La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

Ninne Nanne tra una guerra e l’altra

Cari topi, avete mai potuto fare una differenza tra Ninne Nanne? Io ho potuto farla tra la ninna nanna che cantavano a me, e vi parlo della fine degli anni ’70, inizio anni ’80, e quella dei miei nonni ossia degli anni 1919-1920.

A parte il fatto che, con me spesso mamma, nonne e zie, le filastrocche della “buonanotte” se le inventavano, una o due erano però sicuramente le più gettonate. La ninna nanna di Brhams, ad esempio, chi non la conosce?

Ninna nanna mio bel, riposa sereno

dormi dormi così, fino al sorger del dì.

Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin

se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin.

Ninna nanna mio bel, riposa sereno

un angiol del ciel ti vegli fedel.

Una santa vision faccia il sole irradiar

Una dolce canzon possa i sogni cullar.

Buona notte piccin riposa carino

Riposa tranquil bambino gentil.

Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin

se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin“.

E poi la classica – Stella Stellina – che, ancora oggi, tutti ricordiamo e canticchiamo:

Stella stellina
la notte s’avvicina
la fiamma traballa
la mucca è nella stalla
la mucca e il vitello
la pecora e l’agnello
la chioccia coi pulcini
la gatta coi gattini
la capra ha il suo capretto
la mamma ha il suo bimbetto.
Ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna“.

Ninna Nanna, Ninna oh, questa bimba a chi la dò…” invece, non me la cantavano perchè quando arrivava il pezzo del “l’uomo nero che mi teneva un mese intero” iniziavo a piangere.

Da come potete vedere però, queste nenie sono comunque molto dolci, con belle parole, che portano al sorriso e fanno pensare al lieto evento del riposo. Un dolce dormir tra le braccia più avvolgenti che ci siano. La voce era lieve e il tono cordiale, gli occhi socchiusi e sorridenti.

Ma le ninne nanne del dopo guerra, e sto parlando della Prima Guerra Mondiale, erano forse diverse? Poteva forse la guerra essere uno spettacolo così forte da combinare anche parole che una mamma, in intimità, poteva dire a suo figlio prima del riposo? Sembra assurdo. Sembra un momento inviolabile quello. Eppure sì. La guerra è riuscita a penetrare ovunque, anche lì. E allora topi, oggi vorrei farvi leggere quello che la mia bisnonna cantava ai suoi sette figli (topo nonno compreso) per farli addormentare. Ovviamente la traduzione è quella che è. Non aspettatevi in italiano un piacevole scorrere delle parole come in dialetto ma ho cercato di fare del mio meglio per farvela leggere in modo lineare. E potete crederci se vi dico che viene ancora ricordata a memoria. Incredibile. Che impressione. E che ascoltarla, nel silenzio, da una voce quasi affaticata ma che non stenta a ricordar le strofe è davvero emozionante.

Quella nenia è ancora nel suo cuore come se fossero passati solo pochi giorni. E’ ancora nella sua testa, nella sua memoria e anche nel suo sguardo. Sempre, mentre la recita. Sono passati più di novant’anni.

Questa ninna nanna s’intitola “Piccenin” e nonno inizia così:

Piccenin gh’è morta a mama, nu g’à ciu de che campà

reista sulu cu ina fiamma, d’in desertu foculà

mette u so ciu belu vestiu e p’andasene in sità.

Se presenta ad in furnà:-Bon furnà in tu vostru furnu, e piaime ascì garzun-

 ma u furnà cun so mujè rije e rije trasugnà

-Piccenin ti voi impastà? Piccinin in verità a te serve ina balia ti nu sei chelu cu ghe và!-.

E caminna tutu u giurnu, và da u Re in tu so palassu

se presenta ardiu e fe -Mi a sun piccenin e randaggiu Sire, feime guerrieru!-.

Ma u Re rie e ancua rie

-Umin! Ti voi avè a lansa e a maja? In guerrieru in verità? A te serve ina balia ti nu sei chelu cu ghe và!-.

Ariva a guerra e dopu in pocu, tuti i campi insaguinai

piccenin coerre au foegu tra e file di surdai

e e bale i u survolan, par che velle e n’an pietà

sulu ina, ina de velle au ciapa in mezu au visu

sciorte l’anima da u foru, vola vola in paadisu.

