I Bambini e le Streghe

Oltre al tenersi lontani dalle Streghe, e al cacciarle, gli abitanti di Triora e di tutta la Valle Argentina dovevano porre un occhio di riguardo verso i neonati, obbiettivo principale, a quanto pare, delle famose megere.

Siamo nel XVI secolo e, i bambini in fasce, erano “carne tenera” per le conosciute e temute bazue (streghe) della Cabotina. Esse, non mangiavano propriamente i bambini ma si dice ci giocassero a palla lanciandoli in aria e li donassero a Moloch, divinità malefica, divoratore di creature pure e innocenti.

Quegli esserini appena nati venivano sacrificati al diavolo da queste donne che, ovviamente, per compiere il rito, dovevano prima rapire i piccoli.

Per questo, le mamme di un tempo, mettevano al collo delle loro creature, collane realizzate con teste d’aglio e posizionavano, accanto al davanzale delle finestre di casa, delle scope di saggina che avrebbero distratto le malvagie donne. La scopa era un’ossessione per le streghe. Era il loro strumento preferito, capace di incantarle e mantenerle impegnate facendo loro dimenticare il rapimento del neonato. La strega, infatti, passava molte ore a contare le setole che componevano la ramazza, così come un astronomo passa il suo tempo a contare le stelle, completamente avvolto dalla sua passione. Più rametti componevano la scopa e più quell’attrezzo soddisfaceva la temuta donna.

Era assolutamente proibito lasciare i bambini incustoditi. Si rischiava moltissimo. Le bazue erano sempre in agguato, per accontentare il loro demone amante, e non avevano pietà.

Questa è solo una delle tante motivazioni che hanno indotto la popolazione antica a dare la caccia a donne particolari, le quali, una volta catturate, venivano prima torturate e poi uccise in diversi modi crudeli. La tradizione e i racconti popolari ne riportano testimonianze e ricordi, laddove, prove certe non esistono se non i giuramenti di chi afferma di aver visto con i propri occhi, figure femminile danzare con diavoli e corvi in una radura durante una notte di luna piena.

Eppure, nonostante questo, persino l’Inquisizione si appropriò del loro destino. Vicari di Albenga, Vescovi di Ventimiglia, Doge e lo stesso Governo di Genova si mossero per anni cercando di eliminare chi, con metodi ritenuti poco consoni, viveva una vita giudicata “strana” ai più. Quel particolare rapporto con la natura, quelle prodezze, quei rimedi che funzionavano davvero… quale magia e, quindi, quale inganno si celava dentro a quei corpi che apparivano normali ma vestivano in modo ambiguo? Sono senza dubbio esistite donne cattive, ignoranti e sadiche, tristi, come esistono tutt’ora, ma premeva eliminare prevalentemente chi poteva danneggiare un potere esistente fin d’allora, attraverso un vivere che non richiedeva nulla se non la connessione con il cielo e la Madre Terra.

I bambini, come prede, erano l’ideale per mettere alla gogna tali personaggi. Erano ciò che di più caro c’era al mondo e nella vita di un popolo. Intoccabili. Il tesoro più prezioso. Guai a chi avesse anche solo pensato di torcere loro un capello. Per questo, le streghe, addirittura vennero additate come strangolatrici di neonati o provocatrici di lunghe e penose malattie ai danni delle piccole creature.

Nella Minuta Lettera del novembre del 1588, appartenente all’Archivio di Stato di Genova, secondo fonti storiche, si legge che si macchiarono di crudeli infanticidi istigate dai demoni bramosi di carne pura.

Capitava spesso, a quei tempi, che la puerpera non avesse latte per il proprio figlio. Questo ha creato la figura della balia ossia una donna che, avendo un seno ricco e nutriente, poteva permettersi di sfamare anche la prole di altri, oltre che la sua. Capitava che la partoriente moriva e il bambino veniva affidato alla vicina di casa, capitava anche che la donna non fertile portava via un bambino ad una famiglia per avere anch’essa un pargolo tutto suo. Non era certo come adesso. Non c’erano sicuramente i controlli di ora. Quanti figli persi. Innumerevoli gli individui che non erano geneticamente nati da chi li ha poi allevati. Da qui, nel dipanarsi del tempo, alcuni avvenimenti presero certe pieghe e certe considerazioni, fino al formare quello che ancora oggi è una leggenda per alcuni o verità indiscussa per altri.

Ma una cosa è certa. Come sapete tutti, Triora ricorda, senza problemi, ogni evento del passato che la riguarda. Tra questi, la nota memoria dei bambini e le streghe.

Un bacio leggendario a voi!

Il coraggio e l’unione della Valle – Un racconto sulla diga

Topi, della diga tra Glori e Badalucco ho già parlato molto qui sul blog, soprattutto in questo articolo https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/10/17/no-alla-diga/ ma oggi voglio riportarvi un racconto nuovo.

Sapete bene, ormai, che la mia è una Valle che ha ispirato e continua a ispirare scrittori. Ho avuto il piacere di conoscere Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi, autrici del libro “A Riva Ligure… tra ricordi e sapori di un tempo”. In questo testo hanno parlato anche della Valle Argentina e, in particolare, della diga. La loro è una raccolta di episodi realmente accaduti, scritti con l’intento di tramandarli nel tempo alle nuove generazioni e suscitare ricordi nelle generazioni passate, ecco perché oggi mi ritrovo qui a riportare le loro parole. Nel loro testo potete trovare anche alcune ricette tradizionali dei luoghi di cui vi parlo spesso, come lo stoccafisso alla Baaucogna e la Sardenaira, per cui è un libro davvero simpatico da portarsi in tana.

A Riva Ligure - Maddalena Garibaldi e Anna Maria Acquista

Ma adesso, topi, eccovi qui il loro racconto di un episodio emblematico che ha coinvolto e unito sotto la stessa causa paesi di mare e di montagna come non era mai accaduto prima di allora: anche questa è Valle Argentina!

… Era veramente cominciata nel 1963.

«Oh, che vento freddo oggi, questo novembre su preannuncia rigido, proprio come ho sentito al notiziario» pensierosa dall’alto della collina, la nostra Quercia ripensa a quelle poche parole udite alla radio: “Disordini in Valle Argentina”.

I suoi pensieri vengono interrotti da un insolito trambusto: «Cos’è tutto questo vociare, stamattina? Non sembra il solito chiacchiericcio di chi va al mercato dei fiori».

Una voce più alta delle altre le giunge stridula: «Sciù Scindicu, cume a lè andaita vei a Baauccu? (Signor Sindaco, com’è andata ieri a Badalucco?)».

La voce è quella di Gancetto di Prai, che si rivolge all’amico Bruno, Sindaco di Riva Ligure, che in quel momento attraversa la piazza brandendo trionfante il giornale “L’Eco della Riviera” con le ultime notizie.

