornale di confine, per arrivare al suo grande sogno e scrivere un libro tutto suo, un volume che spiegava delle relazioni medievali tra Genova e la Liguria Occidentale tra il X e il XIII secolo. Tra le sue opere più importanti però si ricordano gli Statuti Liguri: Il Principato di Villaregia (in collaborazione con Aldo Sarchi, 1977) e Città di Taggia. Gli Statuti Comunali del 1381 (1981). Gli Statuti Comunali di Sanremo (1983). Il feudo di Lingueglietta e i suoi Statuti Comunali (1434) (1986). Gli Statuti Comunali di Diano (1363) (1988) e Gli antichi Statuti Comunali di Badalucco (1994); postumi sarebbero invece usciti quelli di Ortonovo nel 1999 e quelli di Zuccarello nel 2000.

Alla città di Taggia, oltre al volume sugli Statuti Comunali, dedicò invece, oltre a vari articoli, l’opera “La Cronaca del Calvi“. “Il Convento dei Padri Domenicani e la città di Taggia, dal 1460 al 1623” (scritto nel 1982), per cui venne anche premiato con la nominacopertina-220x300 a “Cittadino Onorario” da parte dell’Amministrazione Comunale Taggese.

Parlò a lungo di Corsari, Saraceni e Pirati, dei mari che saccheggiavano e dei paesi sulla costa, nonché della Valle Argentina. Ne parlava romanzando l’avventura o descrivendo fatti storici, ne parlava come studioso, studioso della sua terra.

Un giorno, vi parlerò del suo “Nuovo Glossario Medievale Ligure” scritto da Girolamo Rossi e ampliato tempo dopo proprio dal Calvini, un vero spasso, interessantissimo.

Calvini è morto a Genova il 23 marzo 1998. Per i suoi meriti di «docente e appassionato ricercatore di documenti», nonché apprezzato cultore di storia matuziana, il Comune di Sanremo lo aveva nominato “Cittadino Benemerito” nel 1970 su proposta della Famija Sanremasca. Il 25 aprile 1985 il Comune di Sanremo gli avrebbe anche conferito un “Attestato di Benemerenza” in riconoscimento alla sua partecipazione al primo Consiglio Comunale della città del dopoguerra nel quale, Calvini, era stato eletto nelle consultazioni amministrative del 24 marzo 1946.

E Calvini era amato, amato davvero e ancora oggi ricordato. Spero al più presto di farvi conoscere meglio qualche sua opera. Qualche suo storico e importante documento. Nilo Calvini merita di più di questo breve e povero post e di più, da parte mia, avrà. Per ora ho potuto usare come fonti le parole dello storico Andrea Gandolfo da sanremonews e quelle del mio amico Giampiero Laiolo che, anni fa a San Remo, in Villa Nobel, in ricordo di Nilo, assieme ad Assessori e Presidenti, ha ricordato i volumi del collega.

Alla prossima!

M.

Lo Spaudo e il Ciaravuglio

Pensate forse, gagliardi Cavalieri, di poter venir nella Valle Argentina, prender la damigella che più vi aggrada e andarvene tranquillamente come se nulla fosse accaduto? E quelli che rimangono? Come fanno con una possibilità in meno di maritarsi? E voi signorine? Per voi la situazione non cambia. Il bel giovanotto, da voi scelto, va pagato, in un modo o nell’altro. Oh si! Queste son le regole della mia Valle. Non le conoscete? Male! Sedetevi comodi allora che vi racconto come dovete fare. Eviterete di essere rincorsi e presi a pallettoni come è successo a parecchi, molti anni, prima di ora:

Innanzi tutto bisogna dividere bene l’uomo dalla donna. Non fate ‘sta faccia strana… i ruoli intendo!

Il primo deve rispondere alla cosiddetta legge che risponde al nome di Spaudo (U Spaudu) come consuetudine e tradizione vuole Una tradizione molto nota fino al secolo scorso. Per la seconda invece, il termine di questo “pagamento” cambia e viene così a chiamarsi Ciaravuglio (U Ciaravuju).

Lo Spaudo è il più conosciuto tra i due. Era solitamente l’uomo, il cacciatore, che andava in cerca della donzella prediletta piuttosto che l’inverso.