E San Pè alantù ghe dije:- Cu ti fai chi piccenin? Ti nu sei angelu, mancu santu, ti sei ancua piccenin, ti nu sei chelu cu ghe và!-.

Ma da u tronu Gesù Cristu ca u sente u cara intantu

e sensa proferì parola u su pia suttu au mantu

-Piccenin elu è mendiigu

sensa teitu e sensa amigu

elu u l’è chelu cu me và-.

Traduzione:

 PICCOLINO

Piccolino gli è morta la mamma, non ha più di che campare

resta solo con la fiamma, di un deserto focolare

mette l’abito più bello per andarsene in città.

Si presenta ad un fornaio: -Buon fornaio nel vostro forno accoglietemi garzone-.

Ma il fornaio con la moglie, ride, ride trasognato

-Piccolino vuoi impastare? Piccolino in verità, tu hai bisogno di una balia, non sei quello che ci và!-.

E cammina tutto il giorno, và dal Re nel suo palazzo

si presenta ardito e fiero: -Sono un piccolo randagio Sire, fatemi guerriero!-.

Ma il Re sorride e ancor sorride

-Omino! Vuoi portare lancia e maglia? Un guerriero in verità? Tu hai bisogno della balia, non sei quello che ci và!-.

Vien la guerra dopo un poco, tutti i campi insanguinati

piccolino corre al fuoco, tra le schiere dei soldati

e le palle lo sorvolan, par che n’abbiano pietà

solo una, una di loro, lo trafora in mezzo al viso

esce l’anima dal foro, vola, vola in paradiso.

E San Pietro allor gli disse: -Cosa fai qui piccolino? Non sei angelo nè arcangelo tu sei ancora piccolino, non sei quello che ci và-.

Ma dal trono Gesù Cristo che lo sente scende intanto

senza dire una parola lui lo accoglie sotto il manto

-Piccolino egli è mendicante,

senza tetto e senza amico

egli è quello che mi và-.

Avete letto?

Un bacio topi, alla prossima!

M.

 

Le caprette della mia amica Niky

Oggi voglio dedicare un post a loro, alle caprette, quelle della mia cara amica Niky (per chi non la conoscesse, è la salvatrice di Miele nel post “Per fortuna… un po’ di Miele”). Sono le caprette più belle che ci siano.

Sono animali simpatici, testardi, intrepidi, curiosi… probabilmente, a modo loro, assomigliano a noi topi. Spesso scappano o fanno danni e in quei momenti si misura davvero chi ha una testardaggine maggiore, se loro o voi nello sgridarle.

Che buono il loro latte e il formaggio e lo yogurt che se ne ricavano! Hanno quel gusto forte, deciso che molti identificano come “puzza di capra”. Ma è un odore buono! Tutta natura, almeno. Preferisco mille volte loro allo smog delle auto.

Devo ammettere che il maschio della capra, il caprone o il becco, come si chiama da noi, ha un odore terribile, soprattutto quando va in calore, ma loro, le femminuccie, sono davvero graziose e accarezzarle è simpaticissimo. Nei parchi della nostra vicina Francia ci sono tantissime caprette, molto socievoli, con i quali i bimbi possono giocare in tutta tranquillità. Io sono fortunata, mi basta andare dalla mia amica! Queste, topi, ve le presento. Ecco a voi Mowgli, quello grande, bianco e nero, padre di tutte le cucciolate; Nuvola, quella tutta bianca; Stella, quella marrone e bianca insieme ai cuccioli. I due capretti, a proposito, sono proprio tenerissimi. Quello bianco e nero non ha ancora un nome, in quanto sarà adottato da una famiglia che sceglierà come chiamarlo, e quello tutto nero è già stato adottato e chiamato Totò, ora vive in una villa a cinque stelle.

Be’, a questo punto io farei nuovamente tanti complimenti a questa mia cara amica amante degli animali, perchè vedete, voi non la conosciete bene, ma se solo sapeste come li tratta! Anche alle capre, se solo potesse, stenderebbe il tappeto rosso per farle camminare meglio. Guardate come son tenute. Il loro pelo e la pulizia che le circonda. E’ incredibile davvero. E quanto sono belle loro? Meravigliose con quel musetto e quel naso che sembra una freccia.

E voi avete delle capre che vi tengono compagnia?

Tante carezze caprette simpatiche, devo venire presto a trovarvi.

La vostra Pigmy.

M.