«Sentita qua» dice Bruno. «Siamo finiti sulla stampa nazionale» ed euforico commenta al capannello che attorno a lui di sta formando: «Sentite che titolone: “Sospesi i lavori per la diga di Glori”. E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta… calmi, vi leggo tutto l’articolo.»

Pochi erano quelli che sapevano leggere, ma tutti ascoltavano con attenzione. E Bruno, fiero, inizia la lettura: “E’ bella la Valle Argentina, in questo martedì d’autunno.Le foglie degli alberi con i colori gialli e rossi, che tanto piacquero a Francesco Pastonchi, vivificano il paesaggio, lo rendono variopinto, palpitante, attraente come un quadro d’autore entro una cornice dorata…

Verrebbe voglia di fermarsi serenamente, ma purtroppo il tempo stringe e bisogna correre veloci sull’asfalto bagnato, salendo di tornante in tornante verso la diga, dove migliaia di persone sono radunate per manifestare contro la mancata sospensione dei lavori.” Avete ascoltato che belle parole? Ma la battaglia deve ancora cominciare.» dice Bruno. «Sapete che da quattro anni è in atto questa lotta, uniti ai valligiani contro la costruzione di una diga altamente pericolosa per i nostri paesi. Ora siamo compatti nell’intercomitato anti diga ancor più dopo la catastrofe del Vajont»

No alla diga - A Riva Ligure - Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi

Mentre Bruno riprende fiato, Gabriele è lì tra i contadini, attento, ascolta, poi alza la mano: «Scusa Sindaco, cos’è ‘sto Vajont?».

Bruno si ferma e spiega: «Quel disastro enorme che è successo il 9 ottobre di quest’anno. Tonnellate d’acqua della diga del Vajont sono piombate sulla gente del paese di Longarone, distruggendo ogni cosa. Ben più di duemila persone spazzate via dalla furia delle acque. Noi non vogliamo fare la stessa fine.»

«Ci avete ragione, Bruno» grida Gabriele con tutto il fiato che ha in corpo. «Giusto, andate avanti, è una battaglia da combattere fino in fondo.»

Segue un coro: «Siamo tutti con voi!»

Il sindaco, accalorato dall’interesse dei suoi concittadini, prosegue il racconto: «Ieri è stato il giorno decisivo, con lo sciopero generale: tutti i negozi, le scuole, gli uffici chiusi, anche il prete di Badalucco… tutti uniti a dimostrare il grido di LA DIGA NON S’HA DA FARE, pronti a morire per questo, per l’avvenire della nostra Valle e dei nostri figli.»

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Bruno legge a voce sempre più alta per farsi ascoltare dalla gente che, sempre più numerosa, si avvicina.

«Più di quattromila persone e io ero là con loro. Pacifici, ma decisi, i dimostranti non si sono fermati neanche all’arrivo degli agenti in completo assetto da guerra, giunti da Genova per l’occasione. I valligiani, per niente intimoriti, hanno continuato l’assedio.»

La lettura dell’articolo viene interrotta da un applauso. Poi Bruno riprende: «Noi sindaci abbiamo comprato chili di pane da distribuire a tutti i dimostranti e alle loro famiglie ormai isolate dalle barricate e sfiancate dalla stanchezza di notti insonni. Da ben quattro anni opponevano resistenza sul campo per impedire il proseguimento dei lavori. Erano giunti persino a compiere attentanti dinamitardi. Ora, finalmente, forti del coinvolgimento di tutti i paesi della montagna e del mare, urlavano a gran voce la loro rabbia, quando da un megafono giunse l’ordine da Roma di sospendere subito i lavori. La battaglia era vinta. Le urla di gioia riecheggiavano in tutta la valle.»

Terminata la lettura dell’articolo, un applauso spontaneo scoppia tra i presenti, che sempre più numerosi gridano: «Evviva il nostro sindaco, bravo Bruno!».

Dal folto del gruppo alcuni si avvicinano al primo cittadino e battendogli pacche sulle spalle ribadiscono la loro gioia: «Bravo, Bruno: tu eri lassù, eri in prima fila con i dimostranti, hai combattuto anche per le nostre famiglie. Ci hai salvato da un pericolo che pendeva sulle nostre teste. Grazie a te, ora possiamo dormire sonni tranquilli.»

Bruno, inorgoglito da tanto fervore, sorride e stringe mani, felice che per la prima volta la cooperazione abbia portato risultati fino ad allora insperati.

Il progetto della diga fu definitivamente abbandonato e il nostro territorio salvato dallo stravolgimento.

Il pericolo fu per sempre scongiurato.

E vissero tutti felici e contenti!

torrente Argentina

Ringrazio Anna Maria e Maddalena per avermi permesso di riportare il loro racconto in questo articolo, io vi saluto e vado a zampettare all’asciutto per voi!

Squit!

Il neonato e la mano misteriosa

Un mio topo zio, nato negli anni ’50 ad Arma di Taggia, stando a quanto si è sempre detto nel mio mulino soprattutto da parte dei topo nonni, è rimasto vittima quasi sicuramente del malocchio, ma vi racconto bene come andò.

Era una mattina di primavera e mio zio, piccolo e ancora in fasce, dormiva nella camera dei nonni dentro la sua culla. Quest’ultima era posizionata vicino alla finestra, aperta per far arieggiare la stanza e permettere ai tiepidi raggi del sole di entrare e scaldare con la loro luce.

La tana dei bisnonni era una semplice dimora, sviluppata su due piani, con un piccolo giardino attorno. La casa aveva le camere al piano di sopra e a piano terra le sale da giorno, fatta eccezione per la temporanea camera dei nonni che vivevano ancora con i genitori intanto che aspettavano di trovare un nido più adatto a loro. La bisnonna, tra l’altro, avrebbe aiutato volentieri la nuora nell’accudire il suo primo figlio. Il primogenito. Un bel maschio. Sano, pasciuto e rosa come una pesca.

Un tempo, inoltre, si aveva di più l’abitudine di vivere tutti assieme.

Quella mattina, nonna e bisnonna, rimaste sole a casa, si stavano dedicando alle faccende domestiche e preparavano da mangiare per gli uomini che erano andati al lavoro mentre il piccoletto, nel suo giaciglio, ronfava della grossa.

Non so dirvi il perché e non sa dirlo neanche lei, ma a un certo punto, la nonna volle andare a controllare il suo piccolo, cosa che ogni tanto faceva naturalmente (istinto materno).

Fu così che entrò nella stanza spalancando la porta socchiusa e… proprio in quel momento, vide una mano ritirarsi velocemente dal bambino e sparire dalla finestra. Rimase per qualche secondo esterrefatta e si tuffò su suo figlio spaventata, poi si affacciò dalla finestra, ma non vide nessuno. Presa dall’agitazione, iniziò a urlare richiamando la bisnonna che lei, affettuosamente, chiamava – Mamma -. Si usava molto, in tempi passati, chiamare i suoceri come i genitori.