Questa usanza del riscatto, per chi decideva di maritare una ragazza della Valle Argentina, era da corrispondersi ai coetanei della fanciulla che, ora, vedevano svanire un’opportunità di matrimonio, con una compaesana. E solo loro potevano decidere l’ammontare della pena. Il riscatto, era da corrispondersi solitamente in denaro, cibi e bevande oppure, per quanto riguardava le femmine, scambiandosi giornate di lavoro. Al debitore conveniva non venir meno!

In tanti sono stati rincorsi con lo schioppo e, una volta, c’è scappato anche il morto. Non solo, ma fin tanto che costui non si decideva ad – aggiustare i conti – e pagare il debito, veniva disturbato tutte le notti da gruppi di ragazzi del paese che, a turno, e sotto la sua finestra, si trovavano per cantare a squarciagola “serenate” ben poco apprezzabili verso il povero malcapitato. Un malcapitato che qui da noi assumeva il nome di “u fuesteu” (Il Forestiero).

Dello Spaudo, ne parla anche il Secolo XIX ritenendolo un’usanza importante: “… Si tratta di un’usanza che interessa e individua la solidità dell’unione comunitaria. Unità che si rompe momentaneamente quando un matrimonio con un forestiero comporta da parte di una giovane, l’abbandono del paese cui viene tolta una possibilità di matrimonio… I giovani, coetanei della sposa, giungono armati alla cerimonia: gli spari sono segno di allegria, ma all’origine testimoniano la volontà di scaricare le armi non essendo ostili al nuovo venuto, lo sposo. Tutto si conclude con bevute di acqua e di vino e con l’offerta di una sommetta da parte del neosposo ai ragazzi. …”. Uno Spaudo finito in bellezza questo raccontato dal quotidiano.

L’ultimo nella mia zona, mi sembra di aver capito attraverso varie ricerche e racconti, è accaduto a Badalucco nel 1990. Il riscatto, al neosposo, è costato seicentomila lire. Normalmente, mentre viene pagata questa specie di “penale”, gli scapoli rimasti vanno a gustare un pezzo della tipica Sardenaira in un ristorante in onore dello sposo e brindano alla sua salute. Questo retaggio medievale nasce da una consuetudine che proibiva ai contadini di contrarre matrimonio al di fuori del feudo perché ciò causava un indebolimento demografico in alcune zone e in tempi in cui il problema era la mancanza di popolazione. Ma purtroppo, spesso, non ci si ferma lì. In alcune regioni e in alcuni periodi degli anni che furono, lo Spaudo (che saprete, non è esistito solo qui da me), anzichè un avvenimento simpatico da poter festeggiare, si trasformava in una vera e propria violazione dei diritti familiari e della persona ma, col tempo, questa piega, fortunatamente andò attenuandosi.

Da alcuni vecchi statuti, guardate addirittura cosa si legge:

da SanRemo “De non percutiendo sponsos vel sponsas” – Non si picchi né lo sposo né la sposa –

da Albenga (si faceva di peggio) “Nemo audet proicere lapides citronos aut alia res” – Nessuno osi lanciare pietre o cedri, quando sono davanti all’altare –

Da Lingueglietta, in ultimo, si scopre che, oltre alle pietre usavano pugni e ceffoni (cum pugillo sive manu)… usciti fuori della chiesa gli sposi, certamente, venivano ammazzati!

Io penso che per attutire tale usanza si pensò bene di offrire un lauto banchetto ai giovani pretendenti della sposa. La rappresaglia dei competitori, contro il vincitore nella lotta d’amore, si è trasformata presto nella classica bustarella, soffocando così la rivalsa.

Preparatevi quindi, mettete da parte i vostri risparmi se decidete di venire a contrattare da queste parti, non si sa mai cosa potrebbe capitarvi altrimenti.

Un bacione, alla prossima!

Ringrazio gli anziani che si sono prestati a raccontarmi queste storie, ringrazio Bruna e Giampiero che hanno vissuto queste vicende nel paese di Montalto Ligure e alcune nozioni sono state prese da spaudos.blogspot.

M.