La bisnonna accorse e, molto più calma della nonna, dopo aver capito che il malintenzionato ormai era fuggito, iniziò a studiare la situazione. Prese nonna e bambino e li portò in cucina, fece calmare la giovane mamma e iniziò poi con le domande come un investigatore della serie televisiva C.S.I. 

Nel giro di poco tempo, la metà delle comari della via erano a casa di nonna, radunate come i vecchi Indiani d’America. Ognuna diceva la sua e ognuna si metteva a disposizione.

Ora, dovete sapere che… la bisnonna mia, proprio del tutto normale non era. No, non era pazza, ma molto, molto saggia e ne sapeva una più del diavolo. Rimedi, consigli, guarigioni, etc… nulla aveva la meglio contro il potere di questa superdonna che tutti chiamavano quando avevano bisogno di una soluzione.

Dopo una buona ora di parlantina, si decise di mettersi in attesa e così, le comari amiche della bisnonna, tornarono tutte a casa loro per continuare i mestieri.

Ma si misero in attesa di cosa? Quello che colpì la bisnonna fu che nonna le disse che quella mano sembrava femminile, ma non ne era convinta perché la vide solo di sfuggita.

Bisnonna, certa di aver già capito, scrutò ancora bene il bambino e la culla e poi disse che si doveva aspettare qualche giorno.

Quella stessa sera mio zio iniziò a piangere senza la minima intenzione di smettere e senza nessun motivo apparente. Non mangiò nulla e, durante la notte, dormì poco e niente. Nonna era preoccupata, ma bisnonna le disse di andare a riposare e che avrebbe vegliato lei il bimbo.

Mio zio pianse per tre giorni e tre notti in continuazione, senza mangiare e senza dormire. Nonna era terrorizzata, ormai, ma la grande fiducia che poneva in quella specie di mamma non le fece chiamare nessun medico.

Al terzo giorno, la bisnonna, entrò in azione.

Nessuno sa cosa fece o cosa disse perché si chiuse con il nipote in una stanza disponendo che doveva rimanere da sola con lui.

Dopo parecchi minuti, attraverso la porta chiusa, la nonna e alcune comari che ogni giorno tenevano d’occhio la situazione, sentirono il neonato quietarsi e bisnonna cantare una nenia per farlo dormire.

Quando l’anziana uscì dalla stanza con il piccolo in braccio, caduto finalmente in un sonno profondo, tutte le donne sorrisero.

Bisnonna aveva l’aria stanca e, una volta adagiato il piccolo su una poltrona del salotto, si sedette anch’essa quasi stremata con tutte le amiche attorno a farle aria e a darle acqua fresca da bere.

Da quel momento mio zio tornò ad essere il bimbo calmo e sereno che era stato fino a tre giorni prima e tutti sono sempre stati convinti che si è trattato di un malocchio. Ricominciò a mangiare e a dormire per la gioia dei familiari che continuavano a ringraziare bisnonna per quello che aveva fatto.

Spesso lo faceva per gli altri, ma quella volta accadde a un membro della sua famiglia.

Realtà? Superstizione? Coincidenze? Quello che vi ho raccontato è accaduto realmente, ma ciò che davvero è successo non potrà saperlo mai nessuno.

Questa è solo una delle tantissime storie che appartengono alla cultura e alle tradizioni della mia valle e dei tempi che mi hanno preceduta. E questa vicenda è particolarmente “mia”.

Vi è piaciuta? Credo di sì e sono sicura che anche voi ne conoscete delle belle.

Un bacio misterioso a voi!

Le vite antiche di Borniga

Pronti? Oggi si zampetterà parecchio. Andremo in Alta Valle Argentina, in terra brigasca e precisamente a Borniga… una metropoli! Scherzo. Un pugno di case, non di più, è pronto ad accoglierci, e dovete credermi: dire che è magnifico è riduttivo. Una borgata montana assai suggestiva che ricorda un presepe, che dona una pace incredibile dove la vita si svolge come un tempo, placida e lenta, e la natura attorno riesce ancora a mostrarsi vera e spettacolare come fosse piena di gioia.

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Vi avevo già fatto conoscere questo minuscolo villaggio in questo post: “Angoli di Tibet a Borniga, in Valle Argentina“, ma ho altre cose da dirvi, più antiche e più storiche, perciò serve ripartire.

Borniga (Bornighe o Burnighe nel dialetto del luogo) è rimasta a noi, alla Valle Argentina e alla Liguria, laddove terre smembrate dalla Seconda Guerra Mondiale vennero date alla Francia o al Piemonte.

alta via realdo borniga

Siamo sull’Alta Via dei Monti Liguri e Borniga è un bellissimo punto panoramico. Siamo in un luogo dalla bellezza indescrivibile, come per la vicina Realdo e le zona del Pin e Abenin che circondano Borniga, le quali fecero innamorare persino autori come Italo Calvino (che quassù fece anche il partigiano) e Francesco Biamonti, che scrissero di questi luoghi introducendone i paesaggi nei loro romanzi. Zone che furono, per questi scrittori, vere muse ispiratrici. Un altro scrittore assai più recente e nostro contemporaneo ha fatto di queste zone selvagge e a tratti impervie lo sfondo perfetto per il suo romanzo, Giacomo Revelli, di cui vi parlerò prossimamente.

borniga realdo

Borniga, che in Valle ora si può raggiungere anche a piedi da un vecchio sentiero che parte da Creppo, il quale è stato ripulito tempo fa da dei volontari, oltre a una natura selvaggia mostra panorami infiniti. E’ infatti definito La Finestra della Valle, essendo anche uno dei punti più alti.

paesaggio borniga

Da qui partivano molti muli a scendere, per vendere legna o carbone, ma anche frutti e vari doni della terra, o a salire trasportando pietre e materiale valido per la costruzione delle dimore che, da come potete vedere, sono state realizzate con materiali del tutto naturali.

case borniga

E’ una zona ricca di ardesia, questa, e si è trasportata per lungo tempo sulle strade sterrate che attraversano i territori intorno a Borniga. Di ardesia, come vi ho già detto altre volte, è costituita la copertura della maggior parte delle case della Valle Argentina, ma essa serviva anche per i tavoli da biliardo.

Particolari donne di Triora, le nostre amatissime bazue (streghe), durante la notte aiutate solo dalla luce fioca della luna, si mettevano in marcia di buona lena per giungere fin qui, dove una terra incredibilmente ricca di elementi naturali donava loro erbe e altri ingredienti, più rari altrove, utili ai loro incantesimi.

rosa canina

Donne che passeggiavano tra boschi e sentieri, in quegli anni, assai popolati da lupi. Il loro ululato riecheggiava nelle notti buie per tutta l’Alta Valle. Lupi che tendevano agguati a una pecora assai particolare… Mi riferisco alla pecora brigasca, una specie ovina autoctona, proprio di qui.

Pecora Brigasca

Siamo sul versante sinistro del torrente Argentina e lo scenario è incantevole. Sappiamo che laggiù in basso gli abitati di Loreto e Cetta ammirano i monti nei quali stiamo sostando.

Da questi luoghi partono diversi sentieri, tutti panoramici, che attraversano zone selvagge, impervie a dagli scenari mozzafiato. Il Gerbonte è a due passi, così come la vicinissima Francia.

Boriga dintorni

E proprio qui, sotto le nostre zampe, proprio dove oggi sorge questo stupendo paesino, sappiamo esistere una cavità importantissima per la Valle Argentina perché risalente al periodo Neolitico. Si tratta di un corridoio sotterraneo chiamato “Arma della Gastea” dove un tempo venivano seppelliti i defunti e nel quale nei nostri tempi moderni sono stati rinvenuti frammenti di oggetti dell’epoca, come pezzi di bronzo o conchiglie. Ci pensate? Appartenenti al mare, ovviamente!

dintorni borniga realdo

“Arma della Gastea” o anche “Arma Mamela” (vi ricordo che il termine Arma deriva da Barma, ossia Grotta, come vi raccontai per il primo paese sul mare della Valle e cioè Arma di Taggia) si trova a Borniga, nel Vallone Durcan, e nessuno ha mai potuto scoprire quanto sia profonda.

Ma non è finita qui. Sempre in questa zona, un’altra cavità chiamata “Buco del Diavolo” mostra decorazioni e utensili e ha permesso anch’essa di rinvenire ossa di uomini primitivi. I resti ritrovati qui si trovano oggi al Museo Civico di Sanremo, altri reperti si possono ammirare invece nel Museo Etnografico e della Stregoneria di Triora.

naturna dintorni borniga

Insomma, siamo davvero in un fulcro archeologico, topi! E quelle che vi sto raccontando non sono le sole grotte conosciute, ce ne sono molte altre utilizzate soprattutto come sepolcri.

Vi immaginavate tanta storia in un posto come questo, che sembra solo natura? No. Migliaia e migliaia di anni fa era abitato, e lo è stato per tantissimo tempo, divenendo palcoscenico di diverse culture e civiltà.

Un bacio antico, topi miei.

Sotto Porta Barbarasa, punto difensivo

Oggi andiamo a vedere un po’ di storia, topi, e uso il verbo “vedere” perché andiamo a osservare una testimonianza del passato.

Andiamo quindi a Taggia, che di punti storici e antichi ne ha ancora molti da mostrare. Tra questi, sono tante le porte tra i carruggi che raccontano di un mondo oggi a noi sconosciuto, ma che i nostri antenati hanno invece vissuto tra guerre, razzie e soprattutto nel cercare vari mezzi per difendersi.

Taggia - carruggio

Primo in assoluto fra tutti questi mezzi era progettare e costruire la zona abitata del paese in modo strategico, per far sì che il nemico rischiasse di perdersi (non conoscendo quel luogo intricato come una ragnatela) e si rendesse vulnerabile e controllabile. Per questo motivo i borghi venivano costruiti con case strette tra loro, una sopra l’altra come a sembrare un guscio, a formare stradine anguste; il paese veniva cintato da mura, alte e forti, costantemente osservate da guardie e sentinelle pronte a dare l’allarme in caso di bisogno.

Taggia - scorcio

Per accedere al borgo, quindi, e per oltrepassare queste mura, venivano costruite aperture dette proprio “porte”, un tempo chiuse da massicci portoni, attraverso le quali si entrava e si usciva. A Taggia tali porte sono numerose: Porta del Colletto, Porta Pretoria, Porta Barbarasa… e qui mi fermo.

Tra Salita Littardi e Strada Asilo Infantile, ecco questo arco che oggi mostra i segni degli anni passati. Questa porta si erge tra palazzine colorate, contrafforti rinforzanti e una strada in ciottoli di fiume, un tempo percorsa da muli e uomini a cavallo.

Siamo esattamente all’interno del meraviglioso centro storico del paese, un labirinto in certi punti umido e scuro, dove le vie sembrano grotte, anziché strade. I panni stesi ravvivano i punti grigi e segnalano vicinanza tra gli abitanti, dove i vestiti di uno rimangono appesi davanti alla casa dell’altro.

Taggia - contrafforti

Porta Barbarasa venne costruita nel XVI secolo e ancora adesso si può notare sopra di essa la camera difensiva. Vicino, troviamo una piccola piazzetta e una diramazione di vari altri carruggi. C’è un silenzio quasi inquietante, ma assai gradevole, che permette alla fantasia e all’immaginazione di cavalcare proprio come come quegli animali che trottavano qui.

Taggia - contrafforti2

Solo qualche piccione osa disturbare con il suo svolazzare che riecheggia sotto i portici. Non è difficile pensare a soldati, spade e scudi. Tutte quelle pietre mostrano un paesaggio medievale. Anche la volta è in pietra. Lastre in vista che richiamano a secoli passati.

Mi godo questa pace pomeridiana, l’ora della siesta, mi sento ispirata e scrivo a voi.
Alla prossima topi! E… – Alto là! Chi va là?! -…. ok scherzavo.

Magie e misteri di Bajardo, il paese dei druidi

Topi, non vi ci ho mai portato, ma ne vale davvero la pena. Questo bellissimo paesino non si trova nella mia Valle, ma in una zona immediatamente limitrofa ed è un piccolo gioiello delle Alpi Liguri.

Bajardo

Bajardo (910 metri sul livello del mare), con i suoi carruggi tortuosi e a tratti ripidi conta poco più di 300 abitanti e una gran quantità di gatti, come capita in quasi tutti i borghi del mio entroterra. E’ un piccolo scrigno e, come tale, nasconde in sé antichi tesori, o almeno così si dice.

impronta gatto neve

La leggenda vuole che il borgo debba il suo nome al celebre Rinaldo, uno dei dodici Paladini di Francia del ciclo carolingio. Di questa figura hanno parlato Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, Matteo Maria Boiardo nell’Orlando innamorato e Luigi Pulci nel Morgante, ma potrei elencarvene anche altri. Be’, fatto sta che questo Rinaldo, rivale in amore dell’eroe Orlando, avesse un cavallo molto particolare. E quel cavallo portava il nome di… Bajardo!

Parlando invece di notizie più storiche, il centro storico del paese esiste dal I millennio a.C. e pare che in quel periodo fosse un importante luogo di culto per i Druidi, pensate un po’ che roba!

Questi sacerdoti della natura hanno lasciato un segno profondo nella storia di Bajardo, tanto che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività druidiche.

Alcuni sostengono che a testimoniare l’esistenza dei Druidi siano gli obelischi di pietra che si possono osservare in giro per il borgo.

Chi sostiene la presenza dei Druidi, afferma che a Bajardo convivessero un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani. Questi popoli costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti.

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Sopra quello stesso tempio è sorta in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, patrono del borgo e festeggiato il 6 dicembre, ma nel 1887 il violento terremoto che rase al suolo anche Bussana scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressoché all’antico aspetto e mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.

chiesa san nicolò bajardo

Il monte su cui sorge Bajardo pare fosse consacrato ad Abellio, divinità solare degli antichi Liguri. Curioso, non trovate? Ma la cosa più curiosa sono i capitelli dei contrafforti della chiesa crollata, che raffigurano volti con tratti somatici orientali, qualcuno li definisce addirittura mongoli.

Sacro e profano a parte, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura, con la sua volta tutta celeste e cangiante a seconda del tempo meteorologico. Sotto quella volta si svolgono ancora matrimoni scenografici, conferenze, e gli eventi più disparati, perché è di una bellezza sconfinata, topi, credetemi. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta.  Si prova una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole sempre lì, alto nel cielo come un guardiano.

chiesa san nicolò bajardo2

E poi c’è la terrazza naturale a strapiombo sulla Valle, con un panorama mozzafiato e comode panchine dal quale osservarlo.

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Nella metà del 1200 il borgo passò sotto il dominio dei Clavesana e infine sotto la Repubblica di Genova. Bajardo, dunque, dovette rispondere alla podesteria di Triora e, come in altri borghi della Valle Argentina e zone limitrofe, anche Bajardo subì le accuse di stregoneria da parte dell’Inquisizione.

panorama Bajardo

I dintorni di Bajardo sono tutti da esplorare. Numerose sono le escursioni che si possono fare, come quelle che conducono a Perinaldo, Apricale, Monte Bignone o ancora il Sentiero degli Innamorati. Poi c’è la fontana, poco sotto il borgo, un luogo molto suggestivo che vi consiglio di visitare, se non lo avete ancora fatto.

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Insomma, dalle mie parti non manca davvero nulla! Tra streghe, druidi e spiritelli si può dire che ci sia materiale a sufficienza per decine di romanzi. Le mie Alpi sono magiche, e questi luoghi ne sono la dimostrazione.

Un abbraccio, topi, alla prossima!

 

 

Il valore della Valle

Topi miei, sabato 9 giugno, come chi mi segue su Facebook saprà, si è tenuto a Molini di Triora un evento davvero molto bello organizzato da Legambiente, la pro-loco e il Comune di Molini. Il titolo della manifestazione era già tutto un programma: Il valore della Valle, che giungeva alla sua seconda tappa dell’iniziativa Carovana delle Alpi.

Un impegno notevole, quello degli organizzatori, che ha dato i suoi frutti nel riscontro positivo delle partecipazioni.

Il valore della Valle è stato toccato con mano da tutti coloro, me compresa, che hanno potuto percorrere l’itinerario proposto alla scoperta dei sapori, delle tradizioni e della storia di un paese che ha tanto da offrire, di una comunità che sa mettersi in gioco con impegno, per mostrare il lato più bello di sé.

Si è trattato, almeno per la prima parte della giornata, di un percorso itinerante che per me è iniziato lungo il torrente  Capriolo, là dove fino a pochi anni fa si trovava il Laghetto dei Noci, spazzato via dalle alluvioni che colpiscono la mia terra in modo sempre più frequente. Ci si sta attivando per ripristinare questo bene prezioso di tutta la comunità molinese e, nel frattempo, il primo passo verso la rinascita di questo simbolo del paese è rappresentato da un luogo raccolto ed emblematico: Il Mulino Racconta.

il mulino racconta molini di triora

Dico emblematico perché si respira la volontà di riportare le bellezze del passato ai giorni nostri, di ritrovare quella connessione con le origini che col tempo è andata perduta. Si racconta che, ai suoi tempi d’oro, Molini possedesse ben 23 mulini, le cui ruote giravano grazie alla forza dell’acqua, elemento base e fondamentale per tutta la Valle. E poi vi si macinava il grano, presente in abbondanza sulle fasce di tutto il territorio, ma in particolare di quello triorese, che fu addirittura granaio della Repubblica di Genova.

Il mio percorso, topi, è iniziato proprio lì, in quel Mulino in cui mi sentivo come a casa mia. Insieme ad altri compagni d’avventura, sono stata accolta da Claudia Aluvisetta, psicologa, che ci ha introdotti nel Viaggio dell’Eroe alla scoperta della propria identità. I viaggi, si sa, trasformano, e noi siamo stai invitati ad aprirci al cambiamento che quel tour avrebbe suscitato in noi. Le pareti del Mulino, con le sue scale dai gradini ripidi e le sue salette interne, erano costellate di fotografie provenienti da ogni dove che avevano come comune denominatore il tema dell’acqua.

 

Acqua che scorre, acqua stagnante, acqua che lava, che scava, che leviga… Ma anche acqua che nutre, che ritempra, che dona vigore agli occhi di chi la osserva e la tocca. Che elemento meraviglioso! Senza di essa, non esisterebbe la Vita, neppure la nostra esistenza sarebbe possibile.

E l’acqua è uno dei principali ingredienti di un cibo importante, che ci ha condotti alla seconda tappa del tour: il pane. Entrati nel forno di Molini, siamo stati accolti da Roberto Capponi e dal profumo inconfondibile di questa prelibatezza che è il Pane di Oz. Lui e Simona ci hanno spiegato la composizione del forno, il procedimento di lievitazione e di cottura di un pane antico e rinomato, ma questo, topi miei, richiederà un articolo a parte. Posso solo dirvi che, tra i prodotti presentati  sabato, ho avuto l’occasione di assaggiare un pane realizzato esclusivamente per quel giorno speciale, nel cui impasto erano presenti lavanda e miele. Era tanto buono da togliermi gli squittii di bocca, tutta intenta com’ero a passarmi quel bocconcino da una guancia all’altra per assaporarlo il meglio possibile.

forno Pane di Oz Molini di Triora

Lasciato il forno, ci siamo diretti nel cuore di Molini, là dove si trova una delle numerose perle nascoste del paese: Casa Balestra. Quanta storia, tra quelle mura! Si respira, è tangibile e permea ogni cosa. E’ un’antica dimora adibita a museo risalente all’Ottocento, e percorrendo le sue sale mi guardavo intorno come fossi ancora una piccola topina, con gli occhi luccicanti per l’emozione. Tutto parla, dentro quella casa. Ogni oggetto, ogni cimelio di famiglia avrebbe qualcosa da raccontare, ma il tempo stringeva, tornerò un’altra volta con la dovuta calma, per fermarmi a raccogliere e a fare tesoro di tutte le ricchezze che si trovano al suo interno. La stalla dell’asino e della pecora sa di tempi antichi, così come le sale e le camere da letto, che pullulano di ricordi legati alla guerra, ma che testimoniano anche una cura nei dettagli e l’amore per l’arte in tutte le sue forme.

 

E qui, dislocate tra il primo piano, il secondo e la terrazza, abbiamo incontrato nuove guide di questo viaggio eroico alla scoperta dei segreti di Molini. Mario Marino ci ha introdotto all’aromaterapia e alla sua importanza nella guarigione di patologie talvolta anche importanti. Parlando di aromaterapia, è sorto spontaneo il collegamento con un’azienda storica della mia Valle, l’Antica Distilleria Cugge, che da generazioni coltiva la Lavanda angustifolia dividendosi tra Agaggio e Drego, a 1200 metri di altitudine.

idrolato antica distilleria cugge valle argentina agaggio

E l’ho incontrata, una delle due sorelle Cugge, ho avuto finalmente il piacere di sentire la sua voce mentre enumerava le virtù di questa pianta, ampiamente utilizzata anche in tempi antichi in tutta la Valle Argentina. L’olio essenziale che estraggono dai fiori ha un profumo intenso e fresco, inalarlo dona un senso di pace e tranquillità. Tuttavia c’è un altro fiore la cui coltivazione è stata recuperata di recente, in diverse zone della Valle: lo Zafferano.

zafferano Clorìs Glori

Quant’è buono, amici topi! Luca Papalia, volenteroso giovane di Glori, lo coltiva con passione e dedizione infinite. Avete idea della pazienza che ci voglia nel raccogliere, rigorosamente a mano, tutti i fiori di Zafferano? E, ancor di più ce ne va per estrarre i pistilli, tre per ogni pianta; un lavoro che si fa la sera, tra le mura di casa, ai ritmi di un tempo. Perché, in fondo, è bello ritrovare la genuinità dei gesti degli anziani, che lavoravano quando ancora nessuna macchina si era affacciata sulla vita contadina. C’è un altro prodotto che Luca sta recuperando nella sua neonata azienda agricola Clorìs e sul quale sta scommettendo: i fagioli antichi di Glori, le muneghette. Son belli, di un bianco simile a quello delle perle.

Lasciata Casa Balestra e le sue straordinarie bellezze, abbiamo avuto tempo per fermarci a mangiare qualcosa. Era ormai ora di pranzo, la fame si faceva sentire. E allora è stato d’obbligo fare una sosta al Santo Spirito.

Hotel Santo Spirito Molini di Triora

Per l’occasione è stato preparato un buffet a degustazione, mi son sentita come a casa mia in mezzo ai piatti tipici della tradizione, che conosco così bene: torta di verdure, legumi, pane spalmato col brüssu, torta di porri e patate, pomodori freschi, panissa, fave, olive… Che bontà, che accoglienza!

Riempita la pancia, è arrivato il momento di continuare il tour al Santuario della Madonna della Montà, che ha aperto i battenti per noi. Siamo passati vicino alle lapidi, tra ricordi lasciati sui resti dei propri cari, candide sculture di angeli che fanno da guardiani a quel luogo di silenzio e riposo. Lì si staglia l’edificio religioso, pieno di bellezza. E’ stato Gianluca Ozenda a svelare i segreti del Santuario, lo ha fatto con occhi vispi, guizzanti di passione per quell’orgoglio tutto molinese. C’è un affresco risalente al 1425, scoperto in tempi relativamente recenti, ma non vi dirò come ci si è accorti della sua presenza, rimasta celata per molto tempo: ve lo racconterò un’altra volta. Anche qui sono tante le cose che meritano di essere dette, trasmesse, ma ci sarà modo di farlo più avanti.

 

A concludere questo viaggio sensoriale ed esperienziale c’è l’intervento di Floriana Palmieri, insieme a quello di Daniela Lantrua e delle autorità e degli esponenti di Legambiente e della pro-loco, oltre che di tutti i professionisti che hanno partecipato attivamente all’iniziativa. E’ stato offerto un rinfresco conclusivo, ricco dei piatti della tradizione, in cui ognuno ha messo del suo per dare vita a un momento di condivisione e raccoglimento per festeggiare la Valle a il borgo di Molini di Triora.

Nella conferenza finale si è parlato di turismo, di un nuovo modo di dare valore alla Valle. Si è parlato delle problematiche di un territorio come quello ligure, ma anche di progetti, sogni e innovazioni. Ne è emerso un quadro di positività e intraprendenza, di volontà di mettersi in gioco, perché in fondo migliorare è possibile e il territorio di Molini, così come quello degli altri borghi che si tengono per mano seguendo il corso del torrente Argentina, ha molto da offrire e tanto da raccontare al viaggiatore-eroe intenzionato a trovare il Sacro Graal della sua esperienza tra le montagne e i borghi: il contatto umano, la tradizione che si rinnova senza perdere genuinità, la novità che si mescola a ciò che è stato. E queste cose la mia Valle sa e può donarle, su questo non ho alcun dubbio!

Un saluto dalla vostra Pigmy.

 

 

C’è Pippo e Pippo

Era il 1944 nella mia terra. La gente lo chiamava “Pippo” e non era un simpatico personaggio dei fumetti. Era un piccolo aereo che ogni giorno sorvolava il mio paese e semplicemente… lasciava cadere piccole bombe qua e la’. Piccole bombe devastanti. Ancora oggi, i nonni che ne parlano, non sanno dire da che parte arrivasse, ne di che nazionalità fosse.

Mi è capitato di chiedere – Era tedesco? – non lo sanno, sanno solo che, oltre agli aerei che bombardavano distruggendo letteralmente il paese, c’era lui, che instancabilmente, come un solerte contadino, seminava paura.

Quando passava Pippo bastava trovare un qualsiasi riparo e si poteva stare quasi tranquilli, ma bisognava correre, e il suo rombo, che si sentiva arrivare da lontano, faceva un effetto fuggi fuggi, come una gara a nascondino dopo l'”uno, due, tre, pronti…via!“. Le strade, di colpo, deserte. E non erano scherzi, no.

Fortunatamente, qui nella mia terra, oggi Pippo è solo un cartone animato. E mi rincuora pensare che tutti i bambini del mondo possano conoscere Pippo solo per quello che è, con Topolino e Minnie.

Il Pippo di un tempo, quel Pippo che terrorizzava chiunque, non esiste più e non deve più esistere. Il vero Pippo deve accompagnare i piccoli bimbi con risate e filastrocche. Una vecchina mi recita un canto che i giovani soldati urlavano in marcia inascoltati. Quel canto, così diverso dalle nostre nenie, lei e gli altri anziani del paese, lo ricordano così:

” Benito Mussolini ha perso l’intelletto,

fà partire il ’25 che piscia ancor nel letto,

Il Duce che comanda, il Re che obbedisce,

il Popolo patisce, Dio mio quando finisce? “

E la stessa vecchina, come un fiume in piena, con gli occhi colmi di ricordi e le mani che stringono la gonna inconsciamente, mi recita ora anche la preghiera tanto sentita che, più volte al giorno, la sua mamma le chiedeva di dire in quegli anni fatidici quando lei, era solo una giovane ragazza. Quando Pippo, ancora sorvolava lento:

” Ave Maria Grazia plena

fà che non suoni la sirena

fà che non vengan gli aeroplani

e che io possa dormir fino a domani

se qualche bomba vuol cader giù

Madre pietosa soccorrimi Tu

Gesù Giuseppe e Maria

fate si che il nemico perda la via”.

Inutile dire che queste parole mi hanno toccata profondamente. Inutile pensare a quanto siamo fortunati oggi. Troppo. E non è retorica. Questi scorci del nostro passato non devono essere dimenticati così come la dolce vecchina, ancora non ha dimenticato quelle parole. Un bacione a tutti.

L’immagine qui sopra è stata presa da questo bellissimo sito reportage www.immaginidistoria.it.

Per questo post ci tengo a ringraziare mia mamma. Mamma Topa.

M.

Via Soleri, o meglio… “U Pantan”

Cari topi, oggi andiamo a conoscere una delle vie principali di Taggia, anzi, quasi sicuramente, la via più storica e più famosa diSONY DSC questo antico borgo ligure che apre le porte alla mia splendida Valle.

Oggi, subito dopo la trentatreesima edizione della sua festa più importante, in onore di San Benedetto Revelli, vescovo di Albenga, ci troviamo qui, proprio in questa grigia via ancora medioevale. Qui si svolge la vita del paese. E’ il cuore pulsante del paese. Lo è sempre stato. E’ via Soleri topini, la via dei portici, SONY DSCchiamata da tutti noi “U Pantan“.

E’ la via parallela a via Ruffini, qui risiedono i più antichi negozi e i più antichi palazzi. Da qui arriva il profumo dei canestrelli e, durante le manifestazioni principali, anche quelli della Mimosa e della Lavanda.

Qui abbiamo il “via” verso il ricco centro storico. Una strada che inizia dal Palazzo Carrega, del XVI secolo, e finisce nell’importante Piazza Cavour facendoci incontrare, se zampettiamo sul ciottolato di pietra e sassi, le case dei Curlo e degli Spinola, anche queste del XVI secolo, i palazzi Vivaldi e la residenza degli Anfossi, quella dei Reghezza, dei Pastorelli, degli Asdente e di tanti altri politici e patrioti. Qui, addirittura, tanti gli atti indimenticabili accaduti.

Qui, da una di queste finestre rosa, Andrea Costa, politico italiano fondatore del socialismo, parlò al popolo “…del suo diritto e della sua forza perchè sia ricordo e sprone” come sta scritto sulla lastra, di marmo bianco, che identifica la dimora.

E infine, arrivati ormai alla Piazza, ecco l’Oratorio dei Santi Sebastiano e Fabiano dei Bianchi. I BianchiSONY DSC erano una confraternita legata ad un movimento penitenziale della fine del Trecento. Questa sede, bellissimo edificio religioso sul “Pantan“, è stata inizialmente collocata dai primi studi, nel XV secolo. L’Oratorio, oggi così bello, è il frutto di un importante ricostruzioneSONY DSC iniziata attorno al 1644 ma, la sua prima edificazione è stata dichiarata nel 1454. Al suo interno, sono numerose le opere d’arte. La più importante, il crocifisso sull’altare maggiore di epoca quattrocentesca. Tanta la sua maestosità.

Siamo in via Soleri topini e, come dice anche il cartello B, siamo nel principale percorso monumentale della città, ricco di aspetti sociali e commerciali.

Questa strada si sviluppa, verso il quattrocento, con le dimore delle famiglie più importanti della città. Ha visto e vissuto importanti ripristini dopo il terremoto del 1887 e, oggi, mantiene un fascino raro. La popolazione lo sta riscoprendo. In molti, negli ultimi anni, hanno restaurato diversi appartamenti in questo passaggio. Un passaggio proibito al sole. L’aria è scura,SONY DSC fresca, si dà una certa importanza. Spesso, l’umidità, la fa da padrona, in uno scenario che ci riporta indietro nel tempo.

Il tempo dei simboli, degli stemmi appesi SONY DSCdai colori sgargianti, dei casati, dei lampioni in ferro battuto che bisognava accendere a mano, delle targhe arrugginite e il gocciolar perpetuo della condensa. L’anima di Taggia signori topini o forse, guerrieri, soldati, legionari, messeri, mercanti, cosa preferite esser per un giorno? Quale animo vorrebbe affacciarsi dal vostro animo giunti in questa memorabile strada? Vi lascio sognare.

Qui, sotto le vecchie insegne e i numeri civici di diversi stampi. I portali scolpiti a mano con pazienza certosina. Qui, dove ancora si possono trovare le macellerie e le mercerie di un tempo. E i panni stesi che fanno allegria. “U Pantan“, dove il torrente Argentina, con i suoi straripamenti creava pantanoSONY DSC; ecco il suo nome. Una via impercorribile ai tempi. Oggi invece è persino partenza per giungere fino alla Maddalena, a dorso di mulo o di cavallo, per la festa dell’Eremo che vi avevo fatto conoscereSONY DSC qualche tempo fa.

Via Soleri, la via delle alte finestre che nascondono mille mondi misteriosi e che lasciano intravedere luce giallognola dal di dentro. Via Soleri, la via che Giovanni Ruffini, nel suo celebre romanzo “Il Dottor Antonio” (del 1855) la faceva definire “la Regent Street” dei taggesi, per il volume di traffici commerciali e finanziari che vi si svolgevano.

E’ un percorso tanto elegante quanto robusto, lungo il quale si fondono quasi tutti gli stili architettonici che si leggono nella stratigrafia edilizia di Taggia. Potete trovare alcune di queste definizioni nel bellissimo sanremopromotion.it mentre, se v’interessano, alcune SONY DSCnozioni storiche sul figlio della famosa Eleonora Ruffini, Giovanni, potete trovarle in questo mio post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/12/29/eleonora-curlo-ruffini-i-suoi-figli-e-taggia/ 

A questo punto vi lascio sognare davvero. Rimanete ancora un po’ se volete, respirate quest’aria che in nessun altro luogo potrete respirare.

Io, vado a prepararvi la prossima avventura. Un bacio.

M.

L’arte di Santi, le pietre colorate e la storia di Andrea

Andiamo ancora una volta a Castellaro topini. Quando, tempo fa, vi scrissi questo post https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/12/28/la-chiesa-di-lampedusa/  sulla bellissima Chiesa castellarese di Nostra Signora di Lampedusa, arrivarci è una bellissimaSONY DSC passeggiata panoramica tra le altre cose, vi accennai alla storia che la fece diventare così importante, ma oggi, quella storia, voglio raccontarvela meglio. Raccontarvela e farvela vedere attraverso dei dipinti. Attraverso gli occhi di un artista.

Si narra, in questa vicenda, di un ragazzo, il suo nome era Andrea Anfossi. Un cittadino di Castellaro che fu catturato dai turchi durante un’invasione nel 1561SONY DSC e venne fatto schiavo. Passarono tanti anni e, durante una delle tante traversate, lottando in mezzo al mare contro le intemperie, giunsero all’isola di Lampedusa.

Lì, fu mandato dai pirati che lo tenevano prigioniero, a rifornirsi di legname e, proprio in quell’occasione, in mezzo ad una luce abbagliante che quasi lo accecò, scorse una tela raffigurante Maria e il Bambino. Quest’apparizione gli diede la forza di mettere in pratica il piano di fuga al quale stava pensando da parecchio tempo: da un tronco ricavò una sorta di imbarcazione e usò quella tela trovata come vela. Fuggì in mare diretto alla terra natia. Come fece non si sa. Potete vedere quello che vi sto raccontando inSONY DSC questa seconda immagine che vi posto.

Quanto navigò! L’affascinante storia continua e racconta che, giunse sulle coste liguri e, nel 1602, nella sua Castellaro, decise di costruire il famoso Santuario in onore della Madonna di Lampedusa che lo aveva protetto nel viaggio e salvato dai malvagi rapitori.

E oggi, cari topi, questa fantastica storia è raccontata anche sotto forma di opere d’arte da un artista di nome Santi, che vive dove ha vissuto il famoso Andrea. Ebbene si, nella stessa casa. Una casa semplice, dalla porta di legno e dalle piccole finestrelle e, sulla facciata principale, un’incisione nell’ardesiaSONY DSC del 2002, dice: “In questa casa visse Andrea Anfosso detto – Il Gagliardo – fuggito ai turchi dall’isola di Lampedusa con il quadro miracoloso della Madonna che poi offrì al culto del paese natio“.

E questa casa si trova in un carrugio del bel paesino, ricco di disegni, scritte e fiori che ricordano momenti importanti e ciò che contraddistingue questo fantastico borgo medioevale. Venite, vi porto a vederne qualcuna di queste belle opere.

Ovviamente, anche il carrugio porta il nome dell’eroe che, vedremo, cambia la vocale finale da O a I “modernizzandosi” col passare del tempo. Eccoci in vicolo A. Anfossi ed ecco le bellissime SONY DSCe colorate opere del Santi.

La prima che incuriosisce e rapisce i nostri occhi è quella dedicata a Tessa, presumo un lupo, o un cane, al quale l’artista era o è, molto affezionato non so… so solo che quei colori accesi, nel grigiore dell’umido cunicolo, ci fanno abbozzare il primo sorriso. Quel pelo è folto e lo sguardo di quella bestiola disegnata ci segue. Alcune minuscole chiazze bianche fan presupporre che sia anziana ma, magari, non è così. E’ comunque una meravigliaSONY DSC.

Poco sopra, altre due pietre sono ricoperte da tinte ancora più sgargianti e più vivaci della prima opera. Questa volta, le protagoniste sono delle meravigliose coccinelle su una foglia, simbolo di fortuna, e un caro pettirosso, simboloSONY DSC invece di bontà. Messaggi buoni, positivi, sempre ben graditi.

Questi dipinti rallegrano sempre di più man mano che avanziamo. Ma non ci sono solo pitture sulle pietre della grotta. Ci sono anche vere e proprie scenografie, paesaggi composti da nuvole, funghi, alberi e sole che, in un angoloSONY DSC, donano la vita. Piccoli paesaggi fuori dal comune. Che originalità.

Il privilegiato che si mette in mostra è un lungo ramo di bacche rosse. Dopo di lui e il suo personale palcoscenico, ricominciano i dipinti carichi e decisi e, quello che mi ha colpito di più, è quello raffigurante il paese di Castellaro e la chiesa di Lampedusa che prende SONY DSCun’intera parete del carrugio. Quanto verde e quanto azzurro in un solo colpo, così, appena girato l’angolo. Bum!

E quella lì disegnata è la mia Valle, la riconoscete? Con tutti i fiorellini… Oh, ma si! I fiori! Che sbadata, ancora non ve li ho mostrati, sapete, non ne sono sicura ma presumo che anche loro, siano una stupenda invenzione dell’artista. E anche loro, guardate che colori abbaglianti! Eccoli.

Rose rosse e bianche calle. Plastica, tulle, colla, elastici e fil di ferro, qualche brillantino e qualche pennellata di colore. Sono grandi, aperti, sembrano morbidi e profumati. Ce ne sonoSONY DSC molti e tutti, arricchiti da farfalle dello stesso colore. A Santi le farfalle piacciono molto sembrerebbe. Ne vediamo ovunque: farfalle, farfalle e ancora farfalle.SONY DSC Di ogni colore, nel cielo azzurro. Le ali spiegate a librarsi in un alto volo. Chissà, magari hanno accompagnato l’Andrea nel suo lungo viaggio! Bellissime.

Ma uno dei quadri che mi è piaciuto di più, e più mi ha colpito, è stato questo, posizionato in alto, sotto il tunnel del vicolo, dedicato alla grande scrittrice Virginia Woolf che recita: ” Cornovaglia Isola Godrevy” – La gitSONY DSCa al faro di Virginia Woolf. A me è piaciuto tanto. Quel mare azzurro, quel faro bianco, laggiù in fondo, su quell’isola. Quegli scogli e le piccole onde. L’acqua sembra brillare. Dona un senso di pace ed è contornato da una stella filante natalizia di SONY DSCun bordeaux acceso.

Siamo a Castellaro amici. Ancora una volta qui. Sembra di essere in un angolo delle meraviglie e invece è tutta la bravura di una persona che qui, ha trovato il suo sfogo e grazie al suo estro ha colorato (prediligento il colore blu) un’ala del paese.

Guardate qui, in questa foto, una parte della serie. Spero di avervi divertito anche questa voltaSONY DSC topini e fatto vedere qualcosa di interessante. Spero che anche questa volta, con la vostra solita sensibilità, abbiate colto l’amore che si cela ma che con attenzione si nota anche, di queste opere. La voglia di un uomo di abbellire SONY DSCcon la sua bravura e la sua fantasia. E allora posso salutarvi.

Lo farò con un forte abbraccio e vi aspetto per la prossima passeggiata perchè ho di nuovo altre sorprese per voi. A presto!

M.